(Imagoeconomica)
La vera posta in gioco della riforma è il sorteggio del Csm, poiché toglie ai vari gruppi all’interno dell’Anm il potere di gestire vita e carriera dei magistrati. La cui immagine di terzietà è ora distrutta dai talebani del No.
Sono Salvatore Cantaro. Nella mia carriera sono stato magistrato a Enna per circa un ventennio e lì condannato a morte dalla vecchia Cupola regionale di Cosa nostra. Durante la terribile permanenza nissena e gelese sono stato sottoposto a misure di protezione al massimo livello. In quel periodo venne a trovarmi Mario Almerighi, magistrato romano, il quale mi rappresentò che stava promuovendo un movimento anti-correnti, in cui raccogliere tutti i magistrati delusi dal potere delle correnti in seno al Csm: era quello denominato dei Verdi, al quale aveva già aderito anche Giovanni Falcone. In rappresentanza di tale gruppo fui anche eletto più volte componente del Consiglio giudiziario a Caltanissetta.
Nei Consigli giudiziari vigeva la regola del «todos caballeros»: non ho mai assistito a bocciature o semplici scalfiture di alcun magistrato.
Dal 1990 al 1996 sono stato presidente del Tribunale di Gela (denominato dal Csm Forte Apache), inaugurato dal presidente Francesco Cossiga (che proprio in quell’occasione diede inizio alla sua attività di «picconatore»). A Gela cominciai a conoscere il potere delle correnti, in quanto mentre io non svolgevo attività associativa nell’Anm, il gruppo di Md era particolarmente attivo e ben collegato.
In un colloquio con Almerighi rappresentai le mie perplessità, in quanto avevo percepito, anche alla luce delle note bocciature di Falcone al Csm, che in realtà il gruppo da anti-corrente era diventato anch’esso corrente e con connotazione di estrema sinistra: in sostanza, mi ero reso conto che la creazione del nuovo gruppo era il cavallo di Troia di Md e della sinistra giudiziaria per conquistare l’Anm e il Csm.
Almerighi mi confermò che in effetti avevo ragione e io silenziosamente come avevo aderito, così silenziosamente mi allontanai.
Dopo sei anni di permanenza a Gela mi fu richiesta la disponibilità a trasferirmi a Roma dall’allora ministro della Giustizia, Vincenzo Caianiello, il quale alle correnti dell’Anm aveva spiegato che i magistrati per il ministero li avrebbe scelti lui e non loro.
Accettai, ma quando, quattro mesi dopo, andai a Roma, Caianiello non era più ministro e io, dal ruolo di prestigio assicuratami dal ministro, fui scaraventato, senza troppi complimenti, in una posizione marginale proprio da un esponente dei Verdi (le mie rimostranze ad Almerighi evidentemente erano state mal digerite e la mia chiamata diretta da parte di Caianiello era stata ritenuta offensiva per l’Anm). Infatti andai al Dap per non fare nulla per 18 mesi. Qualche anno dopo, nel 2010, mi presentai da solo e indipendente da tutti alle elezioni per il Csm in quota pm, pur nella consapevolezza di essere in partenza spacciato, in quanto le quattro correnti dell’Anm presentavano un candidato per ciascuno e non v’era spazio per altri. Ottenni circa il 5% dei voti, che nella più numerosa quota giudici mi avrebbero consentito l’elezione. Lo feci solo per dare un segnale forte e incrinare il muro dell’Anm. Infatti, dopo di me qualche altro fu eletto al di fuori delle correnti.
Quando si rese vacante il posto di Procuratore generale a Roma venni scartato, feci ricorso al Tar e lo vinsi, ma poi decisi di andare in pensione anticipatamente e tutto finì lì.
Anche per questa mia storia personale, sento di dover spendere qualche parola sul prossimo referendum. Il vero quesito è: siete contrari a che in Italia pochi procuratori e un gruppetto di altri magistrati assumano anche i poteri di governo e Parlamento (siano essi di centro, di destra o di sinistra)?
