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2022-02-20
Oltre 100 camionisti arrestati in Canada. Morsa per soffocare il diritto al dissenso
Ansa
A tre settimane dall’inizio delle proteste il redde rationem nei confronti del movimento dei camionisti canadesi, il Freedom convoy, sembra essere arrivato. Ieri a Ottawa più di un centinaio di trasportatori, camionisti e semplici simpatizzanti sono stati arrestati dalla polizia, che oltre a procedere con i fermi ha portato via dalle strade del centro una dozzina tra camion e furgoni. Mezzi che di fatto hanno bloccato la capitale del Paese e parzialmente la sua economia. Non è finita qui, dato che il capo della polizia, Steve Bell, ha fatto sapere che sono quattro i leader della protesta arrestati: tre sono finiti in carcere, uno è tornato in libertà grazie al pagamento della cauzione.
Oltre alle inevitabili polemiche per l’azione degli agenti, i vertici delle forze dell’ordine e non solo dovranno fare i conti con un fermo in particolare. Rischia, infatti, di suscitare un polverone l’arresto di Pat King (presunto leader di estrema destra), ripreso e pubblicato in diretta su Facebook nel momento in cui viene privato della libertà. Senza dimenticare che tre giorni fa sono finiti in carcere Tamara Lich e Chris Barber. Il Freedom convoy è di fatto restato senza i principali organizzatori delle proteste.
L’operazione è scattata alle 15 (erano le 22 in Italia) e prima di passare dalle parole ai fatti gli uomini di Bell hanno annunciato all’altoparlante: «Andatevene o sarete arrestati». Obiettivo: allentare la pressione dei manifestanti nei pressi del Parlamento. Centinaia gli agenti (provenienti da tutto il Paese) in tenuta antisommossa impiegati nell’operazione. Potrebbe far discutere e non poco il post pubblicato su Twitter, in seguito agli arresti, dall’account della polizia: «Ti avevamo detto di andartene. Ti abbiamo dato il tempo di partire. Eravamo lenti e metodici, eppure tu eri aggressivo con gli ufficiali e i cavalli. In base al tuo comportamento, stiamo rispondendo includendo elmetti e manganelli per la nostra sicurezza». Dalle prime ricostruzioni pare che alcuni agenti abbiano utilizzato spray al peperoncino e granate stordenti. Tra i manifestanti, invece, c’è chi avrebbe lanciato bombole di gas. Nessun ferito, a eccezione di un poliziotto colpito lievemente. Pochi dubbi sul fatto che gli arresti di ieri delineino una svolta. Ottawa e le sue strade paralizzate hanno rappresentato l’ultima roccaforte del movimento, dopo settimane all’insegna di manifestazioni e blocchi nei principali valichi di frontiera con gli Stati Uniti.
L’intervento delle forze dell’ordine non sorprende, anzi sembra un’anticipazione di quello che potrebbe succedere nei prossimi giorni se il focolaio del dissenso non si spegnesse completamente. Infatti non bisogna tralasciare che lo scorso lunedì il primo ministro Justin Trudeau ha annunciato l’intenzione di applicare l’Emergencies act, dunque se il Parlamento approvasse lo stato di emergenza al leader di sinistra sarebbe consentito varare «misure temporanee speciali per garantire la sicurezza durante le emergenze nazionali e per modificare altre leggi in conseguenza di ciò».
La strategia paventata da Trudeau, che come unico precedente dal dopoguerra «vanta» la lotta al terrorismo degli anni Settanta, non ha spiazzato solo i canadesi. Ma anche organi di stampa di rilievo internazionale, o almeno quelli che hanno avuto il merito di non oscurare le notizie provenienti dal Canada, come hanno fatto invece la maggioranza dei giornali europei. Tra questi l’Economist che ieri sul sito ha duramente attaccato il premier canadese. «I camionisti hanno tutto il diritto di esprimere il loro disaccordo. Un governo saggio ascolterebbe e risponderebbe loro educatamente, prendendo sul serio le proteste e spiegando pazientemente il perché delle restrizioni Covid». E ancora: «Justin Trudeau ha fatto il contrario. In primo luogo ha rifiutato di incontrarli. Quindi ha tentato di escluderli da un dibattito ragionevole». Nonostante la parziale retromarcia decisa da Trudeau, il quale ha garantito che le misure speciali saranno «limitate nel tempo, ragionevoli e proporzionate», le proteste non si sono sopite. All’origine del malcontento dei camionisti le norme sull’obbligo di puntura anti Covid per attraversare il confine tra Canada e Stati Uniti (in alternativa, sono previste lunghe quarantene al rientro dagli Usa, con sospensione lavorativa). Dalla normativa transfrontaliera alla critica nei confronti dell’operato di Trudeau in generale è stato un attimo.
