Prezzi dei carburanti in una stazione di servizio in Germania (Getty Images)
La Commissione ha subito usato il caro energia per chiedere di razionare i consumi e così ridurre le emissioni di CO2. L’obiettivo è sempre quello: smantellare l’industria.
La benzina a tre euro al litro forse non da tutti in Europa è vista come una tragedia.
Questa Europa e questa Commissione hanno un obiettivo strategico di fondo: ridurre le emissioni. Tutto il resto è sacrificabile e ogni scusa è una opportunità per raggiungere questo obiettivo. I razionamenti con riduzione dei consumi son quindi una benedizione per questa classe dirigente totalmente scollegata dalla realtà e profondamente sfavorevole se non contraria alle attività economiche imprenditoriali.
L’industria è un male da estirpare secondo il pensiero profondo di questa Unione europea.
Non si spiegano altrimenti le infinite misure che, attraverso Green deal e normative assurde, hanno distrutto intere filiere industriali e in generale l’industria manifatturiera europea.
Se guardiamo l’Italia la riduzione parte da lontano; dal 1980 ad oggi si è perso il 46,2% delle imprese artigiane manifatturiere. Non è ovviamente solo la richiesta di standard ambientali irraggiungibili ad aver causato questo tracollo, ma sicuramente negli ultimi anni l’esasperazione green europea ha spinto molti imprenditori a chiudere.
E questa esasperazione degli obiettivi «sostenibili» ha impattato forse ancora più pesantemente sulle imprese più grandi. Pensare di raggiungere la neutralità climatica (concetto demenziale) entro il 2050 non può che spingere imprese medio grandi a delocalizzare o a capitalizzare i propri asset prima del colpo finale.
Spostare la fiscalità dalla produzione ai consumi è sempre stato un obiettivo delle politiche green, come se abbattere i consumi non avesse effetti sulle imprese che di consumi vivono. I disastri della filiera dell’auto sono solo un esempio di ciò che è successo in questi anni e denotano la cultura che partorisce queste ideologie. La normativa contro la deforestazione, oggi in stand by ma non modificata nella sostanza, è un altro esempio di come questa Europa vede il futuro del continente e del mondo.
La Commissione desidera un mondo ideale, dove i bambini studiano felici, i lavoratori delle piantagioni di cacao o caffè sono pagati come un operaio della Ferrari, e dove siano egualmente distribuiti tra tutti i colori della pelle, così da non comunicare l’immagine di gerarchie tra le razze.
Probabilmente chi scrive queste normative non ha mai lasciato le stanze del Parlamento europeo e non ha mai visto una piantagione di olio di palma, di cacao, di pulp and paper in Indonesia, nell’Amazzonia brasiliana o in Costa d’Avorio. E soprattutto non ha idea di come si modificherebbero i prezzi dei prodotti finiti che arrivano nei nostri supermercati se un approccio di questo tipo venisse implementato fino in fondo.
L’utopia di un mondo senza diseguaglianze rischia di crearne sempre di più, visto che l’illusione europea è appunto solo qualcosa che non può essere realizzato se non a prezzo di una distruzione totale di molte filiere industriali, non solo agroalimentari, con conseguente disoccupazione di massa e povertà, sia nei Paesi di origine che nei Paesi di trasformazione.
La superiorità etica che la Commissione ritiene di avere è il problema culturale di fondo. Non gli è parso vero quindi di avere l’occasione di parlare immediatamente di razionamenti, targhe alterne, divieti, smart working, in una logica classista che penalizzerebbe in primis le fasce più deboli della popolazione. Ma il tutto ovviamente per il bene supremo, salvare il pianeta dalla deriva climatica. Sacrificare lo stile di vita e il welfare è un costo minimo da sostenere a fronte di un obiettivo superiore. La tregua nella guerra e la riapertura dello stretto di Hormuz, per questi fanatici green, è una iattura.
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2026-04-10
«Epic Fury» è stata un successo militare, il resto è un’incognita e i cocci sono nostri
Bombardieri americani Rokwell B-1 «Lancer» alla base Raf di Fairford l'8 aprile 2026 (Ansa)
I pro per gli Usa: supremazia bellica, export di energia. Il regime però è rafforzato, la credibilità minata e la Cina più consapevole.
La tregua tra Stati Uniti e Iran, cui si è giunti con la determinante mediazione del Pakistan (alleato della Cina), è fragile e soggetta alla propaganda delle due parti, nonché all’attivismo di Israele. Nonostante le incertezze, però, il cessate il fuoco in Iran sembra reggere, in vista dei negoziati diretti tra le parti che inizieranno domani a Islamabad.
