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2022-02-20
Oltre 100 camionisti arrestati in Canada. Morsa per soffocare il diritto al dissenso
Ansa
A tre settimane dall’inizio delle proteste il redde rationem nei confronti del movimento dei camionisti canadesi, il Freedom convoy, sembra essere arrivato. Ieri a Ottawa più di un centinaio di trasportatori, camionisti e semplici simpatizzanti sono stati arrestati dalla polizia, che oltre a procedere con i fermi ha portato via dalle strade del centro una dozzina tra camion e furgoni. Mezzi che di fatto hanno bloccato la capitale del Paese e parzialmente la sua economia. Non è finita qui, dato che il capo della polizia, Steve Bell, ha fatto sapere che sono quattro i leader della protesta arrestati: tre sono finiti in carcere, uno è tornato in libertà grazie al pagamento della cauzione.
Oltre alle inevitabili polemiche per l’azione degli agenti, i vertici delle forze dell’ordine e non solo dovranno fare i conti con un fermo in particolare. Rischia, infatti, di suscitare un polverone l’arresto di Pat King (presunto leader di estrema destra), ripreso e pubblicato in diretta su Facebook nel momento in cui viene privato della libertà. Senza dimenticare che tre giorni fa sono finiti in carcere Tamara Lich e Chris Barber. Il Freedom convoy è di fatto restato senza i principali organizzatori delle proteste.
L’operazione è scattata alle 15 (erano le 22 in Italia) e prima di passare dalle parole ai fatti gli uomini di Bell hanno annunciato all’altoparlante: «Andatevene o sarete arrestati». Obiettivo: allentare la pressione dei manifestanti nei pressi del Parlamento. Centinaia gli agenti (provenienti da tutto il Paese) in tenuta antisommossa impiegati nell’operazione. Potrebbe far discutere e non poco il post pubblicato su Twitter, in seguito agli arresti, dall’account della polizia: «Ti avevamo detto di andartene. Ti abbiamo dato il tempo di partire. Eravamo lenti e metodici, eppure tu eri aggressivo con gli ufficiali e i cavalli. In base al tuo comportamento, stiamo rispondendo includendo elmetti e manganelli per la nostra sicurezza». Dalle prime ricostruzioni pare che alcuni agenti abbiano utilizzato spray al peperoncino e granate stordenti. Tra i manifestanti, invece, c’è chi avrebbe lanciato bombole di gas. Nessun ferito, a eccezione di un poliziotto colpito lievemente. Pochi dubbi sul fatto che gli arresti di ieri delineino una svolta. Ottawa e le sue strade paralizzate hanno rappresentato l’ultima roccaforte del movimento, dopo settimane all’insegna di manifestazioni e blocchi nei principali valichi di frontiera con gli Stati Uniti.
L’intervento delle forze dell’ordine non sorprende, anzi sembra un’anticipazione di quello che potrebbe succedere nei prossimi giorni se il focolaio del dissenso non si spegnesse completamente. Infatti non bisogna tralasciare che lo scorso lunedì il primo ministro Justin Trudeau ha annunciato l’intenzione di applicare l’Emergencies act, dunque se il Parlamento approvasse lo stato di emergenza al leader di sinistra sarebbe consentito varare «misure temporanee speciali per garantire la sicurezza durante le emergenze nazionali e per modificare altre leggi in conseguenza di ciò».
La strategia paventata da Trudeau, che come unico precedente dal dopoguerra «vanta» la lotta al terrorismo degli anni Settanta, non ha spiazzato solo i canadesi. Ma anche organi di stampa di rilievo internazionale, o almeno quelli che hanno avuto il merito di non oscurare le notizie provenienti dal Canada, come hanno fatto invece la maggioranza dei giornali europei. Tra questi l’Economist che ieri sul sito ha duramente attaccato il premier canadese. «I camionisti hanno tutto il diritto di esprimere il loro disaccordo. Un governo saggio ascolterebbe e risponderebbe loro educatamente, prendendo sul serio le proteste e spiegando pazientemente il perché delle restrizioni Covid». E ancora: «Justin Trudeau ha fatto il contrario. In primo luogo ha rifiutato di incontrarli. Quindi ha tentato di escluderli da un dibattito ragionevole». Nonostante la parziale retromarcia decisa da Trudeau, il quale ha garantito che le misure speciali saranno «limitate nel tempo, ragionevoli e proporzionate», le proteste non si sono sopite. All’origine del malcontento dei camionisti le norme sull’obbligo di puntura anti Covid per attraversare il confine tra Canada e Stati Uniti (in alternativa, sono previste lunghe quarantene al rientro dagli Usa, con sospensione lavorativa). Dalla normativa transfrontaliera alla critica nei confronti dell’operato di Trudeau in generale è stato un attimo.
Con gli arresti di ieri, e le leggi speciali all’orizzonte, la parabola del Freedom convoy pare giunta alla fine. Circostanza confermata anche da uno dei manifestanti, Jeremy Glass: «È la nostra resistenza finale… Quando finisce, finisce ed è nelle mani di Dio. Alla fine di tutto questo avremo tutti bisogno di tornare all’unità e sbarazzarci di questa divisione».
