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2026-05-19
L’uomo di Zelensky già fuori di galera. Mosca: «Confidiamo in Washington»
Andriy Yermak (Ansas)
Nell’ennesimo caso di corruzione che coinvolge figure ucraine di alto profilo, l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, è già uscito dal carcere, nonostante penda su di lui l’accusa di riciclaggio di denaro. È stato rilasciato grazie ad alcuni benefattori che hanno pagato la cauzione fissata a 2,7 milioni di euro.
La scarcerazione arriva dopo che la scorsa settimana un tribunale anticorruzione di Kiev aveva disposto la detenzione preventiva per 60 giorni, fissando anche la somma della cauzione. Con Yermak che pochi giorni fa sperava nell’aiuto di «amici e conoscenti», sono stati in diversi a rispondere all’appello, tra singoli individui come l’ex allenatore della nazionale di calcio ucraina, Serhij Rebrov, aziende private e studi legali.
Il sospetto avanzato dall’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e dalla Procura specializzata anticorruzione (Sapo) è che Yermak abbia riciclato 10 milioni di dollari durante la realizzazione del progetto edilizio di lusso Dynastiia a Kozyn. E gli inquirenti non escludono che i fondi provengano anche dallo schema corruttivo legato all’azienda statale Energoatom, ovvero lo scandalo che ha costretto l’ex capo di gabinetto a dimettersi il 28 novembre. Zelensky però non sembra badare troppo alle questioni interne, preferendo concentrarsi su quello che accade dentro la Russia. Ha quindi sostenuto che Mosca sta affrontando perdite statali «significative», tenute volutamente nascoste. A dirlo sarebbe l’intelligence ucraina sulla base di alcuni documenti ottenuti. A detta del leader di Kiev «una sola compagnia petrolifera russa è stata costretta a chiudere circa 400 pozzi» e sarebbe stata notata «una riduzione della raffinazione petrolifera di almeno il 10% in pochi mesi solo quest’anno». Intanto Zelensky è costretto a incassare la richiesta «del rispetto dei diritti della minoranza ungherese che vive in Ucraina». A chiederlo è stato lo stesso presidente del Consiglio europeo, António Costa, incalzato dal nuovo premier ungherese, Péter Magyar, che ha scritto su X: «Prima dell’inizio della riunione di gabinetto di oggi (ieri, ndr), ho informato telefonicamente il presidente del Consiglio europeo che abbiamo avviato un ciclo di colloqui a livello tecnico con la parte Ucraina volti ad assicurare garanzie legali per i diritti linguistici, educativi e culturali della comunità ungherese in Transcarpazia».
Sul fronte delle trattative, a seguito dell’escalation degli attacchi reciproci tra Mosca e Kiev, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Dopo il massiccio raid su Kiev, il tycoon aveva infatti adombrato la possibilità di rallentamenti negli sforzi diplomatici. E Peskov ieri ha confermato: «Attualmente il processo di pace è in pausa, ci aspettiamo che venga ripreso». La speranza è che «i colleghi americani continueranno i loro sforzi di mediazione». Nei confronti dell’Europa non c’è lo stesso livello di speranza. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha sostenuto che «i radicali europei, i neoliberisti e i neonazisti, insieme al regime di Zelensky, sono decisi a impedire l’attuazione dei piani di pace che stanno elaborando gli Stati Uniti».
Nonostante il clima di sfiducia russo, in Europa prosegue il dibattito sull’apertura del dialogo con Mosca per evitare di stare in panchina nei futuri negoziati. Politico ha ipotizzato alcuni nomi che potrebbero guidare i colloqui, individuando però allo stesso tempo elementi di criticità: cita l’ex cancelliere tedesco, Angela Merkel, l’ex premier Mario Draghi e l’attuale presidente finlandese, Alexander Stubb. A frenare sul toto nomi è stata la portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anitta Hipper: settimana prossima, ha dichiarato, in occasione della riunione informale dei ministri degli Esteri, «verrà discussa la posizione europea in termini di richieste e di condizioni». «Si guarderà al “cosa”», ha aggiunto, «non al “chi”».
