Matteo Del Fante (Ansa)
Dall’utile netto (+10%) al margine operativo: lo scorso anno il bilancio del gruppo ha registrato una crescita impressionante. Tirano il mercato dei pacchi e il settore finanziario. Il dividendo sale a 1,25 euro. Matteo Del Fante: «Con Tim una partnership che creerà valore».
Un tempo Poste si limitava a distribuire lettere e raccomandate. Oggi consegna utili e dividendi: ben nove miliardi negli ultimi dieci anni. Ora si aggiungono i risultati comunicati ieri. «Il 2025 è stato un anno eccezionale per Poste Italiane, abbiamo registrato i migliori risultati della nostra storia»: così l’amministratore delegato, Matteo Del Fante, apre il sipario sul bilancio dell’azienda, annunciando al mercato una performance che non ha precedenti.
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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(Ansa). Nel riquadro, l'Itis Sassetti-Peruzzi di Firenze
Il dirigente del Sassetti-Peruzzi appalta alcuni spazi agli iscritti musulmani. Palazzo Vecchio nega i simboli cristiani in classe.
Uno spazio dedicato alla preghiera durante il Ramadan all’interno di una scuola fiorentina. Succede all’istituto superiore Sassetti-Peruzzi, dove su richiesta degli studenti di religione islamica è stato individuato uno spazio in cui i ragazzi possano pregare con tutto il silenzio e il raccoglimento del caso durante l’orario scolastico.
«Ovviamente ho acconsentito subito alla richiesta degli alunni», spiega al quotidiano La Nazione il dirigente della scuola, Osvaldo Di Cuffa. «Tra l’altro, mi pare che quest’anno il Ramadan nella mia scuola sia particolarmente sentito dai ragazzi musulmani. In passato non avevo avuto questa sensazione».
La notizia arriva negli stessi giorni in cui a Firenze è tornata di attualità l’annosa questione: crocifissi a scuola, sì o no? Il dibattito si è riaperto, dopo che è stata presentata una mozione dal consigliere comunale di opposizione Luca Santarelli avente ad oggetto «Crocifissi e presepi nelle scuole comunali di ogni ordine e grado». La Commissione 9 di Palazzo Vecchio, competente sull’Istruzione, ha bocciato la mozione presentata da Santarelli, che in un post su Facebook ha commentato così: «La maggioranza dice no alle nostre radici. No ai crocifissi nelle classi».
La decisione, approvata a maggioranza, si legge in una nota pubblicata sul sito del Comune di Firenze, «pone al primo posto il principio fondamentale dell’autonomia scolastica, sancito dal Dpr 275/1999 e tutelato dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della Cassazione. Le scuole, attraverso i dirigenti scolastici e i Consigli di istituto, sono gli organi preposti a decidere sull’esposizione di simboli religiosi o culturali, nel rispetto della laicità dello Stato italiano e della pluralità delle convinzioni religiose presenti nelle nostre aule. Imporre o promuovere dall’alto scelte simboliche invade questa autonomia e rischia di ledere la libertà di coscienza di studenti, famiglie e personale scolastico, come ribadito da sentenze quali Cassazione 24414/2021 e Consiglio di Stato 2567/2024».
La presidente della commissione, la dem Beatrice Barbieri, motiva così la decisione: «L’intervento comunale non può sostituirsi alle scelte pedagogiche delle scuole, che devono riflettere la complessità della nostra società multiculturale. Le tradizioni cristiane, crocifisso e presepe inclusi, rappresentano un patrimonio storico-artistico inestimabile e possono essere valorizzati come occasioni di apprendimento culturale, ma solo nel quadro di iniziative inclusive che rispettino tutte le sensibilità, senza privilegiare una confessione religiosa».
Anche se il Sassetti-Peruzzi non rientra tra le scuole su cui il Comune ha competenza, davanti alle parole della consigliera, viene da chiedersi se concedere spazi per pregare durante l’orario scolastico sia o meno privilegiare una confessione religiosa.
Va detto che l’argomento del rapporto tra islam e scuole è da sempre complesso, e a Firenze in modo particolare.
