Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro (Ansa)
Lasciano il sottosegretario, per il suo business con la famiglia di un carcerato, e il capo di gabinetto, specializzato in gaffe. Il premier chiede la stessa sensibilità a Santanchè.
Un terremoto annunciato quello scoppiato ieri a via Arenula. Un colloquio con il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e poi le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove e del capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi. Dimissioni attese, annunciate e alla fine consegnate all’indomani dell’esito del referendum.
La decisione del sottosegretario arriva per via del suo coinvolgimento nella 5 Forchette srl, società che gestiva il ristorante Bisteccheria d’Italia a Roma. La società era posseduta anche da Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato per aver favorito le attività della camorra a Roma. L’uomo infatti risulta legato al clan Senese. «Ho consegnato le mie irrevocabili dimissioni da sottosegretario alla giustizia. Ho sempre combattuto la criminalità, anche con risultati concreti e importanti e pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il presidente del Consiglio», le parole di Delmastro.
La capo di gabinetto Bartolozzi si dimette invece per ragioni politiche. Nel mirino le sue frasi pronunciate contro le toghe in piena campagna referendaria, giudicate quanto meno inopportune per un alto funzionario del ministero della Giustizia, che aveva definito certe toghe paragonabili a «plotoni di esecuzione». In precedenza l’ex deputata era stata indagata dalla Procura di Roma con l’accusa di aver fornito false informazioni ai pubblici ministeri sulla liberazione del cittadino libico Almasri, indagini concluse però in un nulla di fatto, con l’avviso di conclusione delle indagini notificato a fine febbraio.
Queste dimissioni precedono il question time del ministro Nordio, previsto per oggi. Intervento che alle opposizioni non basta perché dopo gli ultimi avvenimenti hanno deciso di chiedere chiarimenti anche al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La prima a pretendere l’intervento in Aula del premier è stata Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. Francesco Boccia, capo dei senatori dem, si domanda: «Fino a ieri Delmastro e Bartolozzi, nonostante le richieste delle opposizioni, sono rimasti al loro posto con il ministro Nordio a difendere il loro operato. Ora, nel giro di mezz'ora, assistiamo a due dimissioni. Cosa è cambiato? L’esito del referendum ha spaventato il governo? Ci sono fatti che non conosciamo? È intervenuto il presidente del Consiglio? Il ministro della Giustizia ha cambiato idea?».
Un treno di dimissioni gradito da Meloni , che «esprime apprezzamento per la scelta del sottosegretario alla giustizia e del capo di gabinetto di rimettere gli incarichi finora ricoperti e li ringrazia per il lavoro svolto con dedizione». Tuttavia: «Auspica che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal ministro del Turismo, Daniela Santanchè». Chiedono nuovamente le sue dimissioni a gran voce anche i 5 stelle. «L’elenco degli orrori non è finito. L’impatto di questo travolgente voto popolare riuscirà a far dimettere anche il ministro Santanchè?», si domanda sui social Giuseppe Conte. Mentre il Pd annuncia una mozione di sfiducia.
Ed in serata la leader dem, Elly Schlein, a cercare di prendersi la scena: «Dimissioni tardive, il caso Delmastro è gravissimo e continueremo a seguirlo. Se la maggioranza non avesse perso avrebbe fatto queste scelte? La Meloni pensi agli interessi dell’Italia, non può più permettersi ministri leggeri».
Santanchè è indagata dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta in relazione al fallimento di Bioera Spa. Un filone che si somma alle precedenti inchieste per bancarotta riguardanti Ki Group e per falso in bilancio e truffa aggravata inerenti alla gestione di Visibilia Editore.
