Nel riquadro Marzio G. Mian (Ansa)
Il reporter: «Il tycoon ha chiesto 100 e ottenuto 30 senza fare nulla. Gli Usa indietro nell’Artico rispetto a Russia e Cina, anche Biden si è mosso in tal senso. Gli Inuit non stanno coi danesi e sono usciti dall’Europa nel 1985».
«Un giorno il sindaco di un paese della Norvegia artica mi disse: li vedi quei birdwatchers? Non saprebbero distinguere un gabbiano da una gazza. Sono tutte spie». «Nel 2007 una spedizione russa ha piantato una bandiera di titanio 4.000 sotto il pack del Polo Nord. Come dire: questa terra è nostra». Meglio fidarsi di chi i ghiacci li frequenta da 30 anni e ne ha sentito lo scricchiolio sotto le scarpe. E mentre improbabili troupe (anche italiane) inseguono funzionari danesi a Nuuk per farsi dire che «la Groenlandia preferisce l’Europa agli Stati Uniti», per cogliere il battito cardiaco del Grande Nord è più interessante rivolgersi a un Virgilio speciale, Marzio G. Mian, reporter e scrittore di lungo corso, uno dei primi giornalisti a intuire l’importanza strategica del mondo oltre la mitica Thule. La conferma in due libri: Artico, la battaglia del Grande Nord e La guerra bianca (Neri Pozza). Oggi rilanciati da un testimonial involontario d’eccezione, Donald Trump.
The Donald ha vinto o ha perso la partita per la Groenlandia?
«Premesso che all’ipotesi militare americana non ho mai creduto perché sarebbe un motivo di impeachment per il presidente, penso che la stia vincendo. Dicono che ha fatto retromarcia, ma aveva chiesto 100 e ha ottenuto 30 ancora prima di sedersi al tavolo, con Mark Rutte che gli ha dato via libera ad ampliare la presenza in Groenlandia a nome di tutti i Paesi Nato. Non lo chiamerei dietrofront. Sono convinto che prima o poi quella terra finirà sotto l’influenza americana».
Una base c’è già, ma Washington ritiene che sia troppo poco.
«Gli Usa sono enormemente indietro sull’Artico, in quell’area non sono una superpotenza ma solo una potenza. Hanno due rompighiaccio contro i 45 russi e i 15 cinesi; significa incapacità di operare. Le uniche superpotenze lassù sono Russia e Finlandia. I russi perché sono lì da secoli, i finlandesi perché hanno combattuto guerre impossibili. Durante le ultime manovre congiunte, il comando Nato ha dovuto pregare i finlandesi di non umiliare troppo i marines americani impacciati fra i ghiacci. Impensabile».
Da che parte stanno i 55.000 Inuit nativi della Groenlandia, gli unici legittimati a parlare per diritto naturale?
«Di sicuro non stanno con la Danimarca, nei confronti della quale nutrono un profondo rancore anche per colpa del piano di sterilizzazione degli anni Ottanta che rischiò di distruggere un intero popolo. Quella danese è stata un’assimilazione violenta, con massacri di ogni tipo. Gli Inuit sono stati radicati a forza. Il quartiere Christiania di Copenaghen, una volta fortino hippie, è diventato il rifugio di zombie Inuit devastati dall’alcol e dalla droga. Certo, se vai a Nuuk e intervisti funzionari danesi ti parlano bene dell’Europa. Ma è come intervistare gli inglesi in India al tempo di Gandhi».
Però i nativi guardano con diffidenza anche la protervia di Trump.
«La debolezza del progetto di Trump sta solo nella sua arroganza. Gli Inuit sono un popolo pacifico, di cacciatori e pescatori, ma sono anche molto orgogliosi. Per loro la comunità viene prima dell’individuo, si sentono parte di un tutto, in armonia con la natura. Li ho conosciuti, ho mangiato con loro. Per gli Inuit cacciare la foca significa rispettarla perché dà loro sostentamento vitale».
Il premier Jens-Frederik Nielsen ha detto che, dovendo scegliere, preferiscono l’Europa.
«Facile, lui è per metà danese. Ma nel suo governo la ministra degli Esteri, Vivian Motzfeldt, è in affari con gli americani per esportare l’acqua degli iceberg negli States. Quando il governo danese sfida l’America parlando di welfare per gli Inuit mi piacerebbe sapere a quale welfare si riferisca: li hanno considerati per anni dei miserabili, non gli fanno toccare palla. Tutti i posti chiave sono gestiti dall’establishment danese».
Gli Inuit sanno anche fare affari.
«Eccome. I loro cugini in Alaska sono diventati ricchissimi e loro lo sanno; oggi ci sono dieci compagnie petrolifere di Inuit quotate a Wall Street. Per questo dico che il rapporto con gli americani potrebbe essere vincente. E poi, la Groenlandia è stata la prima nazione ad andarsene dall’Europa».
Scusi, in che senso?
«La prima Exit l’hanno fatta loro, non gli inglesi. Nel 1985 hanno indetto un referendum e poi sono usciti dalla Cee. Me lo disse il sindaco di Narsaq: “A noi ci ha rovinato Brigitte Bardot”. L’attrice aveva promosso la campagna contro il massacro delle baby foche in Canada e per l’indignazione collettiva erano state bloccate ovunque le esportazioni delle pelli, fondamentali per l’economia Inuit. L’Europa ha chiuso quel commercio? Loro sono usciti. E hanno stretto accordi con i cinesi, ai quali non interessavano le pelli di foca ma le materie prime sotto il ghiaccio. Che geni a Bruxelles…».