Con gli arresti di ieri, e le leggi speciali all’orizzonte, la parabola del Freedom convoy pare giunta alla fine. Circostanza confermata anche da uno dei manifestanti, Jeremy Glass: «È la nostra resistenza finale… Quando finisce, finisce ed è nelle mani di Dio. Alla fine di tutto questo avremo tutti bisogno di tornare all’unità e sbarazzarci di questa divisione».
Le scelte di Trudeau fanno avverare le paure dei (presunti) complottisti
Ciò che molte persone chiamano sbrigativamente «complottismo» altro non è se non l’intelligenza che cerca un oggetto. Esistono alcune persone che sentono come necessaria la comprensione dei processi che hanno condotto a determinati risultati così come esistono molte persone, e sono la maggior parte, che ritengono la conoscenza dei processi e della concatenazione degli avvenimenti come una fatica superflua, un’inutile fonte di disagio. Esistono molte persone, e sono la maggior parte, che desiderano essere guidate, che vogliono sentire di essere garantite da un «padre protettore», forse perché il loro non è stato abbastanza presente, e proiettano questa esigenza sulle istituzioni. Innanzitutto sullo Stato, il grande padre che tutto regola e, in cambio di un piccolo prelievo perpetuo di denaro, tutto concede. Ma poi sulle istituzioni in genere, le fonti del potere, dalla maestra agli insegnanti alla segreteria studenti, dalla questura alla dirigenza del personale dell’azienda, dall’Inps fino alle pompe funebri, l’istituzione finale. Queste persone sono «la carne del potere», il nutrimento del sistema, ed è una fortuna in fondo che ci siano e che siano così tante.
Ma ci sono altri che non riescono ad accettare qualcosa di incomprensibile, che non riescono a non completare le terzine della Divina Commedia quando le sentono, che non riescono a non pensare che 2 sommato a 2 faccia 4. Costoro vengono stigmatizzati col termine «complottisti», termine che fino a prima del Covid indicava quelli che non credevano che Oswald avesse ammazzato Kennedy e che oggi vede definire le categorie tra coloro che in generale accettano la narrazione e coloro che non la accettano. Bisogna però fare un distinguo molto chiaro: esistono ipotesi legittime e ipotesi illegittime. Le ipotesi illegittime sono semplicemente quelle che si basano su dati e informazioni non controllabili, non condivisi e non uniformi, sono le «teorie del sospetto» che nascono grazie a un presunto accesso privilegiato a informazioni segrete. Queste non sono interessanti, sono l’equivalente paranoico del «padre assente» di cui si parlava prima e, proprio come il marxismo, non possono essere mai confutate. Le ipotesi legittime, invece, sono quelle che si basano sui dati di fatto, accettati e riconosciuti da tutti e che conducono alla formulazione di ipotesi che soddisfano i criteri di funzionamento di un sistema e che possono essere confermate o smentite.
Il fatto che per il vaccino del Covid si sia scelto di contravvenire a prassi e cautele sino a quel momento adottate per tutti gli altri vaccini è un dato di fatto, formulare ipotesi sulle motivazioni è legittimo. Il fatto che per il vaccino del Covid si debba firmare una liberatoria è un dato di fatto, chiedersi come mai è legittimo. L’ipotesi che i richiami ripetuti e ravvicinati possano avere effetti negativi sul sistema immunitario non è «complottismo», è un assunto medico. L’esistenza di un testo intitolato Covid 19: The great reset scritto da Klaus Schwab in cui si ipotizza la creazione di una cittadinanza nuova basata su autorizzazioni digitali rilasciate dall’autorità centrale per poter accedere ai servizi essenziali è un fatto, non è complottismo. Nel 1960, soltanto una farmacologa, Frances Kelsey, si oppose al riconoscimento del farmaco Talidomide negli Usa, già usato da anni in molti Paesi per alleviare le nausee da gravidanza, ipotizzando gravi effetti avversi sui nascituri. Dopo migliaia di morti e di malformazioni, nel 1962 il Talidomide fu ritirato in tutto il mondo e Frances Kelsey cessò di essere una «bieca complottista».
