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Ortoterapia, i green lover sono 19 milioni

Ortoterapia, i green lover sono 19 milioni
Dolomiti Panagella
  • «Coltivare ortaggi è molto più di un hobby, è una filosofia» racconta Alex Mitchell, autrice di Il piccolo orto in casa.
  • Cinque consigli per curare un orto che faccia bene all'umore
  • Con Click&Grow erbe e verdure si coltivano direttamente in casa.

Lo speciale contiene tre articoli e gallery fotografiche.


Sempre più italiani si dedicano alla cura delle piante. Secondo i dati raccolti da GfK Sinottica il 39% degli italiani dedica tempo al giardinaggio e il 27% possiede un orto. Dati in crescita del più 3% rispetto al 2012 su totale popolazione e del 13% tra i Baby boomer. Complessivamente nel 2020, i «green lovers» italiani sono diventati 19 milioni e il 7% di loro ha iniziato questo passatempo durante il primo lockdown.

Si parla addirittura di «ortoterapia». La scrittrice Alex Mitchell che da anni coltiva frutta, verdura, insalata ed erbe aromatiche ha persino dedicato un libro a questa pratica che sarebbe un efficace anti stress. Il piccolo orto in casa (Corbaccio) spiega come dare vita al proprio orto, anche sul davanzale di casa. Secondo la Mitchell «coltivare ortaggi è molto più di un hobby, è un vero e proprio state of mind. Non solo è davvero gratificante mangiare i frutti delle proprie fatiche (nel vero senso della parola), ma curare quotidianamente i raccolti è incredibilmente terapeutico e distrae dal ritmo frenetico della vita. Il modo migliore per fare giardinaggio è farlo poco e spesso, in modo dedicare ogni giorno cinque minuti ad annaffiare, controllare la presenza di parassiti e seminare».

«Coltivare l'orto significa anche pianificarne le fasi, è quindi come imbattersi un vero progetto, coinvolgente e sorprendentemente stimolante dal punto di vista mentale. A me piace prendere appunti su ciò che è cresciuto bene, cosa no e quali varietà erano particolarmente gustose. È chiaramente un diario che troverei interessante leggere solo io stessa! Ma trovo molto rilassante aggiornarlo ed è super utile quando guardi indietro perché puoi imparare dagli errori. Oltretutto, non è per nulla stressante: se la lattuga non riesce a germogliare è un po' fastidioso, ma nulla di più».

Una serie di studi medici parlano dell'ortoterapia come la soluzione migliore nella riabilitazione di diversi tipi di pazienti. Da quelli in recupero da un intervento chirurgico a chi soffre di disturbi mentali. Una ricerca dell'Università di Sheffield nel Regno Unito basato su 163 volontaria dimostrato che osservare le piante crescere permette alla persone di provare sensazioni positive, sia per la condivisione delle conoscenze, sia per i dialoghi instaurati con gli altri circa gli eventi della comunità. L'ortoterapia fa bene anche alla salute fisica perché chi coltiva la terra ha maggiori probabilità di mangiare frutta e verdura cinque volte al giorno, rispetto a coloro che non praticano questa attività.

Martino Ragusa, autore di Orto e mangiato (Sperling & Kupfer) nel suo libro racconta: «Non sono io che curo l'orto, è l'orto che cura me. Cura il mio fisico, dandomi cose buone da mangiare, e cura la mia mente, rilassandomi, perché quando ci si occupa di una pianta il cervello si svuota di tutto per riempirsi solo di lei. L'orto mi cura e mi coltiva. Mi ha educato all'attesa e alla pazienza, mi ha insegnato che l'alternarsi delle stagioni non è solo smettere di pagare le bollette del riscaldamento e iniziare con quelle del climatizzatore e mi ha fatto conoscere gioie intense e sconosciute».

L'Osservatorio The World after Lockdown di Nomisma ha realizzato un approfondimento riguardo al giardinaggio, creando un vero e proprio identikit del «green lover» italiano. Da un lato ci sono i green expert: 12 milioni di agricoltori per passione, che si prendono cura di grandi spazi verdi, come terreni, orti e giardini; dall'altro lato i green enthusiast: 14 milioni di italiani che si dedicano alla cura di piante e fiori in casa o sul balcone. Due orientamenti spesso sovrapponibili. Molti agricoltori per passione, ad esempio, lavorano un terreno ma hanno anche un orto o piante in casa.