Le scelte di Trudeau fanno avverare le paure dei (presunti) complottisti
Ciò che molte persone chiamano sbrigativamente «complottismo» altro non è se non l’intelligenza che cerca un oggetto. Esistono alcune persone che sentono come necessaria la comprensione dei processi che hanno condotto a determinati risultati così come esistono molte persone, e sono la maggior parte, che ritengono la conoscenza dei processi e della concatenazione degli avvenimenti come una fatica superflua, un’inutile fonte di disagio. Esistono molte persone, e sono la maggior parte, che desiderano essere guidate, che vogliono sentire di essere garantite da un «padre protettore», forse perché il loro non è stato abbastanza presente, e proiettano questa esigenza sulle istituzioni. Innanzitutto sullo Stato, il grande padre che tutto regola e, in cambio di un piccolo prelievo perpetuo di denaro, tutto concede. Ma poi sulle istituzioni in genere, le fonti del potere, dalla maestra agli insegnanti alla segreteria studenti, dalla questura alla dirigenza del personale dell’azienda, dall’Inps fino alle pompe funebri, l’istituzione finale. Queste persone sono «la carne del potere», il nutrimento del sistema, ed è una fortuna in fondo che ci siano e che siano così tante.
Ma ci sono altri che non riescono ad accettare qualcosa di incomprensibile, che non riescono a non completare le terzine della Divina Commedia quando le sentono, che non riescono a non pensare che 2 sommato a 2 faccia 4. Costoro vengono stigmatizzati col termine «complottisti», termine che fino a prima del Covid indicava quelli che non credevano che Oswald avesse ammazzato Kennedy e che oggi vede definire le categorie tra coloro che in generale accettano la narrazione e coloro che non la accettano. Bisogna però fare un distinguo molto chiaro: esistono ipotesi legittime e ipotesi illegittime. Le ipotesi illegittime sono semplicemente quelle che si basano su dati e informazioni non controllabili, non condivisi e non uniformi, sono le «teorie del sospetto» che nascono grazie a un presunto accesso privilegiato a informazioni segrete. Queste non sono interessanti, sono l’equivalente paranoico del «padre assente» di cui si parlava prima e, proprio come il marxismo, non possono essere mai confutate. Le ipotesi legittime, invece, sono quelle che si basano sui dati di fatto, accettati e riconosciuti da tutti e che conducono alla formulazione di ipotesi che soddisfano i criteri di funzionamento di un sistema e che possono essere confermate o smentite.
Il fatto che per il vaccino del Covid si sia scelto di contravvenire a prassi e cautele sino a quel momento adottate per tutti gli altri vaccini è un dato di fatto, formulare ipotesi sulle motivazioni è legittimo. Il fatto che per il vaccino del Covid si debba firmare una liberatoria è un dato di fatto, chiedersi come mai è legittimo. L’ipotesi che i richiami ripetuti e ravvicinati possano avere effetti negativi sul sistema immunitario non è «complottismo», è un assunto medico. L’esistenza di un testo intitolato Covid 19: The great reset scritto da Klaus Schwab in cui si ipotizza la creazione di una cittadinanza nuova basata su autorizzazioni digitali rilasciate dall’autorità centrale per poter accedere ai servizi essenziali è un fatto, non è complottismo. Nel 1960, soltanto una farmacologa, Frances Kelsey, si oppose al riconoscimento del farmaco Talidomide negli Usa, già usato da anni in molti Paesi per alleviare le nausee da gravidanza, ipotizzando gravi effetti avversi sui nascituri. Dopo migliaia di morti e di malformazioni, nel 1962 il Talidomide fu ritirato in tutto il mondo e Frances Kelsey cessò di essere una «bieca complottista».
Purtroppo un grande numero di «ipotesi complottiste» si sta rivelando fondata negli ultimi due anni, ma ciò che sta accadendo in questi giorni rappresenta un vero e proprio salto di qualità: in Canada il premier Justin Trudeau, incapace di fare fronte alla protesta dei truckers, sta minacciando il blocco dei conti correnti dei manifestanti. Ecco l’epifania: l’ipotesi che i «complottisti» formulano da anni, il blocco delle credenziali digitali come strumento di limitazione della libertà, si è palesato. Grazie a Trudeau il «complotto» è diventato realtà, ora sappiamo che tutto ciò non solo è teoricamente possibile ma lo stanno facendo ora. La sospensione del conto corrente per motivi politici non è più una distopia cinese, è una realtà applicata in uno Stato occidentale e democratico come il Canada. Benedetto sia Justin giacché la verità è stata svelata, il rischio si è palesato come reale, il nostro rapporto con il mondo si è arricchito di un elemento decisivo.
Il complottismo non è nient’altro che l’istinto ancestrale che l’uomo usa per difendersi dai predatori. In alcuni è ancora vivo.
