Con l’obiettivo di razionare i carburanti, la Ue se la prende con l’Italia che taglia le accise: «Così oltre a crisi energetiche, se ne creano anche fiscali». In pratica gli euroburocrati spingono per alzare i prezzi di gasolio e benzina in modo da disincentivare gli automobilisti.
Non c’è niente da fare: l’Unione europea non accetta la messa in discussione di un suo «dogma», se pur inventato di sana pianta, inutile anzi dannoso.
Il dogma in questione è la famigerata regola del 3% nel rapporto deficit/Pil, quella su cui da decenni si impiccano i governi, i quali non hanno solo i mercati del debito sovrano come platea da rassicurare, ma hanno soprattutto i cittadini, cioè quel famoso popolo che - Costituzione italiana alla mano - è ancor più sovrano. Considerare quel limite come un valore negoziabile e non un comandamento intoccabile come invece si sta facendo da troppo tempo (nonostante lo stesso «creatore» del valore ammise la totale mancanza di significato tecnico) è pertanto una sfida che questo governo deve portare avanti senza indugio, a maggior ragione ora che sull’energia rischiamo grossi contraccolpi di tenuta sociale oltre che crisi economiche e industriali.
Com’è noto, l’Italia ha chiesto di agire su due leve: la prima è lo sforamento del deficit, anche per toccare le accise; la seconda riguarda un incremento di tassazione sugli «extraprofitti» per le multinazionali dell’energia. Cosa è successo invece? Che il solito commissario del nord Europa, titolare della materia energetica, Dan Jorgensen, si è preso la briga di favellare con il Financial Times e indicare la rotta secondo le intenzioni dell’intera Commissione Ue. Il messaggio della squadra diretta dalla sempre più imbarazzante Ursula von der Leyen è il seguente: la crisi energetica non diventi una crisi fiscale, quindi niente variazioni alla liturgia. Per il nostro Paese, rinunciare a tagliare le accise vorrebbe dire trovarsi, in soldoni, col diesel a circa 2,5 euro al litro. Un massacro.
Mi sia concesso uno sfogo: ma è mai possibile che in Italia ragioniamo su dimissioni e cambi di squadra per via di alcune inchieste e in Europa la signora Von der Leyen può restare al suo posto nonostante due decisioni avverse sulla trasparenza negoziale rispetto all’acquisto dei vaccini, cioè il più grosso contratto mai stipulato dall’Unione? E nonostante ci sia un processo intentato dal New York Times contro di lei proprio sui rapporti con Big Pharma? Possibile che nessuno sollevi la questione, mentre ci appassioniamo delle vicende della Santanchè?
In poche parole l’Unione europea ha cominciato un’azione di contrasto politico contro i governi - Italia in testa, Polonia e Spagna a seguire - che non si vogliono allineare alla rigidità fiscale e che hanno già ridotto le tasse sui carburanti. Contro queste manovre e l’idea di una maggiore flessibilità rispetto al 3%, si è appunto pronunciato in un colloquio con il Financial Times il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen: «Si tratta di uno sforzo coordinato della Commissione. Ciò che accade in un settore dell’economia può avere ripercussioni su tutta la società. Per questo stiamo fornendo consulenza tecnica e un supporto ai Paesi per definire gli strumenti di politica economica che intendono utilizzare all’interno dello spazio fiscale disponibile».
Ora mi domando: ma questi signori che la sinistra manda nel «governo» europeo a trattare le politiche energetiche (Jorgensen è espressione del Pse, quota Partito socialdemocratico danese) hanno capito che non è più aria di rigorismo? Hanno capito che ci sono guerre che destabilizzano tutto? E che nei nuovi scenari, l’Europa non conta un fico secco? Evidentemente no, infatti la signora Ursula coi socialisti ci ha costruito il suo bis presidenziale. Dunque se a Bruxelles non lo capiscono, tocca a Roma mandare dei segnali forti. In primis contro la Von der Leyen, alla quale il governo italiano deve mandare il seguente messaggio: «Non abbiamo intenzione di far pagare il prezzo dell’ennesima crisi ai cittadini, quindi se volete spendere soldi in armi e in altre diavolerie, sappiate che noi spenderemo altrettanto per il popolo». In altre parole, noi sforiamo e voi tenete a bada i sinistrelli vari, specie se arrivano dal nord Europa.
