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2021-08-13
Operai, steward, genitori e docenti. Scioperi e proteste contro la card
Ansa
Tra bollino rosso da clima e carta verde da vaccino il Ferragosto si preannuncia piuttosto «caldo». Il weekend festivo sarà un banco di prova per il green pass tra criticità e lamentele, oltre che scioperi annunciati. Dopo le indicazioni del Viminale, che ha esortato alla massima attenzione sulle verifiche per il Qr code, le città stanno organizzando il piano dei controlli annunciando i vari Comitati provinciali per la sicurezza, con forze dell'ordine e vigili urbani in campo per le verifiche.
Mentre la Spagna dichiara illegittimo il documento che dimostra che siamo vaccinati con due dosi contro il Covid-19, abbiamo fatto un tampone nelle ultime 48 ore o siamo guariti dal virus, da noi resta obbligatorio in ristoranti al chiuso, piscine e palestre, cinema e teatri, sale gioco, fiere ed eventi sportivi e scatta la denuncia per chi viene trovato in possesso di un lasciapassare falso. Il gestore del locale che non controlla il Qr code dei clienti, dai 12 anni in su, rischia sempre una sanzione da 400 a 1.000 euro e in caso di violazione reiterata per tre volte, in tre giorni diversi, l'esercizio potrebbe essere chiuso da uno a dieci giorni. Il ristoratore non è tenuto però a controllare il documento l'identità del cliente dopo la pronuncia del Garante della privacy e il passo indietro del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, (dopo i primi ricorsi delle Regioni) sul decreto che in un primo momento aveva scaricato tutte le responsabilità dei controlli sugli esercenti. Dovranno farlo solo «quando appaia manifesta incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione» e, in ogni caso, la verifica della veridicità del green pass spetta alle forze dell'ordine che effettueranno controlli a campione. Come ha specificato il Viminale «per verificare se una carta verde è autentica bisogna utilizzare l'app gratuita VerificaC19 installata su un dispositivo mobile (non è necessario il collegamento Internet).
Ma mentre proprio i ristoratori hanno già denunciato le falle dell'app che s'inceppa quando deve leggere il codice Qr nella versione cartacea e con gli smartphone datati, molte prefetture stanno allestendo delle linee dirette per rispondere in via prioritaria alle chiamate dei titolari di locali.
Nel frattempo però cresce il malumore tra gli steward che, anche se deputati ai controlli, respingono le indicazioni ministeriali e cioè sono disposti a controllare i documenti, per esempio negli stadi, ma non il green pass. Nel frattempo, secondo gli esperti, resta molto alto il rischio di falsificazione del documento. Su Telegram sono attivi 2.500 gruppi che vendono green pass «tarocchi» e il seguito dei gruppi è aumentato del 566%: alcuni contano una media di 100.000 follower mentre altri superano addirittura i 450.000 seguaci e, tra i Paesi coinvolti nella domanda di Qr fasulli, anche l'Italia compare tra i venditori sul Dark Web.
Uno dei nodi che il governo non ha ancora sciolto è quello del green pass obbligatorio nei luoghi di lavoro. Ma intanto per domani nella coreana Hanon Systems di Campiglione Fenile, in provincia di Torino, sono state annunciate due ore di sciopero, con uscita anticipata su tutti i turni. La protesta, indetta dalle Rsu della Fim Cisl, riguarda l'esclusione dalla mensa aziendale per i lavoratori sprovvisti di green pass, annunciata dalla direzione risorse umane ai 600 dipendenti una settimana dopo aver allestito dei gazebo esterni. Secondo l'azienda infatti, i lavoratori non vaccinati dovranno mangiare all'aperto e questo ha fatto scattare la protesta sindacale perché si tratta di una decisione «frutto di una mera ed errata interpretazione del decreto, che parla di esercizi che somministrano cibi e bevande e non di mense aziendali che già tra l'altro applicano i protocolli Covid».