Purtroppo un grande numero di «ipotesi complottiste» si sta rivelando fondata negli ultimi due anni, ma ciò che sta accadendo in questi giorni rappresenta un vero e proprio salto di qualità: in Canada il premier Justin Trudeau, incapace di fare fronte alla protesta dei truckers, sta minacciando il blocco dei conti correnti dei manifestanti. Ecco l’epifania: l’ipotesi che i «complottisti» formulano da anni, il blocco delle credenziali digitali come strumento di limitazione della libertà, si è palesato. Grazie a Trudeau il «complotto» è diventato realtà, ora sappiamo che tutto ciò non solo è teoricamente possibile ma lo stanno facendo ora. La sospensione del conto corrente per motivi politici non è più una distopia cinese, è una realtà applicata in uno Stato occidentale e democratico come il Canada. Benedetto sia Justin giacché la verità è stata svelata, il rischio si è palesato come reale, il nostro rapporto con il mondo si è arricchito di un elemento decisivo.
Il complottismo non è nient’altro che l’istinto ancestrale che l’uomo usa per difendersi dai predatori. In alcuni è ancora vivo.
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Dopo i leader del Freedom convoy, fermati anche i manifestanti. La polizia su Twitter: «Vi avevamo detto di andarvene».Le scelte di Trudeau fanno avverare le paure dei (presunti) complottisti. Il blocco dei conti di chi si oppone al pass prova che l’identità digitale è un pericolo.Lo speciale comprende due articoli. A tre settimane dall’inizio delle proteste il redde rationem nei confronti del movimento dei camionisti canadesi, il Freedom convoy, sembra essere arrivato. Ieri a Ottawa più di un centinaio di trasportatori, camionisti e semplici simpatizzanti sono stati arrestati dalla polizia, che oltre a procedere con i fermi ha portato via dalle strade del centro una dozzina tra camion e furgoni. Mezzi che di fatto hanno bloccato la capitale del Paese e parzialmente la sua economia. Non è finita qui, dato che il capo della polizia, Steve Bell, ha fatto sapere che sono quattro i leader della protesta arrestati: tre sono finiti in carcere, uno è tornato in libertà grazie al pagamento della cauzione. Oltre alle inevitabili polemiche per l’azione degli agenti, i vertici delle forze dell’ordine e non solo dovranno fare i conti con un fermo in particolare. Rischia, infatti, di suscitare un polverone l’arresto di Pat King (presunto leader di estrema destra), ripreso e pubblicato in diretta su Facebook nel momento in cui viene privato della libertà. Senza dimenticare che tre giorni fa sono finiti in carcere Tamara Lich e Chris Barber. Il Freedom convoy è di fatto restato senza i principali organizzatori delle proteste.L’operazione è scattata alle 15 (erano le 22 in Italia) e prima di passare dalle parole ai fatti gli uomini di Bell hanno annunciato all’altoparlante: «Andatevene o sarete arrestati». Obiettivo: allentare la pressione dei manifestanti nei pressi del Parlamento. Centinaia gli agenti (provenienti da tutto il Paese) in tenuta antisommossa impiegati nell’operazione. Potrebbe far discutere e non poco il post pubblicato su Twitter, in seguito agli arresti, dall’account della polizia: «Ti avevamo detto di andartene. Ti abbiamo dato il tempo di partire. Eravamo lenti e metodici, eppure tu eri aggressivo con gli ufficiali e i cavalli. In base al tuo comportamento, stiamo rispondendo includendo elmetti e manganelli per la nostra sicurezza». Dalle prime ricostruzioni pare che alcuni agenti abbiano utilizzato spray al peperoncino e granate stordenti. Tra i manifestanti, invece, c’è chi avrebbe lanciato bombole di gas. Nessun ferito, a eccezione di un poliziotto colpito lievemente. Pochi dubbi sul fatto che gli arresti di ieri delineino una svolta. Ottawa e le sue strade paralizzate hanno rappresentato l’ultima roccaforte del movimento, dopo settimane all’insegna di manifestazioni e blocchi nei principali valichi di frontiera con gli Stati Uniti.L’intervento delle forze dell’ordine non sorprende, anzi sembra un’anticipazione di quello che potrebbe succedere nei prossimi giorni se il focolaio del dissenso non si spegnesse completamente. Infatti non bisogna tralasciare che lo scorso lunedì il primo ministro Justin Trudeau ha annunciato l’intenzione di applicare l’Emergencies act, dunque se il Parlamento approvasse lo stato di emergenza al leader di sinistra sarebbe consentito varare «misure temporanee speciali per garantire la sicurezza durante le emergenze nazionali e per modificare altre leggi in conseguenza di ciò». La strategia paventata da Trudeau, che come unico precedente dal dopoguerra «vanta» la lotta al terrorismo degli anni Settanta, non ha spiazzato solo i canadesi. Ma anche organi di stampa di rilievo internazionale, o almeno quelli che hanno avuto il merito di non oscurare le notizie