Nel 2023 Ludovico Arte, preside di una scuola superiore, l’istituto tecnico Marco Polo, aveva detto sì a un’esigenza che era stata presentata da alcune studentesse di fede musulmana, concedendo un’aula per pregare a disposizione degli studenti osservanti il Ramadan «durante il secondo intervallo, dalle 11.35 alle 11.45». Il dirigente aveva spiegato, con parole simili a quelle usate dal suo collega quest’anno, che «la religione non può passare davanti alla didattica, non è accettabile. Ma mi sono voluto consultare con le vicepresidi e abbiamo deciso di concedere gli spazi, di ottemperare dunque a una richiesta che ci era stata posta con molto garbo».
All’epoca Alessandro Draghi, capogruppo di Fratelli d’Italia a Palazzo Vecchio, aveva criticato duramente la scelta: «Non sono islamofobo ma se si sceglie la laicità della scuola, se non ci sono i crocifissi allora non ci devono essere nemmeno le aule per il Ramadan».
Quest’anno, però, sempre secondo quanto riporta La Nazione, al Marco Polo non sarebbero state messe a disposizione aule e il caso del Sassetti-Peruzzi sarebbe un episodio isolato. «Non abbiamo avuto nessuna richiesta», ha spiegato Arte. Stesso discorso all’istituto Salvemini-Duca d’Aosta. Anche all’Itis Leonardo da Vinci, fa sapere al quotidiano fiorentino la dirigente Francesca Balestri, «nessuno studente mi ha chiesto niente». Fin qui le scuole superiori. Tra i più piccoli, con l’inizio del Ramadan è tornato il problema del digiuno.
All’istituto comprensivo Vespucci, che si trova a Peretola, stanno facendo il Ramadan un bimbo della primaria e uno della secondaria di primo grado. «Molti meno rispetto al passato», spiega la dirigente Francesca Cantarella. «Come scuola», aggiunge, «abbiamo deciso di far firmare ai genitori un’assunzione di responsabilità, perché in passato, quando il periodo di digiuno cadeva in periodi caldi, è capitato che qualche bimbo, stremato, si sentisse male».
In questi giorni, secondo quanto riportato dal quotidiano toscano, il bimbo della primaria che osserva il periodo di digiuno va regolarmente a mensa, ma non tocca cibo né acqua.
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«Bridgerton 4» (Netflix)
La quarta stagione di Bridgerton, su Netflix dal 26 febbraio, adatta «La proposta di un gentiluomo» di Julia Quinn e segue l’amore impossibile tra Benedict e Sophie, tra differenze di classe, convenzioni sociali e un finale che chiude la loro storia.
La musica è quella contemporanea, riadattata da un'orchestra perché i suoni siano morbidi, violenti quando serve. La trama, però, riporta altrove, all'Inghilterra di fine Settecento: un'Inghilterra bella e florida, dove la classa nobiliare non è quel che è stata. Shonda Rhimes l'ha immaginata mista. Un insieme di etnia e colori che mai avrebbe potuto verificarsi in epoca vittoriana.
In televisione, però, dove la musica suona diversa e il tempo si adatta alle immagini, gli indiani convivono a fianco agli inglesi, fra loro cinesi, africani, un insieme di tradizioni e colori che nulla toglie ai privilegi della casta. Quella di Bridgerton è una società aperta. Solo in apparenza, però, perché la sua quarta stagione - tratta dal romanzo di Julia Quinn La proposta di un gentiluomo (ed. Mondadori) - racconta altro. I pregiudizi, la chiusura, l'immobilismo di quella società in superficie tanto perfetta.
Bridgerton, i cui nuovi episodi saranno disponibili su Netflix a partire da giovedì 26 febbraio, racconta di un amore da cliché, tormentato dalle norme non scritte che regolano l'interazione sociale. Benedict Bridgerton, il quarto fra i figli della famiglia a trovarsi in età da matrimonio, avrebbe dovuto sposare una sua pari, viscontessa o più. Invece, come spesso accade nei romanzi, si è innamorato di chi non ha diritto di guardarlo, la figlia di una domestica. Sophie Beak ha sempre servito in case blasonate, figlia illegittima di un uomo che pur sarebbe stato nobile. Il padre, però, non l'ha mai riconosciuta, e Sophie si è trovata a far da serva a quelle che avrebbero dovuto essere le sue sorelle, la sua famiglia. Bella, più di qualunque coetanea, ha finito per suscitare l'interesse di Benedict, che, però, si è ben guardato dallo sfidare le regole per farla sua. La prima parte di questa quarta stagione si è chiusa con una proposta irricevibile per chiunque abbia dell'amor proprio, quella di diventare non moglie ma amante. Sophie ha declinato. Benedict incassato. Ma gli episodi inediti vanno oltre quello scambio gelido, quelle parole tremende, dando un finale alla storia di Julia Quinn, opportunamente rivista per rispondere alle logiche dell'ìuniverso di Shondaland. Un universo che non necessariamente avrà le declinazioni sperate.
