Giorgia Meloni (Ansa)
Per il premier «non sostituisce il lavoro fisico ma il cervello umano. Tante persone rischiano di diventare inutili, abbiamo una legge nazionale per garantire la trasparenza della tecnologia». A Bloomberg: «I dazi di Donald Trump? Un errore, la direzione giusta è l’opposta».
L’Intelligenza artificiale come opportunità ma anche come rischio: l’intervento del premier Giorgia Meloni all’evento «Ia e lavoro: governare la trasformazione, moltiplicare le opportunità strategie, fiducia, regole, competenze» è improntato al più sano realismo. «L’intelligenza artificiale», argomenta il presidente del Consiglio, «è la più dirompente rivoluzione che sta vivendo la nostra epoca. Eravamo abituati a un progresso che aveva come obiettivo quello di ottimizzare le capacità umane e che si concentrava essenzialmente sulla sostituzione del lavoro fisico, in un mondo nel quale l’uomo rimaneva al centro.
L’Intelligenza artificiale ha ribaltato questo paradigma, perché a essere soppiantato non è più il lavoro fisico dell’uomo ma il suo intelletto, ovvero ciò che da sempre ha reso l’uomo insostituibile da una macchina. Se questo processo non viene governato, sempre più lavoratori rischiano di diventare inutili e lo scenario che abbiamo davanti è quello di un progressivo impoverimento della classe media».
Del resto, il tema del rapporto tra tecnologia e umanità è stato centrale fin dall’Ottocento e le parole della Meloni, scherzi del destino, ricalcano quelle di Karl Marx: «La produzione di troppi strumenti utili si traduce in troppe persone inutili». Marx esprimeva una critica profonda al capitalismo industriale e, per estensione, alla moderna società tecnologica, che avrebbe portato, a suo parere, all’alienazione dell’uomo. Viene in mente l’avvertimento di Erich Fromm: «La civiltà sta producendo macchine che si comportano come uomini e uomini che si comportano come macchine».
«Ecco perché», aggiunge Giorgia Meloni, «noi siamo convinti che l’Ia sia una tecnologia che può sprigionare tutto il suo potenziale positivo solo se il suo sviluppo si muoverà in un perimetro di regole etiche che mettano al centro la persona, i suoi diritti e i suoi bisogni. Questa è la bussola che ha orientato e continuerà a orientare il lavoro del governo, a ogni livello». Etica e tecnologia: altro argomento enorme, gigantesco, che ha impegnato filosofi e scienziati.
«L’Italia», rivendica Giorgia Meloni, «è tra le prime nazioni a essersi dotate di una legge nazionale sull’Intelligenza artificiale, all’interno della quale è previsto l’Osservatorio sull’adozione dell’Ia nel mondo del lavoro. Organismo che è stato incardinato nell’alveo del ministero del Lavoro e delle politiche sociali e a cui abbiamo attribuito importanti funzioni di monitoraggio, analisi e indirizzo. La nascita dell’Osservatorio è una delle azioni connesse all’impegno più ampio che l’Italia sta portando avanti in ambito internazionale, e che ha trovato declinazione concreta nella decisione assunta nel corso della presidenza italiana del G7 di dare vita a un piano d’azione sull’uso dell’Intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. In coerenza con questa impostazione, il governo sta lavorando seguendo tre direttrici fondamentali che guardano alla formazione delle competenze, alla qualità del lavoro e dei servizi offerti, alla governance dei sistemi che utilizzano l’intelligenza artificiale. È essenziale garantire trasparenza degli algoritmi, tutela dei dati personali, non discriminazione e pieno rispetto dei diritti fondamentali. L’Italia», aggiunge il premier, «ha già dimostrato di voler essere all’avanguardia, definendo regole chiare contro gli abusi e difendendo con forza la creatività umana e il diritto d’autore».
La creatività umana dovrebbe essere comunque insostituibile, almeno se vogliamo dare ragione a un certo Albert Einstein, che magnificamente affermò: «Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno».