E sempre da Torino è partita la battaglia dei 600 insegnanti «No green pass» che mercoledì hanno mandato in tilt il traffico cittadino. Erano insegnanti, lavoratori del mondo della scuola, studenti dell'università e genitori di ragazzi tra i 12 e i 18 anni, preoccupati per il ventilato obbligo di vaccinarsi per andare a scuola. E sono pronti a farsi sentire di nuovo. Secondo il dl, per tornare in aula a settembre è obbligatorio il green pass per tutto il personale scolastico, vale a dire oltre 1,4 milioni tra docenti e bidelli, presidi e segretari. Non solo, servono controlli mirati sul personale non vaccinato ma gli istituti non sanno ancora come procedere. Tecnicamente, sarà compito dei dirigenti scolastici verificare il possesso della certificazione rischiando una sanzione fino a 1.000 euro. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, insiste nel dire che il «green pass non è coercitivo ma è l'unico che permetterà di riaprire la scuola a settembre», i sindacati sono contro l'obbligo e sostengono che «la scuola non si riapre per decreto», mentre l'Associazione nazionale dei presidi, chiede 8.000 assunzioni o verifiche soltanto sui non vaccinati e sui no vax: chi non esibisce il green pass resta a casa, ma dopo cinque giorni di assenza scatta la sospensione senza retribuzione, ma non il licenziamento.
Anche il Pd ha trovato la sua scappatoia: il green pass è obbligatorio, ma non sarà controllato all'ingresso della Festa dell'Unità di Bologna. Il certificato verde sarà invece chiesto e scansionato dagli oltre 5.000 volontari per entrare nelle due sale dibattito coperte e nella libreria. Sempre dall'area dem arriva l'ultima criticità segnalata dalla senatrice Monica Cirinnà, che si ribella in quanto attivista Lgbt: «C'è un aspetto che tocca direttamente la vita delle persone, transgender, rischiando di ferirle, di violarne privacy, di metterle in difficoltà. È necessario intervenire per garantire la riservatezza».
In Friuli test gratis ai non vaccinabili
In Friuli Venezia Giulia il tampone è gratuito in farmacia per chi, a causa di problemi di salute, non può vaccinarsi. Lo ha annunciato ieri il governatore friulano, Massimiliano Fedriga, spiegando che, «grazie a risorse regionali, che si sommano a quelle statali, in Friuli Venezia Giulia le persone impossibilitate a sottoporsi alla vaccinazione per il Covid-19 per comprovati motivi di salute potranno effettuare gratuitamente il tampone rapido antigenico in farmacia. Inoltre», ha aggiunto, «verrà abbattuto di ulteriori 3 euro il costo del tampone per i ragazzi dai 12 ai 18 anni, che passerà così dagli attuali 8 a 5 euro».
Aziende sanitarie, Irccs e farmacie hanno ricevuto la nota della direzione Salute regionale. «Si tratta di una misura di equità nei confronti delle persone che, per motivi sanitari confermati da un certificato medico, non possono vaccinarsi e di conseguenza con l'introduzione del green pass avrebbero rischiato di essere penalizzate», spiega la Regione.
Una buona notizia a metà, o anche meno, rispetto all'accesso gratuito per la popolazione che, tra l'altro, permetterebbe di fotografare meglio anche l'andamento della pandemia. Il rischio di simili iniziative, anche se lodevoli da un certo punto di vista, è di complicare un sistema già caotico, almeno a livello amministrativo perché inseriscono un'ulteriore variabile per le farmacie (già diventate anche copisterie per stampare il lasciapassare). Gestito in questo modo, il green pass è potenzialmente discriminatorio perché il servizio sarà a macchia di leopardo. Non tutte le farmacie hanno scelto di fare test rapidi per il Covid e quindi non tutti coloro che si recheranno con un certificato potranno ricevere, dal loro farmacista, il documento gratuito. C'è poi un altro aspetto critico. Il prezzo dei tamponi rapidi è stato ridotto, in Friuli, solo per gli under 18: dai 19 anni si continua pagare il prezzo calmierato a 15 euro.
È innegabile, il green pass sta trasformando l'estate di chi non è immunizzato e ha più di 12 anni - non necessariamente no vax, ma semplicemente impossibilitato a fare il vaccino o ancora in attesa - in un continuo esborso per il test rapido. Di fatto una sorta di Covid tax che grava non solo sui consumi, ma anche sugli affetti, per esempio, di un nipote che vuole far visita a un parente anziano in una residenza (Rsa). Come è noto, per ottenere il lasciapassare per cenare all'interno di un ristorante, ma anche per accedere a piscine o parchi divertimento, è necessario essere immunizzati, essere guariti dal Covid o avere il test negativo nelle precedenti 48 ore. Considerando che meno di un quarto di chi ha 12-18 anni ha ricevuto due dosi di vaccino, è chiaro che il ricorso al tampone, anche solo per mangiare una pizza in famiglia, ha un costo maggiorato (se non raddoppiato): quello del test rapido. La questione poi diventa più gravosa se si considera l'accesso a piscine o parchi a tema in cui il costo del test si somma a quello del biglietto. Non è un caso che si sia registrato un crollo delle presenze in questi ambienti dopo la stretta del green pass.
