Siamo d’accordissimo: la festa della donna non si celebra solo l’8 marzo. Si dovrebbe aggiungere che la donna è di per sé una festa, ma noi ci adeguiamo un po’ alla moda della consuetudine: mimose e promesse di rispetto che invece deve diventare codice quotidiano! Per darvi un’idea sfiziosa e veloce che serve a portare a tavola un omaggio alla femminilità ecco questo appetizer che può essere un’ottima entrata, un compagno dell’aperitivo, un felice intermezzo.
Ingredienti – 4 uova XXL, 120 gr di tonno sott’olio peso sgocciolato, un cucchiaio di capperi sotto sale, due filetti di acciughe, 70 gr di maionese già fatta, un ciuffo di prezzemolo.
Procedimento – Mettete a lessare le uova partendo da acqua fredda, dalla presa del bollore cuocete per 8 minuti. Dissalate bene i capperi. Nel frattempo fate un trito finissimo di prezzemolo, capperi e acciughe. Sgocciolate bene il tonno. Quando le uova sono a punto, freddatele, sgusciatele e con l’aiuto di un coltello ben affilato e bagnato dividetele a metà per la lunghezza. Estraete i tuorli e raccoglieteli in una ciottola dove li sbriciolerete con le mani. In un'altra ciotola unite tonno, maionese e battuto di prezzemolo acciughe e capperi con un’esigua parte dei rossi d’uovo sbriciolati. Mescolate bene e poi riempite con questo composto le metà delle uova che sistemerete nel vassoio di portata cospargendole poi con i rossi d’uovo sbriciolati che vi daranno uno scenografico effetto mimosa.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare tutti gli ingredienti per la farcitura delle uova.
Abbinamento – Per la sua solarità abbiamo scelto dalla Sicilia un Grillo spumante metodo Martinotti. Per esaltare la territorialità scegliete spumanti da vitigni autoctoni: una Passerina, un Bellone, un Durello, un Torbato. S’intende che vanno benissimo tutti i Prosecco. Abbinate comunque spumanti di non eccessiva struttura.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
Fregata italiana a Cipro. Il premier: «Atto di solidarietà europea e di prevenzione». Intanto Trump starebbe valutando di inviare in Iran un contingente di soldati.
Giorgia Meloni ha chiarito il ruolo dell’Italia nella crisi iraniana. «Per garantire la sicurezza dei confini dell’Unione europea abbiamo disposto il dispiegamento di una fregata italiana a Cipro, un atto che è di solidarietà europea, ma soprattutto di prevenzione. Ma la nostra linea è molto chiara: l’Italia non è parte del conflitto e non intende diventare parte del conflitto», ha dichiarato ieri.
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian (Ansa)
- Pezeshkian manda messaggi concilianti ai Paesi vicini dopo gli attacchi, ma il capo della magistratura accusa: «Alcuni di loro collaborano con i nemici». Divisioni sulla nomina della nuova Guida suprema.
- Bersagliati per la prima volta i depositi della Repubblica islamica. A Dubai morto un civile per i detriti di un oggetto aereo intercettato. Tajani: 20.000 italiani rimpatriati.
Lo speciale contiene due articoli.
La Repubblica islamica si prepara a scegliere il successore della Guida suprema mentre il conflitto con Israele e Stati Uniti continua ad allargarsi su più fronti militari e diplomatici. La riunione dell’Assemblea degli esperti, incaricata di eleggere il nuovo leader, potrebbe tenersi entro le prossime 24 ore. L’annuncio è arrivato dall’ayatollah Hossein Mozaffari, membro del Consiglio degli esperti, citato dall’agenzia Fars. Secondo il religioso, i rappresentanti dell’Assemblea attendono che si creino le condizioni per deliberare sulla successione all’«imam martirizzato» Ali Khamenei. Mozaffari ha espresso la convinzione che la scelta della nuova guida religiosa e politica del Paese possa arrivare in tempi molto brevi.
