Danila Solinas (Getty images)
L’avvocato della famiglia nel bosco, prigioniera del Tribunale perché non potrebbe nemmeno tornare in Australia con i figli, lamenta la «violazione della privacy» dei bimbi: «La struttura esclude persino la nonna ottantenne ma apre le porte alla Rai».
Forse bisognerebbe smettere di chiamarla famiglia nel bosco. La verità è che i Trevallion sono da tempo la famiglia prigioniera. Rapita da uno Stato che la vessa e la svilisce, e che non sembra ascoltare nessuna delle voci che invitano alla ragione. Non i neuropsichiatri della Asl di Vasto che suggeriscono di ricongiungere genitori e figli, non gli appelli del Garante dell’infanzia che chiede la stessa cosa.
I Trevallion sono in balia delle istituzioni che in teoria dovrebbero avere cura di loro e pur essendo cittadini stranieri non possono nemmeno andarsene dall’Italia che toglie loro i figli. «Potrebbero farlo in teoria, ma senza i bambini e quindi sarebbe assolutamente impensabile per loro», sospira Danila Solinas, avvocato della famiglia. E spiega che anche le autorità dei Paesi di origine per ora restano a guardare. «I consolati si stanno interessando a questa vicenda ma hanno inteso agire nel rispetto della legge italiana, confidando nella giustizia italiana».
Ma quale è davvero oggi il quadro della situazione, avvocato?
«Io sono sbigottita, mi creda, turbata da quello a cui ho assistito in questi ultimi giorni. Innanzitutto quella che è stata presentata come la lettera di Catherine, depositata anche in tribunale».
Era un documento molto forte, lo abbiamo per questo pubblicato anche noi.
«Ma infatti i giornalisti fanno il loro lavoro. Il problema è un altro. Quel testo era una chat privata fra la madre e la tutrice. Un messaggio che era stato peraltro sollecitato dalla stessa tutrice il giorno in cui eravamo insieme dalla consulente. Catherine in totale buona fede scrive delle osservazioni volte a spiegare il suo turbamento, le sue perplessità, le sue criticità, e quindi lo fa, ripeto, in totale buona fede, salvo poi trovarsi quello scritto depositato in tribunale e diffuso sui giornali. A quello scritto nessuno ha risposto ma ce lo siamo ritrovati in prima pagina sul quotidiano Il Centro, senza che noi ne sapessimo nulla. Si chiede che questi genitori si fidino delle istituzioni, si sollecitano in tal senso, però poi si strumentalizza nel modo più bieco un atto di fiducia. Io sono assolutamente sconcertata. E aggiungo un’altra cosa ancora più grave».
Quale?
«Ho visto un servizio sulla Vita in diretta, il programma di Rai 1, nel quale addirittura si vedeva una ex responsabile della struttura di accoglienza aprire le porte al giornalista e alle telecamere, consentire di inquadrare la cameretta dei tre bambini, entrare nel merito di questa vicenda, nel tentativo di smentire la madre».
Si è detto infatti che le porte della struttura sono chiuse e questo crea grande difficoltà ai bambini.
«Nel servizio la signora fa vedere questa porta che dall’interno potrebbe aprirsi con il maniglione, appunto per smentire queste affermazioni. Omette però che la porta viene chiusa a chiave e quindi i bambini urlano e si disperano la notte, perché vorrebbero la madre, una madre che non sempre li sente, visto che sta due piani più su. Ricordiamoci che questa è la stessa struttura che ha vietato al padre il pranzo di Natale, perché asserisce che ci sono regole da rispettare, ma poi apre le porte alle telecamere».
Nel frattempo apprendiamo che i bambini devono essere sottoposti a esami del sangue. Perché?
«Si tratta di analisi che sarebbero state prescritte dalla pediatra, ma di cui non comprendiamo il senso. Ci è stato semplicemente comunicato che ci saranno, ma non è stato in alcun modo concertato, non ci si è in alcun modo interfacciati con la famiglia. Io davvero non mi capacito. E vogliamo aggiungere ancora una cosa?».
Prego.