Chi ha tirato le orecchie a Bruxelles è la Merkel, «rammaricata» dal fatto che «l’Europa non stia sfruttando a sufficienza il proprio potenziale diplomatico» nel contesto della guerra in Ucraina. Ha poi aggiunto che «non è sufficiente» che solo il presidente degli Stati Uniti abbia contatti con Mosca, visto che «anche gli europei contano».
Sul campo di battaglia, intanto, Zelensky ha accusato Mosca, a ridosso della visita di Putin in Cina, di aver colpito una nave cinese con un drone a Odessa. Altri raid russi si sono registrati a Dnipro, Zaporizhzhia, Kherson: gli attacchi sul territorio ucraino hanno interessato 524 droni e 22 missili, causando oltre 30 feriti e almeno due morti, dopo che, il giorno precedente, Mosca era stata colpita con un maxi blitz di droni in cui hanno perso la vita almeno quattro civili. Ieri, invece, in Russia è stata colpita la regione di Belgorod, ma raid ucraini sono stati diretti anche contro la regione del Donetsk.
Xi al centro del globo: arriva Putin
A pochi giorni dalla visita di Donald Trump in Cina, Vladimir Putin vola a sua volta a Pechino per un vertice che il Cremlino presenta come un ulteriore rafforzamento dell’asse strategico tra Russia e Cina. Putin atterrerà stasera nella capitale cinese e domani mattina incontrerà Xi Jinping nella Grande sala del popolo, in Piazza Tiananmen. Sul tavolo di questo delicato summit ci saranno energia, commercio, trasporti, cooperazione industriale e, soprattutto, il consolidamento del partenariato tra Mosca e Pechino, che nel 2026 compie 30 anni.
Il Cremlino, che ha parlato di «aspettative alte», ha annunciato che Putin e Xi firmeranno una lunga dichiarazione congiunta sull’«interazione strategica» tra le due nazioni, oltre a un secondo documento dedicato alla costruzione di «un mondo multipolare» e di «un nuovo tipo di relazioni internazionali», come ha dichiarato Yuri Ushakov, il consigliere diplomatico del Cremlino. Secondo lo stesso Ushakov, il testo principale sarà un documento «programmatico» di 47 pagine destinato a definire le linee guida della cooperazione futura tra Mosca e Pechino. Complessivamente, durante la visita dovrebbero essere firmati circa 40 accordi nei settori dell’industria, dei trasporti, dell’energia nucleare, dell’istruzione, del cinema e della cooperazione tra agenzie di stampa.
La delegazione russa sarà imponente: cinque vicepremier, otto ministri, la governatrice della Banca centrale (Elvira Nabiullina), dirigenti delle grandi banche, manager delle imprese di Stato e rappresentanti dei principali gruppi industriali. «Molto, molto rappresentativa», l’ha definita Ushakov. Da parte sua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha invece respinto ogni paragone con la visita di Trump, sostenendo che Mosca «non compete con nessuno» sulla composizione delle delegazioni. Sarà, ma resta il fatto che Putin arriverà a Pechino appena quattro giorni dopo la partenza del tycoon, reduce da un cauto riavvicinamento con Xi dopo mesi di tensioni commerciali e politiche tra Washington e la Repubblica popolare.
Ad ogni modo, il tema forte dei colloqui sino-russi sarà l’energia. Putin e Xi discuteranno della cooperazione sugli idrocarburi e in particolare del progetto Power of Siberia 2, il grande gasdotto destinato a collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia. Mosca spinge da tempo per chiudere definitivamente l’accordo, che prevedrebbe forniture per 30 anni e una capacità aggiuntiva di 50 miliardi di metri cubi di gas. Ushakov ha confermato che il dossier sarà affrontato «in modo molto approfondito».
