Barack Obama e Angela Merkel (Getty Images)
Per chi, da qualche mese, si sta stracciando le vesti per la presunta rottura del patto atlantico a opera degli Usa, ieri è arrivata una brutta notizia. Mentre era noto che da Washington hanno spiato per anni la Cancelliera Angela Merkel, la novità è che i tedeschi hanno fatto altrettanto con il presidente Barack Obama. E la Cancelliera, che aveva avuto modo di lamentarsi pubblicamente con Obama per il trattamento subito («spiare tra amici non funziona»), ne era perfettamente al corrente, seppur non dall’inizio dell’attività.
Un libro scritto dall'ex vicedirettore di Die Zeit rivela le «acquisizioni accidentali» dei servizi tedeschi: «La Cancelliera sapeva».
La vicenda è descritta, con dovizia di fonti e particolari, in un libro appena uscito in Germania, scritto dal vicedirettore del settimanale Die Zeit, Holger Stark, con una trentennale esperienza di corrispondente dagli Usa.
Tutto parte da un’attività di intelligence del servizio segreto tedesco per l’estero (Bnd), che aveva scoperto che non tutte le chiamate in arrivo o in partenza dall’Air Force One erano criptate. E così, gli uomini dello spionaggio di Berlino si sono messi a origliare su una dozzina di frequenze, «non sempre tutte e non tutto il giorno, ma abbastanza sistematicamente da intercettare le comunicazioni del presidente degli Stati Uniti (e di altri funzionari governativi e militari Usa) in diverse occasioni», scrive Stark nel libro.
Il contenuto di quelle conversazioni è finito in una cartella segreta nella diretta disponibilità del presidente del Bnd e, secondo le fonti citate nel libro, è stato poi visibile a una ristretta cerchia di alti funzionari, prima di essere distrutto.
Il fatto ancora più rilevante è che - secondo fonti raccolte dal Washington Post - quella cartella sia stata a disposizione della Cancelliera Merkel. Nel 2014/2015 fu una commissione d’inchiesta sul Bnd a rendere nota l’esistenza di questa cartella, ma il Bnd era riuscito a tenere nascosto il segreto più importante: dentro c’erano le conversazioni di Obama dall’Air Force One. Uno scandalo di portata internazionale. Anche se le stesse fonti hanno precisato che non si sia trattato di un’operazione avente come obiettivo specifico il presidente Usa, quanto di «un’acquisizione accidentale».
La gravità di questa vicenda va inquadrata alla luce del fatto che stiamo parlando di un periodo in cui i rapporti transatlantici erano relativamente distesi e sereni, nulla di paragonabile alla tensione attuale. Lo scossone del Dieselgate era di là da venire, tuttavia Washington e Berlino si dedicavano già «attenzioni» riservate, non proprio abituali tra alleati. Fu la stessa Merkel, in una telefonata a Obama, a definire quelle pratiche «completamente inaccettabili».
Se questi sono i fatti - almeno quelli parzialmente ricostruiti da Stark - crediamo che sia agevole e non tacciabile di complottismo «unire alcuni puntini» e affermare che questa è l’ennesima tessera di un puzzle in cui gli Usa hanno sistematicamente mal tollerato e poi avversato la Ue a trazione tedesca. Considerata, senza mezzi termini, un produttore di squilibri macroeconomici nel mondo e verso gli Usa. Dopo alcuni interventi soft durante i due mandati di Obama, non possiamo dimenticare le parole di Peter Navarro, principale consigliere per il commercio e la politica industriale durante la prima presidenza di Donald Trump, che nel 2017 in un’intervista al Financial Times accusò la Germania di utilizzare un euro ampiamente sottovalutato come una sorta di «Deutsche Mark implicito», al fine di sfruttare partner commerciali come gli Usa e gli altri Paesi Ue.
Le critiche di Navarro si concentravano soprattutto sul saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, di cui il saldo commerciale costituisce la parte più rilevante. Tale saldo viene considerato eccessivo dal Fmi quando supera il 6% del Pil. Ebbene, la Germania dal 5% del 2005, è sempre stata ben oltre quel livello, con un massimo storico nel 2016 al 9 per cento. Solo la crisi energetica del 2022 ha causato una riduzione intorno al 4-5%, ma nel 2024 era di nuovo al 6% circa.
