Il primo lungometraggio italiano fu «L’Inferno» prodotto dalla «Milano Films» nel 1911, un'opera estremamente moderna per l’uso di effetti speciali e per il budget altissimo.
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A gettare le basi dell’industria cinematografica italiana (e milanese) aveva contribuito in modo determinante l’artista e fotografo Luca Comerio. Personalità estrosa, era stato fotografo ufficiale del Re Umberto I alla fine dell’Ottocento. Pioniere del fotoreportage, aveva immortalato importanti fatti di cronaca come i moti di Milano del 1898 repressi nel sangue dal generale Bava Beccaris. All’alba del secolo XX, alla macchina fotografica affiancò l'ultimo ritrovato della tecnica: la cinepresa.
Nei primi anni della storia del cinema mondiale, sull’onda del successo internazionale delle prime pellicole di intrattenimento francesi come Voyage dans la Lune di Georges Meliès (1902), Comerio volle sperimentare la via della produzione cinematografica a Milano. Nel 1907 attrezzava una prima sala di posa in via Serbelloni, in pieno centro storico. L’anno successivo assieme agli altri pionieri milanesi della «S.a.f.f.i.» (Società anonima Fabbricazione Films Italiane) si allargava fondando la «S.a.f.f.i./Comerio» che nel 1908, nel quartiere periferico di Turro, realizzò una grande struttura in acciaio e vetro per la produzione cinematografica. Attratto fatalmente dal richiamo dell’attualità, il cinegiornalista milanese sarà autore di preziosi reportages dal fronte della guerra Italo-turca, mentre la casa di produzione sfornava cortometraggi eclettici, dal documentario al genere comico con personaggi diventati popolari tra il pubblico, fino ai documentari, e alla rappresentazione cinematografica di grandi classici del teatro e della letteratura come l’«Amleto» di Shakespeare. La nuova industria dell’intrattenimento, oltre al pubblico delle prime sale cinematografiche, cominciò ad attrarre anche il capitale. Fu dall’incontro del talento di Comerio con la nobiltà imprenditoriale del capoluogo lombardo che nacque la casa di produzione «Milano Films», fondata nel 1909 dal conte Pier Gaetano Venino assieme al barone Paolo Ajroldi di Robbiate e al conte Giovanni Visconti di Modrone. I nuovi capitali permisero l’apertura di nuovi teatri di posa all’avanguardia nel quartiere della Bovisa, allora considerati tra i più avanzati al mondo, dove il lavoro prevedeva l’integrazione di tutte le fasi produttive, incluse la postproduzione e la distribuzione. Furono le basi che permisero alla «Milano Films» di realizzare il primato del primo lungometraggio italiano (circa 1.400 metri di pellicola per un tempo di proiezione di attorno ai 68 minuti). Prodotto tra il 1909 e il 1911, «L’Inferno» era un concentrato di tecnica e effetti speciali, girato sia negli studios milanesi che in esterna sulla Grigna. Il costo dell’opera era considerato ai tempi fantasmagorico: 100.000 lire. Centinaia di comparse affiancavano gli attori principali Salvatore Papa nel ruolo di Dante e Arturo Pirovano in quello di Virgilio. Tre furono i registi: Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Alfonso Padovan. Le scene, che riprendevano la prima cantica della Commedia, erano ben 54, anticipate da brevi quadri narrativi di testo. Ciò che rendeva modernissimo il primo «kolossal» nato a Milano era l’uso della cinepresa con inquadrature che uscivano dal campo lungo, retaggio del teatro, dando plasticità unica alle scene. Soprattutto l’uso degli effetti speciali stupì il grande pubblico con sovraimpressioni, trasparenze, montaggio a inquadrature multiple e la manipolazione della scala, per creare realistici giganti mitologici. Le grandi scenografie e la massa di comparse rendevano ancora più drammatica l’ambientazione agli inferi. Furono anche usati effetti pirotecnici, botole per far scomparire i dannati e fondali neri per creare effetti di smembramento dei corpi degli attori.
