Alessandro Giuli (Ansa)
Nuova polemica del ministro con il presidente della Biennale. Poi punge Matteo Salvini: «Io assente? Pensavo parlasse di sé stesso».
Il mondo si divide sostanzialmente in due categorie: chi su Whatsapp ha le spunte grigie e chi ha le spunte blu. Possiamo garantire personalmente che il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, ha attive quelle blu, quindi quando legge un messaggio chi lo ha inviato lo sa, e in assenza di risposta ci resta ancora più male. Solidarizziamo quindi con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che ieri ha confessato il suo dolore ai microfoni di Sky Tg24: «Buttafuoco? Io gli ho scritto l’ultimo messaggio venerdì scorso», ha rivelato, «un messaggio di dissenso affettuoso ma non ho ricevuto risposta. Così siamo rimasti, ma adesso guardiamo avanti».
Avanti ci sta andando di certo la Biennale di Venezia. Affluenza record, ieri, alla cosiddetta vernice della Biennale Arte, la pre-apertura riservata a esperti, critici e stampa, così chiamata per ricordare la tradizione storica di dare l’ultima mano di vernice protettiva alle opere per renderle più lucide e brillanti. Code lunghissime, arrivate anche fino al canale o addirittura alla Laguna, tempi di attesa tra mezz’ora e un’ora e mezza per entrare con stime che, seppure non ufficiali, a ieri pomeriggio, superavano già i 15.000 ingressi. Altro che boicottaggio: un successo della squadra capitanata da questo intellettuale siciliano, esponente di quella destra vera e nobile che non cambia, o peggio finge di cambiare idee e convinzioni quando si ritrova con responsabilità di governo. La risposta del pubblico è stata la più importante alle polemiche e agli attacchi alla Biennale che hanno visto protagonista assoluto proprio Giuli, che si è invano dannato per impedire la riapertura del padiglione russo, e si è di conseguenza condannato a recitare la parte del censore che non riesce a censurare, il che è drammatico, anzi peggio: pittoresco.
Buttafuoco giganteggia e gigioneggia, come è evidente dal discorso in conferenza stampa: «Grazie al ministero della Cultura, nella persona del ministro, Alessandro Giuli», esordisce Buttafuoco, «grazie alle istituzioni del territorio che in vario modo sostengono il lavoro della Fondazione La Biennale di Venezia». Buttafuoco cita pure il presidente della Repubblica: «Andare avanti, avere audacia, sviluppare e realizzare in libertà i vostri progetti: questo, mi raccomando, è il presidente della Repubblica. Sergio Mattarella», sottolinea Buttafuoco, «il capo dello Stato, cui dobbiamo riconoscenza e rispetto, ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico-culturale: libertà e audacia. Siate liberi e audaci. Ed è così».
E qui Giuli diventa aspirante corazziere (l’altezza c’è): «È stato inopportuno», commenta il ministro, «portare le parole di Mattarella fino Venezia. Dove ci sono polemiche, bisogna proteggere chi rappresenta l’unità della nazione. Questo è un aspetto di sgrammaticatura». Non risultandoci alcuna irritazione di Mattarella per la citazione di Buttafuoco, sembra piuttosto essere proprio il ministro a tirare in ballo il capo dello Stato per fare polemica. Ma arriva un’accusa molto grave: «La Russia putinista», attacca Giuli, «è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo. Biennale e Russia hanno avuto tempo per accordarsi sui termini e aggirare le sanzioni».
Ohibò! Se così fosse, se la Biennale e il Cremlino avessero tramato nell’ombra alle spalle del governo italiano, riuscendoci, per aggirare le sanzioni, il problema non sarebbe tanto di Buttafuoco e di Vladimir Putin, ma dello stesso governo italiano, che sarebbe stato talmente distratto da non accorgersi di un tale complottone: roba da far rotolare le teste dei vertici dell’intelligence. Mi si nota di più se vado o se non vado? Giuli fa il vago: «Ci andrò il prima possibile», annuncia, «credo entro maggio e visiterò con grande piacere il Padiglione Italia, che è il padiglione del ministero della Cultura». Un giretto in qualche altro padiglione no? Chissà.