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Dopo i leader del Freedom convoy, fermati anche i manifestanti. La polizia su Twitter: «Vi avevamo detto di andarvene».Le scelte di Trudeau fanno avverare le paure dei (presunti) complottisti. Il blocco dei conti di chi si oppone al pass prova che l’identità digitale è un pericolo.Lo speciale comprende due articoli. A tre settimane dall’inizio delle proteste il redde rationem nei confronti del movimento dei camionisti canadesi, il Freedom convoy, sembra essere arrivato. Ieri a Ottawa più di un centinaio di trasportatori, camionisti e semplici simpatizzanti sono stati arrestati dalla polizia, che oltre a procedere con i fermi ha portato via dalle strade del centro una dozzina tra camion e furgoni. Mezzi che di fatto hanno bloccato la capitale del Paese e parzialmente la sua economia. Non è finita qui, dato che il capo della polizia, Steve Bell, ha fatto sapere che sono quattro i leader della protesta arrestati: tre sono finiti in carcere, uno è tornato in libertà grazie al pagamento della cauzione. Oltre alle inevitabili polemiche per l’azione degli agenti, i vertici delle forze dell’ordine e non solo dovranno fare i conti con un fermo in particolare. Rischia, infatti, di suscitare un polverone l’arresto di Pat King (presunto leader di estrema destra), ripreso e pubblicato in diretta su Facebook nel momento in cui viene privato della libertà. Senza dimenticare che tre giorni fa sono finiti in carcere Tamara Lich e Chris Barber. Il Freedom convoy è di fatto restato senza i principali organizzatori delle proteste.L’operazione è scattata alle 15 (erano le 22 in Italia) e prima di passare dalle parole ai fatti gli uomini di Bell hanno annunciato all’altoparlante: «Andatevene o sarete arrestati». Obiettivo: allentare la pressione dei manifestanti nei pressi del Parlamento. Centinaia gli agenti (provenienti da tutto il Paese) in tenuta antisommossa impiegati nell’operazione. Potrebbe far discutere e non poco il post pubblicato su Twitter, in seguito agli arresti, dall’account della polizia: «Ti avevamo detto di andartene. Ti abbiamo dato il tempo di partire. Eravamo lenti e metodici, eppure tu eri aggressivo con gli ufficiali e i cavalli. In base al tuo comportamento, stiamo rispondendo includendo elmetti e manganelli per la nostra sicurezza». Dalle prime ricostruzioni pare che alcuni agenti abbiano utilizzato spray al peperoncino e granate stordenti. Tra i manifestanti, invece, c’è chi avrebbe lanciato bombole di gas. Nessun ferito, a eccezione di un poliziotto colpito lievemente. Pochi dubbi sul fatto che gli arresti di ieri delineino una svolta. Ottawa e le sue strade paralizzate hanno rappresentato l’ultima roccaforte del movimento, dopo settimane all’insegna di manifestazioni e blocchi nei principali valichi di frontiera con gli Stati Uniti.L’intervento delle forze dell’ordine non sorprende, anzi sembra un’anticipazione di quello che potrebbe succedere nei prossimi giorni se il focolaio del dissenso non si spegnesse completamente. Infatti non bisogna tralasciare che lo scorso lunedì il primo ministro Justin Trudeau ha annunciato l’intenzione di applicare l’Emergencies act, dunque se il Parlamento approvasse lo stato di emergenza al leader di sinistra sarebbe consentito varare «misure temporanee speciali per garantire la sicurezza durante le emergenze nazionali e per modificare altre leggi in conseguenza di ciò». La strategia paventata da Trudeau, che come unico precedente dal dopoguerra «vanta» la lotta al terrorismo degli anni Settanta, non ha spiazzato solo i canadesi. Ma anche organi di stampa di rilievo internazionale, o almeno quelli che hanno avuto il merito di non oscurare le notizie provenienti dal Canada, come hanno fatto invece la maggioranza dei giornali europei. Tra questi l’Economist che ieri sul sito ha duramente attaccato il premier canadese. «I camionisti hanno tutto il diritto di esprimere il loro disaccordo. Un governo saggio ascolterebbe e risponderebbe loro educatamente, prendendo sul serio le proteste e spiegando pazientemente il perché delle restrizioni Covid». E ancora: «Justin Trudeau ha fatto il contrario. In primo luogo ha rifiutato di incontrarli. Quindi ha tentato di escluderli da un dibattito ragionevole». Nonostante la parziale retromarcia decisa da Trudeau, il quale ha garantito che le misure speciali saranno «limitate nel tempo, ragionevoli e proporzionate», le proteste non si sono sopite. All’origine del malcontento dei camionisti le norme sull’obbligo di puntura anti Covid per attraversare il confine tra Canada e Stati Uniti (in alternativa, sono previste lunghe quarantene al rientro dagli Usa, con sospensione lavorativa). Dalla normativa transfrontaliera alla critica nei confronti dell’operato di Trudeau in generale è stato un attimo. Con gli arresti di ieri, e le leggi speciali all’orizzonte, la parabola del Freedom convoy pare giunta alla fine. Circostanza confermata anche da uno dei manifestanti, Jeremy Glass: «È la nostra resistenza finale… Quando finisce, finisce ed è nelle mani di Dio. 