Sam Altman (Ansa)
Lunghissima inchiesta del prestigioso settimanale scopre gli altarini del fondatore di Open Ai: «Sociopatico, mente da sempre a tutti». La spregiudicatezza politica e le faide con i «colleghi» Musk, Thiel e Dario Amodei.
La verità è che si odiano tutti. Chi avesse immaginato lo stretto novero dei capi dell’Intelligenza artificiale come un’Arcadia digitale di innovatori dediti alle sorti dell’umanità avrebbe l’ennesima occasione di ricredersi leggendo la recente inchiesta del New Yorker su Sam Altman, il padrone di Open Ai, insomma il papà di Chat-Gpt.
L’articolo - quasi un racconto breve - ha come titolo «Sam Altman può controllare il nostro futuro: ci si può fidare?» ed è leggibile sulla rivista anche online (ma solo per gli abbonati) e suggerisce che no, è meglio di no. Dozzine di fonti, sia anonime sia «in chiaro», concordano su un dettaglio: l’uomo che sta letteralmente contribuendo più di molti altri a disegnare il nostro modo di pensare, lavorare, scrivere, conoscere il mondo è un bugiardo seriale, che ha mentito praticamente a tutti pur di affermare il proprio potere e imporre il proprio controllo.
Uno spirito cinico potrebbe dire che è il requisito minimo per il capo di una multinazionale che deve garantirsi miliardi di dollari di finanziamenti, generare rendimenti crescenti e avere attorno a sé un ambiente regolatorio accomodante. La lettura è comunque interessante, a cominciare dagli autori: Ronan Farrow e Andrew Marantz. Il primo, figlio di Woody Allen e Mia Farrow (ma lei ha detto che forse il padre vero è Frank Sinatra), ha lavorato con Obama e Hillary Clinton, è premio Pulitzer 2018 grazie ai servizi, scritti a 30 anni, sul caso Weinstein. Il secondo motivo di interesse è la sede: il New Yorker è forse il settimanale più celebrato al mondo. Il terzo, ovviamente, è il contenuto: la vicenda di Altman , ebreo omosessuale classe 1985 di Chicago, è raccontata dalla fondazione di Open Ai nel 2015. Ha come spartiacque la drammatica settimana tra il 17 e il 23 novembre 2023, quando viene prima giubilato e poi richiamato alla guida della (sua) società una volta cambiatone il consiglio di amministrazione (mettendoci un certo Larry Summers): una scelta che cambierà per sempre i destini dell’Intelligenza artificiale a livello globale. Altman era stato silurato per numerosi dubbi sulla dirittura di un individuo dalle cui scelte sarebbero dipesi non solo investimenti miliardari, ma anche e soprattutto le condizioni di sicurezza e i «binari» di una tecnologia destinata a incidere sulla conoscenza, la politica, la psicologia, la sanità, gli eserciti, insomma la vita di miliardi di persone. Una tecnologia che mira dichiaratamente a superare l’intelligenza umana, con tutto ciò che tale ipotetico «sorpasso» può determinare. L’inchiesta interna su Altman si fa, ma l’esito è una comunicazione orale di cui non c’è traccia.
L’articolo mette in fila una sequenza impressionante di colleghi, dirigenti, protagonisti della finanza o della tecnologia, che ritengono Altman un mentitore compulsivo, un «sociopatico» privo di scrupoli e remore. Le testimonianze più violente sono quelle dei primi soci di Open Ai, molti dei quali concordavano sul fatto che non dovesse essere lui «l’uomo nella stanza dei bottoni»: lo stesso che, come Elon Musk ricorda spesso, aveva giurato di fondare una non profit e poi ha, diciamo così, cambiato idea, ricapitalizzando una società molto, molto «profit». Secondo un pezzo grosso di Microsoft, «c’è la possibilità che finisca per essere ricordato come un truffatore al livello di Bernie Madoff o di Sam Bankman-Fried».