Dal punto di vista militare, l’operazione «Epic Fury» in Iran è un successo. Secondo i dati presentati dal segretario alla Difesa americano Pete Hegseth, l’80% della contraerea, il 90% della marina e 450 depositi di missili iraniani sono stati distrutti. Duemila i centri di comando distrutti o neutralizzati. Il leader supremo Ali Khamenei è stato ucciso, e dopo di lui dozzine di comandanti delle Guardie della rivoluzione islamica. La catena di comando iraniana è stata decapitata e il comando militare ne risulta indebolito. Il successore della Guida suprema, suo figlio Mojtaba Khamenei, sarebbe ricoverato in un ospedale di Qom in gravi condizioni privo di conoscenza. Gli Stati Uniti contano, dal canto loro, 13 vittime tra i militari e oltre 300 feriti.
Fatto il conto degli obiettivi militari, c’è l’aspetto politico da considerare. Nelle scorse settimane, il presidente Donald Trump ha fatto riferimento più volte a una «nuova leadership ragionevole» in Iran con cui instaurare un dialogo, dopo l’eliminazione di Khamenei. Per Trump l’obiettivo principale sembra essere quello di un cambio di leadership a Teheran, per avere un nuovo leader a lui gradito con cui intrattenere rapporti commerciali. Il nuovo governo dovrebbe rinunciare al programma nucleare e alla rete di forze parallele costituite da Hezbollah, Huthi, Hamas e le milizie sciite. Questo è uno degli obiettivi degli Stati Uniti, sul modello di un caso precedente e su scala più ridotta, quello del Venezuela.
Se emergesse una figura laica in grado di guidare il Paese, il clero iraniano dovrebbe fare un passo indietro e ciò porterebbe con sé la fine delle pesanti sanzioni americane e l’apertura agli investimenti internazionali. Ne gioverebbe la produzione di petrolio e gas, soprattutto, oggi poco valorizzata, e la rete di infrastrutture dell’Iran, oggi degradata. Naturalmente, nella visione di Trump, la gran parte di questi investimenti sarà americana. Un obiettivo impegnativo, ma che porterebbe con sé un boom economico nella regione del Golfo e una stabilizzazione al ribasso dei prezzi del petrolio. Ne avrebbe vantaggio anche l’imbelle Europa, famelica importatrice di energia.
Si tratta però di un esito non esattamente gradito da Tel Aviv, che invece ambisce a un Iran reso stabilmente inoffensivo, incapace di minacciare Israele in futuro. Una divergenza di obiettivi che la tregua dichiarata da Trump ha reso lampante, con Israele che continua ad operare contro Hezbollah in Libano, dove i raid di mercoledì hanno provocato oltre 200 morti a Beirut.
Il cambio di leadership in Iran secondo il metodo americano sarebbe invece ben visto dalla Cina, grande sponsor del Pakistan. Pechino non gradisce un Iran potenza nucleare e neppure gradirebbe rivolte popolari che rendano il Paese ingovernabile e fonte di instabilità. In questo, gli interessi di Washington e Pechino convergono. Se è vero che un governo addomesticato dagli americani in Iran farebbe perdere influenza politica alla Cina, dalla stabilità nell’area trarrebbe grande vantaggio anche il Dragone. Il governo cinese esce dalla crisi di Hormuz più forte e consapevole, avendo potuto saggiare sul campo la reale potenza militare di Washington, avendo osservato il comportamento delle varie diplomazie e avendo registrato la spaccatura all’interno della Nato. Una raccolta di informazioni in presa diretta che sarà utile a Pechino in futuro.
Sul piano energetico, gli Stati Uniti appaiono vincenti. A marzo le esportazioni americane di Gnl, greggio e prodotti hanno raggiunto livelli record, a prezzi alti. Dalla crisi di Hormuz emerge per gli Stati Uniti anche un rilancio dell’industria dei fertilizzanti e dell’elio.
Ma esistono anche aspetti negativi, per gli Usa, non di poco conto. Ad esempio, una credibilità internazionale incrinata, con la convinzione diffusa che gli Stati Uniti siano stati trascinati da Israele in una guerra per cui non erano pronti. È stato il segretario di Stato Marco Rubio a confermarlo un mese fa, quando ha affermato che gli Stati Uniti hanno lanciato gli attacchi contro Teheran dopo aver appreso che Israele era in procinto di farlo in autonomia.
Nonostante sei settimane di bombe, l’assetto ideologico iraniano appare intatto, con le Guardie della rivoluzione che hanno giurato fedeltà alla nuova Guida suprema in maniera compatta, segno che la colonna vertebrale del regime non è stata intaccata ed è rafforzata dalla retorica del martirio.
