María Corina Machado (Ansa)
Vertice alla Casa Bianca con María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana L’Italia ottiene la liberazione dell’imprenditore Luigi Gasperin, detenuto da oltre un anno.
Ieri Donald Trump ha incontrato alla Casa Bianca la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado, in un vertice che Washington ha presentato come un momento di confronto politico sul futuro del Venezuela. Alla vigilia del colloquio, Trump aveva definito Machado «molto simpatica» spiegando che con lei si sarebbe parlato «delle cose di base», a partire da «democrazia, libertà e futuro del Paese». Il presidente americano aveva inoltre ricordato il conferimento del premio Nobel per la Pace alla dissidente venezuelana, sottolineando che «è un grande onore» e che si tratta di «un riconoscimento meritato per quello che ha fatto». Da parte sua, Machado aveva parlato di un incontro «importante per dare voce al popolo venezuelano» e per discutere «una transizione democratica ordinata», osservando che il faccia a faccia alla Casa Bianca rappresentava «un segnale politico forte» in una fase delicata per Caracas.
Il vertice con la leader dell’opposizione è arrivato a poche ore di distanza dalla telefonata che Trump ha avuto con la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodríguez, ex vice di Nicolás Maduro. Il colloquio è stato descritto come «lungo» e «molto positivo» dallo stesso Trump. «È stata una chiamata fantastica», ha dichiarato il presidente americano, aggiungendo di ritenere che «gli Stati Uniti e il Venezuela possano andare d’accordo». Anche Rodríguez, in una nota ufficiale, ha parlato di una conversazione «lunga, produttiva e cordiale», svoltasi «in un clima di reciproco rispetto», facendo riferimento alla volontà di lavorare «su un’agenda bilaterale» e di mantenere aperto il dialogo su alcuni dossier sensibili.
Mentre la diplomazia era al lavoro, Washington ha annunciato ieri una nuova azione militare nei Caraibi. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha reso noto che marines e marinai della Joint task force Southern spear, partiti dalla Uss Gerald Ford, hanno sequestrato senza incidenti la motonave-petroliera Veronica: «La Veronica è l’ultima petroliera che operava sfidando la quarantena stabilita dal presidente Trump per le navi soggette a sanzioni nei Caraibi», si legge nel messaggio diffuso sui social, nel quale l’operazione viene indicata come «un’ulteriore dimostrazione dell’efficacia» della missione statunitense nella regione. Come ha specificato il Comando Sud, si tratta della sesta petroliera bloccata nell’ambito della stessa operazione.
Dopo il sequestro di Maduro, anche Roma si è riavvicinata a Caracas. I rapporti più distesi tra le due nazioni hanno fruttato ieri la liberazione dell’imprenditore italiano Luigi Gasperin, rilasciato dalle autorità venezuelane dopo oltre un anno di detenzione. La Farnesina ha espresso «apprezzamento per l’esito positivo della vicenda», parlando di «un risultato ottenuto grazie a un costante lavoro diplomatico». Soddisfazione è stata manifestata anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha sottolineato «l’impegno delle istituzioni italiane per la tutela dei connazionali all’estero». Gasperin è il terzo italiano liberato a stretto giro dopo Alberto Trentini e Mario Burlò, già rientrati in Italia nei giorni precedenti. L’imprenditore, fa sapere la Farnesina, «ha annunciato che vorrebbe rimanere in Venezuela e tornare alla città di Maturín (Stato Monágas) dove si trova la sua azienda».
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Ansa
Germania fuori dalla recessione, grazie all’addio ai vincoli di spesa a scopi di riarmo Merz fa ammenda per lo stop al nucleare. Sorpresa Spagna: +100% di gas da Donald.
La Germania esce dalla recessione. Dopo due anni di crisi profonda, l’economia torna a crescere grazie sostanzialmente a due strategie: il potenziamento degli investimenti nell’industria bellica, spinti dall’occasione favorevole concessa dal conflitto in Ucraina, ma soprattutto lo smantellamento dei vincoli sulla spesa pubblica che il cancelliere, Friedrich Merz, ha lasciato correre a piene mani.
Berlino, da fustigatore, nel passato, dei Paesi «cicale» quali la Grecia (impossibile dimenticare la troika voluta proprio dalla Germania per bastonare un governo considerato incapace di tenere stretti i cordoni della spesa) e l’Italia (altrettanto scolpiti nella memoria gli attacchi dell’ex cancelliera Angela Merkel al governo Berlusconi e le manovre per la sostituzione con Mario Monti), ha cambiato passo. Ora la spesa pubblica da «demonio» è un booster per l’economia. Così Merz può applaudire al +0,2% del PIl nel 2025 rispetto all’anno precedente, brindando all’uscita dalla crisi. «Dopo due anni di recessione, l’economia è tornata a crescere leggermente, soprattutto grazie al fatto che nel 2025 le famiglie hanno ripreso a consumare. La crescita è dovuta principalmente all’aumento della spesa per consumi delle famiglie e dello Stato. Le esportazioni, invece, sono diminuite», ha commentato il presidente dell’ufficio federale di Statistica tedesco, Ruth Brand. Per l’Italia si tratta certamente di una buona notizia perché la Germania continua a rappresentare il primo mercato di sbocco delle nostre esportazioni con il 12% del totale.