Oltre al Friuli, anche il Veneto, da martedì 10 agosto, prevede il tampone gratuito per chi ha la prescrizione del medico o appartiene ad alcune categorie particolari. Attualmente la Regione Lombardia ha ulteriormente sgravato le famiglie da questo onere prevedendo l'esecuzione gratuita del tampone per familiari e visitatori di ospiti di residenze per anziani (Rsa, Rsd) insegnanti, personale scolastico, bambini e ragazzi dai 6 ai 19 anni. Tutte buone intenzioni, ma servirebbe un passo in più.
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Lavoratori fermi oggi a Torino dopo il no alla mensa per chi non ha il lasciapassare verde. Si ribellano anche gli addetti alla sicurezza degli eventi: «Le verifiche non spettano a noi». Insegnanti pronti a tornare in piazza. Massimiliano Fedriga aiuta chi è costretto a rifiutare la dose e abbassa i prezzi. Una novità positiva che però si scarica sulle farmacie e non abbatte quella che è ormai una nuova tassa. Lo speciale contiene due articoli. Tra bollino rosso da clima e carta verde da vaccino il Ferragosto si preannuncia piuttosto «caldo». Il weekend festivo sarà un banco di prova per il green pass tra criticità e lamentele, oltre che scioperi annunciati. Dopo le indicazioni del Viminale, che ha esortato alla massima attenzione sulle verifiche per il Qr code, le città stanno organizzando il piano dei controlli annunciando i vari Comitati provinciali per la sicurezza, con forze dell'ordine e vigili urbani in campo per le verifiche. Mentre la Spagna dichiara illegittimo il documento che dimostra che siamo vaccinati con due dosi contro il Covid-19, abbiamo fatto un tampone nelle ultime 48 ore o siamo guariti dal virus, da noi resta obbligatorio in ristoranti al chiuso, piscine e palestre, cinema e teatri, sale gioco, fiere ed eventi sportivi e scatta la denuncia per chi viene trovato in possesso di un lasciapassare falso. Il gestore del locale che non controlla il Qr code dei clienti, dai 12 anni in su, rischia sempre una sanzione da 400 a 1.000 euro e in caso di violazione reiterata per tre volte, in tre giorni diversi, l'esercizio potrebbe essere chiuso da uno a dieci giorni. Il ristoratore non è tenuto però a controllare il documento l'identità del cliente dopo la pronuncia del Garante della privacy e il passo indietro del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, (dopo i primi ricorsi delle Regioni) sul decreto che in un primo momento aveva scaricato tutte le responsabilità dei controlli sugli esercenti. Dovranno farlo solo «quando appaia manifesta incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione» e, in ogni caso, la verifica della veridicità del green pass spetta alle forze dell'ordine che effettueranno controlli a campione. Come ha specificato il Viminale «per verificare se una carta verde è autentica bisogna utilizzare l'app gratuita VerificaC19 installata su un dispositivo mobile (non è necessario il collegamento Internet). Ma mentre proprio i ristoratori hanno già denunciato le falle dell'app che s'inceppa quando deve leggere il codice Qr nella versione cartacea e con gli smartphone datati, molte prefetture stanno allestendo delle linee dirette per rispondere in via prioritaria alle chiamate dei titolari di locali. Nel frattempo però cresce il malumore tra gli steward che, anche se deputati ai controlli, respingono le indicazioni ministeriali e cioè sono disposti a controllare i documenti, per esempio negli stadi, ma non il green pass. Nel frattempo, secondo gli esperti, resta molto alto il rischio di falsificazione del documento. Su Telegram sono attivi 2.500 gruppi che vendono green pass «tarocchi» e il seguito dei gruppi è aumentato del 566%: alcuni contano una media di 100.000 follower mentre altri superano addirittura i 450.000 seguaci e, tra i Paesi coinvolti nella domanda di Qr fasulli, anche l'Italia compare tra i venditori sul Dark Web. Uno dei nodi che il governo non ha ancora sciolto è quello del green pass obbligatorio nei luoghi di lavoro. Ma intanto per domani nella coreana Hanon Systems di Campiglione Fenile, in provincia di Torino, sono state annunciate due ore di sciopero, con uscita anticipata su tutti i turni. La protesta, indetta dalle Rsu della Fim Cisl, riguarda l'esclusione dalla