Nicolò Zanon (Ansa)
Il costituzionalista a capo del Comitato per il Sì ricorda la sua esperienza nell’organo di autogestione dei giudici, in balìa delle correnti: «Lottizzati pure i segretari e i tavoli della buvette: quello più grande e bello era per Magistratura democratica».
Nicolò Zanon, costituzionalista, ex vicepresidente della Consulta e presidente del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia: il capo dello Stato invita ad abbassare i toni, a un mese dal voto. Qualcuno ha esagerato?
«Il richiamo del presidente Mattarella va condiviso, perché se ne sono sentite di tutti i colori. I sostenitori del No hanno messo in campo, fin da subito, argomentazioni paradossali pesantissime. Ho letto addirittura che esisterebbe un “filo nero” che collega la strage di Bologna, la loggia P2 e la separazione delle carriere. Incredibile».
Sono le parole di Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione delle vittime del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, nonché responsabile del comitato locale per il No.
«Nel frattempo, il vicesegretario dell’Anm Rocco Maruotti dice che con la vittoria del sì la polizia potrà uccidere innocenti, come a Minneapolis. Un’affermazione ancora più sconcertante, visto che arriva da un magistrato. Riconosco con amarezza che i nostri avversari fuggono dal “testo” della riforma e si rifugiano nel “contesto”. Un escamotage che permette loro di fare leva sulla paura. E quando ti basi sulla paura, puoi dire qualsiasi cosa e tirare in ballo chiunque, persino Trump, Putin e Orbán. Sarebbe più corretto e maturo restare concentrati sui contenuti della riforma, che andrebbe spiegata ai cittadini con raziocinio e lucidità. E poi ognuno, in cuor suo, deciderà liberamente».
Il giurista ed ex parlamentare riformista Augusto Barbera ha parlato di «post verità» applicata al referendum. In pratica, far leva sulle emozioni anziché sulla ragione.
«Chi sostiene il No, non trovando validi argomenti nel merito, sta utilizzando a piene mani il linguaggio del populismo, che ha sempre rimproverato a certi ambienti della destra. Effettivamente, è uno strano paradosso».
Non ha l’impressione che ad urlare più forte contro questa riforma non sia tanto l’opposizione politica, quanto la magistratura?
«Sì, e questo mi mette a disagio. Questi magistrati dicono di voler difendere la Costituzione, ma in realtà stanno difendendo il potere dell’Anm. Il fatto che l’Associazione nazionale magistrati si sia costituita come soggetto politico, attraverso la formazione di un comitato, spalanca un tema molto serio, perché questa campagna lascerà delle macerie».
Quali macerie?
«Il giorno dopo il referendum tutti continueremo ad essere cittadini della stessa Repubblica, chiunque vinca. Ma con quali occhi guarderemo alla magistratura dopo una campagna feroce come questa?».
Intende dire che l’immagine della magistratura è stata compromessa dai toni utilizzati in questi giorni?
«L’Anm sta utilizzando “armi nucleari” in questa campagna referendaria, ma così facendo rende la magistratura radioattiva agli occhi degli italiani. Di questo non si preoccupano, non considerano gli effetti che questa sovraesposizione di tipo politico avrà sulla fiducia dei cittadini e sull’immagine dei magistrati. Purtroppo gli eccessi di questi giorni nuoceranno all’ordine giudiziario, a prescindere l’esito del voto».
Diverse personalità della sinistra voteranno Sì. Ma tra i magistrati non si registrano molti scavallamenti di campo. Come se lo spiega?
«In realtà nel nostro comitato ci sono molti magistrati, sia in servizio che a riposo, che hanno deciso di non nascondersi. Credo che molte toghe, in silenzio, voteranno Sì, e saranno più di quante immaginiamo, per mettere fine al potere delle correnti sulla vita professionale dei magistrati».
Da ex membro del Csm, ha toccato con mano questo potere correntizio?
«Ricordo alcune prassi divertenti: c’era una buvette all’ultimo piano del Palazzo dei Marescialli, sede del Consiglio superiore. In pausa pranzo i togati ci andavano per consumare il pranzo, su tre tavoli diversi. Il tavolo più grande e più bello, con vista sulla piazza, era “riservato” ai membri di Magistratura democratica e di Area. Il tavolo un po’ più centrale era per la corrente centrista di Unicost. Il tavolo un po’ più piccolo e appartato era per la corrente conservatrice. Insomma, anche la buvette era lottizzata».