provenienti dal Canada, come hanno fatto invece la maggioranza dei giornali europei. Tra questi l’Economist che ieri sul sito ha duramente attaccato il premier canadese. «I camionisti hanno tutto il diritto di esprimere il loro disaccordo. Un governo saggio ascolterebbe e risponderebbe loro educatamente, prendendo sul serio le proteste e spiegando pazientemente il perché delle restrizioni Covid». E ancora: «Justin Trudeau ha fatto il contrario. In primo luogo ha rifiutato di incontrarli. Quindi ha tentato di escluderli da un dibattito ragionevole». Nonostante la parziale retromarcia decisa da Trudeau, il quale ha garantito che le misure speciali saranno «limitate nel tempo, ragionevoli e proporzionate», le proteste non si sono sopite. All’origine del malcontento dei camionisti le norme sull’obbligo di puntura anti Covid per attraversare il confine tra Canada e Stati Uniti (in alternativa, sono previste lunghe quarantene al rientro dagli Usa, con sospensione lavorativa). Dalla normativa transfrontaliera alla critica nei confronti dell’operato di Trudeau in generale è stato un attimo. Con gli arresti di ieri, e le leggi speciali all’orizzonte, la parabola del Freedom convoy pare giunta alla fine. Circostanza confermata anche da uno dei manifestanti, Jeremy Glass: «È la nostra resistenza finale… Quando finisce, finisce ed è nelle mani di Dio. Alla fine di tutto questo avremo tutti bisogno di tornare all’unità e sbarazzarci di questa divisione». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oltre-100-camionisti-arrestati-in-canada-morsa-per-soffocare-il-diritto-al-dissenso-2656730178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-scelte-di-trudeau-fanno-avverare-le-paure-dei-presunti-complottisti" data-post-id="2656730178" data-published-at="1645302418" data-use-pagination="False"> Le scelte di Trudeau fanno avverare le paure dei (presunti) complottisti Ciò che molte persone chiamano sbrigativamente «complottismo» altro non è se non l’intelligenza che cerca un oggetto. Esistono alcune persone che sentono come necessaria la comprensione dei processi che hanno condotto a determinati risultati così come esistono molte persone, e sono la maggior parte, che ritengono la conoscenza dei processi e della concatenazione degli avvenimenti come una fatica superflua, un’inutile fonte di disagio. Esistono molte persone, e sono la maggior parte, che desiderano essere guidate, che vogliono sentire di essere garantite da un «padre protettore», forse perché il loro non è stato abbastanza presente, e proiettano questa esigenza sulle istituzioni. Innanzitutto sullo Stato, il grande padre che tutto regola e, in cambio di un piccolo prelievo perpetuo di denaro, tutto concede. Ma poi sulle istituzioni in genere, le fonti del potere, dalla maestra agli insegnanti alla segreteria studenti, dalla questura alla dirigenza del personale dell’azienda, dall’Inps fino alle pompe funebri, l’istituzione finale. Queste persone sono «la carne del potere», il nutrimento del sistema, ed è una fortuna in fondo che ci siano e che siano così tante. Ma ci sono altri che non riescono ad accettare qualcosa di incomprensibile, che non riescono a non completare le terzine della Divina Commedia quando le sentono, che non riescono a non pensare che 2 sommato a 2 faccia 4. Costoro vengono stigmatizzati col termine «complottisti», termine che fino a prima del Covid indicava quelli che non credevano che Oswald avesse ammazzato Kennedy e che oggi vede definire le categorie tra coloro che in generale accettano la narrazione e coloro che non la accettano. Bisogna però fare un distinguo molto chiaro: esistono ipotesi legittime e ipotesi illegittime. Le ipotesi illegittime sono semplicemente quelle che si basano su dati e informazioni non controllabili, non condivisi e non uniformi, sono le «teorie del sospetto» che nascono grazie a un presunto accesso privilegiato a informazioni segrete. Queste non sono interessanti, sono l’equivalente paranoico del «padre assente» di cui si parlava prima e, proprio come il marxismo, non possono essere mai confutate. Le ipotesi legittime, invece, sono quelle che si basano sui dati di fatto, accettati e riconosciuti da tutti e che conducono alla formulazione di ipotesi che soddisfano i criteri di funzionamento di un sistema e che possono essere confermate o smentite. Il fatto che per il vaccino del Covid si sia scelto di contravvenire a prassi e cautele sino a quel momento adottate per tutti gli altri vaccini è un dato di fatto, formulare ipotesi sulle motivazioni è legittimo. Il fatto che per il vaccino del Covid si debba firmare una liberatoria è un dato di fatto, chiedersi come mai è legittimo. L’ipotesi che i richiami ripetuti e ravvicinati possano avere effetti negativi sul sistema immunitario non è «complottismo», è un assunto