Ansa
Roma, Londra, Parigi, Berlino, Amsterdam e Tokyo danno la disponibilità, ma solo dopo un cessate il fuoco. Divergenze tra Tel Aviv e Washington: Netanyahu vuole indebolire il regime, Trump pensa al modello Venezuela.
La partita energetica si fa sempre più serrata nella crisi iraniana. Ieri, Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone hanno criticato la chiusura dello Stretto di Hormuz, condannando anche gli attacchi sferrati dall’Iran contro i Paesi del Golfo.
«Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi appropriati per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che stanno procedendo alla pianificazione preparatoria», hanno inoltre affermato i sei Paesi, che hanno poi assicurato il proprio sostegno alle nazioni più colpite dalla crisi attraverso il ricorso all’Onu e alle istituzioni finanziarie internazionali. Secondo fonti di Bruxelles, quella in fase di definizione potrebbe essere una missione difensiva da avviare a seguito di un eventuale cessate il fuoco. L’Iran ha tuttavia avvisato che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco sarà per il regime una prova di complicità all’aggressione.
La presa di posizione dei sei è arrivata più o meno nelle stesse ore in cui emergevano delle divergenze tra Stati Uniti e Israele. «Gli obiettivi che il presidente ha delineato sono diversi da quelli che il governo israeliano ha delineato», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump, la direttrice dell’Intelligence nazionale americana, Tulsi Gabbard, in audizione alla Camera dei rappresentanti. «Dalle operazioni in corso», ha aggiunto, «si evince chiaramente che il governo israeliano si è concentrato sull’indebolimento della leadership iraniana. Il presidente ha dichiarato che i suoi obiettivi sono distruggere la capacità di lancio di missili balistici dell’Iran, la sua capacità di produzione di missili balistici e la sua marina».
Del resto, che fossero spuntate delle tensioni tra Stati Uniti e Israele era noto da tempo. La scorsa settimana, Washington si era irritata per gli attacchi di Gerusalemme contro le infrastrutture petrolifere iraniane. Inoltre, quando mercoledì lo Stato ebraico ha bombardato il giacimento di gas di South Pars, dall’amministrazione americana erano arrivate posizioni discordanti. Funzionari statunitensi avevano detto ad Axios che l’operazione era stata coordinata con Israele, mentre Trump, su Truth, aveva esplicitamente dichiarato di non esserne stato informato in anticipo.
Lo stesso presidente americano, ieri, ha rivelato di aver detto a Benjamin Netanyahu di non colpire giacimenti di petrolio e gas in Iran. «Agiamo in modo indipendente, ma andiamo molto d’accordo. È tutto coordinato. Ma ogni tanto fa qualcosa, e se non mi piace... allora non lo facciamo più», ha affermato. Tutto questo mentre, sempre ieri, poco prima delle dichiarazioni della Gabbard, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aveva definito lo Stato ebraico un «partner incredibile e capace», sostenendo che l’attacco al giacimento di South Pars sarebbe stato un «avvertimento» al regime khomeinista. Insomma, da Washington sta emergendo scarsa compattezza in riferimento agli obiettivi dell’alleanza militare con Gerusalemme sulla crisi iraniana.
Certo, Trump e Netanyahu restano accomunati dalla volontà di impedire a Teheran non solo di possedere l’arma atomica ma anche di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali. Dall’altra parte, però, i due leader puntano a obiettivi sensibilmente differenti per quanto concerne il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il premier israeliano propende per un regime change classico, considerando il regime khomeinista come una minaccia assoluta per Gerusalemme. Trump punta invece a una «soluzione venezuelana»: vorrebbe scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio governo decapitato, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Questo tipo di scenario è visto con scetticismo da Netanyahu, mentre il presidente americano ne ha bisogno sia per evitare d’impantanarsi sia per cooperare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Ricordiamo che, il 7 marzo, Trump aveva chiuso all’ipotesi di impiegare i curdi per un’operazione militare di terra: un’opzione, questa, che era stata invece caldeggiata da Netanyahu.