«Questi bambini hanno una nonna che ha più di 80 anni e che vive dall’altra parte del mondo, che è venuta qui per cercare di rivederli perché altrimenti chissà se li avrebbe potuti mai rincontrare. A lei è negato l’accesso alla struttura, come alla zia e al cuginetto, se non in momenti assolutamente contingentati, due volte a settimana. Si è parlato tanto della cosiddetta socializzazione, e poi viene negato il contatto affettivo con i parenti? E intanto quella struttura poi apre le porte al giornalista della Vita in diretta. Mi dica lei se lo trova lecito, corretto. Io sono turbata, non riesco a usare un aggettivo diverso».
La sensazione è che ci sia stato un irrigidimento delle istituzioni da cui non si vuole in alcun modo retrocedere.
«Guardi, questa famiglia sta veramente subendo una gogna mediatica che è inaccettabile, ma soprattutto subisce l’atteggiamento di soggetti che dovrebbero essere interlocutori terzi e imparziali e che invece si dimostrano tutt'altro. Questo mi allarma e mi preoccupa fortemente perché usciamo dal perimetro delle regole. Questi genitori sono stati sollecitati, invitati anche in modo deciso al rispetto delle nostre regole. E poi coloro che dovrebbero fare osservare queste regole invece le trascurano… La violazione della privacy a cui abbiamo assistito con quel servizio televisivo è gravissima. Ed è gravissimo il modo in cui è stato trattato lo scritto di Catherine. Ci si lamenta che la signora non sia collaborativa, che non abbia fiducia, ma come potrebbe mai averla? Un messaggio privato, sollecitato, viene sbattuto nel corpo di una relazione per fare intendere che Catherine sia oppositiva. Tra l’altro il suo messaggio chiaro, trasparente, mai offensivo. E ci lamentiamo che la signora non collabora...».
Il punto è: voi che strumenti avete per uscire da questa situazione?
«Noi abbiamo stigmatizzato tutto, io ho appena depositato un ulteriore atto al Tribunale per i minorenni perché ritengo che la violazione a cui abbiamo assistito sia gravissima e ho preso posizione sulla relazione della tutrice. Perché ritengo che la violazione della privacy e la strumentalizzazione della posizione materna siano assolutamente da stigmatizzare. Credo però che vadano attenzionati soprattutto i bambini perché in questa vicenda nessuno ne parla».
Il fatto è che, per come funziona la giustizia minorile, o il tribunale decide di cambiare linea oppure c’è poco da fare.
«Ma io mi aspetto a questo punto che il tribunale prenda davvero posizione perché siamo andati oltre. Oltre il limite dell’accettabilità, il limite del lecito, il limite del consentito. E di nuovo: non mi riferisco ai giornalisti che fanno il loro lavoro, mi riferisco a chi usa gli spazi mediatici. Si è preteso il silenzio dei genitori e sono tre mesi e mezzo che mantengono il riserbo più assoluto, lo hanno mantenuto anche quando era davvero difficile, perché qui è uscito davvero di tutto. Però poi consentiamo a figure che tra l’altro vengono pagate dallo Stato, non ce lo dimentichiamo, la violazione della privacy e della vita dei minori».
Sembra che su Catherine ci sia particolare accanimento da parte di chi dovrebbe dialogare con lei.
«Questa madre viene assolutamente bistrattata, continua a essere oggetto di attenzioni e invece dovremmo capire che dietro ci sono tre bambini che oggi continuano a soffrire e di questo però nessuno pare che si preoccupi. Insistono sulla madre perché è più facile, perché è un bersaglio facile, è stata individuata come il soggetto su cui riversare ogni tipo di argomentazione negativa. Lei, in questo momento, rispettosamente, ha scelto la via del silenzio, ma questo non può consentire ad altri di esondare dal proprio ruolo».
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Continua l’inchiesta sul presunto ostruzionismo verso i rimpatri dei dottori di Ravenna. E gli indagati adesso salgono a otto.
Tra settembre 2024 e gennaio 2026, su 64 persone in attesa di espulsione ben 34 sarebbero state valutate non idonee al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), 10 avrebbero rifiutato la visita venendo quindi liberate, solo 20 sarebbero entrate nei centri. E diventano otto, sugli undici del reparto Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, i medici indagati per aver dato parere negativo circa l’idoneità di stranieri irregolari al trasferimento nelle strutture.
