Il campo profughi di Al Hol in Siria (Getty Images)
- Nel campo di Al Hol sono passati i familiari dei combattenti delle bandiere nere. Dopo la caduta di Assad sono stati liberati. E ora potrebbero tornare a colpire l’Occidente.
- Nel suo ultimo libro, Il nuovo volto dello Stato islamico. Strategie, reti e risposte delle intelligence (Fallone editore), l’analista Fabrizio Guacci spiega come l’Isis sia stato capace di adattarsi nuovamente nell’ecosistema internazionale dopo la perdita territoriale e come l’intelligence stia affrontando questa sfida.
- I cristiani massacrati nel silenzio. L’esperto Luigi Trisolino: «Nel continente nero le maggiori persecuzioni, ma attenzione alla Cina. Xi costringe i fedeli a vivere celati per sfuggire a biosorveglianza e manipolazioni».
Lo speciale contiene tre articoli.
Era sempre la solita trafila. Sempre la solita storia. Gli uomini perdevano la battaglia e venivano lasciati lì dove avevano trovato la morte. Polvere erano e nella polvere del deserto sarebbero tornati. Le donne e i bambini, invece, venivano presi dai combattenti curdi e portati nel campo di Al Hol, nella parte orientale della Siria, al confine con l’Iraq. Avrebbero passato lì i loro giorni e le loro notti. In quella prigione fatta di sabbia fine e secca. E baracche, tante baracche. Quelle necessarie per ospitare, ammesso e non concesso che si possa utilizzare questo verbo, 24.000 persone.
A guerra finita, i curdi pensavano che le donne, le ex jihadiste, avrebbero assaporato la libertà, seppure tra quelle quattro mura. Ma non era così. Imperterrite, le spose del Califfato continuavano a vestirsi coprendosi il corpo completamente di nero. Non vivevano un lutto, ma una fede. Pensavano di rappresentare la vita quando invece incarnavano la morte. Per anni hanno vissuto nel campo di Al Hol insieme ai loro figli. I figli della guerra. Quelli che hanno emesso il loro primo vagito insieme al boato delle bombe e agli spari del kalashnikov. Li hanno abbracciati nel nero dei loro veli, cercando di fare ombra per coprirli dal sole cocente del Medio Oriente. Li hanno invece soffocati sotto il peso di stoffe troppe pesanti e di un credo asfissiante.
Le donne e i bambini di Al Hol sono stati qui fino a pochi mesi fa. Fino a quando, in seguito ad un accordo tra le forze curde e il governo di Ahmad al-Sharaa, sono stati liberati. «Abbiamo constatato che mancavano le condizioni essenziali per abitarvi e abbiamo quindi deciso d’urgenza di spostare la popolazione», ha detto il capo ad interim del campo, Fadi al-Qassem. Qualcuno, nel caos di quei giorni, è riuscito a scappare. I curdi hanno accusato il governo di Damasco, che però ha rispedito tutto al mittente. La verità forse sta nel mezzo. Forse per i Peshmerga quel campo era diventato ormai ingestibile. Dall’altra parte, probabilmente Al Sharaa sentiva il dovere di liberare i parenti di chi lo aveva aiutato, in un modo o nell’altro, ad arrivare al potere. Un mistero, uno dei tanti, di questa terra martoriata che ha contato oltre mezzo milione di morti in una guerra civile che di civile aveva ben poco.
E se da una parte ci sono delle donne che hanno giurato fedeltà al Califfato, dall’altra ce ne sono molte che lo hanno combattuto. Bisogna fare qualche chilometro in macchina verso Ovest e arrivare a Kobane.