Negli ultimi anni, infatti, Pechino è diventata uno dei principali sbocchi economici della Russia colpita dalle sanzioni occidentali: gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto livelli record dopo il 2022 e la Cina acquista ormai oltre un quarto delle esportazioni russe. In questo modo, Mosca può contare su entrate di vitale importanza, mentre Pechino si è dotata di una vera e propria garanzia sul piano energetico (oggi ancora più strategica a causa della crisi dello Stretto di Hormuz).
I colloqui tra Putin e Xi, peraltro, si svolgeranno in formato sia ristretto sia allargato. Domani, infatti, i due leader avranno anche un incontro informale che il Cremlino considera particolarmente significativo, perché consentirà di discutere «apertamente e in via riservata» i principali dossier internazionali. Dopo i negoziati, infine, i due presidenti rilasceranno dichiarazioni alla stampa e parteciperanno a un ricevimento ufficiale ospitato dal leader cinese.
Secondo Joseph Webster, ricercatore dell’Atlantic council, «Taiwan potrebbe essere il tema sottinteso dell’incontro tra Xi e Putin». L’ipotesi dell’autorevole think tank americano è che Pechino voglia rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con Mosca proprio per garantirsi approvvigionamenti più sicuri in caso di una futura crisi nello Stretto di Taiwan. In quest’ottica, pertanto, il progetto Power of Siberia 2 assumerebbe non soltanto un valore prettamente economico, ma anche una chiara valenza strategica e geopolitica.
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Dopo l’arresto per corruzione, Andriy Yermak esce su cauzione da ben 2,7 milioni. Il Cremlino: «Trattative in stallo. L’Ue rema contro la mediazione americana». Riappare Angela Merkel: «L’Europa aumenti gli sforzi diplomatici».Salutato Donald Trump, oggi atterra a Pechino Vladimir Putin con una folta delegazione. Sul tavolo patti energetici e tanti dossier. Obiettivo: saldare l’asse e costruire un «mondo multipolare».Lo speciale contiene due articoliNell’ennesimo caso di corruzione che coinvolge figure ucraine di alto profilo, l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, è già uscito dal carcere, nonostante penda su di lui l’accusa di riciclaggio di denaro. È stato rilasciato grazie ad alcuni benefattori che hanno pagato la cauzione fissata a 2,7 milioni di euro. La scarcerazione arriva dopo che la scorsa settimana un tribunale anticorruzione di Kiev aveva disposto la detenzione preventiva per 60 giorni, fissando anche la somma della cauzione. Con Yermak che pochi giorni fa sperava nell’aiuto di «amici e conoscenti», sono stati in diversi a rispondere all’appello, tra singoli individui come l’ex allenatore della nazionale di calcio ucraina, Serhij Rebrov, aziende private e studi legali. Il sospetto avanzato dall’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e dalla Procura specializzata anticorruzione (Sapo) è che Yermak abbia riciclato 10 milioni di dollari durante la realizzazione del progetto edilizio di lusso Dynastiia a Kozyn. E gli inquirenti non escludono che i fondi provengano anche dallo schema corruttivo legato all’azienda statale Energoatom, ovvero lo scandalo che ha costretto l’ex capo di gabinetto a dimettersi il 28 novembre. Zelensky però non sembra badare troppo alle questioni interne, preferendo concentrarsi su quello che accade dentro la Russia. Ha quindi sostenuto che Mosca sta affrontando perdite statali «significative», tenute volutamente nascoste. A dirlo sarebbe l’intelligence ucraina sulla base di alcuni documenti ottenuti. A detta del leader di Kiev «una sola compagnia petrolifera russa è stata costretta a chiudere circa 400 pozzi» e sarebbe stata notata «una riduzione della raffinazione petrolifera di almeno il 10% in pochi mesi solo quest’anno». Intanto Zelensky è costretto a incassare la richiesta «del rispetto dei diritti della minoranza ungherese che vive in Ucraina». A chiederlo è stato lo stesso presidente del Consiglio europeo, António