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Esistono alcune persone che sentono come necessaria la comprensione dei processi che hanno condotto a determinati risultati così come esistono molte persone, e sono la maggior parte, che ritengono la conoscenza dei processi e della concatenazione degli avvenimenti come una fatica superflua, un’inutile fonte di disagio. Esistono molte persone, e sono la maggior parte, che desiderano essere guidate, che vogliono sentire di essere garantite da un «padre protettore», forse perché il loro non è stato abbastanza presente, e proiettano questa esigenza sulle istituzioni. Innanzitutto sullo Stato, il grande padre che tutto regola e, in cambio di un piccolo prelievo perpetuo di denaro, tutto concede. Ma poi sulle istituzioni in genere, le fonti del potere, dalla maestra agli insegnanti alla segreteria studenti, dalla questura alla dirigenza del personale dell’azienda, dall’Inps fino alle pompe funebri, l’istituzione finale. Queste persone sono «la carne del potere», il nutrimento del sistema, ed è una fortuna in fondo che ci siano e che siano così tante. Ma ci sono altri che non riescono ad accettare qualcosa di incomprensibile, che non riescono a non completare le terzine della Divina Commedia quando le sentono, che non riescono a non pensare che 2 sommato a 2 faccia 4. Costoro vengono stigmatizzati col termine «complottisti», termine che fino a prima del Covid indicava quelli che non credevano che Oswald avesse ammazzato Kennedy e che oggi vede definire le categorie tra coloro che in generale accettano la narrazione e coloro che non la accettano. Bisogna però fare un distinguo molto chiaro: esistono ipotesi legittime e ipotesi illegittime. Le ipotesi illegittime sono semplicemente quelle che si basano su dati e informazioni non controllabili, non condivisi e non uniformi, sono le «teorie del sospetto» che nascono grazie a un presunto accesso privilegiato a informazioni segrete. Queste non sono interessanti, sono l’equivalente paranoico del «padre assente» di cui si parlava prima e, proprio come il marxismo, non possono essere mai confutate. Le ipotesi legittime, invece, sono quelle che si basano sui dati di fatto, accettati e riconosciuti da tutti e che conducono alla formulazione di ipotesi che soddisfano i criteri di funzionamento di un sistema e che possono essere confermate o smentite. Il fatto che per il vaccino del Covid si sia scelto di contravvenire a prassi e cautele sino a quel momento adottate per tutti gli altri vaccini è un dato di fatto, formulare ipotesi sulle motivazioni è legittimo. Il fatto che per il vaccino del Covid si debba firmare una liberatoria è un dato di fatto, chiedersi come mai è legittimo. L’ipotesi che i richiami ripetuti e ravvicinati possano avere effetti negativi sul sistema immunitario non è «complottismo», è un assunto medico. L’esistenza di un testo intitolato Covid 19: The great reset scritto da Klaus Schwab in cui si ipotizza la creazione di una cittadinanza nuova basata su autorizzazioni digitali rilasciate dall’autorità centrale per poter accedere ai servizi essenziali è un fatto, non è complottismo. Nel 1960, soltanto una farmacologa, Frances Kelsey, si oppose al riconoscimento del farmaco Talidomide negli Usa, già usato da anni in molti Paesi per alleviare le nausee da gravidanza, ipotizzando gravi effetti avversi sui nascituri. Dopo migliaia di morti e di malformazioni, nel 1962 il Talidomide fu ritirato in tutto il mondo e Frances Kelsey cessò di essere una «bieca complottista». Purtroppo un grande numero di «ipotesi complottiste» si sta rivelando fondata negli ultimi due anni, ma ciò che sta accadendo in questi giorni rappresenta un vero e proprio salto di qualità: in Canada il premier Justin Trudeau, incapace di fare fronte alla protesta dei truckers, sta minacciando il blocco dei conti correnti dei manifestanti. Ecco l’epifania: l’ipotesi che i «complottisti» formulano da anni, il blocco delle credenziali digitali come strumento di limitazione della libertà, si è palesato. Grazie a Trudeau il «complotto» è diventato realtà, ora sappiamo che tutto ciò non solo è teoricamente possibile ma lo stanno facendo ora. La sospensione del conto corrente per motivi politici non è più una distopia cinese, è una realtà applicata in uno Stato occidentale e democratico come il Canada. Benedetto sia Justin giacché la verità è stata svelata, il rischio si è palesato come reale, il nostro rapporto con il mondo si è arricchito di un elemento decisivo. Il complottismo non è nient’altro che l’istinto ancestrale che l’uomo usa per difendersi dai predatori. In alcuni è ancora vivo.
Ansa
Nelle ultime ore dichiarazioni provenienti da Teheran, Washington e dagli organismi internazionali hanno mostrato quanto il percorso verso un accordo resti fragile e pieno di ostacoli. Ad alimentare le polemiche è stata l’agenzia iraniana Fars News, secondo la quale i negoziati tra Iran e Stati Uniti sarebbero stati sospesi. La decisione, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, sarebbe legata a presunti attacchi americani contro navi commerciali nelle vicinanze delle coste meridionali iraniane e al proseguimento delle operazioni militari israeliane in Libano. La versione iraniana è stata però respinta dal Comando centrale degli Stati Uniti. Il Pentagono ha definito false le notizie secondo cui unità iraniane avrebbero aperto il fuoco contro navi da guerra americane nel Golfo di Oman, costringendole a ritirarsi. Washington ha precisato che le proprie forze continuano a operare normalmente nell’area e che non si è verificato alcun incidente di questo tipo. A confermare le difficoltà del negoziato è stato Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei. In un’intervista alla Cnn ha affermato che un eventuale accordo dipenderà dalla decisione dell’amministrazione Trump di scongelare 24 miliardi di dollari di beni iraniani bloccati all’estero. «I negoziati sono in uno stallo e Trump deve romperlo», ha dichiarato. Rezaei ha inoltre minacciato un allargamento del conflitto qualora gli Stati Uniti dovessero tornare all’opzione militare, sostenendo che l’Iran potrebbe colpire altre basi americane nella regione.