Le ciance e i consigli di Jorgensen per stare dentro gli spazi fiscali disponibili hanno il sapore della presa in giro o, peggio, della difesa delle multinazionali energetiche, alle quale infatti l’idea di aliquote fiscali hard sugli extraprofitti non piace proprio. Infatti dalle parole di Jorgensen, a nome dell’intera Commissione, si capisce l’ostruzionismo europeo verso questa tassa straordinaria a livello continentale e rispetto alle idee di sussidi energetici, tagli fiscali e tetti ai prezzi, più protratti nel tempo. «Il conflitto», ha proseguito il commissario all’Energia, «comporta purtroppo un elevato rischio di un aumento dell’inflazione, con tutti gli effetti negativi che ne derivano. Per questo esortiamo al coordinamento e alla prudenza». Già, tanto ai commissari che importa se la gente si arrabbia? Mica devono fare i conti con il popolo; mica hanno elezioni da vincere, loro; mica devono controllare un equilibrio sociale che rischia di saltare. La democrazia che passa dal giudizio dei cittadini è una questione che a Bruxelles non si sono mai dovuti porre.
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Panoramica del centro storico di Carpi
Nel cuore della Pianura Padana, tra Palazzo dei Pio e la mostra «Non di solo pane» dedicata alla cucina del Rinascimento. Un itinerario tra arte, storia, teatro e tradizioni enogastronomiche, fino al Campo di Fossoli e al Museo del Deportato.
Un po’ defilata rispetto alle più note Reggio, Modena e Mantova, Carpi è davvero un gioiellino che merita una visita. Fosse solo per Piazza dei Martiri, fra le più grandi d’Italia, sul cui perimetro si affacciano l’imponente Palazzo dei Pio, la cattedrale barocca, il Teatro Civico e uno straordinario susseguirsi di portici dalle volte a botte, decorati da affreschi e stemmi araldici, eredità degli eleganti edifici nobiliari del Rinascimento. Ma per gli amanti di arte e storia, le sorprese non finiscono qui: dietro Piazza dei Martiri, nel cuore medioevale della città, si erge l’alta torre campanaria della pieve di Santa Maria in Castello (detta più comunemente La Sagra), fondata probabilmente dal Re longobardo Astolfo, rinnovata in epoca romanica e ridimensionata a tal punto nel Cinquecento che quello che noi oggi vediamo è solo la parte absidale della chiesa, decorata da cicli di affreschi medioevali e arricchita da un bel portale antelamico. Di particolare interesse artistico anche il Santuario del SS.Crocifisso, raffinato esempio di barocco modonese sorto attorno a un affresco miracoloso e la Chiesa d San Nicolò, custode di splendide scagliole, delicati intarsi di gesso a perfetta imitazione di marmi e pietre preziose.
Una cittadina davvero ricca d’arte, la cui storia è indissolubilmente legata alla casata nobiliare dei Pio, (signori della città dal 1136 al 1527 ) e in particolar modo ad Alberto Pio, diplomatico, grande mecenate e uomo di cultura profonda: in una parola, l’incarnazione perfetta del Principe Rinascimentale. Specchio del potere dei Pio l’omonimo palazzo, scenografico e imponente simbolo di Carpi, attualmente sede del Museo della Città (35 secoli di storia carpigiana raccontata attraverso reperti, artigianato e mutimedialità), dell’Archivio Storico e di un divertente spazio ludico (il Castello dei Ragazzi) arricchito da scenografie firmate da illustratore del calibro di Emanuele Luzzati , Gianni De Conno e Roberto Rebaudengo.