Governo e Parlamento sono poteri che emanano dal popolo e trovano legittimazione nella sovranità popolare, che viene espressa col voto.
I magistrati, invece, sono pubblici dipendenti, che superano un concorso e non sono espressione della sovranità popolare. La magistratura non deve esercitare un potere, ma rendere un servizio al popolo.
Così vollero i padri costituenti e così è scritto in quella Costituzione che con la vittoria del No sarebbe calpestata. I magistrati devono essere i guardiani delle leggi, che il Parlamento approva e il governo esegue.
I magistrati non possono contrastare le leggi approvate dal Parlamento e i provvedimenti del governo che non corrispondano alla loro visione personale o di gruppo dei fenomeni sociali.
Emblematica del ruolo sovrastante su governo e Parlamento dell’Anm è la forte e colorita espressione di Cossiga in un suo famoso intervento televisivo del 2008: «Clemente Mastella (all’epoca Guardasigilli, ndr) si è calato i pantaloni scrivendo sotto dettatura di quella associazione tra sovversiva e di stampo mafioso che è l’Associazione nazionale magistrati».
E sempre Cossiga, nello stesso periodo, definì, in una lettera indirizzata all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’Anm come «una potente lobby politico-sindacale di carattere quasi eversivo». E aggiunse: «Raccoglie giudici e pubblici ministeri, cioè coloro che in pratica dicono, al di là e anche al di fuori della volontà del Parlamento, che cosa sia legge e che cosa legge non sia. Addirittura, decidono in pratica quasi ciò che sia giusto e giusto non sia, spesso dilettandosi a riscrivere la storia, dettare giudizi morali e politici, e perfino osando trasferire gli stessi in aberranti richieste, ordinanze e sentenze. Essi costituiscono nell’esercizio e per l’esercizio delle loro funzioni un “ordine indipendente”, ma non un “potere”, perché essi non sono espressione della sovranità popolare come il Parlamento e il governo. Cosa che ebbe giustamente e saggiamente a riconoscere all’Assemblea costituente il “grande leader” del Partito comunista Italiano, onorevole Palmiro Togliatti, opponendosi a che la magistratura fosse definita un “potere”, perché potere è solo ciò che emana dal popolo sovrano».
La discesa in campo dell’Anm, associazione privata, a difesa di un «potere» nel Csm, organo pubblico di rilevanza istituzionale, a guisa di vero e proprio partito a fianco dei sostenitori del No, ha ucciso l’immagine di terzietà e di indipendenza dalle fazioni politiche dell’intera magistratura, in massima parte estranea a tale posizione.
La discesa in campo di alcuni procuratori attuali ed ex (Piero Grasso, Roberto Scarpinato, Federico De Raho, Nicola Gratteri e Nino Di Matteo) ha reso al popolo l’immagine di una magistratura arroccata sulla difesa di una corona e di uno scettro (Palmiro Togliatti) non previsti dalla Costituzione e non voluti dalla massima parte dei magistrati.
Questa non è una riforma contro la magistratura, ma contro pochi procuratori e un piccolo gruppo di toghe, che perderanno il loro potere e dovranno limitarsi a rendere un servizio al popolo: non lo dico io, ma un insospettabile personaggio, magistrato notissimo e Parlamentare più volte del Pd, la dottoressa Donatella Ferranti, la quale, conversando con Luca Palamara affermava: «Grave e miope errore nel correre dietro a Bonafede (all’epoca ministro della Giustizia per il M5s) per buttare a terra una buona riforma. Non credo rappresenti il sentire della magistratura ma solo di alcune Procure».
Il riferimento era al progetto della commissione bicamerale di Massimo D’Alema, che prevedeva la separazione giudice-pm e l’Alta Corte disciplinare.
La virulenta campagna referendaria in corso, soprattutto da parte dei fautori del No, ha introdotto nel confronto tematiche fuorvianti, inconcludenti, surreali e persino blasfeme, dirette non a illustrare il reale contenuto della riforma in termini chiari e semplici, ma ad ingannare gran parte degli elettori, ignari di diritto, mediante proclami e immagini indegne di un confronto civile.