Nel frattempo Washington continua la pressione economica. Il Comando Indo-Pacifico ha annunciato l’intercettazione e l’ispezione della petroliera MT Davina nell’Oceano Indiano, una nave sanzionata dagli Stati Uniti per il trasporto di petrolio iraniano verso la Cina. Inoltre gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro l’Iran e i suoi alleati, prendendo di mira una rete accusata di aver esportato illegalmente verso l’Asia grandi quantità di gas di petrolio liquefatto iraniano per un valore di centinaia di milioni di dollari. Secondo Washington, il sistema si avvaleva di società di copertura negli Emirati Arabi Uniti e in Cina, oltre che della cosiddetta «flotta ombra» iraniana, per eludere le sanzioni e nascondere l’origine del carburante. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso ottimismo sulla possibilità che Stati Uniti e Iran raggiungano un accordo sul programma nucleare, definendolo una cornice utile per affrontare successivamente le questioni più controverse. Intanto a Ginevra gli ambasciatori di Iran, Cina e Russia presso l’Aiea hanno incontrato Grossi per discutere i temi all’ordine del giorno della prossima riunione del Consiglio dei governatori dell’agenzia. Dal canto suo, Trump ha dichiarato che «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di alcun accordo per ottenere l'uranio arricchito iraniano». Nel frattempo il Libano, bersagliato da altri raid israeliani, è entrato direttamente nella disputa. In un’intervista alla Cnn il presidente Joseph Aoun ha accusato l’Iran di utilizzare il suo Paese come «merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti». Aoun ha sottolineato che le decisioni sulla sicurezza e sulla stabilità del Libano devono restare nelle mani delle istituzioni nazionali, lasciando intendere che il ruolo di Hezbollah continui a rappresentare uno dei principali strumenti attraverso cui Teheran esercita la propria influenza nella regione. Le accuse sono state respinte dai pasdaran.
A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la polemica tra Azerbaigian e Cnn. Baku ha respinto come «completamente infondate» le indiscrezioni secondo cui Israele avrebbe utilizzato il territorio azero per operazioni di intelligence contro l’Iran durante il recente conflitto. Il governo ha accusato l’emittente americana di aver ignorato la posizione ufficiale del Paese e ha ribadito di non aver mai consentito attività militari straniere dirette contro Stati confinanti. A raffreddare ulteriormente le aspettative di un rapido disgelo è intervenuto anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha escluso qualsiasi possibilità di un incontro tra Donald Trump e Mojtaba Khamenei. Una posizione che conferma come, nonostante gli spiragli evidenziati dall’Aiea, il percorso verso un’intesa resti ancora irto di ostacoli politici, militari ed economici.
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Nicola Fratoianni (Ansa)
«Il tempo dei privilegi è finito ed è ora di redistribuire la ricchezza. Non c’è niente di assurdo in questa proposta, che è ragionevole, di buon senso e riformista». Salis chiede di più: «Impedire che i ricchi possano trasferire la loro residenza fiscale. Si può fare una legge europea e muoversi con gli altri Paesi», la sua proposta. Nelle stesse ore anche Angelo Bonelli, portavoce di Avs, in una rincorsa a chi è più duro e puro, rilancia la tassa per i super ricchi e li individua. Uno per uno, quasi fosse una lista di proscrizione. «Non penso a una patrimoniale permanente: bisogna adeguare il sistema delle aliquote, renderle più giuste, diminuire la pressione fiscale sul ceto medio e aumentarla sui redditi più alti. C’è poi una grande questione su cui si può immaginare un contributo di solidarietà, una tassa di scopo sui super ricchi (oggi in Italia sono 79, con un patrimonio complessivo di 357 miliardi di euro) per destinare risorse, nell’arco di tre-quattro anni, all’abbattimento delle liste d’attesa nella sanità pubblica».
Tassare i super ricchi per finanziare la spesa sanitaria, una proposta populista che già era stata lanciata da Chiara Appendino, deputato del Movimento 5 stelle, che ieri è tornata sul punto: «Se vogliamo costruire un Paese più giusto, il Movimento 5 stelle e l’intero campo progressista devono avere il coraggio di sfidare i privilegi e ridurre le disuguaglianze, rimettendo la giustizia sociale al centro dell’agenda politica. Costruire un’alternativa a Giorgia Meloni significa anche fare una scelta di campo netta. E allora sì, lo ribadisco: la Millionaire Tax serve subito. Anzi, siamo già in ritardo». Un messaggio che in qualche modo manda anche ai suoi, in un certo senso, dal momento che il leader del Movimento, Giuseppe Conte, si è mostrato tiepido sull’argomento.
Così come comincia ad apparire infastidita la segretaria del Pd, Elly Schlein che, incalzata dai cronisti, ha detto: «La patrimoniale? Non siamo qui a parlare di questo. Ne discuteremo, ma non è tra le cose già condivise». E non è condivisa perché tema molto divisivo all’interno del campo largo. «Il dibattito sulla patrimoniale funziona bene come slogan, ma poi nella realtà dei fatti se tu alzi troppo le tasse a una determinata fascia di popolazione ci sta che quelli se ne vanno in Svizzera, ci sta che quelli se ne vanno in Lussemburgo e se se ne vanno in Lussemburgo non hai più i soldi, non per i ricchi, ma per i poveri», commenta il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che poi aggiunge: «Ti manca il gettito per cosa? Per la sanità, per la scuola, per la salute. Allora io dico, va sempre trovato un equilibrio».
Ma la patrimoniale è una tassa che non ha storicamente riscosso successo in nessun Paese europeo. Come in Francia. Le Figaro, pochi mesi fa, aveva pubblicato uno studio pubblicato da Rexecode, il principale istituto di ricerca economica francese, che tracciava un bilancio critico dell’imposta sulla ricchezza (Isf/Ifi) in Francia. Secondo le conclusioni, la tassazione dei grandi patrimoni ha un costo economico superiore alle entrate generate, a causa dell’esilio fiscale e della fuga di talenti.