medico. L’esistenza di un testo intitolato Covid 19: The great reset scritto da Klaus Schwab in cui si ipotizza la creazione di una cittadinanza nuova basata su autorizzazioni digitali rilasciate dall’autorità centrale per poter accedere ai servizi essenziali è un fatto, non è complottismo. Nel 1960, soltanto una farmacologa, Frances Kelsey, si oppose al riconoscimento del farmaco Talidomide negli Usa, già usato da anni in molti Paesi per alleviare le nausee da gravidanza, ipotizzando gravi effetti avversi sui nascituri. Dopo migliaia di morti e di malformazioni, nel 1962 il Talidomide fu ritirato in tutto il mondo e Frances Kelsey cessò di essere una «bieca complottista». Purtroppo un grande numero di «ipotesi complottiste» si sta rivelando fondata negli ultimi due anni, ma ciò che sta accadendo in questi giorni rappresenta un vero e proprio salto di qualità: in Canada il premier Justin Trudeau, incapace di fare fronte alla protesta dei truckers, sta minacciando il blocco dei conti correnti dei manifestanti. Ecco l’epifania: l’ipotesi che i «complottisti» formulano da anni, il blocco delle credenziali digitali come strumento di limitazione della libertà, si è palesato. Grazie a Trudeau il «complotto» è diventato realtà, ora sappiamo che tutto ciò non solo è teoricamente possibile ma lo stanno facendo ora. La sospensione del conto corrente per motivi politici non è più una distopia cinese, è una realtà applicata in uno Stato occidentale e democratico come il Canada. Benedetto sia Justin giacché la verità è stata svelata, il rischio si è palesato come reale, il nostro rapporto con il mondo si è arricchito di un elemento decisivo. Il complottismo non è nient’altro che l’istinto ancestrale che l’uomo usa per difendersi dai predatori. In alcuni è ancora vivo.
Getty Images
È così? Per capirlo bisogna tornare indietro di qualche puntata, in una «serie» che ne ha già mandate in onda diverse. Tutto nasce infatti dal proliferare di siti pirata e accessi irregolari agli eventi, soprattutto le partite di calcio, a pagamento.
L’Autorità garante delle comunicazioni e la Lega Calcio avevano chiesto mesi fa a Cloudflare di deindicizzare i trasgressori e fornire i dati relativi ai clienti che le provano tutte per bypassare illegalmente gli abbonamenti. Insomma, stoppare le piattaforme abusive.
Detta così, può sembrare un’operazione banale e condivisibile, il punto è che bloccare o censurare un’applicazione non rientra tra le attività della società californiana che anzi preferisce tenersene ben lontana. Seguendo le indicazioni Agcom, sarebbero i provider stessi a fermare i contenuti segnalati da privati senza nessuna supervisione giudiziaria. Insomma si prenderebbero tutta la responsabilità della scelta. Cloudflare -così spiegano dal quartier generale di San Francisco - subirebbe, come altre aziende del settore, un potente disincentivo economico a investire in Italia: cosa che, si suppone, un governo sia interessato a evitare.
Senza contare che, se dovesse cedere al pressing dell’authority italiana, la piattaforma americana sarebbe sommersa da richieste analoghe in arrivo da mezzo mondo.
Non solo. C’è anche una questione tecnica dirimente. L’operazione chiesta a più ripresa dall’Agcom agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi mette a rischio anche siti e app che lavorano nel pieno rispetto delle regole. Come ne uscirebbe la reputazione di una delle azienda leader per la connettività globale?
Senza dimenticare che l’ammontare stesso della multa è considerato sproporzionato. In Italia, Cloudflare gestisce infrastrutture critiche per e-commerce, piattaforme di servizi digitali e siti istituzionali, certo, ma le entrate nel Belpaese non superano gli 8 milioni. Una sanzione pari all’1% del fatturato mondiale appare oggettivamente fuori scala.
Per questo a gennaio, a multa fresca, Prince aveva minacciato di interrompere i servizi di sicurezza informatica pro bono da diversi milioni di dollari assicurati all’Italia, compresi quelli per le allora imminenti Olimpiadi di Milano-Cortina. Si era rischiato un incidente geopolitico con tanto di coinvolgimento di Elon Musk e del vicepresidente americano Vance. Ma poi i toni si sono placati. C’è stata una sorta di tregua olimpica che, adesso, a Giochi conclusi, termina ufficialmente con l’annuncio della presentazione del ricorso al Tar.
Oltre ai punti di merito visti prima la multinazionale Usa dovrebbe anche ricordare che a fine 2025, il Consiglio di Stato aveva ordinato all’Agcom di condividere i documenti su cui si basa il sistema Piracy Shield. Parliamo della piattaforma online gestita dalla stessa authority che ha l’obiettivo di bloccare in tempo reale i siti web e gli indirizzi IP che trasmettono illegalmente eventi sportivi in diretta. Quelli che Cloudflare, appunto, avrebbe dovuto segnalargli.