La responsabilità politica per l’esito del voto, tuttavia, resta del ministro Nordio, che ieri con grande dignità nello studio di Start, su Sky Tg24, ha riconosciuto la paternità della sconfitta al referendum sulla riforma che, come ha ricordato lui stesso: «In gran parte porta il mio nome». Non ha parlato di sue dimissioni respingendole nel pomeriggio, ma circa l’ipotesi di un prosieguo del suo mandato in un eventuale futuro governo Meloni ha chiarito: «Credo che potrò ritornare ai miei diletti studi e ai miei hobby. Non tanto per il fatto che le sconfitte politiche si pagano, è inutile far finta di nulla, ma anche per ragioni non solo di età ma anche di completamento di un certo percorso di riforme che cercheremo di terminare entro quest’anno». E poi ha ribadito: «Sono stato chiamato a questo altissimo incarico, per il quale ringrazio e ringrazierò sempre il premier, per fare una serie di riforme, la più importante delle quali purtroppo non è andata bene, probabilmente anche per colpa mia».
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Ansa
L’Istituto Cattaneo smorza l’entusiasmo: «Quei voti sono una maggioranza risicata».
Come dopo ogni terremoto è il momento della conta dei danni e della ricerca delle responsabilità. Dopo la scossa tellurica del referendum sulla giustizia, i principali indiziati della vittoria del No sono i giovani dai 18 ai 28 anni. Quella generazione Z che, pur odiando tutto e tutti, della politica conosce poco o nulla. Oltre che i delusi del centrodestra, soprattutto dalle parti di Forza Italia e Lega.
La partecipazione al voto è stata importante: il 58,9% di affluenza indica che c’è stata un’attenzione particolare da parte degli italiani, anche se sicuramente in pochi hanno capito davvero i contenuti della riforma; chi ha votato No era più interessato alle conseguenze politiche che ne sarebbero derivate. Ovvero a fare uno sgambetto al governo. Colpa anche della campagna referendaria che, a detta di molti, la destra ha cannato completamente. È stata una campagna caratterizzata da offese e dichiarazioni fuori misura da parte di entrambi gli schieramenti. Ciò ha prodotto una maggiore mobilitazione degli elettori di sinistra in favore del No. Non pochi elettori dei partiti dell’opposizione, inizialmente, si dicevano orientati a votare per il Sì, poi l’inasprimento della campagna ha fatto loro cambiare idea mobilitando anche una parte degli elettori che si erano astenuti alle Politiche 2022 e alle Europee 2024, quasi tutti schierati per il No.
Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni di due anni fa è andato alle urne. Se una cosa positiva è uscita da questo referendum è quella di aver saputo rianimare la partecipazione politica in Italia, che da anni aveva l’elettroencefalogramma piatto.
Tuttavia, Elly Schlein e i suoi hanno poco da cantare Bella ciao. Se si votasse domani per le Politiche e tutti i No andassero al campo largo, la sinistra avrebbe una maggioranza risicata. Sempre se la ottiene. Lo dichiara un’analisi dell’Istituto Cattaneo: «È dubbio che si possa interpretare il risultato come un predittore del voto in occasione delle Politiche. In ogni caso, se questo fosse vero, se cioè il Sì al referendum fosse un buon indicatore del consenso verso la linea politica del governo e il No un indicatore del consenso verso le opposizioni, le Politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo a una maggioranza relativa dei seggi», scrivono dall’Istituto. Insomma Maurizio Landini, capo della Cgil, e compagni hanno poco da festeggiare perché se si volessero usare i risultati del referendum come un «predittore del voto», dovrebbero essere almeno «corretti tenendo conto del diverso grado di partecipazione al voto dei vari elettorati», si spiega.
Come dicevamo, il massimo della partecipazione è stata tra gli studenti e in generale tra i più giovani: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto, con il 58,5% per il No. Se guardiamo a chi sta tra i 29 e i 44 anni, la generazione Y, troviamo il massimo livello di astensionismo (47,5%, sempre con una prevalenza del No, al 54,8%). Una partecipazione un po’ più elevata della media caratterizza boomer e silent, gli elettori che hanno dai 61 anni in su. Infine, la partecipazione al voto, coinvolge meno gli elettori di centro. Il sostegno alla legge si ferma al 31% tra i centristi.
