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Per evitare le tariffe a Pechino basterà un impegno sui prezzi minimi, che resteranno più concorrenziali dei nostri in ogni caso. E si incentiva persino la creazione di nuove fabbriche del Dragone sul continente.
Appena terminato un terribile 2025 per l’industria automobilistica europea, ecco che le quinte colonne attive a Bruxelles tornano a farsi vive. La Commissione europea ha pubblicato ieri uno scarno testo di quattro paginette anonime, ben nascosto tra le pieghe del suo elefantiaco sito web, dal titolo «Documento di orientamento per la presentazione di offerte di impegno sui prezzi».
L’atto fa parte del procedimento di indagine anti-sovvenzioni sulle auto elettriche provenienti dalla Cina, avviato nell’autunno 2023 e chiuso un anno dopo con l’imposizione di dazi tra il 7,8% e il 35,3% sulle auto cinesi importate. In questo periodo sono proseguiti i negoziati tra il commissario europeo per il Commercio Maros Sefcovic e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, poiché ovviamente Pechino sta cercando di evitare che i dazi restino in vigore.
In base a questo documento, per evitare i dazi compensativi dell’Ue, gli esportatori cinesi di veicoli elettrici possono proporre impegni sui prezzi. L’offerta deve stabilire prezzi minimi all’importazione specifici per ogni modello e configurazione, calcolati per eliminare gli effetti dannosi dei sussidi che le case automobilistiche cinesi percepiscono in patria. La Commissione europea valuterà la praticabilità dell’impegno, analizzando la trasparenza dei canali di vendita e il rischio di compensazione incrociata con altri prodotti. Sono ammessi anche impegni vincolanti su volumi annuali e investimenti industriali diretti in Europa, che devono essere chiaramente definiti in termini di portata e tempistiche. Una violazione di tali accordi comporterà il ritiro dell’accettazione degli impegni e la riscossione retroattiva dei dazi.
In pratica, si fornisce alle case automobilistiche che dalla Cina esportano in Europa una scappatoia per evitare i dazi. Se i marchi cinesi si impegnano ad annullare i vantaggi sui costi ottenuti con i sussidi statali, potranno esportare i loro veicoli in Europa e fare concorrenza diretta alle case europee all’interno del mercato unico, senza vedersi applicare i dazi. È la logica conclusione dei negoziati amichevoli tra Pechino e Bruxelles, dopo che Xi Jinping aveva risposto prendendo di mira i settori europei della carne di maiale, il lattiero-caseario e il brandy.
Il problema è che anche con prezzi minimi più alti, le auto cinesi resteranno a lungo più concorrenziali di quelle europee. Questo sembra abbastanza evidente dalle cifre che circolano. Inoltre, in base al documento, i dazi possono essere eliminati se i marchi cinesi aprono fabbriche in Europa. I cinesi sono già presenti con propri stabilimenti nell’Est Europa e non ci vorrà molto dunque per vedere molte più auto cinesi per le strade.
Il punto è che all’epoca Bruxelles aveva optato per i dazi e non per i prezzi minimi perché facilmente aggirabili. Inoltre, i dazi europei sono assai blandi, confrontati con quelli americani, indiani, canadesi che sono al 100%. Persino la Turchia applica il 50%.
L’escamotage dei prezzi minimi forse allunga un po’ i tempi dell’agonia del settore automobilistico europeo, mentre nel frattempo la Cina si sarà conquistata l’accesso al ricco mercato comune.
Si aprono le porte all’invasione dei veicoli di marca Byd, Geely, Nio, Saic (Mg), Leap motors, Jac, alcuni dei quali hanno già guadagnato quote di mercato in Europa nonostante i dazi in vigore. Figuriamoci una volta che questi saranno tolti. Auto ibride e 100% elettriche cinesi hanno già circa il 13% di quota di mercato nei settori specifici in Europa, mentre la quota di mercato complessiva, compresi i motori a scoppio, si avvicina al 10%. Ma siamo solo all’inizio.
I dazi europei avevano infastidito l’industria tedesca, che in Cina produce molto anche per esportare in Europa. Vw aveva dichiarato che i dazi europei avrebbero danneggiato il suo modello di business. Logico quindi che la Germania sia in prima fila nella trattativa con Pechino, anche perché nel Paese del Dragone le cose vanno maluccio per i tre marchi simbolo dell’industria tedesca.
