Lo Stadio del Ghiaccio di Cortina il giorno dell'inaugurazione delle Olimpiadi il 26 gennaio 1956 (Getty Images)
A Cortina esistono ancora alcune strutture costruite per le prime Olimpiadi in Italia. La loro storia alla vigilia dei nuovi giochi del 2026.
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La storia si ripete e in questo caso è anche il luogo ad essere lo stesso. Ad esattamente 70 anni di distanza, le Olimpiadi invernali stanno per aprirsi per la seconda volta a Cortina d’Ampezzo, nel 2026 condivise con Milano. Ai piedi delle Dolomiti, dal 26 gennaio al 5 febbraio 1956, più di 800 atleti da ogni parte del mondo si sfidarono nelle discipline sportive invernali. Erano le prime Olimpiadi in assoluto ad essere disputate in territorio Italiano, a poco più di un decennio dalla fine della Seconda guerra mondiale e a meno di 40 dalle sanguinose battaglie della Grande Guerra, che videro le cime che circondano il comune ampezzino teatro dei più duri combattimenti degli Alpini.
Cortina fu proposta al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) all’inizio del 1949 per iniziativa dell’allora sindaco Angelo Ghedina. La nomina ad ospite dei VII giochi olimpici invernali giunse a grande maggioranza nei voti il 27 aprile 1949. Cortina in sette anni cambiò volto, passando da una località montana per alpinisti appassionati alla località turistica attrezzata ed esclusiva che oggi conosciamo. Il Comitato Organizzatore, presieduto da Paolo Thaon di Revel fu affiancato dal 1953 da quello Interministeriale presieduto dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti. Il costo totale delle strutture fu di quasi 2 miliardi di lire, circa 800 milioni in più di quanto preventivato inizialmente per la realizzazione degli impianti olimpici, tutti dislocati nella provincia di Belluno.
Lo Stadio del Ghiaccio è stata sicuramente la struttura simbolo delle Olimpiadi 1956. Di impostazione razionalista, fu progettato da un team di architetti guidati da Mario Ghedina, originario di Cortina e costruito tra il 1952 e il 1955. Studiato per una capienza di circa 8.000 spettatori, vide largo impiego di cemento armato che reggeva tribune quasi verticali sulla pista di 60x30 metri, riparate da tettoia e dotate di un impianto innovativo per il ghiaccio artificiale. E’in funzione da allora e, opportunamente ammodernato, ospiterà le competizioni dei giochi del 2026.
Lo stadio «Apollonio» era un impianto più tradizionale, con tribune e pista di ghiaccio all’aperto. Dedicato agli atleti ampezzini Romano e Armando Apollonio, fu utilizzato come campo per partite di hockey secondarie e per l’allenamento. Riadattato e completato con tribune da una struttura precedente, oggi è sede di un centro sportivo dove si praticano altri sport, non più su ghiaccio.
Lunga è invece la storia del trampolino per il salto con gli sci. Due erano gli impianti preesistenti sulle alture cortinesi. Il primo fu il Trampolino Franchetti, del 1923, finanziato dal barone Carlo Franchetti e interamente in legno di larice per salti fino a 40 metri. Fu inizialmente sostituito dal primo Trampolino Italia del 1940, in cemento. Quest’ultimo era destinato a ospitare i mondiali e la combinata nordica nel 1941 ma lo scoppio della guerra cancellò l’evento. Per le Olimpiadi 1956 era già obsoleto e fu abbattuto, sostituito dal nuovo Trampolino Italia. La struttura, in disuso, esiste ancora oggi ed è considerata un monumento oggetto di restauro, mentre gli impianti per il salto di Milano-Cortina 2026 sono stati realizzati a Predazzo in Trentino (Predazzo Ski Jumping Stadium)
Anche la pista da bob esisteva già prima delle Olimpiadi del 1956. Costruita negli anni Trenta vicino al centro di Cortina, fu rinnovata per i giochi olimpici nei primi anni ’50 lungo i pendii del Col Druscè. Era lunga 1.700 metri per un dislivello di 152 metri e 16 curve. Per il cronometraggio era equipaggiata con un moderno sistema della Omega, del tipo a fotocellula preciso al decimo di secondo. Successivamente intitolato proprio al trionfatore nel bob alle Olimpiadi 1956, Eugenio Monti, fu in funzione fino al 2008. Il percorso per il suo riammodernamento fu ad ostacoli per i costi e le tempistiche, e per un periodo mise a rischio la candidatura di Cortina per il 2026, oltre ad essere al centro di polemiche da parte di associazioni ambientaliste. La sua omologazione è avvenuta solo nel marzo 2025.