Ed è proprio qui, nella straordinaria cornice di Palazzo Pio, che è allestita la mostra «Non di solo pane.Cucina, tavola e cibo nel Rinascimento», una vera e propria esperienza sensoriale, uditiva e visiva nata dall’idea di valorizzare il ricco patrimonio di ceramica (graffita e non) del fondo museale collegandolo al tema universale del cibo.
La Mostra
Divisa in tre sezioni (la tavola, la cucina e il cibo, o meglio, i cibi rinascimentali, abissalmente diversi per ricchi e poveri…) , a guidare i visitatori nel percorso espositivo le «voci» dei grandi maestri del gusto - Maestro Martino, Paltina, Cristoforo da Messisbugo e Bartolomeo Scappi - eccezionalmente «riportati in vita», con tanto di costumi e accessori d’epoca, dai miracoli dell’intelligenza artificiale… Un’idea geniale per coinvolgere il pubblico (anche quello dei più piccoli), visto che - vi garantisco - è praticamente impossibile non fermarsi ad ascoltare questi imponenti e curiosi signori, chef colti, elegantie raffinati come il tempo e le corti che frequentavano richiedeva. Corti di nobili, sovrani, alti prelati e ricchi borghesi, queste le classi sociali per cui cucinavano, inventavano ricette e dettavano tendenze i Maestri del Gusto ed è per questo che i saggi, le ricette, e le descrizioni di piatti e banchetti trionfali giunte fino a noi riguardano solo ed esclusivamente le classi più potenti e abbienti: non certo i poveri, che se fortunati mangiavano una sola volta al giorno e sicuramente dalle loro tavole ogni prelibatezza era bandita…
Ricca di ceramiche, utensili, bilance, antichi strumenti di misurazione e simili, a fare l’originalità di questa mostra è sicuramente la parte interattiva, che permette al visitatore di « toccare con mano» ambienti, gesti e rituali della cucina rinascimentale (ma non solo), di udire suoni,di respirare aromi, di scoprire (o ri-scoprire) gusti. È per questo, come ha sottolineato la curatrice Manuela Rossi «… che la visita può durare un'ora o un giorno intero»: le experiences che offre non hanno limiti di tempo e nelle cinque postazioni multimediali si possono «gustare» e approfondire la storia dei cinque alimenti (pane, carne e pesce, formaggio, frutta e verdura ed infine il vino) che hanno accompagnato la storia dell’uomo, dall’antichità ai giorni nostri.
Una mostra interessante e «trasversale», adatta a tutti , incentrata su un tema aggregante e che si inserisce pienamente nell’idea di un museo «dinamico» e fruibile dalla cittadinanza, inteso come luogo di ricerca, educazione e confronto. Anche per questo, il museo offre la possibilità di una pausa pranzo alternativa, giusto mix di arte e cibo ( fornito in un food box da consumarsi all’esterno), per accontentare e occhi e palato e far riposare la mente…
E seguendo la «via del cibo» non si può visitare Carpi e dintorni senza soffermarsi sulle ricchezze enogastronomiche di questi territori, indissolubilmente legati alla fama internazionale dell'aceto balsamico, del Parmigiano Reggiano DOP e dei Lambruschi DOC, tra cui il Sorbara, il Gasparossa e il Salamino di Santa Croce, vino tipico del carpigiano.
L’Acetaia Comunale
Situata nel sottotetto di Palazzo Scacchetti, sede del municipio e edificio storico di pregio nel centro di Carpi, è nell’Acetaia Comunale che si produce l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP, tesoro unico ed eccellenza mondiale ottenuto dal mosto di uva cotto e invecchiato (per almeno 12 anni) in botti di legni diversi e di diverse dimensioni. Una curiosità: queste botti, che nel loro insieme formano una «batteria», secondo un’antica tradizione ancora in auge vengono date in dote - al momento della nascita - ad ogni figlia femmina, che dopo 25 anni potrà così contare su un patrimonio non indifferente, viste le altissime quotazione di questo prezioso «nettare nero», musica per il palato…Restando in tema di musica, un discorso a parte merita il Teatro Comunale, uno dei più importanti teatri storici dell’Emilia-Romagna, inaugurato l’11 agosto 1861, all'indomani della proclamazione del Regno d’Italia.