Due mondi contrapposti, entrambi segnati dalla guerra. È qui che ci sono le madri, donne comuni, che girano con fucili in spalla. Non cercano la guerra, non sono soldatesse. Ancora oggi difendono ciò che resta della loro vita e della loro comunità. Lo Stato islamico, almeno formalmente, non esiste più. Esiste però un altro nemico, che si muove attorno alla città: le milizie turche. Sono loro oggi gli avversari. Sono loro che sono pronti a colpire Kobane con droni e raid, mentre le unità di autodifesa locali continuano a pattugliare la zona. Descrivere la vita della città non è facile. Anche perché di essa, ormai, non se ne parla più. Sono ormai lontani i tempi in cui i peshmerga, i combattenti votati alla morte, avevano fatto di Kobane il centro della guerriglia contro i terroristi. Ora, nelle vie della città, restano l’incertezza e la paura. Unite al coraggio. Sembra concretizzarsi, tra quelle semplici case, ciò che scriveva Alfred Tennyson nel suo Ulysses: «Molto perdemmo, ma molto ci resta: Noi non siamo ora quella forza che in giorni antichi / mosse terra e cieli, ciò che siamo, siamo; / un’eguale indole di eroici cuori, / fiaccati dal tempo e dal fato, ma forti nella volontà / di combattere, cercare, trovare, e di non cedere mai».
Da una parte Al Hol, dove vivono donne e bambini segnati dalla propaganda e dall’eredità dell’Isis. Il niqab che diventa una seconda pelle e il simbolo di un’identità imposta, così diversa da quella ricercata dalle donne curde, femminili anche quando nascondo i loro corpi nelle mimetiche. I bambini del campo di Al Hol crescono con l’etichetta di terrorista cucita addosso. È la loro lettera scarlatta. Non hanno colpe, ma molto spesso continuano a odiare. È come se avessero sorbito questo sentimento insieme al latte materno. Quelli di Kobane invece crescono con la consapevolezza di ciò che hanno fatto i loro genitori. Con quelle mamme così diverse, che non portavano la gonna ma i pantaloni. E che al posto della borsetta portavano sottobraccio un fucile. Nel campo di Al Hol anche i vivi sembrano morti. Sonia è una jihadista italiana che è arrivata in Siria nel 2015. È vedova di un uomo dell’Isis. Quando le si pone qualche domanda nega o minimizza il proprio coinvolgimento. Non si capisce se lo faccia per vergogna o perché ha qualcosa da nascondere (crediamo la seconda). Mostra però un lato di sé che ha a che fare con la sua radicalizzazione, che le permette di sopportare tutto, perfino il campo e la vita forzata. Ad Al Hol, come a Kobane, la guerra ha lasciato cicatrici profonde. Nei campi la sopravvivenza è legata a ideologie che cancellano l’essenza delle persone. Nella città curda, invece, la resistenza al male è nata dal desiderio di proteggere i propri cari e la propria terra. Lo stesso territorio, a pochi chilometri di distanza, mostra due volti: da una parte capacità di resistere al dolore, alla guerra e alla sofferenza; dall’altra coercizione e radicalizzazione.
In mezzo, sparsi tra deserto, profondità del mare e cime delle alture, oltre 500.000 morti. Uomini, donne e bambini finiti nella grande storia, anche se avrebbero preferito farne a meno. Persone che sono diventate numeri. Morti per un ideale crudele o per un po’ di libertà. Che, ora che il regime è crollato, pare non arrivare. E forse non arriverà mai. Anche da qualche parte, in quel martoriato Paese, qualcuno mormora tra sé e sé che non cederà mai. Proprio come in quella poesia di Tennyson.
Il terrore non è ancora scomparso. Così si nasconde tra Africa e Asia
Sembra ormai un ricordo passato. Uno di quelli che riesci a portare alla memoria solamente in bianco e nero. Le urla in strada, gli spari, le decapitazioni trasmesse insieme ai video dell’orrore. L’urlo «Allah akbar», Dio è grande, che diventa parola di morte. E l’idea, quello di uno Stato islamico, che pare scomparsa tra le sabbie in cui era nata, tra la Siria e l’Iraq. Ma non è così. L’Isis non è sparito. C’è ancora, in attesa di tempi migliori. Ogni tanto torna a farsi sentire, a rivendicare attacchi ad ogni latitudine. Come spiega Fabrizio Guacci nel suo Il nuovo volto dello Stato islamico. Strategie, reti e risposte delle intelligence (Fallone editore).
