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2022-12-01
Opposizione a pezzi sull’invio di armi. Giuseppi rimane da solo con Bonelli
Giuseppe Conte (Ansa)
La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.
Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.
Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente».
Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».
Ursula sui morti: gaffe o verità?
Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky.
Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014.
I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina.
Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
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Via libera della Camera alla mozione sulla guerra della maggioranza. Che poi si astiene favorendo quelle di Pd e Iv-Azione. Cadono le proposte di M5s e sinistra. E Conte chiede di coinvolgere l’Aula proprio durante i lavori.La presidente della Commissione Ue: «120.000 vittime ucraine», ma poi taglia il video. Hacker contro il Vaticano, sospetti su Mosca. Ramzan Kadyrov: «Papa vittima di propaganda».Lo speciale contiene due articoli.La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente». Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/opposizione-invio-armi-conte-bonelli-2658805772.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-sui-morti-gaffe-o-verita" data-post-id="2658805772" data-published-at="1669893007" data-use-pagination="False"> Ursula sui morti: gaffe o verità? Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky. Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014. I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina. Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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(iStock)
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
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In Puglia deliberati 129 milioni di euro a supporto di 560 operazioni. Intervista a Vittorio de Pedys, presidente di Simest, Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato di Simest e Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.