Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Oggi Giuseppe Valditara ha illustrato le nuove linee guida. Più peso alla cultura occidentale e maggiore attenzione all’uso di nuove tecnologie.
Occidente e Intelligenza artificiale. In estrema sintesi, sono queste le principali novità del Liceo «made in» Giuseppe Valditara, le cui linee guida oggi verranno ufficialmente presentate ai media e agli addetti ai lavori.
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
Pubblicato un bando da 128.000 euro per la formazione di addetti nel settore tessile. La denuncia di Pro vita: metà dei posti riservata a chi ha cambiato sesso e non binari.
Se c’è una regione italiana che da moltissimi anni è in prima linea nel fare da schermo alla cosiddetta «giurisprudenza creativa» della magistratura, questa è la Toscana, guidata sin dal 2020 dal dem Eugenio Giani.
L’ultima trovata dell’amministrazione si colloca bene all’interno di giugno, il mese del Pride e delle bislacche rivendicazioni Lgbt. Infatti, secondo la denuncia di Pro vita, il «bando per la formazione professionale nel settore tessile» appena varato dalla Regione, ha come destinatari profili arcobaleno dalle identità piuttosto discutibili, poco chiare e autoreferenziali.
Oltre a prevedere dei vantaggi per determinate categorie di cittadini da sempre giustamente tutelate in Italia (come gli invalidi o coloro che soffrono di menomazioni e patologie di vario tipo), la Toscana, passata dal rosso intenso di una volta al fucsia vivo, si inventa delle nuove «minoranze» da proteggere, per piacere ai social e «alla gente che piace».
Infatti, secondo il testo del bando, nel caso in cui il «numero delle iscrizioni» al corso di formazione sarà «superiore al numero massimo previsto», la Regione destina la cospicua somma di «128.000 euro» per «il 50% dei posti» a «donne, persone non binarie e transgender, con eventuale supporto personalizzato, qualora lo necessitino». Né più, né meno.
Ora, le donne sono una categoria biologicamente data e proprio per questo anche costituzionalmente garantita. L’articolo 3 della Carta sottolinea infatti che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale» e sono «eguali davanti alla legge». Senza distinzione, oggi diremmo discriminazione, per ragioni di «sesso, razza, lingua, religione».
A ben vedere, dunque, «l’orientamento sessuale» o il «genere» (gender) che uno si sceglie autonomamente dopo la pubertà, non è mai contemplato nella Costituzione. I padri costituenti, infatti, fossero democristiani, socialisti o marxisti, si fondarono su ciò che appare e che è universalmente costatabile, e non ciò che di suo è variabile, intimo, non obiettivo.
Giustamente, Jacopo Coghe, portavoce di Pro vita, parla di «discriminazione delle donne» che vengono di fatto equiparate nel bando toscano alle «persone trans» (senza specificare se si tratti di transizione chirurgica o meramente anagrafica) e addirittura a chiunque si dichiari «non binario». Il bando per progetti formativi della Regione è sorto a seguito «dell’ammissione a finanziamento» del progetto acronimo «C’è stoffa per tutti», il quale organizza il «corso per tecnico delle attività di progettazione del tessuto» in vista della «industrializzazione del prodotto».
Il progetto sarebbe stato concepito «dall’Agenzia formativa ambiente impresa scrl», accreditata presso la Regione Toscana e capofila dell’iniziativa «insieme al centro di formazione professionale Don Giulio Facibeni, Proforma società cooperativa impresa sociale e Alessandro Bini srl».
Secondo Jacopo Cellai e Alessandro Draghi, consiglieri regionale e comunale di Fratelli d’Italia, «la deriva woke» della Regione Toscana è «senza pudore» e il finanziamento Lgbt appare «offensivo verso i nostri concittadini». Secondo i due politici toscani, sono proprio misure come queste, per la loro astrusità ad «ampliare ulteriormente la discriminazione e l’emarginazione» di chi, per qualunque ragione, «non si definisce né uomo né donna» vivendo una sessualità sicuramente diversa dal comune. La sinistra del resto, da partito «del popolo» è sempre più il club prediletto «delle élite». Ma senza avvedersene, e questo è il dramma.
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 giugno 2026. Il deputato di Azione Fabrizio Benzoni e i dati clamorosi delle carceri italiane.
Mirko Moriconi e sua madre Kety Andreoni
L’opposizione cavalca la tragedia del ragazzo di 24 anni che sarebbe stato ucciso dal padre per l’orientamento sessuale. Alessandro Zan e la galassia Lgbt danno la colpa a destra e Roberto Vannacci: «Alimentano l’omofobia». Aggravanti già presenti per le discriminazioni.
«È colpa dei questa destraccia vannaccia». La coscienza progressista è a posto. Per la polizia del karma il tremendo duplice omicidio di Pieve di Camaiore avrebbe già - per proprietà transitiva - un responsabile politico: «Il governo che fomenta un clima d’odio contro la galassia gay».