Scomparsa del tutto è invece la struttura che ospitò le gare di sci di fondo, lo «Stadio della Neve». Costruito a 2 km dal centro di Cortina, era un’area piana di 250x44 metri. Le tribune erano in tubolari metallici e su un lato della struttura era presente un grande e moderno tabellone luminoso dei tempi di gara. La capienza era di oltre 6.000 posti e dallo stadio si diramavano gli anelli per le diverse specialità dello sci nordico. Fu smantellato dopo i giochi e oggi, in località Campo di Sotto, non rimane più traccia della struttura.
Per quanto riguardò gli alloggiamenti degli atleti, non furono allora pensate strutture simili ai contemporanei villaggi olimpici. Sia per ragioni legate a un difficile uso successivo ai giochi che per l’ostilità degli esercenti cortinesi, la scelta ricadde sugli alberghi locali e su strutture private. Per le Olimpiadi del 2026 Cortina ha visto invece la realizzazione di un villaggio olimpico costituito da una struttura principale e da mobil home in grado di accogliere 1.700 atleti. La ristorazione fu concepita invece in modo efficiente e innovativo, con la realizzazione dei ristoranti «Olympia». Costituiti da due locali principali e altre strutture satellite, potevano servire fino a 20.000 pasti al giorno. Gli impianti di cucina furono forniti dalla Zoppas di Conegliano Veneto.
Per quanto riguarda gli impianti per lo sci alpino, nel quale trionfò l’austriaco Toni Sailer, Cortina vide l’utilizzo di impianti preesistenti come la funivia del Faloria inaugurata nel 1939 e di nuove strutture come le seggiovie monoposto che servivano le piste di gara (una su tutte la «Olympia»). L’ultimo impianto di risalita superstite delle Olimpiadi del 1956 fu la cabinovia della forcella Staunies, chiusa nel 2016 e diventata un’icona di quei giochi ormai lontani. Che oggi sono di nuovo vicini.
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Roberto Vannacci lascia la Lega e lancia un nuovo partito, portando con sé oltre 560 mila preferenze e un’idea di destra più identitaria. La sua mossa scuote il centrodestra, apre nuovi equilibri e potrebbe pesare sulle prossime elezioni. Per il generale si apre quindi una sfida tra consenso reale, visibilità mediatica e capacità di costruire una squadra politica.
Nel riquadro Carmen Giuffrida, giudice del Tribunale dei minorenni (Imagoeconomica)
In Italia è impossibile per un magistrato avanzare di grado solo per meriti. Separare le carriere è fondamentale. E l’Alta corte può porre fine alla prassi di utilizzare lo strumento disciplinare «allegramente» per colpire i non allineati e graziare i propri adepti.
Si avvicina la data del referendum e, in mezzo a un mare di slogan, se fossi una persona non esperta di diritto probabilmente voterei per tifoseria. Ma il referendum è una cosa seria, è un momento importante in cui chi di solito non ha voce in capitolo può finalmente dire la sua.
