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2021-08-13
Operai, steward, genitori e docenti. Scioperi e proteste contro la card
Ansa
Tra bollino rosso da clima e carta verde da vaccino il Ferragosto si preannuncia piuttosto «caldo». Il weekend festivo sarà un banco di prova per il green pass tra criticità e lamentele, oltre che scioperi annunciati. Dopo le indicazioni del Viminale, che ha esortato alla massima attenzione sulle verifiche per il Qr code, le città stanno organizzando il piano dei controlli annunciando i vari Comitati provinciali per la sicurezza, con forze dell'ordine e vigili urbani in campo per le verifiche.
Mentre la Spagna dichiara illegittimo il documento che dimostra che siamo vaccinati con due dosi contro il Covid-19, abbiamo fatto un tampone nelle ultime 48 ore o siamo guariti dal virus, da noi resta obbligatorio in ristoranti al chiuso, piscine e palestre, cinema e teatri, sale gioco, fiere ed eventi sportivi e scatta la denuncia per chi viene trovato in possesso di un lasciapassare falso. Il gestore del locale che non controlla il Qr code dei clienti, dai 12 anni in su, rischia sempre una sanzione da 400 a 1.000 euro e in caso di violazione reiterata per tre volte, in tre giorni diversi, l'esercizio potrebbe essere chiuso da uno a dieci giorni. Il ristoratore non è tenuto però a controllare il documento l'identità del cliente dopo la pronuncia del Garante della privacy e il passo indietro del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, (dopo i primi ricorsi delle Regioni) sul decreto che in un primo momento aveva scaricato tutte le responsabilità dei controlli sugli esercenti. Dovranno farlo solo «quando appaia manifesta incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione» e, in ogni caso, la verifica della veridicità del green pass spetta alle forze dell'ordine che effettueranno controlli a campione. Come ha specificato il Viminale «per verificare se una carta verde è autentica bisogna utilizzare l'app gratuita VerificaC19 installata su un dispositivo mobile (non è necessario il collegamento Internet).
Ma mentre proprio i ristoratori hanno già denunciato le falle dell'app che s'inceppa quando deve leggere il codice Qr nella versione cartacea e con gli smartphone datati, molte prefetture stanno allestendo delle linee dirette per rispondere in via prioritaria alle chiamate dei titolari di locali.
Nel frattempo però cresce il malumore tra gli steward che, anche se deputati ai controlli, respingono le indicazioni ministeriali e cioè sono disposti a controllare i documenti, per esempio negli stadi, ma non il green pass. Nel frattempo, secondo gli esperti, resta molto alto il rischio di falsificazione del documento. Su Telegram sono attivi 2.500 gruppi che vendono green pass «tarocchi» e il seguito dei gruppi è aumentato del 566%: alcuni contano una media di 100.000 follower mentre altri superano addirittura i 450.000 seguaci e, tra i Paesi coinvolti nella domanda di Qr fasulli, anche l'Italia compare tra i venditori sul Dark Web.
Uno dei nodi che il governo non ha ancora sciolto è quello del green pass obbligatorio nei luoghi di lavoro. Ma intanto per domani nella coreana Hanon Systems di Campiglione Fenile, in provincia di Torino, sono state annunciate due ore di sciopero, con uscita anticipata su tutti i turni. La protesta, indetta dalle Rsu della Fim Cisl, riguarda l'esclusione dalla mensa aziendale per i lavoratori sprovvisti di green pass, annunciata dalla direzione risorse umane ai 600 dipendenti una settimana dopo aver allestito dei gazebo esterni. Secondo l'azienda infatti, i lavoratori non vaccinati dovranno mangiare all'aperto e questo ha fatto scattare la protesta sindacale perché si tratta di una decisione «frutto di una mera ed errata interpretazione del decreto, che parla di esercizi che somministrano cibi e bevande e non di mense aziendali che già tra l'altro applicano i protocolli Covid».
E sempre da Torino è partita la battaglia dei 600 insegnanti «No green pass» che mercoledì hanno mandato in tilt il traffico cittadino. Erano insegnanti, lavoratori del mondo della scuola, studenti dell'università e genitori di ragazzi tra i 12 e i 18 anni, preoccupati per il ventilato obbligo di vaccinarsi per andare a scuola. E sono pronti a farsi sentire di nuovo. Secondo il dl, per tornare in aula a settembre è obbligatorio il green pass per tutto il personale scolastico, vale a dire oltre 1,4 milioni tra docenti e bidelli, presidi e segretari. Non solo, servono controlli mirati sul personale non vaccinato ma gli istituti non sanno ancora come procedere. Tecnicamente, sarà compito dei dirigenti scolastici verificare il possesso della certificazione rischiando una sanzione fino a 1.000 euro. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, insiste nel dire che il «green pass non è coercitivo ma è l'unico che permetterà di riaprire la scuola a settembre», i sindacati sono contro l'obbligo e sostengono che «la scuola non si riapre per decreto», mentre l'Associazione nazionale dei presidi, chiede 8.000 assunzioni o verifiche soltanto sui non vaccinati e sui no vax: chi non esibisce il green pass resta a casa, ma dopo cinque giorni di assenza scatta la sospensione senza retribuzione, ma non il licenziamento.