Ecco, secondo i manager sella società di San Francisco, quell’ordinanza non è mai stata rispettata. Anzi. Cloudflare avrebbe potuto consultare solo un numero assai limitato di atti esclusivamente attraverso legali esterni. Dove? Per la sede sarebbero stati scelti gli uffici distaccati dell’authority a Napoli e comunque con la supervisione di funzionari della stessa agenzia. Una sorta di corsa ad ostacoli.
Perché un comportamento così ostativo? Come è stata possibile una tale mancanza di trasparenza? Per giunta con la necessità di avere dei controllori all’atto della consultazione? Anche per questo in California, la decisione di fare ricorso al Tar è sembrata praticamente obbligata.
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Sea eye
Una frase che rovescia l’impianto della contestazione amministrativa. Ma solo in parte.
Per capire il senso della decisione bisogna partire da cosa veniva contestato alla nave. Nel ricorso contro il fermo, l’Ong elencava cinque contestazioni: la presunta illegittimità della procedura sanzionatoria, il difetto di motivazione e di proporzionalità del fermo, rivendicava il «mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche», confutava la contestazione di non avere fornito le informazioni richieste dall’autorità italiana e di non essersi uniformata alle indicazioni ricevute, e infine respingeva la violazione legata al fatto di non avere raggiunto «senza ritardo il porto di Taranto», indicato come place of safety. La sentenza non dà ragione alla Ong su tutta la linea. Il giudice ha rigettato la «violazione degli obblighi di motivazione» del fermo e del principio di proporzionalità della sanzione. Che risultano regolari. La sentenza boccia anche la tesi sulla carenza di giurisdizione italiana: «Il fatto […] pur avvenuto in alto mare, diviene rilevante per l’ordinamento giuridico italiano» e, una volta richiesto il porto di sbarco all’autorità italiana, «il comandante della nave si è assoggettato alle norme italiane». Poi però arriva il rovesciamento. Il giudice premette che l’opposizione è comunque fondata nel merito e spiega dove sarebbe crollato il provvedimento della Prefettura. Il perno è l’onere della prova. La sentenza richiama un principio definito come «unanimemente acquisito». Ed è questo: «Nei giudizi di opposizione a sanzione amministrativa, l’onere di dimostrare l’effettiva consumazione dell’illecito amministrativo, ove il fatto sia contestato, grava integralmente sull’autorità amministrativa». E subito dopo cala la lama: «L’onere in questione non può dirsi assolto nel caso di specie». È qui che la decisione fa una giravolta. Lo Stato, per il tribunale, aveva titolo per intervenire, ma non ha portato in tribunale abbastanza prove. La prima contestazione affrontata nel merito riguarda il mancato coinvolgimento immediato delle autorità libiche per l’assegnazione del porto di sbarco. Dalla documentazione, scrive il tribunale, «si evince chiaramente che alle autorità libiche sono state inviate» delle «email» per segnalare l’evento. Era il 14 giugno 2025. Da Tripoli non arrivò alcuna risposta. La nave, secondo la Prefettura, non avrebbe quindi fornito le informazioni richieste dalle autorità italiane e non si sarebbe uniformata alle indicazioni ricevute. Inoltre, non avrebbe raggiunto senza ritardo Taranto, individuato come porto sicuro. Anche qui il giudice sta dalla parte della Sea Eye 5. Scrive che «il comandante ha sempre dato risposta ad ogni richiesta». Eccetto una. Che appare anche particolarmente grave: «Non è stato in grado» di selezionare «le persone maggiormente vulnerabili» a causa «dell’elevato numero delle persone a bordo (ben 62)» e delle «gravissime condizioni» in cui versavano. La sentenza richiama una mail del 15 giugno in cui il comandante segnalava «persone ustionate, disidratate, in ipotermia e con bruciature e inalazioni da carburante», aggiungendo che «i naufraghi si trovavano in mare da oltre 48 ore». Qui, però, a fronte dell’incapacità in capo al comandante, ci sarebbe un secondo gap della Prefettura: «L’amministrazione» non avrebbe «dato prova del fatto che le persone salvate, una volta sbarcate, non versavano nelle condizioni dichiarate». Sul porto di Taranto, il giudice scrive che la situazione era aggravata anche dalla «carenza d’acqua» e che questa circostanza contribuiva a rendere impossibile raggiungere Taranto, giudicato «troppo distante». Da qui il cambio di rotta: «È stato solo a seguito del dialogo intercorso tra le parti, a fronte delle difficoltà ed esigenze palesate dal comandante, che (l’autorità, ndr) provvedeva ad assegnare il più vicino porto di Pozzallo». La conseguenza è scolpita in una frase: «Il mancato raggiungimento del porto di Taranto non è stato frutto di una ingiustificata disobbedienza, bensì delle comunicazioni intercorse tra la nave e l’autorità italiana». La contestazione secondo cui la Sea Eye 5 non avrebbe fornito le informazioni richieste o si sarebbe rifiutata di uniformarsi alle indicazioni ricevute «non appare corretta». Sostenere il contrario, secondo il giudice, «equivarrebbe ad affermare che il comandante di una nave», unico ad avere esperienza diretta della situazione di bordo, non avrebbe avuto «la possibilità di palesare le concrete difficoltà pratiche di eseguire una data indicazione» e sarebbe stato costretto a eseguire «passivamente» ordini che avrebbero potuto mettere in pericolo «la vita propria, dell’equipaggio e dei naufraghi salvati». Ed è così che il fermo cade. La Ong passa l’esame, ma non a pieni voti: «Sono ravvisabili delle ragioni sufficienti per l’accoglimento della proposta opposizione».