Nel 2019 cade la sua ultima capitale, Baghuz, in Siria. A partire da quel momento i comandanti dello Stato islamico cambiano la propria strategia. La guerra cede il passo alla guerriglia e tornano ad agire le cellule sparse ad ogni latitudine del mondo. Dal sogno di uno Stato si passa alla clandestinità. Le decisioni non sono più nelle mani di pochi. L’Isis diventa agile e capace, come aveva già fatto, di adattarsi alle circostanze. Compie attacchi mirati per provocare un terrore costante. La paura si diffonde, anche grazie alla propaganda che sfrutta pure l’intelligenza artificiale. Del resto, erano stati proprio i responsabili della comunicazione dello Stato islamico a comprendere l’importanza dei video per diffondere il messaggio jihadista.
Lo Stato islamico crea alleanze con chiunque condivida la stessa ideologia di morte. In Africa, spiega Guacci, trova sponde con Boko Haram ma anche con la Wilayat Sinai, lo Stato islamico nel Grande Sahara. Si muove in Mozambico e in Somalia. E crea propaggini anche in Asia, con la Jemaah Snsha rut Daulah (Jad), l’Isis-Khorasan, la Neo-Jama’at Mujahideen Bangladesh, l’IsisPhilippines e la Wilayah al-Hind.
A distanza di sei anni dalla caduta del Califfato non bisogna più guardare in Medio Oriente per cercare quello che fu il Califfato. È necessario guardare a Sud, in Africa, e a Est, in Asia. Sono i dati a parlare. Secondo il Global Terrorism Index, la zona subsahariana rappresenta l’epicentro globale del terrorismo. È proprio qui che lo Stato islamico, insieme alle sue affiliate, resta l’organizzazione terroristica più letale del 2025. In Africa subsahariana, infatti, gli attacchi attribuiti all’Isis sono quasi raddoppiati in un anno, passando da 111 nel 2024 a 221 nel 2025. In Nigeria si è passati da 20 a 92 mentre le morti da 166 a 384; in Niger da 12 attacchi si è arrivati a 33, mentre i morti da 108 sono diventati 416 morti; nella Repubblica democratica del Congo le vittime degli attacchi del Califfato sono passate da 360 a 467. Ma non c’è solamente l’Africa, c’è anche l’Asia. Nel 2025, le Nazioni Unite hanno definito l’Isis-Khorasan una delle minacce più serie per l’Asia centrale. Il Global Terrorism Index segnala inoltre che l’Iskp è riuscito a rimanere resiliente, ampliando reclutamento e capacità di proiezione. Come segnala Guacci, nel Sud-Est asiatico il problema resta vivo soprattutto nel digitale: radicalizzazione online in Malaysia e Indonesia, reclutamento giovanile ancora radicato nel sud delle Filippine. Ci sono però anche dati in controtendenza. Nel 2025 Bangladesh e India hanno mostrato un miglioramento nei dati sugli attacchi, ma il tema non è scomparso. Tra i gruppi affiliati, spicca certamente l’Isis-Khorasan, uno dei più potenti e strutturati, che sta dimostrando di essere una minaccia globale considerevole, come dimostra l’attacco condotto ai danni della Russia nel 2024. La capacità di colpire in modo così eclatante anche fuori dai confini continentali dimostra come l’Isis stia riuscendo a consolidare il proprio potere.