In Cina i numeri sono davvero brutti, il minimo degli ultimi 13 anni: nel 2025, Volkswagen, Mercedes e Bmw hanno venduto 3,9 milioni di auto in meno rispetto al 2024, con Vw che è scesa al terzo posto come quota di mercato, dopo Byd e Geely. Mercedes in Cina ha perso il 19% delle vendite, Bmw il 12,5% e Vw il 9%.
Una difficoltà che nel segmento specifico delle auto elettriche è clamorosa: rispetto all’anno precedente, nel 2025 il gruppo Vw ha perso in Cina il 44% delle consegne, la Bmw il 46% e Mercedes il 47%. Un disastro, proprio nel prodotto che si vuole imporre in Europa. Se i marchi tedeschi, quelli più attrezzati per competere con i cinesi, non riescono a spuntarla in Cina, possiamo immaginare quanto sarà difficile per gli altri marchi europei.
Il Gruppo Volkswagen è crollato anche negli Usa (-10,4%), ma in Europa è cresciuto (+3,8%), così come in Sudamerica (+11,6%). Ecco perché la questione dei dazi europei sulle auto elettriche prodotte in Cina diventa fondamentale. L’annuncio di qualche settimana fa, con cui la casa di Wolfsburg aveva comunicato di poter costruire auto 100% Made in China, lascia intendere che potrà produrre là anche per il mercato europeo.
In effetti, la joint venture Anhui, tra la Volkswagen e la cinese JAC, che ha sede nella provincia cinese di Anhui, potrebbe essere la prima ad usufruire del nuovo regime dei prezzi minimi. Una proposta di impegno sui prezzi sarebbe già stata presentata dalla Anhui e la Commissione la starebbe valutando. Naturalmente, elogi al documento della Commissione sono arrivati dal Ministero del commercio cinese.
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Le voci di negozianti e frequentatori della zona. Intanto ci sono altri due fermati per la violenta aggressione subita da un funzionario del ministero delle Imprese e del Made in Italy l'altra sera nei pressi della stazione Termini a Roma. Si tratta di altri due cittadini tunisini bloccati dalla polizia dopo aver messo a segno lo scippo di un cellulare in zona Ostiense: un ventenne con precedenti per furto, lesioni, resistenza a pubblico ufficiale e un ventunenne irregolare sul territorio italiano.
Friedrich Merz e Nerendra Modi (Ansa)
Friedrich Merz vede Nerendra Modi e auspica la firma dell’accordo di libero scambio il 27 gennaio. Secondo uno studio di Bruxelles nel migliore dei casi il Pil europeo salirà dello 0,2%, quello indiano dell’1%. Altra mazzata in arrivo per gli agricoltori, guai pure per il tessile.
Sabato prossimo Ursula von der Leyen sarà ad Asunciòn, capitale del Paraguay, per festeggiare l’approvazione lampo da parte della maggioranza degli ambasciatori Ue dell’accordo di libero scambio coi Paesi del Mercosur, ovvero dazi quasi azzerati tra la Ue e Argentina, Brasile, Uruguay e appunto Paraguay. Il 27 gennaio, giorno della Memoria, lo ricorderemo forse per un’altra fregatura in arrivo: la firma dell’accordo commerciale, anche in questo a tariffe commerciali quasi eliminate, tra l’Unione Europea e l’India. O almeno così auspica il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che in conferenza stampa con il premier Nerendra Modi ad Ahmedabad, in India, ha messo fretta alle istituzioni europee. «Possiamo usare questa chance e non vogliamo lasciarla inutilizzata», ha sottolineato spiegando che l'accordo raggiunto sul Mercosur è un «segnale incoraggiante». La Germania ha fretta. Ha bisogno di trovare più mercati dove esportare, in risposta ai dazi Usa. A costo di distruggere ulteriormente la produzione del Vecchio continente. Già perché se il Mercosur farà male agli agricoltori, l’accordo di libero scambio con l’India rischia di dare una mazzata al tessile-abbigliamento oltre che agli stessi contadini europei. E a dirlo non è qualche sovranista, bensì la stessa Commissione Ue.