Anche il Pd ha trovato la sua scappatoia: il green pass è obbligatorio, ma non sarà controllato all'ingresso della Festa dell'Unità di Bologna. Il certificato verde sarà invece chiesto e scansionato dagli oltre 5.000 volontari per entrare nelle due sale dibattito coperte e nella libreria. Sempre dall'area dem arriva l'ultima criticità segnalata dalla senatrice Monica Cirinnà, che si ribella in quanto attivista Lgbt: «C'è un aspetto che tocca direttamente la vita delle persone, transgender, rischiando di ferirle, di violarne privacy, di metterle in difficoltà. È necessario intervenire per garantire la riservatezza».
In Friuli test gratis ai non vaccinabili
In Friuli Venezia Giulia il tampone è gratuito in farmacia per chi, a causa di problemi di salute, non può vaccinarsi. Lo ha annunciato ieri il governatore friulano, Massimiliano Fedriga, spiegando che, «grazie a risorse regionali, che si sommano a quelle statali, in Friuli Venezia Giulia le persone impossibilitate a sottoporsi alla vaccinazione per il Covid-19 per comprovati motivi di salute potranno effettuare gratuitamente il tampone rapido antigenico in farmacia. Inoltre», ha aggiunto, «verrà abbattuto di ulteriori 3 euro il costo del tampone per i ragazzi dai 12 ai 18 anni, che passerà così dagli attuali 8 a 5 euro».
Aziende sanitarie, Irccs e farmacie hanno ricevuto la nota della direzione Salute regionale. «Si tratta di una misura di equità nei confronti delle persone che, per motivi sanitari confermati da un certificato medico, non possono vaccinarsi e di conseguenza con l'introduzione del green pass avrebbero rischiato di essere penalizzate», spiega la Regione.
Una buona notizia a metà, o anche meno, rispetto all'accesso gratuito per la popolazione che, tra l'altro, permetterebbe di fotografare meglio anche l'andamento della pandemia. Il rischio di simili iniziative, anche se lodevoli da un certo punto di vista, è di complicare un sistema già caotico, almeno a livello amministrativo perché inseriscono un'ulteriore variabile per le farmacie (già diventate anche copisterie per stampare il lasciapassare). Gestito in questo modo, il green pass è potenzialmente discriminatorio perché il servizio sarà a macchia di leopardo. Non tutte le farmacie hanno scelto di fare test rapidi per il Covid e quindi non tutti coloro che si recheranno con un certificato potranno ricevere, dal loro farmacista, il documento gratuito. C'è poi un altro aspetto critico. Il prezzo dei tamponi rapidi è stato ridotto, in Friuli, solo per gli under 18: dai 19 anni si continua pagare il prezzo calmierato a 15 euro.
È innegabile, il green pass sta trasformando l'estate di chi non è immunizzato e ha più di 12 anni - non necessariamente no vax, ma semplicemente impossibilitato a fare il vaccino o ancora in attesa - in un continuo esborso per il test rapido. Di fatto una sorta di Covid tax che grava non solo sui consumi, ma anche sugli affetti, per esempio, di un nipote che vuole far visita a un parente anziano in una residenza (Rsa). Come è noto, per ottenere il lasciapassare per cenare all'interno di un ristorante, ma anche per accedere a piscine o parchi divertimento, è necessario essere immunizzati, essere guariti dal Covid o avere il test negativo nelle precedenti 48 ore. Considerando che meno di un quarto di chi ha 12-18 anni ha ricevuto due dosi di vaccino, è chiaro che il ricorso al tampone, anche solo per mangiare una pizza in famiglia, ha un costo maggiorato (se non raddoppiato): quello del test rapido. La questione poi diventa più gravosa se si considera l'accesso a piscine o parchi a tema in cui il costo del test si somma a quello del biglietto. Non è un caso che si sia registrato un crollo delle presenze in questi ambienti dopo la stretta del green pass.
Oltre al Friuli, anche il Veneto, da martedì 10 agosto, prevede il tampone gratuito per chi ha la prescrizione del medico o appartiene ad alcune categorie particolari. Attualmente la Regione Lombardia ha ulteriormente sgravato le famiglie da questo onere prevedendo l'esecuzione gratuita del tampone per familiari e visitatori di ospiti di residenze per anziani (Rsa, Rsd) insegnanti, personale scolastico, bambini e ragazzi dai 6 ai 19 anni. Tutte buone intenzioni, ma servirebbe un passo in più.