Per la Procura di Ravenna, che ipotizza il reato di falso ideologico continuato in concorso, i camici bianchi farebbero parte di una rete di attivisti che ostacola l’ingresso nei Cpr per motivi ideologici. D’altra parte, già a marzo 2024 la Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr e all’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, lanciavano un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr». Allegata all’esortazione pubblica, c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità.
In base a quali criteri i medici dell’ospedale di Ravenna (sei donne e due uomini) abbiano scartato l’ingresso nei centri per un numero alto di irregolari, è oggetto di indagine. Certo, non ci comprende come mai «un senegalese di 25 anni arrestato dopo avere molestato e palpeggiato sette lavoratrici tra stazione e biblioteca. E un ventiseienne del Gana diventato celebre alle cronache locali dopo avere distrutto la pensilina dei bus davanti alla stazione ferroviaria e avere commesso un furto in un supermercato del centro», figurassero tra i non idonei, come riporta il Resto del Carlino. «Irregolari ma non idonei insomma: tuttavia con motivazioni ritenute dagli inquirenti assenti o arbitrarie tanto che è ora emerso che entrambi i medici che avevano vergato quei documenti sono indagati».
Nei giorni scorsi in Emilia - Romagna ci sono stati flash mob di solidarietà, con rivendicazioni dell’autonomia di cura dei dottori (mai messa in discussione, se non in epoca Covid) e cartelli contro i Cpr definiti lager. Tiziano Carradori, direttore dell’Ausl Romagna, ha difeso la correttezza degli otto sanitari affermando che «si sono attenuti a una procedura esplicita pubblicizzata sul sito aziendale e adottata in seguito al protocollo sottoscritto fra Ausl e prefettura».
C’è un’inchiesta in corso, quindi lasciamo operare i pm ravennati Daniele Barberini e Angela Scorza. Non si capisce, però, tutta questa levata di scudi in difesa della deontologia medica. La sinistra sta cavalcando il caso per partito preso. «Dichiarazioni e manifestazioni iper enfatizzate a favore degli indagati hanno investito tanto il piano politico quanto quello istituzionale, suscitando non poche perplessità sull’obiettivo che si voleva raggiungere», ha commentato su Ravenna Today Luca Cacciatore, segretario locale della Lega.
L’effetto è stato quello «di una sorta di pressione indiretta per mettere in discussione una legittima inchiesta ancora in corso, attraverso una plateale difesa d’ufficio preventiva degli indagati», ha poi aggiunto. A livello medico, poi, c’è stata una reazione spropositata. Dopo il pessimo intervento di Filippo Anelli, presidente della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri, che si è sentito in dovere (in questo caso) di tuonare: «L’esercizio professionale del medico è fondato sui principi di libertà, indipendenza, autonomia e responsabilità […] Questi sono i nostri doveri, questa è la nostra professione: lasciateci liberi di metterli in pratica», altri camici bianchi si sentono toccati nel vivo.
«Una medicina subordinata all’ordine pubblico non protegge i cittadini. Una medicina intimidita non tutela i fragili. Una medicina delegittimata perde la propria funzione etica», scrive Antonio Ragusa, primario di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Sassuolo e presidente del Comitato etico Aogoi, in una lettera a Quotidiano sanità. Il professore si dichiara preoccupato: «È pericoloso delegittimare pubblicamente un’intera categoria prima che i fatti siano accertati».
Ma nessuno lo sta facendo, si chiede chiarezza sul comportamento tenuto da alcuni medici in tema di certificazioni di idoneità. Come mai era legittimo farlo per chi esonerava dalla vaccinazione Covid, mentre adesso sarebbe oltraggioso «dell’autonomia medica e del diritto alla salute»? Se la magistratura sta indagando, elementi dovrà avere. E non è possibile continuare ad accettare che irregolari non siano nei centri, non vengano espulsi ma diversi di loro continuino a delinquere, a commettere aggressioni nei confronti della cittadinanza.