Per l’inquilino della Casa Bianca, il problema principale resta l’alto costo dell’energia. I pasdaran lo sanno. Ed è per metterlo in difficoltà con il prezzo della benzina in vista delle Midterm che hanno bloccato Hormuz. È in questo quadro che, secondo The Hill, Trump, nonostante ieri abbia escluso l’invio di truppe di terra, starebbe ipotizzando di impiegare dei soldati per prendere possesso delle strutture petrolifere presenti sull’isola di Kharg e costringere così gli iraniani a riaprire Hormuz. La strategia, ragionano alla Casa Bianca, è quella di mettere in ginocchio l’economia del regime, visto che l’isoletta gestisce circa il 90% dell’export di greggio iraniano. Nel frattempo, ieri, Washington ha approvato la vendita di armamenti per oltre 16 miliardi di dollari a Emirati e Kuwait in funzione anti-iraniana. Certo, un eventuale coinvolgimento di terra sarebbe assai rischioso per la Casa Bianca. Ma Trump ha bisogno di scardinare il blocco di Hormuz. È da qui che passa il successo o il fallimento della sua operazione militare contro Teheran.
Continua a leggereRiduci
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Le minacce del regime a Kiev, gli effetti sulle materie prime, la disponibilità non illimitata di armi: tanti elementi lo indicano.
I soldi, come sempre, aiutano a capire le vere dinamiche di potere, anche e soprattutto in guerra. Ieri la Bce, spiegando la sua decisione di lasciare invariati i tassi d’interesse, ha osservato che «il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici».
In fondo quel furbone di Volodymyr Zelensky l’aveva capito subito: Medio Oriente e Ucraina sono due facce della stessa guerra. «Per Mosca, gli attacchi iraniani sono un fronte della sua guerra», aveva buttato lì su «X» lo scorso 9 marzo. E nei giorni seguenti era corso a Parigi da Emmanuel Macron a sincerarsi che il conflitto scatenato da Netanyahu e Donald Trump in Medio Oriente «non eclissasse» quello in Ucraina. Parlava pro domo sua, ma ogni giorno che passa emerge che la guerra è una, come dimostrano i prezzi impazziti del gas naturale e del petrolio e la marcia trionfale, in Borsa, dei colossi mondiali della Difesa. Con tanti saluti a chi, specie nell’Unione europea, si sforzava di giustificare la guerra contro Mosca e di criticare quella in Medio Oriente.
Il dibattito sulla situazione in Medio Oriente è del medesimo tenore di quello che era partito dal febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin. Le sanzioni Ue contro il gas e il petrolio di Mosca non hanno minato i fondamentali dell’economia russa, che ha venduto più energia a India e Cina, in cambio di sempre più tecnologia. E come ben sa il comandante Zelensky, molti droni piovuti in Ucraina erano di fabbricazione iraniana.
Ora la guerra tra Iran e Israele sta facendo schizzare in alto i prezzi del petrolio, che potrebbero arrivare a 200 dollari al barile, innescando una pesante inflazione. In Europa, molti Paesi vorrebbero riprendere gli acquisti di gas russo, ma il tema è ancora tabù. Vince ancora la linea di Macron, che era pronto a spedire i ragazzi francesi a morire al fronte in Ucraina, ma non accetta l’attacco al regime degli ayatollah. Eppure, la guerra è ormai una sola, come dicono le Borse e i mercati delle materie prime.
E la rappresentazione plastica di questa situazione è arrivata sei giorni fa, quando il governo di Teheran ha reagito così all’offerta di aiuto di Kiev ai suoi nemici: «Adesso l’Ucraina diventa un nostro obiettivo legittimo».
Kaja Kallas, Alto rappresentante Ue, ieri ancora notava che «poiché al momento la guerra in Iran non ha una base di diritto internazionale, i Paesi dell’Ue non hanno alcuna intenzione di entrare in guerra». Pesano ancora due elementi: Trump non ha consultato nessuno, in Europa, e nessuno sa che obiettivi abbiano gli attacchi. Se ancora conta il diritto internazionale, o quel che ne resta, in una fase in cui tutto sembra deciso tra Washington e Tel Aviv, va detto che l’aggressione russa all’Ucraina era fuori dalle regole. Ma forse, anche la soluzione di finta «non guerra» adottata dall’Ue, ovvero mandare soldi (senza i quali Kiev sarebbe già caduta) e spedire armi (facendo finta che fossero solo difensive) non è stata proprio il massimo della coerenza.