Il Teatro Comunale
Facciata neoclassica, un giardino sul retro, stucchi e ori a decorare tre ordini di palchi e una platea con sedute in velluto verde acqua , questo Teatro - che mi piace definire «il salotto buono» della città - vanta da sempre un cartellone di tutto rispetto, con spettacoli che spaziano dalla musica classica alla danza, dai concerti di artisti contemporanei ai cori polifonici. Diretto dal pianista Carlo Guaitoli, vincitore di numerosi premi internazionali e una carriera concertistica che lo ha portato in ogni parte del mondo, anche per la prossima stagione saprà incantare i carpigiani con una carrellata di appuntamenti musicali e teatrali assolutamente da non perdere…
Il Campo di Fossoli
Prima di chiudere questo tour fra arte, cibo e musica, è doveroso ricordare che a pochi chilometri da Carpi è visitabile il tragicamente famoso Campo di Fossoli, sito d'internamento italiano per prigionieri politici ed ebrei e luogo di transito verso i lager nazisti. A ricordo delle vittime dei nazifascisti, Carpi ha fortemente voluto il Museo Monumento al Deportato, dove sulle pareti grigie di 13 sale di un’essenzialità disarmante e commovente, sono incise le frasi strazianti dei condannati a morte della Resistenza europea e graffiti di artisti famosi, come Picasso e Guttuso.
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Benjamin Netanyahu (Ansa)
Il leader israeliano esulta per l’uccisione di Khadami, numero uno dell’intelligence, e del comandante Bakri. A segno il raid contro il più grande stabilimento di gas al mondo. La rappresaglia colpisce Haifa e Tel Aviv.
L’avvicinarsi dell’ultimatum Usa e le trattative in corso non hanno aperto margini di de-escalation in Medio Oriente. Anzi, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha promesso: «Continueremo con tutte le nostre forze, finché la minaccia non sarà eliminata e tutti gli obiettivi di guerra non saranno raggiunti».
E sul fronte libanese, le Idf hanno eliminato «per errore» pure Pierre Mouawad, ovvero l’esponente del Partito cristiano delle forze libanesi, apertamente contrario a Hezbollah. Le forze militari israeliane hanno ammesso alla Bbc di aver sbagliato. Pare che l’obiettivo fosse una figura chiave della milizia sciita, localizzata in un edificio residenziale a Est di Beirut in cui si trovava anche Mouawad per celebrare la Pasqua in famiglia. Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche Burj Rahal, nel Sud, Mashghara e Kfar Rumman, uccidendo nove persone secondo i media libanesi. Ma Israele deve far fronte anche alle proteste provenienti dalla Chiesa luterana in Terra Santa: uno studente della scuola evangelica di Beit Sahour, in Cisgiordania, è stato arrestato insieme al padre dall’esercito israeliano. Nella nota si afferma che «coloni israeliani stavano illegalmente allestendo un avamposto in un villaggio palestinese vicino a Beit Sahour, molestando i residenti e lanciando gas lacrimogeni contro di loro. Amir Jamal Al-Daraaw e suo padre, il signor Jamal, facevano parte di un gruppo di residenti locali accorsi per difendere le persone attaccate».
