«The Paper» (Sky)
A ventuno anni dal debutto di The Office, Greg Daniels firma uno spin-off che ne riprende stile e struttura, spostando l’azione in un quotidiano del Midwest. Con Sabrina Impacciatore protagonista, The Paper racconta con ironia amara la professione giornalistica e le sue contraddizioni. Lo show, che per l'Italia debutta il 26 gennaio nella prima serata di Sky, eredita lo spirito dell’originale adattandolo a un nuovo contesto narrativo.
Ventuno anni fa, la prima puntata. Senza il traino dei social, di un Internet che, spesso, rende immenso anche quel che non meriterebbe di essere tale.
The Office, scritta, fra gli altri, dal sempiterno Ricky Gervais, ha debuttato nel 2005, senza poter contare su altro all'infuori di sé. E tanto è bastato. La serie televisiva, andata avanti per nove stagioni, ciascuna iconica quanto la precedente, ha saputo utilizzare il microcosmo di un ufficetto di periferia per raccontare magistralmente le storture di ogni ambiente professionale: la tracotanza di un capo incompetente, convinto, però, di essere geniale e brillante, le antipatie fra colleghi costretti a condividere la scrivania, l'ingerenza via via crescente di dinamiche parapolitiche, l'insoddisfazione, gli espedienti, i tentativi di cambiare rotta. Poi, nel 2013, dopo aver lanciato Steve Carell, l'incompetente senza cognizione di causa, è finita. E, ventuno anni dopo, s'è pensato di farla rivivere
The Paper non nasce come revival, ma come spin-off: una serie a sé stante, che con The Office condivida, però, lo spirito e lo stile. E, soprattutto, la troupe creativa. Lo show, che per l'Italia debutta il 26 gennaio, nella prima serata di Sky, è stato ideato da Greg Daniels, lo stesso che a suo tempo si è occupato di The Office. A cambiare, dunque, è stata solo la trama, non l'impianto, non l'intenzione.Il Midwest ha soppiantato l'ambientazione originale, la redazione di un quotidiano locale, il Toledo Truth Teller, ha preso il posto della Dunder Mifflin Paper Company. Steve Carell è sparito, dov'era lui è comparsa Sabrina Impacciatore, nuova diva delle produzioni a stelle e strisce. L'attrice, la cui performance in The White Lotus ha mandato in visibilio la critica statunitense, è stata scelta come protagonista. Una caporedattrice psicotica, con tendenze manipolatorie e ambizioni più grandi di quelle che il suo talento potrebbe e dovrebbe sostenere. Esmeralda Grand ha sempre fatto il buono e il cattivo tempo, nella redazione del Toledo Truth Teller. Ma l'arrivo di un nuovo collega, suo parigrado, l'ha costretta ai margini. Qualcun altro avrebbe scelto al suo posto, qualcun altro avrebbe gestito il potere. Il tutto, all'interno di un giornale morente, simbolo di una professione agonizzante.
The Paper, connessa all'originale attraverso la presenza di alcuni personaggi storici, è la cronaca quotidiana di un mestiere in via d'estinzione, perpetrato da gente senza più speranze né risorse: giornalisti per ideologia, lontani anni luce dalla realtà che vorrebbero raccontare. Da guardare come The Office, ridendo della risata amara di chi non può che riconoscere e condividere quel che lo schermo mostra.
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Banca popolare di Bari (Imagoeconomica)
Dall’inventario della fu Veneto Banca spuntano quadri del Tiziano e opere di Murano.
Il Tribunale civile di Bari ha emesso una delle decisioni più pesanti nella partita post-crac della Banca Popolare di Bari (oggi BdM Banca): l’istituto è stato condannato al risarcimento per circa 122 milioni di euro ritenendo colpevoli Marco Jacobini (all’epoca presidente), il figlio Gianluca Jacobini (ex vicedirettore generale), altri ex amministratori e sindaci e la società di revisione Pwc.