E a parte la pausa pranzo?
«Persino i magistrati segretari, cioè quelli che assistevano il lavoro dei consiglieri nelle commissioni, erano a loro volta lottizzati, scelti dalle correnti attraverso un metodo di spartizione. Controllavano il lavoro di tutti, e addirittura partecipavano alle riunioni di corrente. Dovevano essere funzionari istituzionali, e invece erano uomini di parte. Per fare un paragone: è come se i funzionari della Camera dei deputati, assunti per concorso, fossero scelti dai partiti».
Oggi il Csm funziona ancora così?
«Un po’ meno, ma il potere delle correnti resta fortissimo. Senza contare la contiguità tra giudici e pm. Una contiguità che non si esaurisce nel Csm, ma inizia nei consigli giudiziari locali, una sorta di “piccoli Csm” sul territorio. Spesso il giudice che ha bisogno di un provvedimento si confronta con il pm presente nel consiglio giudiziario, che poi è la stessa persona che incontrerà nell’aula di tribunale. Sono proprio queste “connessioni” che tolgono indipendenza a tutti gli attori del processo».
È vero che, con il sorteggio, i nuovi Csm non saranno più rappresentativi?
«Un magistrato indipendente, nel Csm, deve dare a ciascuno ciò che merita. Un magistrato “rappresentativo”, invece, sarà naturalmente portato a favorire i colleghi che lo hanno votato. Con il risultato che per i nemici le regole si applicano, e per gli amici si interpretano».
Resta il fatto che il sorteggio sembra uno strumento grossolano per risolvere il problema.
«Il sorteggio è un antibiotico, una medicina eccezionale che deve rimediare a una situazione eccezionale. I Costituenti non immaginavano che l’elezione dei membri del Csm avrebbe favorito la nascita di un meccanismo correntizio che avrebbe esacerbato le ideologie e trasformato ogni questione in una battaglia campale».
Il sorteggio per i membri togati è «puro», quello per i membri scelti dal Parlamento si basa su una lista di partenza. Non c’è il rischio che i membri scelti dalla politica si muovano più compatti rispetto agli altri?
«Anche questa argomentazione non regge. Il Parlamento deve formare una lista nella quale i membri laici vengono sorteggiati. L’imprevedibilità del sorteggio indurrà tutti i partiti a scegliere candidati autorevoli e indipendenti, per ridurre il rischio di ritrovarsi nel Csm personalità dichiaratamente ostili. Dunque, con questa riforma, il controllo della politica sul Csm diminuisce anziché aumentare».
Il pubblico ministero non finirà sotto il controllo del governo?
«Al contrario: questa riforma mette nero su bianco, a chiare lettere, che il pm è indipendente e possiede un suo organo di autogoverno. Una protezione vistosa che oggi nella Costituzione non c’è, e che viene introdotta dal nuovo testo costituzionale».
È una riforma di sinistra, nata con il codice del partigiano Giuseppe Vassalli?
«È singolare che molta parte della sinistra abbia dimenticato le origini culturali della separazione delle carriere. Alcune personalità riformiste, schierandosi con il Sì, stanno dando una lezione di cultura politica al Pd. Non dimentichiamo che fu Giacomo Matteotti il primo a scrivere che il pubblico ministero è solo una parte del processo».
Una riforma «antifascista», che ci allinea ad altri Paesi democratici: possiamo definirla così?
«Sì, perché fu il fascismo, con la proposta sull’ordinamento giudiziario del ministro Dino Grandi, a teorizzare l’unità delle carriere tra giudici e pm come suggello dell’unità totale del potere statale, in disprezzo a qualsiasi forma di separazione dei poteri».
Molti, nell’opposizione, voteranno No per lanciare un siluro politico contro l’attuale governo.
«Questo atteggiamento tradisce la Costituzione, perché trasforma il voto referendario in un’elezione politica, a prescindere dalla scadenza naturale del Parlamento che è fissata al 2027. L’istituto referendario è previsto dalla Carta per consentire ai cittadini di pronunciarsi sul merito specifico di una proposta: snaturare questo strumento significa voltare le spalle a quella Costituzione che si afferma di voler difendere».
Se passa il Sì, i magistrati saranno più responsabili per gli errori giudiziari?