La quota di green expert (il 24% della popolazione) che si dedica a terreni è maggiore al Sud, mentre chi si prende cura di giardini ed orti è residente soprattutto nelle regioni del Nord Italia. I green experts hanno in media 53 anni, redditi familiari mensili medio alti e acquistano attrezzature e prodotti per il giardinaggio nei garden center, nei consorzi e presso le rivendite specializzate in prodotti per l'agricoltura. I green enthusiast (il 27% della popolazione), invece, abitano prevalentemente al Nord, nei centri città. Hanno un'età media di 45 anni, redditi familiari mensili alti, sono in maggioranza donne e per gli acquisti di prodotti da giardinaggio prediligono i negozi di articoli per la casa, di bricolage e i siti online.

Quattro milioni di appassionati (l'8% degli italiani) si dedicano all'orto, coltivando prevalentemente ortaggi, frutta, erbe aromatiche, piante officinali e alberi di olivo. L'estensione media dell'orto da loro coltivato è di 166 mq e l'esperienza maturata nella coltivazione del verde, da parte di questi soggetti, supera in media i 9 anni. Nove milioni di green lover (il 17% degli italiani) si occupano del giardino/terrazza, che amano abbellire soprattutto con fiori, alberi, piante in vaso – ornamentali e aromatiche – frutta, siepi e ortaggi. L'estensione del loro spazio verde è mediamente di 493 mq per il giardino e 172 mq per il terrazzo. I due milioni di amanti del verde che si prendono cura di un terreno (il 4% degli italiani) coltivano prevalentemente frutta, ortaggi, erbe aromatiche/officinali in un'area che in media è vasta 5.180 mq. Le varietà preferite dai green enthusiast, infine, risentono della dimensione strettamente domestica dello spazio interessato e sono in prevalenza erbe aromatiche (32%), piante grasse (24%), ortaggi (15%), orchidee (15%) e bonsai (6%). Sempre per ragioni di spazio, nella maggior parte dei casi, questi appassionati coltivano in vaso (84%), anche se c'è chi sperimenta il giardino verticale (30%) oppure opta per le piccole serre (10%) o i box di legno (9%).

I green lover dedicano alla loro passione buona parte del tempo libero (in media 4,7 ore a settimana): il 27% riserva al giardinaggio meno di 2 ore alla settimana, ben il 43% dedica 2 – 5 ore alla settimana, mentre il 22% investe nella cura del verde dalle 5 alle 10 ore settimanali. L'effetto calmante e per certi versi “terapeutico" della cura del verde è ben noto: quasi un appassionato su due (43%), infatti, pratica giardinaggio per rilassarsi (26%) e per stare all'aria aperta e a contatto con la natura (17%). Anche la motivazione estetica riveste un peso rilevante: il 18% dei green lovers si dedica a questa passione per rendere più bella la casa e il 12% lo fa per tenere in ordine uno spazio attiguo alla propria abitazione. Da non trascurare, infine, coloro che producono frutta e ortaggi a fini di autoconsumo (16%).

Cinque consigli per un orto che fa bene all'umore

Dolomiti Paganella - un meraviglioso altopiano collocato ai piedi delle Dolomiti del Brenta - ha stilato una lista con i cinque consigli per un orto che fa bene anche all’umore.

Utilizzare antiparassitari naturali

Come insegnano le aziende agricole e gli abitanti dell’Altopiano della Paganella, è importante coltivare la terra con metodologie biologiche, senza utilizzare prodotti chimici, almeno quando esistono alternative naturali. Qualche esempio? Contro afidi e parassiti si possono utilizzare un decotto d’aglio o di bucce di cipolla, ma anche un macerato di pomodoro o di ortica. Tutte soluzioni naturali che permettono, inoltre, di sfruttare al meglio gli scarti alimentari e ridurre gli sprechi.