Il capolavoro della Milano Films fu presentato al pubblico dopo un battage pubblicitario senza precedenti, organizzato dall’imprenditore e distributore napoletano Gustavo Lombardo. E proprio nella città partenopea, al teatro Mercadante, l’«Inferno» fu proiettato per la prima assoluta il 2 marzo 1911. Il lancio fu disturbato da un primo caso di presunto plagio da parte della casa di produzione Helios di Velletri, che presentò contemporaneamente una sua versione ridotta della Commedia dantesca, che creò confusione tra gli spettatori. Tanto che la «Milano Films» dovette pubblicare alcuni avvisi di diffida sui giornali. «L’Inferno» fu presentato anche all’estero ed ebbe notevole successo negli Stati Uniti, dove l’impero del cinema di Hollywood non era ancora nato. Il futuro della «Milano Films» fu tuttavia effimero. Mentre Comerio si dedicava negli anni successivi al reportage (filmò tra le altre cose la guerra degli Alpini sull’Adamello), questi veniva gradualmente estromesso dalla casa di produzione che lui stesso aveva contribuito a fondare. La società andò in crisi a causa della difficile situazione postbellica e della nascente concorrenza estera, più forte economicamente. Chiuderà i battenti nel 1926, mentre Luca Comerio finì disoccupato, dopo aver realizzato ancora documentari importanti come quello sull’impresa dannunziana di Fiume e la cronaca del Giro d’Italia. In povertà e colpito da una forte depressione, si spense il 5 luglio 1940 presso l’ospedale psichiatrico di Mombello, in Brianza.
Tre anni prima Mussolini aveva inaugurato Cinecittà, eleggendo Roma a capitale del cinema italiano.
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Jeffrey Epstein (Getty images)
Bufera su Larry Summers, docente di Harvard ed ex braccio destro dei presidenti liberal. Polemica anche sulle linee di credito aperte al faccendiere pedofilo da Deutsche Bank. E spunta pure Hawking.
Emergono particolari molto interessanti riguardo al legame preferenziale di cui godeva tra Jeffrey Epstein con la Deutsche Bank e la Jp Morgan, banca d’affari che dopo l’assalto del Campidoglio del 6 gennaio 2021 terminò tutti i rapporti con Donald Trump, chiudendo tutti i suoi conti bancari, e scatenando la furibonda reazione del tycoon, ma che non si era fatta problemi a lavorare con il finanziere pedofilo.
Il Financial Times ha rivelato che Deutsche Bank stese il tappeto rosso subito dopo che Jp Morgan, nel 2013, aveva interrotto ogni rapporto con lui. Era già emersa la notizia che Db aveva pagato 225 milioni di dollari di multe e patteggiamenti associati a Epstein e, ricorda Askanews, Deutsche Bank aveva dichiarato al Financial Times di riconoscere il suo «errore», ovvero accogliere Epstein tra i suoi clienti, e di essersene pentita. Tra le decine di migliaia di email e documenti disvelati dal dipartimento di Giustizia americano, tuttavia, emergono nuovi elementi sui rapporti tra la banca ed Epstein. «Un cliente ad alto rischio con una condanna penale di solito richiede la verifica da parte di un comitato dedicato al rischio reputazionale», sottolinea il Ft, eppure nel maggio 2013 l’allora co-capo delle attività di wealth management di Deutsche Bank, Chip Packard, disse ai colleghi che questo controllo non era necessario. Pochi mesi dopo, Jpm decise di interrompere la relazione con Epstein. A quel punto il finanziere scrisse una email a Paul Morris, che da Jpm era passato a Deutsche Bank: «Intendo trasferire tutti i miei conti corrente a te e a Db». La risposta di Morris fu entusiastica: «Jeffrey, ottimo! Apprezzo la tua fiducia». E così a ottobre Epstein versò nella banca tedesca 180 milioni di dollari, più di quanto inizialmente stimato. Chip Packard scrisse a Morris: «Congratulazioni». Deutsche Bank cercò di usare le conoscenze di Epstein per agganciare super ricchi come Leon Black, co-fondatore di Apollo Global Management, diventato cliente della banca nell’aprile 2014. All’interno dell’istituto qualcuno sollevò dubbi sulla relazione con Epstein, portando il caso alle risorse umane, ma si sentì rispondere: «Non ti senti a tuo agio nel fare il lavoro per cui sei stato assunto?». Furono ignorate segnalazioni riguardanti il legame di Epstein con Ghislaine Maxwell, poi finita in prigione per aver aiutato a reclutare minorenni, e persino con l’allora principe Andrew Mountbatten-Windsor, recentemente arrestato. Nonostante nel tempo i dubbi crescessero, anche per via di versamenti a favore di presunte modelle, in Db nessuno fece nulla, anzi la banca alzò da mille a 12.000 dollari il tetto massimo per prelevare soldi con una carta di debito. Il dipartimento dei Servizi finanziari dello stato di New York ha determinato che in media Epstein prelevava 200.000 dollari cash all’anno da Deutsche Bank. Nel dicembre 2018 Deutsche Bank mise fine alla sua relazione con Epstein, il 9 luglio i procuratori di New York lo accusarono di avere sfruttato sessualmente «una vasta rete di vittime minorenni», e a quel punto una risk manager della banca tedesca scrisse una email dettagliando i conti corrente di Epstein ancora aperti: «Ugente!!! Serve chiudere i conti il prima possibile», scrisse la manager. Su di essi erano rimasti 33,77 dollari, da restituire con un assegno.