Dietro le dichiarazioni ufficiali, tuttavia, la leadership iraniana è attraversata da profonde divisioni. All’interno del sistema di potere si confrontano diverse correnti: una parte dell’establishment preferirebbe evitare la nomina immediata di una nuova Guida suprema e punta alla creazione di un consiglio di riconciliazione nazionale incaricato di negoziare un accordo con gli Stati Uniti. I pasdaran, invece, spingono apertamente per l’ascesa di Mojtaba Khamenei, figlio dell’ex leader, una scelta che rappresenterebbe una linea ancora più rigida rispetto a quella del padre e che lascerebbe sostanzialmente intatto il sistema di potere dei Guardiani della Rivoluzione. Il giornalista israeliano Amit Segal, generalmente considerato molto ben informato, ha riferito su X che Mojtaba Khamenei è rimasto ferito negli ultimi attacchi avvenuti a Qom, ma sarebbe ancora vivo.
Mentre a Teheran si discute del futuro della leadership, la guerra prosegue sul terreno militare. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha accusato Washington di aver colpito un impianto di desalinizzazione sull’isola di Qeshm, nel Golfo Persico. Secondo il capo della diplomazia iraniana, l’attacco avrebbe compromesso la fornitura di acqua potabile a circa 30 villaggi. In un messaggio sui social Araghchi ha definito l’operazione «un crimine palese e disperato» avvertendo che colpire infrastrutture civili avrà «gravi conseguenze».
Il presidente Masoud Pezeshkian a sua volta ha chiarito che eventuali messaggi concilianti ai Paesi del Golfo non devono essere letti come un segnale di resa verso gli Stati Uniti: la Repubblica islamica continuerà a difendere il proprio territorio «fino alla morte» e rivendica il diritto di reagire all’«aggressione militare» attribuita a Washington e Israele. Il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei ha avvertito che gli attacchi contro obiettivi collegati ai Paesi che collaborano con gli avversari dell’Iran continueranno. Secondo Ejei, alcune prove raccolte dalle forze armate dimostrerebbero «il sostegno di governi della regione alle operazioni del nemico». In tal senso il ministero dell’Interno del Bahrein ha riferito che gli attacchi iraniani di ieri hanno provocato un incendio e danni materiali ad abitazioni ed edifici nella capitale Manama, mentre una forte esplosione è stata udita anche a Dubai. Il ministero della Difesa saudita ha inoltre reso noto che un missile alistico lanciato dall’Iran verso la base aerea di Prince Sultan ha colpito un’area disabitata.
Israele ha intensificato le operazioni militari. Nella notte tra venerdì e sabato oltre 80 caccia dell’aeronautica israeliana hanno colpito numerosi obiettivi militari a Teheran e nell’Iran centrale, sganciando circa 230 bombe. Tra i bersagli, secondo le Idf, anche un complesso sotterraneo utilizzato per lo stoccaggio e la produzione di missili balistici e diverse infrastrutture delle Guardie della Rivoluzione. Le operazioni fanno parte della campagna militare israeliana avviata contro le capacità missilistiche iraniane, mentre Teheran continua a lanciare salve di missili balistici verso Israele. La Marina dei pasdaran ha rivendicato un attacco con drone contro la petroliera «Louise P» nel Golfo Persico. Secondo la televisione di Stato iraniana l’imbarcazione, battente bandiera delle Isole Marshall, sarebbe di proprietà statunitense. Il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi ha dichiarato che Teheran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz. Pur assicurando che il traffico marittimo non verrà interrotto, il generale ha avvertito che le unità riconducibili a Washington o a Israele potrebbero essere colpite.
Allo stesso tempo la Repubblica islamica ha lanciato un monito ai governi europei: il viceministro degli Esteri Majid Takht-e Ravanchi ha dichiarato che qualsiasi partecipazione militare dell’Europa al conflitto trasformerebbe i Paesi coinvolti in «obiettivi legittimi».