Utilizzare fertilizzanti naturali

Come nel caso degli antiparassitari, anche i fertilizzanti possono essere realizzati utilizzando gli scarti della cucina, senza ricorrere così a prodotti chimici di alcun tipo. I fondi di caffè, per esempio, sono ricchi di azoto e antiossidanti e aiutano ad alimentare il terreno e lo stesso vale per le bucce di banana o i gusci d’uovo, ricchi di sostanze utili a far crescere, tra i tanti, i pomodori.

Evitare gli sprechi d’acqua

In Dolomiti Paganella si utilizza l’acqua di sorgente o dei fiumi per innaffiare orti e giardini e sfruttare al meglio le risorse idriche, ma quando quando questo non è possibile ci sono ugualmente alcune buone pratiche per evitare gli sprechi. Innanzitutto è fondamentale bagnare piante e fiori nelle ore più fresche, cosicché l’acqua non evapori in breve tempo, poi è importante bagnare poco e spesso, puntando sulla costanza, più che sulla quantità. Infine, si può raccogliere l’acqua piovana e conservarla appositamente per piante e fiori, sfruttando così la natura invece della rete idrica.

Sfruttare l’amicizia tra le piante

Alcune piante possono essere coltivate nello stesso vaso per risparmiare spazio e acqua, ma anche per valorizzare le reciproche proprietà. L’aglio, per esempio, contribuisce alla crescita di lamponi e rose, la melissa, la menta e il basilico, invece, favoriscono lo sviluppo e migliorano il sapore dei pomodori. Non solo, il cumino ammorbidisce il terreno, mentre la camomilla si sposa benissimo con le cipolle, migliorandone lo sviluppo e la crescita.

Scegliere le giuste varietà

Per un orto o un giardino sostenibile è importante partire dal principio e scegliere varietà di piante e fiori adatte all’ambiente in cui si vive. Optare per specie non adatte al proprio clima o all’illuminazione della propria abitazione, infatti, può portare non solo a un dispendio maggiore di tempo, ma anche a un eccessivo fabbisogno idrico o all’utilizzo di fertilizzanti o antiparassitari chimici e non sostenibili sul lungo periodo.

Click & Grow, come coltivare indoor senza fatica

Click and Grow nasce nel 2009 con un concept innovativo: vendere mini serre per coltivare erbe e verdura a casa. «Lo so, suona un po' melodrammatico. Ma sono davvero convinto che il progressivo abbandono del contatto con la natura, fino ad arrivare a non sapere più come il cibo che arriva nei nostri piatti venga coltivato e prodotto, sia il primo passo verso l'estinzione di massa» ha raccontato a Repubblica il fondatore Mattias Lepp.

L’idea nasce da alcuni esperimenti Nasa per far crescere piante senza bisogno di terra. Così Lepp e il suo team creano «il Nespresso per la coltivazione in casa», lo Smart Garden 9 Pro, che si connette allo smartphone via bluetooth per permettere di gestire il sistema di illuminazione a led. «Alla base c'è il tentativo di rendere tutto molto semplice. Non si tratta di idroponica in senso stretto, noi siamo specializzati in nuovi materiali e l'innovazione sta nelle capsule di suolo studiate secondo le piante che devono ospitare. I biopolimeri, cambiano secondo la pianta perché devono contenere il nutrimento necessario per sostentarla in ogni possibile condizione. Ci abbiamo messo due anni ad esempio a trovare la giusta formula per la lattuga. Ecco perché non è facile sviluppare sistemi simili. Ikea ha deciso di smettere di produrne e di investire nella nostra compagnia».

Il prosciutto spagnolo non è tutto uguale. Alla scoperta del vero Pata Negra tra marketing e realtà
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Pietruccio Montalbetti: «Ho vissuto con gli indios e scalato le Ande a 70 anni»
Pietruccio Montalbetti (Ansa)
Il fondatore dei Dik Dik: «Viaggio da solo e continuo a fare concerti. Nel Natale del 1965 incontrai Battisti a Milano: non aveva nessuno, mia madre lo invitò a pranzare da noi».

