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2022-12-01
Opposizione a pezzi sull’invio di armi. Giuseppi rimane da solo con Bonelli
Giuseppe Conte (Ansa)
La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.
Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.
Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente».
Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».
Ursula sui morti: gaffe o verità?
Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky.
Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014.
I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina.
Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
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Via libera della Camera alla mozione sulla guerra della maggioranza. Che poi si astiene favorendo quelle di Pd e Iv-Azione. Cadono le proposte di M5s e sinistra. E Conte chiede di coinvolgere l’Aula proprio durante i lavori.La presidente della Commissione Ue: «120.000 vittime ucraine», ma poi taglia il video. Hacker contro il Vaticano, sospetti su Mosca. Ramzan Kadyrov: «Papa vittima di propaganda».Lo speciale contiene due articoli.La giornata di ieri a Montecitorio può essere considerata a tutti gli effetti la prova generale per il decreto sulla proroga dell’invio di armi a Kiev. E allo stesso tempo, guardando i numeri ottenuti dalle varie mozioni sull’Ucraina, contiene in sé una parte della risposta al perché il governo ha deciso, martedì scorso, di ritirare l’emendamento al dl Calabria e annunciare contestualmente la predisposizione di un dl ad hoc al prossimo Consiglio dei ministri utile. Il segnale non ostile che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, attendeva da una parte dell’opposizione è infatti arrivato, così come da parte dell’esecutivo si è dato coerentemente seguito a quanto detto nei giorni scorsi circa la necessità di andare al merito delle questioni, senza muro contro muro ideologico.Il risultato è stato che nell’aula di Montecitorio sono state approvate, oltre naturalmente a quella della maggioranza, le mozioni sulla linea da adottare da parte dell’esecutivo sul conflitto ucraino del Pd e del Terzo polo. I cui contenuti non potevano che coincidere in buona parte con quelli del documento a prima firma Fdi, Lega e Fi, soprattutto per la parte riguardante l’impulso a un negoziato di pace che veda l’Europa (finora la grande assente di tutta questa vicenda) protagonista e a continuare con le misure contro il caro energia e e per l’approvvigionamento alimentare. L’esponente del governo presente in aula, e cioè il sottosegretario agli Esteri, Giorgio Silli, dopo aver ovviamente espresso parere favorevole per la mozione unitaria dei partiti che sostengono il governo, ha annunciato di rimettersi all’aula per i documenti a firma Pd e Terzo polo, il che equivaleva a un’indicazione di voto per l’astensione. E così è stato: la mozione di maggioranza, votata per parti separate, ha avuto il via libera al dispositivo con 241 favorevoli, 62 astenuti e otto contrari, mentre il dispositivo di quella del Pd (votata anch’essa per parti separate) è passata ottenendo 180 astensioni, 140 voti favorevoli e nessun voto contrario. Il dispositivo del documento del Terzo polo, fatta eccezione del primo capoverso in cui si parlava di un invio di armi «senza riserve» all’Ucraina, è invece passato con con 245 astenuti, 66 favorevoli e nessun contrario.Ma è l’esito delle votazioni sui documenti a firma M5s e Alleanza Verdi e Sinistra quello più rilevante in vista del voto sul decreto che verrà: entrambe le mozioni sono state respinte dopo l’espressione di un parere contrario da parte del governo che ha di fatto messo un cuneo tra i grillini e i dem. A questo punto il Pd si è anche potuto permettere il lusso di astenersi sulla mozione del M5s per non irritare l’ala più incline all’abbraccio con Giuseppe Conte. Che è stato il vero mattatore della seduta, non perdendo l’occasione di una ribalta propagandistica su un tema così sentito dalla gente e ha dunque preso la parola nel corso del dibattito. Gli argomenti esposti sono quelli già noti ai più e utilizzati a piene mani nel corso della campagna elettorale: «Appare ormai evidente la postura di questo governo», ha detto, «di andare in Europa con il cappello in mano se si tratta di misure per famiglie, imprese, ambiente e andare con il fuoco negli occhi se si tratta di aumentare le spese militari. Non ha occhi per guardare le vere emergenze del Paese ma ha orecchie ben pronte per raccogliere le istanze delle potenti lobby delle armi». Ma il meglio di sé il leader del M5s lo ha dato nel passaggio in cui, di fronte al rappresentante del governo che aveva poc’anzi esposto il proprio punto di vista su tutte le mozioni sul conflitto e nel pieno di un dibattito parlamentare con tanto di voto su documenti che impegnano l’esecutivo, aggiungeva l’ennesimo paradosso a quelli degli ultimi giorni di lavori parlamentari. Conte chiedeva infatti allo stesso esecutivo di non nascondersi, di «metterci la faccia davanti agli italiani», aggiungendo di pretendere un «passaggio nelle aule parlamentari, in modo che sia garantito ai cittadini il diritto a un’informazione trasparente». Se a