L’incontro - che si è svolto a porte chiuse - ha avuto luogo dopo che, poco prima, il premier israeliano si era visto con il segretario di Stato americano, Marco Rubio: nell’occasione, Netanyahu aveva ufficializzato l’ingresso di Gerusalemme nel Board of Peace per Gaza. Tutto questo, mentre, nella serata di martedì, il premier israeliano aveva avuto un meeting anche con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e con il genero dello stesso Trump, Jared Kushner, per discutere - secondo una nota dello Stato ebraico - di «affari regionali». Come che sia, secondo il Times of Israel, all’incontro di ieri alla Casa Bianca, al di là del presidente americano, erano presenti gli stessi Rubio e Witkoff, oltre al capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Non è un mistero che Netanyahu abbia voluto con una certa apprensione questo nuovo colloquio con Trump. Lo Stato ebraico si è infatti mostrato particolarmente irrequieto dopo che, la settimana scorsa, Stati Uniti e Iran hanno ripreso a negoziare. In particolare, Netanyahu ritiene che non ci si possa fidare degli ayatollah e che Washington dovrebbe premere affinché Teheran, oltre a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, accetti sia di limitare il proprio programma balistico sia di cessare la fornitura di armamenti in sostegno dei suoi proxy regionali. Si tratta di dossier rispetto a cui gli ayatollah hanno finora puntato i piedi: basti pensare che il consigliere di Ali Khamenei, Ali Shamkhani, ha definito «non negoziabili» le capacità missilistiche della Repubblica islamica.
Nei giorni scorsi, è emerso che Israele auspicherebbe la linea dura verso il regime khomeinista. Trump, dall’altra parte, è apparso restio nei confronti dell’opzione militare, pur non escludendola come strumento funzionale a indebolire la posizione negoziale di Teheran. È anche in questo quadro che ieri, prima del faccia a faccia tra Netanyahu e lo stesso Trump, JD Vance si è espresso contro l’ipotesi di un regime change in Iran. «Se il popolo iraniano vuole rovesciare il regime, la decisione spetta al popolo iraniano. Ciò su cui ci stiamo concentrando in questo momento è il fatto che l’Iran non può possedere un’arma nucleare», ha affermato il vicepresidente statunitense.
Non solo. Sempre prima di incontrare Netanyahu, Trump ha avuto una telefonata con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per discutere di come evitare un’escalation nello scacchiere mediorientale. Poco dopo, lo stesso Al Thani ha incontrato, a Doha, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, il quale, nell’occasione, ha escluso che il regime possa rinunciare all’arricchimento dell’uranio. Una posizione, questa, ben difficilmente digeribile tanto da Netanyahu quanto dalla Casa Bianca. Senza poi trascurare che il nodo del nucleare è anche al centro delle preoccupazioni dell’Arabia Saudita. Dall’altra parte, Teheran spera che Ankara possa persuadere il presidente americano a non ricorrere all’opzione militare contro la Repubblica islamica.
Tuttavia, bisogna fare attenzione: l’Iran non è l’unico dossier sul tavolo nei rapporti tra Washington e Gerusalemme.
In un post su Truth, a termine dell’incontro, Trump ci ha tenuto a tirare le somme di quanto lui e Bibi si erano detti a porte chiuse: «Ho insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano per vedere se sia possibile o meno concludere un accordo. Se fattibile, ho fatto sapere al primo ministro che questa sarebbe la preferenza. In caso contrario, dovremo solo stare a vedere quale sarà l’esito. L’ultima volta l’Iran ha deciso che sarebbe stato meglio non stringere un accordo, e sono stati colpiti da Midnight Hammer».