Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 3 marzo con Carlo Cambi
Nel riquadro Michela Marchi. Sullo sfondo la Msc Euribia (Ansa)
La nostra connazionale Michela Marchi è a bordo di una nave da crociera: «Impossibile parlare con ministero, ambasciata e consolato. Sui cellulari messaggi in arabo lanciano l’allarme missili e ci dicono di raggiungere un bunker».
I circa 200 studenti italiani coinvolti nel progetto «Ambasciatori del futuro» e bloccati a Dubai dovrebbero rientrare oggi pomeriggio con un volo di Stato, assieme ai loro accompagnatori. L’ha comunicato ieri ai genitori la World students connection, organizzatrice della settimana di simulazione diplomatica. I ragazzi, prelevati dai loro alberghi alle 7 di questa mattina (ora locale), sono scortati ad Abu Dhabi da dove un aereo li porterà a Milano Malpensa. Se non ci saranno ritardi e pregando perché non intervengano altre complicazioni, a metà pomeriggio abbracceranno mamma e papà.
Ben più complicata è la situazione per gli altri italiani, circa 30.000 connazionali «solo a Dubai e Abu Dhabi», come riferiva ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Da ieri sera Emirates ha iniziato a operare un numero limitato di voli, avvisando che la priorità è per chi aveva prenotazioni precedenti che verrà avvisato direttamente. Tutti i punti per il check‑in a Dubai rimangono infatti temporaneamente chiusi. Per la maggior parte degli italiani che intendono rientrare, lavoratori, sportivi, turisti, è tutto ancora molto difficile. Alcuni sono potuti partire da Abu Dhabi, mentre resta l’attesa per la riapertura degli scali di Doha.
Michela Marchi, 51 anni, originaria di Brescia, architetto e consulente tecnico (Ctu) presso il Tribunale di Vicenza, è tra gli oltre 500 italiani bloccati a bordo della nave da crociera che doveva toccare le principali destinazioni degli Emirati Arabi. «In linea con le indicazioni delle autorità di sicurezza nazionali e internazionali, Msc Euribia rimarrà nel porto di Dubai fino a nuovo avviso. La situazione a bordo è sotto controllo e i nostri ospiti e membri dell’equipaggio sono ben assistiti», ha dichiarato in un comunicato la compagnia leader del settore, spiegando che «le operazioni di volo nella Regione sono attualmente soggette a restrizioni e in continua evoluzione». Michela, però, non è affatto tranquilla e ha deciso di rientrare in Italia come racconta alla Verità.
Quando è arrivata a Dubai?
«Sabato 28 febbraio alle 5 del mattino. Ero partita da Roma Fiumicino venerdì sera, assieme ad alcuni amici. Avevo bisogno di una settimana di vacanza, di staccare dalle tensioni del lavoro».
Invece?
«Appena arrivati, con il bus ci hanno portato subito al porto Rashid e la cosa è sembrata strana. In genere si ha una mezza giornata libera, prima dell’imbarco e tutta questa fretta era sospetta. Però abbiamo preso alloggio in cabina e solo due ore dopo è arrivato l’annuncio del comandante».
Che cosa vi ha detto?
«“Buongiorno, vi confermo che Msc ha a cuore la sicurezza dei passeggeri”. Ci siamo guardati in faccia, non capivano il senso del messaggio. Abbiamo acceso i cellulari e letto dell’attacco all’Iran».
Come avete reagito?
«Tempestando di chiamate l’Unità di crisi della Farnesina. Non rispondeva nessuno, non era stata ancora attivata la task force».
Ma in caso di grave emergenza all’estero è raggiungibile a un numero telefonico, così legge sul sito del ministero.
«Non ci hanno mai risposto, neppure domenica. Anche oggi (ieri per chi legge, ndr) non siamo riusciti a parlare con qualcuno. Impossibile comunicare con l’ambasciata italiana ad Abu Dhabi o con il consolato generale a Dubai durante il fine settimana: gli uffici sono rimasti chiusi fino a lunedì mattina».
Ma c’era l’emergenza attacco all’Iran e lancio missili su Dubai!