mensa aziendale per i lavoratori sprovvisti di green pass, annunciata dalla direzione risorse umane ai 600 dipendenti una settimana dopo aver allestito dei gazebo esterni. Secondo l'azienda infatti, i lavoratori non vaccinati dovranno mangiare all'aperto e questo ha fatto scattare la protesta sindacale perché si tratta di una decisione «frutto di una mera ed errata interpretazione del decreto, che parla di esercizi che somministrano cibi e bevande e non di mense aziendali che già tra l'altro applicano i protocolli Covid». E sempre da Torino è partita la battaglia dei 600 insegnanti «No green pass» che mercoledì hanno mandato in tilt il traffico cittadino. Erano insegnanti, lavoratori del mondo della scuola, studenti dell'università e genitori di ragazzi tra i 12 e i 18 anni, preoccupati per il ventilato obbligo di vaccinarsi per andare a scuola. E sono pronti a farsi sentire di nuovo. Secondo il dl, per tornare in aula a settembre è obbligatorio il green pass per tutto il personale scolastico, vale a dire oltre 1,4 milioni tra docenti e bidelli, presidi e segretari. Non solo, servono controlli mirati sul personale non vaccinato ma gli istituti non sanno ancora come procedere. Tecnicamente, sarà compito dei dirigenti scolastici verificare il possesso della certificazione rischiando una sanzione fino a 1.000 euro. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, insiste nel dire che il «green pass non è coercitivo ma è l'unico che permetterà di riaprire la scuola a settembre», i sindacati sono contro l'obbligo e sostengono che «la scuola non si riapre per decreto», mentre l'Associazione nazionale dei presidi, chiede 8.000 assunzioni o verifiche soltanto sui non vaccinati e sui no vax: chi non esibisce il green pass resta a casa, ma dopo cinque giorni di assenza scatta la sospensione senza retribuzione, ma non il licenziamento. Anche il Pd ha trovato la sua scappatoia: il green pass è obbligatorio, ma non sarà controllato all'ingresso della Festa dell'Unità di Bologna. Il certificato verde sarà invece chiesto e scansionato dagli oltre 5.000 volontari per entrare nelle due sale dibattito coperte e nella libreria. Sempre dall'area dem arriva l'ultima criticità segnalata dalla senatrice Monica Cirinnà, che si ribella in quanto attivista Lgbt: «C'è un aspetto che tocca direttamente la vita delle persone, transgender, rischiando di ferirle, di violarne privacy, di metterle in difficoltà. È necessario intervenire per garantire la riservatezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/operai-steward-genitori-e-docenti-scioperi-e-proteste-contro-la-card-2654650150.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-friuli-test-gratis-ai-non-vaccinabili" data-post-id="2654650150" data-published-at="1628799250" data-use-pagination="False"> In Friuli test gratis ai non vaccinabili In Friuli Venezia Giulia il tampone è gratuito in farmacia per chi, a causa di problemi di salute, non può vaccinarsi. Lo ha annunciato ieri il governatore friulano, Massimiliano Fedriga, spiegando che, «grazie a risorse regionali, che si sommano a quelle statali, in Friuli Venezia Giulia le persone impossibilitate a sottoporsi alla vaccinazione per il Covid-19 per comprovati motivi di salute potranno effettuare gratuitamente il tampone rapido antigenico in farmacia. Inoltre», ha aggiunto, «verrà abbattuto di ulteriori 3 euro il costo del tampone per i ragazzi dai 12 ai 18 anni, che passerà così dagli attuali 8 a 5 euro». Aziende sanitarie, Irccs e farmacie hanno ricevuto la nota della direzione Salute regionale. «Si tratta di una misura di equità nei confronti delle persone che, per motivi sanitari confermati da un certificato medico, non possono vaccinarsi e di conseguenza con l'introduzione del green pass avrebbero rischiato di essere penalizzate», spiega la Regione. Una buona notizia a metà, o anche meno, rispetto all'accesso gratuito per la popolazione che, tra l'altro, permetterebbe di fotografare meglio anche l'andamento della pandemia. Il rischio di simili iniziative, anche se lodevoli da un certo punto di vista, è di complicare un sistema già caotico, almeno a livello amministrativo perché inseriscono un'ulteriore variabile per le farmacie (già diventate anche copisterie per stampare il