E a proposito di soldi, se i vasi comunicanti della guerra portano più dollari nelle casse di Putin grazie all’aumento del petrolio, sui fondi Ue per l’Ucraina ieri è scesa l’incertezza. Ieri c’era il Consiglio europeo a Bruxelles e Zelensky si è lamentato in videoconferenza: «Ormai da tre mesi, la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l’Ucraina da parte dell’Europa non funziona: il pacchetto di sostegno da 90 miliardi di euro per quest’anno e il prossimo. Per noi è fondamentale». Nei prossimi giorni potrebbero riprendere i colloqui di pace e l’Ucraina teme che la Russia si presenti al tavolo rafforzata da queste nubi. Non solo, ma al Consiglio Ue si è parlato del rischio che le difese aree schierate in Medio Oriente possano ridurre l’arsenale missilistico a disposizione dell’Ucraina. Sui 90 miliardi, comunque, altra fumata nera perché l’Ungheria continua a opporsi. Come ha spiegato il presidente Viktor Orbán, «abbiamo diritto di dire no al prestito a Kiev finché non passa nuovamente il petrolio» nei gasdotti ucraini. E tutte le strade del petrolio portano ovviamente alla Casa Bianca, che secondo Axios avrebbe chiesto a Israele di risparmiare almeno i giacimenti di gas iraniani. Negli Stati Uniti, comunque, ferve il dibattito tra analisti ed economisti e c’è chi prevede una carenza globale prolungata di gas, che potrebbe durare parecchi mesi. Così non è un caso che Trump, dopo aver allentato le sanzioni sul petrolio russo, nelle ultime ore abbia allargato la manica anche su quello venezuelano. I vasi comunicanti temuti da Zelensky oggi sono una realtà. E valgono anche per le armi. Che siano cinesi, iraniani, russi o israeliani, droni, missili e aerei da guerra possono essere spostati nell’Europa dell’Est come in Medio Oriente, anche perché non sono infiniti, come non sono infiniti i soldi dei bilanci pubblici. Dieci giorni fa, il presidente ucraino aveva avvertito che «il mondo non è pronto per una Terza Guerra Mondiale», pensando di fermare così la guerra in Medio Oriente. In realtà, si sono unificate due guerre per il petrolio e il gas, quantomeno.
Continua a leggereRiduci
- Dopo gli attacchi iraniani a Ras Laffan, Roma rischia di perdere il 40% del Gnl per cinque anni. Insieme a Belgio, Corea e Cina.
- L’esecutivo studia nuove mosse. Si va verso un cdm straordinario. Opposizioni patetiche: prima chiedono misure e poi le definiscono «elettorali».
Lo speciale contiene due articoli.
L’allargamento del conflitto, l’intensificarsi degli attacchi al Qatar con gli impianti di gas entrati nel mirino dell’Iran, scuote l’Europa. Teheran ha colpito Ras Laffan, il più grande impianto di Gnl del mondo. Il Qatar potrebbe chiudere da un momento all’altro i rubinetti del gas e allora all’Italia verrebbe a mancare circa il 40% delle forniture. Basta questa percentuale per dare l’idea della gravità dello scenario e della difficoltà di azzardare qualsiasi previsione sull’andamento delle quotazioni dei prodotti energetici. L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, ha dichiarato a Reuters che due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl) sono stati danneggiati negli attacchi. Ciò che ne potrebbe seguire rischia di rivoluzionare i mercati. «Potremmo dover dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, cioè l’esonero dalla responsabilità contrattuale, per un periodo fino a cinque anni per le forniture di Gnl verso Italia, Belgio, Corea e Cina», ha detto il manager. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il Ceo, metteranno fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per un periodo compreso tra tre e cinque anni. Poi ha sottolineato che l’attacco iraniano ha colpito il 17% della capacità di Gnl del Qatar, causando una perdita di entrate annuali stimata in 20 miliardi di dollari. Il primo ministro e capo della diplomazia del Paese, Mohammed bin Abdelrahmane Al Thani, ha detto che l’attacco iraniano all’impianto di gas avrà «gravi ripercussioni sull’approvvigionamento energetico».