«Attualmente nella sezione disciplinare del Csm ci sono magistrati eletti da altri magistrati. In pratica, gli elettori scelgono i loro giudici. Pensiamoci un attimo: quale comune cittadino, in Italia, ha il privilegio di scegliersi i propri giudici? E viceversa, quanto può essere corretto e imparziale il giudizio nei confronti di un collega magistrato che ti ha accordato il proprio voto? L’Alta Corte introdotta dalla riforma, è basata su altre logiche, e potrebbe dare un aspetto più serio alla giustizia disciplinare. Facendo in modo che chi sbaglia paghi davvero».
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Massimo D'Alema (Ansa)
Baffino va nello stabile occupato di Roma, che ci costa 21 milioni, a dar lezioni di pacifismo. Passando sopra le sue imbarazzanti trattative sulle armi, rivelate da questo giornale. E anche sulla riforma della giustizia rinnega la Bicamerale e le sue vecchie idee.
Da sempre Massimo D’Alema si considera il Migliore. È cresciuto nel culto di Palmiro Togliatti, perché, pioniere del Pci, ad appena 9 anni tenne un discorso davanti al segretario del partito che di lui avrebbe detto: «Questo non è un bambino ma un nano», sospettando che l’età non fosse quella dichiarata.
Da uno così, che prima ha brigato per diventare segretario del Pds e poi per fare il presidente del Consiglio, missioni entrambe compiute, non ci si può dunque che aspettare un complesso di superiorità che il nostro, dotato di una naturale antipatia, non fa nulla per dissimulare. Si sente il più bravo, il più intelligente e il più furbo. Appunto, il Migliore tra i compagni e non solo. Questo lo ha da tempo convinto di poter far fesso chiunque e di poter dire tutto e il suo contrario senza che nessuno se ne accorga. La penultima prova l’ha data giorni fa, con un’intervista al Corriere della Sera in cui ha annunciato il voto contrario alla riforma della giustizia. Immaginando che qualcuno ricordasse le sue proposte in materia di giudici e Csm di quando era presidente della commissione Bicamerale, ha messo le mani avanti prima ancora di sentire le obiezioni, dando ai suoi compagni rimasti coerenti con le idee di 30 anni fa dei voltagabbana. Insomma, non è lui ad aver cambiato opinione, ma loro, in un ribaltamento dei ruoli che non poteva non lasciare a bocca aperta i pochi che conoscono la storia. Ma D’Alema sa che a conoscerla davvero, a ricordare le prese di posizione del passato, sono pochi e dunque, sentendosi più furbo degli altri, perfino dei suoi compagni, non si è fatto scrupolo di dar loro dei traditori, a cui naturalmente con tono condiscendente ha poi detto di volere bene.
Ma, come dicevo, quella non era che la penultima prova del complesso di superiorità di cui soffre. L’ultima l’ha offerta sabato, al convegno nel centro abusivo che ai contribuenti italiani rischia di costare 21 milioni. Il palazzo romano occupato da anni dai centri sociali è quello che il Comune non ha mai sgombrato e a cui l’elemosiniere di papa Francesco riattaccò la corrente, a spese del contribuente, non del pontefice. Lo avesse fatto chiunque altro, di rubare l’energia elettrica con un collegamento abusivo, sarebbe finito in galera, ma trattandosi di un monsignore ed essendoci la compiacenza della sinistra e dell’allora sindaco Virginia Raggi, tutti hanno fatto finta di niente, così gli italiani pagano anche la bolletta degli inquilini morosi del suddetto edificio.