Secondo le ricostruzioni riportate dalle principali testate locali e nazionali, la posizione dei due Jacobini è centrale anche sul piano quantitativo: potranno essere chiamati a rispondere fino a 109 milioni, mentre tra i condannati figura anche l’ex amministratore delegato Giorgio Papa.
Il fulcro della responsabilità economica individuata dal collegio ruota attorno all’operazione legata al Gruppo Maiora, esposto verso l’istituto per circa 160 milioni. Per i giudici, la gestione di quel dossier sarebbe riconducibile in via esclusiva ai Jacobini e a Papa, senza un’effettiva azione di contenimento da parte del nuovo consiglio di amministrazione nominato dopo l’ispezione del 2018, definita dalla sentenza come una «debole iniziativa».
La decisione fotografa un rapporto con la controparte imprenditoriale giudicato «duraturo» e soprattutto opaco sul piano informativo: le cronache riferiscono di «distorsioni informative»
e «occultamento dei dati» ai consiglieri non esecutivi, in un contesto di prassi operative considerate patologiche nella gestione del credito, con un ruolo chiave del Comitato credit coordinato da Gianluca Jacobini e la presenza del padre Marco, con il consenso dell’amministratore delegato.
Più in generale, il Tribunale collega la rovinosa fotografia patrimoniale emersa con l’amministrazione straordinaria del 2019 a prassi imprudenti nella concessione di fidi e a tecniche contabili finalizzate a rappresentare come meno rischiose esposizioni che, nei fatti, lo erano molto di più.
La sentenza, sul piano civile, alza anche l’asticella della responsabilità anche lungo la catena dei controlli, includendo sindaci e revisori. È un passaggio che pesa non solo per l’ammontare riconosciuto molto elevato, ma perché cristallizza in sede giudiziaria un impianto accusatorio preciso costituito da scelte creditizie concentrate, governance debole e informazione interna distorta.
Nel dettaglio, la ripartizione massima indicata nelle cronache vede condannati al risarcimento Marco e Gianluca Jacobini fino a 109 milioni; Giorgio Papa fino a 42 milioni; un gruppo di ex consiglieri a fino a 24 milioni complessivi; Vincenzo De Bustis fino a 3,4 milioni (per una specifica operazione) e il collegio sindacale fino a 4,5 e 3 milioni (a seconda delle posizioni). C’è poi il ruolo del colosso PwC, condannato al pagamento per circa 2,5–2,7 milioni.
«La recentissima sentenza del tribunale civile di Bari di condanna al risarcimento dei danni di quasi tutto il cda della ex Popolare di Bari nel 2015/2018, conferma ancora una volta il diritto dei 70.000 soci a essere anch’essi ristorati», fa sapere una nota congiunta delle associazioni AssoAzionistiBPB e Comitato indipendente azionisti Bpb. «Quest’oggi (ieri, ndr)», prosegue il comunicato, «ancor più forte è la necessità di risarcire anche gli incolpevoli 70.000 soci della Popolare che hanno visto azzerati il i loro investimenti. Un onere questo che deve caricarsi la banca o lo Stato, proprietario della banca».
Intanto, sempre in tema di dissesti bancari, arriva una notizia sul tema della liquidazione in corso di Veneto Banca. Tra le poche opere d’arte in arrivo dalla banca finita a gambe all’aria nel 2017 e acquisita per un euro da Intesa Sanpaolo, c’è un quadro che potrebbe essere della scuola di Tiziano Vecelio, il pittore del Cinquecento massimo esponente della scuola veneziana. L’asta sul dipinto è stata bloccata dalla Sovrintendenza e si attende l’attribuzione definitiva «che potrebbe fare schizzare in alto il valore» hanno spiegato in settimana, in audizione in Senato, due dei tre commissari liquidatori della Banca. Nel patrimonio della liquidazione ci sono anche dipinti, stampe, vetri antichi e lampadari di Murano.