Lei fu uno dei primi a testimoniare quello sbarco silenzioso di Pechino.
Nel 2016 avevo formato un gruppo di reporter - c’era anche il pulitzer Gerard O’Neill - e organizzato una spedizione giornalistica per un’inchiesta su quella terra sconosciuta ma molto ambita. Abbiamo rivelato l’esistenza del contratto siglato dagli Inuit con una società cino-australiana e poi tutta cinese, legata all’esercito, per lo sfruttamento della miniera di uranio e terre rare più grande del mondo».
Come avete intuito la trasformazione?
«Applicando la dimenticata regola degli inviati: per capire devi vedere. Abbiamo raccontato come villaggi di pescatori si trasformavano in villaggi di minatori. Agli Inuit non importava della Danimarca o dell’Europa, gli importava fare affari. E noi abbiamo raccontato le mani della Cina in Groenlandia. Cominciava la guerra bianca».
Com’è possibile che i danesi non si siano accorti di niente?
«Senza offesa, ma i danesi hanno inventato i buchi nel formaggio. Fino a un decennio fa erano desiderosi di lasciare al suo destino la colonia di nativi perché non era cool. Non volevano gli zombie Inuit alcolizzati in giro, non vedevano l’ora di chiudere il capitolo, peace and love, movimento antinucleare, greenwashing. Oggi hanno cambiato idea: un Paese che geopoliticamente era una comparsa si ritrova ad essere una piccola superpotenza proprio grazie agli zombie».
Ora a Copenaghen dicono: quella terra è di nostra proprietà.
«È curioso come i socialdemocratici nordici siano tornati a usare un linguaggio neocoloniale senza battere ciglio. Insultano anche la geografia nel sostenere che la Groenlandia è Europa. Quanto all’Unione europea, è arrivata ultima perché a Bruxelles l’agenda artica è ancora quella di Greta Thunberg. Anche se lei adesso si occupa di Gaza».
Però fra i ghiacci i cinesi sono stati fermati.
«Lo sa chi è stato efficace nel bloccarli senza parlare? L’amministrazione Biden. Perché gli americani sanno che il continente bianco è strategico; nell’ambasciata americana a Copenaghen c’era una task force di 15 persone per l’Artico. Anche la joint venture Russia-Cina formalizzata durante la guerra in Ucraina ha come base l’Artico».
Che posizione ha Vladimir Putin al riguardo?
«Basta guardare una cartina per capire che la Groenlandia non gli interessa. Mosca ha quasi tutto il resto e gioca la partita da protagonista. Tre anni fa lo zar è stato chiaro: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. Non c’è Artico senza Russia, non c’è Russia senza Artico”. Mi pare definitivo».
Due libri in netto anticipo sulla canea di oggi. Marzio Mian, come nasce il suo amore per il Grande Nord?
«Negli anni Novanta andai nelle isole Lofoten a raccontare la caccia alle balene, allora nel mirino dell’ecologismo. Sotto attacco c’erano il Giappone e la Norvegia. Riuscii a salire su una baleniera e a testimoniare la crudeltà di quella caccia, con arpioni che contenevano granate. Uno scempio. È stata anche l’unica volta in cui ho percepito il razzismo vikingo nei confronti del piccolo italiano dai capelli scuri. Era il periodo dei grandi abbracci: a Kirkenes ho visto siglare un accordo di amicizia fra Norvegia e Russia con Sergej Lavrov e Dmitrij Medvedev».
In cosa consisteva?
«Interessi comuni, stesso mare da ripopolare perché il merluzzo stava scomparendo; i norvegesi dicevano “in cod we trust” e avevano già un’agenda artica. Oggi sono i re dell’ipocrisia, storici predatori dell’Artico: da due anni tutta la Norvegia è oil free, solo elettrico. Ma hanno aumentato le concessioni petrolifere lassù, sono gli Emirati del Nord. Ho capito che il Polo stava diventando decisivo nei primi anni 2000, quando in Islanda tutto era diventato Artic, anche i nomi delle carrozzerie. La parola Artic era sexy come Green o Euro da noi, una tendenza politica e culturale. Stava per succedere qualcosa, stava per affiorare un continente ricchissimo di materie prime. Ed è successo».
Che futuro ci aspetta nella nuova guerra fredda?
«La risposta non è in Groenlandia ma nell’Artico canadese, uno dei luoghi più ricchi e disabitati del mondo, con temperature a -60 come in Russia. Ci sono stato nel settembre scorso, ho visto compagnie immobiliari investire nell’immenso Nord, in paesini mai sentiti nominare. Logistica, basi militari, esplorazioni minerarie. Il capitalismo condannato a crescere per sopravvivere ha necessità di alimentare la bulimia con nuove risorse. Il punto cruciale sarà il passaggio a Nord-Ovest».
Torniamo al romanticismo di Amundsen e Nansen?
«Rotte navali per passare dall’Atlantico al Pacifico, altro che romanticismo. Per il Canada è un mare locale, per Usa e Cina sono acque internazionali che consentirebbero di evitare lo stretto di Panama. Lì si gioca la prossima partita. La prima mossa l’ha fatta il premier canadese Mark Carney andando a Pechino a stringere accordi per dare uno schiaffo a Trump. Aspettiamoci sorprese. E come sempre accade fra i ghiacci, non sarà una partita a scacchi ma a poker».
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- Dal 2023 in Cina è in atto la decapitazione dello Stato maggiore di aeronautica, marina e forze di terra. L’ultimo graduato sparito è accusato addirittura di aver passato a Washington alcuni piani del programma nucleare.