In sostanza, secondo le stime, il mancato gettito fiscale generato dall’imposta raggiungerebbe i 9 miliardi di euro, a fronte di un incasso che varia dai 2 ai 5 miliardi di euro a seconda dell’anno. Non solo perché, sempre in Francia, «la perdita di reddito nazionale ammonterebbe a una cifra compresa tra 0,5 e 1 punto percentuale del Pil». Insomma, abbiamo l’esempio dei vicini, virtuosi per alcuni, che però mostrano tutte le fragilità di una misura che, se messa in campo, annullerebbe completamente il rientro di capitali esteri favorito dalle politiche di questo esecutivo.
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Beppe Sala e Marco Travaglio (Ansa)
Ieri se ne è uscito con un «c’è una parte della Procura che fa politica». E ha aggiunto che la candidatura dell’ex procuratrice aggiunta meneghina Tiziana Siciliano nella lista civica collegata a Massimiliano Lisa ne sarebbe «una solida dimostrazione». Se queste parole fossero provenute da destra sarebbero state bollate come attacco alla magistratura o eversione verbale. Ma a parlare, questa volta, non è il nemico storico delle Procure. È uno di casa, cresciuto dentro quella cultura politica che da sempre considera la magistratura quasi una forma superiore di moralità pubblica. Da una parte c’è l’inchiesta sui presunti favori nelle concessioni della Galleria, con ipotesi di turbativa d’asta e corruzione per la concessione di spazi commerciali ed eventi (con otto indagati tra imprenditori, funzionari comunali e della Sovrintendenza), dall’altra c’è il candidato sindaco Massimiliano Lisa, ideatore del museo Leonardo3 che ha sede proprio in Galleria. È l’imprenditore che contrasta il Municipio davanti alla magistratura amministrativa e autore dell’esposto da cui è partita l’indagine. Da tempo è in causa con il Comune per gli spazi che occupa e che secondo l’amministrazione sono in subconcessione (che sarebbe vietata dal contratto). Il Tar ha dato ragione al Comune, ma l’imprenditore continua a sostenere di essere vittima di un trattamento ingiusto e chiede trasparenza sulle concessioni.
«Io non faccio mai di tutta l’erba un fascio, non lancio accuse, porto rispetto a tutte le istituzioni, anche alla Procura, però evidentemente c’è una parte della Procura che fa politica», afferma Sala. E per dimostrare la sua tesi tira in ballo un’ex toga: Tiziana Siciliano, già procuratore aggiunto a Milano, pronta a scendere in campo proprio accanto a Lisa. Con il referendum sulla riforma della magistratura alle spalle Sala, però, si accorge solo ora degli sconfinamenti delle toghe. La ex pm ha spiegato di non ricordare dell’esposto di Lisa e di avere preso contatti con l’imprenditore solo all’inizio di questo anno. «Ogni giorno che passa resto sempre più perplesso», ha commentato Sala aggiungendo, a proposito dell’esposto, di avere «qualche dubbio» rispetto alla spiegazione della Siciliano. E ha lanciato una stoccata: «Ma una pm così esperta, che ha avuto un ruolo apicale in Procura, si candida con una persona che conosce poco, senza fare alcuna verifica? Ecco questo è incomprensibile». Il sindaco, insomma, sembra insinuare che dietro quell’alleanza politica possa esserci qualcosa di più di una semplice convergenza amministrativa. La replica di Lisa è arrivata immediatamente: «Il sindaco non riesce a concepire che due persone possano incontrarsi, condividere un programma per la città, stimarsi e impegnarsi insieme senza secondi fini, patti segreti o trame nascoste». Poi l’affondo politico: «Questo dice molto di Sala e del suo modo di vedere la politica. Sostiene che la candidatura della ex pm Siciliano dimostrerebbe che una parte della Procura fa politica. C’è un piccolo problema, Sala sembra sostenere che le inchieste sull’urbanistica fossero mosse da finalità politiche per delegittimarlo. Eppure questa fuga di notizie, che ha portato sui giornali il mio nome e quello della Siciliano invece di quelli degli indagati, avrebbe dovuto semmai favorire lui, non danneggiarlo». Infine riporta il discorso sul terreno della campagna elettorale: «Milano ha bisogno di risposte su sicurezza, degrado, casa e trasparenza. Non di teorie che si smentiscono da sole o di complotti immaginari. Io continuerò a occuparmi dei fatti. Lascio volentieri ad altri i romanzi». Ma l’indagine sulla Galleria non è l’unica ad aver messo dei carboni ardenti sulla strada percorsa dall’amministrazione Sala (che ha frignato più di una volta al deflagrare delle attività investigative). Arriva dopo quelle su presunti abusi edilizi e sulla vendita dello stadio di San Siro. Un clima pesante, da fine impero amministrativo. «Sull’urbanistica chiediamo troppo poco ai costruttori, sulla Galleria chiediamo troppo... è un po’ difficile così», sostiene ora il primo cittadino a proposito delle inchieste. E in parte il governatore lombardo Attilio Fontana gli dà ragione: «Io sono d’accordo nel dire che in questi ultimi anni la magistratura sta facendo alcune scelte che lasciano un po’ perplessi. Quella di Sala è una delle ipotesi». Il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini, invece, non pensa «che ci siano strategie politiche e complotti giudiziari». E, sorpreso, afferma: «Di solito è la sinistra a sostenere che siamo noi a evocare golpe giudiziari». Alla fine però ritiene «che la pm non andrà lontano alle elezioni».
