Il cui piatto piange a causa del ritiro statunitense da 31 agenzie a essa collegate, del ritardo nei versamenti da parte di alcuni Paesi contributori, nonché di una regola, che il portoghese ha definito «kafkiana», e che costringe l’ente a restituire il denaro non speso. Anche se quel denaro non è davvero nelle sue disponibilità.
Ecco all’opera il «segno di contraddizione» impresso da Donald Trump: la brutalità delle sue politiche, la scelta di additare l’ipocrisia del sistema internazionale, anziché continuare a far recitare agli Usa e all’Occidente la parte dei finti tonti, sono state sufficienti a squarciare il velo. E a mostrare per cosa stanno scorrendo i fiumi di lacrime degli interminabili pianti greci per la crisi del multilateralismo, la chimera che accende le intenzioni e i discorsi - nobili, beninteso - di tanti leader mondiali, da Sergio Mattarella al pontefice. Follow the money.
Guterres, con gli ambasciatori dei Paesi rappresentati all’Onu, ha dovuto battere cassa, temendo che le riserve si esauriscano entro luglio. Ha alluso al voltafaccia dell’America e, per tappare la voragine aperta dal tycoon, ha sollecitato i pagamenti dagli altri debitori, pur senza nominarli. Va detto che nella lista dei Paesi già in regola per il 2026, aggiornata al 29 gennaio, non figurano alcuni dei donatori più importanti: Italia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Cina, Russia. C’è invece l’Ucraina, che ha dato oltre 2 milioni e 300.000 dollari. Giunti chissà da dove, visto che pure Kiev è in bolletta. Guterres si è limitato a segnalare che, nell’anno appena trascorso, è stato raggiunto il record di 1,57 miliardi di dollari di arretrati, il doppio rispetto al 2024. «O tutti gli Stati membri onorano i loro obblighi di pagare tutto e in tempo», ha scritto, «o devono modificare radicalmente le nostre regole finanziarie, per prevenire un imminente collasso finanziario dell’Onu». Il riferimento, appunto, è alla clausola che impone di restituire fondi non impiegati, il cui transito sui conti delle Nazioni Unite, però, è stato figurativo.
Gli Stati Uniti sono stati finora la vacca grassa: valgono il 22% del budget dell’organizzazione, seguiti dal 20% della Cina. Anche questo è un segnale: la ritirata di Trump - secondo lui, l’Onu ha un «grande potenziale» inespresso, tanto che, per risolvere la fase due della guerra a Gaza, ha preferito battezzare un controverso «Board of peace» - certifica il protagonismo del Dragone. Ma piuttosto che a una sconfitta per Washington, la mossa equivale alla denuncia di una stortura che si era già prodotta da parecchio tempo e che gli Usa, i primi ad aprire le porte delle istituzioni multilaterali a Pechino, avevano tollerato: l’influenza sproporzionata dei cinesi, alla faccia dei miliardi sborsati dall’America. Non a caso, Trump era entrato in polemica, già durante il primo mandato, con l’Oms, il cui capo, Tedros Adhanom Ghebreyesus, vicino al regime di Xi Jinping, in era Covid aveva usato il guanto di velluto con la Cina. L’uscita dall’agenzia sanitaria, annunciata subito dopo il secondo insediamento alla Casa Bianca, è stata completata pochi giorni fa.
La somma che Washington ha congelato ammonta a 2,19 miliardi di dollari per il bilancio Onu, 1,88 per le missioni di peacekeeping dei caschi blu ancora in corso e 528 milioni per quelle che si sono concluse, ma per le quali tocca saldare il conto.
In previsione dei chiari di luna, Guterres aveva messo all’opera una task force, denominata Un80, con il compito di prescrivere una spending review e migliorare l’efficienza del colosso fondato nel 1945. Entro il 2026, arriverà un taglio del 7% del budget complessivo erogato dagli Stati.
Dopo decenni di inefficacia, prigioniere del gioco delle grandi potenze e al netto di qualche tentativo di riformare il Consiglio di Sicurezza, estendendone la rappresentanza al di là degli equilibri definiti al termine della seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite si sono arenate nell’ennesima secca: le frizioni provocate dal conflitto in Medio Oriente, durante il quale si è consumato lo scontro tra il segretario lusitano - «persona non grata in Israele» - e il governo di Benjamin Netanyahu. Infine, all’Assemblea generale di settembre, si era fatto notare il discorso con cui Giorgia Meloni, dando voce alle perplessità di parecchi Paesi, aveva denunciato la vetustà delle convenzioni «che regolano la migrazione e l’asilo. Sono regole», aveva detto il premier, «sancite in un’epoca nella quale non esistevano le migrazioni irregolari di massa e non esistevano i trafficanti di esseri umani. Convenzioni non più attuali in questo contesto».
All’età di 81 anni, insomma, l’Onu è invecchiata malino. E adesso è nel panico: teme di restare senza pensione d’oro.