Passando a temi più prosaici, ieri Giorgia Meloni ha rilasciato una intervista a Bloomberg, nel corso della quale si è espressa sui dazi di Donald Trump: «Ritengo che i dazi tra Europa e Stati Uniti siano un errore», ha sottolineato il premier, «dovremmo andare nella direzione diametralmente opposta, ovvero muoverci verso un’area di libero scambio, ma chiaramente bisogna essere in due per farlo. Abbiamo cercato di alleggerire il più possibile la situazione, in breve, di cercare un accordo sostenibile e ragionevole. Pensiamo a tutto il tema dell’agroalimentare. Chi compra un prodotto italiano, compra un prodotto italiano perché vuole comprare un prodotto italiano».
La Meloni sottolinea di aver «espresso personalmente a Trump le proprie preoccupazioni e di ritenere che la disputa commerciale non sia una decisione funzionale». Infine : «Per noi», dice ancora, «è importante che le risorse raccolte in Italia, dai risparmiatori italiani, possano essere investite per contribuire a rafforzare l’economia italiana in un circolo virtuoso positivo per tutti. Gli italiani sono un popolo di risparmiatori», osserva il premier, e «la gestione dei risparmi è una risorsa fondamentale della ricchezza che viene prodotta qui».
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Alla vigilia del ritorno del Ring di Wagner al Teatro alla Scala, Marco Targa, presidente dell’Associazione Wagneriana Milano, ci introduce nel mondo di uno dei compositori che più hanno influenzato la cultura dei nostri giorni, dal cinema alla letteratura
Un portavoce della Commissione smentisce i progressisti. Forza Italia in visita: «Centri ordinati e assolutamente civili».
Il protocollo Italia Albania è in linea con le regole comunitarie. A dirlo è la Commissione europea, in barba a tutte le sentenze che in questi lunghi mesi hanno provato a fermare l’azione del governo. Il portavoce dell’esecutivo Ue, Markus Lammert, durante un briefing con la stampa a Bruxelles ha infatti spiegato che «in linea di principio, il modo in cui il protocollo Italia-Albania viene attuato è in linea con il diritto Ue».
Un sistema fin qui osteggiato dalla sinistra italiana, contrastato da alcune sentenze considerate ideologiche da molti. All’inizio, quando il protocollo venne siglato, la Commissione disse che i centri avrebbero potuto ospitare esclusivamente migranti salvati in acque internazionali e portati direttamente in Albania, senza passare per il territorio italiano. Oggi invece le cose cambiano: «Stiamo monitorando l’attuazione del protocollo e siamo in stretto contatto con le autorità italiane». Ci sono state diverse iterazioni dell’attuazione del protocollo che ora viene attuato mediante trasferimenti dall’Italia all’Albania di migranti destinati al rimpatrio.
Con il decreto legge 37/2025 la struttura ha cambiato volto diventando non più esclusivamente centro di prima identificazione per richiedenti asilo provenienti da Paesi sicuri, ma trasformandosi in un luogo destinato anche a chi si è visto respingere la domanda e attende l’espulsione. Dei 144 posti disponibili, 96 sono già operativi e quasi tutti utilizzati nell’area dedicata a chi deve essere rimpatriato.
Esprime soddisfazione l’onorevole Sara Kelany, responsabile delle politiche migratorie di Fratelli d’Italia: «Viene definitivamente riconosciuta la correttezza dell’azione del governo Meloni e la piena conformità alle norme europee delle procedure accelerate per i rimpatri verso i Paesi di origine sicuri eseguite dall’Italia. Le critiche della sinistra e alcune sentenze che avevano rimesso a piede libero migranti irregolari, oggi è certificato, si basavano più su valutazioni politiche che sul diritto. Grazie a questa politica, che mette al centro la sovranità dei governi e la lotta ai trafficanti di esseri umani, gli sbarchi illegali sono diminuiti in modo significativo: gli arrivi nel 2024 e nel 2025 sono diminuiti del 60% rispetto al 2023. Nei primi due mesi del 2026 abbiamo registrato un ulteriore calo del 60% rispetto allo stesso periodo del 2025. Sono risultati che dimostrano l’efficacia della strategia di contrasto all’immigrazione irregolare che questo governo sta portando avanti».