Contro questa riforma è insorta l’Anm, scendendo in campo direttamente con fondi, comitati, formazioni politiche ed eterogenee associazioni, che, evidentemente, dall’attuale sistema traggono beneficio e ritengono di poter trarre protezione.
Ora, con quale fiducia un cittadino, sostenitore del Sì, potrà rivolgersi alla giustizia per chiedere tutela contro i Marco Travaglio, i Maurizio Landini e le varie associazioni, i cui componenti si sono schierati per il No e hanno schierate le loro truppe insieme e accanto all’Anm?
Qual è la vera posta in gioco di questa partita? Non è la separazione giudici-pm, che è la naturale applicazione della riforma Vassalli entrata in vigore nel 1989. E non è l’Alta Corte per i procedimenti disciplinari, la quale sarà sempre composta in maggioranza da magistrati, come l’attuale sezione disciplinare del Csm.
È il sorteggio, la vera posta in gioco, in quanto priva le correnti dell’Anm del potere di gestire a propria discrezione nel Csm vita e carriera dei magistrati.
Il sorteggio, dopo tante inutili riforme del Csm, è l’unico rimedio per rendere i magistrati, la loro vita e la loro carriera indipendenti dalle correnti dell’Anm e per avere i capi degli uffici giudiziari nominati esclusivamente secondo merito e non, come, purtroppo, è avvenuto spesso sinora, per appartenenza correntizia.
Le durissime accuse di Luca Palamara contro il Sistema sono state divulgate ampiamente.
Lo Stato italiano tutela i collaboratori di giustizia e anche Palamara, che di quel Sistema è stato protagonista di primo piano per anni, meriterebbe tutela dalle istituzioni, che avevano il dovere di indagare a fondo sulle sue dichiarazioni, verificarne l’attendibilità e punire chi da quel Sistema aveva tratto indebito vantaggio.
Non è successo: il Sistema ha radiato Palamara e nessun altro ha pagato. Col sorteggio non ci saranno più casi Palamara.
Con l’Alta Corte disciplinare chi sbaglia dovrà pagare.
Purtroppo rilievi, censure, critiche sono rimasti inascoltati per oltre un cinquantennio per la opposizione dell’Anm che, in occasione di questo referendum, ha assunto dimensioni di inusitata virulenza.
Le correnti dell’Anm sono sostanzialmente dei partiti, che designano anche chi deve essere eletto con una sorta di staffetta ininterrotta tra chi entra e chi esce. Tizio entra al Csm e quando finisce il suo mandato il subentrante Caio gli assicura la poltrona che preferisce fuori da Palazzo Bachelet. Chi sta al Csm opera secondo le indicazioni correntizie con una spartizione degli incarichi che qualcuno ha definito il «mercato delle vacche».
In magistratura se non sei affiliato a una corrente, sei il signor nessuno, destinato agli incarichi più faticosi e meno gratificanti.
Questa riforma interrompe questo circuito inammissibile che calpesta la Costituzione, i meriti e la professionalità di chi vuole tutelare la sua indipendenza di magistrato da tutto e da tutti, anche dall’apparato correntizio.
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Non c’è nessuna norma che affidi ai camici bianchi il potere di decidere chi entra in un Cpr. C’è solo un’indicazione ministeriale voluta da Luciana Lamorgese e Angelino Alfano. E che andrebbe eliminata quanto prima.
In margine al procedimento penale aperto a Ravenna contro alcuni medici accusati di falso ideologico per avere attestato, contrariamente al vero, che le condizioni di salute di un certo numero di stranieri colpiti da provvedimento di espulsione non consentivano di dare attuazione al provvedimento del questore che disponeva la loro collocazione nei Cpr (Centri di permanenza e rimpatrio), appare legittimo chiedersi da quale fonte normativa risulti che l’avvio ai Cpr non possa avvenire senza la previa certificazione sanitaria che ciò sia compatibile con le condizioni di salute degli interessati.