Tuttavia, questa è la storia del palazzo abusivo, dove guarda caso D’Alema e compagni (c’erano Roberto Speranza, l’indimenticato ministro della Salute ai tempi del Covid, e Pier Luigi Bersani, anche lui indimenticato segretario del Pd che si fece mettere i piedi in testa dai 5 stelle in diretta streaming) hanno tenuto il congresso della loro corrente. Ma poi viene la storia di quel che ha detto l’ex premier diventato negli anni mediatore d’affari. Alla platea di compagni, l’ex pioniere portato davanti a Togliatti si è messo a parlare di declino dell’Occidente, che «le destre vogliono recuperare invocando un assetto da guerra e i pieni poteri». A D’Alema sul tema degli armamenti ha dato manforte Bersani, il quale riscuotendo grandi applausi ha invitato a chiamare il 118, perché «se serve un sistema missilistico per difendere l’Unione europea, comprare dagli americani significa stare fuori come i balconi». Nel palazzo occupato abusivamente, il rosso antico va di moda e infatti da vecchi nostalgici, D’Alema e compagni rispolverano l’antiamericanismo e il pacifismo. Nessuno però ha il coraggio di ricordare a colui che si crede il Migliore quella telefonata con cui lui si proponeva mediatore per una partita di aerei e navi da guerra da vendere alla Colombia. Anzi, alle forze paramilitari del Paese latinoamericano. Fu uno scoop del nostro giornale, con cui demmo conto non solo dei traffici con uno studio legale americano per evitare noie, ma anche di una somma pari a 80 milioni che i partecipanti all’affare avrebbero dovuto spartirsi se fosse andato in porto. Come per la riforma della giustizia, il líder Maximo conta sulla memoria corta della sinistra. Ma soprattutto confida su un solido complesso di superiorità. Perché se lui, come crede, è il Migliore, gli altri sono fessi. E dunque può perfino far loro credere che nonostante abbia mandato i nostri aerei a bombardare Belgrado, aggirando il Parlamento, lui è per la pace nel mondo. Anche se andava a braccetto con i capi di Hezbollah, quei simpaticoni a cui piaceva tirare missili su Israele.
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2026-02-23
L’hockey Usa conquista l’oro dell’orgoglio Maga: beffato il Canada, rivale a 360 gradi
Ansa
A 46 anni dal «miracolo» contro i sovietici, gli Stati Uniti vincono in finale: 2-1, Hughes decisivo. La Casa Bianca posta un’aquila che affoga un’oca. Trump: «Che partita!»
Chissà se Donald Trump si sarà mangiato le mani quando ha visto la «sua» amata squadra di hockey maschile (dopo quella femminile) trionfare ai Giochi olimpici di Milano-Cortina. Infatti era atteso in Italia per l’evento, ma all’ultimo ha cambiato programma.
È stato il secondo «Miracle on ice» dopo quello del 22 febbraio 1980, quando il Team Usa, formato da studenti dei college, sconfisse a sorpresa lo squadrone sovietico. Esattamente 46 anni dopo (ieri, 22 febbraio 2026), la squadra a stelle e strisce è riuscita a ripetersi contro i favoriti canadesi. Ovviamente questa vittoria vale molto di più di un trionfo sportivo e per capirlo bastava guardare i giocatori che festeggiavano alla fine: quasi tutti avevano sulle spalle la bandiera del loro Paese e hanno cantato l’inno abbracciati.
Del resto diversi campioni della National hockey league (Nhl), il campionato dei fenomeni, erano già scesi in campo per difendere il loro canto nazionale e il governo quando, nel mondo dello sport, avevano iniziato a diffondersi le proteste per le scelte politiche di Trump e della sua amministrazione. Per esempio, i fratelli Brady e Matthew Tkachuk hanno manifestato il loro sostegno al presidente, con post favorevoli al suo «America First» e alla bandiera. Ma non sono i soli. Sebbene serpeggi un sentimento anti Trump in parte della delegazione, diversi giocatori della nazionale maschile, spesso di origine benestante, non nascondono le proprie simpatie per i repubblicani. Alla fine, però, a decidere il match ai supplementari (i tempi regolamentari si erano conclusi 1-1) è stato un gol del «liberal» Jack Hughes, stella della Nhl con i New Jersey Devils. Negli anni scorsi Hughes si è espresso con forza a favore dei diritti Lgbtq+, della Pride night dei Devils e contro il divieto della Nhl di utilizzare il nastro Pride sulle mazze. Ha spiegato più volte che l’hockey, a suo giudizio, deve essere uno «sport inclusivo» e che la sua famiglia sostiene fortemente l’inclusione. Ieri, però, dopo aver vinto l’oro olimpico, ha gridato: «Amo gli Usa... sono così orgoglioso di essere americano». Adesso attendiamo di vederlo alla Casa Bianca a stringere la mano a Trump, che certamente inviterà a Washington i suoi beniamini.