Un Paese la cui crescita dipende in misura così rilevante dal consumo degli altri Paesi, è un elemento di squilibrio nell’economia mondiale.
Non mancarono anche le critiche alla Germania per la dipendenza energetica dalla Russia, rafforzata dal progetto del gasdotto Nord Stream 2, descritto da Navarro come una minaccia alla sicurezza europea e americana, rendendo la Germania «prigioniera» della Russia.
L’elenco potrebbe continuare a lungo anche citando episodi sotto la presidenza di Joe Biden.
Il punto è che risultano oggi totalmente miopi le analisi e i commenti che scoprono l’acqua calda della rottura dell’ordine internazionale, avvenuta nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina o con le parole di J.D. Vance a Monaco o sabato scorso, con la cattura di Nicolás Maduro. I fatti dimostrano che, almeno dall’inizio degli anni Dieci, gli Usa abbiano guardato alla Ue come a un fattore di rischio geopolitico ed economico da correggere e contenere. I cui costi di smantellamento superano, per ora, il costo di quei rischi e di quegli squilibri. Da Berlino erano perfettamente consapevoli di questa postura e si sono organizzati di conseguenza, spiando gli Usa.
Le anime candide che sembrano appena svegliate da un lungo sonno, puntando oggi il dito contro l’amministrazione Trump, dovrebbero chiedersi dove abbiano passato gli ultimi 15 anni.
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Trump detta l’agenda globale: dopo il Venezuela, l’Iran è nel mirino e la Groenlandia diventa un dossier di sicurezza strategica contro Cina e Russia. Gli Usa tornano potenza muscolare, l’Europa reagisce con appelli e retorica. La lezione, quindi, è: il mondo è cambiato e l’Ue, così com’è, non conta più.
L’azione in Venezuela del tycoon punta a far calare a 50 dollari al barile le quotazioni del greggio (per ora stabili intorno ai 61). Senza colpire le compagnie americane. In caso contrario a pagare il conto sarà l’Ue.
Circola una frase apocrifa che dice: il prezzo è ciò che il compratore più sciocco è disposto a pagare. Se è così, ieri sul mercato vi erano moltissimi sciocchi. Sul mercato di Londra il rame ha fatto segnare un nuovo record, superando i 13.300 dollari per tonnellata (+1,7%). Lanciatissimi anche palladio e nichel, rispettivamente +5,7% e +10%. In effetti sono saliti tutti i metalli industriali (unica eccezione lo stagno, -3,75%) e anche i preziosi.
La mossa statunitense del 3 gennaio scorso, con la messa sotto tutela del grande serbatoio di petrolio venezuelano, non muta il quadro di una corsa alle materie prime che prosegue e proseguirà. All’apertura del mercato il prezzo del petrolio non ha avuto particolari scossoni, restando attorno ai 61-62 dollari al barile. Del resto, nel breve e anche medio termine nulla cambia. L’operazione americana è in chiave strategica e riguarda ciò che è stato chiarito nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale resa nota da Washington a novembre 2025: un allineamento completo di tutto l’emisfero occidentale alle necessità strategiche degli Stati Uniti. A molti non piacerà, ma è quanto Donald Trump ha dichiarato di voler fare, in un documento molto citato ma poco compreso. Dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia, l’intenzione di Washington è di avere il controllo delle relazioni diplomatiche, delle risorse e delle frontiere di tutto il continente americano. Non è una impresa di poco conto, ma Trump sta andando molto velocemente e l’azione in Venezuela rappresenta un’accelerazione.
Quanto alle risorse, per restare al Venezuela, il petrolio disponibile è tanto ma la produzione scarsa, meno dell’1% della domanda mondiale. Ebbene, questo rappresenta un vantaggio, perché nessuno oggi ha bisogno di più petrolio dal Venezuela, essendoci già un eccesso di offerta mondiale. Ulteriori quantitativi che arrivassero sul mercato oggi abbatterebbero i prezzi a livelli insostenibili per molte aziende dello shale statunitense, già vicine alla sofferenza ai prezzi attuali. Possiamo a questo punto introdurre una distinzione tra prezzo e valore, grazie alla celebre frase di Warren Buffet: il prezzo è ciò che paghi, il valore è ciò che ottieni. In effetti, il valore delle riserve venezuelane (per quanto probabilmente sovrastimate) è alto perché il loro sfruttamento potrà cominciare a dare i propri frutti dal 2029 in avanti, proprio quando la produzione interna statunitense subirà un prevedibile calo, dovuto all’esaurimento dei terreni disponibili al fracking nel bacino del Permiano.
