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2022-12-01
Opposizione a pezzi sull’invio di armi. Giuseppi rimane da solo con Bonelli
Giuseppe Conte (Ansa)
La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.
Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.
Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente».
Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».
Ursula sui morti: gaffe o verità?
Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky.
Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014.
I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina.
Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
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Via libera della Camera alla mozione sulla guerra della maggioranza. Che poi si astiene favorendo quelle di Pd e Iv-Azione. Cadono le proposte di M5s e sinistra. E Conte chiede di coinvolgere l’Aula proprio durante i lavori.La presidente della Commissione Ue: «120.000 vittime ucraine», ma poi taglia il video. Hacker contro il Vaticano, sospetti su Mosca. Ramzan Kadyrov: «Papa vittima di propaganda».Lo speciale contiene due articoli.La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente». Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/opposizione-invio-armi-conte-bonelli-2658805772.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-sui-morti-gaffe-o-verita" data-post-id="2658805772" data-published-at="1669893007" data-use-pagination="False"> Ursula sui morti: gaffe o verità? Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky. Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014. I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina. Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
Christine Lagarde (Ansa)
Non è la prima volta che i vertici delle istituzioni europee si esprimono in questi termini e ogni volta che lo fanno, un brivido dovrebbe correre lungo la schiena non solo dei risparmiatori ma anche di tutti gli operatori del settore finanziario.
Perché questa dichiarazione – con gli obiettivi che si prefigge di raggiungere e gli strumenti che pensa di utilizzare – ha due immediate conseguenze: la prima è che i risparmiatori – quasi tutti, tranne quelli che tengono i contanti sotto il materasso – potrebbero essere presto interessati da un sistema di incentivi (o disincentivi) nelle scelte di allocazione dei loro risparmi, perché altrimenti continuerebbero a tenerli «bloccati»; la seconda è che, implicitamente, oggi il settore finanziario non sta facendo bene il suo mestiere, che è proprio quello di consentire al risparmio di fluire verso gli investimenti di qualsiasi natura (reale o finanziaria). Significa ammettere che il mercato mobiliare europeo non funziona, cioè non riesce a prezzare adeguatamente il rischio e a investire in iniziative ad alta redditività.
Ma, soprattutto quest’ultima, è una conclusione che fa a pugni con la realtà. Perché è sotto gli occhi di tutti la profondità dei mercati mobiliari europei, la relativa liquidità e numerosità degli strumenti ivi quotati. Certamente, non siamo nell’ordine di grandezza del mercato Usa, ma ognuno ha le Borse che si merita, nel senso che sono le imprese che fanno i mercati finanziari, in un circolo virtuoso che si autoalimenta.
Se, ormai da 25 anni, la Ue è il luogo in cui politiche di bilancio restrittive hanno demolito il pilastro della crescita costituito dagli investimenti pubblici, quale volete che sia il risultato in termini di crescita, occupazione, produttività e dimensioni dei mercati finanziari? Oppure qualcuno a Bruxelles crede davvero che sia sufficiente inventarsi uno strumento finanziario che incentivi o (ma non vorremmo dare idee pericolose) addirittura costringa la famosa casalinga di Voghera a investire nelle azioni della start-up appena sorta all’angolo dietro casa, abbandonando il suo Bot o un deposito bancario?
A questo proposito, in Italia è passato sotto silenzio ciò che sta accadendo in Spagna, dove a dicembre il ministero dell’Economia ha avviato una consultazione pubblica per creare un conto di risparmio e investimento destinato ai privati, con l’obiettivo di spostare oltre 1,2 miliardi di euro dai depositi a bassa remunerazione verso strumenti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento. L’iniziativa segue l’input della Commissione e del rapporto Draghi e mira a semplificare regole, costi e fiscalità per i piccoli investitori, favorendo il finanziamento dell’economia. Una consultazione che ha visto però le grandi banche opporsi decisamente alla proposta del ministro Carlos Cuerpo, nel fondato timore di perdere commissioni significative.