- Il generale di Corpo d’armata Giorgio Battisti: «Il capo comunista è scettico sulla fedeltà dei quadri militari in vista del congresso del partito».
- Mentre azzera gli ufficiali, il gigante asiatico accelera nello Spazio grazie alle armi a fasci di particelle.
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel cuore dell’apparato militare della Repubblica popolare cinese si è aperta una frattura che rischia di ridefinire in profondità gli equilibri del potere. Zhang Youxia, il generale più anziano ancora in servizio e per anni considerato uno dei pilastri dell’establishment armato, è finito al centro di un’indagine interna che intreccia sospetti di corruzione sistemica, lotte di fazione e una possibile compromissione della sicurezza strategica nazionale.
Secondo fonti informate su un briefing riservato ai vertici delle forze armate, Zhang avrebbe favorito carriere e incarichi in cambio di denaro e, soprattutto, consentito la fuoriuscita verso gli Stati Uniti di informazioni sensibili legate al programma nucleare cinese. Il quadro sarebbe emerso durante una riunione a porte chiuse tenutasi il 17 gennaio, poche ore prima dell’annuncio ufficiale del ministero della Difesa sull’apertura di un’inchiesta per gravi violazioni della disciplina del partito e delle leggi statali. Il comunicato pubblico, volutamente scarno, non ha restituito la reale portata del dossier che, secondo le fonti, coinvolgerebbe un uso distorto del potere all’interno della Commissione militare centrale, il supremo organo di comando dell’Esercito popolare di liberazione.
Tra le accuse più pesanti figura la presunta costruzione di reti di fedeltà personali, definite nei documenti interni come cricche politiche, ritenute una minaccia diretta alla coesione del partito. Sotto esame anche la gestione di una potente struttura incaricata di ricerca, sviluppo e approvvigionamento di armamenti, un settore ad altissimo budget dove sarebbero circolate tangenti ingenti in cambio di promozioni e posizioni strategiche.
L’elemento più esplosivo riguarda, però, il presunto trasferimento a Washington di dati tecnici cruciali sulle capacità nucleari cinesi. Parte delle prove sarebbe emersa dall’inchiesta parallela su Gu Jun, ex dirigente apicale dell’industria nucleare statale, a sua volta indagato per violazioni disciplinari e legali. Le autorità avrebbero collegato quel fascicolo a una grave falla nella sicurezza del settore atomico, senza rendere pubblici i dettagli operativi della violazione.
Da settimane, Zhang e Gu risultano di fatto scomparsi dalla scena pubblica. In una dichiarazione ufficiale, un portavoce diplomatico cinese ha ribadito la linea di copertura totale e tolleranza zero nella lotta alla corruzione. Analisti indipendenti osservano, tuttavia, che l’attuale campagna repressiva rappresenta il più vasto smantellamento dell’élite militare dai tempi di Mao Zedong, con almeno 5.000 arresti tra ufficiali e funzionari. L’epurazione di Zhang Youxia, considerato per anni uno degli amici personali di Xi Jinping, segnala che non esistono più zone franche almeno in apparenza. Nel marzo 2025 l’Office of the director of National intelligence (Odni), l’agenzia di coordinamento dell’intelligence statunitense, ha pubblicato un rapporto non classificato dal titolo Wealth and corrupt activities of the leadership of the chinese communist Party, destinato a fare discutere analisti e diplomatici di tutto il mondo. Il documento rappresenta uno dei pochi tentativi ufficiali di fotografare, pur con limiti evidenti, il legame tra élite politica e accumulo di ricchezza nella leadership del Partito comunista cinese (Pcc).
Pur non entrando nel merito di accuse formali contro leader individuali, il report delinea un quadro in cui la «zona grigia», l’area tra influenza politica e vantaggi economici familiari, diventa un elemento centrale per comprendere il sistema di potere di Pechino. Secondo il rapporto, la mancanza di trasparenza istituzionale e di meccanismi di controllo indipendenti rende l’anticorruzione un concetto in larga parte interno e autoreferenziale, piuttosto che una pratica soggetta a verifiche esterne. Il report cita che parenti stretti di vertici cinesi avrebbero attivi patrimoniali che superano il miliardo di dollari in investimenti e proprietà immobiliari.
Pur non stabilendo un nesso causale diretto tra Xi Jinping e le ricchezze in questione, gli analisti dell’intelligence statunitense sottolineano che le posizioni di potere consentono un accesso privilegiato a informazioni e opportunità di mercato, ponendo potenziali rischi di conflitti di interesse. Un editoriale del Pla Daily ha, tuttavia, posto l’accento sulla dimensione politica del caso, accusando Zhang di aver gravemente minato l’autorità del presidente della Commissione militare centrale. Per diversi analisti, ciò suggerisce che il generale avesse accumulato un potere autonomo eccessivo rispetto allo stesso Xi Jinping, rendendo necessaria una riaffermazione pubblica della catena di comando. Secondo fonti informate sul briefing, l’indagine non si limita ai singoli episodi contestati ma ricostruisce l’intera architettura di potere costruita da Zhang nel corso degli anni. Una rete composta da ufficiali promossi, dirigenti industriali, funzionari politici e mediatori finanziari, legati da rapporti di fedeltà personale e interessi incrociati.