«Cielo grigio su / foglie gialle giù. / Cerco un po’ di blu / dove il blu non c’è». Mondo duro e difficile quello della canzone, fatto di sogni e fatica, frenesie e malinconia. Pietruccio Montalbetti, classe 1941, il leggendario fondatore dei Dik Dik - quelli di Sognando la California e di L’Isola di Wight - ha raccontato in un libro, Storia di due amici e dei Dik Dik (ed. Minerva), gli anni ormai lontani della nascita della band e la storia dell’amicizia, durata tutta la vita, con una figura altrettanto leggendaria, Lucio Battisti, stella della musica italiana che si spense nel 1998. Torna la Milano degli anni Sessanta, laboratorio dove, nei quartieri e nelle stanze in affitto, i giovani provavano a vivere di musica.

Come nacquero i Dik Dik?

«Abitavo in un quartiere di Milano, in via Stendhal. I miei amici d’infanzia erano Cochi Ponzoni - mio compagno di classe in terza elementare - Moni Ovadia, Lallo (Giancarlo Sbriziolo, cantante dei Dik Dik, ndr). Avevo imparato a suonare la chitarra da ragazzo da un musicista tornato dal campo di concentramento, famiglia sterminata. Abitava al primo piano di casa mia. Mia mamma lo aiutava. Facemmo un gruppo, “The Dreamers”. Vedevo Lallo e Pepe (Erminio Salvaderi, mancato nel 2020 causa Covid., ndr) che suonavano insieme ai giardini pubblici di piazza Napoli e facemmo questo complesso. Ci contattò Ermanno Palazzini e ci hanno chiamato “Gli squali”. “Ci mancano due elementi”. Ci portò Sergio Panno e Mario Totaro, batteria e tastiere. Lallo faceva l’odontotecnico, un altro lavorava in banca come ragioniere, Pepe e gli altri due erano universitari, ma benestanti. Io il più licenziato in assoluto di Milano, ho fatto il muratore, il facchino… Compare il desiderio di fare un disco».

Per suonare andavate in una sala della parrocchia…

«Andavamo nella Chiesa del Rosario, la parrocchia dove abitavamo, e la sera io andavo alla Ricordi, al negozio. Scopro due cose importanti. Il viceparroco, don Angelo, che ci dava la saletta per suonare, aveva fatto il seminario insieme al segretario di monsignor Giovanni Battista Montini, poi diventato Papa. E seppi che la Ricordi procurava gli organi da chiesa a tutta la Curia. Sono riuscito a farmi fare una lettera per la Ricordi firmata da monsignor Montini: “Raccomando questi ragazzi che sono dei bravi parrocchiani”. Andai alla Ricordi, di sopra c’era Iller Pattacini, direttore artistico. “Facciamo un provino”. La Ricordi aveva noleggiato un cinema parrocchiale in via dei Cinquecento, lì facemmo i provini. Mi chiamò Pattacini. “Il provino piace, facciamone un altro”. Arrivai con una 500 prima degli altri. Nella penombra ho sentito il suono di un pianoforte».

Chi lo suonava?

«Sono entrato e ho visto subito un ragazzo con cui si creò un’empatia immediata. “Sei un tecnico?”. “No, faccio parte di un complesso. E tu?”. “Mi chiamo Lucio Battisti, suono in un’orchestra, sono qua per il provino”. Disse che era venuto lì in tram da piazza del Duomo, viveva in una pensione. A un certo punto mi chiese se volevo sentire le sue canzoni. Gli diedi una chitarra, una Ibanez che ho ancora. Si era creata una simpatia, chi s’immaginava questa amicizia? Dopo il suo provino l’accompagnai in piazza del Duomo, novembre 1965. Era il chitarrista dei Campioni. Mi disse “abbiamo un tour in Nord Europa”. Ci salutiamo. Raccontai a mia mamma di questo incontro».

Poi che successe?

«Pataccini mi chiamò, decisero di fare un contratto con noi. “Trovate un nome giusto”. Stavo leggendo un libro, Kon-Tiki di Thor Heyerdal, un esploratore norvegese, si parlava del vulcano Krakatoa, volevo mettere consonanti che non si usano nella nostra lingua, poi lessi dik-dik sul dizionario - piccole antilopi, in Tanzania, nella savana ne ho viste due e gli ho detto: “Grazie ragazze!” -. Dissi “ragazzi ho trovato il nome”. Preparai un cartellone. Lo presentai alla Ricordi, c’erano tutti. È ancora il logo attuale dei Dik Dik. Rimasero allibiti, tranne una segretaria che disse: “Avrà successo”».