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Giorgia Meloni con il presidente degli Emirati Arabi Mohammed bin Zayed (Ansa)
Grazie al rapporto di fiducia del governo con gli Emirati, il fondo sovrano Mubadala investirà con Cdp nel progetto da 20 miliardi che garantirà abitazioni a prezzi calmierati a 300.000 persone. Pronti altri grandi finanziatori. Centrale il ruolo di Confindustria.
Era il 24 febbraio del 2025 e il premier, Giorgia Meloni, incontrava a Palazzo Chigi il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan. Il capo del governo descriveva l’incontro come una «giornata storica», come «la prima visita di Stato» dell’Emiro di Abu Dhabi nel Belpaese. Evidenziava la firma di 40 intese bilaterali, facendo capire però che il meglio dovesse ancora arrivare: siamo nel pieno di un «work in progress», perché dei partner potenzialmente lontani hanno deciso di «condividere un importantissimo pezzo del loro cammino insieme».
Quelle che un anno fa potevano sembrare delle dichiarazioni «pompose» e di «circostanza», le iniziamo a capire meglio solo adesso. O meglio le capiremo meglio tra qualche settimana (aprile-maggio) quando verrà presentato il nuovo piano casa che vedrà coinvolta la nostra Cassa Depositi e Prestiti con alcuni dei principali fondi internazionali compreso, come anticipato dal Messaggero, Mubadala, la società statale degli Emirati Arabi Uniti.
Sotto la regia di Confindustria, che dovrebbe avere un ruolo consultivo anche nell’individuazione delle aree geografiche dove realizzare il progetto, si prevede infatti di creare nei prossimi 10 anni circa 100.000 abitazioni, tra strutture familiari e immobili di piccolo taglio, che potrebbero coinvolgere tra le 250.000 e le 300.000 persone.
L’obiettivo è duplice: da un lato raggiungere a prezzi calmierati tutta quella fascia di popolazione che pur non versando in una condizione di povertà o difficoltà, non riesce ad acquistare casa. E dall’altra fare da argine all’impazzimento dei costi nelle città a più alta densità lavorativa (da qui l’importanza del ruolo di advisor di Confindustria). Parliamo di Milano, Roma, Venezia (soprattutto per gli studenti), Genova, Firenze, Napoli ma non solo. Perché nel progetto che comunque è ancora in fieri dovrebbero entrare anche centri di media dimensione.
Centrale il coinvolgimento dell’associazione degli industriali e del presidente Emanuele Orsini che avrebbe avuto un ruolo importante nell’individuare in Mario Abbadessa l’uomo giusto per portare avanti un piano che prevede forti agganci con gli investitori internazionali. E chi meglio del manager che arriva da 10 anni alla guida di Hines, una nella principali società immobiliari al mondo?
Come senior managing director & country head Hines Italy, Abbadessa ha chiuso operazioni per circa 10 miliardi di euro con un focus importante su studentati, abitazioni per anziani, giovani coppie e logistica urbana. Milano l’epicentro, ma anche Bologna, Firenze e da poco Roma con un’attenzione particolare ai data center per l’Ia. Insomma la figura ideale anche per i rapporti con fondi internazionali e fondi pensione che potrebbero essere centrali nel progetto per la casa con Cdp. Tanto per capirci, nel capoluogo lombardo il colosso immobiliare americano ha gestito la riqualificazione della Torre Velasca e la rigenerazione dell’ex Trotto di San Siro con la costruzione di circa 700 appartamenti a canone convenzionato che copriranno circa 3.000 persone.
Il nuovo progetto prevede la nascita di un fondo immobiliare chiuso costituito da Cdp, Mubadala Investment e altri soggetti che sono in procinto di siglare accordi vincolanti. Il capitale iniziale raggiungerà quota 10 miliardi e con la leva (cioè l’indebitamento) raddoppierà a quota 20.
Nonostante il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti, si tratta di un progetto che avrà un preponderante coinvolgimento dei privati. Di Mubadala si è detto, ma chi è vicino al dossier evidenzia come ci siano diversi investitori internazionali con lo stesso standing del fondo sovrano degli Emirati Arabi che contribuiranno con risorse molto rilevanti.