Costa, incalzato dal nuovo premier ungherese, Péter Magyar, che ha scritto su X: «Prima dell’inizio della riunione di gabinetto di oggi (ieri, ndr), ho informato telefonicamente il presidente del Consiglio europeo che abbiamo avviato un ciclo di colloqui a livello tecnico con la parte Ucraina volti ad assicurare garanzie legali per i diritti linguistici, educativi e culturali della comunità ungherese in Transcarpazia».Sul fronte delle trattative, a seguito dell’escalation degli attacchi reciproci tra Mosca e Kiev, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Dopo il massiccio raid su Kiev, il tycoon aveva infatti adombrato la possibilità di rallentamenti negli sforzi diplomatici. E Peskov ieri ha confermato: «Attualmente il processo di pace è in pausa, ci aspettiamo che venga ripreso». La speranza è che «i colleghi americani continueranno i loro sforzi di mediazione». Nei confronti dell’Europa non c’è lo stesso livello di speranza. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha sostenuto che «i radicali europei, i neoliberisti e i neonazisti, insieme al regime di Zelensky, sono decisi a impedire l’attuazione dei piani di pace che stanno elaborando gli Stati Uniti».Nonostante il clima di sfiducia russo, in Europa prosegue il dibattito sull’apertura del dialogo con Mosca per evitare di stare in panchina nei futuri negoziati. Politico ha ipotizzato alcuni nomi che potrebbero guidare i colloqui, individuando però allo stesso tempo elementi di criticità: cita l’ex cancelliere tedesco, Angela Merkel, l’ex premier Mario Draghi e l’attuale presidente finlandese, Alexander Stubb. A frenare sul toto nomi è stata la portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anitta Hipper: settimana prossima, ha dichiarato, in occasione della riunione informale dei ministri degli Esteri, «verrà discussa la posizione europea in termini di richieste e di condizioni». «Si guarderà al “cosa”», ha aggiunto, «non al “chi”». Chi ha tirato le orecchie a Bruxelles è la Merkel, «rammaricata» dal fatto che «l’Europa non stia sfruttando a sufficienza il proprio potenziale diplomatico» nel contesto della guerra in Ucraina. Ha poi aggiunto che «non è sufficiente» che solo il presidente degli Stati Uniti abbia contatti con Mosca, visto che «anche gli europei contano». Sul campo di battaglia, intanto, Zelensky ha accusato Mosca, a ridosso della visita di Putin in Cina, di aver colpito una nave cinese con un drone a Odessa. Altri raid russi si sono registrati a Dnipro, Zaporizhzhia, Kherson: gli attacchi sul territorio ucraino hanno interessato 524 droni e 22 missili, causando oltre 30 feriti e almeno due morti, dopo che, il giorno precedente, Mosca era stata colpita con un maxi blitz di droni in cui hanno perso la vita almeno quattro civili. Ieri, invece, in Russia è stata colpita la regione di Belgorod, ma raid ucraini sono stati diretti anche contro la regione del Donetsk.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/andriy-yermak-corruzione-zelensky-ucraina-2676911640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="xi-al-centro-del-globo-arriva-putin" data-post-id="2676911640" data-published-at="1779175622" data-use-pagination="False"> Xi al centro del globo: arriva Putin A pochi giorni dalla visita di Donald Trump in Cina, Vladimir Putin vola a sua volta a Pechino per un vertice che il Cremlino presenta come un ulteriore rafforzamento dell’asse strategico tra Russia e Cina. Putin atterrerà stasera nella capitale cinese e domani mattina incontrerà Xi Jinping nella Grande sala del popolo, in Piazza Tiananmen. Sul tavolo di questo delicato summit ci saranno energia, commercio, trasporti, cooperazione industriale e, soprattutto, il consolidamento del partenariato tra Mosca e Pechino, che nel 2026 compie 30 anni.Il Cremlino, che ha parlato di «aspettative alte», ha annunciato che Putin e Xi firmeranno una lunga dichiarazione congiunta sull’«interazione strategica» tra le due nazioni, oltre a un secondo documento dedicato alla