Sul fronte opposto gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza militare nella regione. Washington ha ordinato il dispiegamento nel Mediterraneo orientale della portaerei nucleare Uss George H. W. Bush, che si aggiunge ai gruppi navali già operativi. La Uss Gerald R. Ford si trova nel Mar Rosso mentre la Uss Abraham Lincoln è schierata nel Golfo dell’Oman. Con tre gruppi d’attacco attorno all’Iran, la Marina americana ha portato le proprie forze a un livello di massima prontezza operativa ed è quindi evidente che siamo vicini a un’ulteriore intensificazione del conflitto.
Fuoco Idf sul petrolio del regime
Sempre più italiani stanno rientrando in patria dopo che si sono ritrovati nel mezzo del conflitto mediorientale. A fare il punto è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha annunciato: «Oltre 20.000 connazionali sono stati rimpatriati dall’inizio della crisi». E ha aggiunto che prosegue «il maggior numero possibile di voli da Abu Dhabi, Dubai a Muscat». Ed è proprio a Dubai, bersagliata dai raid iraniani, che ieri i detriti di un vettore aereo intercettato hanno ucciso un uomo di origine asiatica.
Nell’altro teatro dello scontro, quello libanese, Gerusalemme si trova sempre più coinvolta nei combattimenti contro Hezbollah. In piena notte, nel villaggio di Nabi Sheet, nel Libano orientale, è scattato un blitz notturno condotto dalle Idf per cercare i resti del pilota di caccia israeliano Ron Arad, disperso dal 1986. Il primo a rivelare la natura dell’operazione è stato il canale saudita al-Hadath, mentre Hezbollah rendeva noto che «quattro elicotteri dell’esercito nemico israeliano» sono arrivati «dalla direzione siriana». Dopo l’atterraggio, i soldati israeliani «sono stati attaccati dai membri» del gruppo terroristico. Le Idf, poco dopo, hanno confermato lo scopo del raid, aggiungendo però che non sono stati ancora trovati i resti di Arad. A detta delle Idf l’operazione è stata condotta sfruttando «un’opportunità operativa» a seguito degli ordini di evacuazione diffusi nell’area venerdì. Secondo il ministero della Salute libanese, nell’attacco, con i bombardamenti che sono stati seguiti dallo scontro a fuoco, sono state uccise almeno 41 persone tra Nabi Sheet e le aree vicine al distretto di Baalbek. Va detto che la moglie del pilota ha chiesto la fine di queste operazioni per non mettere a rischio la vita dei soldati israeliani.
Con un ritmo incessante proseguono poi gli ordini di evacuazione in Libano. Gerusalemme ha diramato gli avvisi ai residenti nella città costiera di Tiro: «Le Idf colpiranno presto le infrastrutture militari appartenenti all’organizzazione terroristica Hezbollah». Poco dopo i media libanesi hanno riferito di alcune esplosioni nell’area. E sembra che un attacco aereo israeliano abbia raso al suolo anche un edificio nel Sud del Libano. Altre «allerte urgenti» hanno riguardato i residenti della periferia meridionale di Beirut. Man mano che prosegue il conflitto aumenta inevitabilmente il bilancio delle vittime: si parla di quasi 300 morti e 1.023 feriti in sei giorni.
E mentre il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha avvisato che il Libano «pagherà un prezzo molto alto» se Hezbollah continuerà a bersagliare Israele, dall’altra parte Madrid ha puntato il dito contro gli attacchi israeliani sul territorio libanese, invitando a rispettare «la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza». E dal presidente francese, Emmanuel Macron, sono arrivate parole di condanna sull’«attacco inaccettabile» contro la postazione di Unifil. Nell’altro campo del conflitto, quello iraniano, stando a quanto riferito da Fars, l’esercito israeliano e gli Stati Uniti hanno attaccato per la prima volta una raffineria petrolifera nel Sud di Teheran.