È questa struttura parallela, più ancora delle singole tangenti, a essere considerata incompatibile con l’attuale fase del controllo politico esercitato da Xi sull’esercito. In questa chiave, anche il solo sospetto di una fuga di informazioni nel settore nucleare rappresenta una linea di non ritorno. Per la leadership, la combinazione tra corruzione, autonomia decisionale e possibile esposizione di segreti di Stato equivale a una minaccia esistenziale al modello di comando centralizzato. L’epurazione assume così un carattere preventivo oltre che punitivo. Indipendentemente dalle ragioni immediate, la rimozione di Zhang viene letta come un segnale di forza. Decapitando l’alto comando, Xi intende riaffermare il controllo totale sulle forze armate mentre Pechino mantiene come obiettivo strategico la questione di Taiwan. Alcuni osservatori notano, però, che lo svuotamento dei ranghi più alti potrebbe ridurre, nel breve periodo, l’efficacia operativa dell’esercito e abbassare il rischio immediato di un’azione militare nello Stretto.
Dal 2023, l’epurazione ha colpito esercito, aeronautica, marina, forza missilistica e polizia armata, oltre ai principali comandi di teatro, incluso quello focalizzato su Taiwan. Secondo dati ufficiali, oltre cinquanta tra alti ufficiali e dirigenti della Difesa sono stati indagati o rimossi. La Commissione militare centrale, che nel 2022 contava sei membri in uniforme, oggi ne ha uno solo, Zhang Shengmin, funzionario politico e ispettore disciplinare. Un vuoto che, secondo diversi analisti, rischia di incidere sulla prontezza militare cinese nel breve e medio periodo, mentre la leadership privilegia il controllo politico assoluto rispetto all’efficienza operativa.
«Epurazioni superiori a quelle di Mao, così Xi prepara la rielezione»

Il generale di Corpo d'armata Giorgio (Ansa)
Giorgio Battisti, generale di Corpo d’armata, ha al suo attivo numerose missioni all’estero. In che misura lo scandalo sulla corruzione ai vertici mette in discussione l’affidabilità e la coesione dell’esercito cinese?
«Il problema della corruzione, fenomeno cronico in tutti gli apparati dello Stato, impedirebbe all’Esercito popolare di liberazione (Pla) di acquisire la prontezza, che Xi Jinping ha ordinato di raggiungere entro il 2027, in preparazione del piano di Contingenza Taiwan e che potrebbe dissuaderlo dal rischiare una operazione nei prossimi anni per mancanza di fiducia nei propri comandanti. Dal ventesimo Congresso nazionale del partito, tenutosi nell’ottobre 2022, più di 20 alti ufficiali provenienti da tutte e quattro le forze armate (esercito, Marina, aeronautica e forze missilistiche) sono scomparsi dalla scena pubblica o rimossi dai loro incarichi. Le epurazioni risulterebbero far parte di una vasta ristrutturazione della leadership del Pla e rifletterebbero lo scetticismo di Xi Jinping in merito alla lealtà politica dell’élite militare».
Quanto è diffusa la corruzione nei vertici dell’esercito cinese?
«La corruzione, secondo l’ultimo rapporto del Director of national intelligence statunitense, sarebbe fortemente radicata in tutti i settori del Pla e dell’industria della Difesa, anche dopo che Xi Jinping ha avviato la campagna anticorruzione a partire dalla sua nomina a segretario generale del comitato centrale del Partito comunista cinese il 15 novembre 2012. Un recente provvedimento del partito ha disposto la rimozione di nove generali (la maggior parte dei quali a tre stelle), sospettati di gravi reati finanziari, che facevano parte del comitato centrale del partito, in quella che è stata una delle più grandi operazioni di “risanamento” delle forze armate negli ultimi decenni».
Il controllo politico di Xi Jinping sull’esercito è davvero totale?
«Le continue destituzioni di personaggi di altro rango, che hanno interessato anche due ministri della Difesa e soprattutto i vertici delle forze missilistiche, lasciano presupporre un tentativo da parte di Xi di riprendere il pieno controllo della Difesa, caratterizzata da contrasti tra fazioni oltre che da una diffusa corruzione, per affermare il proprio ruolo guida di autocrate anziano nella riorganizzazione delle élite e ristrutturazione del potere. Il recente arresto dei due più alti ufficiali del vertice militare, quali il vice presidente della commissione militare centrale, generale Zhang Youxia, e il capo dello Stato maggiore congiunto, generale Liu Zhenli, con l’accusa di spionaggio a favore degli Usa (altre fonti parlano di un tentativo di colpo di Stato) potrebbe rientrare nella volontà di Xi di installare persone ritenute più fedeli, con l’obiettivo di “riaccentrare” l’autorità militare che era stata gradualmente diffusa o condivisa, in vista della sua probabile rielezione nel 2027 in occasione del ventunesimo Congresso nazionale del partito. Si tratta della purga più radicale nella storia del Partito comunista cinese e appare come una manifestazione diretta del collasso strutturale all’interno del sistema militare cinese. La portata e l’intensità del provvedimento superano di gran lunga quelle di Mao Zedong».
Queste purghe rafforzano o indeboliscono l’Esercito popolare di liberazione?
«Le purghe costituiscono una battuta d’arresto per Xi, che ha investito un ingente budget nello sviluppo di nuovi equipaggiamenti come parte degli sforzi di ammodernamento per avere forze armate “di classe mondiale” entro il 2050, con il bilancio della Difesa aumentato a un ritmo più veloce dell’economia: la spesa nel 2024 è cresciuta del 7% per raggiungere i 314 miliardi di dollari, secondo bilancio mondiale dopo quello Usa. Analisti ritengono che il periodico “giro di vite” all’interno del Pla potrebbe dissuadere Xi dal rischiare confronti peer to peer (capacità uguali o equivalenti) con altre forze armate nei prossimi 5-10 anni per mancanza di fiducia nei comandanti».