costruzione di «un mondo multipolare» e di «un nuovo tipo di relazioni internazionali», come ha dichiarato Yuri Ushakov, il consigliere diplomatico del Cremlino. Secondo lo stesso Ushakov, il testo principale sarà un documento «programmatico» di 47 pagine destinato a definire le linee guida della cooperazione futura tra Mosca e Pechino. Complessivamente, durante la visita dovrebbero essere firmati circa 40 accordi nei settori dell’industria, dei trasporti, dell’energia nucleare, dell’istruzione, del cinema e della cooperazione tra agenzie di stampa.La delegazione russa sarà imponente: cinque vicepremier, otto ministri, la governatrice della Banca centrale (Elvira Nabiullina), dirigenti delle grandi banche, manager delle imprese di Stato e rappresentanti dei principali gruppi industriali. «Molto, molto rappresentativa», l’ha definita Ushakov. Da parte sua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha invece respinto ogni paragone con la visita di Trump, sostenendo che Mosca «non compete con nessuno» sulla composizione delle delegazioni. Sarà, ma resta il fatto che Putin arriverà a Pechino appena quattro giorni dopo la partenza del tycoon, reduce da un cauto riavvicinamento con Xi dopo mesi di tensioni commerciali e politiche tra Washington e la Repubblica popolare.Ad ogni modo, il tema forte dei colloqui sino-russi sarà l’energia. Putin e Xi discuteranno della cooperazione sugli idrocarburi e in particolare del progetto Power of Siberia 2, il grande gasdotto destinato a collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia. Mosca spinge da tempo per chiudere definitivamente l’accordo, che prevedrebbe forniture per 30 anni e una capacità aggiuntiva di 50 miliardi di metri cubi di gas. Ushakov ha confermato che il dossier sarà affrontato «in modo molto approfondito».Negli ultimi anni, infatti, Pechino è diventata uno dei principali sbocchi economici della Russia colpita dalle sanzioni occidentali: gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto livelli record dopo il 2022 e la Cina acquista ormai oltre un quarto delle esportazioni russe. In questo modo, Mosca può contare su entrate di vitale importanza, mentre Pechino si è dotata di una vera e propria garanzia sul piano energetico (oggi ancora più strategica a causa della crisi dello Stretto di Hormuz).I colloqui tra Putin e Xi, peraltro, si svolgeranno in formato sia ristretto sia allargato. Domani, infatti, i due leader avranno anche un incontro informale che il Cremlino considera particolarmente significativo, perché consentirà di discutere «apertamente e in via riservata» i principali dossier internazionali. Dopo i negoziati, infine, i due presidenti rilasceranno dichiarazioni alla stampa e parteciperanno a un ricevimento ufficiale ospitato dal leader cinese.Secondo Joseph Webster, ricercatore dell’Atlantic council, «Taiwan potrebbe essere il tema sottinteso dell’incontro tra Xi e Putin». L’ipotesi dell’autorevole think tank americano è che Pechino voglia rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con Mosca proprio per garantirsi approvvigionamenti più sicuri in caso di una futura crisi nello Stretto di Taiwan. In quest’ottica, pertanto, il progetto Power of Siberia 2 assumerebbe non soltanto un valore prettamente economico, ma anche una chiara valenza strategica e geopolitica.
Idris Elba (Ansa)
Il naso lungo e dritto scendeva fino a un labbro superiore corto, sotto il quale c’era una bocca larga e finemente disegnata ma crudele. La linea della mascella era dritta e ferma». Così Ian Fleming descrive James Bond in Dalla Russia con amore. È la prima volta che appare, così nel dettaglio, il viso di 007. Un uomo qualunque, tanto che lo scrittore britannico aveva deciso di battezzarlo con il nome di un ornitologo. Non appariscente, quindi. Un uomo con un volto e un fisico normali. Che passa inosservato, o quasi, come si conviene a un agente segreto. Più simile al primo attore che lo ha impersonificato, Sean Connery, che all’ultimo, Daniel Craig.