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Lavoratori fermi oggi a Torino dopo il no alla mensa per chi non ha il lasciapassare verde. Si ribellano anche gli addetti alla sicurezza degli eventi: «Le verifiche non spettano a noi». Insegnanti pronti a tornare in piazza. Massimiliano Fedriga aiuta chi è costretto a rifiutare la dose e abbassa i prezzi. Una novità positiva che però si scarica sulle farmacie e non abbatte quella che è ormai una nuova tassa. Lo speciale contiene due articoli. Tra bollino rosso da clima e carta verde da vaccino il Ferragosto si preannuncia piuttosto «caldo». Il weekend festivo sarà un banco di prova per il green pass tra criticità e lamentele, oltre che scioperi annunciati. Dopo le indicazioni del Viminale, che ha esortato alla massima attenzione sulle verifiche per il Qr code, le città stanno organizzando il piano dei controlli annunciando i vari Comitati provinciali per la sicurezza, con forze dell'ordine e vigili urbani in campo per le verifiche. Mentre la Spagna dichiara illegittimo il documento che dimostra che siamo vaccinati con due dosi contro il Covid-19, abbiamo fatto un tampone nelle ultime 48 ore o siamo guariti dal virus, da noi resta obbligatorio in ristoranti al chiuso, piscine e palestre, cinema e teatri, sale gioco, fiere ed eventi sportivi e scatta la denuncia per chi viene trovato in possesso di un lasciapassare falso. Il gestore del locale che non controlla il Qr code dei clienti, dai 12 anni in su, rischia sempre una sanzione da 400 a 1.000 euro e in caso di violazione reiterata per tre volte, in tre giorni diversi, l'esercizio potrebbe essere chiuso da uno a dieci giorni. Il ristoratore non è tenuto però a controllare il documento l'identità del cliente dopo la pronuncia del Garante della privacy e il passo indietro del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, (dopo i primi ricorsi delle Regioni) sul decreto che in un primo momento aveva scaricato tutte le responsabilità dei controlli sugli esercenti. Dovranno farlo solo «quando appaia manifesta incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione» e, in ogni caso, la verifica della veridicità del green pass spetta alle forze dell'ordine che effettueranno controlli a campione. Come ha specificato il Viminale «per verificare se una carta verde è autentica bisogna utilizzare l'app gratuita VerificaC19 installata su un dispositivo mobile (non è necessario il collegamento Internet). Ma mentre proprio i ristoratori hanno già denunciato le falle dell'app che s'inceppa quando deve leggere il codice Qr nella versione cartacea e con gli smartphone datati, molte prefetture stanno allestendo delle linee dirette per rispondere in via prioritaria alle chiamate dei titolari di locali. Nel frattempo però cresce il malumore tra gli steward che, anche se deputati ai controlli, respingono le indicazioni ministeriali e cioè sono disposti a controllare i documenti, per esempio negli stadi, ma non il green pass. Nel frattempo, secondo gli esperti, resta molto alto il rischio di falsificazione del documento. Su Telegram sono attivi 2.500 gruppi che vendono green pass «tarocchi» e il seguito dei gruppi è aumentato del 566%: alcuni contano una media di 100.000 follower mentre altri superano addirittura i 450.000 seguaci e, tra i Paesi coinvolti nella domanda di Qr fasulli, anche l'Italia compare tra i venditori sul Dark Web. Uno dei nodi che il governo non ha ancora sciolto è quello del green pass obbligatorio nei luoghi di lavoro. Ma intanto per domani nella coreana Hanon Systems di Campiglione Fenile, in provincia di Torino, sono state annunciate due ore di sciopero, con uscita anticipata su tutti i turni. La protesta, indetta dalle Rsu della Fim Cisl, riguarda l'esclusione dalla mensa aziendale per i lavoratori sprovvisti di green pass, annunciata dalla direzione risorse umane ai 600 dipendenti una settimana dopo aver allestito dei gazebo esterni. Secondo l'azienda infatti, i lavoratori non vaccinati dovranno mangiare all'aperto e questo ha fatto scattare la protesta sindacale perché si tratta di una decisione «frutto di una mera ed errata interpretazione del decreto, che parla di esercizi che somministrano cibi e bevande e non di mense aziendali che già tra l'altro applicano i protocolli Covid». E sempre da Torino è partita la battaglia dei 600 insegnanti «No green pass» che mercoledì hanno mandato in tilt il traffico cittadino. Erano insegnanti, lavoratori del mondo della scuola, studenti dell'università e genitori di ragazzi tra i 12 e i 18 anni, preoccupati per il ventilato obbligo di vaccinarsi per andare a scuola. E sono pronti a farsi sentire di nuovo. Secondo il dl, per tornare in aula a settembre è obbligatorio il green pass per tutto il personale scolastico, vale a dire oltre 1,4 milioni tra docenti e bidelli, presidi e segretari. Non solo, servono controlli mirati sul personale non vaccinato ma gli istituti non sanno ancora come procedere. Tecnicamente, sarà compito dei dirigenti scolastici verificare il possesso della certificazione rischiando una sanzione fino a 1.000 euro. Il ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, insiste nel dire che il «green pass non è coercitivo ma è l'unico che permetterà di riaprire la scuola a settembre», i sindacati sono contro l'obbligo e sostengono che «la scuola non si riapre per decreto», mentre l'Associazione nazionale dei presidi, chiede 8.000 assunzioni o verifiche soltanto sui non vaccinati e sui no vax: chi non esibisce il green pass resta a casa, ma dopo cinque giorni di assenza scatta la sospensione senza retribuzione, ma non il licenziamento. Anche il Pd ha trovato la sua scappatoia: il green pass è obbligatorio, ma non sarà controllato all'ingresso della Festa dell'Unità di Bologna. Il certificato verde sarà invece chiesto e scansionato dagli oltre 5.000 volontari per entrare nelle due sale dibattito coperte e nella libreria. Sempre dall'area dem arriva l'ultima criticità segnalata dalla senatrice Monica Cirinnà, che si ribella in quanto attivista Lgbt: «C'è un aspetto che tocca direttamente la vita delle persone, transgender, rischiando di ferirle, di violarne privacy, di metterle in difficoltà. È necessario intervenire per garantire la riservatezza». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/operai-steward-genitori-e-docenti-scioperi-e-proteste-contro-la-card-2654650150.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-friuli-test-gratis-ai-non-vaccinabili" data-post-id="2654650150" data-published-at="1628799250" data-use-pagination="False"> In Friuli test gratis ai non vaccinabili In Friuli Venezia Giulia il tampone è gratuito in farmacia per chi, a causa di problemi di salute, non può vaccinarsi. Lo ha annunciato ieri il governatore friulano, Massimiliano Fedriga, spiegando che, «grazie a risorse regionali, che si sommano a quelle statali, in Friuli Venezia Giulia le persone impossibilitate a sottoporsi alla vaccinazione per il Covid-19 per comprovati motivi di salute potranno effettuare gratuitamente il tampone rapido antigenico in farmacia. Inoltre», ha aggiunto, «verrà abbattuto di ulteriori 3 euro il costo del tampone per i ragazzi dai 12 ai 18 anni, che passerà così dagli attuali 8 a 5 euro». Aziende sanitarie, Irccs e farmacie hanno ricevuto la nota della direzione Salute regionale. «Si tratta di una misura di equità nei confronti delle persone che, per motivi sanitari confermati da un certificato medico, non possono vaccinarsi e di conseguenza con l'introduzione del green pass avrebbero rischiato di essere penalizzate», spiega la Regione. Una buona notizia a metà, o anche meno, rispetto all'accesso gratuito per la popolazione che, tra l'altro, permetterebbe di fotografare meglio anche l'andamento della pandemia. Il rischio di simili iniziative, anche se lodevoli da un certo punto di vista, è di complicare un sistema già caotico, almeno a livello amministrativo perché inseriscono un'ulteriore variabile per le farmacie (già diventate anche copisterie per stampare il lasciapassare). Gestito in questo modo, il green pass è potenzialmente discriminatorio perché il servizio sarà a macchia di leopardo. Non tutte le farmacie hanno scelto di fare test rapidi per il Covid e quindi non tutti coloro che si recheranno con un certificato potranno ricevere, dal loro farmacista, il documento gratuito. C'è poi un altro aspetto critico. Il prezzo dei tamponi rapidi è stato ridotto, in Friuli, solo per gli under 18: dai 19 anni si continua pagare il prezzo calmierato a 15 euro. È innegabile, il green pass sta trasformando l'estate di chi non è immunizzato e ha più di 12 anni - non necessariamente no vax, ma semplicemente impossibilitato a fare il vaccino o ancora in attesa - in un continuo esborso per il test rapido. Di fatto una sorta di Covid tax che grava non solo sui consumi, ma anche sugli affetti, per esempio, di un nipote che vuole far visita a un parente anziano in una residenza (Rsa). Come è noto, per ottenere il lasciapassare per cenare all'interno di un ristorante, ma anche per accedere a piscine o parchi divertimento, è necessario essere immunizzati, essere guariti dal Covid o avere il test negativo nelle precedenti 48 ore. Considerando che meno di un quarto di chi ha 12-18 anni ha ricevuto due dosi di vaccino, è chiaro che il ricorso al tampone, anche solo per mangiare una pizza in famiglia, ha un costo maggiorato (se non raddoppiato): quello del test rapido. La questione poi diventa più gravosa se si considera l'accesso a piscine o parchi a tema in cui il costo del test si somma a quello del biglietto. Non è un caso che si sia registrato un crollo delle presenze in questi ambienti dopo la stretta del green pass. Oltre al Friuli, anche il Veneto, da martedì 10 agosto, prevede il tampone gratuito per chi ha la prescrizione del medico o appartiene ad alcune categorie particolari. Attualmente la Regione Lombardia ha ulteriormente sgravato le famiglie da questo onere prevedendo l'esecuzione gratuita del tampone per familiari e visitatori di ospiti di residenze per anziani (Rsa, Rsd) insegnanti, personale scolastico, bambini e ragazzi dai 6 ai 19 anni. Tutte buone intenzioni, ma servirebbe un passo in più.
Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.
Papa Leone XIV (Getty Images)
Se poi compiamo il drammatico e rattristante atto di paragonare questo discorso ad altri cui siamo abituati in Italia, e non solo, tenuti o scritti da vescovi italiani, soprattutto ad alto livello, per non parlare del livello della predicazione, l’omiletica, che spesso raggiunge livelli indegni per l’importanza che essa ha nella Chiesa, ebbene, fatto questo paragone impietoso, la figura di Leone XIV ci appare veramente come un dono del Cielo.
Non solo per noi italiani, e non solo riguardo ai ministri della Chiesa, ma anche rispetto a molti dei sedicenti intellettuali del nostro tempo. Il Pontefice, in questo panorama intellettuale e culturale inconsistente e desolante, risulta essere, ai miei occhi, l’autorità morale e il riferimento intellettuale e spirituale più alto del mondo.
Del discorso ha già scritto egregiamente ieri sulla Verità Martino Cervo. Io mi limiterò ad alcuni concetti espressi in questo mirabile scritto del Vescovo di Roma. Parto dal più importante, già citato da Cervo, e cioè il riferimento alla Scuola di Salamanca, una scuola del Cinquecento spagnolo, El Siglo de oro, dove la Spagna raggiunse un livello di espansione economica e geopolitica ragguardevole. Allora come ora si prospettava, però, l’esigenza di coniugare questi fenomeni economici e geopolitici «trovandosi», come scrive il pontefice, «di fronte a responsabilità storiche di portata universale». Queste responsabilità erano legate sostanzialmente alla colonizzazione del Nuovo Mondo e alla legittimità della colonizzazione stessa e delle condizioni cui erano sottoposte quelle popolazioni. La Scuola di Salamanca fu la più influente scuola, sorta nel XVI secolo, di filosofi, teologi e giuristi appartenenti a vari ordini: francescani, gesuiti, domenicani. In sostanza si deve a loro, e in particolare al frate Francisco de Vitoria, la messa al centro dei diritti umani ponendo le basi - questo fatto è riconosciuto universalmente - per il moderno diritto internazionale, quello che, riprendendo un’espressione di San Tommaso D’Aquino, veniva chiamato lo ius gentium.
Perché il Papa si è riferito esplicitamente a questa scuola, cosa che non avevano fatto altri Papi e che in Italia, a parte alcuni lodevoli studiosi, non è praticamente mai stata studiata soprattutto in ambito cattolico (cosa grave)? Scrive lui stesso: «La ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere [...]. Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che andò ben oltre il proprio contesto storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, consentiva di affermare l’esistenza di legami giuridici e morali tra i popoli [...] quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale che internazionale».
Quale profondità e quale attualità in questa Scuola a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento spagnolo. Quale contemporaneità di questo pensiero. E tristemente, ammettiamolo, quale ignoranza ingiustificata, da parte della comunità cattolica, di questa Scuola.
Un altro punto fondamentale sempre legato a questi studiosi è la rivendicazione del primato della persona umana nei confronti dello Stato e di ogni forma di pubblico potere. Dice il Papa: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato […] Essa appartiene a ogni essere umano per il fatto di esistere e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo». Ma attenzione al seguente passaggio che richiama tutti alla primazia del diritto sulla legge, del diritto sul potere, del diritto sullo Stato: «La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo. Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e programmi particolari». In altre parole, ben prima della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, i maestri di Salamanca avevano individuato nei diritti dell’uomo il limite invalicabile di qualsiasi potere, di qualsiasi azione politica, di qualsiasi legge. L’ordinamento giuridico positivo, cioè il sistema delle leggi nazionali e internazionali, non può andare contro questi diritti inscritti nella natura umana: essi non sono concessi e sottoposti a e da nessun potere politico. Quanta sapienza e quanta necessità di riscoprire oggi questi fondamenti: basti pensare a quanta violazione dei diritti avviene negli Stati (ad esempio la Cina) e quali violazioni del diritto internazionale: vedi le guerre in corso.