Le promozioni militari sono state sistematicamente comprate?
«Il fenomeno corruttivo riguarderebbe non solo promozioni a pagamento, ma anche la supervisione di programmi di ricerca, acquisizione e sviluppo di nuovi equipaggiamenti e di progetti relativi alla modernizzazione di silos missilistici terrestri nucleari e convenzionali».
Quanto pesa il fattore lealtà personale rispetto alla competenza militare?
«È plausibile che tali provvedimenti porteranno a nomine basate sulla fedeltà, piuttosto che sulla professionalità, e potrebbero compromettere l’operatività del Pla, generando insicurezza e dissapori tra gli ufficiali. Secondo il Report to Congress of the U.S.-China economic and security review commission del novembre 2025, le epurazioni e le indagini sulla corruzione, che prendono di mira gli alti vertici militari, possono ostacolare gli sforzi di modernizzazione, creare instabilità all’interno delle strutture di comando e minare il morale delle truppe; fattori che potrebbero condizionare nel breve termine la prontezza al combattimento del Pla. Alcuni analisti, tuttavia, ritengono che Xi consideri l’instabilità causata dall’insediamento di comandanti più “affidabili” come un compromesso necessario per garantire il rispetto della sua agenda politica, dare l’esempio e assicurare che l’esercito popolare di liberazione proceda nella modernizzazione secondo la direzione da lui indicata».
Ma il Dragone è avanti nella guerra in orbita
Se le difficoltà operative dell’Esercito popolare di liberazione appaiono sempre più evidenti sul piano terrestre, anche alla luce dei ripetuti scandali di corruzione che hanno colpito i vertici militari, Pechino sembra aver deciso di spostare il baricentro della competizione strategica oltre l’atmosfera.
Lo Spazio viene, ormai, percepito come il nuovo dominio decisivo, anche sul piano militare, e proprio in questo ambito la ricerca cinese rivendica un progresso tecnologico che, se confermato, potrebbe avere implicazioni rilevanti sugli equilibri di potere globali. Un gruppo di scienziati sostiene, infatti, di aver superato uno degli ostacoli che per decenni ha frenato lo sviluppo delle armi spaziali a fasci di particelle. Questi sistemi, basati sull’emissione di flussi di atomi o particelle subatomiche accelerate a velocità estreme, sono da tempo considerati una delle frontiere più avanzate della guerra orbitale. In linea teorica, un fascio di questo tipo potrebbe neutralizzare o danneggiare satelliti e missili avversari sfruttando un’elevata concentrazione di energia cinetica e termica, colpendo obiettivi sensibili senza ricorrere a testate convenzionali.
Il problema principale è sempre stato conciliare potenza e precisione. Per funzionare, queste armi necessitano di enormi quantità di energia e, allo stesso tempo, di una sincronizzazione estremamente accurata all’interno degli acceleratori installati a bordo dei satelliti. In passato, i sistemi in grado di generare potenze elevate risultavano troppo imprecisi, mentre le tecnologie più raffinate dal punto di vista del controllo non riuscivano a sostenere carichi energetici sufficienti per un impiego operativo credibile.
Secondo quanto riferito dai ricercatori, un team guidato dall’ingegnere senior Su Zhenhua, attivo presso Dfh Satellite Co. - il principale costruttore di satelliti della Cina - avrebbe sviluppato un prototipo di sistema di alimentazione spaziale capace di superare questa contraddizione. Nei test condotti a terra, l’apparato avrebbe generato 2,6 megawatt di potenza pulsata mantenendo una sincronizzazione entro 0,63 microsecondi, un valore nettamente superiore agli standard oggi disponibili. La maggior parte degli alimentatori pulsati attualmente in uso non supera, infatti, il megawatt e presenta margini di errore molto più ampi, legati all’efficienza di conversione e alla gestione delle correnti ad alta intensità.
Le possibili applicazioni non si limiterebbero all’ambito militare. La stessa tecnologia potrebbe essere impiegata in sistemi lidar e laser per le comunicazioni, in propulsori ionici di nuova generazione per migliorare la manovrabilità satellitare o nel telerilevamento a microonde per l’osservazione terrestre ad alta risoluzione.
Tuttavia è sul piano strategico che l’impatto potenziale appare più sensibile. L’espansione delle costellazioni statunitensi come Starlink e Starshield (un’unità aziendale di SpaceX che crea satelliti in orbita terrestre bassa appositamente progettati per fornire nuove capacità spaziali militari ai governi degli Stati Uniti e dei paesi alleati., ndr), basate su reti di piccoli satelliti resilienti e a duplice uso, sta rendendo meno efficaci le tradizionali difese spaziali fondate sugli intercettori missilistici. Laser e fasci di particelle offrirebbero, invece, la possibilità di colpire più obiettivi alla velocità della luce, riducendo tempi di reazione e costi operativi.
Restano, però, due incognite decisive: la reale capacità di queste armi di superare le schermature dei satelliti di ultima generazione e il peso della corruzione sistemica, che continua a rappresentare un fattore di rischio anche per i programmi tecnologicamente più avanzati dell’apparato militare cinese.
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Ghali (Ansa)
La scelta del rapper per la cerimonia di apertura dei Giochi invernali è senza senso. O forse ce l’ha ma è soltanto politico. Perché le canzoni e il suo genere musicale non sono il meglio che abbiamo. Ma a qualcuno piace il fatto che sia musulmano.