Intanto però, giusto per non farsi mancare nulla, Giuli sferra pure un attacco contro Matteo Salvini, che sui social, a proposito dell’assenza del suo collega ministro alla inaugurazione, ha scritto: «Gli assenti hanno sempre torto. Viva l’arte libera e coraggiosa!». La risposta di Giuli è sferzante: «Quando ho visto quel post l’ho frainteso e ho pensato che è Salvini che fa autocritica per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero». Bene accolte, infine, pure Pussy Riot e Femen, collettivi femministi antiputiniani che hanno manifestato contro la partecipazione della Russia. La leader, Nadya Tolokonnikova, è stata ricevuta in sede da un funzionario della Biennale al quale ha consegnato un documento di protesta. «Mi è stato detto di scrivere una lettera al presidente Buttafuoco», ha raccontato la Tolokonnikova all’Adnkronos, «e di segnalare anche il mio numero di telefono, che poi mi avrebbe richiamato». Le suggeriamo di mandare un Whatsapp a Buttafuoco: a Giuli non ha risposto, a lei risponderà di certo.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
L’Inps rigetta le domande: problemi sul requisito dell’importo minimo dell’assegno.
ll tema previdenziale torna a essere caldo. Le pensioni contributive, ovvero quelle calcolate in base ai contributi versati, oltre a essere inferiori a quelle retributive, come è noto, riservano una sorpresa in più, non piacevole. Gli scivoli di accompagnamento alla pensione, con strumenti quali l’isopensione e l’assegno straordinario dei fondi settoriali di solidarietà, al momento sono quasi del tutto inaccessibili ai lavoratori con l’assegno calcolato con il contributivo.
L’isopensione è uno strumento di prepensionamento (scivolo) che permette alle aziende con più di 15 dipendenti, in situazioni di esubero o riorganizzazione, di accompagnare i lavoratori alla pensione anticipata o di vecchiaia fino a 7 anni prima (limite esteso fino al 31 dicembre 2026, poi 4 anni).
Secondo quanto riporta Il Sole24Ore, l’Inps sta rigettando le richieste di persone che, dopo il periodo di esodo dall’azienda, accederanno alla pensione anticipata o a quella di vecchiaia contributive perché non può determinare oggi l’importo della pensione futura, soggetta a una serie di variabili. Ma andiamo con ordine. Gli scivoli sono nati per accompagnare il lavoratore fino alla maturazione dei requisiti della pensione di vecchiaia o anticipata «standard». Per chi è nel sistema contributivo puro, l’accesso alla pensione non dipende solo dall’età o dagli anni di contributi, ma anche dall’importo della pensione. Quella di vecchiaia (a 67 anni) richiede che l’assegno sia almeno pari all’importo dell’assegno sociale; quella anticipata contributiva (a 64 anni) richiede che l’assegno sia pari ad almeno 2,8 per le donne con un figlio, o 3 volte l’assegno sociale. Siccome lo «scivolo» anticipa l’uscita, l’assegno maturato è spesso troppo basso per superare queste soglie monetarie. Di conseguenza, l’Inps non può certificare la futura pensione e l’azienda non può far partire lo scivolo.
Per attivare l’uscita anticipata, come l’isopensione, l’Inps deve rilasciare una certificazione che garantisca che il lavoratore alla fine del periodo di scivolo, possa accedere alla pensione. Il problema è che l’importo del futuro assegno previdenziale dipende da variabili che cambiano ogni anno, con la rivalutazione all’inflazione e in base ai coefficienti di trasformazione ovvero i numeri che trasformano i contributi in rendita mensile e vengono aggiornati ogni due anni in base alla speranza di vita. Quindi l’Inps, non potendo sapere oggi quali saranno esattamente l’inflazione e i coefficienti tra 4-7 anni, non può calcolare con certezza matematica se la futura pensione supererà le soglie (le 3 volte l’assegno sociale). Quindi nel dubbio che l’importo possa rivelarsi inferiore ai limiti di legge non rilascia la certificazione. Senza di questa l’azienda non può far partire lo scivolo.
