Ex consigliere della Corte d’Appello di Torino
Ho vissuto le vicende dell’Associazione nazionale magistrati fin dai tempi del cosiddetto «caso Palamara». Già pm al tempo della Brigate rosse, quando prendevo il tram tutti i giorni, senza scorta, ho poi proseguito la mia carriera come giudice penale. Avendo la specializzazione in prevenzione infortuni e tutela del lavoro, spesso mi son trovata a giudicare amministratori pubblici, sindaci e assessori.
Ai giornalisti che mi chiedevano se sapessi il loro colore politico, ho sempre risposto che non mi interessava, così sono stata definita a volte come estremista di destra o di sinistra, secondo i casi. Non mi son mai occupata di politica, perché amministrare la giustizia vuol dire offrire un servizio alla collettività, non ricercare potere o visibilità. Questo è uno dei motivi per cui mi sono schierata da tempo per il sorteggio dei giudici che devono esser componenti del Consiglio superiore della magistratura e, oggi, per il Sì al referendum. Il fatto che già quattro anni prima di ogni elezione le varie correnti abbiano i loro candidati «in pectore» porta a ritenere di tutta evidenza che esiste una forma di «mandato diretto» dalle singole correnti ai componenti che verranno eletti. Questa osmosi può essere eliminata attraverso il sorteggio.
Quale il vantaggio? Finisce la cooptazione e si inserisce un elemento di democrazia, già ritenuto indispensabile da Aristotele, fino a Rousseau e Montesquieu, per rendere effettiva la separazione dei poteri, indispensabile per la democrazia stessa. Questo renderà più liberi i magistrati, specie i più giovani, evitandogli di doversi inserire in una corrente per poter avere sicurezza di una carriera serena e consentendogli di gestire finalmente in piena autonomia la giurisdizione loro attribuita. Il criterio per l’attribuzione di incarichi direttivi, che prevedeva come preferenziale l’unico effettivamente oggettivo, «l’anzianità senza demerito», è stato abolito consentendo in tal modo alle correnti di promuovere coloro che erano ideologicamente più vicini e affidabili, aumentando la discrezionalità delle correnti e la spartizione delle influenze. Con il sorteggio si viene a sminuire in modo significativo il legame diretto fra correnti e Csm, dando respiro a quei giudici indipendenti che si battono per una magistratura veramente terza e garante di equidistanza ed equilibrio per tutti i cittadini. Nel 2022 un referendum interno all’Anm aveva certificato che il 42% dei magistrati era favorevole al sorteggio e, in passato, numerosi governi di sinistra hanno inserito nel proprio programma elettorale il sorteggio.
Qualcuno ha affermato che potrebbe essere rischioso affidare a giudici «non qualificati» l’attività svolta nel Csm, tuttavia occorre fare due osservazioni. Quale garanzia dà un giudice scelto da una corrente più per le sue qualità «comunicative» e di «buon soldatino» che per competenza e terzietà? I giudici che possono esser nominati o scelti per il Csm devono avere un’anzianità di almeno 12 anni e questa mi pare una garanzia di competenza nell’organizzazione interna del sistema giustizia, certamente maggiore rispetto a quella ideologica. Un giudice che può interferire pesantemente nella vita di imputati, parti lese e rapporti fra i cittadini può essere definito incapace di gestire la carriera dei colleghi con raziocinio e obiettività? Se un giudice sorteggiato non si sente all’altezza, potrà non accettare l’incarico, mentre chi viene scelto e sponsorizzato nella propria campagna elettorale da una corrente, può essere veramente terzo, dovendo decidere fra più aspiranti a una promozione o avanzamenti di carriera?
Negli anni passati non sono mancati gli scambi di favori fra gli aderenti alle correnti, secondo il principio sempre valido «io faccio un favore a te e tu ne fai uno a me», ma anche le bocciature eccellenti come quella di Giovanni Falcone, sconfitto e isolato dal punto di vista professionale dal Csm nel 1988, nonostante fosse un pioniere del pool Antimafia. Da qui le conseguenti limitazioni per il suo metodo investigativo. Le sue idee furono definite come «antidemocratiche» dalla stessa Anm e fu ostacolata e criticata la sua nomina a Procuratore nazionale antimafia fino alla sua tragica scomparsa nel 1992. Non pare sufficiente il mea culpa odierno per ritenere che il metodo correntizio sia terminato e l’attuale presa di posizione dell’Anm sulla normativa appare ispirata alla strenua conservazione del potere para-politico acquisito più che volta alla difesa effettiva dei principi democratici della Costituzione.
Interessante è in particolare il richiamo fatto dal nuovo articolo 105 della Costituzione alla «valutazione di professionalità» in sostituzione della dizione «promozioni», che sottende una disamina approfondita dei provvedimenti del singolo magistrato non solo numerica, ma anche e soprattutto di aderenza alle norme, come maggior tutela del cittadino di fronte alla legge.
L’articolo 111, riformato nel 1999, sancisce il principio del giusto processo, affermando che occorre il contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. L’attuale riforma viene a dar concretezza a questa affermazione separando l’accusa dal giudicante. Troppo spesso, per esperienza personale, specie in secondo grado, ho constatato, nelle sentenze dei giudici di merito, un appiattimento sulle argomentazioni dei pubblici ministeri, motivando anche solo con stralci delle conclusioni dell’accusa, senza nessun ragionamento e motivazione propria sulla scelta fra condanna o assoluzione. A questo punto appare chiaro che un giudice terzo è importante, come lo è l’arbitro in una partita di calcio, che non è il dodicesimo uomo, a seconda delle simpatie o convenienze, ma colui che decide secondo equità senza far il tifo per l’amico di corrente.