Capite la differenza rispetto a una predicazione su questi temi che spesso alza la vela a seconda di dove il vento spira e che quindi risulta misera e non incide nelle coscienze? Queste ultime sentono la superficialità e riconoscono, quando c’è, la profondità di un pensiero come quello espresso presso il Palacio de las Cortes, dove il Papa ha incontrato il Parlamento spagnolo. Purtroppo, nella Chiesa si è fatta avanti un’idea di predicazione che, per evitare di sembrare anacronistica, è diventata più sociologica che teologica, che usa le parole più scontate del nostro tempo e non ha il coraggio di andare, come fa invece questo Papa con gentilezza e tatto rari, oltre il linguaggio scontato. Ci ricorda molto Ratzinger e Wojtyla, ma anche Paolo VI. È vero che la Chiesa deve aggiornare il proprio linguaggio. Del resto, in 21 secoli di storia lo ha sempre fatto. Ma non si può né si deve aggiornare il linguaggio in modo tale che un linguaggio sciatto, sociologico, politicamente ammiccante, tendente a lisciare il pelo all’inconsistenza della cultura contemporanea tradisca, alla fine, i contenuti della tradizione. Altrimenti l’aggiornamento fa rima con tradimento.
In questa fase, lo ripeto, Papa Leone XIV appare modellato appositamente sull’esigenza profonda di consistenza che caratterizza la nostra epoca contemporanea.
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Da quel 31 marzo e da quella piovosa, a tratti gelida, notte di Zenica, in Bosnia, il sentimento che ha accompagnato il nostro avvicinamento ai Mondiali è stato uno soltanto: tristezza. Ma anche amarezza, rabbia e delusione. L'Italia non sarà alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva e questo lo sappiamo ormai da oltre due mesi. Il nostro calcio attraversa una crisi profonda e, mentre si avvicinano le elezioni federali del 22 giugno – dalle quali uscirà il presidente chiamato a nominare il nuovo commissario tecnico e ad avviare quel percorso di riforme di cui tutto il sistema sembra avere urgente bisogno – non resta che farsene definitivamente una ragione.
E magari aggrapparsi ai timidi segnali positivi arrivati nelle ultime settimane: l'entusiasmo e la freschezza dei giovani affidati alla guida di Silvio Baldini nelle amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, oppure il successo dell'Under 17 all'Europeo di categoria. Ma soprattutto mettersi comodi davanti alla televisione e provare a godersi quello che, per chi ama il calcio, resta l'evento degli eventi.
Perché se è vero che un Mondiale senza azzurri rischia inevitabilmente di far perdere interesse a molti tifosi italiani, è altrettanto vero che la Coppa del Mondo si guarda a prescindere. Anche solo per vedere all'opera i migliori giocatori del pianeta. Da Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, attesi da quello che potrebbe essere il loro ultimo ballo, a Harry Kane ed Erling Haaland, già candidati credibili per la classifica marcatori. Fino ai talenti della nuova generazione, come Lamine Yamal e Michael Olise, pronti a trascinare Spagna e Francia con il loro estro. Senza dimenticare Kylian Mbappé, chiamato a riscattare una stagione al di sotto delle aspettative con il Real Madrid, e Ousmane Dembélé, reduce da dodici mesi da protagonista assoluto con il Paris Saint-Germain, culminati con la conquista della seconda Champions League consecutiva e del Pallone d'Oro. Proprio il Pallone d'Oro è uno dei temi che accompagneranno il torneo: è altamente probabile che il Mondiale finisca per incidere in maniera decisiva sull'assegnazione del prossimo riconoscimento individuale istituito da France Football.
Un Mondiale che non vedrà protagonista l'Italia, ma che parlerà comunque un po' la nostra lingua grazie ai tre commissari tecnici italiani presenti in panchina: Carlo Ancelotti alla guida del Brasile, Vincenzo Montella con la Turchia e Fabio Cannavaro alla sua storica prima partecipazione con l'Uzbekistan. Soprattutto Ancelotti potrebbe inseguire un'impresa senza precedenti. Nessuna nazionale, infatti, ha mai conquistato il Mondiale con un commissario tecnico straniero. Ci andarono vicini l'austriaco Ernst Happel con l'Olanda nel 1978 e l'inglese George Raynor con la Svezia nel 1958, ma nessuno riuscì a completare l'opera. Toccherà ora all'allenatore di Reggiolo provare ad abbattere uno degli ultimi tabù del calcio internazionale.