Dall’Inps fanno sapere che al momento sono state poche le domande rigettate e che è in arrivo un messaggio su questo tema d’intesa con il ministero del Lavoro. È una situazione che mette in crisi i piani di esubero e di ricambio dell’organico delle grandi aziende che premono per gli esodi e gli accordi sindacali già siglati. Le problematiche per il sistema previdenziale non finiscono qui. La guerra rischia di impattare sull’Inps. L’aumento dell’inflazione legato alle tensioni sui mercati energetici farà lievitare la spesa pensionistica per effetto della rivalutazione degli assegni che il Dfp (il Documento di finanza pubblica) stima in un +2,8% quest’anno e in un +3,8% nel 2027. Stime che tengono conto che l’inflazione raggiunga il 2,9% nel 2026 contro l’1,7% dello scorso ottobre con una revisione del tasso di inflazione programmata dall’1,5% al 2,4% e che rimanga elevata per il biennio. Sono previsioni condizionate dall’evoluzione del conflitto nel Golfo che in caso di prolungamento andrebbero riviste in autunno in occasione della legge di Bilancio.
La manovra dovrebbe allora tener conto dell’aumento della spesa pensionistica. Non una bella notizia per un governo alla vigilia dell’appuntamento elettorale.
Continua a leggereRiduci
Massimo Giannini (Ansa)
L’ex direttore della «Stampa» su X non fa retromarcia e parla di «accuse strumentali». I portatori di handicap: «Da lui frasi inaccettabili». Il ministro Alessandra Locatelli: «Ignorante».
Le parole sono pietre o, almeno, possono esserlo. Per questo vanno sempre impiegate con cura. Altrimenti si rischia di risultare inopportuni, se non gravemente offensivi. Strano che un giornalista navigato come Massimo Giannini, già direttore della Stampa, abbia per un momento dimenticato questa verità così elementare per chiunque faccia informazione. Eppure è successo. È avvenuto durante un intervento del giornalista a DiMartedì, il programma condotto da Giovanni Floris su La7. Nello sferrare la sua ennesima critica all’esecutivo di Giorgia Meloni, Giannini voleva esprimere un concetto in sé pure condivisibile - un governo deve fare il suo, non tirare a campare -, ma la spiegazione non gli è riuscita benissimo, scadendo in una seria mancanza di rispetto. Vediamo perché.
«Il governo è come un essere umano», è stata la premessa gianniniana, seguita da una domanda: «Tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100, 110 anni? Ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva». Il giornalista avrebbe potuto benissimo fermarsi qui, con l’accostamento tra governo ed «essere umano», invece ha così continuato prendendosela con quest’ultimo che, «se passa gli ultimi 20 anni della sua esistenza immobile, su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che sia vissuto così tanto; la stessa cosa vale per un governo». Com’è immaginabile, le parole di Giannini hanno scatenato tante reazioni. Anzitutto, a sentirsi colpiti nella loro dignità sono state le persone diversamente abili.
Di «parole gravi, che associano la vita di una persona con disabilità a un’esistenza priva di valore, dignità e significato» ha, infatti, parlato Vincenzo Falabella, presidente della Fish - acronimo di Federazione italiana per il superamento dell’handicap - secondo cui quello echeggiato negli studi di Floris è «un messaggio inaccettabile, che non solo ferisce profondamente le persone direttamente coinvolte e le loro famiglie, ma contribuisce ad alimentare stereotipi discriminatori e una cultura abilista che dovrebbe essere contrastata con fermezza». Falabella denuncia come la disabilità sia stata «strumentalizzata con toni offensivi e degradanti» perché «le persone che vivono su una sedia a rotelle, anche nelle condizioni più difficili, non sono individui “inermi” o “inutili”, ma che affrontano ogni giorno la vita con dignità, forza e pieno valore umano».