Secondo uno scenario «ambizioso», riportato in un report di Bruxelles, «le esportazioni bilaterali dell’Ue verso l’India sono stimate in aumento del 107,6% (112,5 miliardi di euro), mentre le esportazioni di merci dell’India verso l’Ue dovrebbero crescere dell’86,6% (110,7 miliardi). La maggior parte dei settori dell’Unione registra un più che raddoppio del valore delle esportazioni bilaterali verso l’India (sebbene, in termini assoluti, l’aumento di valore non sia elevato nella maggior parte dei settori agricoli)». E pure «dal lato indiano, diversi settori registrano forti incrementi percentuali delle esportazioni bilaterali. Ciò riguarda l’abbigliamento (148,4%) e la chimica (130,5%), nonché i settori lattiero-caseario, cereali, zucchero, carne, tessile, autoveicoli e mezzi di trasporto, tutti i quali registrano aumenti delle esportazioni bilaterali verso l’Ue superiori al 100%». In particolare «le esportazioni bilaterali di prodotti tessili, sia dell’Ue sia dell’India, cresceranno in misura significativa in termini relativi, mentre le esportazioni dell’India sono destinate a crescere maggiormente in termini assoluti (8,4 miliardi di euro rispetto agli 1,4 miliardi dell’Ue). Una situazione analoga è stimata per il settore della pelle (con le esportazioni dell’India previste in aumento di 5,3 miliardi rispetto ai 970 milioni dell’Unione europea) e per i metalli ferrosi (4,7 miliardi rispetto a 2,1 miliardi). Al contrario, le esportazioni bilaterali dell’Ue di metalli non ferrosi sono stimate in forte crescita (339,4% o 8 miliardi) rispetto alle esportazioni bilaterali dell’India (in aumento del 71,2% o 956 milioni). Nel settore degli autoveicoli (automobili e componenti), le esportazioni bilaterali sono stimate in aumento in entrambe le direzioni: le esportazioni dell’Ue crescerebbero del 188,3% (6,6 miliardi) e quelle dell’India del 114,2% (6,9 miliardi di euro) nello scenario ambizioso». Insomma, la Ue esporterà più auto (tedesche) e importerà più prodotti tessili, riso e zucchero (a danno del made in Italy, no?).
Ma tutto questo spalancare le porte dei nostri mercati a un gigante come l’India quanto vale complessivamente? La Ue anche in questo caso ha fatto i conti. Ebbene, «entro il 2030, rispetto allo scenario in assenza dell’accordo, sia il Pil sia il benessere dell’Unione Europea dovrebbero aumentare rispettivamente dello 0,1% e dello 0,2% negli scenari conservativo e ambizioso. I corrispondenti effetti sul Pil per l’India sono maggiori in termini percentuali, pari allo 0,6% e all’1,0%, rispettivamente», che si tratti dello scenario «conservativo» o «ambizioso».
«I benefici economici per l’India sono in larga misura trainati dal commercio: nello scenario ambizioso, le esportazioni e le importazioni totali dell’India dovrebbero aumentare rispettivamente del 5,7% e del 6,5%. Tuttavia, nello stesso scenario il Paese dovrebbe registrare anche una riduzione del 14,5% delle entrate tariffarie», scrive la Commissione nell’analisi sull’impatto. «La corrispondente diminuzione delle entrate tariffarie per l’Ue è stimata essere molto più contenuta, pari al 6,3%». In termini assoluti «si stima che il Pil di Bruxelles nei due scenari aumenterà di 25,5 o di 47,9 miliardi, mentre per l’India la crescita ammonterà a rispettivamente a 39 oppure a 69,6 miliardi». In sostanza Nuova Delhi guadagnerà in media circa 15 miliardi in più l’anno dall’accordo di libero scambio. Lo stesso film che andrà in onda col Mercosur, ovvero l’abbattimento dei dazi favorirà più il Sudamerica che noi. Perché allora si firmano questi accordi? La Germania ha «urgenza» di vendere auto. E forse armi. Il resto del Continente può anche chiudere.
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(Ansa)
È atterrato a Ciampino l’aereo partito da Caracas che ha riportato in Italia Alberto Trentini e Mario Burlò, rilasciati ieri dopo oltre 14 mesi di detenzione in Venezuela. Ad accoglierli c’erano il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani. A bordo anche il direttore dell’Aise, Giovanni Caravelli, che si era recato nella capitale sudamericana: una presenza che conferma il ruolo svolto dall’intelligence nelle lunghe trattative per riportare a casa i due italiani.