Carmen Giuffrida, giudice del Tribunale per i minorenni
I punti oggetto della riforma sono tre: la separazione delle carriere, il sorteggio dei consiglieri del Consiglio superiore della magistratura e la costituzione dell’Alta corte. Nell’attuale sistema, il pubblico ministero e il giudice superano lo stesso concorso, frequentano la stessa scuola, lo stesso Consiglio superiore si occupa delle loro carriere, indossano la stessa toga. Insomma, sono e si definiscono colleghi. Se voi foste imputati in un procedimento penale - e non è un’ipotesi così peregrina perché si può essere imputati anche per un grave incidente stradale o per un decesso durante un intervento chirurgico - come vi sentireste se il vostro accusatore fosse un collega di chi vi deve giudicare? Con questo non voglio dire che il giudice decida in mala fede accordandosi con il pubblico ministero, dico semplicemente che tutti noi vorremmo comunque essere sicuri della sua terzietà rispetto alle parti processuali. E questa è una legittima aspettativa che trova conforto proprio nella Costituzione.
Ci raccontano, però, che, separando le carriere, si rischia di trasformare il pubblico ministero in un superpoliziotto e al contempo ci dicono che verrà sottoposto alla politica. Ed ecco che si entra in confusione. Non si capisce bene: il pubblico ministero si trasforma in Superman con dei superpoteri oppure verrà reso succube dei politici? In realtà non accadrà né una cosa né l’altra. Infatti, i poteri del pubblico ministero sono già ampiamente descritti nel Codice di procedura penale e nessuno di questi viene modificato dalla riforma. Né il pubblico ministero verrà sottoposto al potere esecutivo perché l’articolo 104 della Costituzione è chiarissimo nell’affermare che la magistratura, sia inquirente che requirente, costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Infatti, proprio per tutelare tale indipendenza, la riforma prevede l’istituzione di un secondo Consiglio superiore della magistratura, appositamente per i pubblici ministeri, che avrà la stessa identica composizione del Consiglio superiore dei giudici e quindi una composizione maggioritaria della componente togata che garantirà la magistratura da ogni ingerenza esterna.
C’è, poi, la questione del sorteggio. Il Csm è composto, per 2/3, da membri togati (magistrati) eletti dagli stessi magistrati e, per 1/3, da laici (professori universitari di materie giuridiche e avvocati) eletti dal Parlamento in seduta comune. Con la riforma si prevede che, permanendo la composizione maggioritaria dei togati nei due Csm, i membri togati vengano estratti a sorte rispettivamente tra i pubblici ministeri e i giudici e i membri laici vengano estratti a sorte tra una rosa di nomi identificati dal Parlamento.
Sul punto è intervenuto il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, il quale, forte della sua fama, vi ha detto che questa differenza «è una truffa». Ma lui sa bene che non è una truffa perché è irrealistico prevedere un sorteggio «secco» dei membri laici in quanto il sorteggio dovrebbe essere effettuato tra più di 250.000 avvocati e migliaia di professori, molti dei quali non hanno mai neanche messo piede in un’aula di giustizia. Ed è per questo che è necessaria una «scrematura».
Il sorteggio tra i magistrati è tutt’altra cosa, avviene all’interno di un numero limitato di persone (circa 9.000) tutti altamente qualificati, avendo superato forse il concorso più difficile in Italia, e tutti professionalmente impegnati nella quotidianità con funzioni diverse e di rilievo.
Ma veniamo al perché del sorteggio dei consiglieri del Csm.
In Italia, le correnti della magistratura hanno letteralmente occupato abusivamente il Csm attraverso il cosiddetto correntismo. È praticamente impossibile che un magistrato indipendente venga eletto consigliere. Il risultato è che ogni decisione presa dal Csm è sempre orientata dagli accordi tra le correnti ed è altrettanto impossibile per un magistrato fare carriera solo per meriti, potendo semmai capitare che un simpatizzante di corrente abbia per coincidenza anche dei meriti.