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Nel riquadro, l'istituto Sassetti-Peruzzi (Istock)
Una iniziativa che la scuola, nota in zona per il suo approccio multiculturale, aveva da subito rivendicato con orgoglio. «La scelta di rispondere positivamente alla richiesta degli studenti di poter usufruire di uno spazio quotidiano per il momento di preghiera nel periodo di Ramadan non è stata ideologica né tantomeno politica»: così il dirigente scolastico, Osvaldo Di Cuffa, in un comunicato pubblicato sull’account social dell’istituto. «Solo una risposta concreta a una esigenza di una parte degli studenti». Nessuna moschea o luogo di culto, aveva precisato, ma semplicemente uno spazio non utilizzato che la scuola ha deciso di dedicare a quanti volessero fare le loro preghiere. Questo perché una risposta negativa, aveva aggiunto Di Cuffa, «avrebbe potuto portare molti ragazzi ad assentarsi per parecchi giorni. Con questa soluzione, invece, si è inteso garantire il diritto allo studio in modo semplice e nel rispetto di tutti. Senza esibizionismi o clamori».
Poi però gli spazi sono diventati due, perché con l’islam ogni eccezione ne trascina con sé un’altra. Ragazze e ragazzi non possono certo pregare insieme quindi, oltre a consentire loro di restare fuori dall’aula dai 15 ai 30 minuti per pregare, e dici poco, la scuola ha dovuto organizzare non uno ma ben due spazi. Una scelta che ha sollevato nuove polemiche. «La cosa ancora più incredibile e surreale», scrivono in una nota, consiglieri regionali di Fratelli d’Italia Jacopo Cellai e Matteo Zoppini (componente della commissione Cultura), «è che lo sdoppiamento dell’aula non sarebbe nemmeno frutto di una richiesta diretta degli studenti, ma un’iniziativa autonoma dell’istituto per prevenire polemiche sulle discriminazioni di genere. Una decisione che fa capire a che punto si sia arrivati pur di compiacere certi ambienti e che testimonia la totale genuflessione alla cultura islamica da parte di chi dovrebbe invece rappresentare tutti».
La notizia arriva dopo che, un paio di settimane fa, il Comune di Firenze aveva detto no a una mozione partita da Noi moderati tesa a reintrodurre il presepe e il crocifisso nelle scuole. Una bocciatura decisa proprio in nome della laicità della scuola. Ma a chi rimbrotta il Sassetti-Peruzzi sul punto, chiedendo di rimettere il crocifisso, «integrare vuol dire aggiungere, non annullare una (religione) rispetto all’altra» scrive il capogruppo della Lega Guglielmo Mossuto, il dirigente ha la foto pronta. Eccolo lì il crocifisso, appeso sopra l’orologio nel corridoio. In attesa di capire come Palazzo Vecchio intenda conciliare la scelta dell’istituto con la recente battaglia a favore della laicità, se alcuni si schierano con il dirigente scolastico altri parlano di asservimento all’islam e di danno agli studenti di famiglie islamiche che non vogliono conformarsi al dogma.
«Se un ragazzo stava intraprendendo un percorso di laicizzazione o di adesione ai valori civili occidentali, l’istituzione scolastica, concedendo l’aula per la preghiera, lo ha tradito», scrive Francesco Gorini su La Firenze che vorrei. «Lo ha ricacciato forzatamente nell’alveo dell’appartenenza religiosa proprio nella scuola, che avrebbe dovuto essere lo spazio neutro della sua emancipazione».
