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2022-12-01
Opposizione a pezzi sull’invio di armi. Giuseppi rimane da solo con Bonelli
Giuseppe Conte (Ansa)
La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.
Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.
Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente».
Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».
Ursula sui morti: gaffe o verità?
Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky.
Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014.
I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina.
Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
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Via libera della Camera alla mozione sulla guerra della maggioranza. Che poi si astiene favorendo quelle di Pd e Iv-Azione. Cadono le proposte di M5s e sinistra. E Conte chiede di coinvolgere l’Aula proprio durante i lavori.La presidente della Commissione Ue: «120.000 vittime ucraine», ma poi taglia il video. Hacker contro il Vaticano, sospetti su Mosca. Ramzan Kadyrov: «Papa vittima di propaganda».Lo speciale contiene due articoli.La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente». Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/opposizione-invio-armi-conte-bonelli-2658805772.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-sui-morti-gaffe-o-verita" data-post-id="2658805772" data-published-at="1669893007" data-use-pagination="False"> Ursula sui morti: gaffe o verità? Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky. Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014. I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina. Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
Un uomo, un aeroplano, il freddo da domare per stabilire un record. Ma soprattutto il tentativo di capire come gli aeroplani avrebbero potuto volare più in alto per sfuggire alla contraerea.
Nicole Minetti (Getty Images)
In pratica, la testimone chiave smonta le accuse che secondo il giornale di Marco Travaglio lei stessa aveva formulato e fa intendere che le sue parole siano state strumentalizzate. Ovviamente non fa cenno a chi sia l’autore della manipolazione, ma si capisce che l’ex dipendente del ranch non ha alcuna intenzione di puntellare le traballanti accuse del Fatto, lasciando dunque il quotidiano con il cerino in mano.
E la fiammella ora rischia di scottare i polpastrelli di Travaglio e compagni, prova ne sia che il giornale, dopo aver letto la relazione con cui la Procura generale della corte d’appello di Milano spazzava via le insinuazioni circa la vita di Minetti in Spagna e Uruguay, ha spedito un cronista direttamente a Punta dell’Est, alla disperata ricerca di nuovi testimoni. La lettera della procuratrice Francesca Nanni non era infatti tenerissima nei confronti del Fatto.
Anche se con un linguaggio burocratico, la magistratura incaricata dal Quirinale di verificare se Minetti continuasse la vita di prima, e dunque non fosse meritevole di un provvedimento di clemenza da parte del presidente della Repubblica, ha accusato il giornale di aver diffuso «notizie non veritiere». Un pugno in faccia per quello che un tempo era definito l’organo delle Procure, che ha costretto Travaglio a pronunciare, come un Oscar Luigi Scalfaro qualsiasi, «non ci sto», minacciando querela nei confronti della stessa Procura generale.
Tuttavia, il problema non è quanto ha scritto Francesca Nanni, ma che cosa ha firmato Graciela di fronte al notaio. Per questo l’inviato in Uruguay insegue tassisti, cronisti e poliziotti, nella speranza non soltanto di riuscire a parlare con Graciela e strapparle la smentita della smentita, ma anche nel tentativo di trovare altri che possano confermare che nel ranch di Cipriani e Minetti si svolgessero incontri a luci rosse. Al momento, il cronista in trasferta è costretto a registrare solo mezze frasi e qualche suggestione: troppo poco per riuscire a ribaltare la «sentenza» della procuratrice generale.
Forse Graciela si è spaventata del clamore della faccenda e teme di fare la fine del vaso di coccio fra vasi di ferro. Forse qualcuno l’ha minacciata. Forse è stata inghiottita dal mare. Insomma, gli scenari evocati sono misteriosi. L’unico non preso in considerazione è che la donna, magari risentita per essere stata licenziata, abbia voluto vendicarsi di Cipriani e pure di Minetti. Un’ipotesi che certo lascerebbe ancor più esposto il Fatto, che in questa storia sembra giocarsi la partita della vita.