La risposta è che la fonte normativa non è costituita da una legge o da un altro atto avente forza di legge, ma da un semplice provvedimento amministrativo, revocabile e modificabile, come tale, in qualsiasi momento e neppure pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Esso è costituito dalla direttiva emanata il 19 maggio 2022 dall’allora ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, sostitutiva di analoga direttiva emanata il 20 ottobre 2014 dal ministro dell’Interno dell’epoca che, nel governo presieduto da Matteo Renzi, era Angelino Alfano. In particolare, l’art. 3 della vigente direttiva stabilisce che l’accesso dello straniero al Cpr avvenga «previa visita medica effettuata di norma dal medico della Asl o dell’azienda ospedaliera, disposta su richiesta del questore - anche in ore notturne - volta ad accertare l’assenza di patologie evidenti che rendano incompatibile l’ingresso e la permanenza del medesimo nella struttura, quali malattie infettive contagiose e pericolose per la comunità, disturbi psichiatrici, patologie acute o cronico degenerative - rilevate attraverso indagine anamnestica o sintomatologica, nonché mediante la documentazione sanitaria disponibile - che non possano ricevere le cure adeguate in comunità ristrette».
Nelle premesse della direttiva in discorso si fa specifico riferimento, come fonte normativa, agli articoli 20, 21, 22, 23 del Dpr n. 394/1999, contenente il regolamento di attuazione del Testo unico sull’immigrazione emanato con il decreto legislativo n. 286/1998. Nessuno dei suddetti articoli, però, prevede l’obbligo della visita medica prima dell’accesso dello straniero al Cpr, limitandosi soltanto, per quanto qui interessa, il solo art. 21, a stabilire che nel Cpr debbano essere presenti «i servizi sanitari essenziali», e aggiungendo che lo straniero può anche essere trattenuto nei «luoghi di cura» in cui lo stesso sia «ricoverato per urgenti necessità di soccorso sanitario» e che sia provveduto al suo accompagnamento a mezzo della forza pubblica nel caso in cui «debba essere ricoverato in luogo di cura».
Appare quindi evidente come la previsione che l’accesso dello straniero al Cpr sia subordinato al previo nulla osta sanitario da parte del medico della Asl o dell’azienda ospedaliera sia frutto non di un obbligo di legge ma di una scelta discrezionale operata dal ministro dell’Interno, nella esclusiva veste di autorità amministrativa. Ed altrettanto evidente dovrebbe apparire che si tratti di una scelta, oltre che discrezionale, anche del tutto priva di ragionevole giustificazione, ove si consideri che, seguendo la stessa logica, dovrebbe allora stabilirsi che anche chi sia colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere o da ordine di esecuzione di una pena detentiva dovrebbe essere sottoposto, prima dell’ingresso in istituto, a visita medica che accerti la compatibilità del suo stato di salute con lo stato di detenzione, rimanendo esclusa, in caso contrario, l’eseguibilità del provvedimento. Il che, invece, non avviene perché, nei casi ora detti, all’esigenza dell’accertamento delle condizioni di salute dell’interessato - ovviamente anche al fine di verificare la loro compatibilità con il regime carcerario - si provvede, come previsto dall’art. 11, comma 7, dell’Ordinamento penitenziario, all’atto dell’ingresso dell’interessato in istituto.
Non si vede, quindi, per quale ragione, solo nel caso degli stranieri di cui sia stato disposto il trattenimento nei Cpr, lo stesso accertamento debba avvenire in via preventiva e porsi come condizione per l’eseguibilità, nell’immediato, del provvedimento. E ciò tanto più in quanto nello stesso art. 3 della direttiva ministeriale di cui si è detto è stabilito che: «Successivamente all’ingresso nel Centro, lo straniero è sottoposto allo screening medico da parte del medico responsabile della struttura sanitaria presente nel Centro, per la valutazione complessiva del suo stato di salute, nonché per l’accertamento di eventuali condizioni di vulnerabilità ai sensi dell’articolo 17, comma 1, D. Lgs. n. 142/2015 e/o di eventuali condizioni di inidoneità alla permanenza nel Centro». Del tutto illogico appare, quindi, che, assicurandosi comunque, in tal modo, secondo le regole ordinarie, la immediata verifica della compatibilità delle condizioni di salute dell’interessato con la sua permanenza nel Cpr, una volta che egli vi abbia avuto accesso, si preveda che la stessa verifica debba essere fatta, in via preventiva, ponendola come condizione perché l’accesso abbia luogo.