Per la sinistra votare No è stato invece come una chiamata alle armi contro il governo, anche se c’è stata una parte di elettori del Pd che ha scelto il Sì. Visto che Giuseppe Conte manda un avviso di sfratto a Giorgia Meloni abbiamo una notizia anche per lui: secondo l’analista Nando Pagnoncelli, tra chi dichiara di votare M5s, circa il 17% (ma era il 24% qualche mese fa) si è espresso per il Sì.
Nel centrodestra qualche «tradimento» si rileva tra gli elettori di Lega e Fi, rispettivamente con il 12% e il 10% circa, che vota No. Infine, tra gli elettori di Italia viva, Azione e +Europa, Avs, il Sì arriva al 31%. Anche Matteo Renzi e Nicola Fratoianni hanno perso il loro tocco magico?
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Giorgia Meloni (Ansa). Nei riquadri Giusi Bartolozzi, Andrea Delmastro e Daniela Santanchè
Al ministero della Giustizia si dimettono il sottosegretario Delmastro, per i suoi affari con la famiglia di un carcerato, e il braccio destro di Nordio, Giusi Bartolozzi. Palazzo Chigi spinge per il passo indietro della Santanchè. Serve stabilità, non chi parla troppo e frequenta male.
Fuori uno, fuori due e forse pure fuori tre. Giorgia Meloni ha impiegato 24 ore a decidere che serviva un cambio di passo. Qui c’è da salvare il governo e soprattutto evitare di giocarsi le prossime elezioni e di consegnare il Paese alla sinistra per cinque anni, quando si voterà il presidente della Repubblica. La sconfitta del referendum brucia, perché quando fu varata la riforma della giustizia sembrava un gioco da ragazzi. Da almeno 30 anni il Paese aspettava una legge che arginasse lo strapotere dell’Anm e dunque le modifiche costituzionali sembravano obiettivi facili, perché godevano del consenso della maggioranza degli italiani.
A gennaio i sondaggi segnalavano una distanza di quasi 20 punti fra il fronte del No e quello del Sì, con quest’ultimo in vantaggio. Dunque, come è stato possibile andar sotto di quasi 9 punti, cancellando la speranza di rendere più efficiente e imparziale la magistratura, e mettendo una serie ipoteca sul futuro del governo e di quello prossimo venturo? Di sicuro ci sono un paio di fattori che hanno influenzato il voto e tra questi segnalo il cosiddetto popolo di Gaza, che ha indirizzato contro Meloni e il suo governo la rabbia accumulata in questi anni, accresciuta nell’ultimo mese a causa della guerra in Iran. il vecchio antiamericanismo della sinistra radicale, che si somma a quello giovanile. Inoltre, nelle regioni del Sud può aver influito anche il reddito di cittadinanza, che il centrodestra ha giustamente abolito ma che agli elettori che ne beneficiavano, molti dei quali sostenitori dei 5 stelle, non deve aver fatto certo piacere.
Però, oltre a tutto ciò, sono stati commessi errori marchiani di comunicazione. La campagna referendaria è stata condotta male e all’ultimo, lasciando spazio agli slogan menzogneri dell’Anm e della sinistra, che hanno puntato tutto non sul merito della riforma, ma hanno trasformato il voto in un referendum sul governo e sul premier. Sì o No a Giorgia Meloni. A peggiorare le cose poi si sono messi i casi Bartolozzi e Delmastro. Il capo di gabinetto del ministro Nordio, già nel mirino per il caso Almasri, si è lasciata sfuggire un paio di frasi che hanno messo l’esecutivo in difficoltà. Dire che la magistratura è un plotone d’esecuzione, se si ricopre un delicato incarico a fianco del responsabile della Giustizia, significa spararsi nei piedi. Che giudici e pm siano talvolta politicamente orientati lo può sostenere un comune cittadino, non chi guida il ministero di via Arenula. Così come da un capo di gabinetto, ovvero da un funzionario pubblico, non ci si aspetta che dichiari di essere pronto a lasciare l’Italia in caso di vittoria del No: sono frasi che uno si aspetta da qualche scrittore che ama l’esilio, non da quanti rivestono ruoli di responsabilità.