Spostando lo sguardo dall’altra parte della barricata, Israele ha dovuto affrontare almeno dieci allarmi per i lanci di missili provenienti dall’Iran in meno di 24 ore. Le sirene sono scattate a Tel Aviv, a Gerusalemme, nel Sud di Israele. Le Idf hanno reso noto di «aver identificato missili» lanciati dal regime iraniano, aggiungendo che «i sistemi difensivi sono operativi per intercettare la minaccia». Peraltro, Gerusalemme ha accusato Teheran di aver utilizzato «più volte» le munizioni a grappolo contro le zone civili, esponendo la popolazione a un rischio prolungato. Parallelamente, i razzi di Hezbollah hanno fatto suonare le sirene nell’Alta Galilea e ad Haifa. Nella città settentrionale di Nahariya, un drone proveniente dal Libano dopo essere stato abbattuto è precipitato nel parcheggio di un centro medico. La polizia ha riferito che il velivolo senza pilota, ritrovato quasi intatto, aveva del «materiale esplosivo».
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True
2026-03-08
Proteste contro i giudici. Le assistenti sociali tramano: spostare i piccoli Trevallion
I manifesti appesi in solidarietà alla cosiddetta famiglia del bosco fuori dalla casa famiglia di assegnazione a Vasto (Ansa)
L’avvocato della famiglia del bosco: «Vogliono evitare i giornalisti». Ieri fiaccolata di solidarietà davanti alla struttura che li ospita. Preoccupa la mamma: è sotto choc.
In tre ore, si è consumato il vergognoso strappo dai suoi figli. L’allontanamento dalla struttura di Vasto di Catherine Birmingham Trevallion è avvenuto senza rispetto, umanità. Nessuna attenzione a preparare i piccoli per l’ulteriore distacco. Via dalla casa nel bosco, via dalla famiglia, ora la separazione violenta dalla mamma.
Sì, perché malgrado il tempo ci fosse, venerdì, per spiegare alle tre creature che cosa stava per succedere, senza metterle davanti alla scena tremenda della mamma che deve andarsene con la valigia in mano, le modalità sono state di assoluta indifferenza per i sentimenti, la psiche di tre piccini.
«L’assistente sociale Veruska D’Angelo e una coordinatrice che non avevamo mai visto sono state chiuse tutto il giorno in ufficio e quando, verso le 18.30, ho chiesto loro quando intendevano eseguire il provvedimento di allontanamento della madre, mi hanno detto “oggi, adesso”. “I bambini sono stati informati?”, è stata la mia preoccupazione. Non si erano poste il problema». Così l’avvocato Danila Solinas, uno dei legali dei coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, descrive la disumana applicazione dell’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila.
Catherine non vuole andarsene, rifiuta di lasciare i figli, alla fine va a fare i bagagli. Quando i bambini capiscono quello che sta succedendo, reagiscono piangendo o chiudendosi in un tremendo mutismo. Alla più grande sale la febbre, le sue urla sono lancinanti. Alle 21.20 Nathan è arrivato, fa salire la moglie in auto, si allontanano dalla struttura. «I bambini hanno scoperto casualmente e drammaticamente la realtà del distacco e hanno avuto reazioni strazianti», dichiara sdegnato lo psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani.
Sottolinea: «Queste sono scene che generano danni enormi, la cosa che mi sorprende è la modalità non empatica, priva di mediazione, con la quale dei professionisti hanno deciso di espellere la madre, senza valutare minimamente la ricaduta traumatica sui bambini. Le uniche persone capaci di consolare questi piccoli sono state la nonna Pauline di 81 anni, mamma di Catherine, e la zia Rachel che si sono prodigate in modo incisivo». «Catherine adesso è a Palmoli, ancora sotto choc», precisa l’avvocato. «Venerdì aveva avuto la forza di rispondere a più di 500 test, pur sapendo dell’ordinanza notificata il giorno della perizia, e di lasciare la struttura come le è stato chiesto. Altro che riottosa, non so come mi sarei comportata io al suo posto, con un trattamento così vergognoso», esclama Solinas. «La D’Angelo ha minacciato anche di chiamare le forze dell’ordine se la signora non lasciava la struttura spontaneamente».