lasciapassare). Gestito in questo modo, il green pass è potenzialmente discriminatorio perché il servizio sarà a macchia di leopardo. Non tutte le farmacie hanno scelto di fare test rapidi per il Covid e quindi non tutti coloro che si recheranno con un certificato potranno ricevere, dal loro farmacista, il documento gratuito. C'è poi un altro aspetto critico. Il prezzo dei tamponi rapidi è stato ridotto, in Friuli, solo per gli under 18: dai 19 anni si continua pagare il prezzo calmierato a 15 euro. È innegabile, il green pass sta trasformando l'estate di chi non è immunizzato e ha più di 12 anni - non necessariamente no vax, ma semplicemente impossibilitato a fare il vaccino o ancora in attesa - in un continuo esborso per il test rapido. Di fatto una sorta di Covid tax che grava non solo sui consumi, ma anche sugli affetti, per esempio, di un nipote che vuole far visita a un parente anziano in una residenza (Rsa). Come è noto, per ottenere il lasciapassare per cenare all'interno di un ristorante, ma anche per accedere a piscine o parchi divertimento, è necessario essere immunizzati, essere guariti dal Covid o avere il test negativo nelle precedenti 48 ore. Considerando che meno di un quarto di chi ha 12-18 anni ha ricevuto due dosi di vaccino, è chiaro che il ricorso al tampone, anche solo per mangiare una pizza in famiglia, ha un costo maggiorato (se non raddoppiato): quello del test rapido. La questione poi diventa più gravosa se si considera l'accesso a piscine o parchi a tema in cui il costo del test si somma a quello del biglietto. Non è un caso che si sia registrato un crollo delle presenze in questi ambienti dopo la stretta del green pass. Oltre al Friuli, anche il Veneto, da martedì 10 agosto, prevede il tampone gratuito per chi ha la prescrizione del medico o appartiene ad alcune categorie particolari. Attualmente la Regione Lombardia ha ulteriormente sgravato le famiglie da questo onere prevedendo l'esecuzione gratuita del tampone per familiari e visitatori di ospiti di residenze per anziani (Rsa, Rsd) insegnanti, personale scolastico, bambini e ragazzi dai 6 ai 19 anni. Tutte buone intenzioni, ma servirebbe un passo in più.
(Ansa)
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
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Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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Getty Images
La formano, oltre ai sindacalisti e ai partigiani Nonna Roma, Arci e «oltre trenta realtà associative antifasciste». Nel testo esprimono «la più netta contrarietà e preoccupazione in merito alla manifestazione annunciata per il 13 giugno a Roma sulla cosiddetta remigrazione, una proposta razzista e xenofoba, in aperto contrasto con i valori della Costituzione, con i principi fondamentali della democrazia e con la natura antifascista della nostra Repubblica. Riteniamo estremamente grave», dicono Cgil e soci, «che nella Capitale d’Italia possano trovare spazio soggetti che diffondono e promuovono il rimpatrio forzato delle persone straniere nei Paesi di provenienza, riproponendo nei fatti ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che richiamano le pagine più oscure e vergognose della storia italiana. Roma è una città multiculturale per storia e per tradizione, da sempre attraversata dall’intreccio di popoli, culture e differenze. È inoltre Città Medaglia d’Oro per la Resistenza. Proprio per questo, lo svolgimento di una manifestazione che intende richiamarsi a una nuova marcia su Roma appare ancora più inaccettabile e provocatorio, perché colpisce direttamente l’identità democratica, antifascista e inclusiva della città».
Insomma, Anpi e sindacato ritengono che «le istituzioni abbiano il dovere di dare un segnale netto, a difesa della convivenza civile, della dignità delle persone e dei principi democratici su cui si fonda la nostra Repubblica». In nome dell’antifascismo e della democrazia, i progressisti pretendono che sindaco e prefetto di Roma intervengano «nei rispettivi ambiti di competenza, affinché venga impedito lo svolgimento di questa manifestazione e di ogni altra iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione e sulla negazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione».