Julia Quinn, insieme a Shonda Rhimes, s'è presa il tempo di chiarire la questione spin-off, spiegando come l'agenda degli attori protagonisti delle passate stagioni sia ormai fittissima. Troppo, per consentire loro di tornare a recitare stabilmente in Birdgerton o in qualche sua costola. Nessuna speranza, dunque, di rivedere il duca di Hastings o chi gli è succeduto.
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Marco Masini e Fedez (Ansa)
Niente palco per Andrea Pucci, visto il suo pendere a destra. Nessun problema per lo show di Roberto Benigni, che palpeggiò Pippo Baudo in diretta, né per lo stanco conformismo di Fiorello.
Sai che ridere se a vincere il Festival fosse Fedez, già autore di versi omofobi e sessisti. Dei quali si è scusato: «Ho sbagliato per cose dettate dall’ignoranza», Corriere della sera, 3 maggio 2021. Ma anche frequentatore di ultrà della curva rossonera: «Fedez e Christian Rosiello, com’è noto, sono stati identificati tra gli aggressori del personal trainer Cristiano Iovino, ed è pure noto il silenzio di quest’ultimo che non ha mai sporto denuncia», Repubblica 30 settembre 2024. In questo caso, però, nessun pentimento: «Non rinnego le mie amicizie, il mio passato e gli errori», Corriere, 26 febbraio.
Soprattutto vincitore di un Ambrogino d’oro, lui che quando Gerry Scotti gli ha menzionato «il grande Giorgio Strehler», ha sghignazzato: «Raga, ma chi ca... è ‘sto Streller?».
Se il primo posto andasse a lui, che si esibisce in tandem con Marco Masini, vorrei proprio vedere le facce della Santa Inquisizione dei social-mentecatti, delle prefiche dei blog, del Sinedrio dei giusti.
Sono state infatti tali categorie ad alzare le barricate affinché al teatro Ariston non approdasse quell’essere brutto, sporco e cattivo, omofobo e frequentatore di ambigui ultras nerazzurri, di nome Andrea Pucci. Impiccato a una serie di suoi «apprezzamenti», certamente non eleganti e non di grande gusto - su Tommaso Zorzi e il tampone: «Ribadisco per l’ennesima volta, se si è sentito offeso, mi scuso», Corriere, 7 febbraio, e sull’aspetto di Elly Schlein: «Già che ci sei, dentista e orecchie no? Alvaro Vitali e Pippo Franco insieme» (battuta che peraltro ha chiarito rifarebbe) - di cui poteva fare a meno.
Perché non ne ha bisogno. Nei suoi spettacoli - ancora di più sold out dopo questa vicenda - si ride, e molto, grazie alla sua capacità di individuare e perculare tic, stili e riti della vita quotidiana, proprio per questo alla portata di tutti. Certo, non è sofisticato, non se la tira da maître à penser, ignora la satira politica, è solo un onesto mestierante della comicità.
Per questo avrei voluto vederlo in azione a Sanremo, per poterlo applaudire, o fischiare e criticare. Ma dopo, non prima.
Invece su Pucci si è sparato ad alzo zero, incarnazione del Male assoluto, immondo soggetto indegno del servizio pubblico, sempre a insindacabile giudizio dei soliti noti, i maestrini dalla penna (molto) rossa e blu, i vigilantes democratici e «antifa». Un bombardamento che ha spinto Pucci a declinare l’invito.
Dando soddisfazione ai piccoli Viscinski dell’esibizionismo etico, i questurini della polizia morale, che ora menano vanto di aver preservato il pubblico della «più grande azienda culturale del Paese» da una esibizione volgare e scadente. Il che suona singolare. Visto che agli «abbonati Rai» nulla è stato risparmiato. Come non ricordare il blitz di Roberto Benigni nello show del sabato sera Fantastico 1991, quando saltò addosso a Raffaella Carrà, inchiodandola sul pavimento in posizione dogging style, per poi snocciolare tutti i modi con cui sono chiamati gli organi sessuali, femminili e maschili.
«Performance condita da comicità travolgente e da irriverenza» fu incensata. Ma non da tutti, neppure a sinistra. Così un annoiato Edmondo Berselli, direttore de Il Mulino, non certo un eversore di destra, fotografò Benigni: «Comparsate strepitanti, interventi urlati, mani ficcate nella parti basse, poesiacce a bischero sciolto, col peperone e la zucchina, rime populiste, “Quando sento Berlusconi mi si sgonfiano i co...”», in Post-italiani, Mondadori 2004.
Servizio pubico più che servizio pubblico, insomma. Le parti basse, peraltro, erano non solo della Carrà ma pure di Pippo Baudo, visto che proprio a Sanremo 2002 il ripetitivo Benigni gli strizzò il birollo, preceduto da Fiorello, un uno-due che con la consueta pigrizia conformistica è passato alla storia come un «momento iconico». Anche qui non senza eccezioni.
Nel forum TeleVisioni di Aldo Grasso, sul sito del Corriere, fu per esempio ospitata la stroncatura di tal Andrea Vaghi: «Indicare come momento di alta comicità la triviale strizzata dei testicoli di Baudo, ad opera di Fiorello e di Benigni, è un insulto per noi telespettatori. Oltretutto non si comprende il motivo dei dispendiosissimi cachet con cui gli abbonati Rai retribuiscono tali ospiti: per inscenare queste volgarità basterebbe ingaggiare un qualunque attorucolo di bassa lega», recensione che Grasso non commentò - ma che pubblicò.
Per soprammercato, l’ottimo Fiorello si è a lungo lasciato andare, a Viva Rai 2 nel 2023, nel promuovere Teleminkia, con le sue rubriche quali il Meteominkia, gag su cui nessuno ha trovato da ridire. «Eh, ma Benigni è Benigni, Fiorello è Fiorello...».
E chi lo nega? Quello che è insopportabile è il doppiopesismo. «Di Renzo Arbore non m’importa nulla. È bravo a fare quello che fa. Semmai mi infastidisce il credito di cui dispone sulla stampa. Se nelle sue trasmissioni fa una pernacchia, diventa “una citazione della pernacchia”» rilevò sconsolato Antonio Ricci 40 anni fa (in Chi è, chi non è, chi si crede di essere di Roberto D’Agostino, Mondadori 1988).
Per questo rivendico il mio diritto alla risata a 360 gradi, per le battute di Fiorello quando fa inarrivabili imitazioni di Franco Battiato o di Gianni Minà, per La taranta del centrodestra di Checco Zalone, «viva Mara Carfagna / viva la fre...», senza dimenticare la canzone sugli «uomini-sessuali», per L’inno del corpo sciolto del primo Benigni (non l’odierno, monumento del politicamente corretto), per le sapidezze di Pio e Amedeo, per il capo indiano Estiqaatsi di Lillo e Greg, per i «centoni», canzoni celebri di cui viene riscritto il testo in chiave satirica, di Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
Proprio Bizzarri si è schierato pro Pucci: «Ha sbagliato a rinunciare a Sanremo perché ha dato ragione a uno sparuto gruppo di imbecilli. Non c’è nulla di peggio. Doveva fottersene e tirare dritto, non è la sua o la mia comicità a essere messa in dubbio, ma quella di tutti». Vero. Ma forse Pucci non se l’è sentita di finire nel tritacarne, come successe a Maurizio Crozza, contestato all’Ariston nel Sanremo 2013 di Fabio Fazio. Si è semplicemente autocensurato, come accadde, toh, proprio a Bizzarri nel marzo 2023: «A DiMartedì su La7 avevo una battuta su Schlein che mi faceva tanto ridere, solo che era greve. Ho pensato: ma perché mi devo far rompere le scatole per una battuta? L’ho tolta, anche se con una certa disperazione. Senza dimenticare l’ipocrisia enorme che ci circonda: se la stessa battuta l’avessi fatta su Daniela Santanchè nessuno avrebbe detto nulla». Amen.
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