«La detenzione amministrativa nei Cpr non è una modalità che tuteli la salute di chi vi viene rinchiuso», sostiene il direttore dell’Ausl Romagna. Ieri l’assemblea dei 106 presidenti degli Ordini territoriali Fnomceo, riunita a Roma, ha chiesto la revisione della procedura relativa al trasferimento nei centri, che «deve riguardare esclusivamente lo stato di salute dell’individuo e non costituire atto autorizzativo». Una mossa che sarebbe dettata dalla preoccupazione: «La tutela dei soggetti fragili è obbligo deontologico e costituzionale».
Se la questione va affrontata diversamente, giusto farlo, ma non si aggira il problema dichiarando il falso e certificandolo, come ipotizza la Procura a carico degli otto medici.
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Ansa
Le prime testimonianze choc dei giovani sopravvissuti rese alla Procura di Roma: «Gli estintori non sono stati azionati, materiale ignifugo assente. Ci chiedevano 270 euro per una bottiglia, ai minori vendevano alcolici».
Confermano tutto i nostri ragazzi scampati all’incendio de Le Constellation. Dai letti di ospedale dove ancora lottano contro la sofferenza del corpo e dell’anima, sono stati ascoltati dagli investigatori incaricati dalla Procura di Roma per l’inchiesta italiana e hanno raccontato, tutti, la stessa agghiacciante verità: le uscite di sicurezza del locale erano sbarrate, nessuno nel momento del bisogno li ha indirizzati verso l’uscita, gli estintori non sono mai stati azionati. E Jessica Maric, proprietaria del locale insieme al marito Jacques Moretti, la prima che aveva il dovere di intervenire per salvare quelle giovani vite, mentre le fiamme divoravano i pannelli di spugna sul soffitto, è scappata e ha lasciato il locale, perfettamente illesa.
«Le testimonianze sono sovrapponibili nella ricostruzione dei fatti», riporta l’informativa ufficiale. E questo significa che si tratta della verità, la stessa emersa fin dalle prime ore dopo la tragedia e già confermata nell’interrogatorio di uno dei due buttafuori del locale, due giorni fa. Jankovic Predrag, 28 anni, in servizio il 31 dicembre, rimasto ustionato nell’incendio aveva già riferito come fosse stata proprio Jessica a indicare a Cyane Panine (l’ormai nota cameriera con il casco che involontariamente ha dato orine al rogo ed è poi deceduta nell’incendio) e a Jean-Marc Gabrielli (fidanzato della giovane nonché «figlioccio» di Moretti) di tenere aperto un unico ingresso, quello a cui si accedeva attraverso la scala principale, chiudendo tutte le altre porte affinché i ragazzi non potessero entrare gratis o, magari, uscire senza pagare.
E anche altre, gravissime, conferme arrivano dai racconti dei superstiti: Le Constellation, a Crans-Montana, dove nella notte di capodanno sono morti 41 giovanissimi e altri 115 sono rimasti gravemente feriti, era noto tra i ragazzi che frequentavano la stazione sciistica proprio perché in quel seminterrato utilizzato come una discoteca si vendeva alcol ai minorenni. Prezzi altissimi, fino a 270 euro per una bottiglia, ma tanto bastava per lasciar correre i limiti di età. Anche la capienza non era questione che preoccupasse più di tanto i coniugi Moretti: sempre secondo le ricostruzioni, anche quando Le Constellation era al limite si poteva riuscire a entrare se si era disposti ad acquistare una o più delle costosissime bottiglie di champagne. Le stesse che, quella maledetta notte, adornate con le candeline scintillanti e issate verso l’alto da cameriere mascherate salite sulle spalle dei colleghi, hanno dato origine alla strage.
La Procura di Roma, che prosegue nell’inchiesta parallela a quella Vallesana per disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime con violazione della normativa antinfortunistica, non ha ancora nomi nel registro degli indagati, Dalla Svizzera, infatti, gli incartamenti necessari a procedere, nonostante le richieste, non sono mai arrivati. La visita del procuratore Francesco Lo Voi a Berna, nei giorni scorsi, e il suo cortese incontro con Beatrice Pilloud non hanno ottenuto i risultati sperati. Alla rogatoria avviata dall’Italia, che chiedeva la condivisione degli atti e la creazione di un’unica squadra di investigazione, la Procura vallesana ha risposto che continuerà a dirigere il procedimento in Svizzera e deciderà se, e in quali fasi, coinvolgere la controparte italiana.