Un ripensamento rispetto all’austerità dei governi passati che riguarda anche un altro tema strategico per la Germania, il nucleare. «Abbandonarlo è stato un grave errore strategico», ha ammesso Merz nel suo intervento all’Unione delle Camere di commercio e dell’industria tedesche. La dichiarazione è stata accolta dagli applausi. «Ora stiamo attraversando la transizione energetica più costosa in tutto il mondo», ha aggiunto il cancelliere. «Non conosco un altro Paese che renda le cose così difficili e dispendiose come la Germania». Un cambio di passo coerente con l’impostazione del governo italiano, che sta valutando un ritorno al settore con reattori di nuova generazione.
Anche affidarsi totalmente alle rinnovabili non pare la soluzione giusta e perseguibile. È il caso della Spagna, che ha puntato fortemente, con il governo Sánchez, sull’energia pulita. Ora si scopre che Madrid, nel 2025, ha raddoppiato l’acquisto di gas dagli Stati Uniti. In un anno le importazioni sono aumentate del 100% (passando da 56.435 GWh nel 2024 a 111.660 GWh) mentre, contestualmente, quelle dalla Russia sono crollate del 40%, scendendo da 72,360 GWh a 42,629 GWh. L’aumento delle forniture statunitensi è stato favorito dalla politica commerciale del presidente Donald Trump, che ha ridotto i dazi sulle esportazioni europee in cambio dell’impegno dell’Ue di aumentare le importazioni di energia, inclusi gas e petrolio. Nel complesso contesto geopolitico, l’accordo ha avuto l’effetto di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico dell’Europa, anche alla luce delle sanzioni contro la Russia per la guerra in Ucraina. Rispetto alle esportazioni di gas in Spagna, l’Algeria ha mantenuto costante il suo contributo, mentre il Qatar ha ridotto le sue vendite alla penisola iberica a meno della metà. La Spagna, che dispone della maggiore capacità di rigassificazione in Europa (con sette impianti) non avendo avuto le resistenze dei teorici italiani della «decrescita felice», continua a essere un hub fondamentale per la distribuzione del gas in Europa. Una parte della quantità di gas proveniente dagli Stati Uniti, infatti, non è destinata al consumo nazionale - secondo quanto riportato nel Bollettino Statistico di Enagas - ma viene redistribuita ad altri Paesi.
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Sanae Takaichi e Giorgia Meloni a Tokyo (Ansa)
«Questa è la terza volta che io vengo in Giappone in tre anni che sono al governo e non è stato un caso, è stata una scelta». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni in apertura del bilaterale con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi a Tokyo, sottolineando che dalla sua terza visita «Il messaggio è che crediamo molto in questa alleanza». «La prima volta che sono venuta qui – ricorda Meloni – abbiamo elevato i nostri rapporti a livello di partenariato strategico. La seconda volta che sono stata qui nell’ambito del G7 di Hiroshima abbiamo approfittato per discutere di un Piano di azione triennale 2024-2027 per darci degli obiettivi che fossero chiari, definiti e con delle scadenze temporali, che abbiamo rispettato». La sua terza visita in Giappone, aggiunge il premier, si tiene in occasione del «160esimo anniversario delle nostre relazioni bilaterali che racconta anche quanto siano profonde, durature e continuative le nostre relazioni».
Primi drappelli nell’Artico. I tedeschi incolpano russi e cinesi, Macron accusa ancora di colonialismo Trump. Che però ha svegliato la Nato, tanto che Mosca ammette: «Siamo preoccupati». Oggi delegati Usa dai danesi.
La ministra di Nuuk scoppia quasi a piangere durante un’intervista, Donald Trump assicura che «si troverà una soluzione». Di certo, il vertice a Washington con i rappresentanti di Groenlandia e Danimarca da un lato, Marco Rubio e JD Vance dall’altro, non ha sbloccato l’impasse sull’isola artica, di cui la Casa Bianca rivendica il possesso. Anzi, il premier danese, Mette Frederiksen, conferma che «l’ambizione americana rimane intatta». E l’Unione europea - lo ha riferito una fonte a Politico - diffida proprio del vicepresidente: «Ci odia». Dopodiché, all’acme dell’attrito, si colgono segnali di distensione. Il ministro della Difesa di Copenaghen, Troels Lund Poulsen, si accontenta di aver istituito un gruppo di lavoro con gli Usa: «Meglio di niente». Il primo ministro groenlandese conferma che è il dialogo «la via da seguire». Oggi, una delegazione a stelle e strisce vedrà la Frederiksen nella capitale danese. Intanto, la sveglia del tycoon sollecita i Paesi europei a rafforzare i loro presidi armati e finisce per irritare la Russia. A riprova che, su quell’area, convergono gli appetiti dei nostri avversari.