Secondo dati ufficiali, quasi il 40% del Gnl arrivato in Italia proveniva dal Qatar, pari a circa 6,6 miliardi di metri cubi; e secondo Snam, nel 2025 il Gnl ha coperto circa un terzo della domanda nazionale di gas. Il taglio delle forniture e il conseguente aumento del prezzo ha un impatto sull’energia elettrica giacché questa viene prodotta per circa la metà utilizzando il gas che per il nostro Paese è una fonte vitale. Il Gme, il Gestore dei mercati energetici, stima che oggi il prezzo dell’elettricità arriverà a toccare quota 157 euro/Mwh contro una media 2026 di 128 euro. Alle 20 è previsto il massimo a 212 euro/Mwh. E si tratta di un livello che non contempla ancora il boom del Ttf di ieri, per cui è molto probabile che la luce salirà a 170-180 euro/Mwh.
Gli economisti della Bce hanno stimato che nello scenario più grave il petrolio potrebbe arrivare fino a 150 dollari e il gas a 110 euro/Mwh nel secondo trimestre del 2026. Non solo. la crescita del Pil dell’Eurozona scenderebbe quest’anno allo 0,4%, mentre l’inflazione salirebbe al 4,4%, per poi arrivare fino al 4,8% nel 2027 in caso di choc energetico persistente. L’impatto dipende dalla durata e dall’intensità dello choc energetico e dalla sua trasmissione all’economia reale. In questo scenario il decreto Bollette appare insufficiente e andrebbe irrobustito. Intanto Gas Intensive, la società consortile promossa da otto associazioni di settore di Confindustria, che rappresenta il più grande consumatore industriale di gas naturale in Italia, lancia l’allarme. Per il presidente, Aldo Chiarini, «è necessario agire con la stessa determinazione dimostrata nel recente intervento sulle accise sui carburanti. Servono misure simili anche sul fronte del gas naturale». Il presidente di Assocarta, Lorenzo Poli, avverte: «La situazione era già critica dopo lo scoppio del conflitto a fine febbraio, ma oggi ci troviamo a fronteggiare un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio il settore industriale italiano. Non possiamo permetterci una nuova crisi dei costi del gas come quella vissuta nel biennio 2021-2022». Per Marco Ravasi, presidente di Assovetro, «è evidente che l’approccio emergenziale non è più sufficiente. L’Europa deve fare un passo avanti: serve una strategia comune e strutturale in materia di energia, capace di garantire stabilità e sicurezza per l’economia continentale. Solo con un’azione coordinata a livello europeo possiamo difendere il nostro sistema industriale e i milioni di posti di lavoro che ne dipendono». Augusto Ciarrocchi, presidente di Confindustria Ceramica, sottolinea: «Nessuno vuole rivivere i livelli estremi raggiunti dal prezzo del gas nel 2022, ma la situazione attuale non è meno allarmante».
Le quotazioni delle fonti energetiche alle stelle rischiano di compromettere la crescita. Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha sottolineato che già in un anno l’Europa ha perso un milione di posti di lavoro. «E il trend sta continuando». Il pericolo viene dalla Cina, che «ha incrementato del 32% le esportazioni verso il Vecchio Continente. La deindustrializzazione d’Europa, per alcuni Paesi che stanno cedendo un’industria di base alla Cina, per noi è una preoccupazione». È un tema che si aggiunge alla crisi energetica e impone alla Ue «un cambio di passo». Per Orsini, «sulla competitività europea oggi è l’ultima chiamata, l’ultimo treno che passa».
L’esecutivo studia nuove mosse. Si va verso un cdm straordinario
Riassunto delle puntate precedenti. Il premier, Giorgia Meloni, a sorpresa, riunisce il Consiglio dei ministri alle 19 per dare il via libera a un decreto legge che le opposizioni invocano dall’inizio della guerra in Iran. La cosa buffa è che, ora che il taglio delle accise c’è, alla sinistra non va bene lo stesso perché è arrivato a tre giorni dal referendum e quindi ha «un sapore elettorale».
Il provvedimento che introduce un taglio di 25 centesimi al litro sul prezzo dei carburanti (per 20 giorni con conseguente calo dell’Iva) è scattato ieri. Una mossa anti speculazione per contenere i costi alle stelle dei rifornimenti che prevede anche ulteriori misure aggiuntive contro i rincari ingiustificati da discutere in un altro cdm straordinario, atteso, forse, nei prossimi giorni.