La solfa la conosciamo, è la stessa di sempre: se non sei d’accordo con loro, devi essere ridotto al silenzio. Ci sarebbe perfino da ignorarli, se questi continui appelli alla cancellazione delle idee divergenti non avessero ogni volta un effetto. Di solito infatti funziona così: viene annunciata una manifestazione di destra, Anpi e compagni fanno caciara, si alza il polverone e le autorità decidono di spostare la manifestazione per «ragioni di ordine pubblico». È accaduto di recente a Bologna, dove l’evento sulla remigrazione è stato confinato in periferia, perdendo ovviamente appeal. Ma anche qualora il programma non cambi il danno c’è ugualmente: qualcuno che magari avrebbe voluto presentarsi in piazza potrebbe rimanere a casa per evitare problemi. Già, perché non solo i simpatici antifa hanno chiesto la censura. Esattamente come accaduto a Milano in occasione di una manifestazione della Lega, Cgil, Anpi e altri hanno convocato un contro corteo, con tanto di locandina disegnata da Zerocalcare, antifascista di professione al servizio di Netflix.
In pratica i nostri eroi protestano contro altri cittadini che protestano. Fantastico, democrazia in purezza. Come spesso accade, poi, alla contro manifestazione della Cgil se ne affiancherà un’altra organizzata da Potere al popolo e affini. Vecchia tecnica: partigiani, sindacato e sinistra di palazzo forniscono la copertura istituzionale. Poi arrivano gli antagonisti a fare il lavoro sporco. Qualora ci fossero disordini, ovviamente, darebbero tutti la colpa alla destra.
È un sistema patetico, che tuttavia porta ancora qualche risultato. Ha addirittura un piccolo aspetto di utilità: mostra cioè quale sia la funzione esclusiva di Cgil e Anpi. E fa riflettere sul ruolo del sindacato: continua da anni a chiedere frontiere aperte e accoglienza, poi però frigna e si sbraccia se i caporali pakistani bruciano vivi quattro connazionali schiavi. Forse se perdessero meno tempo a chiedere di tappare la bocca agli altri e si occupassero con più serietà dei diritti dei lavoratori oggi saremmo in una situazione diversa e non ci sarebbe bisogno di chiedere la remigrazione.
Quello che Cgil e sinistra tutta non capiscono è che la remigrazione è semplicemente la soluzione più umana e pacifica a un problema che potrebbe provocare ben altre reazioni. Basti guardare che cosa accade nel Regno Unito. Dopo un rifugiato ha cercato di sgozzare un uomo in Irlanda del Nord, a Belfast sono esplose manifestazioni piuttosto ruvide. Altre si sono viste in Inghilterra, anzi si vedono ormai da un paio di anni almeno. Finora i governi d’Albione hanno duramente represso ogni protesta, arrivando a incarcerare perfino chi osava pubblicare commenti online a supporto dei cortei. Il premier britannico Starmer non sembra avere cambiato atteggiamento: ieri ha condannato con durezza i disordini di Belfast. Ebbene, la Cgil (più in piccolo) e Starmer fanno le stesse cose: ostacolano e biasimano chi protesta, e intanto alimentano il caos migratorio. Tacciono di fronte a delitti, stupri e disagi, ma strepitano contro il fascismo immaginario.
Proprio l’Irlanda però dovrebbe offrire una importante lezione. A forza di comprimere il malcontento, a forza di censurare, prima o poi si ottiene una deflagrazione. La remigrazione è l’unico modo per evitarla.
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Il sindaco di Genova Ilaria Salis (Ansa)
Titolo: «Il vero anno della giunta Salis». Con una precisazione che ha tutta l’aria di una stilettata: «Per i giornalisti accesso libero e domande libere». È il cuore dello scontro politico su una città in preda ad aggressioni, risse, accoltellamenti, degrado, bivacchi, paura nei quartieri centrali e polemiche sulla sicurezza. Il centrodestra genovese vuole mettere in fila tutto. E la conferenza arriva dopo una giornata pesantissima in Consiglio comunale. L’opposizione aveva chiesto alla sindaca di scusarsi per gli insulti rivolti alla minoranza. Salis, in quel momento, non era tra i banchi. Al suo rientro è stata nuovamente sollecitata a chiedere scusa. Non lo ha fatto. Poi, a fine seduta, ha dichiarato pubblicamente di essere rientrata in un’aula vuota.