Per Carlo Fidanza, capodelegazione di Fdi al Parlamento europeo si tratta «dell’ennesima figuraccia per la sinistra che oggi si ritrova ad incassare anche questa».
«Quello che la sinistra dipingeva come un “esilio illegittimo” o una “Guantanamo europea” si sta rivelando il pilastro della nuova gestione dei flussi migratori», chiarisce l’eurodeputato di Fdi Stefano Cavedagna.
Nel Cpr di Gjader, in Albania ci sono circa 90 immigrati irregolari intercettati sul suolo italiano senza un regolare permesso di soggiorno e già rinchiusi in un Cpr in Italia per essere espulsi. «Sessantacinque portati nell’ultima settimana», come testimoniato da una deputata del Pd, Rachele Scarpa, dopo la sua ultima visita ispettiva. Proprio ieri mattina una delegazione di Forza Italia ha voluto intraprendere la stessa missione. Un’iniziativa guidata dai deputati Alessandro Cattaneo, responsabile dipartimenti e Alessandro Battilocchio, responsabile dipartimento immigrazione che si sono recati nei centri di Gjader e Shenjin, in Albania. «Siamo nuovamente qui, per valutare la situazione, per incontrare le autorità locali e per salutare il personale italiano in servizio a Gjader e Shenjin», spiega Battilocchio, che già si era recato altre volte in questi Cpr.
Per Cattaneo invece si è trattato della prima esperienza: «Vedere visitare, è il miglior modo per rendersi conto di quello che accade qui. Questo è un centro di assoluta civiltà con tutte le garanzie di cui necessitano le persone che vengono portate qui e io voglio ringraziare tutto il personale, quello italiano che lavora con una professionalità, dedizione, incredibile, quello albanese che lo affianca in molte operazioni di supporto. Insomma questa struttura è un modello. A colpirmi sono stati soprattutto l’ordine, l’organizzazione e le tantissime visite di delegazioni estere europee ed extra europee che vedono questa esperienza come un modello da esportare anche negli altri Paesi», racconta Cattaneo che poi conclude: «Aldilà delle ideologie, questo modello funziona e presto verrà esportato anche negli altri Paesi».
Nel frattempo a sinistra continuano a litigare sui Cpr. Prima a Bologna dove il sindaco Matteo Lepore e il governatore della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale discutono sull’apertura di un nuovo centro e ora anche in Toscana dove il coordinamento regionale toscano di Sinistra Civica Ecologista (Sce) - rispetto alle dichiarazioni dell’europarlamentare Pd Dario Nardella che aveva detto «sbagliato archiviare il tema rimpatri dicendo semplicemente no ai Cpr» - in una nota spiega: «Le dichiarazioni di Nardella sono fuori dalla realtà. I Cpr non sono strumenti di sicurezza: sono luoghi di detenzione amministrativa dove vengono rinchiuse persone che spesso non hanno commesso alcun reato», rispondono insistendo, contro ogni evidenza: «Lo stesso fallimento si è consumato in Albania, con centinaia di milioni spesi dal governo per strutture rimaste praticamente vuote». Chiarendo perfettamente chi è che si trova a vivere «fuori dalla realtà».
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Rodolfo Fiesoli (Ansa)
La dinamica presenta notevoli somiglianze: l’ideatore del Forteto, Rodolfo Fiesoli, dopo una prima condanna nel 1985 per abusi sui minori, continuò ad agire indisturbato e a molestare fino al 2010. E come il miliardario americano, era coperto da una vasta rete di potenti.