La sfida Canada-Stati Uniti, ospitata ieri alla Santa Giulia Arena di Milano, è il derby più sentito dell’hockey su ghiaccio. Maestri contro allievi. I maestri sono i canadesi. A inventare l’hockey su ghiaccio moderno sono stati loro nella seconda metà dell’Ottocento. E anche la Nhl, che riunisce 32 franchigie nel Nord America, è nata nel Paese della foglia d’acero (molti dei migliori giocatori Usa giocano in squadre canadesi, ma succede anche il contrario). Gli Stati Uniti, però, da tempo puntavano a spodestare i canadesi. E ieri ci sono riusciti in un match dai profondi connotati politici, un po’ come Argentina-Inghilterra nel 1986, con la Mano de Dios. Da una parte l’America Maga di Trump, dall’altra il Canada progressista e liberale di Justin Trudeau e dell’attuale premier, Mark Carney. Trump da tempo provoca il gigantesco vicino: lo ha più volte definito il cinquantunesimo Stato degli Usa e minaccia tutti i giorni dazi. L’ex premier canadese Trudeau aveva ribattuto: «Non potete prendere il nostro Paese e non potete prendere il nostro gioco». Detto, fatto.
Di certo l’hockey è lo sport meno inclusivo tra quelli amati in Nord America. Solo il 5% dei giocatori della Nhl è di colore e questo si deve al fatto che questo gioco è nato in Canada dove la comunità di colore è sempre stata ridotta. Insomma, l’hockey è un passatempo da Wasp (i bianchi anglosassoni e protestanti) e, in effetti, Trump ne va matto. In Italia sono sbarcati per le Olimpiadi ben 148 giocatori provenienti dalla Nhl e sono stati assicurati con 3,1 miliardi di euro. Era dal 2014 che i super professionisti della Lega nordamericana non partecipavano ai Giochi invernali. Il Canada ha vinto 16 medaglie in 24 partecipazioni: nove d’oro (le ultime nel 2002, 2010, 2014), quattro d’argento e tre di bronzo. Ma ha anche racimolato 28 medaglie del metallo più prezioso ai Mondiali. Gli Usa hanno partecipato a 25 Olimpiadi invernali (tutte) ma, sino a ieri, avevano portato a casa solo due ori, nel 1960 e nel 1980. Non è andata meglio ai Mondiali: solo tre vittorie in 76 partecipazioni. Ma, anche in questo caso, gli Stati Uniti sono i detentori del titolo iridato, conquistato nel 2025 (dopo un’attesa di 65 anni!) contro la Svizzera, un’altra squadra dalla divisa rossa.
Ma veniamo al match. In finale sono arrivate le due squadre favorite, anche se entrambe, pur avendo segnato più di tutte, hanno rischiato di non farcela e hanno battuto Svezia e Repubblica Ceca ai tempi supplementari. Sugli spalti l’onda rossa con le bandiere con la foglia ha colorato i palazzetti, ma anche i supporter Usa si sono fatti sentire. Ieri a livello di decibel le due tifoserie si sono equivalse e hanno lasciato lo stadio a braccetto. Un esempio per tutti. A stemperare la tensione ci hanno pensato le interruzioni a base di musica (c’era pure un tastierista tedesco), karaoke, giochi e persino la distribuzione di pasta italiana sugli spalti. Negli ultimi dieci anni, le nazionali di Canada e Stati Uniti si erano affrontate nove volte a livello di Olimpiadi e Campionato del Mondo. Lo score era leggermente a favore dei primi (5-4). Tuttavia, l’ultimo confronto olimpico aveva visto prevalere gli Usa.
Ieri il Canada di Connor McDavid e Nathan MacKinnon (giocatori da 12,5 milioni di dollari a stagione) ha dovuto, però, rinunciare al suo campione più carismatico, Sidney Crosby, azzoppato nei quarti. Il trentottenne al momento della consegna della medaglia è stato il più osannato dai suoi supporter. Che, invece, hanno fischiato sonoramente Brady Tkachuk. Alla fine il Canada ha tirato 42 volte contro le 28 degli Usa. L’eroe di giornata, oltre a Hughes, è stato il portiere a stelle e strisce Connor Hellebuyck, tra i migliori della sua generazione, noto per i suoi caschi serigrafati con la bandiera degli Usa e altri rimandi alle sue passioni (come la pesca). Ieri ha parato 41 volte, facendo veri e propri miracoli. Quando le telecamere lo hanno inquadrato mentre riceveva la medaglia d’oro, lo stadio è impazzito.