E per tornare a Battisti?

«Il 24 dicembre del 1965, con un contratto già in mano, sto attraversando piazza del Duomo, “a’ Pietro’, so io, Lucio, te ricordi?”. Gli chiesi: “Com’è andata?”. “Sono qui, al freddo”. Prendemmo un caffè. Tornai a casa e lo dissi a mia madre. “Ma ti pare che un ragazzo della sua età possa passare il giorno di Natale da solo?”. La mamma di Lucio abitava a Roma. “Adesso vai al night e lo inviti a pranzo”. Aveva i calzoni neri con la riga e la giacca rossa. “Ti aspetto al n. 65 di via Stendhal”. A mezzogiorno era lì con un fiasco di vino. Al tempo si usavano i presepi. C’era mio fratello Cesare, che poi divenne il suo fotografo, mia mamma, mia zia. Da allora chiamò mia madre sempre “mamma”. Nel muro del corridoio c’era un telefono. Mia mamma telefonò alla sua: “Signora, stia tranquilla, suo figlio è qua e passa il Natale con noi”, sua mamma era emozionata, piangeva, e lui “mamma, non piangere, sto bene”, nevicava, passammo il Natale così. Da lì in poi le nostre vite si sono unite. Viveva in una casa popolare in via dei Tulipani 19, era solo, andavamo in giro con la mia 500, veniva spesso da noi a mangiare. Nel nostro primo disco 1-2-3 mettemmo anche la sua canzone, Se rimani con me, “di Lucio Battisti”. Quando la vide: “a’ Pietru’, fantastico”, mi abbracciò. Il secondo nostro disco era Sognando la California, misi Dolce di giorno, sempre con la firma di Lucio Battisti. E poi, la storia è tutta scritta in questo libro…».

Sognando la California

«L’ho scoperta io, ho scritto un testo che non era la versione di quello in americano, la portai da Mogol e lui la mise a posto. Tutte le canzoni di Battisti sono di Battisti. Emozioni è sua…».

Cinquanta milioni di dischi venduti…

«Sì, ma avevamo percentuali irrisorie e guadagnavamo attraverso i concerti. Io non ho mai fumato, non mi sono mai drogato, mai superalcolici, sempre fatto attività fisica. E scrivo libri. Anche per raccontare i miei viaggi. A 70 anni ho fatto l’Aconcagua, 7.000 metri, senza ossigeno, poi attraversato la catena dell’Himalaya, ho vissuto con gli indios dell’Amazzonia… Quando finirò il nuovo libro voglio fare teatro, io alla chitarra, un altro chitarrista, una violinista e una voce fuori campo. Ho tante cose da raccontare dei miei viaggi, del mio pensiero e poi canto Battisti e lo racconto…».

Viaggi solitari?

«Sempre da solo. Quando arrivavo in certi luoghi magari mi avvalevo di una guida. Nell’Aconcagua avevo una guida, 35 gradi sotto zero. Ancora adesso faccio palestra, guardo poco la televisione, studio astronomia, astrofisica e filosofia».

Hai trovato la libertà?

«Certo, la solitudine ti fa sentire libero. Per il cibo non ho problemi. Mangio perché devo vivere, non vivo per mangiare, non ho problemi sessuali nel senso che non sono assatanato, continuo a fare concerti, l’anno scorso 70».

Sei sposato?

«Sono sposato con una bellissima donna, psicanalista, non abbiamo figli, ora siamo qui dal veterinario con il nostro cane...».

La personalità di Battisti era tormentata?