Nel principale teatro di guerra, quello iraniano, le forze israeliane hanno invece rivendicato di aver ucciso il comandante dell’intelligence dei pasdaran, Seyed Majid Khademi. La morte, annunciata dagli stessi Guardiani della rivoluzione, è stata poi confermata da Netanyahu e dal ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha avvertito: «Continueremo a dar loro la caccia uno per uno». Khademi era alla guida degli 007 iraniani da neanche un anno: aveva ottenuto l’incarico dopo che il predecessore, Mohammed Kazemi, era stato ucciso durante la guerra dei 12 giorni. Il premier israeliano ha anche celebrato l’uccisione del comandante della sezione 840 della forza Quds, Athar Bakri, considerato il «responsabile di attacchi contro ebrei e israeliani in tutto il mondo». Oltre alle figure chiave del regime, Israele ha sferrato altri attacchi contro l’impianto petrolchimico iraniano di Asaluyeh, che fa parte del giacimento di South Pars. Ma non solo. Stando a quanto riferito dall’agenzia iraniana Fars, è stato colpito un secondo impianto, quello di Marvdasht. Nella notte, sarebbero stati colpiti l’area Est di Teheran e soprattutto la regione centro-orientale del Baharestan, dove si contano almeno 17 vittime. Nel mirino dell’operazione Furia epica sarebbero rientrate anche le strutture energetiche dell’università di Sharif, situata a Nordest della Capitale, e tre aeroporti.
Intanto, continuano a emergere dettagli sul salvataggio del secondo pilota americano dopo l’abbattimento del caccia F-15 nei cieli iraniani. L’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha riferito che il Mossad ha condiviso le informazioni di intelligence con gli Stati Uniti. Secondo il Jerusalem Post, le Idf, per confondere Teheran, avrebbero lanciato diversi attacchi insieme agli Stati Uniti per allontanare i militari del regime dall’area in cui si trovava il pilota. E pare che le forze israeliane abbiano anche disturbato le ricerche iraniane, «accecando» i sistemi di rilevamento. La Cnn ha poi reso noto che nel blitz sono stati coinvolti centinaia di militari della Delta force dell’esercito e dei Navy seals team six della Marina, oltre agli agenti dell’intelligence.
Chi rimarca il fallimento americano è Teheran: secondo il regime l’amministrazione americana, anziché salvare il pilota, mirava a recuperare l’uranio. Intervenendo in merito, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha dichiarato che «il luogo in cui l’aereo americano era precipitato» era «a una distanza considerevole» da Isfahan, dove sarebbe stato ritrovato il militare americano. Da qui la considerazione che possa essere stata «un’operazione ingannevole per rubare l’uranio».
Dall’altra parte, con Teheran che continua a lanciare missili, gli allarmi sono scattati soprattutto nel centro di Israele e a Tel Aviv. Ad Haifa è salito a quattro il numero delle vittime all’indomani del raid iraniano contro un edificio residenziale. E Gerusalemme continua ad accusare il regime di aver sganciato bombe a grappolo sui civili. «Questo costituisce un crimine di guerra chiaro e reiterato, commesso con premeditazione», ha reso noto il colonnello Nadav Shoshani, portavoce internazionale delle Idf. I pasdaran hanno poi comunicato di aver colpito una nave portacontainer israeliana, la Sdn7, e una nave d’assalto anfibio americana Lha-7. Quest’ultima sarebbe stata costretta a ritirarsi nell’Oceano indiano meridionale.
E mentre negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait sono scattate le difese aeree per far fronte ai vettori iraniani, nello Stretto di Hormuz è stato segnalato un minimo traffico. Si tratterebbe però di imbarcazioni di Paesi «amici» che avrebbero pagato i pedaggi al regime, stando a quanto riferito da Al Jazeera. Ad aver ottenuto il permesso di attraversare il canale marittimo sarebbero navi francesi, pakistane, indiane e turche.
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Contadini altoatesini alla fine degli anni Quaranta (Getty Images)
Alla fine della guerra il destino dell'Alto Adige, annesso al Reich dal 1943, era incerto. La ripresa delle rivendicazioni austriache e il dramma degli optanti disegnarono una regione lacerata. Le potenze vincitrici decisero di lasciarlo all'Italia, ma il ritorno alla normalità fu lungo e difficile.
