
Salim El Koudri, il marocchino autore della strage nel centro storico di Modena, era stato seguito un paio d’anni dal centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbo schizoide della personalità. Dal 2024 aveva interrotto il percorso terapeutico. «Purtroppo, ha sospeso questa terapia: non è più andato e ha smesso di prendere le medicine prescritte. Questo è stato l’inizio di un progressivo deterioramento […] Ha detto che stava bene, che era tranquillo e che non ne aveva più bisogno», ha dichiarato il suo avvocato, Fausto Giannelli».
Da più parti si è già cercato di accusare la sanità di scarsa attenzione per le problematiche psichiche, o di essere comunque corresponsabile della folle devianza del trentunenne di Ravarino, che avrebbe dovuto essere segnalata e controllata. «Ci diranno e ci diremo che Salim El Koudri è un folle, una variabile imprevedibile che poteva abbattersi ovunque e comunque […] ma è solo la parte più evidente e più tragica di una storia che ci riguarda tutti molto più da vicino di quanto siamo disposti ad ammettere», scriveva ieri La Stampa.
Un po’ di numeri aiutano a inquadrare la situazione problemi mentali. Nell’ultimo Rapporto sulla salute mentale in Italia, riferito al 2024 e a cura dell’Ufficio statistica del ministero della Salute, gli assistiti sul territorio nazionale con almeno un contatto presso strutture territoriali psichiatriche sono 760.601, ovvero 154,6 per 10.000 abitanti adulti. Gli utenti di nazionalità non italiana sono 40.485 (5,6%).
I tassi di incidenza della schizofrenia e altre psicosi funzionali sono di 3,8 casi su 10.000 abitanti. In Emilia-Romagna, nel 2024 il 52,9% dei pazienti soffriva di schizofrenia. I pazienti con diagnosi di schizofrenia e altre psicosi funzionali (14.690 soggetti) rappresentano la metà dell’utenza delle strutture residenziali (50,2%); con riferimento all’età, la maggior parte risulta di fascia 45-64 anni. Nei centri semiresidenziali, le persone (9.897) con la stessa diagnosi rappresentano quasi la metà dell’utenza (44,3%) e sono soprattutto di fascia 25-64 anni nei maschi, 45-64 anni nelle femmine.
Nel 2024 si registrano 141.317 dimessi adulti con diagnosi di disturbo mentale dalle strutture ospedaliere italiane: 127.897 in regime ordinario (90,5%) e 13.420 in regime diurno (9,5%); il numero dei dimessi dai reparti di psichiatria rappresenta il 73,1% del totale dei dimessi in regime ordinario e il 72,9% della casistica in regime diurno. Nello stesso anno, i pazienti con disturbi schizofrenici e altre psicosi funzionali che hanno abbandonato il trattamento risultano 1.024 (0,6%). Non per questo, tutti questi disturbati mentali in circolazione sono in giro a investire passanti inermi o a progettare stragi come l’italiano di «seconda generazione».
«Normalmente il disturbo schizoide della personalità non dà problemi tali da richiedere il nostro intervento», afferma Giuseppe Nicolò, direttore del dipartimento di Salute mentale della Asl Roma 5, coordinatore vicario del tavolo tecnico nazionale della Salute mentale e vice presidente della Società italiana di psichiatria. Spiega il professore: «È un disturbo abbastanza raro, faccio lo psichiatra da trent’anni e avrò visto 15.000 pazienti, ma non più di dieci con disturbo schizoide della personalità. La persona che ne se soffre non ha interesse nelle relazioni interpersonali, non trova piacere nelle relazioni affettive e in quasi nessuna attività, è indifferente alle lodi e alle critiche. Sono dei solitari, degli asociali, non vengono nemmeno notati perché marginali e quasi mai vengono a contatto con i servizi sanitari».
Lo psichiatra e psicoterapeuta sottolinea che «in questi soggetti non c’è un comportamento anti giuridico, non sono persone che destano allarme o attenzione, solitamente si isolano». Se l’incidenza della violenza in questi individui solitamente distaccati è estremamente bassa, «tra 0,5 e 0,8%, può essere che un gesto sfrenato possa dare emozionalità alla persona con disturbo schizoide della personalità. Può provare piacere e stimolo da situazioni più estreme», dichiara Nicolò.
Nel caso di Salim El Koudri, il professore ritiene che «non solo il disturbo possa spiegare il gesto, ma anche altri fattori quali la marginalizzazione sociale, alcune credenze religiose, forse far parte di qualche gruppo che un po’ esasperava le sue convinzioni. La violenza ha anche un corrispettivo culturale, anche se non è automatico».
Per lo psichiatra Tonino Cantelmi, presidente dell’Istituto di terapia cognitivo comportamentale (Itci) di Roma, se l’attentatore «non sembra aderire esplicitamente ad un movimento terroristico, tuttavia ricalca modalità terroristiche già utilizzate. Per cui nessuna ipotesi esclude l’altra, si tratta di un mix fra condizioni psichiche problematiche, difficoltà di integrazioni che accompagnano le seconde generazioni, stimoli ambientali mal elaborati, rabbia e comportamenti improntati a schemi culturali specifici, sicuramente influenti. Un mix micidiale ed esplosivo».