Inorridito al pensiero del sorteggio, il fronte del No ha obiettato che «anche i consiglieri comunali del più sperduto Comune vengono eletti», facendo così leva sul principio di democrazia rappresentativa - che a dir loro verrebbe violato - e inducendo pertanto la gente comune a temere una nuova dittatura.
Ma difendere la rappresentatività politica e ideologica dei singoli magistrati conduce alla paradossale situazione in cui il consigliere che decide della carriera di un magistrato al contempo lo rappresenti. In pratica, con eccessiva semplificazione, è come se un cittadino comune dovesse fare un concorso e potesse scegliersi gli esaminatori. Il Csm è, invece, l’organo che garantisce l’indipendenza dei magistrati da indebite interferenze di altri poteri dello Stato così come da interferenze interne, compito quest’ultimo che non può svolgere se composto dai rappresentanti delle quattro correnti, spesso anche collaterali alla politica.
Inoltre, non scordiamo che la componente togata rimane pur sempre maggioritaria e che i consiglieri togati non hanno il compito di «fare cordate» per difendere i magistrati dai consiglieri laici, ma solo quello di applicare la legge.
Il correntismo, sino a oggi, ha determinato un vero e proprio Sistema che si attiva alla sia pur minima condotta dissenziente dei magistrati. Per sopravvivere non si deve necessariamente essere iscritti a una corrente, basta essere dei simpatizzanti o «non disturbanti». Ciò implica, ad esempio, l’impossibilità di «sfidare» le decisioni del Csm. Se un magistrato ritiene di essere stato ingiustamente escluso, ma vuole conservare la speranza di poter un giorno ottenere il posto a cui ambisce, è meglio che non sfidi il Sistema impugnando il provvedimento ingiusto dinanzi al giudice amministrativo. Iniziativa che, tra l’altro, sarebbe comunque inutile visto che il Csm non adempie quasi mai. Deve solo mettersi in fila e attendere in religioso silenzio che arrivi il tuo turno. Anche perché il Sistema può colpire il collega dissenziente in tanti modi: con la diffusione di una cattiva fama immeritata, con valutazioni professionali negative, con trasferimenti per incompatibilità ambientale o con l’abuso di procedimenti disciplinari e, a volte, addirittura penali. Per quanto si possa amare il proprio lavoro, così non si può lavorare serenamente.
Per comprendere la gravità della situazione, basti pensare che ho invitato tantissimi colleghi - che so per certo voteranno sì - a venire allo scoperto, ma non c’è stato verso di convincerli perché terrorizzati da possibili ripercussioni, avendo peraltro parte di loro già soffertone abbastanza. Solo a titolo di esempio, mentre scrivevo questo articolo, mi è arrivato un messaggio da un collega che diceva «in un momento in cui non posso espormi, sei la mia voce e ti ringrazio per il tuo coraggio». Questo messaggio, prima che lusingarmi, mi ha profondamente rattristato perché mai avrei pensato che in magistratura si potesse arrivare a tanto.
La gente comune potrà pensare che questo non abbia alcuna ripercussione sulla propria vita, ma io credo sia esattamente il contrario, non solo perché è interesse di tutti che i magistrati lavorino serenamente senza doversi occupare di schivare i colpi dei «correntizzati» e senza dover perdere tempo in estenuanti ricorsi, ma anche perché il Sistema si presta a facili abusi che possono, eccome, condizionare il funzionamento della macchina della giustizia. A titolo di esempio, riporto quanto scritto da un procuratore, qualche anno fa, a un suo aggiunto in disaccordo sulla suddivisione dei compiti: «Ricordati che al plenum sei stato nominato aggiunto per un solo voto di scarto e questo è il voto di Magistratura democratica. Avrei potuto dire a uno dei miei che mi rompevi i coglioni e di andare a fare la pipì al momento del voto». Ecco, questa discussione per la suddivisione di compiti avrebbe potuto riguardare un procedimento penale da istruire o non istruire, una persona da indagare o non indagare, un indagato per cui richiedere la misura cautelare o non richiederla. E questo, sì che può avere incidenza sulla vita di ciascuno di noi.