Il pacchetto comprende anche un credito d’imposta sul gasolio per gli autotrasportatori e del 20% per i pescherecci da marzo a maggio; nonché un rafforzamento dei controlli in tutta Italia, affidati a Mister Prezzi (il Garante per la sorveglianza dei prezzi del ministero delle Imprese), alla Guardia di finanza e all’Antitrust. Mister Prezzi ieri ha già trasmesso alla Finanza la lista dei distributori furbetti che non hanno ancora adeguato i prezzi al decreto. Sono previste sanzioni e pure denunce alla magistratura per verificare la sussistenza di manovre speculative. Il governo è anche pronto ad allungare la durata delle misure, se la crisi nel Golfo non dovesse terminare a breve.
Le opposizioni però lamentano lo stesso un intervento tardivo e limitato, chiedendo un taglio delle accise come nel 2022 con il governo Draghi, sostenuto da tutta l’attuale opposizione. Ignorando che anche quello, peraltro più basso di quello attuale, fu temporaneo e gli effetti sui prezzi al distributore arrivarono solo quattro giorni dopo il decreto. Favoloso il Pd che mercoledì incalzava il governo: «Gli italiani spendono 16 milioni e mezzo in più al giorno di carburanti. Sono passati dieci giorni dalla nostra proposta di abbassare le accise: il governo si deve sbrigare», sbraitavano i compagni. Sempre quel giorno, quel baffetto rampante di Sandro Ruotolo, ex giornalista, europarlamentare e membro della segreteria pd, aggiungeva spavaldo: «Se le donne e gli uomini del nostro Paese sono più poveri, al presidente Meloni non sembra interessare. Bisogna abbassare subito il prezzo dei carburanti». Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sempre mercoledì, assaltava: «Questo governo a dicembre ha aumentato le accise e, dopo 20 giorni, con questi sbalzi, non è ancora intervenuto».
Mercoledì sera però, Meloni, al Tg1 delle 20, annunciava il tanto agognato taglio. Un tempismo perfetto, si direbbe. E invece no, il Pd cambia idea. La capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, parla di «una misura fragile. È solo improvvisazione, uno spot elettorale». Il tesoriere del Pd, nonché sconosciuto senatore, Michele Fina, accende le sue luci della ribalta per buttarla sul referendum: «Quando arriverà questa diminuzione, sarà del tutto insufficiente. Il No al referendum sarà anche un No a un governo che se ne frega di chi non arriva alla fine del mese». Occasione persa per continuare a stare zitto.
Chi, invece, è anche troppo conosciuto, ma non ci pensa proprio a tacere, neppure per dire bischerate, è Matteo Renzi: «Meloni è incredibile: abbassa oggi le accise per i prossimi 20 giorni dopo aver fatto una legge di Bilancio per alzarle per i prossimi sei anni», scrive nella sua newsletter. Renzi però si dimentica di dire che l’ultima volta che qualcuno ha aumentato le accise in Italia, era il 2013, al governo c’era Enrico Letta e lui era a capo del Pd.
Il leader di Italia viva spara anche verso quello che negli ultimi tempi è diventato il suo bersaglio preferito, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che si è sempre professato contrario al taglio delle accise: «La figura di palta più straordinaria è di Urso che era venuto in Senato a dire che tagliare le accise era un errore perché avvantaggiava i ricchi».
Il presidente dei senatori di Fdi, Lucio Malan, replica: «Faziosi, spudorati e disonesti gli attacchi della sinistra. Sono passati dalle accuse all’esecutivo perché non era ancora intervenuto alle accuse perché è intervenuto».
Continua a leggereRiduci
Ansa
Il 15% del nostro metano è a rischio in seguito agli attacchi. I prezzi volano, compresi quelli dell’elettricità. Dopo il taglio delle accise, tocca intervenire sulle bollette. A Bruxelles, invece di aprire il portafogli, difendono le tasse green. E la Lagarde medita di alzare i tassi.
L’altra mattina, su Canale 5, mi è capitato di discutere con un giornalista ucraino della situazione creata dal blocco dello Stretto di Hormuz e delle ricadute che potrebbe avere sulla guerra in Ucraina. Come i lettori sanno, dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele penso che sia meglio rivedere lo stop all’importazione di gas e petrolio da Mosca. Se lo scopo dell’Europa è non avvantaggiare Vladimir Putin, confermare le sanzioni sulle forniture russe rischia non solo di essere inutile, ma anche di trasformarsi in un boomerang, perché gli stessi Paesi Ue stanno pagando a caro prezzo la crisi energetica.