La sindrome della rana bollita è una metafora, di Noam Chomsky che spiega l’adattamento al disastro quando questo è basato su cambiamenti che arrivano in modo lento e graduale. Se una rana viene immersa in acqua bollente, salta via, ma se viene messa in acqua fredda riscaldata, poi, lentamente, si abitua fino a morire, incapace di percepire il pericolo e reagire.
Il tema è l’adattamento a situazioni negative purché avvengano poco alla volta: la perdita di energia, cioè di potere. La rana si indebolisce col calore crescente, perdendo la capacità di saltare fuori quando la situazione diventa insopportabile. La rana bollita siamo noi, quando accettiamo piccoli peggioramenti quotidiani senza fare una piega: qualcuno che accoltella un altro su un treno urlando che Allah è grande, per esempio, ma era un isolato squilibrato, non bisogna generalizzare. Le aggressioni attribuite ai cosiddetti maranza segnano ogni giorno di ferimenti, rapine stupri e, soprattutto, umiliazioni: una giovanissima donna che subisce uno stupro di gruppo davanti al fidanzato, un quindicenne che torna a casa seminudo dopo essere stato rapinato e pestato, sono segnati per sempre. I maranza esercitano, sulle donne bianche e cristiane, una tecnica precisa di jihad che si chiama taharrush gamea.
I giornali «perbene» ci spiegano che queste cose rappresentano un sintomo preoccupante di un disagio sociale più profondo. Queste persone, i maranza, sono «il prodotto di decenni di marginalizzazione, degrado urbano e inefficienza istituzionale». La soluzione è ovvia: dobbiamo diventare più buoni, più tolleranti, soprattutto più pacifici e più inclusivi.
Un bel gesto di tolleranza e inclusività è stato scegliere il maranza che canta, anzi rappa, tale Ghali, come simbolo dell’Italia. Da anni non guardo la televisione. Non conosco e non ascolto la musica leggera contemporanea che, con poche eccezioni, trovo insopportabile. Non avevo idea di chi fosse Ghali, la persona scelta come artista volto simbolo dell’Italia in un contesto globale, le Olimpiadi invernali. La designazione del personaggio con questo ruolo non è certo un gesto neutro. Per prima cosa ho cercato di farmi una cultura sul valore artistico del tizio, cercando qualche video che ho valorosamente guardato fino alla fine benché trovassi penoso il testo e insopportabile la roba che l’accompagna, non so se nel rap la roba che accompagna le parole si possa chiamare musica.
Mi dicono che c’è gente che lo apprezza. Non metto in dubbio: al mondo c’è di tutto. Testi insulsi sul fastidioso ritmo del rap: non avevamo niente di meglio dal punto di vista artistico? Perché la nazione di Vivaldi, Verdi, Puccini, Rossini e tutti gli altri deve essere rappresentata da questo tizio? Dal punto di vista strettamente musicale, il rap può essere considerato un genere oggettivamente «mediocre», per la sua povertà strutturale rispetto alla complessità musicale tradizionale. La maggior parte dei brani si sviluppa su loop ripetitivi, pochi accordi e una linea ritmica costante: elementi che privilegiano il messaggio anziché l’evoluzione musicale. Se confrontato con generi come il jazz, il rock o la musica classica, emerge una mancanza di dinamiche, modulazioni tonali e variazioni ritmiche. Una noia abissale. Possiamo affermare, quindi, che il rap è divisivo, e che scegliere un rapper per rappresentare tutti, inclusi quelli che trovano il rap fastidiosamente banale e insulso (tra questi la scrivente) è una violenza e un arbitrio.
Poi c’è il secondo punto: la scelta del rapper. A questo punto il dubbio che mi è venuto è che il baldo giovane non sia stato scelto per le sue capacità artistiche, sicuramente non riconosciute come valore universale da tutta la popolazione italiana e forse nemmeno dalla maggioranza. Quindi la sua presenza veicola un qualche messaggio che non può che essere culturale e politico: una precisa opzione ideologica. In questa prospettiva, la scelta non può che essere interpretata come parte di un più ampio processo di ridefinizione identitaria dell’Europa, che alcuni osservatori (tra cui la scrivente) descrivono come una progressiva islamizzazione favorita dall’alleanza, sempre più esplicita, tra ambienti progressisti occidentali e movimenti riconducibili all’islam politico.
In questa narrazione di pace e inclusione, organizzazioni «pacifiche e inclusive» come i Fratelli musulmani, notoriamente specializzati in attività pacifiche e inclusive, vengono indicate come attori che, nel corso degli anni, avrebbero trovato uno spazio pacifico e inclusivo all’interno di associazioni culturali e istituzioni, agendo con pazienti strategie graduali.
Sono nata a Santa Maria Capua Vetere, in passato Capua. Non siamo nemmeno sul mare. Il paese è stato assaltato due volte dai pirati saraceni, hanno ammazzato i vecchi e i bambini e trascinato in catene verso la schiavitù tutti gli altri. Sono innumerevoli, e mai contati, i cristiani massacrati e quelli rapiti sulle nostre coste, punteggiate di torri di avvistamento, che erano l’unica difesa. Abbiamo abbandonato le coste, i porti si sono insabbiati, è arrivata la malaria. Poi abbiamo vinto a Lepanto, un secolo dopo a Vienna e l’Europa è stata salvata.
I saraceni sono diventati più astuti. Hanno usato l’oro non per costruire galee, tanto mai avrebbero potuto battere quelle di Genova e Venezia, o comunque i loro corrispettivi attuali, ma per corrompere i burocrati di Bruxelles, e anche quelli di molte nazioni. Un gran numero di personaggi politici e del clero profondamente corrotti proteggono un’invasione che, per il fatto di essere demilitarizzata, non è meno micidiale. Nell’islam è corretto sposare una bambina, chi critica questo matrimonio sta criticando il profeta Maometto, ma si preferisce dimenticarlo. Predicazioni o prese di posizione di sempre più numerosi imam entrano in conflitto con i valori giuridici e morali occidentali, soprattutto quando riguardano temi estremamente sensibili come l’infanzia e i diritti dei minori.