«Sua sorella, Alba Rita, mi raccontava che da bambino era grasso, diceva che era molto sofferente, si metteva davanti a un albero con le sue emozioni, era molto riservato. Quando prese una bella casa vicino a Lecco andavo a trovarlo. Da quando Lucio è morto tutti a dire “l’ho scoperto”, “ho fatto questo e quest’altro”, ma nessuno l’aveva capito, nemmeno io, l’unico che lo aveva capito fu Roby Matano (1934-2023, ndr), cantante nei Campioni, il primo gruppo dove suonava. Lui aveva un amore, ma lei puntava su qualcuno che avesse il denaro, poi si sposò ed ebbe un figlio, volle che mi conoscesse, gli disse “lui è stato quello che mi ha fatto avere il mio primo contratto”, ma non è vero, non mi vanto di niente, solo di aver avuto con lui un’empatia e una simpatia durata tutta la vita… Di lui non avevano capito niente. Quando abitava in via dei Tulipani, aveva un terrore, quello degli ospedali. Una volta ebbe un blocco intestinale, lo portai a casa mia, mia mamma gli fece un clistere alla vecchia maniera, aveva 40 di febbre, telefonai a un amico medico, dice “portamelo qui”, ma lui aveva paura. Svegliai il proprietario del bar Foppa, che mi abitava sopra, mi diede un sacchetto con del ghiaccio e passò tutta la notte con il ghiaccio sulla testa, al mattino arrivò il medico e la febbre era scesa. Una volta abbiamo affrontato il tema della morte. Mi chiese “tu non hai paura della morte?”. Risposi “no, e tu?”. “Io ho paura della sofferenza” mi disse. Quando fu portato all’ospedale, chi l’ha preso in cura era una compagna di quartiere poi diventata medico. “Lei, signor Battisti, ha un tumore così esteso che non possiamo fare la chemioterapia, che non sopporterebbe”. Ha firmato per non avere accanimento terapeutico. L’hanno sedato ed è morto come voleva lui, senza sofferenza».

Che idea ti sei fatto dell’aldilà?

«Io non ho il beneficio della fede, però ho inserito nella mia filosofia quello che dicono Socrate, Platone e persino Sant’Agostino, ossia il dubbio, che ti consente di cercare delle verità. Siamo materia universale. Penso che quando moriremo entreremo a far probabilmente parte della materia dell’universo. L’importante è avere una morale. Cerco di aiutare le persone, sono diventato benestante e quando mi chiedono di fare cose ad esempio per i bambini le faccio gratis, non giro in Ferrari ma con una Peugeot “del ’15-18”, io la chiamo la “Ferrarelle”…».

Desideri aggiungere qualcosa a questo tuo interessante racconto?

«Sì, che i proventi di questo libro li dono tutti a Emergency».

Decenni di abusi sui bimbi non sono un caso
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Dal Forteto ai «diavoli» della Bassa Modenese, da Bibbiano alla famiglia del bosco: i casi sono troppi per poter parlare di episodi isolati. Lo Stato è complice di un sistema che ha coniato anche un linguaggio tecnico «impermeabile» a ogni critica esterna.

Chi inciampa due volte nello stesso sasso non merita compassione. Uno Stato che da decenni permette gli stessi abusi moltiplica la propria colpa. Dal Forteto alla Bassa Modenese, da Bibbiano ai mille casi silenziosi: una macchina di potere ha distrutto famiglie innocenti, usando i figli come strumenti per sovvenzionare una precisa ideologia e grandiose filiere che hanno bruciato il denaro dei contribuenti per creare dolore e suicidi. C’è una frase che Davide Tonelli Galliera, il «bambino zero» della Bassa Modenese, porta con sé come una cicatrice che non rimargina, né può rimarginare. È semplice, terribile e vera: «Sapevo che era tutto frutto di fantasia, che i miei genitori non avevano assolutamente fatto niente. Mentre cedevo a queste domande distruttive, sapevo anche che era tutto inventato.» Era un bambino di sette anni. Sapeva di mentire. Sapeva di distruggere sua madre. Non riusciva a smettere, perché gli adulti che lo circondavano, gli assistenti sociali, gli psicologi, i tutori del suo «superiore interesse» continuavano a chiedergli di farlo. E quando provava a resistere col silenzio, la psicologa «andava avanti, andava avanti», finché non arrivavano i mal di testa insopportabili, e poi la resa.

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