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Sudtirolo (o Alto Adige, come fu obbligatorio chiamarlo durante il ventennio) era stretto in una morsa che rendeva il suo destino alquanto incerto. Dagli anni Trenta era stato sottoposto ad un processo di italianizzazione sia nella lingua (la scuola tedesca era stata vietata, così come i toponimi cambiati con nomi italiani) che nella composizione etnica, con l’immissione di migliaia di lavoratori italiani nelle nuove grandi fabbriche (come Falck e Lancia) costruite sul territorio altoatesino in quegli anni. La questione dell’appartenenza storica della regione a Sud del Brennero all’Austria, che la perse dopo gli accordi del 1919, riemerse dopo l’annessione di quest’ultima al Terzo Reich (Anschluss) nel 1938. Hitler e Mussolini giunsero ad un accordo nel 1939 che lasciava liberi gli altoatesini di lingua tedesca di scegliere se rimanere italiani e perdere lo status di minoranza oppure se trasferirsi in Germania entro un tempo limitato. Erano i cosiddetti «optanti». Al voto, oltre 166.000 sudtirolesi scelsero il Reich, spinti anche dalla propaganda sul territorio dell’organizzazione filonazista Vks (Völkischer Kampfring Südtirols). Dopo l’8 settembre l’Alto Adige fu invaso dalla Wehrmacht e annesso al Reich sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. Oltre 10.000 furono i sudtirolesi che combatterono per il Reich, in parte arruolandosi anche nelle Waffen-SS. A Bolzano era stato istituito un lager di transito verso i campi di sterminio, mentre per i cosiddetti Dableiber, cioè coloro che non avevano voluto lasciare il Sudtirolo per la Germania, iniziò il calvario: le autorità naziste, oltre a reclutare forzatamente gli uomini e a mobilitare le donne per il lavoro obbligatorio, perseguitarono quegli oppositori del Reich prevalentemente di matrice cattolica che, come il parroco Michael Gamper e il commerciante Erich Amonn, organizzarono un movimento di resistenza sotto la sigla di Andreas Hofer Bund, che rappresentava i Dableiber che si opponevano alla tirannia nazista. Un centinaio di membri furono deportati nei campi di sterminio.
Nel maggio del 1945 la guerra finì e sia il nazismo che il fascismo erano caduti. Gli altoatesini si trovarono così nel mezzo di una sorta di «anno zero», arbitrato di fatto dalle potenze vincitrici. L’Italia, pur sconfitta, si trovava però in vantaggio rispetto all’Austria: era stata una nazione co-belligerante e contava la presenza di un movimento di resistenza, mentre l’Austria annessa al Reich non poteva dimostrare altrettanto. Molti sudtirolesi, inoltre, erano stati fedeli nazisti e combattenti nella Wehrmacht e nelle SS. Dall’altra parte Vienna invocava la naturale etnia germanica del popolo altoatesino usurpata nel 1919 e repressa dal fascismo, portando avanti la tesi della propria posizione di vittima del nazismo in seguito all’Anschluss del 1938. Ma l’Italia era considerata già Stato sovrano, mentre l’Austria era sottoposta come la Germania all’amministrazione delle truppe di occupazione alleate. Le spinte alla riannessione all’Austria tra il 1945 e il 1946 furono molto forti nel primo anno di pace in Alto Adige. Già nel maggio del 1945, pochi giorni dopo la fine del conflitto, era nata la Südtiroler Völkspartei (Svp), nata dai Dableiber tra cui Erich Amonn. Il movimento si espresse subito per la riannessione all’Austria, mentre dall’altra parte del Brennero, ad Innsbruck, si assistette a manifestazioni di piazza per il ritorno ad un solo Tirolo. Lo stesso Karl Gruber, futuro ministro degli Esteri austriaco, inoltrò alle potenze vincitrici richiesta formale di riannessione. Anche a Bolzano, presso Castel Firmiano, si tenne una manifestazione