Anche il caso Delmastro non può essere taciuto. L’imbarazzo con cui a Palazzo Chigi hanno accolto la notizia di una compartecipazione societaria con la figlia di un condannato per intestazione fittizia di beni e per di più con l’aggravante mafiosa era evidente dal primo giorno. Se Meloni ha scelto la linea del silenzio è stato per non inquinare ulteriormente il voto, ma dopo la sconfitta le dimissioni non potevano mancare e così è stato.
Il premier sceglie di far piazza pulita e dopo l’addio di Bartolozzi e Delmastro non è detto che sia finita. Come dicevo, c’è da salvare la legislatura. Nella migliore delle ipotesi le Camere saranno sciolte in primavera, ma nella peggiore la legislatura potrebbe trascinarsi fino a dopo l’estate, dato che nel 2022 le elezioni si tennero a fine settembre, e dunque Meloni non può stare sulla graticola. È chiaro che questi mesi non saranno facili. Un po’ perché non c’è tempo di varare nuove riforme (il premierato credo sia stato definitivamente accantonato e l’autonomia regionale credo farà la stessa fine). Restano le misure economiche, che sono indispensabili, soprattutto con la guerra in Iran e l’aumento del prezzo dei combustibili. Ma c’è bisogno di stabilità e non di chi parla troppo e frequenta male. Come ricordo spesso, nel 2029 c’è da eleggere il prossimo presidente della Repubblica e mi auguro che non ci sia un altro Mattarella. Dunque, urge serrare i ranghi e fare piazza pulita. La partita non è ancora conclusa.
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Ansa
Tra i festanti, il procuratore Aldo Policastro, che evocava la P2, e l’ex consigliere del Csm Antonello Ardituro, di cui Palamara diceva: «Ci dirà pure come andare a pisciare». Cori contro la collega Annalisa Imparato, considerata vicina alla destra.
Le bottiglie, dopo la vittoria al referendum, i magistrati le hanno stappate da Milano a Reggio Calabria (con il procuratore di Reggio Calabria in prima fila). Ma i video che hanno fatto più discutere sono quelli della della festa dell’Associazione nazionali magistrati di Napoli, che hanno fatto il giro del Web, suscitando qualche dubbio sulla terzietà e sull’indipendenza di questi magistrati così incontenibili nei festeggiamenti.
Tra un «Bella ciao» cantato a squarciagola e un «Chi non salta Meloni è», ci ha colpito anche un coretto identico dedicato a una giovane pm di Santa Maria Capua Vetere, Annalisa Imparato, considerata troppo vicina alla destra, oltre che frontwoman della campagna a favore del Sì al referendum. Di fronte a uno spettacolo così poco istituzionale il presidente dimissionario dell’Anm Cesare Parodi ha preso le distanze a modo suo: «Se è stato un gesto estemporaneo dopo una lunga tensione, credo che sia quantomeno umanamente comprensibile anche se io certamente non l’avrei fatto». Nei filmati si vede una scatenata Emilia Galante Sorrentino cantare, mentre si riprende con il telefonino, il coretto contro la collega Imparato. Nella vita di tutti i giorni si occupa di minorenni. Ma mostra entusiasmo, con tanto di bottiglia di bollicine in mano, anche l’ex consigliere del Csm Antonello Ardituro, in abito blu. Tra il 2014 e il 2018 è stato componente del Csm e interlocutore privilegiato, in rappresentanza della sinistra giudiziaria, di Luca Palamara quando venivano discusse le nomine. In una chat dell’epoca l’ex presidente dell’Anm, messaggiando con altri due consiglieri e con un magistrato napoletano, arrivò a lamentarsi del collega con queste parole: «Fra poco Ardituro ci dirà come andare a pisciare nei bagni della Procura». Oggi lo stesso Ardituro lavora alla Direzione nazionale antimafia, sotto la direzione di Giovanni Melillo, per la cui nomina a procuratore di Napoli si spese con zelo, riuscendo a farlo prevalere contro Federico Cafiero De Raho, attuale deputato del Movimento 5 stelle.