Il materiale del New Yorker rielabora in parte dati noti, al centro del libro «Empire of AI», della giornalista Karen Hao, e lascia profondi interrogativi soprattutto nella parte in cui raduna testimonianze interne di come Altman abbia trascurato garanzie di sicurezza sull’impiego dell’Ia per anticipare risultati e diffusione degli applicativi, oltre a mostrare una spregiudicatezza politica quasi renziana. L’articolo dà conto della rapida intesa con Bin Salman malgrado il caso Khashoggi (ai colleghi preoccupati Sam spiegò che Jared Kushner aveva garantito personalmente sull’estraneità del regnante saudita nell’omicidio del giornalista), della poderosa azione di lobbying condotta con successo in Ue per ammorbidire la cornice regolatoria, fino al passaggio da finanziatore e supporter democratico in patria («Trump è una minaccia senza precedenti») ai selfie all’inaugurazione della seconda presidenza del tycoon («Guardare attentamente il presidente di recente ha cambiato la mia prospettiva»). È possibile che i contratti col Pentagono abbiano avuto un ruolo nel mutare tale prospettiva.
L’impressione finale è che l’Ia sia - anche - una gigantesca vasca di squali. Le cose peggiori sul protagonista dell’articolo escono da un gruppo ristretto di persone. Altman conosce l’attuale marito (i due hanno «adottato» un figlio) nel 2014 nella vasca idromassaggio di Peter Thiel, come noto socio di Musk, il quale fonda XAi contro Altman, a cui fa pure causa. Dario Amodei, capo di Anthropic sorta pure in polemica contro Open Ai, era sodale di Altman e oggi dice: «Il problema dell’azienda è lui».
Si odiano tutti, forse è normale: la novità è che lo si può dire anche nei posti «giusti».
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Nathan Trevallion e Catherine Birmingham (Ansa)
Perizia choc dei consulenti dei Trevallion: il caos giudiziario e le regole degli incontri con la mamma lasciano strascichi.
Restare lontani dalla madre e al di fuori del nucleo famigliare «mantiene attiva la risposta traumatica nei minori e configura un fattore di rischio clinicamente rilevante per l’insorgenza di ulteriori e documentabili danni alla salute mentale dei bimbi».
I tempi della giustizia (la pronuncia della Corte di appello dell’Aquila è prevista il 21 aprile) e le modalità imposte per gli incontri con i genitori fanno soffrire i piccoli Trevallion, lo ribadiscono in un nuovo parere tecnico depositato ieri al Tribunale per i minorenni dell’Aquila lo psichiatra Tonino Cantelmi, associato di psicopatologia all’Università Gregoriana di Roma, componente del comitato nazionale di bioetica, e la psicologa-psicoterapeuta Martina Aiello.
Soprattutto, i consulenti tecnici di parte chiedono che le visite di Catherine avvengano «in un luogo idoneo e neutro […] in quanto risponde a una precisa esigenza di tutela del benessere emotivo del minore». La mamma aveva potuto vedere i suoi tre figli solo l’1 aprile, dopo l’allontanamento dalla casa famiglia di Vasto imposto lo scorso 6 marzo dal Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Durante quei 25 giorni le erano state concesse unicamente videochiamate «durante le quali sono emersi segnali chiari e documentati di sofferenza psicologica significativa nei minori», rilevano Cantelmi e Aiello. Mercoledì 1 aprile, il sospirato incontro con i piccoli è stato ancora una volta oggetto di critiche. Catherine Birmingham si sarebbe fermata circa cinque ore, anziché l’ora e mezza stabilita, mantenendo un atteggiamento ostile. Addirittura, si dice che avrebbe invitato altri ospiti della struttura a «reagire».
Mentre attendiamo di conoscere che cosa scriveranno questa volta i servizi sociali nella loro relazione, già si sono viste le conseguenze di quell’incontro valutato non positivamente. Ieri, infatti, la mamma non ha potuto abbracciare i suoi bambini malgrado fosse stato fissato un altro colloquio in struttura. Sarebbe stato sospeso per evitare ulteriori atteggiamenti della donna ritenuti «ostili». Invece, è la struttura a essere non un ambiente neutro ma ostile.
Dell’equilibrio psico fisico di questa mamma non sembra importare alle assistenti sociali e ancor meno al tribunale, che le ha sottratto i figli lo scorso 20 novembre. Un mese fa l’hanno allontanata con brutalità dalla casa famiglia, non le hanno permesso di trascorrere la Pasqua con i piccoli (solo papà Nathan ha potuto pranzare assieme ai figli, Catherine è rimasta da sola nel casolare di Palmoli); l’hanno «scannerizzata» durante il suo primo reincontro con i bimbi per spiare ogni traccia di emozione scambiata per insofferenza e ostilità.
Ancora una volta, è così scattata la punizione di questa madre privata della possibilità di incontrare le sue creature. A sbagliare, invece, sono stati i servizi sociali. «È stato disposto un incontro in presenza madre-figli in assenza di una adeguata preparazione psicologica delle parti coinvolte e senza la predisposizione di una cornice tecnica di contenimento», fanno presente i consulenti di parte, nella loro valutazione di quanto accaduto il primo aprile.