Niente di più scontato, niente di più falso, niente di più infantile. Ed è davvero triste dover assistere al frangersi dell’ondata di strumentalizzazioni mentre è ancora scolpita negli occhi di tutti l’immagine agghiacciante di un padre così devastato dalla frustrazione da imbracciare il fucile da caccia e trucidare a pallettoni la moglie e il figlio di 24 anni.
È ciò che è accaduto l’altroieri nella Toscana rurale e storicamente rossa, subito dietro lo sfavillio della Versilia, quando al culmine dell’ennesimo litigio il muratore Piero Moriconi (63 anni) ha distrutto le vite che più amava: quella di Kety Andreoni (52 anni) e di Mirko, il loro figlio unico, cameriere al Carpe Diem di Viareggio, descritto dai colleghi come «un ragazzo mite, allegro e un po’ sopra le righe». Mirko era omosessuale e aveva problemi di droga; il mix per il padre era diventato un cruccio fuori dal tempo, fuori dal mondo, fuori dalla società che oggi noi conosciamo.
Lo ha ammesso lo stesso pluriomicida davanti al pm: «Ero ansioso perché mio figlio era gay e non faceva altro che chiedere soldi. Aveva problemi di tossicodipendenza e di alcol. Era iperattivo e psichiatrico, ingestibile e violento. Chiedeva sempre soldi e noi eravamo costretti a nasconderli». Prima di salire sul tetto di casa ad aspettare i carabinieri aveva detto al cognato: «Mi sono liberato di loro». Follia pura, confermata da alcuni post premonitori di Mirko che sui social aveva scritto con amarezza: «È brutto considerare che tuo padre ti preferisca morto che gay». La madre lo aveva capito e lo aveva sempre difeso, la dinamica famigliare era complicata. E lui ancora postava: «Lei è la mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mamma ti voglio bene».
Parole che ricostruiscono un contesto di disperazione e di paura, non estraneo a famiglie provate nel duro compito di tenere insieme affetti, diritti, doveri e cocci di vita. Oggi tutto questo suona a testamento morale. Parole davanti alle quali ci dovremmo fermare nella pietà cristiana e nel silenzio rispettoso della dignità umana. Invece no, come allo sparo dello starter ecco la corsa affannata a trasformare una tragedia in un comizio da parte della sinistra arcobaleno avvinghiata al benaltrismo come l’edera. Omotransfobia, patriarcato tossico, richiesta di nuove leggi speciali e di disforia di genere à la carte. Il povero Mirko Moriconi issato a forza sul carro del gay pride e Kety già dimenticata. Perché il sacrificio salvifico di una madre, alle iene della politica non basta per difendere l’istituzione della famiglia.
La brutale gara è in corso. Alessandro Zan, responsabile dei Diritti (con quello che significa) del Pd: «Non si può ignorare il contesto che sta emergendo, che riporta all’omofobia che la destra non solo nega ma che alimenta nel Paese con continui discorsi d’odio». Ciascuno porta il proprio tizzone per far divampare l’incendio. Marilena Grassadonia (Sinistra Italiana): «Oggi nel nostro Paese le persone Lgbtqia+ muoiono per mano di chi decide di «sbarazzarsi di loro» anche sparandogli in faccia. Il ddl Zan prima, ora l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e la carriera alias, perfino il divieto delle pratiche di conversione: c’è chi ha bollato qualsiasi misura che promuovesse i diritti transgender come inutile se non addirittura pericolosa». Natascia Maesi, presidente Arcigay: «Nel nostro ordinamento manca una legge sui crimini d’odio. Nella famiglia cresce la violenza, la famiglia resta un luogo non sicuro per gli omosessuali».
Nessun segno di pietà cristiana, nessuna delicatezza, contano solo fango e manipolazione. Il peggio arriva come sempre dai social, dove la corsa a criminalizzare un sistema sembra una gara olimpica. Mentre perfino vecchi giornalisti sportivi in pensione gridano «dagli al fascista omofobo», gli organizzatori di Milano Pride non perdono occasione per utilizzare la tragedia a scopo di marketing. «Questo gesto ha un nome preciso: si chiama omofobia, e l’omofobia uccide. Tutto ciò ci ricorda quanto sia fondamentale sostenere i Pride in modo compatto. È l’unico modo per stanare e smascherare la retorica della politica negazionista. Scendiamo in strada anche per loro: ci vediamo sabato 27 giugno al Milano Pride». Stanare, smascherare. Venghino signori, il luna park vi aspetta. Tutto così osceno.
Mentre due vite sono state spezzate e una terza dovrà confrontarsi per sempre con la propria follia («Quanto sangue in queste mani» Lady MacBeth) si sgomita per la prima fila e c’è chi chiede, come Maesi, una legge per il «gaycidio». Dimentica che il codice penale prevede già aggravanti precise per le discriminazioni di genere, in Italia come in tutte le altre democrazie occidentali. La pagina di attivisti «Genderation» arriva a stilare una lista di proscrizione: «Vannacci, Zelger, Adinolfi, Pillon, ProVita & Famiglia, siete complici». Scritto a caratteri cubitali, in rosso. Come fece Lotta Continua quella volta. Indicare il target: questo è il pericolo, il lato più disumano. Questo è l’odio di chi dipinge con l’arcobaleno i cuori.
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