Ci mancava anche una simile scena, per quei poveri piccoli. L’incognita è quando sposteranno i bambini, come disposto nell’ordinanza. Pare vadano in una struttura a Scerne di Pineto e auguriamoci che non li separino. «Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) mi hanno assicurato che i piccoli non venivano mossi da Vasto ma la preoccupazione delle assistenti sociali è di evitare giornalisti e riprese video, quindi temo che non si muoveranno di giorno», aggiunge il legale. Se la nuova casa famiglia fosse davvero nella frazione costiera più vicina a Teramo, papà Trevallion dovrà sostenere due ore di andata e due ore di ritorno sulla sua vecchia auto per andare a trovare i figli. E mamma Catherine? Nell’ordinanza «censurabile sotto tutti profili, giuridici, fattuali, ricostruttivi» sottolinea l’avvocato, non si fa cenno alle modalità previste per gli incontri della madre. La vogliono allontanare definitivamente? Solinas, assieme all’avvocato Marco Femminella, presenterà lunedì un reclamo alla Corte d’appello dell’Aquila per una sospensione del provvedimento di allontanamento della madre, perché Catherine possa tornare a stare con i propri figli nell’attesa che siano concluse tutte le perizie richieste.
Ieri, tante persone hanno risposto all’appello per una fiaccolata silenziosa fuori dalla casa accoglienza Genova Rulli di Vasto, che ospita i tre bambini dal novembre scorso. Portavano peluche e dolci in dono, regali che sono stati rifiutati dai responsabili della struttura. Numerosi cartelli riportavano parole di sdegno, di condanna per quello che risulta un accanimento nei confronti della «famiglia nel bosco». Sugli striscioni, scritte come «I bambini a casa con i loro genitori. Stop agli abusi sui minori di 6 anni. Vergogna». Carola Profeta, responsabile del dipartimento Famiglia della Lega in Abruzzo, presente anche lei alla fiaccolata, ha scritto sui social: «La casa famiglia dove stavano i bambini e la madre è di proprietà della diocesi di Chieti-Vasto, da cristiana chiedo al vescovo, monsignor Bruno Forte, di esprimersi sulla vicenda e gli chiedo se sia normale che una proprietà della Chiesa venga usata per sfasciare le famiglie».
L’allontanamento di Catherine Birmingham dai suoi figli è stato definito da Profeta «l’ennesimo crimine di Stato. Ennesimo perché è dal 2020 che denuncio la Bibbiano D’Abruzzo. Il modus operandi del Tribunale minorile dell’Aquila è assolutamente inaccettabile e indegno di un Paese civile». Secondo l’esponente della Lega, «il presidente Cecilia Angrisano, iscritta al Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, ha messo in piedi un sistema di continua sottrazione di minori ai danni di genitori che potevano anche avere delle difficoltà, ma la famiglia va aiutata e non smembrata come è avvenuto con i Trevallion».
Profeta ha annunciato: «Domani (oggi per chi legge, ndr) andrò a Palmoli e chiederò a Nathan e Catherine di fare un appello con me al presidente Sergio Mattarella, che come capo del Consiglio superiore della magistratura, anche se non può revocare l’ordinanza, può però fare una moral suasion suggerendo ai magistrati a fare un passo indietro». La responsabile del dipartimento Famiglia si augura che il tentativo vada a buon fine anche se è la prima a dubitarne «vista la concomitanza con il referendum sulla giustizia. Che messaggio sarebbe se il presidente del Csm chiedesse a un giudice di fare un passo indietro?».
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