In uno dei video della festa si vede in prima fila pure Pierluigi Picardi, maglioncino verde, ex presidente del Tribunale di Napoli Nord. Grida «Bella ciao» anche il giudice Lucia Esposito, bionda e occhialuta. Vicino a lei, in completo grigio, sorridente (sotto i baffi) e canterino c’è Luigi Landolfi, ex pm Dda, oggi alla Pubblica amministrazione, oltre che ex membro del Consiglio giudiziario. Festeggia pure con la sua bella chioma argentea Maria Teresa Orlando, della Procura europea, sezione napoletana. Saltano Carla Sarno, gip di Napoli, con una sgargiante camicia rossa, Armando Bosso, pm di Santa Maria Capua Vetere e attuale componente del Consiglio giudiziario, e Diego Di Nardo, giudice casertano e membro della giunta esecutiva «sezionale» dell’Anm di Napoli. Tra i partecipanti alla festa anche altri nomi importanti, come quello del procuratore generale Aldo Policastro che, tra i primi, aveva acceso il clima della campagna referendaria, associando la riforma al Piano di rinascita nazionale della P2 di Licio Gelli. Con lui anche la sua vice, Simona Di Monte, avvocato generale. Intercettati al toga party pure Vincenzo Caputo, presidente di sezione in Tribunale e i consiglieri di Corte d’Appello Furio Cioffi e Gerardo Giuliano, quest’ultimo figlio di Pasquale, per quattro legislature parlamentare di Forza Italia ed ex sottosegretario. Giuliano era vicepresidente del comitato, ma secondo una nostra fonte, durante la bagarre, sarebbe rimasto più defilato. Bontà sua.
Le cronache hanno registrato anche la presenza di diversi giudici (sulla carta imparziali e terzi) come Rossella Marro (già dirigente della corrente di Unicost), Leda Rossetti (segretaria distrettuale dell’Anm, che, via mail, ha convocato i colleghi all’incontro) e Rosa De Ruggiero. Il Mattino ha raccontato le lacrime di commozione di Alessandra Maddalena, ex presidente dell’Anm. Ovviamente era presente alla festa il presidente della sezione territoriale del comitato «Giusto dire No», il canuto Ettore Ferrara, magistrato in pensione.
Sfruculiando i social si scopre che in Campania le toghe anti riforma sono davvero agguerrite. Ida Teresi, pm antimafia a Napoli, per esempio, nei giorni scorsi, ha rilanciato un post con questo titolo: «Crozza, sono per la separazione delle carriere… o fai il politico o fai l’imputato». Il contenuto condiviso è quello di una satira televisiva costruita sul caso di Andrea Delmastro. Il segnale politico è evidente ed entra nel flusso della comunicazione social di una toga in servizio. Degno di nota anche il post del 7 marzo di Gea Cozzolino, sostituto procuratore generale a Napoli: «Una delle migliori qualità di questo governo? La coerenza!». Il motivo? «Si sono vantati di aver introdotto una norma che punisce i genitori per violazione del dovere di istruzione nei confronti dei figli anche la perdita della potestà genitoriale, poi, però, quando ciò accade tuonano contro i magistrati che applicano le loro leggi». Ogni riferimento alla famiglia del bosco è puramente voluto.
