Papa Benedetto XVI (Ansa)
Pubblicata un’antologia (con un testo inedito) del Papa tedesco. Colpisce la chiaroveggenza: «L’Occidente si è identificato col cristianesimo. Ma questo ha reso la religione banale. Serve tornare comunità di credenti».
Fa quasi spavento notare quanto del mondo di oggi avesse compreso e intravisto Joseph Ratzinger già nel 1958. Pubblicò quell’anno un intervento intitolato «I nuovi pagani e la Chiesa», ora ristampato nel volume antologico La fede del futuro. Il futuro della Chiesa, pubblicato da Cantagalli e impreziosito da un testo inedito. Quell’articolo del giovane teologo contiene già il cuore pulsante del pensiero ratzingeriano sulla «demondanizzazione».
Cioè un processo che, per quanto faticoso, la Chiesa ha bisogno di affrontare per rispondere con forza alle esigenze di questo tempo e per continuare al meglio la sua missione. Scandalosa, la demondanizzazione, eversiva quasi, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, con una Chiesa che ha cercato di inseguire il mondo, di adattarvisi per compiacerlo. Ratzinger ne illustrò il senso nel 2021 nel corso di una intervista concessa a Tobias Wintsel: «L’espressione demondanizzazione esprime la parte negativa del processo che mi sta a cuore», disse, «e cioè distaccarsi dalle parole e dalle strettoie di una data epoca per raggiungere la libertà e la vastità della fede.
Questo pensiero in sé mi divenne sempre più chiaro nel mio anno a Bogenhausen e l’ho esposto alla fine dei miei anni a Frisinga, nell’articolo “I nuovi pagani e la Chiesa”, ottenendo un’eco inaspettata. La mia esperienza durante l’anno a Bogenhausen mi aveva mostrato come per molti la fede si fosse ridotta a consuetudine, e anche come molte delle funzioni che riguardavano la struttura e la vita della Chiesa fossero esercitate da persone che non condividevano affatto la fede della Chiesa. Così la loro testimonianza in molti casi non poteva non apparire discutibile. Fede e incredulità erano spesso mescolate in un modo singolare e questo, prima o poi, sarebbe necessariamente emerso e avrebbe provocato un crollo che alla fine avrebbe sommerso la fede. Mi sembrava che occorresse una distinzione. Ma non si poteva né si doveva pensare a una nuova Chiesa di soli santi: che questo pensiero, così ricorrente nella storia, sia un sogno errato, puntualmente contraddetto dalla realtà, mi era chiaro».
Nel suo potentissimo articolo giovanile, Ratzinger illustrava brevemente alcuni dati di realtà. E cioè che la Chiesa nata dalle prime comunità cristiana era giunta, nel Medioevo, a coincidere con il mondo, regolandone tempi e modi. «Nel Medioevo però le cose già cambiarono per il fatto che Chiesa e mondo si identificarono e cosi in fondo essere cristiano non fu più una decisione personale, quanto piuttosto un dato politico-culturale», scriveva Ratzinger. «Ci si aiutò con il pensiero che Dio alla fin fine si era scelto proprio questa parte della terra; la specifica coscienza cristiana ora divenne, al contempo, una coscienza di elezione politico-culturale. Dio aveva scelto proprio questo mondo occidentale. Oggi è rimasta l’estrinseca sovrapposizione di Chiesa e mondo; la convinzione, invece, che in questo modo - nell’involontaria appartenenza alla Chiesa - si nasconde anche una speciale grazia di Dio, un’eterna realtà di salvezza, è caduta. La Chiesa è, come il mondo, un dato della nostra specifica esistenza occidentale e dunque, come quel particolare mondo a cui apparteniamo, un dato del tutto casuale. Quasi nessuno, perciò, crede realmente che da questo dato di fatto del tutto casuale di natura culturale e politica che si chiama Chiesa possa dipendere una specie di salvezza eterna. Per l’uomo occidentale la Chiesa più o meno è, di fatto, un mero pezzo di mondo assolutamente casuale: essa, proprio per la sua sovrapposizione con il mondo (che estrinsecamente si è mantenuta), ha perso la serietà della sua pretesa».