Che fare davanti a tutto questo? Sfruttare innanzitutto le capacità dell’intelligence. Bisogna prima di tutto conoscere ciò che sta accadendo per poi agire. Come ricorda Guacci nel suo libro, le agenzie hanno dovuto perfezionare le loro attività di contrasto del terrorismo islamico, rafforzando in particolar modo la già stretta cooperazione internazionale. In questi anni, le attività del Sistema d’informazione per la sicurezza della Repubblica italiana sono state estremamente efficienti grazie anche alla collaborazione interna con tutte le forze di polizia giudiziaria che si occupano di antiterrorismo, garantita dal Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (Casa); un livello tale di cooperazione che, secondo l’opinione dell’ambasciatore Giampiero Massolo, non è così comune negli altri Paesi europei. Resta, tra i tanti, il pericolo del cyberterrorismo: il costante progresso tecnologico rende infatti questa minaccia sempre più accessibile anche a gruppi che, pur disponendo di risorse finanziarie limitate, dimostrano di avere competenze informatiche avanzate, come appunto nel caso dello Stato islamico. Questo era il passato dell’Isis. E questo potrebbe essere il suo futuro. Che non è mai dove immagineremmo che fosse.
«I cristiani massacrati nel silenzio»
Avvocato Luigi Trisolino, giurista della presidenza del Consiglio dei Ministri, giornalista, dottore di ricerca in Discipline giuridiche storico-filosofiche internazionali, fondatore e presidente dell’associazione «i RadicaTi dal diritto naturale alla legge»: aumentano le persecuzioni dei cristiani. Quali sono le aree in cui si registrano più violenze?
«L’Africa subsahariana e l’Asia orientale sono le fucine post contemporanee di anti cristianità armata, con un peggioramento della condizione cristiana in Medio Oriente. La vocazione imperialista del fondamentalismo jihadista si manifesta con troppi omicidi in Nigeria, dove c’è il più alto numero di cristiani uccisi per la fede. Anche in Somalia, Sudan ed Eritrea il livello di violenza è estremo, con connivenze tra gruppi jihadisti anti occidentali e regimi autoritari. Passando dall’Africa all’Asia mi viene in mente la Corea del Nord, considerata il Paese più pericoloso con tanti casi di internamento per chi professa il credo o possiede la Bibbia. Il comunismo cinese, poi, man mano che avanza nelle tecnologie avanza pure nei mezzi di spionaggio e repressione della libertà dei cristiani, con particolare odio verso i cattolici fedeli a Roma. Fonti missionarie mi hanno confermato il segreto internazionale di Pulcinella, ossia il fatto che la Cina passa sottobanco armi ai miliziani anticristiani in Myanmar per assestare il colpo di Stato. Il multiforme universo anti occidentale rappresenta l’atroce antitesi della cristianità».
Non ci sono però solo violenze fisiche. Esistono molti modi per mettere a disagio o discriminare una persona...
«Senza dubbio. La violenza contro i cristiani, oltre ad assumere forme fisiche, si manifesta pure con bossing o mobbing sul lavoro e censure su iniziative pro vita. Persino in Occidente la dittatura del massimalismo chic col politicamente corretto del centrosinistra, e la dittatura del massimalismo radical, tra cancel culture, woke e neo comunismi, occupano gli spazi accademici mainstream, emarginando o ridicolizzando le idee dei veri cattolici, che non sono i cattocomunisti. Per non parlare delle repressioni subdole che si consumano in Cina, dove malgrado l’istruzione ateista e l’indottrinamento socialista anche con l’IA, i divieti di catechizzazione cristiana sui minori, i controlli di massa attraverso biosorveglianze e riconoscimenti facciali, aumentano le conversioni. C’è bisogno di Cristo nella vita concreta».
La Cina rappresenta un’area molto difficile. Il Vaticano apre, Pechino pare invece di no.