«Ci siamo sentiti isolati, il panico aumentava. Sulla nave gli italiani sono almeno 500 su un totale di più di 6.000 passeggeri. Capisce bene che possiamo essere un obiettivo facile da colpire. Durante la notte, poi, è stato peggio».
Per i bagliori dei droni intercettati, le esplosioni, i rumori della contraerea?
«Per quello che sentivamo e perché nella notte tra sabato e domenica i cellulari sono squillati più volte, con messaggi di allarme prima in lingua araba, poi tradotti, che comunicavano l’arrivo di un missile. “Allontanatevi dalle finestre e andate in un luogo sicuro”, ci veniva detto. Ma dove potevamo andare, su una nave da crociera? Lo spavento è stato tanto, anche perché il messaggio veniva ripetuto: “Affrettatevi a raggiungere il bunker”».
Quante altre navi da crociera sono ferme a porto Rashid?
«Noi vediamo solo questa, l’Euribia. E hanno aspettato domenica sera per comunicare che la crociera era stata annullata. Il vice capitano ha detto che tutte le ambasciate hanno dato un Qr code dove registrarsi alla Msc, per sapere quali connazionali sono a bordo, l’Italia no. Vorrei sapere come fanno a mapparci».
Che cosa pensa di fare?
«A bordo non resto quattro settimane, ad aspettare che la guerra magari si intensifichi. Il comandante Paolo Benini ha detto che non ha informazioni su un nostro possibile rientro. Per fortuna sono riuscita a parlare con il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che mi ha confermato che dall’Oman ancora si può viaggiare e raggiungere Zurigo. Sono scesa dalla nave, sotto mia responsabilità, per cercare un’agenzia di viaggi e vedere se ci organizzavano un transfer con bus, ma le agenzie sono chiuse per il Ramadan».
Proprio una congiura. Niente vacanza, niente rientro, al centro di una guerra internazionale.
«Ho trovato un taxi, domani mattina (oggi per chi legge, ndr) porta me e i miei due amici in Oman, all’aeroporto Muscat. Il conducente chiede 1.000 euro, sono quattro ore di viaggio. Non è stato semplice convincerlo perché i taxi arrivano solo fino al confine».
Vi muovete solo voi?
«So che passeggeri stranieri hanno lasciato la nave e forse sono già a casa loro. Non mi risulta che altri italiani vogliano muoversi, dicono che hanno paura. L’ambasciata italiana lunedì mattina si è limitata a dire che l’Oman al momento rimane aperto e che se vogliamo possiamo raggiungerlo sotto nostra responsabilità… Certo che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, poteva fermarsi a Dubai a coordinare le operazioni di rimpatrio dei tantissimi connazionali, invece di tornarsene in Italia».
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Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (Ansa)
I sauditi e il Qatar minacciano ritorsioni: la Repubblica islamica è più isolata che mai.
La riunione straordinaria in videoconferenza dei sei Paesi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc) segna un passaggio politico che va ben oltre la contingenza degli ultimi attacchi. Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Kuwait hanno scelto una linea di compattezza dopo le azioni militari iraniane. Nella dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri hanno denunciato «gli ingenti danni provocati dai perfidi attacchi iraniani» e ribadito l’impegno ad «adottare tutte le misure necessarie per difendere sicurezza e stabilità», inclusa «la possibilità di rispondere all’aggressione».
La sicurezza del Golfo, si legge nel documento, «non rappresenta soltanto una questione regionale, ma un pilastro fondamentale della stabilità economica globale». Dietro la formula diplomatica emerge una verità strategica: la linea dei mullah sta producendo l’effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati. Per anni la Repubblica islamica ha puntato su un’espansione indiretta, affidandosi a milizie alleate e a una pressione costante lungo le rotte energetiche. Il 7 ottobre, nella visione dell’asse guidato da Teheran, avrebbe dovuto innescare una destabilizzazione capace di piegare Israele e isolarlo sul piano internazionale.