Ma adesso che anche Craig è uscito di scena, chi lo sostituirà? Qualcuno ha proposto una donna, del resto già intravista in No time to die. «È solo un numero», risponde Lashana Lynch a un esterrefatto Craig dopo che quest’ultimo è venuto a sapere che non è più lui 007, ma lei. Qualcun altro, invece, ha fatto il nome di un attore afro, Idris Elba, il quale però ha messo le cose in chiaro in un’intervista concessa a Gq: «Bond è talmente irreale che un pizzico di realismo ci sta bene, ma non cerchiamo di renderlo politicamente corretto. Credo che si debba rimanere fedeli alla propria essenza. Non bisogna cercare di assecondare i gusti del pubblico. Bisogna essere semplicemente Bond».
Non ci sarà quindi, almeno secondo Elba, alcun 007 afro. E neppure politicamente corretto. Anche perché non avrebbe senso. Il personaggio inventato da Fleming, infatti, è un bianco squisitamente britannico. Un uomo disposto a rischiare la pelle per la regina e per quel che resta dell’impero britannico. E il cui profilo, già nei primi film, è stato parecchio ammorbidito. Su Bond, infatti, Fleming ha riversato tutto sé stesso. Le proprie paure, le proprie passioni. E pure le proprie perversioni. Nei libri è addirittura un sadico, proprio come il suo inventore. Indossa vestiti su misura, realizzati dai migliori sarti di Londra. Beve il Vesper Martini in onore della donna che ha amato, Vesper Lynd appunto, e che gli è stata strappata («la puttana è morta», dirà alla fine di Casinò royale, mentre invece stava morendo dentro lui). Nei romanzi si parla di cocktail e di buon vino, ma non si fa mai riferimento alla birra, che pure appare in uno degli ultimi film, il già citato No time to die, ma solo per una questione di pubblicità (povero James, costretto a sorseggiare con la bottiglia verde in bella vista pur di campare). C’è tanto caviale su pane tostato e ideali ormai vecchi e sepolti. C’è un uomo che è ben lontano dalla figura del super eroe che emerge dai film. Soffre di accidia, si abbatte ed è ferito più volte. Viene addirittura spedito in un centro per disintossicarsi di tutto il cibo e i drink che ha nel corpo ed è costretto a bere strani intrugli dietetici. E infine, dopo essersi innamorato, pensa addirittura di smettere di fare l’agente segreto. Bond è tutto questo. Un personaggio della letteratura inglese del Dopoguerra. E ne conserva i dolori e le speranze. È figlio dei bombardamenti su Londra e della noia di Fleming, l’uomo che voleva essere James Bond.
Sbagliava il personaggio della Lynch a dire, in No time to die, che 007 è solo un numero. È un pezzo di storia britannica. Un brandello di Union Jack che si ostina a resistere, anche se rovinato dal tempo.
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Franco Prodi (Imagoeconomica)
Oppure quando, per fronteggiare alcune crisi degli anni Settanta, nonché l’abbandono del nucleare, si costruirono alcune centrali a policombustibile che, con semplici modifiche ai bruciatori, avrebbero potuto generare elettricità da questo o quel combustibile (gas naturale, petrolio, carbone), a seconda della convenienza, e poi, arrivò la sinistra e dispose ogni impedimento per l’uso del carbone? Scelte scriteriate che ogni tanto si fanno a casa nostra, direte. D’accordo sullo «scriteriate», un po’ meno su «ogni tanto», ché l’elenco è ben lungo. Ecco un altro esempio fresco di questi giorni: per misteriosi motivi la Regione Puglia sta smantellando un modernissimo sistema di radar che avrebbe giovato al monitoraggio degli eventi meteorologici. Il che è tanto più misterioso, posto che quelli che stanno commettendo il delitto sono gli stessi che piangono perché non si fa abbastanza per contrastare quegli eventi. Quei radar li aveva predisposti il professor Franco Prodi.
Professor Prodi, alla Regione Puglia stanno rottamando alcuni radar di avanzato livello tecnologico che lei stesso aveva voluto. È così?