Perché se gli intermediari finanziari hanno un senso – e lo hanno – è quello di gestire professionalmente il rischio, ponderandolo e frazionandolo adeguatamente. Se manca la «materia prima» (imprese profittevoli e appetibili per il mercato) non è certo colpa degli intermediari e la soluzione non è quella di introdurre nuovi strumenti.
E la «materia prima» manca – facendo un’analisi in prospettiva – anche e soprattutto perché l’economia della Ue e, ancor più, dell’Eurozona, si è fondata sulla compressione della domanda interna e dei salari, come più volte è stato costretto ad ammettere anche Mario Draghi. In un mercato in cui languono i consumi e gli investimenti, quali prospettive di reddito possono offrire le imprese e quindi, quali flussi di investimento possono attrarre, quando altrove nel mondo si corre a velocità ben superiore? In questo modo, mentre negli ultimi 25 anni in Cina e Usa è partito un salto tecnologico di proporzioni epocali – con investimenti pubblici e privati nell’ordine di migliaia di miliardi – nella Ue abbiamo piombato le ali sia dei primi che dei secondi. Per detenere solo un triste primato: quello della decarbonizzazione.
Anziché prendere atto di questa (mortifera) dinamica, i vertici delle istituzioni europee continuano a propalare slogan privi di senso. Perché anche i tanto decantati Eurobond sono una foglia di fico che va spazzata via, non solo per motivi giuridici ma soprattutto finanziari. Infatti - ammesso e non concesso che il problema sia solo quello del finanziamento degli investimenti – la sostenibilità di un debito si basa sulla capacità dell’emittente di ripagare interessi e capitale. E se la Ue non ha una rilevante capacità fiscale propria e quindi sono gli Stati membri a garantire le emissioni di Eurobond con la loro capacità fiscale, che differenza c’è tra un’emissione di Bruxelles ed una di Roma, visto che pro-quota garantisce sempre il contribuente italiano? Nessuna. La differenza c’è soltanto quando quei titoli vengono acquistati dalla Bce. Tutto qua.
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La banca del Vaticano offre due Etf che puntano sulle Borse, uno per l’Europa e uno per Wall Street. Tra i titoli preferiti c’è Nvidia, ma pure Deutsche Telecom, un colosso del lusso, ma un solo titolo di Piazza Affari. Ecco su chi punta la finanza cattolica.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Con una decisione di esecuzione firmata da Ursula von der Leyen e comparsa nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 9 febbraio scorso, la Commissione ha abolito i dazi del 20,7% sulle auto Cupra Tavascan prodotte nello stabilimento cinese di Anhui e importate in Ue. Il modello sarà soggetto a prezzo minimo di importazione e a quote di volumi annuali limitate.
Il Suv elettrico del marchio Cupra (appartenente alla casa automobilistica spagnola Seat, a sua volta parte della galassia Volkswagen) è prodotto in Cina e come tale avrebbe dovuto pagare un dazio all’ingresso in Unione europea. Ma qualche giorno fa la Commissione aveva pubblicato un documento che apriva la porta agli esportatori cinesi: proporre un accordo per tenere il prezzo più alto rispetto al listino, così da non spiazzare i produttori europei.
Un portavoce della Commissione aveva affermato che si trattava di una proposta ipotetica, ma nel giro di pochi giorni l’accordo con Volkswagen, che in questo caso figura come un esportatore cinese, ha reso reale la cosa.
La Camera di commercio cinese in Europa ha fatto sapere che gli altri produttori cinesi di veicoli elettrici stanno valutando se presentare le proprie proposte di impegno sui prezzi, che per i cinesi presentano l’indubbio vantaggio di lasciare nelle loro tasche margini di profitto che non avrebbero se pagassero i dazi.