di massa il 22 aprile 1946 che preannunciò l’iniziativa di una petizione per la riannessione che raccolse oltre 150.000 firme, consegnate poi al cancelliere austriaco Leopold Figl. Gli alleati la respinsero, non riconoscendo la richiesta di referendum e ribadendo che ogni decisione sulla questione altoatesina (e sulle altre come quella di Trieste) sarebbero state trattate unicamente per le vie diplomatiche alla conferenza di pace di Parigi. Anche a Roma le richieste di separazione furono fortemente respinte dai principali partiti: risolutamente contrario fu Togliatti, che riteneva il confine del Brennero violato dalle truppe tedesche e non provava alcuna simpatia per l’autonomia, rispecchiando l'assoluta ostilità di Mosca a qualunque concessione territoriale ai popoli tedeschi sconfitti. Più morbido, ma comunque risolutamente contrario alla riannessione fu Alcide De Gasperi (egli stesso trentino ed in gioventù suddito dell’Impero Austro-ungarico). Il leader democristiano e presidente del Consiglio sarà protagonista della risoluzione diplomatica della questione altoatesina durante lo stesso 1946, anno del suo secondo dicastero. Nel frattempo gli optanti, che avevano scelto di trasferirsi nella Germania nazista si erano venuti a trovare in un Paese in ginocchio, raso al suolo dai bombardamenti e sottoposto all’occupazione militare dei vincitori. Alcuni scelsero di rientrare clandestinamente già alcuni mesi dopo la fine della guerra, ma si trovarono paradossalmente stranieri in patria perché avevano scelto di abbandonare la cittadinanza italiana. In Alto Adige non avevano più diritti, erano di fatto stranieri. E molti neppure ritrovarono le proprietà lasciate pochi anni prima, occupate o assegnate ad altri dalle autorità italiane o confiscate direttamente dai restanti. Al di là del Brennero gli altoatesini cacciati dalla Germania occupata, dalla Boemia e dalla Polonia occupate dai sovietici finirono in campi profughi nei dintorni di Innsbruck in condizioni miserevoli, in attesa che la situazione si sbloccasse. Tra i giovani profughi, diverse centinaia si arruolarono per fame nella Legione straniera francese, in quanto il Tirolo settentrionale era sotto il controllo delle truppe di Parigi. Spediti in Indocina, rimasero fino alla battaglia di Diem Bien Phu del 1954, che costò la vita a diversi ex optanti.
Il conflitto sociale raggiunse dunque picchi altissimi nel 1946, nel momento in cui la palla della politica locale era passata a quegli altoatesini che avevano sofferto sotto l’occupazione nazista senza lasciare la propria terra e contemporaneamente dall’Austria giungeva una forte propaganda per l’annessione.
Una miscela così esplosiva indusse le potenze riunite a Parigi ad accelerare la risoluzione della questione, che si risolverà giuridicamente con la firma dell’Accordo tra Austria e Italia sull’Alto Adige, noto come «Accordo De Gasperi-Gruber» dal nome dei due premier. Era il 5 settembre del 1946 quando a Parigi fu siglato e consegnato agli alleati. Il testo conteneva le garanzie per la tutela linguistica delle comunità tedesche e la parità di diritti tra la popolazione tedesca, ladina e italiana. Riammetteva l’insegnamento del tedesco nelle scuole, che durante il ventennio si era svolto clandestinamente nelle Katakombenschule, le scuole organizzate nei sotterranei da Martin Gamper. Riconosceva l’autonomia amministrativa dell’Alto Adige (che con un abile mossa De Gasperi estese a livello regionale, includendo così anche il Trentino) e garantiva la nazionalità ed un passaporto valido anche per gli optanti in rientro e il riconoscimento dei titoli di studio. L’Austria avrebbe avuto il ruolo di controllore e garante dell’accordo.