Causa Cipriani, tremano i televolti di sinistra
Per una volta Marco Travaglio ha dovuto fare una cosa poco travagliesca: prendersela con i magistrati. La sera del 4 giugno, a Otto e mezzo su La7, il direttore del Fatto quotidiano ha scelto lo scontro frontale con la Procura generale di Milano, dopo il comunicato con cui l’ufficio guidato da Francesca Nanni ha scritto che le notizie di stampa sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Travaglio ha parlato di «diffamazione» e ha annunciato che, se la Procura non farà marcia indietro e non chiederà scusa, sarà il Fatto a denunciarla. Dal tribunale milanese ieri non è arrivata alcuna comunicazione. Del resto, la polemica, ormai, non è più solo televisiva. Mentre il giornale difende la propria inchiesta e promette nuovi sviluppi, nei giorni scorsi Giuseppe Cipriani ha aperto anche il fronte americano: una causa a New York che può coinvolgere Fatto quotidiano, Report ed È sempre Cartabianca. Se il contenzioso andrà avanti, la partita rischia di diventare molto più costosa di un confronto in studio. La richiesta americana da oltre 250 milioni di dollari non viene presentata come una cifra simbolica. Secondo la difesa, è stata calcolata dai legali statunitensi sul valore del marchio, sul volume d’affari e sul danno reputazionale per il gruppo Cipriani. Il punto è che non si parla solo del danno personale a Minetti e Cipriani, ma del possibile pregiudizio a una realtà internazionale dell’ospitalità e della ristorazione. Il marchio, secondo stime commerciali non ufficiali, vanterebbe ricavi annui intorno ai 657,9 milioni di dollari. La questione potrebbe diventare rilevante anche per la nostra pubblica amministrazione. Se Report dovrà difendersi a New York, nella pratica il conto legale potrebbe finire sulla Rai, perché Report è un programma Rai. Se poi dovessero essere chiamati in causa anche Sigfrido Ranucci o singoli autori, la copertura dipenderebbe da manleve, contratti e assicurazioni. In caso di condanna della Rai, pagherebbe la Rai; in caso di condanna personale dei giornalisti, bisognerà vedere se l’azienda li coprirà o se riterrà la condotta fuori dal perimetro della tutela.
Sempre su La7 Travaglio ha poi allargato l’attacco al Quirinale, accusato di aver affidato la verifica alla stessa Procura generale che aveva già espresso il parere favorevole sulla grazia a Nicole Minetti. «Hanno chiesto all’oste se il vino è buono», ha detto. Poi il passaggio su Sergio Mattarella: «Secondo me, Mattarella è un amante del pericolo», ha aggiunto, definendolo «uno spericolato» e «un amante del brivido», nonostante la sua fama di uomo prudente. Nel ragionamento del direttore del Fatto, il Colle avrebbe corso un rischio politico e istituzionale affidandosi allo stesso ufficio che aveva seguito l’istruttoria originaria sulla grazia. La linea di difesa del Fatto è chiara: la Procura generale non avrebbe potuto liquidare come false le notizie pubblicate senza ascoltare direttamente le fonti del giornale, a partire dalla massaggiatrice Graciela De Los Santos Torres. Ma la Procura non stava celebrando un processo penale: doveva verificare se quelle notizie modificassero i presupposti della grazia. Per questo, spiega nel comunicato, non è stata disposta una rogatoria internazionale: il trattato di cooperazione penale tra Italia e Uruguay serve ad acquisire prove in un procedimento penale, mentre qui si trattava di un accertamento diverso.
Non solo. La Procura scrive di avere delegato accertamenti a Carabinieri e Interpol e conclude che le notizie di stampa «non corrispondono al vero». In particolare, le accuse della massaggiatrice sui presunti festini con droga e sesso risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede difensiva sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti: per verificare quel racconto sarebbero state sentite decine di persone. Anche la credibilità della fonte è diventata oggetto di scontro. Il racconto iniziale la presentava come una persona legata da vent’anni alla tenuta di Cipriani ma secondo la difesa, invece, i documenti dimostrerebbero che il rapporto di lavoro durò pochi mesi, non vent’anni. È qui che si giocherà una parte della partita: non solo se la donna sia stata ascoltata, ma se il suo racconto regga davanti a contratti, presenze, spostamenti e testimonianze raccolte. Il comunicato della Procura concentra le smentite poi sugli altri punti principali: sull’adozione non emergono irregolarità; il legale morto in Uruguay era il legale del minore, favorevole all’adozione, non quello dei genitori biologici; il quadro clinico del bambino, in cura al Boston Children’s Hospital, è confermato; per la coppia non risultano pendenze o indagini in Uruguay e Spagna. Nel frattempo, i legali di Minetti e Cipriani - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno già annunciato richieste risarcitorie per oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, per la puntata di È sempre Cartabianca del 28 aprile e per quella di Report del 3 maggio. In Italia il terreno potrà essere quello della diffamazione a mezzo stampa e del risarcimento del danno. Resta il profilo più delicato, quello del minore. Il diritto di cronaca sulla grazia esisteva, ma non imponeva di rendere riconoscibile un bambino adottato, né di esporne storia personale, condizioni cliniche, cure o rapporti con la famiglia biologica. Se sono stati pubblicati il nome del minore o elementi capaci di identificarlo, la questione potrà essere valutata sul piano deontologico, civile e, nei casi più gravi, anche penale. È il punto più pesante. Ciò che oggi resta online può essere ritrovato domani dallo stesso bambino. La notizia era la grazia a Minetti; il minore, secondo i legali, non doveva diventare il centro del racconto.