E poi ci sono le curiosità, le statistiche, i record da inseguire o da battere, ma anche le polemiche e i problemi che hanno accompagnato la vigilia del torneo diffuso tra Canada, Messico e Stati Uniti. Gli spunti, insomma, non mancano.
Le immagini dei giocatori del Senegal sottoposti a controlli direttamente sulla pista dell'aeroporto, quelle di Kevin De Bruyne perquisito con il metal detector e il passaggio dell'Uzbekistan di Cannavaro tra i cani antidroga hanno fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sulle modalità di accoglienza adottate dalle autorità statunitensi. Ancora più delicato il caso di Omar Artan. Il 34enne arbitro somalo, designato dalla Fifa per dirigere alcune gare del torneo e destinato a diventare il primo fischietto del suo Paese a partecipare a un Mondiale, è stato respinto all'ingresso negli Stati Uniti dopo undici ore di interrogatorio a Miami. «Avevo tutti i documenti in regola», ha raccontato al New York Times, spiegando di essere stato interrogato a lungo anche sulla situazione politica della Somalia. La Fifa lo ha successivamente escluso dalla lista arbitrale. Sul piano diplomatico, l'Iran ha denunciato la revoca della quota di biglietti destinata ai propri tifosi e le difficoltà incontrate da diversi membri della delegazione nell'ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti, tanto da spostare il ritiro in Messico. E proprio in Messico, a meno di quarantotto ore dalla partita inaugurale, migliaia di insegnanti hanno tentato di raggiungere lo stadio Azteca per protestare contro il governo di Claudia Sheinbaum, costringendo le autorità a blindare l'area attorno all'impianto. Nella capitale sono state sospese le lezioni e introdotte forme di lavoro agile per alleggerire il traffico previsto nel giorno del debutto del torneo.
Ma un Mondiale non vive soltanto di favoriti, polemiche e grandi campioni. Vive anche di storie. Come quella di Curaçao, arrivata all'ultima amichevole prima della partenza a bordo di un vecchio scuolabus con la musica ad alto volume e un entusiasmo contagioso. Oppure quella di Haiti, che porterà sulle proprie maglie la bandiera polacca in omaggio ai soldati che all'inizio dell'Ottocento decisero di schierarsi al fianco degli haitiani nella guerra d'indipendenza contro la Francia napoleonica. Il torneo nordamericano segnerà anche un traguardo simbolico. Tunisia-Giappone, in programma il 20 giugno a Monterrey, sarà infatti la millesima partita nella storia dei Mondiali, a quasi un secolo dalla prima edizione disputata in Uruguay nel 1930.
L'Italia resterà a guardare, e questo continuerà a fare male. Ma i Mondiali hanno sempre avuto la capacità di trascinare anche chi si avvicina con disincanto. Per le storie che raccontano, per i gol che rimangono nella storia, per i campioni che consacrano e per le sorprese che regalano. E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, da giovedì sera milioni di italiani saranno ancora una volta incollati davanti alla televisione.
Il torneo più grande di sempre tra format e nuove regole

Una vista panoramica dello Stadio di Città del Messico, nel contesto dell'atmosfera pre-Mondiale 2026 (Getty Images)
Non sarà soltanto il Mondiale più grande della storia. Quello che scatterà domani, giovedì 11 giugno, tra Messico, Stati Uniti e Canada rappresenta anche un punto di svolta per il calcio internazionale. Per la prima volta le Nazionali partecipanti saranno 48, le partite complessive saliranno a 104 e la Fifa sperimenterà una serie di novità regolamentari destinate a incidere concretamente sul gioco. Dal Var con poteri ampliati alla lotta contro le perdite di tempo, fino a una cerimonia inaugurale diffusa in tre Paesi diversi: il Mondiale 2026 sarà un laboratorio del calcio del futuro.
Il primo cambiamento riguarda le dimensioni del torneo. Dopo oltre vent'anni con il format a 32 squadre, la Fifa ha deciso di allargare la competizione a 48 Nazionali. Una scelta che porterà il numero complessivo delle partite da 64 a 104 e che ridisegnerà anche il percorso verso il titolo. Le squadre saranno suddivise in dodici gironi da quattro. Al termine della prima fase accederanno ai sedicesimi di finale le prime due classificate di ciascun gruppo e le otto migliori terze. Una novità che introduce un turno a eliminazione diretta in più rispetto al passato e che allunga inevitabilmente il cammino della squadra destinata a sollevare il trofeo il 19 luglio al MetLife Stadium di New York.