Questo è il dramma che la Chiesa cattolica vive ancora oggi. Come uscirne? Ratzinger non auspicava chissà quali svolte settarie. Allo stesso tempo, però, non addolciva la purga: «Alla lunga», spiegava, «non può essere risparmiato alla Chiesa di smantellare pezzo per pezzo la sua apparente sovrapposizione con il mondo e tornare a essere quello che è: comunità dei credenti. Di fatto la sua energia missionaria non potrà che crescere grazie a queste perdite esteriori: solo se smette di essere qualcosa di ovvio e a buon mercato, solo se ricomincia a presentarsi per quello che è, potrà raggiungere con il suo messaggio l’orecchio dei nuovi pagani che finora potevano cullarsi nell’illusione di non essere pagani. Naturalmente il ripiegamento da tali posizioni esteriori porta con sé anche la perdita di notevoli vantaggi, che l’attuale intreccio della Chiesa con la realtà pubblica senza dubbio produce. Si tratta di un processo che, con o senza la collaborazione della Chiesa, avanza da sé, e al quale si deve dunque adattare».
Insomma, partita come piccolo gregge, la Chiesa è arrivata in Occidente a identificarsi con il mondo. Ma «oggi questa sovrapposizione è solo un’apparenza che copre la vera natura della Chiesa e del mondo e in parte impedisce alla Chiesa la sua necessaria attività missionaria. Così presto o tardi, con o senza il consenso della Chiesa, si realizzerà, dopo il cambiamento di struttura interno, anche un cambiamento esterno in direzione del pusillus grex. La Chiesa deve fare i conti con questo dato di fatto in modo tale da procedere in modo più circospetto nella prassi sacramentale e nell’annuncio, da distinguere tra annuncio missionario e annuncio ai credenti; il singolo cristiano dovrà tendere in modo più deciso a una fraternità di cristiani e nello stesso tempo aspirare a dimostrare la sua vicinanza al prossimo non credente attorno a lui in un modo veramente umano e così profondamente cristiano».
In buona sostanza l’Occidente moderno è pagano, non più cristiano. Per questo la Chiesa dovrebbe demondanizzarsi proprio per risultare più efficace nel mondo. Non chiudersi, ma rafforzarsi, tornare a presentarsi come via di salvezza e non come una fornitrice di morale come tante. «Per il cristiano di oggi», notava Ratzinger, «è diventato inimmaginabile che il cristianesimo, più precisamente che la Chiesa cattolica possa essere l’unica via di salvezza; in questo modo l’assolutezza della Chiesa, e anche la serietà della sua pretesa missionaria, anzi tutte le sue esigenze sono diventate intrinsecamente discutibili».
Questo percorso iniziato nel 1958 è proseguito per tutta la vita di Ratzinger. Nel 1969 il futuro papa scriveva che «gli uomini di oggi percepiscono la forma della fede come un peso; ma allo stesso tempo sono animati dall’esigenza di essere credenti. [...] Proprio oggi, per quanto paradossale possa suonare, c’è una nostalgia della fede: è evidente che il mondo della pianificazione e della ricerca, del calcolo esatto e della sperimentazione da solo non basta. In fondo ci si vuole liberare da esso tanto quanto dalla vecchia fede, il cui contrasto con il sapere moderno la fa diventare un peso opprimente». «L’uomo che si vuole limitare alla conoscenza sperimentale in senso stretto», proseguiva Ratzinger, «cade nella crisi della realtà, di conseguenza perde la verità. C’è in lui il grido che chiede la fede e che l’attuale momento storico non riesce a sopprimere, ma anzi rende più drammatico. C’è il grido che domanda liberazione dal carcere del positivismo, e c’è naturalmente anche il grido di liberazione da una forma di fede che la rende un peso, invece di essere la forma della libertà».