Intanto, ieri, il New York Times, che ha sentito un portavoce di Harvard, ha rivelato che Larry Summers, economista ed ex rettore della notissima università, si dimetterà dall’insegnamento alla fine dell’anno accademico. L’annuncio arriva dopo che documenti pubblicati dal dipartimento di Giustizia hanno dimostrato una stretta relazione tra Summers e Jeffrey Epstein, molto tempo dopo la condanna di Epstein per prostituzione minorile. Le dimissioni, ha detto il portavoce di Harvard, arrivano «in relazione all’esame in corso da parte dell’università di documenti relativi a Jeffrey Epstein, recentemente pubblicati dal governo». Summers, in congedo da novembre, non tornerà a insegnare prima di lasciare l’università e si è anche dimesso da co-direttore del Mossavar-Rahmani Center for Business and Government, ha dichiarato il portavoce.
Larry Summers, di provata fede democratica, è stato direttore del Consiglio economico nazionale del presidente Barack Obama da gennaio 2009 a novembre 2010, ma ha avuto anche un ruolo di estremo rilievo nell’amministrazione di Bill Clinton, dal quale era stimatissimo, arrivando a ricoprire il ruolo di segretario al Tesoro tra il 1999 e il 2001. Lo scorso novembre, sempre a causa dei legami con Epstein, si era dimesso dal consiglio di amministrazione di OpenAi, la società che ha creato ChatGpt. Dulcis (ma mica tanto) in fundo, nei file di Jeffrey Epstein spunta anche il celebre fisico britannico Stephen Hawking, scomparso nel 2018, fotografato mentre si rilassava seduto su uno sdraio accanto a due donne in bikini con in mano dei cocktail. La foto, riferisce il Telegraph, è stata scattata durante un simposio scientifico all’Hotel Ritz Carlton di St. Thomas, Isole Vergini americane, nel 2006, dove il fisico tenne una conferenza. Hawking è apparso in altre foto sull’isola di Epstein.
Tra gli Epstein files pubblicati mancherebbero invece - secondo il New York Times - i documenti relativi alle accuse di aggressione sessuale che una donna ha mosso nel 2019 contro Donald Trump. Si tratta di rapporti dell’Fbi relativi alle dichiarazioni della donna che, subito dopo l’arresto di Epstein, si fece avanti per dire che era stata aggredita dal finanziere pedofilo e da Trump negli anni ottanta, quando era minorenne.
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Il direttore Maurizio Belpietro commenta il decreto sicurezza smontando il mito dello «scudo penale» e rilanciando il tema della tutela legale per le forze dell’ordine. Al centro anche il nodo della giustizia: errori giudiziari, responsabilità dei magistrati e un sistema che, secondo il direttore, applica pesi e misure diversi.
Mikhailo Podolyak (Ansa)
Il consigliere di Zelensky rivela l’intenzione di espellere i russofoni da ciò che rimarrà del territorio ucraino. Diktat pure all’Europa: «Vieti la propaganda pro Mosca». Bruxelles pronta a forzare i Trattati per il prestito da 90 miliardi, nonostante i veti di Orbán e Fico.
L’Ucraina ha un piano di pace: la pulizia etnica. Non sapremmo come altro definire il programma illustrato ieri da Mikhailo Podolyak. A Repubblica, che gli chiedeva «quale sarà il destino dei milioni di ucraini che vorrebbero il proprio Paese nel “mondo russo”», il consigliere di Volodymyr Zelensky ha risposto che «non ci sarà alcun “mondo russo” in Ucraina» e che le «restrizioni alla propaganda russa devono essere totali». A meno che l’idea non sia quella di smembrare davvero il Paese, rinunciando all’intero Donbass e conservando solo la parte del territorio occidentalizzata, se ne deduce che la classe dirigente di Kiev intende risolvere il problema delle minoranze russofone eliminandole. Magari non fisicamente, come ai tempi di Slobodan Milosevic nei Balcani: basterà respingerle. Invitarle, come ha fatto Podolyak, ad andare a «vivere in Russia, finché esisterà».
