Ansa
L’Italia garantisce ai meno abbienti il gratuito patrocinio, cioè un avvocato a spese della collettività. Oggi, però, a usufruire di questo diritto sono per lo più gli stranieri, spesso in ricorsi contro le espulsioni. In pratica, paghiamo per trattenere qui chi non vogliamo.
Pochi lo sanno, ma ogni anno paghiamo centinaia di milioni per trattenere in Italia gli immigrati che non vogliamo. Lo so che è un comportamento da pazzi, perché dovremmo avere interesse a liberarci il più in fretta possibile delle persone non gradite, che per di più non hanno alcun diritto di restare a casa nostra. Ma purtroppo l’uso estensivo e generalizzato dell’articolo 24 della Costituzione ha prodotto un effetto paradossale: spendiamo quasi mezzo miliardo l’anno per impedire che clandestini come Emilio Gabriel Valdel Velazco, l’assassino di Aurora Livoli, la diciannovenne uccisa a Milano, o Marin Jelenic, il croato che a Bologna ha ammazzato con una pugnalata il capotreno Alessandro Ambrosio, vengano allontanati.
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
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Nell’ultima puntata di «Tv Verità», confronto Belpietro-Sallusti sui mali del Sistema.
Nell’ultima puntata di Tv Verità, condotta da Francesco Borgonovo, il tema della giustizia e, soprattutto del referendum per la sua riforma che si terrà il 22 e 23 marzo, è stato al centro del confronto tra il direttore della Verità, Maurizio Belpietro, e la firma del giornale Alessandro Sallusti. La discussione ha preso le mosse dal libro Il sistema colpisce ancora, firmato da Sallusti insieme a Luca Palamara, per affrontare il funzionamento della magistratura, le riforme in corso e il rapporto tra giustizia e sicurezza. La tesi di Sallusti è semplice: dopo lo scandalo che coinvolse Palamara, esploso circa sei anni fa, tutti dissero che lo strapotere che le correnti di magistrati usano per inquinare la giustizia sarebbe finito. Ad oggi, però, non c’è stato nessun cambiamento. «Ci annunciarono che via Palamara la magistratura era diventata una roba seria», ha spiegato. Ma il sistema delle correnti «è vivo e vegeto» e continua a incidere sul funzionamento della giustizia e, di riflesso, sulla democrazia. Belpietro è poi intervenuto sul tema delle sanzioni disciplinari nei confronti dei magistrati, citando le decisioni della sezione disciplinare del Csm. «La maggior parte delle accuse si conclude con assoluzioni», ha affermato, mentre nei casi di condanna le sanzioni consisterebbero spesso in lievi penalizzazioni di anzianità. Secondo il direttore, anche di fronte a errori gravi, come ritardi pluriennali nel deposito delle motivazioni o casi di ingiusta detenzione, le conseguenze sarebbero limitate. Nel dibattito viene richiamato il caso del magistrato Fabio De Pasquale, coinvolto nell’inchiesta Eni-Nigeria. Sallusti ha ricordato la condanna a otto mesi per occultamento di prove, sottolineando come, nonostante la sentenza di primo e secondo grado, il magistrato continui a svolgere le sue funzioni. Belpietro ha osservato che una condanna di questo tipo non comporta automaticamente l’esclusione dalla magistratura. Ampio spazio è stato dedicato al tema dell’ingiusta detenzione. Sallusti ha parlato di «mille italiani ogni anno» che finiscono in carcere senza essere poi processati, cui si è aggiunta la precisazione del direttore, il quale ha ricordato che lo Stato versa circa 27 milioni di euro ogni anno per risarcire cittadini italiani innocenti toccati da questa sciagura.