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Angelo Bonelli (Ansa)
Tuttavia, che cosa avverrebbe per Pil e bollette se a Palazzo Chigi invece di Giorgia Meloni ci fosse un esponente del campo largo? È una domanda che mi sono posto ieri, dopo che Avs, Pd e 5 stelle hanno votato contro il piano per l’apertura di centrali nucleari. Angelo Bonelli dei Verdi ha definito quella di giovedì una «pagina nera della democrazia», perché si sarebbe fatta «carta straccia della volontà degli italiani». Chiara Braga, capogruppo alla Camera del Partito democratico, ha invece detto che il sì al nucleare «è un bluff», perché per costruire i nuovi impianti serviranno 15 o 20 anni. Premesso che se ogni volta si rinvia, per garantirci un’energia a basso prezzo forse di anni ce ne vorranno anche 50, si dà il caso che per la realizzazione ne bastino meno di 10 e dunque nel 2035 le prime centrali potrebbero entrare in funzione. Tuttavia, da una sinistra che ambisce a governare, e dunque a far crescere il Pil e ad abbassare il prezzo delle bollette, io mi aspetterei che se dice no al nucleare, poi dica sì a qualche cos’altro. Ovvero, che scartata una fonte energetica, poi ne abbia un’altra da proporre. E invece no. Mentre respinge in blocco anche solo l’idea di creare energia dalla fissione, quando arriva l’ora delle decisioni il campo largo respinge anche l’idea di parchi eolici o solari. Là dove amministrano, i compagni sono pronti a fare le barricate se vedono anche l’ombra di un mulino collegato alla rete elettrica e allo stesso tempo respingono qualsiasi idea di distese fotovoltaiche. Cioè, si lamentano se la bolletta rincara e denunciano le difficoltà riscontrate dalle imprese che esportano, ma dicono no a tutto ciò che potrebbe consentire di abbassare il prezzo dell’energia elettrica e di conseguenza anche di ridurre i costi per essere più competitivi. Ecco il paradosso della sinistra di lotta e di governo: non vuole il nucleare, anzi minaccia un nuovo referendum per impedire l’installazione anche di un solo reattore, ma poi è in prima fila quando si tratta di lamentarsi se il prodotto interno langue e la luce costa cara.
Da chi fa politica non ci si aspetta che sappia immaginare il futuro, ma quanto meno che non lo ostacoli. E invece no, i compagni sono da sempre contro un futuro che non sia il loro: che si tratti di autostrade, di linee ferroviarie, di tv a colori o semplicemente di centrali nucleari, ogni volta si oppongono. Non indicano un’alternativa, si limitano a sabotare quella degli altri con generici e inconcludenti discorsi.
I reattori non vanno bene? E come dovremmo produrre l’energia che ci serve per far funzionare le aziende e le nostre case? Le centrali a carbone non si possono fare perché inquinano, di quelle idroelettriche dopo il disastro del Vajont neppure parlarne, il gas è una fonte fossile e dunque è meglio evitare, le pale eoliche e i pannelli solari rovinano l’ambiente. Dunque? Che facciamo? Come teniamo accesa l’Italia? Le risposte a questo punto si fanno vaghe. Si parla genericamente di rinnovabili, ma senza entrare nel dettaglio di dove farle e tanto meno delle dimensioni di un campo fotovoltaico o di una distesa di torri eoliche. La realtà è che la sinistra accusa il centrodestra sia per il caro bollette che per la lenta crescita, ma è la responsabile sia dell’uno che dell’altra. Che cosa sarebbe accaduto in Italia se negli ultimi 40 anni non si fosse opposta al nucleare? Che avremmo bollette più basse e che il costo dell’energia non limiterebbe le esportazioni e non farebbe fuggire le aziende. A questo proposito, Bonelli e compagni replicano agitando lo spauracchio della fuga di materiale radioattivo. Ma il Giappone, dove pure si registrò un incidente alla centrale di Fukushima a causa di uno tsunami, di centrali ne sta progettando 19 e non si è certo fatto spaventare da un Bonelli con gli occhi a mandorla.
La verità è che se questa sinistra andasse al governo l’Italia sarebbe spacciata. Pensate solo alle parole del governatore della Banca d’Italia, che l’altro giorno ha parlato della grande sfida dell’Intelligenza artificiale e della necessità di investire in una IA italiana. E come faremo funzionare i cervelloni necessari ad alimentare i grandi data center? Con le pale eoliche, ammesso e non concesso che i compagni ne consentissero l’installazione? Oppure con i pannelli sul tetto? Un singolo polo di calcolo avanzato richiede più di un Gigawatt di potenza, ovvero l’equivalente della potenza necessaria ad alimentare 850.000 case. Ma senza nucleare, senza gas, senza carbone e senza neppure le pale eoliche, perché la governatrice della Sardegna è contraria, l’Italia non potrebbe alimentare i suoi data center e gli italiani pagherebbero la bolletta più cara del mondo. E addio crescita del Pil.
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