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(Ansa)
Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle malattie infettive dell’ospedale di Ravenna (più, di recente, una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai Cpr, centri di permanenza per i rimpatri.
Sulla base delle verifiche della polizia, i pm Daniele Barberini e Angela Scorza, titolari del fascicolo, avevano chiesto per tutti gli otto sanitari indagati (accusati di falso ideologico continuato e di interruzione di pubblico servizio) l’interdizione per un anno dalla professione. Anche se il gip ha disposto per cinque indagati una misura più lieve di quella richiesta, dalla decisione di emettere provvedimenti cautelari per tutti gli indagati emerge il fatto che la toga abbia fondato il quadro di gravi indizi e confermato il pericolo di reiterazione del reato.
A rafforzare la posizione dell’accusa è anche il fatto che il gip ha disposto i provvedimenti sebbene l’Ausl Romagna avesse fatto sapere, alla vigilia dell’interrogatorio di garanzia di giovedì mattina, di avere già escluso tutti i medici indagati dalla mansione di certificazione per i Cpr. Una sconfitta per la linea dei difensori, gli avvocati Carlo Alberto Baruzzi, Francesca Cancellaro, Sonia Lama, Marco Martines, Maria Elena Monaco, Salvatore Tesoriero e Maria Virgilio che, in una nota congiunta, avevano sottolineato come, secondo loro, «il provvedimento di esonero dell’Ausl dalle specifiche attività faceva venire meno «i presupposti per l’applicazione di una misura interdittiva che, in assenza di concrete esigenze cautelari, sarebbe inutilmente afflittiva e sproporzionata». Ma di fronte al gip, il pm Scorza aveva obiettato che l’esonero disposto dall’Ausl appariva essere generico e che il pericolo di reiterazione sussisteva in quanto il falso contestato è ideologico: potrebbe cioè riverberarsi anche su altri tipi di certificati oltre a quelli per i Cpr. Davanti al gip, tutti gli indagati si erano avvalsi della facoltà di non rispondere limitandosi ad alcune dichiarazioni sulla «totale correttezza» del loro operato svolto «con professionalità e dedizione, ponendo al centro la tutela della salute e della dignità delle persone, conformemente alla deontologia medica», avrebbero poi precisato i legali, che nei giorni scorsi avevano comunicato la rinuncia al ricorso al Riesame in relazione ai sequestri svolti durante le perquisizioni. I difensori dei sanitari indagati avevano presentato ricorso in relazione al sequestro del un computer aziendale e del telefonino di una delle indagate in quel momento non presente in Italia.
Sul tavolo poteva finire anche la complessa questione dell’acquisizione delle chat, ottenute degli investigatori senza sequestrare i telefonini degli altri sette sanitari coinvolti. Gli agenti che hanno effettuato la perquisizione hanno infatti filmato il contenuto delle chat con il proprietario del telefonino presente. Si tratta, dunque, di materiale informatico «virtuale», ma in alcuni casi la Cassazione lo considerato materia che può essere oggetto di ricorso al Riesame. Ma la rinuncia dei difensori ha messo la parola fine su tutti gli argomenti.
Sulla base delle informative di Sco e Squadra mobile e di parte delle chat sequestrate nella perquisizione informatica del 12 febbraio scorso, la Procura ha ipotizzato che gli otto, in maniera preordinata e ideologica, abbiano attestato false non idoneità alla detenzione amministrativa nei Cpr per diversi stranieri irregolari, perlopiù arrestati dopo avere commesso reati.
Durante l’indagine, partita nel luglio 2025 è emerso che, dei 64 stranieri accompagnati in reparto a Ravenna tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati ritenuti non idonei e 10 si erano rifiutati di sottoporsi a visita. E che, secondo il quadro accusatorio sottoposto dai pm al gip Lipovscek, dei 44 stranieri irregolari così tornati liberi, 10 avevano poi commesso una ventina di reati. Una decina di giorni fa una delle dottoresse indagate era stata soccorsa dai sanitari del 118 dopo che si era procurata alcune ferite compatibili con un tentativo di suicidio.
Secondo i quotidiani locali Il Resto del Carlino e Corriere di Romagna, la donna avrebbe detto ai soccorritori intervenuti presso la sua abitazione «dovete fare sapere ai media che ho fatto questo gesto perché mi hanno indagato».
Stando alle ricostruzioni trapelate dopo il fatto, a lanciare l’allarme sarebbe presumibilmente stata la stessa dottoressa, che già all’indomani della perquisizione informatica della Squadra mobile del 12 febbraio, aveva minacciato una prima volta un gesto estremo, chiamando in quell’occasione un collega che aveva poi allertato le forze dell’ordine di quanto stava accadendo.
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