Come se non bastasse, vi è poi da aggiungere che, mentre nel caso dei soggetti destinati alla detenzione in carcere, l’eventuale, ritenuta incompatibilità delle loro condizioni di salute con il regime carcerario, riscontrata all’esito della visita medica da effettuarsi all’atto del loro ingresso in istituto, è soggetta a valutazione da parte della competente autorità giudiziaria, la quale può disporre ulteriori e più approfonditi accertamenti e decidere, poi, di conseguenza, nel caso, invece, degli stranieri destinati ai Cpr il giudizio di incompatibilità formulato dal medico all’esito della visita che, in base alle direttive ministeriali, deve precedere l’accesso ai suddetti centri non è soggetta a valutazione alcuna da parte dell’autorità giudiziaria o di quella amministrativa, per cui ad essa deve necessariamente far seguito la remissione dell’interessato in libertà. Differenziazione, questa, di cui appare assai arduo trovare una logica spiegazione.
Ben venga, dunque, se la loro colpevolezza verrà accertata, la condanna dei medici a carico dei quali si procede per il reato di falso, ma la cosa di cui ci si dovrebbe, fin da subito, preoccupare, è quella di eliminare l’anomalia contenuta nella vigente direttiva ministeriale, grazie alla quale essi hanno potuto realizzare quello che, secondo l’accusa, sarebbe stato il loro obiettivo e che, a prescindere da ciò, appare comunque priva, per le ragioni sopraindicate, di qualsivoglia ragionevole giustificazione.
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Matteo Piantedosi (Ansa)
Il ministro Matteo Piantedosi commenta i pronunciamenti dei giudici di Roma che hanno rimandato in Italia stupratori e pedofili stranieri inviati in Albania: «Il lavoro contro gli irregolari sovvertito da magistrati impegnati in appartenenze correntizie».
Quattro criminali marocchini torneranno in libertà. Omicidi, violenze sessuali, pedofilia, furti, rapine e tanto altro nei curricula di queste risorse che la Corte d’appello di Roma ha deciso di far rilasciare dopo che erano stati trasferiti nei centri di accoglienza in Albania in attesa del rimpatrio. Nonostante fossero stati giudicati colpevoli di tutti questi reati, reiterando i crimini nel tempo, alcuni giudici hanno stabilito che non fosse opportuno che rimanessero nel Cpr di Gjader. Notizia che ha suscitato grande indignazione in ampia parte dell’esecutivo.
«Ma vi sembra normale che alcuni magistrati in servizio facciano anticipazione di giudizio rispetto a quelli che sono i provvedimenti normativi che adotta il governo? Cioè dicendo sostanzialmente “è inutile che fanno queste leggi, perché del centro in Albania non resteranno che macerie, perché queste leggi non verranno mai applicate”?». È stato questo il commentao del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante il suo intervento all’evento organizzato dalla Lega a Bologna, Io voto sì. Il ministro ha fatto riferimento al «lavoro di poliziotti, magistrati, che talvolta nel perseguire l’immigrazione irregolare, che è strettamente legata ai temi della sicurezza e della commissione di reati, restringono nel Cpr in Albania come nei Cpr sul territorio nazionale, delle persone. Un lavoro che rischia di essere sovvertito da una posizione pregiudiziale ideologica di magistrati che, impegnati in appartenenze correntizie, devono fare di questa partita una battaglia ideologica contro le politiche del governo». Parole che hanno innescato la reazione del sindaco di Bologna dem Matteo Lepore. «Vedo che è molto interessato al referendum e a fare campagna, invece che impegnarsi sui temi della sicurezza. Lo aspetto a Bologna, invece, per poter insieme discutere di come dare più supporto alle forze dell’ordine e lavorare per la sicurezza della nostra città». E commentando i dati forniti dal Viminale sul livello di criminalità degli stranieri a Bologna che mostrano l’urgenza di aprire un Cpr in città, suggerisce: «Piantedosi dovrebbe dedicarsi a prevenire il crimine, non alle statistiche». A Lepore risponde a tono il sottosegretario alla Cultura Lucia Borgonzoni: «In questa città bisogna parlare solo di quello che vuole Lepore: se si parla di altro non va bene, dovremo essere censurati dalla stampa e non dovremo venire a parlare di altro». «Questa è una giornata importante» ha poi aggiunto. «Vi ringrazio perché so che racconterete fuori quello che qua viene detto: è importante per il voto del Sì e per liberare, spero presto, la nostra città da quello che per me è un grande male, Lepore».