«Tornare ad acquistare combustibili russi equivale non soltanto a finanziare la guerra, provocando nel giro di un anno la sconfitta dell’Ucraina», ha ribattuto Vladislav Maistrouk, «ma anche a favorire un esodo di milioni di profughi, che inevitabilmente si riverserebbero alle frontiere europee». E per rendere meglio il concetto, il collega ucraino ha citato un vecchio aforisma attribuito a Lenin (ma anche a Marx e a Stalin): «L’ultimo capitalista sarà impiccato con la corda che lui stesso venderà ai propri aguzzini». Morale della favola, comprare greggio e gas dalla Russia equivale a impiccarsi e la corda sarebbe l’onda migratoria che si abbatterebbe sull’Europa. Lasciamo perdere il fatto che 6 o 7 milioni di ucraini sono scappati quattro anni fa, allo scoppio della guerra e l’Europa li ha accolti, offrendo loro ospitalità e spesso un lavoro. E lasciamo pure perdere che, visti gli aiuti ricevuti da Kiev e pagati dai contribuenti europei, minacciare un’invasione per convincere la Ue a non cambiare strategia è un bell’esempio di quanto gli ucraini siano grati per il sostegno ricevuto. Dimentichiamo insomma ciò che finora hanno fatto l’Italia e i suoi partner per difenderli e concentriamoci sul tema principale: conviene o no ripensare le sanzioni? È utile o inutile insistere con lo stop ai combustibili fossili di Mosca?
La risposta è semplice, perché basta osservare la realtà senza pregiudizio. Dopo il blocco dello Stretto di Hormuz, la fiammata dei prezzi di greggio e gas dovuta allo stop delle esportazioni sta facendo incassare a Putin 150 milioni in più al giorno. Nell’arco di un mese l’extragettito che la Russia potrebbe guadagnare potrebbe sfiorare i 5 miliardi. Dunque, se persisterà la chiusura al passaggio delle petroliere in uscita dal Golfo Persico, la decisione della Ue di non rifornirsi da Mosca per evitare di finanziare l’invasione dell’Ucraina si rivelerà inutile. Anche perché, come è noto, ci sono Paesi che continuano a fare affari con la Russia, in barba alle sanzioni. La Cina è sicuramente uno di questi. La guerra, infatti, ha consentito a Pechino, proprio a seguito delle misure adottate da Bruxelles, di beneficiare di combustibili a un prezzo più basso per l’eccesso di offerta. Secondo alcune stime, le «riserve» galleggianti della flotta ombra di Putin ammontano a centinaia di milioni di barili, messi in commercio attraverso raffinerie compiacenti che riciclano il greggio russo. Dunque, l’Europa continua la politica inflessibile di contrasto a Mosca e gli altri ne traggono beneficio, lasciando alle industrie della Ue i costi del rigore.
E però non è tutto. Perché mentre da un lato Bruxelles fa la faccia feroce, dall’altro continua sottobanco ad acquistare gas naturale liquefatto, importando tutto il Gnl estratto nella penisola russa di Yamal. Non ci credete? A gennaio, come ha scritto Mattia Feltri sulla Stampa, aveva comprato il 93 per cento della produzione. Del resto, l’export russo di prodotti petroliferi è in continuo aumento: 21 milioni di tonnellate nel gennaio 2025, 22 in agosto, 23 a settembre. Nel 2025 l’Unione europea ha importato dalla Russia quasi 41 milioni di metri cubi di gas. Tanto per intenderci dall’Azerbaijan abbiamo acquistato 12,4 miliardi di metri cubi e dal Qatar 12. Greggio e gas che non sono commercializzati di nascosto ma sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno provveda a fermare petroliere o gasdotti. Insomma, tanto vale togliere le sanzioni, mettendo fine a una grande ipocrisia. A maggior ragione se chi diciamo di voler aiutare, a prezzo di sacrifici della nostra industria e delle nostre famiglie, minaccia di invaderci con 10 milioni di profughi, provando a intimorirci con l’idea che se cediamo a Putin saremo impiccati con la nostra stessa corda.
Aggiungo un’ultima annotazione: meglio avere a che fare con 10 milioni di profughi ucraini che con 10 milioni di altri profughi difficilmente integrabili in arrivo dall’Africa o dal Far East.
Continua a leggereRiduci