I quasi 500 chili di uranio arricchito sono ancora in Iran, sotto le macerie dei siti colpiti dagli Usa. L’Iran dispone ancora di circa il 30-40% dei suoi siti missilistici con cui è in grado di colpire i paesi dell’area del Golfo persico. Con i Paesi europei della Nato si è creata una vistosa frattura che indebolisce l’alleanza. Lo Stretto di Hormuz, fino al 28 febbraio via d’acqua libera frequentata da 130 navi al giorno, è ora soggetta al dominio dell’Iran.
Quest’ultimo è uno dei punti più rilevanti della trattativa. Trump ha di fatto concesso questo controllo a Teheran, ma se riuscisse ad imporre una supervisione congiunta sui transiti gli Stati Uniti ne avrebbe un grande vantaggio, strategico ed economico. Un accordo su questo punto potrebbe aprire la strada a un consenso anche sugli altri punti.
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Così, oggi, in Comune a Petacciato, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini.
«Sul ponte crollato ho fatto il sopralluogo. Appena verrà dissequestrato, i tecnici di ANAS sono pronti con il progetto e l’impresa è pronta a partire. Anche lì mi do un obiettivo ambizioso: entro l’anno avere il nuovo ponte».
«È impressionante come l’asfalto ha ceduto di un metro e mezzo e il ponte è crollato per quello che la gente del territorio, anche i contadini, dicono “un’acqua mai vista a memoria di molisano”. Non bisogna consumare altro suolo. Poi l’Italia è tutta un territorio fragile da nord a sud. Bisogna essere attenti», ha aggiunto il vicepremier.
Leone XIV (Ansa)
A gennaio l’ex Nunzio, convocato al dicastero della Difesa dal sottosegretario (cattolico), è stato intimidito ed esortato a far schierare la Chiesa con Trump. Vance è in imbarazzo. Ma la vera mina è per Hegseth.
«Ricordatevi di Avignone». Se già non aveva precedenti la convocazione di un Nunzio apostolico al Pentagono, inaudita è stata la minaccia che i funzionari dell’amministrazione Usa hanno indirizzato al rappresentante del Vaticano, durante un incontro avvenuto al Dipartimento della Difesa a gennaio, in cui avevano sollecitato la Chiesa a schierarsi al fianco dell’America, poiché dotata della potenza militare per fare ciò che vuole nel mondo. Magari, anche occupare il Palazzo Apostolico?
La notizia del tesissimo vertice l’ha data, su The Free Press, il giornalista italiano Mattia Ferraresi. E il suo reportage, Oltreoceano, ha fatto molto rumore.
L’iniziativa di chiamare negli uffici ministeriali della Virginia l’allora ambasciatore di papa Leone negli Stati Uniti, l’ottantenne cardinale francese Christophe Pierre, al quale a marzo è subentrato l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, è partita dal sottosegretario Elbridge Andrew Colby. Non uno della cerchia dei nazionalisti evangelici cui appartiene il suo principale, Pete Hegseth. Colby, anzi, è un cattolico in quota JD Vance, un fautore del contenimento delle ambizioni egemoniche della Cina sull’Asia, ma anche del disimpegno Usa dal teatro ucraino e della riduzione della presenza militare a stelle e strisce in Medio Oriente. Non ce lo si aspetterebbe a sponsorizzare una guerra temeraria contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu. Men che meno a intimidire la Santa Sede. Cosa è successo tre mesi fa, allora? È stato Hegseth a mandare avanti un fedele della Chiesa di Roma? Oppure Vance ha provato, per interposta persona, a reindirizzare le relazioni con il Vaticano, però la situazione alla fine è sfuggita di mano?
Si sa che la richiesta di un confronto era maturata in seguito al discorso agli ambasciatori, pronunciato da Robert Francis Prevost il 9 gennaio. Un passaggio aveva irritato i vertici del governo Usa: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti», aveva detto il pontefice, «si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati». Queste frasi sono state interpretate come una critica alla «dottrina Donroe», messa nero su bianco appena un mese prima, con la quale Donald Trump rivendicava il predominio sull’emisfero occidentale ed esigeva che i partner si allineassero ai desiderata di Washington.