La scelta, scrivono, «appare metodologicamente errata alla luce delle consolidate conoscenze in ambito di psicotraumatologia infantile e di teoria dell’attaccamento, secondo cui il riavvicinamento alla figura di attaccamento dopo una separazione forzata costituisce un momento di particolare vulnerabilità emotiva per i minori, soprattutto quando il trauma è recente, non elaborato e inserito in una sequenza di eventi caratterizzati da imprevedibilità, discontinuità relazionale e perdita di riferimenti affettivi stabili».
I piccoli Trevallion, traumatizzati dal distacco dalla famiglia, sono stati separati pure dalla madre e l’hanno vista per settimane solo attraverso videochiamate. Bastava osservare i bambini, durante quei video in diretta, per capire quanto stanno male. «Espressioni facciali marcatamente spente, sguardi fissi o poco reattivi, riduzione dell’espressività emotiva e un generale impoverimento dell’iniziativa relazionale, elementi clinicamente compatibili con stati di ipoattivazione, freezing e ritiro emotivo», spiegano Cantelmi e Aiello. Precisano: «Tali manifestazioni non possono essere interpretate come segni di adattamento o di stabilizzazione, ma rappresentano indicatori di una sofferenza intensa che, in condizioni di trauma relazionale, tende a esprimersi attraverso la riduzione delle risposte emotive visibili piuttosto che mediante l’agitazione».
Se fosse stata osservata la loro sofferenza, «evoluzione coerente di una risposta traumatica già in atto, riattivata e mantenuta dall’assenza della figura materna», non si sarebbe improvvisato un incontro «senza alcun lavoro preliminare di preparazione dei minori, finalizzato a rendere l’evento prevedibile, comprensibile e psicologicamente tollerabile, e senza alcun supporto tecnico alla madre», fanno notare i consulenti.
In una simile modalità, l’incontro con la mamma non poteva risultare «un’esperienza riparativa, ma un ulteriore fattore psicolesivo», perché si possono riattivare «vissuti intensi di perdita, abbandono, paura, speranza, aspettative ed impotenza, aggravati dalla successiva e inevitabile separazione».
Mamma Trevallion non è accusata di abusi o maltrattamenti, il trauma da allontanamento dei figli è ampiamente documentato, gli incontri da remoto e in presenza non sono facili quindi, concludono i consulenti, è urgente «il tempestivo ripristino del nucleo familiare, quale misura necessaria e prioritaria ai fini della tutela della loro salute psicologica».
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2026-04-09
Dimmi La Verità | Marco Pellegrini (M5s): «Cosa penso del discorso di Meloni in Parlamento»
Ecco #DimmiLaVerità del 9 aprile 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta il discorso in Parlamento di Giorgia Meloni.
Ivo Muser ed Elena Buscemi (Ansa)
Il Partito democratico milanese sbraita per l’evento sul tema promosso in città dai Patrioti europei. Lancia accuse di «xenofobia» che proprio non c’è nel progetto. Inviso a certi vescovi ma portato avanti con forza da Trump con sempre più numerosi Stati africani.
Sembra di essere ritornati al 2016, nel pieno della grande invasione, con la differenza che oggi c’è uno spauracchio in più chiamato remigrazione. Basta citare la parola per fare impazzire il progressista medio, e non solo.
A Milano, per esempio, il centrosinistra alla guida del Comune chiede da giorni la censura di una manifestazione organizzata dai Patrioti europei per il prossimo 18 aprile proprio sul tema della remigrazione. Secondo un ordine del giorno protocollato dal presidente del Consiglio comunale meneghino, Elena Buscemi del Partito democratico, l’evento sarebbe una «palese violazione della Carta costituzionale», motivo per cui i dem chiedono a questore e prefetto «un’ulteriore valutazione rigorosa sull’opportunità di autorizzare l’evento per motivi di ordine pubblico». Non solo: il Pd pretende che sindaco, giunta e l’intero Consiglio comunale condannino la manifestazione e la dichiarino «incompatibile con l’identità civile e democratica di Milano». A parere dei dem, la remigrazione è basata su «ideologie xenofobe che propugnano l’espulsione di cittadini di origine straniera sulla base di criteri etnici o razziali». Di conseguenza, sostiene la piddina Buscemi, «lo spazio pubblico di una città democratica non deve diventare palcoscenico per la diffusione di messaggi che negano i diritti umani fondamentali e incitano alla divisione sociale».