Gli Usa sono passati in vantaggio al sesto minuto, quando Matt Boldy ha superato la coppia difensiva di punta del Canada, Cale Makar e Devon Toews, e con un colpo di magia ha alzato il disco e ha superato il portiere canadese Jordan Binnington. Al minuto 38.16 proprio Toews e Makar (il finalizzatore) si sono rifatti e hanno confezionato l’azione del pareggio. A un certo punto gli Usa, a causa di due espulsioni temporanee, sono rimasti con tre giocatori di movimento contro cinque. Sono stati minuti durissimi, in cui la squadra statunitense ha rischiato di capitolare.
Anche il Canada ha dovuto difendersi in inferiorità numerica. Ma dopo essersi mangiata almeno due facilissime reti, ha dovuto inchinarsi ai nuovi padroni. La Casa Bianca ha pubblicato sul proprio profilo X l’immagine di un’aquila, simbolo degli Stati Uniti, che affoga un’oca canadese. Mentre su Truth Trump ha esultato: «Che partita!».
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Auro Bulbarelli (Ansa)
Dopo essere stato estromesso per colpa del Colle dalla telecronaca dell’inaugurazione, l’esperto giornalista torna al suo posto per la chiusura dei Giochi. La differenza si sente.
Il confronto era inevitabile e, questa volta, impietoso. Dopo una cerimonia di apertura condizionata da incertezze, gaffe e dopo le rimostranze del Quirinale per lo spoiler sul video del presidente Sergio Mattarella con Valentino Rossi sul tram, la chiusura delle Olimpiadi 2026 ha restituito al pubblico una telecronaca della Rai finalmente all’altezza dell’evento. Quello firmato da Auro Bulbarelli è stato un racconto impeccabile, senza una sbavatura, che ha messo in luce per contrasto tutti i limiti emersi nell’apertura affidata all’ormai ex direttore di Raisport Paolo Petrecca, dove errori di ogni tipo avevano finito per appannare il ritmo e la chiarezza del racconto.
Bulbarelli (che «si alza sui pedali» come hanno scritto su X per ricordare il suo passato di cronista del Giro) ha accompagnato la cerimonia con una grazia misurata, quasi invisibile, dimostrando che la competenza può essere elegante e mai invadente. Nessun nome sbagliato, né tra gli atleti né tra le autorità, nessuna esitazione nei passaggi più complessi, ma un filo narrativo continuo capace di valorizzare ogni dettaglio senza mai sovrapporsi allo spettacolo. Anzi, come anche sui social hanno fatto notare, è stato lui stesso a volte a dire «forse non tutti li riconosceranno» quando introduceva le squadre olimpiche, una stilettata garbata al suo predecessore che aveva sbagliato nomi e cognomi. Riferimenti storici, citazioni di imprese sportive lungo tutto il Novecento, spiegazioni persino sui vestiti d’eccezione del corpo dei carabinieri: una telecronaca impeccabile.
La promessa di annullare la distanza tra palcoscenico e spettatori è stata seguita passo dopo passo anche nel racconto televisivo: i protagonisti atlete e atleti, Rigoletto che in bicicletta raggiunge il Teatro Filarmonico e lì incontra la madrina Benedetta Porcaroli, accolta dall’orchestra e dal coro della Fondazione Arena sulle ultime battute della Traviata. Tutto descritto con precisione, senza anticipazioni forzate, senza spiegazioni superflue.
Il momento più intenso è arrivato con l’Inno d’Italia, introdotto dalla tromba di Paolo Fresu ed eseguito dal coro della Fondazione Arena: Bulbarelli ha scelto il registro della sobrietà, lasciando parlare l’emozione mentre la bandiera entrava portata da persone dei territori olimpici, volti e storie diverse unite dai valori dello sport.
Quando la Fiamma, la stessa che aveva acceso i bracieri di Milano e Cortina dopo dodicimila chilometri di viaggio, è entrata nell’Arena custodita nella goccia di vetro di Murano, il racconto ha saputo coglierne il valore storico senza enfasi retorica. E soprattutto, quando il braciere si è acceso, Bulbarelli ha pronunciato una frase destinata a restare: con la fiamma olimpica viva, anche l’Arena di Verona è diventata uno stadio olimpico. Una spiegazione limpida, concettualmente corretta, che ha segnato una distanza netta rispetto alla gaffe di apertura e ha chiarito, senza ambiguità, il senso simbolico del luogo: due settimane fa Petrecca aveva chiamato San Siro da subito stadio olimpico.
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