Ma, soprattutto, il presidente della Fish è rimasto sbigottito da una cosa secondaria solo in apparenza: «L’assenza totale di indignazione da parte dei presenti: invece del silenzio o della presa di distanza, è arrivato addirittura un fragoroso applauso». «E ci sono pure gli applausi…», ha notato, indignandosi, anche Nicola Procaccini, europarlamentare di Fdi. Di certo non un applauso, bensì una nota durissima è arrivata dal ministro per la Disabilità, Alessandra Locatelli, secondo cui «persone che parlano in questo modo dimostrano tutto il loro disprezzo e la loro ignoranza». Ieri pomeriggio Giannini ha replicato ma, pur scusandosi, si è detto quasi stizzito per le polemiche per le sue parole, oggetto d’una «manipolazione così vergognosa». «Apprendo con sorpresa e amarezza di una polemica che mi riguarda», ha detto, attaccando «gli agit-prop del governo, col supporto dei soliti gazzettieri di complemento». «Conosco la vera disabilità, anche per ragioni familiari», ha concluso, «e il peso che ne porto non mi consentirebbe mai di mancare di rispetto a chi la vive ogni giorno». Eppure così l’hanno presa tanti. Tutti quanti «agit-prop del governo»?
Continua a leggereRiduci
Maurizio Crozza (Ansa)
All’indomani del voto sulla giustizia, gli alfieri televisivi della sinistra hanno rotto gli argini per attaccare il governo Meloni a ogni trasmissione utile. Dentro il piccolo schermo, la campagna per le politiche è iniziata
Addio freni inibitori. Autocontrollo, questo sconosciuto. Ora che la meta si avvicina e in fondo al rettilineo s’intravede lo striscione del traguardo, vale tutto. La meta è la vittoria del campo largo alle prossime elezioni. O, detto in altro modo, la detronizzazione di Giorgia Meloni; e non si sa per che cosa si goda maggiormente.
I sondaggi hanno già certificato il sorpasso sul centrodestra, con e senza Futuro nazionale del generale Roberto Vannacci. Nel circo dei talk show è tutto un fregarsi di mani, un darsi di gomito, un ammiccare al successo imminente. Non è una consapevolezza teorizzata. Sembra più una tendenza, una corruzione di abitudini. Uno slittamento della frizione che consente di superare i limiti del codice dell’informazione. Ufficialmente, i titolari delle teletribune accusano il governo di fare propaganda mentre, in realtà, sono già in piena campagna elettorale.
Non ancora archiviato, il «caso Ranucci-Nordio» ci aiuta a capire cosa sta succedendo. È qui che il salto di qualità è diventato esplicito. Ospite di Bianca Berlinguer su Rete 4, il conduttore di Report nonché principe del giornalismo d’inchiesta dice che una fonte gli ha riferito che il Guardasigilli è stato ospite della residenza di Giuseppe Cipriani, protagonista con Nicole Minetti dell’adozione di un bambino (con gravi problemi di salute) che ha portato alla controversa concessione della grazia del presidente Sergio Mattarella all’ex igienista dentale. Un’insinuazione infamante rivelatasi un’illazione. «È una pista che stiamo verificando», ha detto in diretta Ranucci. Evaporata la fonte, cospargendosi «il capo di cenere», tre giorni dopo ha cavillato: «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia». Dopo l’ammissione dell’eccesso, il ministro della Giustizia ha rinunciato a sporgere querela.
Meno magnanimemente l’ha mantenuta per la conduttrice di È sempre Cartabianca e la rete che ha diffuso la notizia non verificata. È il sintomo della patologia. Neanche fosse un Nicola Gratteri qualsiasi (ricordate la lettura senza filtro di un messaggio sul cellulare che attribuiva a Giovanni Falcone la contrarietà alla separazione delle carriere?) il campione del giornalismo d’inchiesta dà una notizia in diretta tv senza prima controllarla. «Trascende ogni mio controllo», diceva il visconte di Valmont in Le relazioni pericolose parlando dei suoi sentimenti verso madame de Tourvel. Così Ranucci, la tentazione era indomabile, la preda a portata di scoop: mandare a casa Nordio e, a cascata, il governo.