Quello che Trump sta cercando è un difficile equilibrio tra il prezzo del petrolio, che vorrebbe basso in modo da non alimentare l’inflazione in patria, e le esigenze di profitto delle compagnie petrolifere, che sotto un certo prezzo del greggio non hanno motivo di produrre e creare abbondanza di risorsa. Ecco perché gli Usa hanno bisogno di trovare spazio per nuove perforazioni, in sostituzione di ciò che si va esaurendo nel sottosuolo nazionale, e di assumere il controllo di riserve strategiche per modularne lo sfruttamento.
Se si parla di Groenlandia e di Iran, poi, nel primo caso si parla di materie prime come terre rare leggere e pesanti (neodimio, praseodimio, disprosio, terbio), uranio, zinco, ferro, rame, nichel, cobalto, molibdeno, oro. Nel secondo caso, l’Iran, si parla invece ancora di petrolio. Ebbene, uno sfruttamento intensivo del territorio groenlandese prenderà comunque molto tempo, anche se si arrivasse rapidamente a un accordo amichevole tra le parti. Tuttavia, anche in questo caso sarà il prezzo, con tutto ciò che questo incorpora (aspettative, volumi, valore), a dare un’indicazione dell’efficacia dell’azione trumpiana, volta a consolidare il continente americano.
Nel caso dell’Iran, si tratterebbe soprattutto di avere il controllo della produzione in modo da modulare i prezzi ed evitare che le cospicue riserve iraniane finiscano troppo rapidamente sul mercato, abbattendo i prezzi sotto la soglia vitale di 50 dollari al barile. Questo dovrebbe essere infatti il livello obiettivo di prezzo per il petrolio nei piani della Casa Bianca. A quei livelli il danno sarebbe soprattutto alla Russia, che già vende il suo greggio con un forte sconto rispetto alla media di mercato. Se la manovra di Trump non dovesse riuscire, e i prezzi salissero per un blocco dell’offerta, a farne le spese sarebbe l’Europa, inerte price-taker. Sarà dunque il prezzo a stabilire vincenti e perdenti nella scommessa trumpiana.
L’attonita Europa, nel frattempo, balbetta incredula senza riuscire ad articolare un pensiero, avendo annacquato in una poltiglia inconsistente chiamata Ue le poche posizioni politiche e diplomatiche che poteva proporre quando a parlare erano i governi. Come si legge nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale, l’Europa si è condannata al declino e gli Stati Uniti temono che molti Paesi europei non avranno più economia e capacità militare per essere alleati affidabili. È vero e la dimostrazione si ha in molti campi. Il ritardo europeo sul dossier delle materie prime, ad esempio, è enorme e difficilmente potrà essere colmato. A guidare le danze saranno i blocchi contrapposti che si stanno costituendo, da una parte gli Usa, dall’altra la Cina.
Mettere in fila i diversi elementi che compongono l’azione di Trump è operazione non facile, ma possiamo farci aiutare da una bussola che difficilmente sbaglia: il prezzo. Sempre tenendo presente ciò che esso rappresenta in concreto. Altrimenti, avrà avuto ragione Oscar Wilde nel dire che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.
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Donald Trump (Ansa)
Per l’«Economist» si lavora a un Trattato di libera associazione. Mentre il fedelissimo Stephen Miller provoca i danesi. I volenterosi: «Confini inviolabili, l’isola fa parte della Nato».
L’amministrazione Trump non arretra sulla Groenlandia, mentre cresce la tensione tra Washington e il Vecchio Continente. «Questa è stata la posizione formale del governo degli Stati Uniti fin dall’inizio di questa amministrazione - francamente potremmo risalire alla precedente amministrazione Trump - ovvero che la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti», ha dichiarato, lunedì sera, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller. «Non si tratterebbe di un’azione militare contro la Groenlandia: la Groenlandia ha una popolazione di 30.000 persone. La vera domanda è: con quale diritto la Danimarca rivendica il controllo sulla Groenlandia?», ha proseguito, per poi aggiungere: «Qual è la base della sua rivendicazione territoriale? Qual è la base per cui si considera la Groenlandia una colonia della Danimarca? Gli Stati Uniti sono la potenza della Nato. Affinché gli Stati Uniti possano proteggere la regione artica e difendere la Nato e i suoi interessi, ovviamente la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti». «Nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia», ha anche detto Miller.