Il tentativo della sinistra è quello di scollegare il tema sicurezza dal tema giustizia, le parole di Lepore lo dimostrano perfettamente. Eppure il ragionamento non convince, perché rilasciare clandestini con precedenti comporta inevitabili conseguenze sulla sicurezza. E sono i numeri a parlare chiaro: usciti dai Cpr, 8 stranieri su 10 tornano a delinquere.
Per l’onorevole leghista Simonetta Matone, già magistrato, è un sistema. E alla Verità spiega: «Per chi esamina l’atteggiamento dei magistrati ideologizzati dall’inizio di questo governo è in atto un attacco contro i provvedimenti sul tema della sicurezza. Con la scusa della interpretazione della norma in realtà è passato uno smantellamento sistematico delle linee governative a partire dal decreto Cutro. Il vero sconfinamento dei poteri lo fa parte della magistratura invadendo campi che sono esclusivi del potere esecutivo e legislativo».
Il vicepresidente vicario di Fratelli d’Italia in Senato, Raffaele Speranzon, è sconcertato: «È un’autentica vergogna che una parte della magistratura insista su questa linea, vanificando in questo modo l’azione del governo Meloni tesa a contrastare l’immigrazione illegale. Per quanto ci riguarda non indietreggeremo di un solo centimetro dalla scelta di proseguire in questa modalità e per questo invitiamo tutti a votare Sì al referendum del 22 e 23 marzo perché vogliamo una politica che faccia la politica e una giustizia che faccia la giustizia».
Così anche il senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo. «Il governo e il Parlamento varano provvedimenti su immigrazione e sicurezza, ma parte della magistratura disapplica leggi dello Stato in quella che sembra sempre più una volontà di contrapposizione politica con esecutivo e Camere».
Per la senatrice di Fratelli d’Italia, Cinzia Pellegrino «qui non si tratta di propaganda, ma di una questione molto concreta: la sicurezza delle vittime. E riguarda soprattutto le donne. Perché quando chi si è macchiato di reati sessuali viene rimesso in circolazione o sottratto a misure pensate per proteggere la collettività, il messaggio che passa è devastante» perché «una parte della magistratura continua a muoversi secondo logiche ideologiche che si prendono gioco del diritto fondamentale delle vittime alla certezza della pena per chi le ha umiliate, stuprate e a volte anche uccise. I “giudici rossi” finiscono così per indebolire le politiche di contrasto all’immigrazione illegale e, di fatto, aumentare l’insicurezza percepita. Il risultato è evidente: sempre più donne hanno la sensazione che lo Stato non sia dalla loro parte».
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Il fumo si alza dopo gli attacchi aerei sui depositi di petrolio dell'8 marzo a Teheran (Getty Images)
Gli Emirati Arabi Uniti attaccano l’Iran per la prima volta, colpendo impianti strategici. Intanto l’Assemblea degli Esperti iraniana nomina il figlio di Ali Khamenei nuova Guida Suprema. Cresce la tensione in Medio Oriente tra raid, missili e crisi umanitaria.