Pechino ieri ha risposto fissando i dazi sulle importazioni di prodotti lattiero-caseari europei all’11,7%, dopo una indagine anti sovvenzioni avviata nel 2024. Una indagine aperta dopo la decisione della Commissione di imporre dazi sulle auto elettriche cinesi fino al 45%. Lo scorso dicembre il governo cinese aveva annunciato dazi cautelativi del 43% su formaggi freschi e fusi e su alcuni tipi di panna provenienti dall’Europa, riscossi tramite depositi. Ora la decisione di stabilire l’aliquota definitiva dell’11,7% può essere motivata come risposta di distensione da parte di Pechino dopo le concessioni a Cupra.
L’intreccio di questa vicenda mostra ancora una volta il fallimento dell’Unione europea. Mentre Ursula von der Leyen davanti al Parlamento due giorni fa ha parlato di «preferenza europea» per salvare il mercato unico dalle esportazioni cinesi e i 27 si sono riuniti ieri in Belgio per un ritiro al capezzale dell’industria europea, la Commissione apre le porte alla Cina.
Soprattutto, le follie regolatorie dell’Unione sono diventate ingestibili. La storia di questi ultimi anni è costellata di norme disastrose che vengono poi riviste, corrette, rallentate, ritrattate. Bruxelles partorisce la direttiva sulla responsabilità sociale e poi si rende conto che è inapplicabile, così come la legge sulla deforestazione. Mette in pista il sistema Ets 2 per poi frenarne l’applicazione quando ci si rende conto degli oneri che comporterà. Lancia il bando delle auto con motore a combustione interna al 2035 e poi lo ammorbidisce generando una confusione peggiore. Introduce il Cbam per tassare il carbonio poi lo elimina per l’80% degli obbligati. Lo stesso Cbam non tiene conto dei semilavorati e così genera un danno per i produttori europei. L’Ue ora sta considerando l’idea di limitare il sistema Ets 1, dopo che questo per anni ha appesantito di costi il sistema industriale, minandone la celeberrima competitività. Gli esempi potrebbero continuare a lungo. Ciò che sembra impossibile a Bruxelles è generare una regolazione ben fatta, che non causi danni e non costringa a continue marce indietro. La malagestione europea di questi anni è una grave concausa della crisi industriale in cui l’Europa è precipitata e qualsiasi vertice tra leader dovrebbe cominciare da questo semplice punto di partenza.
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La leggenda di San Valentino nasce agli albori quasi del cristianesimo. La alimenta Papa Gelasio che alla fine del quinto secolo volle porre fine all’ultimo rito pagano di massa rimasto a Roma: i Lupercalia. Erano i tre giorni – tra il 13 e il 15 febbraio - dedicati al dio Fauno in richiesta di protezione dai lupi e di fertilità delle greggi e delle donne che imponevano sacrifici animali, corse rituali e promesse d’amore per facilitare le gravidanze. Il Papa pensò che il martirio di Valentino da Terni, che si era prodigato per l’unione di una giovane a cui aveva fatto la dote e aveva guarito con l’amore il figlio epilettico del filosofo Cratone, si prestasse a interpretare questo afflato d’amore e di fertilità che i Lupercalia interpretavano. E pure il giorno era giusto, così il Santo le cui spoglie riposano dal 14 febbraio 273 a Terni è divenuto il protettore degli innamorati quanto degli epilettici (le chiavi di San Valentino in ricordo di quando il religioso si chiuse nella stanza per guarire il figlio di Cratone venivano donati come protezione ai neonati).
Ma la cosa singolare è che questo culto si è sviluppato più nei paesi nordici e nelle chiese riformate che non nel cattolicesimo. Saranno operazioni di marketing – come quella inventata da Federico Seneca che infila nei cioccolatini messaggi d’amore in ricordo di quelli che Luisa Spagnoli si scambiava con Giovanni Buitoni – che partono con i bigliettini profumati di Valentina Heter a sancire a cavallo tra Ottocento e Novecento la festa di San Valentino come ode all’amore. E l’idea dei bigliettini è ripresa alla grande visto che oggi alla cattedrale di Terni arrivano migliaia di lettere con le promesse d’amore: particolare curioso è che quasi un terzo di questa «corrispondenza del cuore» arriva dal Giappone dove la ricorrenza di San Valentino è sentitissima.