La realtà si è rivelata diversa. Israele non è stato distrutto né isolato. Le milizie sostenute da Teheran, Hezbollah in primis, sono sotto pressione e la stessa Repubblica islamica è finita sotto attacco. L’idea di accrescere l’egemonia attraverso la tensione permanente si è trasformata in un boomerang politico e militare. Il vertice del Gcc fotografa questo ribaltamento. Paesi storicamente divisi hanno trovato nell’attivismo iraniano un collante politico inatteso. Anche Stati tradizionalmente inclini alla mediazione, come Oman e Qatar, si sono allineati a una posizione comune che contempla una risposta coordinata. La percezione della minaccia ha rafforzato cooperazione militare e scambio di intelligence. Il Qatar ha annunciato la sospensione di parte delle attività legate al gas naturale liquefatto dopo attacchi che hanno colpito l’area industriale di Ras Laffan. Un drone avrebbe centrato un serbatoio d’acqua e diversi siti sono stati presi di mira. Il ministero della Difesa di Doha ha affermato che le proprie forze armate hanno abbattuto due aerei Su-24 di fabbricazione russa provenienti dall’Iran, come riferito da Sky News. Un portavoce del ministero degli Esteri qatariota ha dichiarato alla Cnn che Teheran «deve pagare il prezzo» per gli attacchi contro la popolazione e che un’azione simile non può restare senza risposta.
Anche le strutture petrolifere saudite di Aramco sono state prese di mira, sebbene senza danni significativi. Segnali che mostrano come la pressione iraniana tocchi direttamente il cuore energetico globale. In questo quadro si inserisce l’irritazione saudita. Il principe Mohammed bin Salman aveva investito nel riavvicinamento con Teheran, puntando sulla distensione. Gli attacchi sono percepiti a Ryad come una rottura di quell’equilibrio. L’Arabia Saudita ha respinto le indiscrezioni secondo cui avrebbe spinto Washington verso un’opzione militare, ribadendo di aver sostenuto «costantemente gli sforzi diplomatici». Ma la sicurezza resta una linea rossa. La dimensione internazionale della crisi è confermata dal colloquio telefonico tra Vladimir Putin e l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, che hanno auspicato una «rapida de-escalation». Tuttavia la posizione russa appare indebolita: Mosca invoca dialogo in Medio Oriente mentre sul fronte ucraino continua a respingere soluzioni negoziali. Secondo fonti vicine al Consiglio per la sicurezza e la difesa statunitense, il presidente Donald Trump sarebbe sempre più irritato dall’atteggiamento del Cremlino. Resta il dato politico centrale: la strategia dei mullah è sotto pressione. Il progetto che mirava a intimidire i vicini sta producendo l’effetto contrario. Ogni attacco rafforza il fronte regionale e legittima nuove architetture difensive. Il Golfo Persico è il cuore del mercato energetico mondiale: minacciarne la stabilità significa esporsi a reazioni globali. Il paradosso è evidente. Se il 7 ottobre doveva segnare l’inizio della fine per Israele, oggi la Repubblica islamica appare più isolata e vulnerabile.
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Israele reagisce a Hezbollah e bombarda Beirut: ucciso il capo dell’intelligence del gruppo islamista. E c’è l’ipotesi invasione. I pasdaran: «Colpita petroliera nello stretto di Hormuz». Nuovi raid sulla capitale iraniana: i morti sarebbero già più di 500.
Si allarga lo scontro mediorientale, con Hezbollah che ha iniziato a fare da sponda alla rappresaglia iraniana. Sbandierando il pretesto di vendicare l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, il gruppo terroristico ha infatti preso di mira nella notte il Nord di Israele con razzi e droni.
L’attacco ha scatenato la risposta israeliana: l’Idf ha iniziato a colpire gli obiettivi terroristici nel Libano meridionale e nel quartiere di Dahiyeh a Beirut, entrambe roccaforti di Hezbollah. I target delle diverse ondate dei raid di Gerusalemme sono stati il quartiere generale, le infrastrutture del gruppo, le filiali di un istituto finanziario legato a Hezbollah e i terroristi senior. A essere stato eliminato nella capitale è proprio il capo del quartiere generale dell’intelligence di Hezbollah, Hussein Makled. Però il primo obiettivo di Israele, come annunciato dal ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, resta il leader di Hezbollah, Naim Qassem. Nel frattempo, all’avanzare dei bombardamenti, è cominciata anche la fuga di migliaia di libanesi: lunghe file di auto hanno intasato le strade della capitale e del Sud del Libano, anche perché Israele ha emesso ordini di evacuazione per 55 villaggi e città. Dall’altra parte, il presidente libanese, Joseph Aoun, ha preso esplicitamente le distanze dalle iniziative di Hezbollah: «Continuare a usare il Libano come piattaforma di guerre proxy mette in pericolo il nostro Paese». Il bilancio dopo poche ore contava già 52 morti e 154 feriti secondo il ministero della Salute libanese.