I cosiddetti maranza che accoltellano, rapinano e stuprano non sono solo delinquenti, ma più o meno consapevoli soldati del jihad che eseguono l’ordine coranico di terrorizzare e umiliare i nemici di Allah. In tale contesto, la rappresentazione simbolica di un artista identificato come musulmano assume un significato inequivocabile. Ghali ha lanciato l’accusa di genocidio a Israele nonostante i crimini atroci di cui il 7 ottobre molti, e non solo i miliziani di Hamas, si sono resi responsabili. Il vittimismo palestinese è la chiave di volta dell’islamizzazione dell’Europa. L’argomento centrale è che presentare al mondo un determinato volto culturale come «biglietto da visita» della nazione, legittima, neanche tanto indirettamente, visioni del mondo incompatibili con l’impianto valoriale della civiltà europea, dando un’aura di normalità e di irreversibilità a un fenomeno di invasione che, per il fatto di essere demilitarizzata, non è meno tragica. La pace, l’inclusione, la rimozione del conflitto sono le nuove armi. Ce l’abbiamo fatta a Poiter, Lepanto e Vienna, possiamo ancora farcela, ma dobbiamo imparare a diventare sporchi, brutti e cattivi. E di corsa. Perché un mediocre rapper fradicio di odio contro Israele deve rappresentarmi? Per inciso: il mondo è pieno di folli, e qualcuno ha fatto veramente l’esperimento della rana bollita. La rana è stata messa nell’acqua fredda e, quando l’acqua è diventata fastidiosamente calda, la rana è saltata via. Come la quasi totalità delle affermazioni di Noam Chomsky la teoria della rana bollita sembra geniale ma è una fesseria. C’è un momento in cui la corda si spezza. C’è un momento in cui la rana riscopre la sua collera. Auguri ai maranza e ai loro protettori
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Annamaria Bernardini De Pace (Imagoeconomica)
L'avvocato divorzista Annamaria Bernardini De Pace: «Hanno trovato una parola antica e fuori luogo per aggredire gli uomini. L’emergenza giovanile nasce dai genitori che non svolgono più il loro ruolo: abituano i figli solo ai diritti e non ai doveri».
Ormai è diventata per molti una sorta di amica di famiglia da quando tiene udienza a Forum. È, infatti, tra i più popolari giudici della trasmissione di Canale 5. Bisogna dirlo perché è un fatto di costume, ma francamente Annamaria Bernardini De Pace è infinitamente di più di una pur bravissima cultrice del diritto prestata all’infoteitment.
È l’avvocatessa di maggior peso anche nella determinazione dottrinale del diritto di famiglia che lei ha sempre interpretato non come la professione di chi sostiene le ragioni di una parte, ma come la protezione dei più deboli e un grimaldello per affermare i diritti alla dignità. Non ha mai fatto affermazioni di bandiera, ma atti che si traducono in militanza sul fronte della giustizia giusta. E non poteva essere diversamente. Nata a Perugia, è figlia di un notissimo magistrato, Nicola Bernardini De Pace e di un’avvocatessa dal curriculum invidiabile: Isabella Bellisario, peraltro figlia di un alto ufficiale dei carabinieri. Per avere un’idea di come questa protagonista del diritto, inteso come resa di giustizia alla persona, interpreta la sua professione basta dire che ha assistito Raul Bova, il suo ex genero, nella causa di divorzio dalla seconda moglie. Disse a chi le chiese com’era possibile: «Perché Raul è il padre dei miei nipoti ed è una persona buona». Lei offre protagonismo al buonsenso. Senza rinunciare mai alle battaglie di principio.
Avvocato, torniamo sulla famiglia nel bosco. A suo parere, sono giustificati i provvedimenti presi nei loro confronti? E ancora: non sono eccessivamente dilatati i tempi delle perizie rispetto alla necessità di tutela dei diritti dei bambini?
«Io mi fido del tribunale dell’Aquila, essendo il suo presidente uno dei migliori giudici in Italia. Certo, poi non tutto dipende dai tempi del giudice, ma da quello degli altri operatori di diritto e della psicologia, che non hanno certamente solo quel caso da risolvere. Ritengo, comunque sia, che fosse indispensabile tutelare i diritti di quei bambini e di tutti i bambini che non devono mai essere considerati proprietà dei genitori e privi dei diritti costituzionali».
Vorremmo una sua opinione su questa scelta dei giudici di togliere i bambini dalle famiglie che, però, non pare motivata da condizioni oggettive. Nessuno tocca i bambini dei rom, difficilmente si ha notizia di bambini tolti da contesti familiari criminali. Come spiega queste differenze?
«I magistrati e gli assistenti sociali non girano ogni giorno in tutte le famiglie di Italia per vedere cosa succede. Il magistrato si muove quando viene segnalato un caso nel quale uno o più minori si trovano in una situazione di pregiudizio per la loro salute psicofisica. Basterebbe che qualcuno segnalasse al tribunale, con nome, cognome e indirizzo, lo stato di pregiudizio di un figlio di rom o di criminali perché il tribunale fosse obbligato a intervenire. In realtà, non sono stati “sottratti” i bambini ai genitori, ma sono stati condotti i bambini in un luogo ricco di accudimenti che non c’erano in famiglia. Oggi viene rispettato il diritto all’istruzione e il diritto alla società di questi bimbi che i genitori avevano ritenuto di negare loro».