Il 13 marzo l’affondo è diretto: «Chi invoca l’imparzialità dei magistrati e stigmatizza l’influenza delle correnti politicizzate, per essere credibile, dovrebbe dimostrare prima di tutto la sua distanza dalla politica». Il riferimento, diretto, è alla collega di Santa Maria Capua Vetere Annalisa Imparato, che definisce «testimonial per il Sì». Subito dopo richiama una «consulenza in Senato da 2.000 euro al mese bloccata dal Csm». E definisce la collega come «assai vicina alla destra di governo». Una colpa imperdonabile su cui Cozzolino sembra ben informata: «Per dire, qualche mese fa era sul palco di Atreju, accanto ad Arianna Meloni, a parlare di violenza sulle donne. Meloni della quale si era già “occupata” nell’estate 2024 quando, in qualche maniera, Imparato contribuì ad alimentare la bufala del complotto dei magistrati contro la sorella del premier, su una fantomatica inchiesta che in realtà non è mai esistita». Il 16 marzo Cozzolino ha pure attaccato la trasmissione di Nicola Porro: «Da Porro c’è la Meloni da sola senza contraddittorio! E la legge sulla par condicio? Spero che gli italiani capiscano l’importanza di questo referendum».
Ma sulle chat dei magistrati del Sì, costretti a difendersi dagli attacchi dei colleghi vincitori, iniziano a circolare anche i duri attacchi di colleghi di altre zone d’Italia. L’ex segretario dell’Anm, il progressista Luca Poniz, oggi sostituto procuratore generale a Milano, sui social va all’assalto dei legali italiani. Per lui l’esito delle urne ha«travolto un’intera classe dirigente dell’avvocatura, impegnata in un’irresponsabile campagna di violenta delegittimazione della magistratura, in ciò spesso alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari». Il bersaglio è chiaro: le associazioni forensi, accusate di aver giocato una partita politica e di «modesta rappresentatività numerica (4% dell’avvocatura)». L’attacco prosegue: «Si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, e in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza». Secondo Poniz, i dirigenti della «avvocatura istituzionale non hanno esitato a trascinare l’intero ceto forense in una campagna faziosa e non di rado violenta». Poi la richiesta: «Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza». Nella campagna referendaria si era distinto anche Davide Romanelli, pm a Treviso, il quale, il 13 marzo aveva attaccato direttamente il premier Giorgia Meloni: «Ha evocato, in caso di vittoria del No, stupratori liberati, pedofili in giro, immigrati criminali, figli strappati alle madri, antagonisti impuniti. Un elenco da film horror usato come argomento politico». Il premier, secondo Romanelli, aveva giocato sporco: «Il referendum non è più un voto, ma un ricatto emotivo, o voti Sì, o sei complice del caos». Francesco Agnino, giudice della Corte di Cassazione proveniente dal Tribunale civile di Bari, deve avere pensato che dopo il referendum fosse giunto il tempo di «togliersi qualche sassolino dalle scarpe». Ha scelto Facebook per diffondere il suo atto di accusa contro avvocati e colleghi che hanno sostenuto il Sì al referendum. «Dal mio angolo privilegiato della Corte di cassazione vi invito ad abbandonare la toga, non perché avete sostenuto legittimamente il Sì, ma perché ho letto di vostri ricorsi o sentenze e l’aggettivo che meglio si attaglia è imbarazzanti. Il diritto e in alcuni casi la lingua italiana scorrono paralleli ai vostri scritti imbarazzanti». Da opinione a giudizio sommario. La sua valutazione, dall’alto dell’osservatorio della Suprema corte, è questa: «Dovreste dimettervi o cancellarvi dall’ordine». Il post non è passato inosservato. L’avvocato Antonello Talerico del foro di Catanzaro prende il testo pubblicato dal magistrato e lo seziona. Lo aggancia alle norme. E chiede al Guardasigilli di intervenire, considerando le parole del consigliere Agnino come «comportamenti» che «integrano in astratto le fattispecie disciplinari.
Ma, come abbiamo visto, Agnino non è l’unica toga che durante la campagna referendaria si è lasciata andare. In tv la Imparato ha anche citato il messaggio di una collega. In una chat, un giudice di Catania, Rosalba R., a proposito dei rappresentanti del Sì (con coccarda in vista) dentro ai seggi ha scritto sprezzante: «Da spararli subito […]. Non si può… pace… questi grandissimi cornuti». C’è solo da augurarsi di non essere giudicati da lei, dovesse mai scoprire che si è stati promotori del Sì.
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