Ed eccoci al nocciolo di tutte le questioni. Come fa la fede a tornare libera? Non temendo di annunciare la Verità. Non adattandosi al mondo, ma ribadendo ciò che lo trascende e resta sempre vero. In questo modo ci si libera dai condizionamenti terreni, dalle piccinerie di ogni giorno. Certo è una via impervia, perché può richiedere sacrifici (chi si presenta come annunciatore della verità non ha vita facile), ma è l’unica che abbia senso praticare. Annunciare la verità non significa, però, credersi eletti o illuminati. Anzi, vuole dire soprattutto riconoscere il bisogno di salvezza che si ha. La fede è questo: affidarsi fiduciosi a chi salva. E dunque atto fondamentale è la preghiera. «In termini generali la preghiera è l’atto religioso fondamentale», dice Ratzinger nel suo testo inedito del 2021. «È in qualche modo il tentativo di entrare concretamente in contatto con Dio. La peculiarità della preghiera cristiana sta nel fatto che si prega insieme a Gesù Cristo e al contempo si prega Lui. Gesù è in egual misura uomo e Dio e può così essere il ponte, il pontifex, che rende possibile superare l’abisso infinito tra Dio e uomo. In questo senso Cristo è, generalmente parlando, la possibilità ontologica della preghiera. Ma egli è poi anche la guida pratica alla preghiera». La preghiera è gesto fondamentale di «demondanizzazione»: rende la fede libera e viva, la disintigue dai rituali stanchi.
«La preghiera cristiana, in quanto pregare insieme a Gesù Cristo, è sempre ancorata nell’Eucaristia, conduce a essa e all’interno di essa. L’Eucaristia è la preghiera compiuta con tutto l’essere. Essa è la sintesi di critica al culto e di vero culto. In essa Gesù ha fatto suo il no al puro parlare e il no ai sacrifici animali e ha messo al loro posto il grande si della sua vita e della sua morte. Così l’Eucaristia rappresenta la definitiva critica al culto e al contempo il culto nel senso più ampio del termine. Lo hanno bene evidenziato i Padri, da un lato caratterizzando il paganesimo come consuetudo, come consuetudine, dall’altro caratterizzando il cristianesimo come un pregare». In un mondo divenuto pagano, non resta che la preghiera come via di salvezza. Consapevoli che nulla rende più liberi della verità.
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La Commissione investiga sulla vendita di bambole sessuali con sembianze infantili da parte del colosso cinese dell'e-commerce, oltre alle irregolarità su algoritmi IA e alla pubblicità invasiva e subliminale. Lo ha dichiarato il portavoce della Commissione europea Thomas Regnier.
La deputata repubblicana Nancy Mace. Nel riquadro, Virginia Giuffré (Getty Images)
- La repubblicana Mace: «Tanti documenti non pubblicati». Giuffrè, la vittima più nota, raccontò: «Filmava tutto e mi usava per ricattare i potenti». In un’email il piano in caso di cattura: tra i punti la chirurgia plastica.
- Da Harvard (su tutti Larry Summers, segretario al Tesoro con Clinton) al Mit, da Yale a Stanford: Epstein aveva a «libro paga» il gotha delle università statunitensi.
Lo speciale contiene due articoli.
«In coerenza con quanto previsto dalla legge, il Dipartimento [della Giustizia], previa consultazione con i legali delle vittime e con le vittime stesse, ha intrapreso un processo esteso per identificare e oscurare “le porzioni separabili dei documenti che (a) contengono informazioni personali identificative delle vittime […] la cui divulgazione costituirebbe un’invasione chiaramente ingiustificata della privacy personale; (b) raffigurano o contengono materiale di abuso sessuale su minori (Csam) […]; (c) metterebbero a rischio un’indagine federale in corso o un procedimento penale pendente, a condizione che tale trattenimento sia ristretto in modo mirato e temporaneo; e (d) raffigurano o contengono immagini di morte, abuso fisico o lesioni di qualsiasi persona”». L’ultimo Epstein file desecretato è di per sé inutile - una lunga lista di tutti gli individui politicamente esposti menzionati nei documenti - ma esplicita ancora una volta quanto previsto dall’Epstein Files Transparency Act, la legge che ha ordinato le desecretazioni: non tutto è stato pubblicato. Non appaiono, tra i milioni di file accessibili online, quelli contenenti scene di abusi sui minori, morte, maltrattamenti fisici e ferite.