I regali? Non siate invadenti. Meglio i cioccolatini accompagnati però da un biglietto scritto con sentimento o i fiori. Non siate banali con le solite rose rosse. Ci sono altre essenze che indicano la passione: i tulipani di colore rosso, la ginestra indica intimità, ma se la passione è già scoppiata. Volete fare una proposta osè? Allora affidatevi alle orchidee. Desiderate invece comunicare che siete un po’ gelosi? Andate sul giallo, se invece il rapporto è solo all’inizio e volete dimostrare ammirazione: rose blu o rose bianche o anche dei lisiantus che comunicano determinazione, ma con dolcezza. Se invece l’intimità è forte un dono per San Valentino che funziona è scegliere il profumo preferito dall’amata o dal partner. Allora proviamo a fare un viaggio sentimentale in cucina e in cantina alla ricerca del regalino giusto. Partiamo.
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I piati dell’amore – Da sempre si è cercata la pozione magica, il filtro d’amore, ma anche il corroborante alimentare dei sentimenti. Allora proviamo a metter insieme un po’ d’ingredienti che fanno bene all’amore, avvertendo che tutte le cosiddette pietanze afrodisiache non hanno alcun effetto fisiologico, ma possono influenzare la psiche che è fondamentale per esprimere i sentimenti. Partiamo dalla Valnerina che «sfocia» a Terni e qui non si può non parlare di tartufi. In antico si pensava che avessero virtù eccitanti al punto che la Chiesa li proibiva a conversi e suore. Un pizzico di verità c’è perché il tartufo emana feromoni che anno a che fare con i richiami sessuali: dunque farrotto (il farro era il cereale della fertilità e del matrimonio in antico) al tartufo, tagliatele col nero pregiato e un succulento filetto ricoperto di scaglie di tartufo fanno al caso nostro. Nelle acque del Nera guizzano le trote e i trovano i gamberi di fiume, dunque sotto col pesce e segnatamente i crostacei che sono considerati egualmente molto coadiuvanti n’l'amore. Per esempio dei gamberoni flambè fanno tanta scena e molta atmosfera.
Tra i cibi afrodisiaci per eccellenza vanno messi i frutti di mare e le ostriche in particolare. Si usa accompagnarle con lo Champagne o anche con un ottimo Metodo classico italiano, ma è gastronomicamente un errore. Le ostriche vogliono vini «salati» dunque uno dei nostri grandi bianchi fermi va assai meglio. Tra i cibi afrodisiaci ci sono le fragole: stupite il/la vostra commensale con un risotto alle fragole (sono una primizia adesso e anche questo fa sorpresa) questo sì tirato con un vino che spuma. Un piatto afrodisiaco per eccellenza sono gli asparagi, fatti in involtino con pancetta al forno sono perfetti. Anche i carciofi hanno un forte potere afrodisiaco: si possono fare fritti, ma anche in insalata con scaglie di Parmigiano Reggiano o Grana sono perfetti (in questi caso occhio all’abbinamento col vino perché problematico).
Le carni non sono indicatissime come cibi dell’amore, potete fare un eccezione per dei medaglioni di filetti bardati abbondando col rosmarino, oppure per degli spiedini con pane croccante, salvia e funghi. Per i dolci non possono mancare il cioccolato (il bonnet o un morbido sono perfetti, ma anche la vecchia zuppa inglese fa la sua figura) e soprattutto le mandorle che sono il simbolo, anche sacro, della fertilità. Anche un po’ di cioccolatini al liquore, come pure il babà aiutano. Però il piatto afrodisiaco per eccellenza sarebbero gli spaghetti aglio, olio e peperoncino. Laglio magari disturba l’alito, ma insieme al peperoncino fluidifica ed è quello che ci vuole!