Ieri, sull’isola, sono arrivati 15 soldati francesi. A essi si unirà una squadra di ricognizione tedesca. Emmanuel Macron ha annunciato che spedirà presto rinforzi terrestri, aerei e marittimi. Alla missione, cui avevano subito aderito svedesi e norvegesi, si sono aggiunti un ufficiale olandese, uno inglese e due finlandesi. La Spagna ci pensa su; il Belgio temporeggia. Italia e Polonia si sono sfilate. Secondo Antonio Tajani, che non vede «all’orizzonte» un’invasione dei Marines, la strategia di Roma «non prevede la presenza di militari». Guido Crosetto, alla Camera, ha invitato ad agire nell’ambito dell’Alleanza atlantica, «dove ci sono anche gli Stati Uniti», evitando «una corsa a chi arriva prima a fare una esercitazione in Groenlandia». «Inviare 100, 200, 300 soldati… Cosa fanno? Sembra l’inizio di una barzelletta».
Non troppo velato il riferimento a Parigi e Berlino, che sgomitano per intestarsi il ruolo di protagonisti, pur con differenti approcci: i transalpini sono in polemica con Trump, che l’inquilino dell’Eliseo è tornato ad accusare di «nuovo colonialismo»; la Germania è più prudente, punta a blindare il coinvolgimento degli europei e, forse, ad accaparrarsi una parte dei vantaggi che deriverebbero dal controllo delle rotte tra i ghiacci. Speculari, nella competizione, le mosse dei vertici politici delle due nazioni: Macron ha convocato una riunione del Consiglio di sicurezza, Friedrich Merz ha chiamato i membri del governo in cancelleria, per un vertice di crisi. Il suo ministro della Difesa, Boris Pistorius, ci ha tenuto a ribadire che l’attenzione va concentrata sul vero obiettivo: «Russia e Cina stanno aumentando la loro presenza militare nell’Artico», ha spiegato, «mettendo a rischio la libertà delle rotte di trasporto, comunicazione e commercio. La Nato non lo permetterà e continuerà a difendere l’ordine internazionale basato sulle regole».
Anche la Danimarca preferisce restare nell’ovile: «La difesa e la protezione della Groenlandia», ha ricordato la Frederiksen, «sono una preoccupazione comune per tutta l’alleanza Nato». L’intenzione, ha chiarito Poulsen, è di «stabilire una presenza militare più permanente con un contributo danese più consistente». Sembra di rileggere il copione del battibecco sulle spese per gli armamenti: esaurite le proteste, tutti si sono adeguati al parametro del 5% del Pil. Persino Madrid, che sbandierava l’orgoglioso rifiuto di piegarsi al diktat trumpiano, ha dovuto pagare pegno: nel 2025, ha aumentato del 100% l’import di gas americano.
The Donald un risultato lo ha già incassato: inducendo gli alleati, ancorché strapazzati e indignati, a mobilitarsi, ha costretto Mosca a uscire allo scoperto. Ieri, l’ambasciata russa in Belgio, rispondendo al quotidiano Izvestia, ha ammesso: «La situazione che si sta sviluppando alle alte latitudini è per noi motivo di massima preoccupazione». Le angosce del Cremlino sono state ricondotte alle politiche dell’Occidente: «La Nato», è l’accusa dei diplomatici di Vladimir Putin, «ha intrapreso un percorso di militarizzazione accelerata del Nord, aumentando la sua presenza militare con il falso pretesto di una crescente minaccia da parte di Mosca e Pechino». È inaccettabile, ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, che l’Occidente continui ad affermare che la Russia e la Cina rappresentano una minaccia per la Groenlandia. «Qualunque tentativo di ignorare gli interessi, in particolare di sicurezza, della Russia nell’Artico», ha giurato la funzionaria, «non rimarrà senza risposta». Al solito elegante l’augurio agli europei: «Mangino ciò che hanno prodotto senza strozzarsi».
Il vero miracolo è che a Bruxelles qualcuno si sia destato. Alla depressione di Kaja Kallas (il caos globale, avrebbe sospirato in un incontro privato, è l’occasione per «iniziare a bere») e all’esortazione del ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, secondo il quale l’Ue ha «una responsabilità strategica» a Nuuk, ha risposto Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione ha anticipato la pubblicazione di una «nuova strategia di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli di contenuto. Il documento uscirà entro fine giugno. Che fretta c’è? Chissà se, per quel dì, in Groenlandia si sarà sciolto il ghiaccio.
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