La repubblicana Nancy Mace, tra i deputati insoddisfatti dall’operato del ministero americano, afferma che ci sono ancora file tenuti segreti nel cassetto. «Questa storia non finirà finché qualcuno non andrà in prigione», ha scritto polemicamente su X. Nei giorni scorsi, l’insistenza di alcuni rappresentanti ha costretto la procuratrice generale Pam Bondi e il suo vice Todd Blanche a diffondere alcuni nomi oscurati, tra cui quello del miliardario emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, che con il faccendiere ebreo si scambiava «video di torture». In un’altra email finora rimasta sottotraccia, Epstein risponde così all’emiratino: «Grazie, loro sono un tesoro. Stanotte nessuna ragazza è al sicuro a Dubai». A chi o che cosa si riferisse il faccendiere con «tesoro», non è dato sapere.
Benché con l’amministrazione Trump si siano fatti enormi passi avanti sul piano della trasparenza, questa incompletezza gioca a favore di chi sospetta vi sia una schiera di papaveri impuniti. D’altronde Virginia Giuffrè, schiava sessuale di Epstein morta l’anno scorso (ufficialmente per suicidio) in Australia, in un’intervista del 2019 ha fornito buoni motivi per farlo: «Sono stata trafficata a tanti tipi diversi di uomini. Sono stata trafficata ad altri miliardari. Sono stata trafficata a politici, professori, persino a membri della royalty (la famiglia reale). Mi usava come strumento di ricatto, in modo che queste persone gli dovessero favori». «Mi guardava perfino andare al bagno», continuava, «guardava tutto quello che succedeva nella stanza dei massaggi. Mi guardava nella mia camera da letto. Tutto veniva registrato, ed è stato allora che ho capito che era così che riusciva a farla franca ricattando tutti».
A tal proposito, ieri sono spuntate nuove foto di Andrea Windsor che lo ritraggono con alcune giovani, incluse modelle e attrici, durante la sua permanenza in Cina come inviato per il Commercio del Regno Unito. Le immagini venivano spedite a Epstein dall’assistente del reale, David Stern, allo scopo, probabilmente, di raccogliere materiale compromettente. Al di qua della manica, le autorità francesi hanno perquisito la sede dell’Istituto del mondo arabo di Parigi (Ima), fino a pochi giorni fa diretto dall’ex ministro della cultura, il socialista Jack Lang, contro cui è stata avviata un’indagine per i suoi legami col faccendiere. Nel ciclone anche Naomi Campbell, una delle modelle più famose del mondo: dai file emergono sue permanenze sull’isola degli orrori e presso la residenza newyorkese delle finanziere, nonché richieste di passaggi sul sul suo jet, il Lolita express. La frequentazione continuò anche dopo la prima condanna di Epstein nel 2008. Parole dure sono arrivate ieri perfino dalle Nazioni Unite, che parlano di atti riconducibili «a schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizione forzata, tortura, trattamenti inumani e degradanti e femminicidio».
Tra i file più inquietanti c’è un’email del 2009 (link: https://shorturl.at/K6hhj) in cui Henry Jarecki, psichiatra e imprenditore (uno dei suoi libri più famosi fa riferimento a una «via alchemica»), invia a Epstein la proposta di collaborare alla stesura di un libro dal titolo What If I Get Caught? («Che fare se vengo catturato?»). Segue un elenco di «possibili» capitoli, a loro volta divisi per punti. Ne citiamo solo alcuni: «avere un capro espiatorio», «evitare spese tracciabili (non usare carte di credito)», «avere una scorta di contanti pronta: quanto basta?», «travestimenti», «chirurgo plastico», «generazione di documenti: certificato di nascita, patente di guida», «raccogliere prove sulla veridicità e sul carattere della/vittima/e e dei testimoni dell’accusa (investigatori privati e Internet)». Fino all’ultimo capitolo, «Fuga», con i punti «estradizione» (suddiviso in «legge tedesca», «legge israeliana» e «Brasile), «denaro all’estero», «contatti familiari quando si è latitanti o all’estero», «passaporti multipli».