Tra l’altro, secondo i media libanesi, pare che ci sia Hezbollah anche dietro l’attacco alla base britannica di Akrotiri, a Cipro, che ha riportato dei lievi danni. Durante la giornata, l’aeroporto internazionale di Paphos è stato evacuato, mentre due droni sono stati intercettati. A sostegno dell’isola, la Grecia si è impegnata a inviare due fregate e due caccia F-16.
Nel frattempo, la rappresaglia iraniana continua a colpire Israele e i Paesi del Golfo, con i pasdaran che parlano complessivamente di 500 siti colpiti, sganciando più di 700 droni e centinaia di missili. La milizia iraniana ha dichiarato di aver attaccato una petroliera presumibilmente legata agli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz. Nello Stato ebraico sono suonate a più riprese le sirene, sia al Sud sia al centro del Paese. La Guardia rivoluzionaria iraniana ha poi annunciato in televisione che «nella decima ondata» ha preso di mira il complesso governativo a Tel Aviv, Gerusalemme Est e i centri militari e di sicurezza a Haifa. Una nuova ondata di raid iraniani ha poi interessato l’area di Beersheba, dove si contano almeno 19 feriti. E dato che è improbabile una de-escalation nel breve periodo, l’esercito ha esteso la chiusura delle scuole e dei luoghi di lavoro fino al 7 marzo.
Nei Paesi del Golfo, le prime esplosioni hanno coinvolto Dubai, Abu Dhabi e Doha. Il Qatar ha individuato alcuni droni attorno all’aeroporto e nel pomeriggio il ministero della Difesa ha reso noto di aver abbattuto due caccia bombardieri di fabbricazione russa provenienti dall’Iran, oltre ad aver intercettato sette missili balistici. Ma non è tutto: QatarEnergy ha infatti deciso di interrompere la produzione di gas naturale liquefatto a causa degli attacchi contro i suoi impianti. Spostandoci in Bahrein, una persona è morta a seguito dei raid e l’ambasciata americana ha invitato i connazionali a evitare gli hotel di Manama. Le tensioni hanno coinvolto di nuovo anche il Kuwait: all’alba sono stati «intercettati dei droni ostili». E sempre nel Paese sono stati abbattuti tre F-15 statunitensi a causa di «un incidente di fuoco amico». Infatti, come ha evidenziato il Centcom americano, «durante il combattimento attivo, che includeva attacchi da parte di aerei iraniani, missili balistici, droni», i caccia americani «sono stati abbattuti per errore dalle difese aeree kuwaitiane». Tutti i membri dell’equipaggio si sono però salvati, gettandosi dagli aerei con il paracadute. In un episodio separato, l’ambasciata americana presente nel Paese è stata avvolta da una colonna di fumo. E come il Qatar, in Arabia Saudita, il colosso petrolifero statale Aramco ha sospeso le attività della raffineria di Ras Tanura dopo l’attacco di un drone.
Dall’altra parte, procede contro l’Iran l’operazione Furia epica. Secondo Yinet, nel giro di 48 ore, Washington e Gerusalemme hanno sganciato 3.800 bombe sul territorio iraniano. E stando a quanto riferito dalla Mezzaluna rossa, dall’inizio dell’operazione sono state uccise almeno 555 persone in Iran. Nella notte, le forze aeree israeliane hanno condotto nuovi attacchi contro il regime, colpendo obiettivi «nel cuore di Teheran». E a fare la stessa fine dell’ayatollah è stata anche sua moglie, Mansoureh Khojasteh. La donna è morta a seguito delle ferite riportate negli attacchi di sabato. Non sono invece chiare le sorti dell’impianto nucleare di Natanz: l’ambasciatore iraniano presso l’Aiea ha puntato il dito contro Israele e gli Usa, accusandoli di aver colpito la struttura, ma l’agenzia Onu non ha rilevato danni.
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