Belpietro ha poi rammentato una delle vicende più clamorose di questa piaga: il caso di Beniamino Zuncheddu, rimasto in carcere per 33 anni prima del riconoscimento dell’innocenza. Il confronto si è poi spostato sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, con riferimento a casi di cronaca recenti, non ultimo l’omicidio di Aurora Livoli, uccisa a Milano lo scorso 29 dicembre da un clandestino. Borgonovo ha posto una domanda sul contrasto tra la severità mostrata in alcuni procedimenti e la libertà concessa a soggetti con numerosi precedenti penali. È come se esistessero «due codici», uno per gli italiani e uno per gli stranieri, dice Sallusti, richiamando il ruolo attribuito da alcune correnti della magistratura a una funzione di «cuscinetto sociale». Belpietro ha ricordato le intercettazioni che portarono al caso Palamara, in particolare quelle legate all’indagine su Matteo Salvini, sostenendo che la magistratura debba limitarsi ad applicare la legge. La puntata è visibile su tutti i canali social della Verità, e soprattutto sul canale YouTube Tv Verità.
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Un treno regionale si è scontrato con una gru nei pressi di Cartagena: sei i feriti.
Mentre sale a 45 il numero delle vittime del deragliamento di domenica sera ad Adamuz, in provincia di Cordoba, un quarto incidente ferroviario si è verificato in Spagna dopo i due di martedì sera in Catalogna, in uno dei quali ha perso la vita un apprendista macchinista.
Nella Regione di Murcia, giovedì mattina un treno a scartamento ridotto in servizio sulla linea Cartagena-Los Nietos si è scontrato ad Alumbres con una gru esterna alla rete ferroviaria, causando almeno sei feriti. Una Spagna sempre più sconcertata, e in lutto per le vittime, si chiede perché mai il governo non abbia provveduto alla doverosa manutenzione della rete, non solo di quell’alta velocità orgoglio del Paese.
Giovedì sono stati trovati gli ultimi due corpi dei passeggeri dispersi dopo il deragliamento del treno ad alta velocità Iryo partito da Malaga e diretto a Madrid, che aveva invaso la linea adiacente scontrandosi con un convoglio Renfe Alvia proveniente dalla direzione opposta e diretto a Huelva. Si sta lavorando per completare l’identificazione di tutte le vittime del tremendo incidente.
In Catalogna, solo nel pomeriggio il governo e i principali sindacati dei macchinisti della Renfe raggiungevano un accordo per ripristinare il servizio ferroviario suburbano Rodalies, dopo oltre 36 ore di inattività, in seguito all’incidente ferroviario a Gelida che aveva causato la morte di una persona e diversi feriti. Più di 400.000 catalani sono rimasti senza servizio ferroviario.
In segno di rispetto per le vittime, i partiti all’opposizione stanno rimandando lo scontro con Pedro Sánchez. Il leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, ha già chiesto al governo di spiegare «nel dettaglio» perché le misure adottate dopo «questa settimana nera per le ferrovie» non siano state attuate in anticipo.
Oggi Vox ha annunciato di aver promosso un’azione legale contro l’ex presidente dell’Adif, Isabel Pardo de Vera, e l’attuale capo della compagnia ferroviaria statale, Pedro Marco de la Peña, per omicidio colposo e altri cinque reati a seguito dell’incidente ferroviario di Adamuz. Li ritiene «responsabili indipendentemente» dal fatto che le cause siano chiarite e attribuisce l’evento, ancora in fase di indagine, alla mancanza di manutenzione dei binari.
«Sánchez, con la felice collaborazione di Pilar Alegría (ex portavoce del governo e candidata del Psoe alle elezioni aragonesi dell’8 febbraio, ndr) ha avviato la Spagna verso la trasformazione in un Paese del Terzo mondo. Lo vediamo nelle ferrovie, nelle strade, nella rete elettrica, nei servizi pubblici... e nella corruzione dilagante», scriveva su X il leader di Vox, Santiago Abascal.
Intanto si celebrano i funerali delle vittime. Particolarmente toccante l’ultimo saluto alla famiglia Zamorano, padre, madre, figlioletto e nipote, tutti morti nel deragliamento mentre stavano viaggiando sul treno Alvia per tornare a Huelva. Solo la bambina di sei anni è sopravvissuta. Una folla immensa si è radunata ad Aljaraque, i compagni di classe del piccolo Pepe di 12 anni hanno lanciato in cielo palloncini bianchi. Il tributo di Stato per le vittime del tragico incidente si terrà a Huelva sabato 31 gennaio, alla presenza dei sovrani di Spagna. Da quella città proveniva infatti il maggior numero delle vittime.