Chi mai scriverebbe un libro del genere? E perché cofirmarlo proprio con Jeffrey Epstein nel 2009, un anno dopo la sua prima condanna (mitigata da un patteggiamento e un accordo che gli permisero di scontare pene irrisorie rispetto alle accuse a suo carico), l’uomo che ricattava i potenti? Aggiungiamo questa alle tante domande che attendono risposta. Altro che quelle di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, i quali provano come sciacalli a usare la vicenda contro la maggioranza (in particolare presunti legami di Steve Bannon per la Lega) e hanno indetto per stamattina una conferenza stampa.
Quei legami degli atenei col pedofilo
C’è perfino un articolo uscito sulla rivista scientifica Nature a certificare i profondi legami di Jeffrey Epstein non soltanto con il mondo della politica e della finanza ma anche con il gotha della scienza e dell’istruzione globale. Uno dei file appena declassificati dal Dipartimento di Giustizia Usa rivela che il faccendiere pedofilo aveva stilato addirittura una lista di scienziati a libro paga, 27 per l’esattezza, tra i quali il famoso o famigerato Boris Nikolic, consulente scientifico di Bill Gates, oggi primo finanziatore dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Epstein, documenta Nature, ha investito centinaia di milioni di dollari in progetti universitari, finanziando le prestigiose università della Ivy League e, soprattutto, ha stretto rapporti di amicizia con le figure di spicco della comunità scientifica mondiale. Si parte dall’ateneo per eccellenza, l’università di Harvard: il faccendiere pedofilo ha intrattenuto cordialissime relazioni con l’ex rettore ed ex presidente emerito Larry Summers, di fede ovviamente democratica, storico Segretario al Tesoro con Bill Clinton e poi direttore del National Economic Council sotto la presidenza di Barack Obama. Epstein si è impegnato a donare almeno 25 milioni di dollari ad Harvard durante il mandato di Summers, che gli aveva dato un ufficio ad uso personale («Jeffrey’s office»). Summers ha volato sull’aereo privato di Epstein sia quando era rettore che vicesegretario al Tesoro, gli ha chiesto «consigli per la filantropia su piccola scala» per l’organizzazione no profit della moglie. I due si sono sentiti fino al giorno prima dell’arresto di Epstein e il democratico Summers gli suggeriva che le donne in media hanno «un Qi inferiore rispetto agli uomini». La reputazione dell’ex uomo di Clinton e Obama è ormai a pezzi: Summers ha dovuto lasciare una serie infinita di incarichi tra cui quelli in Openai e Bloomberg, ma Harvard, che lo ha allontanato con effetto immediato, si rifiuta di restituire tutti i finanziamenti di Epstein.
Un’altra stretta connessione dentro l’ateneo è stata con il matematico Martin Nowak, che ha portato in dote all’ateneo un assegno da 6,5 milioni di dollari di Epstein. In un’inquietante email il docente gli scrive: «La nostra spia è stata catturata dopo aver completato la missione», messaggio cui Epstein risponde: «L’hai torturata?». Anche Lisa Randall, fisica teorica di Harvard, scherzava con Epstein sui suoi arresti domiciliari, andandolo a trovare ai Caraibi.
Ma non c’è soltanto Harvard nel novero degli atenei prestigiosi collusi con il faccendiere: il Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (Mit) ha accettato per anni donazioni da Epstein nonostante il pedofilo fosse stato bollato come «non idoneo» tra i benefattori, ostacolo superato da Joichi Ito, direttore del laboratorio, con il ricorso all’anonimato. L’ipotesi è che il pedofilo facesse da intermediario tra il laboratorio e altri donatori come Bill Gates e l’investitore Leon Black, che hanno versato al Mit rispettivamente 2 milioni e 5,5 milioni di dollari. I file pubblicati dal Dipartimento di Giustizia Usa hanno reso nota, inoltre, la corrispondenza con il fisico teorico del Mit Lawrence Krauss, la cui organizzazione di «sensibilizzazione scientifica» ha ricevuto da Epstein 250.000 dollari.