Se si osserva con attenzione, si nota che il mostruoso caso di Jeffrey Epstein presenta notevoli somiglianze con una storia italiana altrettanto e forse per certi versi persino più spaventosa. È la vicenda del Forteto, la comunità di Vicchio, in provincia di Firenze, in cui venivano inviati minorenni tolti alle famiglie o problematici che invece di essere seguiti e curati venivano vessati e abusati. Tre sentenze in momenti diversi hanno dimostrato che il Forteto non era una comunità e nemmeno una struttura protetta, non lo era per la verità nemmeno formalmente.
Era ufficialmente una cooperativa che ospitava famiglie che si rendevano disponibili per l’affidamento di bambini, anche se poi spesso non si trattava di veri nuclei, bensì di quelle che venivano chiamate «famiglie funzionali», ovvero «nuove famiglie» che nella mente malata dei fondatori della comunità avrebbero dovuto sostituire la famiglia naturale. Soprattutto, però, il Forteto era una setta in cui si commettevano abusi con regolarità. Di più: vessazioni e atti di libidine erano la norma. Proprio come Epstein, il fondatore della cooperativa Rodolfo Fiesoli aveva una fittissima rete di contatti nel sistema di potere locale e nazionale. Conosceva e invitava politici (soprattutto progressisti), ospitava giornalisti e magistrati, era perfettamente inserito negli ambienti che contano, e questi ultimi ricambiavano l’attenzione trattandolo come un guru, un esempio da seguire. Proprio come Epstein, Fiesoli nascondeva la propria faccia oscura alla luce del sole: aveva fondato il Forteto nel 1977 e nel 1985 gli era arrivata una prima e pesante condanna per gli abusi sui minorenni. Eppure fino almeno al 2010 ha continuato ad agire indisturbato, ha goduto dei favori di intellettuali e amministratori, e ha continuato a maltrattare e molestare minorenni, esattamente come faceva - dopo una prima condanna - il faccendiere americano. Se ne deduce che a ogni latitudine il potere nascosto agisce sempre allo stesso modo: ha gli stessi vizi, commette gli stessi feroci peccati, gode delle medesime reti di protezione e si sente al riparo dal giudizio di Dio e degli uomini. Su queste similitudini si dovrebbe riflettere a lungo, e un supplemento di riflessione merita di essere fatto sul caso italiano, su cui è stata fatta giustizia soltanto a metà. Come abbiamo raccontato ieri, alcune vittime di Fiesoli hanno ricevuto o devono ricevere cospicui risarcimenti. A differenza di Epstein, il fondatore del Forteto non è morto in carcere in circostanze molto sospette, ma ha concluso la sua esistenza fuori dalla galera, tanto che chi scrive pubblicò - poco prima che morisse - foto che lo ritraevano in un bar intento ad avvicinare dei ragazzini. Se però Fiesoli è stato per lo meno condannato, nessuna punizione è arrivata per la totalità dei potenti che lo hanno favorito, a partire dai magistrati. Vengono i brividi quando si approfondiscono i rapporti che egli intratteneva con giudici e procuratori del Tribunale dei minori di Firenze. Gian Paolo Meucci, uno dei padri fondatori del diritto minorile italiano, monumento del tribunale fiorentino, se ne andava serenamente in giro a dire che la condanna a due anni che Fiesoli si prese nel 1985 era stata una sentenza politica. E i suoi colleghi sottoscrivevano le sue affermazioni. Già questo è curioso: quando serve, si può dire che le sentenze politiche esistono. Fiesoli era appena stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta quando Meucci affidò al Forteto un bambino down a esclusivo scopo dimostrativo: voleva rendere chiaro a tutti che per lui Fiesoli era puro come un giglio. Errore clamoroso se mai ve ne fu uno.