Insomma, mentre ribadisce di voler prendere il controllo della Groenlandia, la Casa Bianca sembra escludere la volontà di un’azione militare nei confronti dell’isola. A questo proposito, secondo l’Economist, Washington avrebbe intenzione di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una formula che gli Stati Uniti hanno già in essere con Micronesia, Isole Marshall e Repubblica di Palau. Questo genere di intesa fa sì che Washington garantisca autonomia interna e assistenza finanziaria alla controparte, assumendone al contempo la responsabilità in materia di difesa. Domenica, Donald Trump ha chiarito di volere la Groenlandia per una questione di sicurezza nazionale: il suo obiettivo è, in particolare, quello di arginare l’influenza di Cina e Russia nell’Artico. L’isola ospita già una base militare statunitense. Tuttavia, è probabile che Washington voglia incrementare la propria presenza sul territorio, bypassando eventuali trattative con Copenaghen.
In questo quadro, è interessante il fatto che Miller abbia esplicitamente messo in discussione la legittimità delle rivendicazioni territoriali danesi sulla Groenlandia: rivendicazioni che affondano le loro radici nel 1721, quando l’unione reale di Danimarca-Norvegia avviò la colonizzazione dell’isola. Una posizione, quella espressa da Miller, che va collegata al discorso d’insediamento, pronunciato da Trump il 20 gennaio dell’anno scorso. In quell’occasione, l’attuale inquilino della Casa Bianca elogiò William McKinley, che fu presidente degli Stati Uniti dal 1897 al 1901, quando venne assassinato. Ebbene, fu durante la sua presidenza che gli Usa annessero le Hawaii e che, dopo aver vinto una breve guerra con la Spagna, inaugurarono un protettorato su Cuba. Sotto questo aspetto è da sottolineare che, in occasione del conflitto armato con Madrid, una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense ne fece una questione di lotta al colonialismo europeo.
Nel frattempo, ieri, i leader di Italia, Germania, Francia, Danimarca, Spagna, Regno Unito e Polonia hanno emesso una dichiarazione congiunta sulla questione groenlandese. «Il Regno di Danimarca, inclusa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere raggiunta collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti, rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini. Si tratta di principi universali e non smetteremo di difenderli», si legge nel documento, che prosegue: «Gli Stati Uniti sono un partner essenziale in questa impresa, in quanto alleati della Nato e attraverso l’accordo di difesa tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti del 1951». «La Groenlandia», conclude il comunicato dei leader europei, «appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che li riguardano». La dichiarazione è stata seguita, qualche ora dopo, da una nota similare, firmata da Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia.
Come che sia, il potere contrattuale dei leader europei resta fragile. Le cancellerie del Vecchio Continente sanno infatti bene di non poter fare a meno della forza militare statunitense sia per quanto riguarda la potenza della Nato sia in riferimento ai negoziati diplomatici in corso sull’Ucraina.
Inoltre, la determinazione mostrata dal presidente americano sul caso Maduro di certo non consente agli europei di fare eccessivamente la voce grossa sulla questione della Groenlandia. È anche in questo senso che, secondo Miller, «nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia».
L’Artico è del resto sempre più strategico per Washington, sia in termini di materie prime che di rotte di navigazione. Tra l’altro, la concorrenza di Cina e Russia nella regione è aumentata nel corso degli ultimi anni. Trump non sta quindi conducendo una crociata ideologica contro il Vecchio Continente. Lo si condivida o meno, sta semmai cercando di agire rapidamente in nome di una riedizione della Dottrina Monroe in chiave principalmente anticinese.
E attenzione: fu l’amministrazione Biden che, a dicembre 2024, lanciò l’allarme sul rafforzamento della cooperazione sino-russa nell’Artico. Questo significa che, negli ultimi anni, l’alleanza euroatlantica non ha fatto abbastanza per garantire la sicurezza in questa regione cruciale. Senza contare che Emmanuel Macron e l’allora cancelliere tedesco, Olaf Scholz, hanno ripetutamente flirtato con Pechino. Quindi, al netto dei suoi modi controversi, non è che Trump abbia proprio tutti i torti a porre urgentemente la questione artica.
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