Ecco perché, insistono da sinistra, sarebbe «dovere delle istituzioni locali, a partire dal Consiglio comunale, vigilare affinché la libertà di manifestazione non venga strumentalizzata per promuovere tesi eversive dei valori democratici». Censura, appunto. Cioè l’unica cosa che i presunti democratici riescono a chiedere per chi non la pensa come loro.
Purtroppo non sono gli unici a diffondere falsità e bestialità riguardo alla remigrazione (che nulla ha a che fare con la selezione razziale e la pulizia etnica, ma vaglielo a spiegare). A fare polemica ci si era messo qualche giorno fa l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, che aveva approfittato di una veglia di preghiera per contestare il sistema dei Cpr. Poi, addirittura durante l’omelia pronunciata a Pasqua, è intervento Ivo Muser, vescovo di Bolzano e Bressanone. Stando ai passaggi riportati dalla stampa locale, Muser ha detto che «la società deve far sentire il proprio no quando determinate categorie di persone vengono di per sé sospettate, quando si invita a ripulire l’Europa, l’Italia o l’Alto Adige da certi gruppi di persone. È disumano e anticristiano parlare di remigrazione». Poi ha allargato il tiro, prendendosela con «un nazionalismo che arriva addirittura a sostituire la religione, il disprezzo nei confronti di altri popoli, l’arroganza di credere di detenere un potere assoluto sulla vita e sulla morte, l’avidità di ricchezza e di nuovo spazio vitale, la glorificazione e la giustificazione della violenza».
Un po’ come gli esponenti del Partito democratico, sembra che Muser non abbia idea di che cosa preveda davvero il progetto della remigrazione, almeno per come lo ha pensato Martin Sellner (proprio nel saggio che i lettori possono ancora trovare in edicola con La Verità). Tale progetto non prevede alcuna violenza, alcuna deportazione, alcuna brutalità. Anzi, potrebbe essere definito un progetto umanitario, per altro finanziato dagli Stati occidentali.
È interessante, a tale riguardo, osservare ciò che stanno facendo gli Stati Uniti. Ormai da qualche tempo, dagli Usa sono stati hanno rimpatriati cittadini di Paesi terzi in nazioni africane tra cui Ghana, Camerun, Guinea Equatoriale, e nello Stato indipendente chiamato Eswatini. Ora Washington ha firmato un nuovo accordo con la Repubblica democratica del Congo che di fatto è analogo ai precedenti. In buona sostanza, lo Stato africano si è impegnato ad accogliere migranti irregolari espulsi dagli Usa che saranno collocati in Congo anche se non sono di origini congolesi. Il ministero delle Comunicazioni di Kinshasa ha fatto sapere che è stato allestito un sistema di accoglienza temporaneo e sono state individuate strutture ad hoc per ospitare gli stranieri in ingresso. A quanto risulta, saranno proprio gli Usa a fornire «supporto logistico e tecnico» a tutta l’operazione, tanto che il governo congolese non dovrebbe sostenere alcun costo. Si tratta di un meccanismo simile al modello Albania: nessuna sanguinosa deportazione, nessuna violenza. Anzi, le autorità del Congo hanno fatto sapere che non rimanderanno nei loro Paesi di origine persone che potrebbero subire gravi persecuzioni. Non si tratta di una remigrazione vera e propria, ma sicuramente è un buon inizio.
Va ricordato, peraltro, che la Repubblica democratica del Congo, assieme a Namibia e Angola, qualche mese fa ha siglato un accordo non troppo diverso con il Regno Unito. Le autorità britanniche avevano minacciato la sospensione dei visti di ingresso per i cittadini di questi Stati (compresi uomini d’affari e vip) se non avessero accettato di riprendersi i migranti irregolari o autori di reati presenti sul suolo inglese. A seguito di tali pressioni, le nazioni africane hanno accettato i rimpatri. Ora possiamo dire che lo spettro si allarga: il Congo (e altri) ospiteranno anche migranti che non sono loro cittadini ma che non possono restare negli Usa. Senza brutalità e violenze, senza ombre di razzismo. A quanto pare, la remigrazione non solo è possibile ma è anche molto diversa da come la descrive la sinistra. La quale, al solito, riesce a dare un solo contributo al dibattito: la mordacchia.
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