Nell’orbita del grande corruttore della scienza è finita anche Yale: il docente di informatica David Gelernter proponeva al faccendiere pedofilo una «redattrice perfetta: Yale sr, ha lavorato a Vogue la scorsa estate, gestisce la rivista del campus, è specializzata in arte, completamente connessa, bionda molto piccola e bella». Mentre Nathan Wolfe, allora virologo della Stanford University, propose al faccendiere di finanziare uno studio sul comportamento sessuale degli studenti dell’ateneo. La Columbia University, invece, deve scontare l’onta di aver consentito, dietro lauta mancia di Epstein, l’ammissione irregolare della sua fidanzata Karina Shuliak, precedentemente rigettata.
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Alla XXI edizione di Birra dell’Anno, organizzata da Unionbirrai a Rimini, il titolo va a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi fondata nel 2012. Oltre 1.700 birre in gara e 212 produttori con 73 giudici provenienti da 19 Paesi e degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
A Rimini, nel cuore di Beer&Food Attraction, il brindisi più atteso è arrivato nel pomeriggio di lunedì 16 febbraio. Sul palco della XXI edizione di «Birra dell’Anno», il concorso organizzato da Unionbirrai, il titolo di Birrificio dell’Anno 2026 è andato a Birra dell’Eremo, realtà di Assisi che ha messo in fila la concorrenza nel trentennale del movimento artigianale italiano.
I numeri aiutano a capire il peso della vittoria: 212 produttori in gara, 1.746 birre iscritte, 46 categorie. A valutare sono stati 73 giudici provenienti da 19 Paesi, con degustazioni rigorosamente alla cieca. Niente etichette, niente suggestioni territoriali: solo tecnica, coerenza stilistica e capacità espressiva nel bicchiere.
Il birrificio umbro ha costruito il successo con una presenza costante ai vertici: otto podi complessivi – quattro ori, due argenti e due bronzi – distribuiti in sei categorie differenti. Non un exploit isolato, ma una performance ampia, che ha toccato stili diversi, dalle Ipa contemporanee alle birre affinate in legno, fino alle Italian Grape Ale. Una versatilità che ha convinto la giuria e che racconta un progetto produttivo solido. Fondato nel 2012, Birra dell’Eremo ha sviluppato negli anni un’identità tecnica precisa, con un lavoro riconosciuto sulla ricerca e sulla sperimentazione dei lieviti. Un percorso di crescita che l’ha portata a diventare una delle realtà più strutturate del panorama artigianale nazionale e che oggi trova nel titolo di Birrificio dell’Anno il suo punto più alto.
Accanto al premio principale, sono stati assegnati anche i riconoscimenti speciali. Il Best Collaboration Brew è andato alla Panatè Saison del Birrificio La Piazza di Torino, realizzata insieme a La Granda di Lagnasco. Il premio Best 100% Italian Beer è stato attribuito a Real IGA Gose de Il Mastio di Belforte del Chienti, prodotta esclusivamente con materie prime coltivate in Italia, segno di un legame sempre più stretto tra birra artigianale e filiera agricola nazionale. Tra le novità più significative di questa edizione c’è stata l’introduzione di una categoria dedicata alle birre low e no alcohol, fino a 1,2% di gradazione. Un segmento in crescita anche nel mondo craft, che ha visto imporsi Hop Gainer del Birrificio Birranova di Conversano. Un segnale chiaro di come il settore stia intercettando nuove abitudini di consumo senza rinunciare alla qualità.
Il medagliere regionale conferma la Lombardia come territorio più premiato, con 10 ori e 57 riconoscimenti complessivi. Seguono Piemonte e Marche con 7 ori ciascuna, poi Emilia-Romagna e Umbria. Ma al di là delle classifiche, colpisce la distribuzione capillare dei premi lungo tutta la penisola: dall’Abruzzo alla Puglia, dal Trentino-Alto Adige alla Sicilia, la mappa della birra artigianale italiana appare ormai completa.
Trent’anni dopo il primo fermento del 1996, il movimento craft italiano mostra così un volto maturo. In una fase non semplice, con i consumi fuori casa in calo, il concorso organizzato da Unionbirrai diventa anche un termometro dello stato di salute del comparto. Il recente taglio delle accise per i piccoli produttori, ricordato nel corso della premiazione, è stato indicato come un segnale di attenzione verso un settore che continua a investire in qualità e identità.
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