In più, il sorteggio non è estraneo al nostro ordinamento: viene utilizzato per scegliere i giudici che devono valutare il presidente della Repubblica in caso di messa in stato d’accusa, per selezionare i membri del tribunale dei ministri, per comporre la giuria popolare della Corte d’Assise, per individuare i revisori dei conti o formare le commissioni dei concorsi pubblici, le commissioni d’esame dei futuri magistrati, dei concorsi universitari, quelle aggiudicatrici degli appalti. Tutti sanno che il sorteggio, per assegnare cariche pubbliche o formare organi deliberativi, ha l’obiettivo di ridurre la corruzione e le lobby e viene descritto infatti, come una forma di «igiene istituzionale».
Al proposito ricordo un episodio personale, quantomeno singolare. Avendo dato disponibilità per esser nominata nella rosa dei candidati fra cui scegliere con sorteggio gli esaminatori e avendo tutti i titoli per tale nomina, come risultava dal mio curriculum, mi veniva comunicato dalla segreteria di un componente del Csm che ero stata inserita nell’elenco. Ma il giorno successivo il mio nome era stranamente scomparso. Lo stesso membro del Csm, da me interpellato, mi assicurò che il giorno prima lo aveva visto sicuramente. Lascio a chi legge ipotizzare che cosa possa essere accaduto. Con tutta evidenza il mio era un nome sgradito e poco adatto a giudicare i giovani magistrati secondo specifici orientamenti che, con la giustizia, temo, abbiano poco da spartire.
Passando al tema dell’Alta Corte di giustizia, la riforma non tocca le percentuali di membri togati e non togati, sotto la direzione imparziale del presidente della Repubblica, cui spetta la nomina di tre giudici. Avere un organismo diverso da quello che decide sulle carriere è importante per ottenere un’effettiva responsabilizzazione dei magistrati riguardo alle proprie sentenze, che devono essere frutto di ragionamenti lineari, esenti da protagonismo o da ispirazioni politiche. Spesso abbiamo visto come campagne di accusa prima hanno squassato la vita dei cittadini e poi, in anni successivi, sono finite nel nulla (il caso di Enzo Tortora è l’emblema di questo malcostume), senza che siano seguite le giuste sanzioni. I magistrati che hanno giudicato Tortora hanno fatto tutti splendide carriere, quelli che si intrattenevano con Palamara, fra autorizzazioni a procedere negate e aut aut all’uso di intercettazioni o interrogatori e testimonianze, hanno proseguito la carriera sotto l’ala protettrice delle correnti. Additando Palamara come unico responsabile e capro espiatorio, pur avendone condiviso l’opera, sono stati nominati al Csm o hanno intrapreso la carriera politica.
Occorre porre fine a questo malvezzo di proteggersi all’interno di una professione, purtroppo comune a troppi Ordini, specie in un settore così delicato come la magistratura, che giudica e influisce pesantemente con le proprie decisioni sulla vita non solo di imputati, ma di famiglie, della collettività, lasciando negletta la giustizia spicciola che non fa notizia, pur essendo quella che la gente comune vuole: un giudizio giusto, equo e imparziale, con un giudice che svolge un servizio: rendere a ciascuno il suo, anche nei processi che danno poca visibilità. Conosco tanti magistrati, di cui non sentirete mai il nome al di fuori delle aule di tribunale, che lavorano quotidianamente con abnegazione perché, come me, credono nella giustizia. Potete chiamarli «peones» e si distinguono da quelli che, invece, privilegiano al lavoro le pubbliche relazioni, trovando ampio spazio nelle correnti dell’Anm. I giovani giudici, lungi dall’aver timore per questa riforma come ipotizzato da una collega, saranno finalmente liberi di render giustizia secondo le norme e la propria coscienza e non per compiacere coloro da cui dipende la loro carriera.
Non sono pochi i magistrati che sono favorevoli al Sì: la verità è che molti, come tanti mi hanno confidato, non osano dichiararsi apertamente per paura di ritorsioni. Purtroppo, oggi, se non si è simpatizzanti o iscritti a una corrente, più facilmente si viene attaccati nella propria professionalità, anche attraverso monitoraggi nascosti dei provvedimenti dei magistrati sgraditi.
Questo referendum, quindi, non tradisce i Padri costituenti, ma attua il giusto processo accusatorio, con una netta separazione dei ruoli, riscontrabile in ben 23 Stati della Comunità europea, senza dovere evocare Putin o altri dittatori. Nella nuova dizione non vengono toccati gli articoli che confermano che la magistratura è un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere, i magistrati sono inamovibili e il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Di fronte a queste considerazioni, appare evidente come debba essere espresso un Sì convinto alle norme modificate, per una giustizia equilibrata e rispondente alle aspettative di tutti coloro che, per qualsiasi motivo, non solo come imputati, debbono ricorre al tribunale per avere quella giustizia, rappresentata, è vero, come cieca, ma con una bilancia in mano, simbolo della sua equidistanza dalle parti.