Infine, la riforma prevede l’istituzione di un’Alta corte. Allo stato attuale, lo strumento disciplinare viene usato «allegramente» dalle correnti che ne abusano nei confronti dei non allineati, graziando, invece, i propri. Basti pensare al caso Palamara in cui, a fronte di numerosi magistrati coinvolti, pochissime sono state le sanzioni disciplinari irrogate (le chat tra Luca Palamara e i soggetti coinvolti sono molte e sono pubbliche).
Non pensate che sia opportuno che l’organo che si occupa dei procedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati sia diverso da quello che si occupa delle loro carriere? Eppure, anche tale punto della riforma viene considerato come un tentativo di sottoporre la magistratura al governo. Tuttavia, va sottolineato che l’organo sarà composto in maggioranza da magistrati (nove, a cui si aggiungerebbero sei laici), che è previsto un doppio grado di giudizio (oggi ne è previsto solo uno) e che è possibile anche un giudizio di Cassazione. Dunque, non si vede come, in presenza di composizione maggioritaria dei togati, si possa sottomettere la magistratura all’esecutivo.
Per ciò che mi riguarda, io ho ormai fatto la mia dichiarazione pubblica di voto. Ma agli elettori non voglio dire come votare, voglio semmai dire come non votare: non votate per tifoseria, non votate perché lo dice qualcuno che avete identificato come un supereroe, non votate sulla base di slogan falsi che distolgono l’attenzione dal merito della riforma e soprattutto non votate sulla base di chi propone la riforma.
Ascoltate, confrontate ed elaborate criticamente.
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Pina Picierno, tra gli indignati Pd per il post del partito sul referendum, nel riquadro (Ansa)
Grottesco video del partito della Schlein: per colpire Casapound finisce per far inviperire i propri esponenti favorevoli alla riforma.
Non possiamo dire di non averli avvisati: attenti ad accusare gli altri di essere fascisti, perché prima o poi qualcuno accuserà voi. E infatti, puntualmente, è accaduto. Anzi, a dirla tutta è successo qualcosa di persino più patetico: a sinistra, non sapendo più a chi ritirare la patacca nera, hanno cominciato a darsi dei fascisti tra di loro. Segno che davvero, con questi progressisti, nessuno è al sicuro.
La notizia è che il Partito democratico ha pubblicato sui suoi profili social un video decisamente discutibile per sostenere la causa del No al referendum. Può darsi che l’iniziativa sia stata presa dopo che il comitato per il Sì ha diffuso un manifesto che ritraeva i picchiatori di Askatasuna corredato dallo slogan «Loro votano no», messaggio non falso ma forse un po’ brutale o comunque non proprio elegantissimo. I democratici però hanno dato il peggio di sé, toccando abissi finora mai sfiorati.
Il breve filmato diffuso dal Pd mostra immagini in bianco e nero di militanti di destra che fanno il saluto romano durante il rito del presente. Il tutto in bianco e nero perché sembri una adunata del Ventennio. Poi lo slogan: «Loro votano sì». Dove il sì, giusto per non farsi mancare niente, è scritto in caratteri degni di una locandina di un film horror di serie zeta del secolo scorso. Segue breve spiegazione: «Casapound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano Sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e 23 marzo vota No». Si potrebbe anche notare che, in realtà, a non rispettare i diritti costituzionali siano stati proprio gli esponenti della sinistra quando hanno impedito ad alcuni militanti di Casapound di parlare di remigrazione in Parlamento, ma sorvoliamo e restiamo sul video del Pd.