Meucci passò a miglior vita nel 1985, ma negli anni successivi altri suoi colleghi mantennero comportamenti che hanno dell’incredibile. Prendiamo Andrea Sodi, ex figura di spicco del Tribunale per i minorenni di Firenze. Egli frequentava regolarmente Fiesoli, lo fece fino alla fine, pure quando Fiesoli si trovava (finalmente) ai domiciliari con una condanna a 15 anni per gli abusi. Sodi trascorse giorni di vacanza con Fiesoli, faceva la spesa al Forteto, vi andava a cena. A un certo punto emerse addirittura che il figlio di Sodi, tecnico informatico, aveva lavorato per Fiesoli nella cooperativa assieme al figlio di un altro magistrato, Fabio Massimo Drago. Ma i giudici che passavano per la struttura toscana erano parecchi, e mentre loro compravano il formaggio e cenavano in allegria, chiudevano gli occhi sui bambini abusati. È davvero possibile che nessuno di loro abbia mai pagato?
Sappiamo che il Consiglio superiore della magistratura si è più volte occupato di questi giudici, l’ultima volta nel 2019. L’organo di disciplina dei magistrati ha in effetti usato toni piuttosto duri nei riguardi di quanti hanno avuto legami con Fiesoli, e ha certificato l’esistenza di un sistema terrificante. «Certamente le decisioni di affido che si susseguirono e che sembra furono fortemente influenzate dalla fiducia che i dirigenti dell’ufficio riponevano nella struttura e nei suoi responsabili danno adito a molte perplessità», si legge nella delibera del Csm del 2019. Il consiglio dice chiaramente che i giudici avrebbero dovuto farsi venire dei sospetti sul Forteto, e condividerli fra loro, anche perché c’erano state condanne contro Fiesoli nel 1985 e poi nel 2000 da parte della Corte Ue. «Le decisioni assunte dall’autorità giudiziaria in sede penale, prima, e in sede sovranazionale in ambito di tutela dei diritti umani avrebbero ragionevolmente dovuto indurre i dirigenti dell’Ufficio a condividere con gli altri giudici le informazioni in loro possesso, ad assumere con grande prudenza le decisioni di utilizzare ancora la struttura come luogo sicuro ove collocare dei minori e, comunque, a monitorarle attentamente pur attraverso i servizi sociali affidatari anche perché era noto che in alcuni casi gli affidamenti disposti per il tramite dei servizi si traducevano in collocamenti presso le cosiddette famiglie funzionali, ossia famiglie create appositamente, senza che tra i due coniugi vi fosse un reale legame affettivo», si legge ancora nella delibera. «Del resto anche l’attività di vigilanza che sulla struttura del Forteto doveva essere esercitata da parte della Procura minorile di Firenze fu del tutto carente o esercitata in modo del tutto improprio (si pensi a quanto emerge dalla sentenza di primo grado in ordine al rapporto sistematico che il dott. Andrea Sodi, sostituto procuratore minorile, intratteneva con la struttura in virtù di un legame di amicizia con i responsabili della stessa, ove faceva la spesa e spesso si tratteneva a cena). Tanto meno vennero attivate, anche dalle altre Istituzioni competenti che si susseguirono nel tempo, iniziative ispettive o disciplinari».
Il Csm fa notare poi che i giudici fiorentini come Francesco Scarcella, Piero Tony. Gianfranco Casciano e Andrea Sodi erano «dirigenti piuttosto autorevoli e comunque accentratori, che, sia pure in diversi momenti o con diversi modi, avevano tutti maturato una convinzione positiva (o un pregiudizio positivo) sull’operato del Forteto e del Fiesoli; convenzione che di fatto aveva finito per condizionare gli altri giudici». Insomma, il quadro tracciato dall’organo di disciplina dei magistrati è devastante. Ebbene, sapete come si sono concluse le pratiche aperte presso il Csm? Facile: con l’archiviazione. E così è finita la storia del rapporto fra il Forteto e i magistrati: questi ultimi hanno commesso gravi errori, hanno contribuito a dare mano libera all’abusatore di bambini, ma non hanno avuto alcuna sanzione. Così funziona la giustizia da queste parti.
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