Gli argini sono infranti. Non che prima per «il governo delle destre» i salotti tv fossero centri benessere con musica soffusa. Tutt’altro, tra Otto e mezzo e DiMartedì, tra Il cavallo e la torre e Realpolitik per i meloniani spira da sempre un’aria tagliente. Ma da dopo il referendum sulla giustizia qualcosa è cambiato. In peggio. Prendiamo Matteo Renzi, autore di L’influencer (Piemme), soave odiografia dedicata alla presidente del Consiglio. Dalla sera della sconfitta nella consultazione sulla riforma della magistratura ne chiede ossessivamente le dimissioni. Non a caso, ha messo le tende a La7. Lilli Gruber, Corrado Formigli e Giovanni Floris se lo passano come un attrezzo da lavoro. Efficace, funzionale e che non tradisce. Siccome lui, che ci aveva scommesso il posto da premier si dimise quando perse il referendum sul Senato, ora deve farlo Giorgia Meloni che pure, fin dall’inizio, aveva evitato di confondere le sorti del governo con l’esito del voto sulla giustizia. Non importa, il senatore di Rignano insiste e persiste mandando in sollucchero i conduttori in campagna.
Nell’ultima monocorde puntata di DiMartedì, Floris ha mostrato a tutti gli ospiti, Massimo Giannini, Walter Veltroni, Renzi e Rocco Casalino, le stesse dichiarazioni in pillole della premier. Sul Piano casa, su Trump, sulla longevità del governo. «È un valore in assoluto la longevità?», ha chiesto mostrando flashback degli eccessi del governo berlusconiano ancora al primo posto nella classifica di durata. «Il governo è come un essere umano, tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100 o 110 anni», ha premesso Giannini, «ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto». Si può ricorrere a un paragone così irrispettoso verso tante persone che vivono una condizione di menomazione? Sì, se la missione assoluta è colpire l’odiato nemico. E pazienza se il livore fa dimenticare anche l’uso del congiuntivo.
Su X il collaboratore della piattaforma digitale Galt Media, Davide Scifo, 45.000 followers, ha radiografato lo schieramento dei programmi di approfondimento politico, non solo i talk show, conteggiandone 15 di sinistra, cinque di destra e solo quattro neutrali. Un calcolo abbastanza attendibile, nonostante tra i titoli progressisti non compaiano né La torre di Babele, né In altre parole di La7, né Splendida cornice di Rai 3. Mentre 4 di sera di Paolo Del Debbio è inserito tra quelli di destra sebbene, dividendo sempre in parti uguali il parterre degli ospiti, sia il più ecumenico dei talk. Quanto alla Rai, Porta a porta è iscritto nell’area della destra, Il cavallo e la torre in quelli di sinistra mentre ben tre (Agorà, Restart e Farwest) figurano tra i neutrali. Alla faccia di TeleMeloni.
Dove, invece, l’antimelonismo, più ancora che il campolarghismo, è uno show freddo e cinico è da chez Lilli Gruber. La quale, in campagna elettorale, lo è dal giorno dopo la vittoria della coalizione di centrodestra. Disinibita da subito, ha brevettato il jingle cantato in loop «E allora Giorgia Meloni?». All’unanimità, è la pifferaia dei conduttori antigovernativi, variegata formazione che annovera dal più idealista dei giornalisti al più sarcastico dei comici militanti. Alla vigilia del 25 aprile faceva tenerezza vedere Marco Damilano dare del tu alla staffetta partigiana novantacinquenne Luciana Romoli. Prima di concludere la puntata esaltando la berlingueriana «grande ambizione» mentre brandiva, commosso, un simbolico papavero.
Meno compassione ispira, invece, Maurizio Crozza che sul Nove ridicolizza in sequenza Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Adolfo Urso e Antonio Tajani. Salvo poi improvvisarsi consigliere d’immagine di Silvia Salis, sindaca della città dove risiede, tirandole un pippone sull’imprudente intervista concessa al patinato Vanity Fair. Ma si sa, la campagna è campagna, anche la comicità scende in campo e, senza freni inibitori, la telepolitica diventa un kamasutra tutto da godere.
Continua a leggereRiduci