L’idea, piuttosto semplice, è che chiunque sia a favore della riforma della giustizia sia un pericoloso fascista (anche se fare il saluto romano a un defunto non è esattamente come tirare martellate a un agente). E se ci pensate è un meraviglioso disvelamento della mentalità sinistrorsa: sei fascista non perché ti proclami tale o perché agisci come un uomo del Ventennio, ma perché non sei d’accordo con ciò che il Pd ha decretato essere buono e giusto. Sei fascista perché non sei d’accordo con loro. E dato che, in questo racconto, il fascismo è ovviamente il male assoluto, allora chi non è fedele alla linea è il male assoluto. Si può anche ritenere che fosse sgradevole il manifesto del comitato per il Sì con i violenti di Torino, ma la differenza con il video del Pd è fondamentale. Nel primo si suggerisce che i manifestanti maneschi di Askatasuna votino No (cosa probabilmente vera, ammesso che votino) e, di conseguenza, si invitano le persone a non unirsi a tale orrenda compagnia. Nel filmato, invece, si afferma che scegliere il Sì sia roba da fascisti, perché si offende la «Costituzione antifascista». Insomma, nel primo caso c’è un accostamento ruvido, nel secondo una scomunica feroce che trasforma l’opinione diversa in inferiorità morale.
L’aspetto grottesco è che il filmato social è riuscito a far indignare persino un po’ di gente di sinistra, a cominciare da Pina Picierno. «La linea comunicativa del Pd che assimila al fascismo chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo è gravemente insultante e svilente», dice quest’ultima. «Da fondatrice e militante del Pd sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista. La Costituzione si difende soprattutto non violentandone i principi, tra cui quello del referendum confermativo su cui gli elettori devono esprimersi nel merito, senza trasformarlo in una contesa politica sul governo in carica. Per quello ci saranno le elezioni politiche. Io voterò Sì e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti. Dico a tutti: recuperiamo una discussione di merito, serena, rispettosa e centrata: dobbiamo farlo per il bene del dibattito pubblico e della democrazia del nostro Paese».
Che la Picierno se la prenda, intendiamoci, fa sorridere. Dopo tutto lei è la prima ad accusare di putinismo - e, dunque, di fascismo - chiunque la pensi diversamente da lei sull’Ucraina. È la prima a creare spauracchi e a demonizzare il dissenso. Tuttavia questa volta, riguardo ai toni, ha messo il dito nella piaga.
Un pensiero analogo lo esprime Luigi Marattin, non esattamente un meloniano. A suo dire, quel filmato «accomuna chiunque voti Sì a militanti neo-fascisti neo-nazisti dell’estrema destra. Quindi pure Augusto Barbera, Enrico Morando, Claudio Petruccioli, Stefano Ceccanti e decine di dirigenti nazionali e locali dello stesso Pd». Marattin prosegue svelando un po’ di altarini. «In passato (sia lontano, come Massimo D’Alema negli anni Novanta, sia recente, come Debora Serracchiani) erano per la separazione delle carriere: quindi fascisti - forse pentiti- anche loro», afferma. E non ha affatto torto.
Drammatica conclusione: «Io non penso di avere più parole per descrivere la parabola di un partito che era nato per unire i riformismi (e che in almeno due occasioni aveva visto la prevalenza del riformismo liberale) e che ora si riduce a tacciare di fascismo chiunque non la pensi come loro; a invocare la dittatura ogni volta che si ragiona di introdurre modifiche a qualsiasi virgola della Costituzione; a fare clip del genere che scimmiottano nel modo peggiore il populismo del M5s e dell’estremismo che sta uccidendo la politica italiana. Questa riforma, caro Pd, è la semplice conseguenza amministrativa di quella del 1988, in cui il nostro sistema passò da inquisitorio ad accusatorio (cioè uno in cui giudice e pm devono essere figure completamente diverse). Una riforma che fece il ministro Giuliano Vassalli, socialista, medaglia d’argento al valor militare durante la Resistenza».
È tutto meraviglioso: il Pd pubblica un video di propaganda e finisce per offendere militanti e amici. Epilogo triste dei sinistrorsi: sono finiti a darsi dei fascisti fra di loro.
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