Ma secondo i gruppi di opposizione quella ricostruzione sarebbe stata smentita dalle riprese ufficiali del Consiglio comunale. In aula, sostengono, erano presenti consiglieri di entrambi gli schieramenti. «Salis non si permetta più di parlare di trasparenza, perché è chiaro ed evidente che si tratta di un concetto a lei sconosciuto e che non le appartiene». La nota a firma dei capigruppo dell’opposizione, Alessandra Bianchi per Fratelli d’Italia, Paola Bordilli per la Lega, Pietro Piciocchi per Vince Genova, Ilaria Cavo (più votata in Consiglio comunale e parlamentare) per Orgoglio Genova-Noi moderati, Mario Mascia per Forza Italia e Sergio Gambino per il Gruppo misto, rende l’idea del clima.
Ma il vero fronte resta la sicurezza. Nelle stesse ore dello scontro politico a Palazzo Tursi, Genova era già dentro una nuova sequenza di cronaca. Martedì mattina, in poche ore, un uomo è finito accoltellato in vico delle Vigne dopo una spedizione punitiva a casa di tre algerini arrivati da poco in città, una quattordicenne, sulla Darsena, si è beccata un pugno in pieno volto da una ragazza che voleva rapinarla del cellulare, dei turisti hanno dovuto schivare un lancio di bottiglie scagliate da spacciatori e una lite tra due senza tetto finita a bastonate.
In Consiglio comunale era esploso sul tema sicurezza dopo il delitto di Pietro Alberto Paolo Signor ai giardini di villetta Di Negro. «Non fate gli avvoltoi su quello che è un problema endemico del Paese, l’assassino di Signor avrebbe dovuto essere rimpatriato quattro anni fa, dall’inizio del 2026 la polizia locale ha fermato 35 irregolari, sapete quanti ne sono stati rimpatriati? Zero», aveva attaccato Salis rivolgendosi al centrodestra. Una frase che, nel tentativo di scaricare sul governo il problema dei rimpatri, finisce però per certificare un dato politico: 35 irregolari fermati e nessun rimpatrio. Il tema torna anche nell’interrogazione presentata in aula dal consigliere di Fratelli d’Italia Valeriano Vacalebre sulla situazione di piazza Brignole e dei giardini vicini a via Galata. Secondo quanto riferito dal consigliere, i residenti denunciano frequentazioni problematiche soprattutto nelle ore serali e notturne, bivacchi, consumo di alcol, rifiuti lasciati ovunque e molestie ai passanti. Vacalebre sostiene che alcuni cittadini abbiano documentato tutto con fotografie e inviato ripetute segnalazioni alle forze dell’ordine e alla polizia locale. E riferisce anche che, secondo diverse testimonianze raccolte nella zona, tra le persone che gravitano negli assembramenti vi sarebbero minori non accompagnati provenienti da una struttura vicina. La sequenza, però, va avanti da mesi. Il 6 maggio Genova si sveglia con l’ennesima rissa nel centro storico, tra via Gramsci e ponte Parodi. Quattro stranieri senza fissa dimora e irregolari sul territorio si inseguono e si colpiscono a bottigliate poco prima dell’alba. Due i feriti.
Ma la sicurezza non è l’unico tema al centro del dibattito locale. Ieri è scoppiato il caso dei posti vip al concerto. Che, in una città già attraversata dalle polemiche, rischia di diventare il simbolo perfetto del modello Salis. La scena è questa: piazza della Vittoria trasformata nel grande palco dell’Rds Summer festival, migliaia di persone attese sotto il palco e un messaggio interno che comincia a circolare nelle chat della maggioranza. «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza». Accesso garantito all’area privilegiata davanti al palco, quella blindata dalle transenne e normalmente riservata agli ospiti vip. Settantadue posti in totale. Tutti destinati ai consiglieri della maggioranza e ai loro accompagnatori. Mentre il resto della piazza resta al di là dalle transenne. Il messaggio, che invita i consiglieri a ritirare «tassativamente» i biglietti al sesto piano di Palazzo Tursi, dettaglia persino la logistica dell’operazione: i ticket arriveranno venerdì mattina e dovranno essere ritirati durante la giornata. La sindaca salirà sul palco alle 21 per il saluto istituzionale. Politicamente è benzina. Perché l’immagine che passa è questa: la piazza è pubblica, ma la prima fila no. Da una parte i cittadini compressi dietro le barriere. Dall’altra gli amministratori con pass privilegiato sotto il palco. Mentre Genova discute di aggressioni e degrado, a Palazzo Tursi si organizzano gli ingressi vip per il concerto.
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