questo si aggiunge il fatto che nemmeno 24 ore prima due ministri avevano ritirato un emendamento sull’invio di armi, giustificando il loro atto con la volontà di avviare un confronto approfondito nelle Camere su un provvedimento che parli solo di invio di armi a Kiev, ieri è apparso evidente lo scopo dell’intervento dell’ex premier, cioè quello di continuare ad alimentare l’Opa ostile nei confronti del Pd per la leadership del fronte progressista. Un comunicato diffuso da alcuni parlamentari grillini poco dopo la fine della seduta ha confermato in maniera puntuale questa impressione: «Si conferma la presenza di una maggioranza trasversale», hanno scritto i deputati del M5s della commissione Esteri, «unita da una logica interventista e da uno spirito guerrafondaio. Il Partito democratico non ha oggi votato a favore della nostra mozione, nonostante avesse provato a darsi un’aura pacifista partecipando alla grande mobilitazione per la Pace dello scorso 5 novembre».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/opposizione-invio-armi-conte-bonelli-2658805772.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-sui-morti-gaffe-o-verita" data-post-id="2658805772" data-published-at="1669893007" data-use-pagination="False"> Ursula sui morti: gaffe o verità? Una gaffe, una «voce dal sen fuggita», un errore. Comunque si voglia definire quello che è accaduto alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’annunciare in un videomessaggio la richiesta di istituire un tribunale speciale contro i crimini russi in Ucraina, resta la sensazione che, in questo conflitto, c’è un dato scomodo, sul quale si cerca di sorvolare: i morti ucraini. La von der Leyen aveva infatti fornito una cifra sulle vittime ucraine di questa guerra: «Si stima che finora siano stati uccisi più di 20.000 civili e 100.000 militari ucraini». L’uscita deve aver smosso gli animi in diversi ambienti se, circa due ore dopo, la presidente ha pubblicato un nuovo video in cui la parte che fa riferimento ai morti è stata tagliata. «La stima utilizzata, da fonti esterne, avrebbe dovuto riferirsi alle vittime, cioè sia morti che feriti, e voleva mostrare la brutalità della Russia», ha spiegato la portavoce, Dana Spinant. A conferma che il numero delle povere anime ucraine perse in questo conflitto debba rimanere top secret, è intervenuto il capo del Dipartimento delle pubbliche relazioni delle forze armate ucraine, Bohdan Senyk. «Le perdite dell’esercito ucraino sono informazioni ufficiali e riservate», il laconico commento. Eppure proprio nella stessa giornata, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha fornito le cifre ipotetiche dei soldati russi già uccisi e che moriranno sul campo, a dimostrazione che il numero di morti è un dato che può orientare l’opinione pubblica. «Quest’anno la Russia perderà 100.000 dei suoi soldati e solo Dio sa quanti mercenari», la stima di Zelensky. Intanto sul terreno continuano a salire tragicamente quei numeri che si vogliono tenere nascosti. L’esercito russo ha bombardato l’ospedale di Belopolye, nella regione nordorientale di Sumy e un adolescente è rimasto ucciso. Attacchi russi hanno colpito il centro di Kherson, uccidendo una donna nel suo appartamento. Sempre nella regione di Kherson, è stato preso di mira l’acquedotto di Dnipro Mykolaiv. «Gli occupanti continuano a bombardare», ha detto Vitaliy Kim, capo dell’amministrazione militare regionale. Le infrastrutture sono state colpite anche sull’altro lato della barricata. Due distretti della regione russa di Kursk, vicino al confine con l’Ucraina, sono rimasti parzialmente senza energia elettrica a causa di un bombardamento delle truppe di Kiev. Lo ha detto il governatore della regione, Roman Starovoit. Un incendio provocato forse da un drone infuria in un deposito petrolifero nell’Oblast di Bryansk, in Russia. La tensione cresce sempre di più in Crimea, dove pare che gruppi di sabotatori ucraini si stiano organizzando per assaltare la penisola annessa da Mosca nel 2014. I dissapori di questa guerra varcano i confini delle nazioni coinvolte e arrivano in Spagna, dove un impiegato dell’ambasciata ucraina a Madrid è rimasto ferito dopo aver aperto un pacchetto risultato essere una bomba carta. Le sue condizioni non sarebbero gravi. Intanto l’azienda russa Rosenergoatom ha annunciato la nomina di un nuovo direttore della centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, occupata dalle forze russe. Yury Chernichuk sostituirà il precedente direttore, Ihor Murashov, accusato di aver collaborato con l’Ucraina. Sul fronte diplomatico, si trascina la polemica sulle frasi del Pontefice, che aveva parlato di particolare crudeltà dei soldati ceceni e buriati. «Papa Francesco è vittima della propaganda», ha commentato il leader ceceno Ramzan Kadyrov. «Ogni combattente ceceno sa che in tempo di guerra non bisogna dimenticare l’onore, la dignità e anche il rispetto del nemico, come insegna l’islam». E nel pomeriggio, quasi tutti i siti Web della Santa Sede sono andati in down. Dopo una smentita, il Vaticano ha confermato «tentativi anomali di accesso». Un attacco hacker arrivato proprio dopo le critiche del Pontefice nei confronti delle truppe di Mosca.