Secondo lei le misure di contrasto al femminicidio divenuto reato specifico con l’ergastolo in automatico sono sufficienti a contrastare il fenomeno?
«Il fenomeno di per sé non sarà mai contrastato, perché la violenza è insita nell’uomo e non tutti gli uomini vengono educati a governarla, così come non a tutti gli uomini si insegna il rispetto verso la donna e verso gli altri in genere. Certo, ritengo che, per contrastare davvero questo fenomeno, per quanto sia possibile, le donne devono imparare anche a sapersi difendere. Trovo che sia troppo ingenuo sperare di incontrare nella propria vita solo uomini rispettosi ed educati, considerato quello che si sente e si legge ogni giorno. E quando si incontrano uomini violenti, la regola è scappare e denunciare, considerando entrambe le soluzioni doveri e non atti di coraggio».
Il professor Luca Ricolfi, che come sa si muove sempre da una lettura statistica della realtà, sostiene che i femminicidi in Italia sono in diminuzione. Non c’è un eccesso di attenzione mediatica? E ancora: è sufficiente individuare nel «patriarcato» l’origine del delitto?
«Che nel 2025 ce ne siano stati 30/40 meno che nel 2024 mi sembra sia vero. Tuttavia, anche un solo femminicidio è insopportabile e devastante. Il patriarcato non c’entra niente in quanto, secondo me, uccidere la propria donna è un gesto rabbioso di violenza di un uomo possessivo e le donne dovrebbero imparare ad allontanarsi dal loro uomo quando passa dalla carezza allo schiaffo o dal sussurro d’amore all’urlata. Comunque sia, il patriarcato è una fissazione delle attiviste femministe che non sanno per che cosa combattere, poiché uomini e donne hanno pari dignità giuridica e, quindi, hanno trovato una parola antica e fuori luogo per aggredire gli uomini in genere».
Non c’è, tra le tante leggi che si fanno, un buco legislativo per la tutela intesa sia come affidamento, ma anche come affermazione dei loro diritti anche patrimoniali, degli orfani di femminicidio?
«Secondo me sì. Io faccio parte di un’associazione internazionale che si chiama Edela che, grazie alla socia Roberta Beolchi, ogni anno raccoglie il tributo di ciascuna di noi e lo devolve a favore degli orfani di femminicidio. Le mamme che subiscono la violenza dei mariti, dicendo che non si separano “per i figli”, dovrebbero imparare tutte che, così pensando, preparano i loro figli a una vita da orfani di un padre criminale e di una madre morta».
Vista dal suo osservatorio «l’istituzione famiglia» in che stato di salute è? Non è il decadimento del valore famiglia una delle cause dell’aumento della violenza minorile?
«Sono assolutamente di questo parere. L’emergenza gioventù nasce proprio dal fatto che i genitori non svolgono responsabilmente il loro ruolo, che è caratterizzato da doveri e non da diritti: mantenere, educare, istruire e formare i figli, accertarsi del loro benessere e seguire le loro ispirazioni morali; invece i genitori di oggi considerano i figli dei follower e fanno cose simpatiche perché vogliono i loro cuoricini. Li abituano a soddisfare i diritti, non li puniscono mai e non insegnano loro le regole. I ragazzi, così, si sentono sparsi nel mondo, senza radici e senza obiettivi».
Si è fatto molto clamore sulla riscrittura del ddl Bongiorno (lo chiamiamo così per semplicità) per i reati di violenza e stupro. Ma davvero l’assenza dell’assenso mina così gravemente la ratio della norma? In diritto penale l’onere della prova è sempre in carico all’accusa, non si rischia di invertire questo «sacro» principio?
«Era talmente sbagliata la norma basata sul consenso libero e attuale che è stata cambiata ed è stato introdotto il concetto di dissenso. La prima versione l’ho criticata fortemente, giacché il presunto colpevole doveva dimostrare che ci fosse il consenso. Ma lei si immagina come sarebbe stata strumentalizzata dalle donne un’ipotesi del genere se solo pensiamo alle mogli che per dispetto, per vendetta o per denaro, dopo mesi di rapporti coniugali, potevano denunciare la violenza dicendo “Io l’ho fatto per dovere coniugale, ma non c’era il mio consenso libero”?».
Un’ulteriore domanda su questi temi; non crede che vi sia un eccesso di normazione sui rapporti interpersonali? Non incide questo anche sulla qualità delle relazioni e sull’affettività?
«Sono assolutamente d’accordo. Lo dico sempre, ma insisto che tutto questo dipenda dalla mancanza di educazione in famiglia e dalla necessità che lo Stato intervenga laddove anche la scuola non è stata messa nelle condizioni di fare il proprio dovere».
Lei è stata severissima sulla strage di Capodanno. Il nostro governo ha fatto una decisa pressione sulla Svizzera perché l’inchiesta proceda. Che ne pensa di chi sostiene che Giorgia Meloni abbia voluto ingerire nell’ordine giudiziario di un altro Paese dando prova di non apprezzare il limite tra poteri?
«Secondo me la Meloni ha fatto benissimo. Ha solo dimostrato, come fa sempre del resto, grande empatia nei confronti degli italiani vittime. Le critiche al comportamento della Svizzera non sono certo una fantasia della Meloni, ma provengono da chiunque abbia avuto modo di vedere e verificare il comportamento delle autorità svizzere dal momento della tragedia in poi».
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