Per la prima volta nella storia recente, gli Emirati Arabi Uniti hanno lanciato un attacco diretto contro l’Iran, prendendo di mira un impianto di desalinizzazione. Il raid segna un’escalation significativa nel conflitto in Medio Oriente, che vede ormai coinvolti Stati Uniti, Israele e diversi Paesi del Golfo. Abu Dhabi ha annunciato di aver intercettato la maggior parte dei missili e dei droni provenienti dall’Iran, pur confermando quattro vittime tra cittadini stranieri e feriti in un bilancio che ha incluso persone di più di una decina di nazionalità.
Il bombardamento degli Emirati arriva in una giornata già segnata da nuove tensioni sul fronte iraniano. L’Assemblea degli Esperti ha raggiunto un accordo sulla scelta del nuovo leader supremo della Repubblica Islamica dopo la morte di Ali Khamenei, aprendo uno scenario di incertezza politica interna che si intreccia con l’emergenza militare. L’ayatollah Mohammad-Mahdi Mirbagheri ha dichiarato che sono stati compiuti «grandi sforzi per determinare la guida» e che è stato concordato «un parere decisivo e unanime». Secondo altri membri dell’Assemblea, il candidato scelto dovrebbe essere «odiato dal nemico», citando addirittura gli Stati Uniti, che avrebbero già fatto il nome del prescelto. Il figlio di Khamenei, Mojtaba, resta tra i favoriti, ma la sua candidatura ha incontrato la ferma opposizione di Washington.
Sul terreno, la guerra si manifesta con numeri impressionanti di vittime e distruzione. Gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato almeno 394 morti, tra cui 83 bambini e 42 donne, mentre gli scontri tra Hezbollah e Israele proseguono senza sosta. In Iran, oltre 1.200 persone sono rimaste uccise negli attacchi statunitensi e israeliani, con quasi diecimila edifici civili danneggiati o distrutti, secondo la Mezzaluna Rossa. La città di Teheran è avvolta da fumo e da una pioggia nera, contaminata dal petrolio che le bombe hanno fatto fuoriuscire dai depositi colpiti.
Il conflitto ha ormai travalicato i confini iraniani. Missili e droni iraniani hanno preso di mira Israele, la Giordania, il Kuwait e gli Emirati, causando danni materiali e morti tra civili e operatori di sicurezza. Secondo Abu Dhabi, gli attacchi dell’Iran hanno incluso 16 missili balistici e 117 droni, in gran parte intercettati dalle difese aeree locali. L’Iran, dal canto suo, dichiara di poter sostenere la guerra su vasta scala per almeno sei mesi, forte di un arsenale di missili e droni pronti all’impiego. La crisi ha provocato anche flussi di rifugiati: molti iraniani stanno attraversando il confine con la Turchia per sfuggire al conflitto, ricordando scenari già vissuti durante la guerra siriana. Il rischio di un’escalation regionale è evidente, con Paesi del Golfo vulnerabili e la produzione petrolifera in pericolo, minacciando ripercussioni globali. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammonito che «se la guerra continua, non ci sarà modo di vendere petrolio, né la capacità di produrlo nella regione».
Anche la diplomazia internazionale accelera. Il presidente francese Emmanuel Macron si recherà a Cipro per riaffermare la solidarietà europea e cercare di contribuire alla de-escalation nel Mediterraneo orientale. La Cina, attraverso il ministro degli Esteri Wang Yi, ha richiamato tutte le potenze a svolgere «un ruolo costruttivo» e a evitare che la forza diventi diritto. In questo contesto, le parole di papa Leone XIV all’Angelus domenicale risuonano come un monito: «Cessi il fragore delle bombe, tacciano le armi» in Iran e in tutto il Medio Oriente, affinché la guerra non trascini nella destabilizzazione anche il Libano e i paesi circostanti.
Il conflitto sembra ormai destinato a protrarsi, con un intreccio di vendette, alleanze e interessi strategici che rende sempre più difficile prevedere il prossimo sviluppo. La prima volta degli Emirati contro Teheran non è soltanto un episodio isolato: potrebbe essere il segnale che la guerra, finora circoscritta, rischia di allargarsi a nuovi fronti.
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