Sarebbero questi i «nostri valori», per cui l’Unione europea è di nuovo in ebollizione, a causa del prestito da 90 miliardi a Zelensky. L’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico lo stanno tenendo fermo con il veto, nonostante l’accordo dello scorso dicembre, che già esentava Budapest, Bratislava e Praga dall’obbligo di partecipare alla sovvenzione, da erogare ricorrendo al debito comune anziché agli asset di Mosca. Il premier magiaro è tornato sulle barricate perché Kiev starebbe ritardando la riparazione dell’oleodotto Druzhba, danneggiato dai raid russi, lasciando quasi a secco i due Stati del blocco di Visegrád. Martedì, Ursula von der Leyen ha premuto sul comandante in capo ucraino affinché acceleri i lavori. Ieri, Orbán, che cerca di diversificare gli approvvigionamenti puntando su un collegamento con la Serbia, ha dichiarato che introdurrà misure aggiuntive per garantire la sicurezza degli impianti energetici nazionali, temendo che Zelensky tenti di interromperne il funzionamento per ritorsione. La portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha assicurato che è «attivo un dialogo» tra Bruxelles e l’Ungheria. Tuttavia, ha precisato che, «in un modo o nell’altro», la somma che serve a impedire il collasso finanziario del Paese invaso sarà erogata. È proprio il modo in cui ciò avverrà a fare la differenza.
Se è vero che Orbán e Fico si sono rimangiati l’intesa di due mesi fa, è vero pure che l’Europa forzerebbe i Trattati, qualora aggirasse l’opposizione di ungheresi e slovacchi. L’approvazione del prestito richiede l’unanimità, poiché comporta una modifica al bilancio dell’Ue. Andare avanti lo stesso significherebbe anticipare nei fatti la riforma che diversi Stati membri auspicano nel diritto: la sostituzione del criterio dell’unanimità con quello della maggioranza.
Eccoli, i «nostri valori». Stiamo valutando una corsia preferenziale per l’ingresso nell’Unione di un Paese, i cui leader dichiarano esplicitamente di voler espellere una minoranza etnica dal loro territorio. Anzi, non pago, Podolyak ha aggiunto che «i divieti sulla propaganda filorussa devono essere introdotti in tutta Europa». Fa il paio con Zelensky, che esattamente due anni fa aveva minacciato di stilare una lista dei putiniani d’Italia: vengono a comandare in casa nostra. Noi europei, intanto, ce ne infischiamo delle regole e delle procedure che dovrebbero garantire eguale rappresentanza ai membri dell’Ue, scordandoci, al solito, che le regole e le procedure servono più per i tempi eccezionali che per i tempi ordinari. Se saltano ogni volta che c’è un’«emergenza», vuol dire che erano una presa in giro. La Commissione blatera di «resilienza democratica»; ma quando la democrazia dà fastidio perché partorisce gli Orbán e i Fico, la si accantona.
Come se non bastasse, dalle fila della resistenza che vogliamo foraggiare a ogni costo, continuano a venir fuori soggetti poco raccomandabili. Ieri, alcuni alti funzionari dell’aeronautica e dei servizi ucraini sono stati arrestati per corruzione: nei guai sono finiti il colonnello Andriy Ukrainets, comandante della logistica per l’aviazione, e il numero uno degli 007 dell’Sbu nella regione di Zhytomyr, il colonnello Volodymyr Kompanichenko. Non siamo ai livelli dello scandalo dei water d’oro, ma i lupi non perdono il vizio.
Oggi, i negoziatori ucraini incontreranno i rappresentanti degli Usa per discutere di ricostruzione postbellica. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha comunicato che Donald Trump «nutre un certo ottimismo» in merito alla trattativa. Nella serata di ieri, il tycoon ha sentito al telefono Zelensky. Presto, ci saranno tavoli pure con i russi. La versione ufficiale vuole Mosca sull’orlo della sconfitta: le forze di Kiev hanno rivendicato la riconquista di 365 chilometri quadrati di aree occupate tra metà dicembre e febbraio; e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha notato che, in quattro anni, Vladimir Putin è riuscito a conquistare solo «il 18-19%» dell’Ucraina, Crimea compresa. Quel 18-19% corrisponde a Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Lazio messi insieme, o, se preferite, alla somma di Austria, Slovenia e Slovacchia. Vista così, la cosa fa più impressione. Ma almeno Podolyak saprà dove spedire le minoranze che non gradisce.
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