Presentato il cartellone 2026/27: quindici titoli, nove nuovi allestimenti, tre appuntamenti dedicati alla danza e il gioiello barocco di Vivaldi Juditha triumphans. Un’ambiziosa tetralogia verista per l’inaugurazione e il gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij e la regia di Robert Carsen.
Dopo aver indossato il «Rosso» del sangue e del desiderio nella fortunata stagione che sta per chiudersi, il Teatro Regio di Torino ne annuncia una «Fatale» per il 2026/2027. Nulla di funesto - dove c’è un sipario la scaramanzia regna - l’orizzonte è la «volontà del fato» e il significato della vita. «La tragedia greca», spiega il sovrintendente francese Mathieu Jouvin, «ci insegna che è la morte a trasformare l’esistenza in destino. L’idea che ognuno di noi possa forgiare il suo a piacimento è molto moderna, ma forse non così vera. In questo senso il teatro può aiutarci ad accettare la realtà così com’è». Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle, e per realizzarlo il tempio sabaudo dell’Opera rilancia, passando da 10 a 15 titoli e da quattro a nove nuovi allestimenti (confermati i tre appuntamenti dedicati alla danza), con un gioiello barocco: Juditha triumphans, l’unico oratorio di Antonio Vivaldi arrivato a noi in forma integrale (a proposito, a pochi passi dal Regio c’è una collezione di manoscritti del Prete rosso che vale miliardi: bit.ly/4wiN0cc il link per i curiosi). Il totale fa 92 recite, numero fortunato all’ombra della Mole perché è anche la percentuale di riempimento della rassegna 2025/26, che si concluderà in giugno con Tosca di Giacomo Puccini (buona la Prima, mercoledì sera, del penultimo titolo in cartellone, I Puritani di Vincenzo Bellini: finale col botto, anzi con uno sparo di troppo, che si porta via il povero Arturo e l’happy ending).
Si parte il 15 ottobre con un’inaugurazione ardita: una tetralogia verista che omaggia Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo, due «soccombenti», direbbe Thomas Bernhard, davanti ai trionfi di Puccini. Dopo la consueta accoppiata dei rispettivi successi di gioventù, Cavalleria rusticana-Pagliacci, toccherà infatti alla Bohéme di Leoncavallo (27 ottobre) e a Iris di Mascagni (5 novembre). Inutile ricordare che la prima venne surclassata dal compositore lucchese, divertito dal fatto che il rivale stesse lavorando al medesimo soggetto («Egli musichi, io musicherò. Il pubblico giudicherà», sentenzierà sul Corsera) e la seconda - ambientata in Giappone - finì nel cono d’ombra di Madama Butterfly. «Una grande sfida produttiva», come l’ha definita il direttore artistico, Cristiano Sandri, un mini festival da 22 recite in poco più di un mese, che verrà affidato all’ottima bacchetta del direttore musicale, Andrea Battistoni, e a due registi, che si spartiranno i compositori: Francesco Micheli (Leoncavallo) e Daniele Menghini (Mascagni).
Nel tempo di Natale, come da tradizione, tornerà in primo piano la danza (da Roberto Bolle and Friends al Tokyo Ballet, fino all’immancabile Schiaccianoci di Ciajkovskij), mentre nel 2027 l’evocato Puccini marcherà il territorio con Edgar (26 gennaio), in una rara versione originaria in quattro atti. E Giuseppe Verdi? L’appassionato pubblico torinese, che ieri ha chiesto quando tornerà il Maestro Riccardo Muti e ha manifestato il desiderio di vedere rappresentati i titoli più trascurati del Cigno di Busseto, dovrà «accontentarsi» di Traviata (27 febbraio, regia di Jacopo Spirei), l’opera più eseguita al mondo. E potrà consolarsi, ad esempio, con Salome di Richard Strauss (6 aprile), diretta per la prima volta a Torino da Axel Kober. Gran finale russo con Evgenij Onegin di Ciajkovskij (15 giugno) e la celebre regia di Robert Carsen per il Met (nel 2027 compirà 30 anni), che pochi mesi fa ha commosso fino alle lacrime il Regio riproponendo la sua insuperabile visione dei Dialoghi delle carmelitane di Francis Poulenc.
Sicuri che l’Opera non importi più a nessuno, come dice il piccolo Timothée Chalamet? Da queste parti non la pensano così e tirano dritto. L’Anteprima giovani, ci fa sapere il teatro, in tre anni ha fatto registrare 35.000 presenze, con una vera e propria corsa forsennata al biglietto sia per i grandi classici, sia per i titoli meno pop (per polverizzare i tagliandi a volte bastano pochi minuti). Per tutto il resto c’è la Regio card, che permette agli studenti di tirar fuori solo 10 euro. Mica male per fare i conti con la volontà del fato e il significato della vita.
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