Cambierà anche il modo di arbitrare le partite. L'Ifab ha infatti approvato una serie di modifiche che debutteranno proprio durante il Mondiale nordamericano, con l'obiettivo dichiarato di ridurre le perdite di tempo e rendere il gioco più fluido. Il Var, ad esempio, avrà margini d'intervento più ampi rispetto al passato. Oltre ai tradizionali casi legati a gol, rigori ed espulsioni dirette, potrà correggere alcuni errori evidenti che finora rimanevano senza rimedio, come l'assegnazione errata di un calcio d'angolo o situazioni disciplinari derivanti da un'identificazione sbagliata del giocatore sanzionato. Particolare attenzione sarà riservata anche ai comportamenti ostruzionistici. I calciatori sostituiti dovranno lasciare il terreno di gioco entro dieci secondi dalla comunicazione del cambio; in caso contrario, il compagno designato a entrare dovrà attendere sessanta secondi prima di poter partecipare all'azione. Una misura pensata soprattutto per limitare le perdite di tempo nei minuti finali.
Non sarà l'unica novità in questa direzione. Gli arbitri potranno infatti avviare un conto alla rovescia per accelerare la ripresa del gioco in occasione di rimesse laterali e rinvii dal fondo. Se il tempo concesso non verrà rispettato, scatterà automaticamente una sanzione tecnica a favore della squadra avversaria. Cambiano anche le procedure relative agli infortuni. Salvo eccezioni specifiche, come nel caso dei portieri o di traumi particolarmente seri, i giocatori che riceveranno cure mediche dovranno restare fuori dal campo per almeno un minuto prima di poter rientrare. Una scelta che punta a scoraggiare interruzioni tattiche e simulazioni. L'unica deroga ai tentativi di velocizzare il gioco riguarda le pause idratazione. Considerate le elevate temperature previste in alcune sedi statunitensi e messicane, sarà consentita una sospensione di tre minuti per ciascun tempo di gioco.

Il MetLife di New York/New Jersey (Getty Images)
Ad aprire ufficialmente il Mondiale sarà il Messico, impegnato giovedì 11 giugno contro il Sudafrica nello storico stadio Azteca di Città del Messico. Prima del calcio d'inizio, previsto alle 21 italiane, andrà in scena la prima delle tre cerimonie inaugurali organizzate dalla Fifa. Una scelta in linea con la natura itinerante di questa edizione, ospitata per la prima volta da tre Paesi diversi. Il giorno successivo toccherà infatti al Canada, a Toronto, e agli Stati Uniti, a Los Angeles, celebrare l'inizio della manifestazione con eventi dedicati. Un modo per dare visibilità a ciascuno dei Paesi organizzatori e sottolineare la dimensione globale di un torneo che punta a essere il più grande di sempre, non soltanto per il numero di squadre partecipanti. Oltre al mitico Azteca di Città del Messico e al MetLife Stadium di New York, si giocherà in 14 stadi distribuiti tra Stati Uniti, Messico e Canada, con una rete di impianti che attraversa praticamente tutto il continente nordamericano. Il Messico ospiterà le partite in tre sedi, aggiungendo all'Azteca (83.000 spettatori), l'Estadio Akron di Guadalajara (48.000 spettatori) e l'Estadio Bbva di Monterrey (53.500 spettatori). Il Canada avrà due stadi: il Bmo Field di Toronto (45.000 spettatori) e il Bc Place di Vancouver (54.000 spettatori). La parte più consistente del torneo si disputerà negli Stati Uniti, con undici impianti sparsi tra costa Est, Midwest e costa Ovest. Dal Mercedes-Benz Stadium di Atlanta (75.000 spettatori) al Gillette Stadium di Boston (65.000 spettatori) fino al AT&T Stadium di Dallas (94.000 spettatori) e all'Nrg Stadium di Houston (72.000 spettatori). E poi ancora l'Arrowhead Stadium di Kansas City (73.000 spettatori), il SoFi Stadium di Los Angeles (70.000 spettatori), l'Hard Rock Stadium di Miami (65.000 spettatori), il Lincoln Financial Field di Philadelphia (69.000 spettatori), il Levi's Stadium di San Francisco/Bay Arena (71.000 spettatori), il Lumen Field di Seattle (69.000 spettatori) e lo stadio della finalissima, il MetLife Stadium di New York/New Jersey (82.500 spettatori).
Un Mondiale, questo, che sarà inevitabilmente un banco di prova per la Fifa che punta a rendere il calcio più veloce, più spettacolare e ancora più globale. Resta da capire se tutte queste innovazioni riusciranno a migliorare davvero il torneo più importante del pianeta o se finiranno per snaturarne almeno in parte la tradizione. La risposta, come sempre, arriverà dal campo.
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«Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio». Lo ha detto il presidente del Consiglio all’assemblea di Confcommercio. «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere un patrimonio dopo decenni di sacrifici», ha aggiunto.
Il premier ha inoltre sottolineato le misure varate dal governo contro le attività «apri e chiudi», affermando: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». Citando il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha ribadito che «Non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita».