Nicola Bux
Il teologo: «La crisi di oggi nasce dalla convinzione che la realtà ecclesiale non sia opera del Signore stesso. Prevost ha chiaro che l’immigrazione va gestita dalla politica. Ma è inutile fare i puritani sul Board of Peace».
È la riedizione di un conflitto che aveva trovato una tregua solo durante il pontificato di Benedetto XVI. La Fraternità sacerdotale San Pio X è di nuovo ai ferri corti con la Santa Sede per la questione della nomina di sacerdoti e vescovi: quest’ultima rivendica l’ultima parola, i lefebvriani intendono procedere in autonomia. L’incontro del 12 febbraio in Vaticano non ha sbloccato l’impasse.
E il 18 febbraio, il Consiglio generale del gruppo ha confermato al cardinale Víctor Manuel Fernández anche il rifiuto di un dialogo «specificatamente teologico», proposto da Roma. Nel frattempo, in Germania, si è compiuto il percorso sinodale della Chiesa tedesca, zeppo di controversie, dal tema dell’omosessualità a quello del sacerdozio femminile. E ora i riformatori attendono un eventuale beneplacito dal Papa. È una crisi che segna un primo banco di prova per il nuovo Papa. Ne abbiamo parlato con don Nicola Bux, teologo, liturgista e già stretto collaboratore di Joseph Ratzinger.
Cosa sta succedendo? Si sta ormai disgregando l’unità dei cattolici?
«Alla radice della crisi attuale c’è l’idea di Chiesa: s’è perso il senso cattolico della realtà ecclesiale. Da molti dentro la Chiesa non si crede più che sia stata voluta dal Signore stesso, ma sia creata da noi e che quindi noi stessi la possiamo riorganizzare liberamente secondo le esigenze del momento. Così pensava Ratzinger già nel 1985, nel noto Rapporto sulla fede, pubblicato con Vittorio Messori. Un po’ alla maniera delle “free churches” americane, ben oltre il modello protestante».
Siamo giunti a questo punto?
«Ora, fra i teologi, va in giro l’idea - sconosciuta alla dottrina - che la Chiesa è per sua natura “sinodale”, quando nel Credo la si professa: una, santa, cattolica, apostolica. Se la Chiesa è vista come una costruzione umana, anche i contenuti della fede diventano arbitrari. Inoltre, la Chiesa non è un “collettivo”, anche quando la si descrive come popolo di Dio, perché è ben più della somma dei suoi membri, essendo il “Corpo di Cristo”, secondo l’espressione paolina. La sua struttura profonda e ineliminabile non è democratica ma sacramentale, dunque gerarchica: perché la gerarchia - dal greco “sacro principio” - basata sulla successione apostolica è condizione indispensabile per raggiungere la forza, la realtà del sacramento. Hanno riflettuto su questo i fautori del Sinodo tedesco e della Fraternità Sacerdotale San Pio X? Spero che il Papa lo ricordi loro e ottenga un ripensamento a partire dalla verità di fondo: la Chiesa è una comunione, come recita un testo straordinario del cardinale domenicano Jerome Hamer».
Come potrà Leone ricucire gli strappi?
«Riformare la Chiesa veramente significa darci da fare per far sparire nella maggior misura possibile ciò che è nostro, così che meglio appaia ciò che è Suo, di Cristo. Papa Leone l’ha ricordato ai cardinali all’indomani della sua elezione. È una verità che ben conobbero i santi: i quali, infatti, rinnovarono in profondo la Chiesa non predisponendo nuove strutture ma convertendo sé stessi. Non di management ma di santità ha bisogno la Chiesa per rispondere ai bisogni dell’uomo. Così la pensava Ratzinger. San Francesco, in questo ottavo centenario del suo transito da questo mondo al Cielo, lo ispiri a molti ecclesiastici e laici. Questa è la dottrina perenne, che non produce strappi nella tunica inconsutile di Gesù Cristo».
Qualcuno pensa che ci sia bisogno di innovare un’istituzione ormai vecchia.
«La tradizione, da san Vincenzo di Lerins a san John Henry Newman, è uno sviluppo organico, non un fossile: è la continuità dell’unico soggetto Chiesa, che è lo stesso di prima del Concilio Vaticano II. Gli sviluppi organici, in continuità portano al rinnovamento continuo, le rotture invece portano alla dissoluzione quelli che le provocano, basta vedere i mondi ortodossi, anglicani e protestanti, l’un contro l’altro armati. Che amarezza!».
Intravede possibilità di una nuova liberalizzazione della messa in latino, dopo la stretta di Francesco?
«Sì, se si supera l’affermazione, priva di fondamento storico, del primo articolo del motu proprio Traditionis custodes: “I libri liturgici promulgati dopo il Vaticano II sono l’unica espressione della lex orandi del rito romano”».
Qui, per comprendere, ci occorre tutto il suo sapere di liturgista.
«Nel rito romano sono nate le varie forme in uso presso gli ordini religiosi e nella curia romana, costituendo la famiglia rituale latina con gli altri riti occidentali. Chi conosce le forme liturgiche orientali, poi, sa che esiste diversità fra le Chiese e all’interno di ciascuna di esse. Con il motu proprio Summorum Pontificum, Benedetto XVI intese ripristinare il rito romano antico mai giuridicamente abrogato ma, salvo indulti individuali, proibito da sessant’anni. Così applicò l’intenzione del concilio Vaticano II di salvaguardare “le legittime diversità” e, nello stesso tempo “l’unità sostanziale del rito romano” (SC 38)».
E poi?
«La medesima strada è stata indicata dai vescovi che hanno risposto al questionario del 2020 della Congregazione per la Dottrina della fede, mettendo in evidenza, con alcuni aspetti critici, quelli di gran lunga positivi della forma straordinaria: attivare forze vive e contribuire a portare pace e unità nella Chiesa; riconoscere i valori liturgico, teologico, catechistico e quello storico che inculca e richiama allo sviluppo organico della tradizione della Chiesa. Alla forma straordinaria va riconosciuto un influsso positivo su quella ordinaria: i sacerdoti che l’apprendono cominciano a celebrare decorosamente anche quella ordinaria, ossia con maggiore fede e disciplina; così pure quanti la studiano nei seminari e nelle Case di formazione religiosa».
Il giro di vite dello scorso pontificato non era adeguatamente giustificato?
«Nella bolla Apostolorum Limina per l’indizione dell’Anno Santo del 1975, Paolo VI affermava: “Noi stimiamo estremamente opportuno che questa opera (la riforma liturgica, ndr) sia riesaminata e riceva nuovi sviluppi”. E Benedetto XVI: “Chi è del parere che non tutto in questa riforma sia riuscito, e che alcune cose siano modificabili o addirittura abbiano bisogno di una revisione, non è, per questo, un nemico del concilio”. Dunque, il cardinal Arthur Roche, nel testo distribuito ai cardinali per il Concistoro, non può sostenere che i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II abbiano consentito e non promosso il rito antico. Né regge l’equazione: accettare la validità del Concilio Vaticano II significa accettare la riforma liturgica. Il testo è contraddittorio: al punto 1 è affermato che la liturgia ha sempre avuto riforme, e al punto 11 rifiuta la varietà di forme perché ritiene la liturgia irriformabile. In verità, c’è un profondo dissenso circa l’essenza della celebrazione liturgica: ciò, purtroppo, avviene perché non si riconoscono a Dio i suoi diritti sulla liturgia, che è sacra proprio per questo».
Nel «metodo Prevost», lei scorge una discontinuità rispetto a Francesco? Attenzione ai paramenti sacri, ripristino degli appartamenti papali, ritorno a Castel Gandolfo, la visita programmata al prossimo Meeting di Rimini…
«Come anzidetto, è giusto che vi sia continuità tra Papi, come tra vescovi e parroci, altrimenti si sarebbe in un terremoto incessante, però ciascun Papa è diverso. In papa Leone XIV lo si nota dai discorsi, in cui è curato l’et et cattolico, per ora. Attendiamo, quindi».
Sui migranti e sull’ambiente, Leone non sembra discostarsi molto dal predecessore. E uno dei suoi primi viaggi sarà a Lampedusa.
«Mi pare, però, che egli abbia chiaro che l’immigrazione è un diritto subordinato a condizioni giuridiche stabilite dall’autorità politica, come recita il Catechismo della Chiesa cattolica (2242). Quanto all’ambiente, sin dal primo discorso in merito, gli ha preferito il termine “creato”: questo fa grande differenza!».
Pochi giorni fa, il Papa ha rivolto al clero di Roma un’osservazione acuta: ci sono fedeli che prendono i sacramenti ma non sono evangelizzati. Da dove origina questa banalizzazione dei sacramenti?
«Benedetto XVI trattò la questione dei cristiani europei, che in realtà si comportavano da neopagani. Dipende dall’incomprensione del fatto che la fede implica la vita morale, a cui si arriva con la grazia donata nei sacramenti. Per esempio: taluni divorziati, che hanno cioè rotto il vincolo matrimoniale, o i conviventi che non l’hanno mai contratto, ritengono ci si possa accostare alla comunione: non pensano che questo sacramento - il nome lo dice - presuppone l’unità; ma se questa è stata rotta o non la si vuole ripristinare, ricevere il sacramento è una contraddizione in termini».
Rispetto a Francesco, che sull’Ucraina si spinse a sostenere tesi ardite come quella del famigerato «abbaiare della Nato alle porte della Russia», la posizione di Leone appare molto più vicina a quella dell’establishment americano. È stato vescovo in Perù, ma è un Papa «occidentale»?
«È occidentale per il fatto che si ispira a sant’Agostino e al suo realismo, quando scrisse la Città di Dio a cui deve guardare quella degli uomini».
Secondo lei, il Vaticano ha fatto bene a evitare il Board of Peace di Donald Trump per Gaza?
«La Santa Sede ha un osservatore in vari organismi internazionali, che notoriamente non conducono attività in linea coi principi e valori cristiani: allora perché fare i puritani col Board per Gaza?».
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Ansa
Dopo le rivelazioni della «Verità», l’Authority della Regione Abruzzo stigmatizza il comportamento della giovane specialista che deve valutare i Trevallion: «Frasi denigratorie, viene meno l’imparzialità».
E a quanto pare non sono molto disposti agli autoesami nemmeno gli esperti (o presunti tali) individuati dal tribunale dei minori dell’Aquila. Come noto, il tribunale ha disposto una perizia psicologica per accertare le capacità genitoriali di papà Nathan e mamma Catherine, e l’ha affidata a Simona Ceccoli, una psichiatra che di solito opera presso una Rsa, il presidio ospedaliero Villa Letizia a L’Aquila. In teoria, a svolgere un compito simile dovrebbero essere professionisti che abbiano all’attivo diversi anni di esperienza con i minori, e sarebbe interessante sapere se la psichiatra in questione effettivamente li abbia. Di sicuro, questa esperienza difetta alla ausiliaria che la Ceccoli ha scelto, ovvero Valentina Garrapetta, la psicologa che ha il compito di svolgere i test sui Trevallion.
Ieri abbiamo documentato come la giovane dottoressa, tra novembre e dicembre, abbia condiviso sul suo profilo Facebook post e articoli particolarmente ruvidi nei confronti della famiglia nel bosco. Ieri, chissà come mai, la dottoressa ha rimosso uno di quei post, il più feroce, dalla sua pagina social. Ma ormai il danno è fatto. È difficile non farsi venire dubbi sulla sua imparzialità, dubbi che si estendono purtroppo anche alla psichiatra che l’ha voluta come ausiliaria.
Nel primo articolo che abbiamo pubblicato su questo caso abbiamo evitato di scrivere il nome della giovane dottoressa, anche se i suoi post erano pubblici: non ci interessano gli attacchi personali, ma solo che sulla vicenda dei Trevallion ci sia la massima trasparenza. Notiamo però che la Garrapetta ha deciso di esporsi rilasciando dichiarazioni a Repubblica. Frasi polemiche nei confronti di Tonino Cantelmi, esperto di provata autorevolezza che da qualche tempo opera quale consulente dei Trevallion. Cantelmi ha avanzato alcuni dubbi sulle competenze della dottoressa: «Ho molte perplessità su come la consulente tecnica d’ufficio sta gestendo i test, che costituiscono una componente importante di una perizia, a volte decisiva», ha detto Cantelmi. «La consulente tecnica ha affidato la scelta dei test a una giovane psicologa, iscritta all’Albo solo da poco più di tre anni e le cui competenze reali saranno tutte da valutare. Non conosciamo ancora le reali competenze della dottoressa sui minori, ma siamo preoccupati, date le premesse, qualora volesse somministrare test ai minori, per la qualità dell’intervento».
La dottoressa ha replicato piccata: «Quanto detto qualifica il signor Cantelmi e non me», ha dichiarato a Repubblica. «Per me parla il curriculum. E se le mie competenze sono da valutare, le sue sono già valutabili da un punto di vista deontologico».
A dire il vero, se c’è qualcosa di rilevante sul piano deontologico sono proprio i post della dottoressa che ha mostrato La Verità, e che cambiano irrimediabilmente il quadro della situazione. Sarebbe davvero incredibile, alla luce delle notizie che abbiamo pubblicato, che le istituzioni non intervenissero e che si ripensasse tutto lo svolgimento della perizia.
Abbiamo chiesto al professor Cantelmi che cosa pensi dei post che abbiamo rintracciato, e la sua risposta lascia pochi dubbi. «Ci sono delle stringenti normative deontologiche promosse dall’Ordine degli psicologi che vietano di poter assumere incarichi inerenti perizie qualora uno abbia espresso pubblicamente o abbia in qualche modo condiviso pubblicamente opinioni sul caso che andrà ad esaminare, quindi se i post sono veri si tratta di una violazione deontologica grave che non potremo non segnalare», dichiara. «La giovane psicologa dichiara di avere un curriculum che parla da solo», continua. «In effetti un curriculum di tre anni parla davvero da solo... Forse qui non si tiene conto del fatto che l’articolo 4 comma 4 del decreto ministeriale 109/2023 stabilisce i requisiti di competenza per coloro che si occupano di minori in ambito peritale, e sono requisiti stringenti: almeno cinque anni di documentata esperienza nel campo minorile. Peraltro lei non conferma sul suo sito competenze sui minori, anzi. Quindi rimaniamo perplessi e ovviamente la perplessità maggiore a questo punto ricade sulla Ctu che l’ha scelta».
Già: a questo punto le perplessità sono inevitabili. «La Ctu e la testista hanno dichiarato a noi più volte di avere un rapporto di lavoro consolidato e anche questo ci stupisce», prosegue Cantelmi. «Come può essere consolidato questo rapporto vista la brevità della carriera della psicologa? Ovviamente questo ci fa riflettere. Io faccio un appello: se vogliamo davvero collaborare per il benessere di questi bambini dobbiamo mettere da parte i pregiudizi e le posizioni preconcette. Dobbiamo essere sufficientemente autocritici. Questo appello lo rivolgo a chiunque si occupi dei bambini, anche al servizio sociale: collaboriamo insieme perché questi bambini tornino al più presto ai loro genitori».
Fra pochi giorni, in teoria, dopo i genitori anche i piccoli Trevallion dovrebbero essere sottoposti a test. «Abbiamo molti dubbi sui test scelti», dice ancora Cantelmi. «Abbiamo offerto collaborazione, ma i nostri suggerimenti sulle modalità di somministrazione non sono stati accolti. Alcuni test per noi sono obsoleti, altri sono palesemente inutili, non c’entrano con la capacità genitoriale in modo specifico e poi siamo molto preoccupati per i test che si vogliono somministrare ai minori. Tutto questo lo dettaglieremo nelle sedi opportune, nel complesso siamo molto perplessi e stupiti per la superficialità con la quale si sta affrontando questo caso».
La superficialità, ormai, è evidente a tutti. Semplicemente, non è ammissibile che la valutazione della famiglia nel bosco - e dunque la decisione sul suo futuro - sia nelle mani di qualcuno che la derideva e insultava sui social. Se n’è resa conto la Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, Alessandra De Febis, che dopo aver visto il nostro articolo ha emesso una nota molto dura: «Da quanto emerso, nell’ambito del procedimento che ha condotto all’allontanamento dei bambini dal proprio nucleo familiare e nelle successive attività di accertamento sulle condizioni degli stessi e dei genitori, risulterebbe il coinvolgimento di una professionista che in precedenza aveva già espresso pubblicamente, attraverso i social network, giudizi e posizioni fortemente denigratorie nei confronti della famiglia. Qualora tale circostanza fosse confermata», dice la Garante, «ci troveremmo di fronte a un fatto di estrema gravità, perché verrebbe meno in radice il requisito fondamentale dell’imparzialità che deve caratterizzare ogni valutazione tecnica in un ambito così delicato».
Secondo la Garante è «doveroso intervenire per richiamare con fermezza la centralità del superiore interesse dei minori coinvolti, che deve rappresentare il riferimento esclusivo di ogni decisione e di ogni valutazione. Un professionista che abbia già manifestato un orientamento pregiudiziale non può garantire quella necessaria serenità di giudizio indispensabile per valutare in modo obiettivo la condizione psicologica e fisica dei minori e del loro nucleo familiare. In procedimenti che incidono in maniera così profonda sulla vita dei bambini non è ammissibile neppure il dubbio sulla neutralità di chi è chiamato a svolgere funzioni tecniche».
Per la De Febis, «il rischio concreto è che si perda di vista l’obiettivo principale: la tutela effettiva dei diritti dei bambini. Alla luce degli elementi che stanno emergendo, avverto ancora più forte la responsabilità, connessa al ruolo che ricopro, di adoperarmi affinché vengano compiuti tutti gli approfondimenti necessari per chiarire i fatti e verificare che ogni passaggio del procedimento sia stato improntato al rispetto dei principi di imparzialità, correttezza e trasparenza. Mi attiverò per utilizzare tutti gli strumenti previsti dall’ordinamento al fine di comprendere pienamente quanto accaduto e contribuire a fare luce su una situazione che sta assumendo contorni di particolare gravità. Il mio intervento non è volto ad alimentare contrapposizioni, ma a riportare con determinazione l’attenzione su ciò che deve venire prima di tutto: i diritti dei bambini, la credibilità dei percorsi valutativi e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Su un principio non può esserci alcuna deroga: ogni decisione che riguarda un minore deve fondarsi su valutazioni realmente imparziali, competenti e libere da qualsiasi pregiudizio».
A questo punto la palla passa al tribunale dei minori: non prendere atto di ciò che abbiamo pubblicato e non assumere adeguati provvedimenti sarebbe inaccettabile.
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Leone XIV (Ansa)
Prevost fa esplicito riferimento alla «violenza dilagante» a Termini in una omelia.
dilagante che caratterizza questo luogo. A mia memoria non ricordo Papi che si siano pronunciati esplicitamente su questa forma di violenza. Certo, di violenza hanno parlato vari Papi: basti pensare all’anatema lanciato ad Agrigento, contro la mafia, il 23 maggio del 1993, 33 anni fa. Ma specificamente su questa forma di violenza, detta microcriminalità, così dilagante, preoccupante, e lesiva della libertà e della dignità della persona, Leone XIV è stato esplicito come raramente ricordiamo da parte di altri Papi.
Durante l’omelia nella parrocchia Sacro Cuore nella zona Castro Pretorio di Roma ha testualmente detto: «In pochi metri si possono toccare le contraddizioni di questo tempo: la spensieratezza di chi parte e arriva con tutte le comodità e coloro che non hanno un tetto; le tante potenzialità di bene e una violenza dilagante; la voglia di lavorare onestamente e i commerci illeciti delle droghe e della prostituzione. La vostra parrocchia è chiamata a farsi carico di queste realtà, ad essere lievito di Vangelo nella pasta del territorio, a farsi segno di vicinanza e di carità. Ringrazio i salesiani per l’opera instancabile che portano avanti ogni giorno, e incoraggio tutti a continuare ad essere proprio qui una piccola fiammella di luce e di speranza». E si badi bene, non ha condannato la spensieratezza di chi viaggia con tutte le comodità, ma semmai la disparità che che esiste tra loro e chi non dispone di un tetto. Elogiato coloro che lavorano onestamente e condannato senza appello coloro che svolgono commerci irregolari ed illeciti di droghe e della prostituzione. Una foto precisa di ciò che avviene nella e intorno alla Stazione Termini di Roma.
Naturalmente sarebbe una distorsione del pensiero e delle parole del Papa, una interpretazione «securitaria» di ciò che ha detto. Non è questo il punto. La Chiesa e il Papa, quando parlano di problemi sociali, hanno sempre in mente il concetto di bene comune. Il bene comune, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri di raggiungere più pienamente e più speditamente la propria perfezione». Comprende il rispetto della persona, il benessere sociale e la pace. È proprio al rispetto della persona e al benessere sociale che possiamo con sia pur relativa convinzione riportare le parole del Papa. Ma non si può neanche cadere nell’errore inverso, e cioè non considerare come determinante, nella sua omelia, il riferimento esplicito a che nei luoghi dove le persone si ritrovano o circolano siano garantite le condizioni di sicurezza per le persone stesse. Non c’è infatti dubbio che il rispetto della persona passi anche attraverso la sua libertà dalla paura. Non è una forzatura. Sarebbe semplice riportare vari passi, citazioni e brani di documenti che dimostrano questa convinzione. Sicurezza e rispetto della persona costituiscono una parte di quel bene comune cui la Chiesa nel suo insegnamento sociale fa riferimento come principio fondante della dottrina sociale stessa. Tra l’altro il legame tra insicurezza e povertà o degrado delle città non può non interessare la Chiesa, che vede i più deboli come principali obiettivi e bersagli di questa violenza diffusa anche in luoghi pubblici come le stazioni ferroviarie.
Dunque sarebbe offensivo del pensiero e della figura del Papa interpretare queste sue parole all’interno del dibattito politico che si sta svolgendo nel nostro Paese sul tema della sicurezza e che ha assunto una centralità che non aveva mai avuto. Non si tratta di stiracchiare le parole del Papa a favore di una parte piuttosto che di un’altra, politicamente parlando. Certamente esse possono essere interpretate come un richiamo forte ad interventi importanti e a provvedimenti efficaci per prevenire ed anche reprimere questa forma di violenza dilagante. Non è neanche un caso, del resto, che nelle parole del pontefice siano state accomunate l’insicurezza e la presenza di commerci illeciti con particolare riguardo a droga e prostituzione. Perché tutte e due le tipologie di fenomeni criminali vanno inscritte nell’insieme generale che si chiama degrado. Il degrado non è compatibile con il bene comune perché nel degrado la persona difficilmente può sviluppare sé stessa e i propri progetti di vita. Questo ci pare l’ambito più congruo nel quale collocare le parole del vescovo di Roma.
Concludendo, se da una parte il richiamo del pontefice non può essere iscritto d’ufficio in nessuna delle parti politiche che discutono del tema della sicurezza, certamente non possiamo non rilevare la peculiarità di questo richiamo e anche la sua forza sia in termini di insegnamento sociale che in termini di richiamo esplicito a un necessario intervento risanatore e che ristabilisca la giustizia anche in questo delicato settore della vita sociale. Non si può tirare l’abito del Papa da una parte o dall’altra. Non si può parimenti non rilevare la forza e l’originalità di questo richiamo.
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Ryan Williams e Donald Trump
Il capo del Claremont Institute, serbatoio di collaboratori per Donald Trump: «La lotta al woke è appena iniziata, servono leggi. L’immigrazione senza limiti indebolisce la democrazia».
La lotta per l'egemonia culturale è uno degli obiettivi principali della seconda amministrazione Trump. Il presidente americano è riuscito a spezzare il connubio tra la Silicon Valley e i movimenti woke, dichiarando anche guerra all’ultra-progressismo che si annida negli apparati governativi e nelle istituzioni universitarie. In questo quadro, l’inquilino della Casa Bianca si sta appoggiando soprattutto a un think tank: il Claremont Institute. Fondato nel 1979 da alcuni allievi del filosofo Harry Jaffa (a sua volta discepolo di Leo Strauss), questo pensatoio ha dato numerosi alti funzionari all’attuale amministrazione americana. Uno dei suoi obiettivi è del resto la rivalutazione della cultura occidentale in diretta antitesi con il progressismo woke e con le sue ricette politiche.
Non a caso, nel 2019, Trump insignì il Claremont della National Humanities Medal per il suo impegno volto a promuovere la libertà e la democrazia. Era inoltre lo scorso luglio, quando il pensatoio ha ospitato JD Vance, che tenne un discorso sulla cittadinanza statunitense. È quindi alla luce di tutto questo che La Verità ha intervistato in esclusiva il presidente del Claremont, Ryan Williams.
Presidente Williams, quali sono le principali minacce poste dalla cultura woke?
«La cultura woke pone minacce sia fondamentali che pratiche. La minaccia fondamentale è che presenta una storia errata e tendenziosa della fondazione e della storia politica dell’America da allora. Il wokismo considera il fatto straordinario e senza precedenti della fondazione dell’America sui diritti naturali fondamentali (e sui doveri connessi) della Dichiarazione d’Indipendenza come mera retorica che maschera la politica di potere e l’ostinazione “razzista”, “sessista” e “colonialista” dei fondatori dell’America. Così facendo, la cultura woke denigra il raro genio e la rara abilità politica di quegli uomini originari e degli statisti che furono i loro successori. Questa falsa narrazione è intesa come un acido per dissolvere l’ordine costituzionale americano così come lo conosciamo, al fine di sostituirlo con nuove dottrine di giustizia sociale, fondate su falsità in contrasto con la realtà, la biologia e la natura umana. Questo approccio alla storia e al governo è la più recente evoluzione delle vecchie patologie comuniste e marxiste, con l’“identità” (sia essa razziale, sessuale o di altro tipo) che sostituisce l’economia e la classe. Questa nuova versione, proprio come la vecchia, è fondamentalmente tirannica e finirà in una morte e distruzione sconsiderate nel perseguire l’utopia. La minaccia pratica della cultura woke è quella di balcanizzare gli americani in fazioni di “identità”. Poiché l’identità è una questione di preferenze e volontà personali e idiosincratiche (piuttosto che di ragione), questo processo è illimitato e produrrà conflitti, risentimento e anarchia. Una repubblica, anche grande come la nostra, deve condividere più cose in comune, per una questione di amicizia e concordia, che elementi che contribuiscono a separarci. Il wokismo semina divisione e raccoglierà il turbine della dissoluzione nazionale».
Qual è il ruolo del Claremont nel contrastare la cultura woke che si annida nelle istituzioni americane?
«Dal 1979 insegniamo i principi fondanti dell’America e la loro applicazione alla crisi attuale. Insegniamo a politici, futuri politici, membri dell’amministrazione, avvocati, giornalisti, sceriffi e accademici: a chiunque ricopra, o si stia preparando a ricoprire, posizioni di alta responsabilità nella vita pubblica americana. Attualmente contiamo oltre 1.000 ex studenti che lavorano in tutto il Paese. Ottanta di loro lavorano nell’attuale amministrazione Trump. Oltre ai nostri programmi di insegnamento, scriviamo su The American Mind e sulla Claremont Review of Books, nonché su articoli accademici e briefing politici. Presentiamo inoltre memorie presso le corti federali e la Corte Suprema. Tutto questo lavoro ha lo stesso scopo: aiutare gli americani patriottici e ambiziosi, intellettualmente e praticamente, ad avere una corretta comprensione delle riforme profonde, sostanziali e persino radicali necessarie per rovesciare e sostituire un secolo di progressismo e wokismo».
Quali misure suggerirebbe a Trump per combattere la cultura woke?
«Trump ha già compiuto notevoli progressi, proseguendo il lavoro iniziato durante il primo mandato. Ha iniziato a ricostituzionalizzare la burocrazia e a riportarla sotto la supervisione del popolo americano attraverso i suoi rappresentanti eletti. Ha fatto pressione sull’istruzione superiore, soprattutto attraverso l’influenza che ha sui finanziamenti, affinché torni a un insegnamento meno ideologicamente corrotto della storia americana. La maggioranza della Corte Suprema, rafforzata dalle nomine giudiziarie del presidente Trump durante il suo primo mandato, ha iniziato a smantellare decenni di cattivi precedenti. L’amministrazione ha grandi progetti per celebrare il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza con un resoconto onesto della grandezza americana. La fase successiva di gran parte di questo lavoro sarà quella di renderlo più stabile codificandolo in legge attraverso il Congresso».
Il Claremont è in prima linea contro l’immigrazione di massa. Per quale ragione?
«A partire dal 1965 con l’Hart-Cellar Act, l’America ha assunto la posizione che ogni forma di immigrazione è positiva, e più ce n’è, meglio è. Negli ultimi 40 anni, si è verificata anche un’ondata di immigrazione illegale, accelerata in un modo senza precedenti durante l’amministrazione Biden. Si è trattato di un fenomeno molto irresponsabile, che in gran parte si è accumulato contro la volontà della maggioranza del popolo americano. Il problema fondamentale di tutto ciò è che qualsiasi governo responsabile deve garantire che gli stranieri che ammette nella sua giurisdizione – molti dei quali alla fine diventeranno cittadini – abbiano almeno una certa familiarità con le abitudini e i ritmi di un autogoverno libero e responsabile. Non tutti i popoli e le culture sono uguali e una vera assimilazione è al tempo stesso difficile e assolutamente necessaria. L’interesse nazionale, la prosperità del popolo americano e un’assimilazione ordinata devono essere le massime priorità della politica sull’immigrazione. L’infinita eterogeneità civica, alimentata da un’immigrazione di massa irresponsabile, porterà alla fine della democrazia e del costituzionalismo americani, sostituiti da una sorta di governo imperiale e dispotico. Il vostro pubblico italiano è ovviamente ben informato sulla questione esistenziale di una politica migratoria responsabile».
Il Claremont affonda le sue radici nel pensiero filosofico di Leo Strauss e del suo allievo, Harry Jaffa. Perché questi due filosofi sono importanti ancora oggi?
«Strauss insegnò all’Occidente e all’America come leggere i più grandi libri del canone occidentale come se avessero ancora cose importanti da insegnare, come in effetti è. Jaffa adottò questo approccio rigoroso ai testi e lo applicò ai padri fondatori dell’America e a uno dei suoi più grandi statisti, Abraham Lincoln. Il contributo peculiare di Jaffa fu quello di insegnare alla destra americana come comprendere correttamente la saggezza dei testi e dei discorsi dei Padri fondatori americani, in particolare le verità senza tempo sui diritti naturali e sulla legge naturale, contenute nella Dichiarazione d’Indipendenza».
Gran parte dell’establishment politico italiano accusa Trump e il conservatorismo americano di estremismo.
«Jaffa ebbe un piccolo ruolo nella stesura del discorso di accettazione della nomination repubblicana di Barry Goldwater nel 1964. Se letti attentamente, i passaggi di Jaffa in quel discorso meritano di essere seriamente considerati ogni volta che vengono sollevate accuse di “estremismo”. Jaffa amava dire che sia Aristotele che Tommaso d’Aquino si sarebbero trovati a loro agio con essi. Sono: “Vorrei ricordarvi che l’estremismo nella difesa della libertà non è un vizio! E lasciatemi ricordare anche che la moderazione nel perseguimento della giustizia non è una virtù!”. A un livello più prosaico, “estremismo” è solo l’ultimo epiteto scagliato dalla sinistra, su entrambe le sponde dell’Atlantico, per zittire la gente e porre fine alle discussioni sulle questioni politiche più importanti. Dovremmo scrollarci di dosso le accuse di “estremismo” e dedicarci alla seria questione della preservazione della civiltà».
L’odio nutrito dall’estrema sinistra sta crescendo. Che cosa pensa dell’assassinio di Charlie Kirk?
«Il significato profondo dell’assassinio di Charlie è che ci sono alcune fazioni estremiste della sinistra che sono essenzialmente tiranniche e omicide e hanno rinunciato alla politica. Questo è il mezzo a cui la sinistra radicale ricorre sempre, come sappiamo dall’esperienza del marxismo nel XX secolo. I cittadini riflessivi, di destra e di sinistra, dovrebbero fare tutto ciò che è in loro potere per opporsi a tali impulsi e movimenti».
Perché i democratici sono contrari all’obbligo di presentare un documento d’identità per votare alle elezioni?
«I dem più cinici si oppongono all’obbligo di presentare un documento d’identità per votare perché la loro coalizione fa più affidamento sui voti di elettori che non hanno diritto di votare rispetto ai loro avversari politici. Il resto degli altri dem ragionevoli e moderati non è così cinico o corrotto. Ma agiscono sulla falsa convinzione che richiedere un documento d’identità per votare sia in qualche modo “razzista”, nonostante tale requisito sia quasi universale per votare in quasi tutti i Paesi civili del mondo».
Che cosa pensa della politica estera di Trump?
«L’amministrazione Trump è stata responsabile del più grande e salutare riorientamento della politica estera americana degli ultimi 50 anni. Fino a Trump, la politica estera americana, repubblicana e dem, era stata fondamentalmente progressista per oltre un secolo, cercando di pavoneggiarsi per il mondo, rifacendo ogni nazione a propria immagine. Ora stiamo tornando a un’attenzione più rispettosa per gli interessi nazionali e a un ritrovato, e da tempo atteso, rispetto per la sovranità delle altre nazioni e per la legittima autonomia delle diverse culture e stili di vita in tutto il mondo. I Padri fondatori americani approverebbero».
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