Colby, durante il faccia a faccia, ha espresso al cardinale Pierre le rimostranze dell’amministrazione, ma la conversazione non dev’essere andata come speravano al Pentagono. Qui, le ricostruzioni divergono: a tirare fuori la cattività avignonese, stando a The Catholic Herald, non sarebbe stato Colby, bensì un altro funzionario presente al colloquio. Il tono, comunque, è stato deprecabile, con l’allusione all’infelice periodo tra il 1309 e il 1377, allorché, per dissapori con la borghesia romana, specie la famiglia Colonna, e a causa della frattura che si era aperta tra Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo il Bello, la sede del Papato fu spostata da Roma alla cittadina provenzale. Il capetingio aveva agitato lo spauracchio di uno scisma, oltre ad annunciare un processo postumo per eresia al defunto pontefice, Benedetto Caetani. È improbabile che Trump pensi di far tradurre Leone XIV in ceppi sulla East Coast, come è accaduto a Nicolás Maduro. Lo sgarbo, però, ha allarmato la diplomazia vaticana, anche se non è chiaro quanto abbia influito nella scelta di Prevost di fissare al prossimo 4 luglio la sua visita a Lampedusa, l’isola dei migranti, rispondendo picche all’invito di Vance: a maggio 2025, pochi giorni dopo la sua elezione, il vicepresidente gli aveva proposto di andare negli Usa per celebrare i 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza. Sulla decisione avranno pensato l’opposizione dei vescovi americani alle politiche migratorie di The Donald e il desiderio di sottrarsi a eventuali strumentalizzazioni elettorali, giacché incombe il medio termine di novembre.
Quel che è certo è che i moniti del Papa sull’impiego spudorato della forza nelle relazioni internazionali sono diventati sempre più fragorosi. E dopo l’inizio della campagna in Iran, che la Santa Sede ha criticato duramente, Leone ha reagito all’inquietante folklore delle mani dei predicatori imposte su Trump e di Hegseth che implorava l’aiuto divino per vincere la crociata: Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra», ha tuonato il Papa yankee lo scorso 29 marzo. Va tuttavia notato che, la settimana scorsa, Prevost ha riferito di una telefonata con Trump, auspicando una tregua entro Pasqua. Il cessate il fuoco, sia pur fragile, è arrivato il martedì dopo Pasquetta. Nella serata di ieri, il Dipartimento della Difesa ha rilasciato un comunicato, nel quale definiva «grossolanamente distorti» i resoconti sull’incontro del 22 gennaio, che sarebbe stato invece una «discussione rispettosa e ragionevole»; e l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Brian Burch, ha assicurato di aver parlato con Pierre, il quale gli avrebbe confermato che la storia delle minacce è stata «inventata».
Il punto è che The Donald non può alienarsi la Chiesa: il voto cattolico, negli Usa, si è spostato a destra e costituisce una componente imprescindibile dell’elettorato conservatore. Quello protestante ed evangelico è già allineato e coperto. Se n’è accorta anche Reuters, che ha pubblicato un approfondimento sul ruolo delle sette riformate nel fomentare la svolta bellicosa dell’amministrazione. L’agenzia ha omesso di segnalare il risvolto della medaglia: lo schiacciamento dei «sionisti cristiani» sull’agenda di Netanyahu ha contribuito a impantanare Trump nel conflitto mediorientale, che il premier israeliano, come ha rivelato il New York Times, aveva provato a vendergli sfruttando informazioni di intelligence false. Dei collaboratori del presidente, solo Hegseth era un entusiasta sostenitore della missione; il cattolico Marco Rubio, benché timidamente, aveva espresso delle riserve, mentre Vance vi si era opposto in maniera risoluta.
Il vice del tycoon, in Ungheria, ha provato a dribblare le domande sullo scoop di The Free Press: «Non ho mai visto questo report. Vorrei parlare davvero col cardinale Christophe Pierre e, in modo franco, con i nostri, per capire cosa è successo davvero. Credo che sia sempre una cattiva idea quella di offrire un’opinione su vicende non confermate, per cui non lo farò».
Al Pentagono, comunque, l’esito deludente dei quaranta giorni di bombardamenti in Iran ha già approfondito la faglia teologico-politica tra le due anime religiose del trumpismo. E se Hegseth è riuscito a far saltare la testa del generale Randy George, amico di Vance, Daniel Driscoll, pure lui vicino al vicepresidente, ha messo in chiaro che non intende rinunciare all’incarico di segretario dell’Esercito.
Intanto, il Papa ha ricevuto proprio ieri il nuovo Nunzio negli Usa, monsignor Caccia. Meno attesa era l’udienza concessa a David M. Axelrod, membro del Partito democratico, stratega e consigliere di Barack Obama. Bisogna attribuirle un significato politico? Leone non rifiuterà di collaborare in buona fede con Trump. Solo, non alle condizioni dettate dai suoi ministri che giocano a fare i Templari. Lezione da imparare: le benedizioni non si estorcono a mano armata.
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