Città oasi della Via della seta, crocevia di merci, idee, credenze e invenzioni tra Oriente e Occidente, Samarcanda svela nella purezza formale delle sue architetture, essenziali e maestose, la vocazione matematica di chi l’ha resa famosa. L’arco alto 37 m della madrasa Ulugh Beg omaggia il Sapere, la facciata risplende con eleganti geometrie azzurre e stelle che si stagliano su un fondo color del deserto e la cupola, lucente di azzurro, omaggia il cielo. Di fronte, la madrasa Sher-Dor stupisce per la presenza, vietata nell’iconografia islamica, di due tigri che inglobano visi umani e due cervi, mentre sfavilla di oro la madrasa Tilya-Kori. Si può pranzare con vista cupole nel ristorante Emirhan, con ottimo cibo tradizionale.
Porta il nome della moglie favorita di Tamerlano l’immensa moschea di Bibi-Khanym dirimpetto al mausoleo omonimo. A pochi passi, il Siyob bazar è una profusione di spezie, frutta secca, caftani e sciarpe ricamate con i colori accesi dell’Uzbekistan. Ma è la morte a Samarcanda ad ammantarsi di sublime bellezza nel mausoleo di Tamerlano, impreziosito da decorazioni iraniane e dall’immensa cupola celeste. Un’immersione mistica nel blu e nel turchese è la necropoli Shah-i-Zinda, il re vivente, una via sulla quale si affacciano mausolei timuridi ricoperti da maioliche tra le più belle dell’arte islamica. Si trova nella parte meridionale della collina di Afrosiab, la stessa dove gli scavi e il museo Afrasiab raccontano l’origine di Samarcanda, con affreschi del VII secolo dopo Cristo a testimoniare la precoce vocazione cosmopolita della città. Patrimonio dell’umanità dal 2001, la città ha ospitato lo scorso anno la quarantatreesima Conferenza generale dell’Unesco che, per la prima volta dopo 40 anni, si è tenuta fuori Parigi.
Fascino solo un po’ fané, piscina a mosaico e decorazioni in stile, nel quattro stelle Karvon Plaza. Frequentato anche da locali, il colorato ristorante Samarkand, che propone plov, riso speziato con carne, e ottimi shashlik, spiedini grigliati di manzo, montone o pollo marinati.
Da Samarcanda in poco più di due ore col treno veloce Afrosiyob, si raggiunge Bukhara, città costruita in mattoni di fango che le conferiscono la calda tonalità del deserto. Da sempre vivace centro spirituale e culturale sulla Via della seta, l’anno scorso ha ospitato la prima edizione della Biennale di arte contemporanea organizzata dalla Fondazione per lo sviluppo dell’arte e della cultura dell’Uzbekistan con installazioni tra madrase e caravanserragli.
Patrimonio dell’umanità e settima città santa dell’islam legata al sufismo, Bukhara conserva la più antica madrasa dell’Asia Centrale voluta da Ulugh Beg nel 1417 e una grande tradizione artigianale. Si va dai tappeti (grande scelta da Sabina Burkhanova), ai tessuti ricamati alle miniature: il centro storico è un bazar diffuso disseminato di antichi crocicchi. Nel suo atelier, il maestro Davlat Toshev insegna l’arte della miniatura e racconta la filosofia sufi racchiusa nelle sue opere. Illustra il Suzani, l’arte del ricamo uzbeko, Sanjar Nazarov, alla quinta generazione, mentre rappresenta la sesta Samiev Numon, che realizza colbacchi di pelo. Lo sguardo accarezza il complesso Lyab-i-Hauz con il suo specchio d’acqua centrale, la maestosità di Miri-i-Arab, madrasa ricoperta di maiolica, di fronte alla immensa moschea Kalyan con il suo minareto alto circa 46 metri avvolto da un pizzo di geometrie e scritte cufiche. La luce a Bukhara è soffusa e sembra provenire dalla terra, conferendo agli edifici il senso di una morbidezza che ricorda quella della sabbia, come le mura dell’antica cittadella Ark. Si pranza nell’atmosfera di un’antica casa ebraica al ristorante The Old House.
Nella capitale Tashknet si tocca il sogno nostalgico del modernismo sovietico nei numerosi edifici brutalisti in cemento dalle geometrie azzardate e, come contraltare, ci si lascia incantare dalla ceramica artistica di Rakhimov’s Studio e dal ricamo di Medina Kasimbaeva nella sua Suzani school. Con la certezza di avere ancora molto da vedere. Info: www.acdf.uz. Per l’organizzazione del viaggio: info@passatempo.it