Già, perché oltre a doversi difendere dalle accuse che la procuratrice generale Francesca Nanni ha rivolto contro la testata, Travaglio e compagni hanno un grosso problema costituito dalla causa che l’ex igienista dentale e il compagno hanno intentato contro il giornale. Non in Italia ma di fronte al tribunale di New York. I procedimenti giudiziari per diffamazione e per danni, in America non seguono l’iter a cui siamo abituati da noi. E nemmeno vengono applicati i parametri risarcitori in vigore a Milano o Roma. Dover ingaggiare uno studio legale rischia di costare molte centinaia di migliaia di euro e in caso di condanna l’esborso potrebbe essere pesantissimo. Insomma, oltre alla reputazione del giornale, che secondo Travaglio sarebbe stata lesa dalla relazione di Francesca Nanni, in gioco c’è la sopravvivenza stessa del quotidiano. Il caso dunque non è più costituito dalla grazia a Minetti, ma dalla disgrazia che rischia di abbattersi sul Fatto. L’aspetto paradossale della faccenda è che il giornale, dopo aver a lungo beneficiato dei guai giudiziari di Berlusconi, ora da una costola dei processi a Berlusconi rischia di subire il danno più grave nei suoi vent’anni di storia. Per la sinistra e per la corrente giudiziaria dei compagni sarebbe un colpo mortale.
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Pina Picierno (Ansa)
Campana di Santa Maria Capua a Vetere, figlia di un segretario cittadino della Margherita, nipote di un notabile Dc poi passato al Pd, lei è riuscita ad arrivare a 45 anni senza aver mai fatto alcun lavoro oltre la politica, fin dalla laurea, in scienza delle comunicazioni, che prese con una tesi sul linguaggio di Ciriaco De Mita. «Il mio mito», disse, anche se poi lo mise da parte per schierarsi con Renzi che quel mito lo voleva rottamare. Ma, insomma, fin da ragazzina lei ha frequentato la politica e ne ha accompagnato lo scadimento passando da una poltrona all’altra: presidente dei giovani della Margherita (2005), responsabile giovani del Pd (2007), parlamentare (2008), europarlamentare (2014), vicepresidente del Parlamento Ue (2022). Man mano che la politica scadeva lei ascendeva. Sarà un caso?
Nella sua carriera è stata veltroniana, franceschiniana, bersaniana contro Renzi poi renziana contro Bersani, un po’ per Epifani e poi per Zingaretti. L’unica che proprio non le va a genio è Elly Schlein: con lei alla guida ha iniziato a fare opposizione al Pd fino ad uscirne con un’idea originale: «Penso ad un’iniziativa nuova al centro», ha detto. In effetti, non ci ha ancora pensato nessuno. A parte Calenda, Renzi, Bonino, Magi, Marattin, Lupi, Tabacci, Gentiloni e decine di altri. Comunque noi le crediamo, cara Picierno, anche se cosa sia questa nuova iniziativa non si sa perché, come scrive il Corriere, lei «misura le parole». Le misura a tal punto che Il Foglio le ha chiesto un’intervista e ci ha riempito tre pagine. Tre pagine di parole misurando le parole. Non male. Però è riuscita a non dire nulla lo stesso.
Che la nuova iniziativa sia in sintonia col popolo, però, non v’è dubbio. Lei in questo è maestra. Lo dimostrò, una volta per tutte, quando disse che con i famosi 80 euro di Renzi «una famiglia ci riempie il carrello della spesa per due settimane». Ma certo: con 100 euro sono garantite pure le vacanze alle Maldive, non è vero? Poco dopo sparò che l’Europa aveva investito 2.372 miliardi in vaccini Covid. Erano due miliardi, ma che differenza fa? In pandemia, per altro, prese posizioni durissime: «Sanzioni pecuniarie per chi non si vaccina», tuonò non bastandole il green pass. Sull’Ucraina non parliamone: chiunque osi dissociarsi dalla linea «Zelensky santo subito» viene da lei bollato come putiniano. «Non siamo per la politica del dolce forno», disse un giorno. Forse voleva dire due forni, ma chissà perché le è venuto in mente il giocattolo Herbert. Forse perché la politica è scaduta. O forse perché lei è proprio come le torte del dolce forno. Cotta al punto giusto.
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