Una posizione che potrebbe ritardare il rientro in sede dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, subordinato dal premier Giorgia Meloni alla creazione di una squadra investigativa congiunta.
E mentre i media elvetici lamentano il fatto che in Italia «sembra confermarsi lo stereotipo negativo della Svizzera, come nazione senza cuore, ostinata e convinta della propria superiorità», due giorni fa anche per Jessica è arrivata, da una mano misteriosa, la cauzione da 200.000 franchi che la rende di fatto una donna «libera». Jessica Moretti, infatti, non era finita in carcere come il marito soltanto in quanto madre di un bambino di 18 mesi. Il Tribunale per le misure coercitive, tuttavia, aveva ugualmente quantificato la cauzione necessaria a cancellare per lei il provvedimento di carcerazione (sia pure mai eseguito) e così, dopo il generoso versamento da 200.000 franchi a favore di Jacques da parte di un anonimo - secondo un’inchiesta dell’emittente Rts, si tratterebbe di una figura nota nell’ambiente della prostituzione di nome Gilles, ora è arrivata la seconda tranche, sempre coperta dall’anonimato e probabilmente proveniente dalla stessa tasca.
Tanto per rimanere in tema di «stereotipi negativi», nei giorni scorsi ad essere interrogato era stato David Vocat, capo dei vigili del fuoco di Crans-Montana, in quanto presente durante uno dei controlli a Le Constellation. Anche lui che, nonostante il ruolo ricoperto, non aveva mai segnalato la presenza di materiale infiammabile appiccicato sul soffitto del seminterrato, come gli altri ha tentato la strada della discolpa: «So che voi italiani siete furiosi con chi ha effettuato i controlli», ha dichiarato ai media presenti fuori dalle aule dedicate alle audizioni «ma è sbagliato dire che noi pompieri abbiamo commesso un errore. Quando sono venuto a ispezionare questo edificio, lo facevo dal punto di vista della sicurezza antincendio. Non ho la responsabilità di ispezionare i materiali. Non è affatto il mio lavoro. Se fosse stato il mio lavoro, l’avrei ispezionato».
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Konrad Krajewski (Ansa)
Contribuenti beffati: il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire il danno per il mancato sgombero dello Spin Time, il palazzo in mano all’estrema sinistra a cui don Bolletta riattivò il contatore.
Mentre sindacati, associazioni, comunisti col Rolex e personaggi del mondo dello spettacolo moltiplicano gli appelli per chiedere di non sgomberare Spin Time, la maxi occupazione abitativa all’Esquilino sostenuta anche da don Bolletta, l’elemosiniere di papa Francesco, cardinale Konrad Krajewski, che nel 2019 riattaccò personalmente i contatori che erano stati sigillati dal fornitore (lasciando il suo biglietto da visita per firmare il gesto), i giudici della Seconda sezione civile del tribunale di Roma condannano il ministero dell’Interno al pagamento di oltre 21 milioni di euro per «l’illegittima occupazione del fabbricato a far data dal 12 ottobre 2013» e per «la mancata esecuzione di un provvedimento giudiziario di sequestro preventivo e di quelli amministrativi di sgombero». È il cortocircuito perfetto tra piazza e giustizia.