In tanta tristezza, una notizia che rasserena. Boro, il cane scomparso dopo l’incidente e che viaggiava sull’Iryo, è stato ritrovato vivo dopo diversi giorni di intense ricerche nella zona. La sua proprietaria, Ana, era a bordo del treno assieme alla sorella Raquel ed entrambe erano rimaste ferite. Boro, incrocio tra uno schnauzer nero e un cane d’acqua spagnolo, terrorizzato dallo schianto e dalle urla era riuscito a scappare fuggendo attraverso i campi. Oggi i volontari l’hanno tratto in salvo e, dopo l’abbraccio della proprietaria, affidato alle cure dei veterinari.
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Le mire di Donald Trump sulla Groenlandia frenano l’inizio anno positivo di Cac 40 e Dax. La minaccia di nuovi dazi svela la dipendenza francese dalla domanda estera di lusso e semina dubbi sulla prevista svolta tedesca.
Non c’è pace nell’ultima settimana per i listini europei e, più di tutti, per quelli francesi e tedeschi. Dopo un avvio d’anno che aveva rimesso benzina sulle aspettative, con Cac40 e Dax capaci di aggiornare i massimi storici solo poche settimane fa, la traiettoria si è improvvisamente inclinata. Il catalizzatore è politico, ma l’impatto è da manuale di microstruttura: ritorna la volatilità da «headline risk», quella che sposta il pricing in modo non lineare perché colpisce contemporaneamente flussi, sentiment e premi per il rischio.
A incrinare il quadro è stata la riapparizione della diplomazia transazionale di Donald Trump, che stavolta ha puntato l’Europa sulla questione Groenlandia. La Francia, per composizione settoriale e sensibilità agli shock sulla domanda estera, appare il bersaglio più esposto: il rifiuto di Emmanuel Macron di assecondare le ambizioni territoriali sull’isola artica e di aderire al «Consiglio di Pace» ha innescato una minaccia esplicita. Sul tavolo ci sono dazi del 200% su vini e champagne francesi dal 1° febbraio e la prospettiva di ulteriori dazi «rinforzati» verso Paesi europei ostili al progetto.
La vulnerabilità di Parigi sta proprio lì: una dipendenza marcata dal consumo discrezionale globale e dal lusso, segmenti che soffrono sia l’inasprimento dei costi di accesso ai mercati sia il deterioramento delle aspettative sui redditi reali. «I mercati sono stati scossi dalle minacce di Trump di imporre dazi contro diversi Paesi europei per la vicenda Groenlandia, riaccendendo tensioni commerciali che gli investitori pensavano fossero state temporaneamente sospese», osserva Salvatore Gaziano, consulente finanziario di SoldiExpert Scf: «Il listino parigino, che solo venerdì scorso festeggiava i massimi a 8.362 punti, ha inanellato una striscia di sedute negative, appesantito dal settore del lusso. Titoli come Kering hanno pagato pegno, dimostrando quanto l’indice Cac40 sia vulnerabile ai tweet che arrivano da Washington».
Anche Francoforte non è immune. Dopo aver superato i 25.000 punti, il Dax ha ceduto quasi 1.000 punti in pochi giorni, schiacciato tra protezionismo Usa e concorrenza cinese. Nel lungo periodo, però, la fotografia resta bifocale: negli ultimi tre anni il Dax segna +64,57%, mentre l’Mdax, più esposto al ciclo domestico e ai costi energetici e dei tassi, mostra un +10,26%. In altre parole, la «fabbrica d’Europa» regge soprattutto dove è globale e price-maker (dove fa i prezzi), mentre fatica dove è locale e price-taker (dove li subisce). «Il 2026 era atteso da molti analisti come l’anno della grande svolta per la Germania, con previsioni di crescita del Pil nell’ordine dell’1,1%, ma l’ombra dei dazi americani rischia ora di congelare gli investimenti privati proprio sul più bello», continua Salvatore Gaziano. Il paradosso che stiamo osservando è quasi unico nella storia recente: mentre l’industria tradizionale soffre e vede svanire i propri margini, i titoli legati alla difesa come Rheinmetall stanno vivendo anni d’oro con performance borsistiche da primato».
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