Molti furono i delusi, che speravano in un ricongiungimento del Sudtirolo con l’Austria, ma i vincitori seduti al tavolo delle trattative postbelliche lo esclusero categoricamente. Volevano evitare una nuova area di tensioni etnico-geografiche in un periodo delicato in cui nascevano le premesse della Guerra fredda. Altri altoatesini tuttavia accettarono l’accordo, consolati dalle garanzie che avrebbero impedito una nuova italianizzazione forzata. Chi rientrò dalla Germania dovette ricominciare spesso tutto da capo, con lunghe trafile burocratiche e legali per riacquistare ciò che era stato lasciato all’atto della scelta di emigrare nel Reich.
La Costituzione del 1948 recepì l’accordo del 1946 e nel Decreto Legislativo n.23/1948 si trattò la regolarizzazione dello status degli optanti. Si apriva il capitolo difficile del pieno reintegro, non ultimo quello del ritorno delle proprietà o dell’assegnazione di abitazioni e terre vendute o confiscate negli anni delle opzioni dallo Stato italiano, dai Dableiber o assegnate ai lavoratori italiani di recente immigrazione in Alto Adige. Questo difficilissimo aspetto fu affidato ad un giovane Giulio Andreotti, che fu a fianco di De Gasperi il giorno degli accordi con Gruber. A lui fu affidata la gestione politica dell’Uzc, l’Ufficio governativo per le Zone di Confine, chiamato da una parte al reintegro degli altoatesini rientranti, dall’altro alla difesa della comunità degli italiani che risiedevano e lavoravano in Alto Adige. L’Uzc si trovò a gestire le richieste degli optanti di rientro e le pratiche di concessione della nuova cittadinanza italiana, scegliendo una politica di controbilanciamento delle due componenti etnico-linguistiche tramite progressivi finanziamenti, per evitare che il reintegro degli optanti finisse per minacciare gli italiani della regione. A partire dagli anni Cinquanta l’Uzc favorì in particolare lo sviluppo di chiese ed oratori, nonché il sostegno ad una stampa di lingua italiana, in particolare del quotidiano «L’Alto Adige», che mirava a creare una voce alternativa al germanofono «Dolomiten».
L’azione italiana tuttavia non riuscirà a placare le spinte secessioniste e le forti tensioni etniche dell’Alto Adige del dopoguerra. Nonostante la ripresa economica e l’inizio dello sviluppo di un turismo di massa unita alla ripresa industriale, il ritorno degli optanti significò anche una svolta all’interno del primo partito germanofono, l’Svp. Gestito nell’immediato dopoguerra da una maggioranza di cattolici antinazisti, il ricambio della classe politica altoatesina vide il ritorno di alcuni esponenti intransigenti e precedentemente compromessi con il defunto Terzo Reich. Molti, alla fine degli anni Cinquanta, furono gli episodi di segregazione e di separazione etnica attuate a livello locale in risposta alle politiche di Roma, accusata di favorire gli italiani. Inoltre l’Austria, divenuta repubblica dopo la fine di un lungo decennio di occupazione alleata, aveva ripreso le rivendicazioni sul Sudtirolo. A livello nazionale, la Svp allora guidata dall’ex soldato della Wermacht Silvius Magnago chiedeva l’autonomia non solo da Roma, ma anche da Trento, inclusa assieme all’Alto Adige dopo gli accordi del 1946. Queste forti tensioni porteranno al fenomeno del terrorismo del decennio successivo con la stagione degli attacchi dinamitardi dei separatisti. Il cammino verso un’autonomia bilanciata e un’integrazione vera sarebbe stato ancora molto lungo, passando dallo Statuto di autonomia del 1972 e fino alla ratifica del Pacchetto di autonomie del 1992, ratificato dai governi di Italia e Austria di fronte all’Onu.
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