«Sì, è così. La fisica dell’Atmosfera è centrale nel sistema clima, ma studia anche il meteo e i sistemi di precipitazione. Lo strumento principale della ricerca sperimentale è il radar meteorologico. Era il 2010 quando preparavo un progetto in risposta ad un bando della Regione Puglia su fondi europei. Il progetto si chiamava “Rivona. Rischi per il volo e nowcasting aeroportuale”, e risultò vincitore del bando. Tra il 2012 e il 2014, realizzammo quanto il progetto prometteva: installazione di due radar meteorologici di avanzate caratteristiche, collocati a distanza ottimale dall’aeroporto di Brindisi (a Torchiarolo e a Mesagne), su direzioni a 90 gradi fra loro, multiparametrici, Doppler e sincronizzabili».
Cosa ci facevate con quei radar?
«Per esempio, col radar basato in Torchiarolo studiammo i temporali e i sistemi precipitanti, e presentammo interessanti risultati alle conferenze di radarmeteorologia a Breckenridge (Colorado) e a Norman (Oklahoma)».
Per quanto tempo sono stati utilizzati?
«Non per molto. Per ragioni misteriose, sebbene fino al 2010 io avessi diretto l’Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima) del Cnr, decisero di assegnare quelle apparecchiature radar ai ricercatori della sezione di Roma dell’Isac, fino ad allora totalmente estranei al progetto stesso. Purtroppo, questi si rivelarono presto incapaci di gestire quelle strumentazioni - e non posso dargliene una colpa, visto che non l’avevano progettato loro - tanto che dalla data del loro coinvolgimento dal radar di Torchiarolo non uscì più alcuna immagine».
E l’altro radar, quello di Mesagne?
«Sebbene noi lo avessimo consegnato completato, esso non fu mai neanche attivato, per la stessa ragione per la quale l’altro fu messo da parte».
Le conseguenze?
«Anche se il mio gruppo aveva disegnato specificatamente il progetto per la sicurezza dei voli, quei radar e i metodi della radarmeteorologia avrebbero avuto ricadute benefiche importanti in tutti gli altri settori, nella gestione dei rischi meteorologici (alluvioni, temporali distruttivi e grandine), in agricoltura per l’irrigazione, nella gestione dei bacini idroelettrici, nel traffico terrestre, marittimo e ferroviario».
E oggi cosa sta succedendo?
«Un fatto gravissimo. Utilizzando fondi del Pnrr, la Regione Puglia, attraverso la cessione in comodato dell’area di Torchiarolo, sta consentendo l’installazione, da parte della Protezione civile regionale, di un radar di caratteristiche inferiori al radar esistente. Sembrerebbe per restare nei tempi di scadenza (fine giugno) previsti per l’utilizzo di quei fondi Pnrr. In pratica, pur di spendere denaro pubblico disponibile, si sta ignorando che attrezzatura migliore di quella che si vorrebbe installare nuova esiste già».
Ma non avrebbero potuto installare il nuovo radar in altra zona e continuare a beneficiare di quelli più avanzati che esistono già?
«Esatto. Il radar della Protezione civile potrebbe tuttora essere installato in altra località. Una adatta potrebbe essere Grottaglie: la Regione avrebbe tre radar e non commetterebbe il delitto di rottamarne due che sono di grande valore tecnico-scientifico».
Da quel che capisco, chi li ha avuti in carico non sembra sappia usarli. Ma i proprietari dei radar avanzati non hanno battuto ciglio?
«Il proprietario è il Cnr, ma a quanto pare la direzione Isac-Cnr ha preferito subire l’umiliazione. Ed è un’umiliazione alla scienza in generale, cosa cui ormai siamo abituati da quando i decisori politici, soprattutto quelli locali brillano di insipienza. Pensi che hanno venduto la cosa all’opinione pubblica come un miglioramento del progetto che stanno smantellando».
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 giugno 2026. La capogruppo di Fdi in Commissione Covid Alice Buonguerrieri rivela gli ultimi clamorosi sviluppi emersi dalle audizioni.