Una tenaglia tagliente che stringe fino a produrre ferite milionarie. La Investire Sgr Spa, società che gestisce il Fip (Fondo immobili pubblici) e che è proprietario dell’edificio occupato, un colosso di cemento di dieci piani e 21.000 metri quadrati, ex sede dell’Inpdap, ha dimostrato in Tribunale di averle tentate tutte: «Denunce e querele alla Procura, l’invio di numerose diffide ed esposti alle amministrazioni competenti, l’attivazione di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo per ottenere l’inclusione dell’immobile nel Piano di sgombero predisposto dalla prefettura». E tutte le iniziative, riassumono i giudici, sono andate a segno: «Il tribunale aveva emesso, il 31 marzo 2020, il sequestro preventivo» e dopo le diffide e un ricorso al Tar il prefetto aveva inserito lo sgombero dell’immobile al nono posto degli interventi prioritari, «in ragione del rischio per l’incolumità e la salute pubblica, delle criticità strutturali e igienico-sanitarie e delle implicazioni per l’ordine pubblico». Altro che «esempio» di inclusione, come è stato presentato di recente da una cordata guidata dal regista Leonardo Di Costanzo (che ha raccolto 800 adesioni del calibro di Marco Bellocchio, Barbara Bobulova, Francesca Comencini, Niccolò Fabi, Pierfrancesco Favino, Matteo Garrone, Alessandro Gassman, Elio Germano, Sabina Guzzanti, Nanni Moretti e Vittoria Puccini), in cui convivono 25 nazionalità e dove la dispersione scolastica è pari a zero. Ma la propaganda non è entrata nel procedimento giudiziario. C’è entrato invece un passaggio decisivo: su richiesta del pubblico ministero, il 31 marzo 2020 viene disposto dal gip il sequestro preventivo dell’immobile. Un provvedimento che è rimasto sulla carta.
La sentenza lo precisa in modo netto: «Non risulta mai eseguito l’ordine del giudice». Ed è a quel punto che si è aperto il fronte della responsabilità. Secondo il tribunale, «non rientra nel potere discrezionale della pubblica amministrazione stabilire se dare o meno attuazione a un provvedimento dell’autorità giudiziaria». L’inosservanza di quel dovere «integra una condotta colposa generatrice di responsabilità».
Presidenza del Consiglio e ministero dell’Interno hanno eccepito un difetto di giurisdizione del giudice ordinario. Che è stato respinto. Perché, spiegano i giudici, «viene in rilievo un diritto soggettivo nei cui confronti la pubblica amministrazione deve esercitare un’attività vincolata». Non c’è discrezionalità politica. C’è un obbligo giuridico. E spetta al tribunale civile occuparsene. La presidenza del Consiglio, però, viene estromessa: «La domanda (di risarcimento, ndr) nei confronti della presidenza del Consiglio deve essere dichiarata inammissibile». Ma sul ministero dell’Interno il giudizio è diverso. Il tribunale gli accolla «l’inadempimento all’obbligo legale di intervento ai fini del rilascio dell’immobile». Non solo. Viene riconosciuta anche una violazione delle «regole di correttezza e buona fede».
Sul piano del risarcimento la sentenza richiama un principio consolidato: nel caso di occupazione illegittima, «la perdita del godimento» del bene integra un danno emergente risarcibile, da compensare con il «valore locativo di mercato del bene quale equivalente economico». Il danno, insomma, è la perdita concreta dell’utilità economica dell’immobile. La bolletta, e questa volta don Krajewski non arriverà in soccorso, ammonta a 21.182.118 euro per il danno, 206.932 euro per ogni mese dal dicembre 2025 fino alla liberazione dell’immobile (siamo già a 2.897.048 euro) e 150.00 euro per il mancato guadagno relativo alle sei annualità successive al 2025. Non mancano le rivalutazioni varie e le spese legali: 108.394 euro. E mentre i giudici escludono attenuanti «rappresentate dall’impossibilità di eseguire quanto disposto dall’autorità giudiziaria a fronte della mancata indicazione di soluzioni alloggiative alternative da parte degli enti locali», l’amministrazione Gualtieri, che aveva avanzato l’idea di acquistare l’immobile dal fondo di Investire Sgr per riqualificarlo, sembra sparita. Gli esponenti della Chiesa, invece, continuano a frequentare il casermone, dove per le iniziative del Giubileo sono già passati monsignor Baldassarre Reina, vicario generale della Diocesi romana, e don Mattia Ferrari, il cappellano della Ong Mediterranea saving humans dell’ex tuta bianca Luca Casarini. La sentenza contiene anche un ultimo passaggio: «È vero che l’occupazione illecita, e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi», ma il «danno conseguente deve essere imputato al ministero dell’lnterno». L’unico a pagare. Anche questa volta.
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