E qui torniamo al ruolo fondamentale del presidente del Consiglio nell’intrecciare relazioni internazionali che hanno creato un rapporto di fiducia con interlocutori che non sempre hanno visto nell’Italia un partner amico.
Da chiarire che il progetto che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti e il fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti non ha nulla a che vedere con il famoso piano casa di cui più volte ha parlato il ministro dei Trasporti Matteo Salvini che invece sarà finanziato soprattutto con fondi pubblici e punterà su quella che viene definita edilizia popolare.
Parliamo di due strategie che viaggiano in parallelo e che avranno anche target ed evidentemente protagonisti differenti.
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Cristiano Fini, presidente di Cia (Imagoeconomica)
E il presidente di Cia, Cristiano Fini, rincara: «In Europa standard qualitativi e sanitari più alti».
Confindustria scende in campo contro chi contesta l’accordo sul Mercosur così come è stato concepito, ovvero in modo squilibrato senza quelle reciprocità che dovrebbero tutelare il mondo agricolo. L’associazione delle imprese ne sta facendo una battaglia di bandiera sostenendo che il No della Lega e dei 5 stelle rischia di far perdere al sistema Paese 14 miliardi di euro. Il presidente degli industriali, Emanuele Orsini, sollecita «l’applicazione immediata dell’accordo provvisorio perché sospenderlo sarebbe una pazzia».
E in modo provocatorio ha detto: «Allora eliminiamo le differenze tra industria e agricoltura», sottolineando che gli agricoltori «pagano accise ridotte sul gasolio, hanno agevolazioni sull’Imu e una lista di altri sgravi». A sostegno del settore ci sarebbero misure pari a 13,5 miliardi l’anno come indicato dal Crea, il Consiglio per le ricerche in agricoltura, tra cui l’aliquota media del 15% sui redditi ottenuti dalla vendita dei prodotti agricoli e del 25% sui servizi.
Ma per Coldiretti il tema chiave è la reciprocità e l’assoluta uguaglianza di regole. Il presidente Ettore Prandini, in un lungo articolo per l’Informatore zootecnico, sottolinea che «l’export è la locomotiva dell’agroalimentare made in Italy che ha chiuso il 2025 a 73 miliardi. Ma non possiamo accettare scelte che possano mettere nell’angolo le nostre produzioni e penalizzino i consumatori. Siamo favorevoli alle aperture commerciali con tutti i Paesi del mondo a condizione che le regole ferree imposte dalla Ue su agrofarmaci, sostenibilità e rispetto dei diritti del lavoro siano richiesti a tutti quei Paesi che vogliono esportare sul territorio europeo. Assistiamo, invece, a una deregulation su deforestazione e sistemi di allevamento nei Paesi terzi».
Secondo Prandini è quanto avviene «in particolare in Brasile e Argentina. In Brasile sono applicati oltre 37 fitofarmaci con principi vietati in Europa, così come negli allevamenti è consentito l’uso di ormoni e antibiotici messi al bando da anni nelle stalle europee». L’obiettivo è uno solo, dice Prandini, «fermare le importazioni sleali» e richiama ai controlli. «Attualmente solo il 3% di quello che passa le frontiere europee viene fisicamente verificato».
Nel merito delle politiche di sostegno all’agricoltura, interviene il presidente della Cia, Cristiano Fini: «Il settore agricolo non è come altri. Non percepisce una adeguata remunerazione rispetto ai prodotti che vende sul mercato perch,é a livello europeo, abbiamo standard qualitativi e sanitari diversi dagli altri Paesi e costi energetici e di manodopera più alti». Fini, poi, contesta la tesi che gli agricoltori statunitensi ricevano meno sostegni: «Negli Usa c’è la Farm Bill che è l’equivalente della Pac e sostegni per la transizione green. Quando i prezzi dei fertilizzanti sono schizzati facendo aumentare i costi di produzione, il governo è intervenuto a suon di miliardi. In Sudamerica, hanno costi di manodopera un decimo del nostro, ci manca pure che abbiano contributi generosi».
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