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Innamorarsi in cantina – È fuor di dubbio che gli spumanti siano i vini degli innamorati. Si può scegliere per avere i grandi metodo classico dalle quattro zone a più alta concentrazione di cantine specializzate anche se ormai tutta Italia spuma. Partendo dall’Alta Langa per fare il botto si può scegliere da Enrico Serafino rifermentazioni che passano gli 8 anni. In Oltrepò il Rosato di Monsupello di Angelo Boatti è stupendo. In Franciacorta c’è un presidio straordinario. Le bottiglie come la Vittorio Moretti Riserva di Terre Moretti o la Cuvée Anna Maria Clementi di Cà del Bosco sfidano i grandi francesi, ma siccome il rosa funziona ecco che si può affidarsi all’Assemblage due sempre di Terra Moretti in Rosa, al Rosato di Monterossa, oppure per bere più leggero un Saten come quello di Contadi Castaldi, un rosato come quello del Mosnel o il Saten di Ferghetina, sono perfetti. In Trentino si può fare un pas des deux con Madame Martis grandissimo Chardonnay e il suo «compagno» Monsieur Martis Pinot Meunier di grande suggestione entrambi di Maso Martis. Il Campione rimane il Giulio Ferrari riserva del Fondatore delle Cantine Ferrari da cui attingere anche il Perlè Rosè, mentre per uno Chardonnay d’impronta nobile il Conte Federigo di Bossi Fedrigotti è impeccabile. Andando al Sud gli spumanti di Daraprì sono di grande classe.
Tra i metodo Martinotti un rosato inimitabile sono il Rosa del Fae e il Casa Canevel Cuvée Rosa entrambi da Marzemini di Canevel. Ottimo in rosato Il Matia Vezzola di Costaripa e venendo verso il Centro Italia il Rosato di Fontezoppa va benissimo, ma qui nelle Marche una bottiglia suadente, affascinate, sbarazzina è La Passerina di Velenosi, come tra i Prosecco l’Asolo di Aneri. Da applausi il rosato di Donnafugata con l’etichetta di Dolce e Gabbana che scelta di classe. Se ha da essere festa di gran classe e allora sfidiamo il prezzo. In sequenza dal Toscana: Badia Passignano di Antinori, Il Castello di Nipozzano di Frescobaldi, il Paleo di Campolmi, un vino tutto al femminile come il Brunello di Montalcino Casato Prime Donne di Donatella Cinelli Colombini, il Guidalberto della Tenuta San Guido (quella del Sassicaia) firmato da Grazia Grassini, l’Insoglio del Cinghiale di Tenuta di Biserno, i grandi rossi di Monteverro. E poi Villa Gresti il grandissimo Merlot di Guerrieri Gonzaga in Trentino, con in Alto Adige il Pinot Nero Meczan di Hofstatter in Piemonte il Barolo di Gagliardo. In Veneto lascitevi conquistare dal Costasera di Masi o il Vajo Amaron di Serego Alighieri: il primo parla di Romeo e Giulietta, il secondo di Palo e Francesca nei versi del loro avo Dante Alighieri. C’è una grande bottiglia come il Promis di Camarcanda – il tenimento bolgherese di Angelo Gaja oggi affidato ai tre figli Gaia, Rossana e Giovanni – che vale davvero la pena.
Un vino che affascina per potenza, equilibrio e stile è il Sagrantino di Montefalco Collepiano dell’Arnaldo Caprai. Bere un Falesco Montiano di Famiglia Cotarella è arrivare a vette eccelse. Andando al Sud come non lasciarsi incantare dal Radici di Mastroberardino o dal Terre Brune di Santadi e siamo in Sardegna. Tra i bianchi un posto assoluto tutte le bottiglie di Roberto di Di Meo (il Fiano è spettacolare), poi il Verdicchio Utopia di Montecappone nelle Marche dove s’incontrano grandissimi bianchi come il 25 ani della Monacesca, il Cambugiano di Bellisario, il Villa Bucci, il Casal di Serra di Umani Ronchi. Un posto speciale va riservato a tre bianchi assoluti: il Ronco delle Mele di Venica, il Terre Alte di Livio Felluga e il Pinot Bianco di Elena Walch. Questo è solo un modesto campionario di ciò che a San Valentino può scaldarvi il cuore.
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