«La Cina ha vissuto la sconfitta del socialismo reale di fine Novecento da revanscista globale, e corrompe l’opinione pubblica con narrative sinicamente corrette che la descriverebbero come più aperta alle religioni. Ma i religiosi cattolici per non avere problemi devono appartenere all’associazione patriottica del partito comunista unico. Chi ne è fuori aderisce alla Chiesa cattolica sotterranea o clandestina, che è martire. Ci eravamo illusi che il comunismo antireligioso fosse morto nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, e invece mutatis mutandis vive ancora, e in Cina è più forte di prima. Nel 2018 sotto il papato di Francesco la Santa Sede con la Cina ha stretto accordi secretati, prorogati nel 2024 fino al 2028. Non vedo i risultati di tali accordi e ove vi fossero sono a favore della Cina, poiché le discriminazioni aumentano. Non posso comunicare liberamente con frati francescani che vivono lì facendo finta di essere studenti, i servizi cinesi sanno chi sono, ma al comunismo serve solo il silenzio, per me troppo assordante. Il martirio della pazienza fu il titolo del libro di memorie postume del card. Casaroli, che fu l’uomo della Ostpolitik vaticana nel 1963-89 con tentativi di dialogo tra Santa Sede e Paesi sovietici. Come allora il mondo cattolico si piegò al comunismo sovietico, così oggi con gli accordi del 2018 siamo di fronte a un altro martirio della pazienza davanti al comunismo cinese. Per l’Italia e l’Europa immagino invece accordi condizionati alla liberazione dei cristiani dai Laogai o campi di concentramento sinici, e alla libertà religiosa dei bambini provenienti da famiglie cattoliche della chiesa sotterranea. Questa mia idea l’ho chiamata “Piano Zen”, dal nome del card. Joseph Zen, simbolo della chiesa sotterranea. Solo la sua notorietà gli ha risparmiato decenni di prigioni e Laogai. Il “Piano Zen” aiuterebbe i cristiani e sosterrebbe il cardinale sul piano internazionale».
I numeri del Vecchio continente sono impietosi. Sempre meno fedeli, sempre più stranieri, specie di fede islamica. Il futuro è davvero così grigio?
«L’alleanza tra l’anti-occidentalismo woke e quello islamista si aggira per l’Europa, e i laicisti progressisti strizzano l’occhio a tale alleanza in funzione decristianizzante. Se sapremo convertirci alla conservazione delle radici dell’Europa potremo veder nascere più conversioni a Cristo. Oltre 388 milioni di cristiani nel mondo subiscono persecuzioni, ma l’Europa nei trattati Ue omette di menzionare le radici cristiane».
In Africa, accanto alle tante persecuzioni, si registrano pure segnali di speranza. L’evangelizzazione dell’Europa ripartirà da lì?
«Ottima notizia di speranza per la Chiesa e per l’Africa, ma aspettare cristiani da altri continenti significa rischiare sincretismi culturali diseuropei. Significa cancel culture ed eutanasia dell’Europa. Significa arrendersi alla fine dell’Europa in un suicidio ontologico-ambientale delle radici, col trionfo del flaccido nichilismo progressista, europeista ma anti europeo».
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Marco Tarchi (Ansa)
Il politologo: «La decisione di Buttafuoco può facilitare la ripresa del dialogo con la Russia. La Meloni dovrebbe cogliere l’occasione e svincolarsi dai diktat di Bruxelles: governo e Paese ne avrebbero tutto da guadagnare».
Professor Marco Tarchi, politologo e docente alla scuola di scienze politiche dell’università di Firenze: la Biennale di Venezia non è mai stata così al centro del dibattito. Da una parte il presidente Buttafuoco, che rivendica la sua scelta di aver consentito l’apertura del padiglione russo, dall’altra una parte del governo, a cominciare dal ministro Giuli, che dichiara: «La Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo aggirando le sanzioni». Rispetto a questa polemica, lei come si posiziona?
«In completo accordo con Buttafuoco. Fin dai primi giorni dell’attacco all’Ucraina ho espresso la mia contrarietà rispetto alla posizione assunta dal governo italiano, che avrebbe dovuto adoperarsi affinché l’Unione europea evitasse di adeguarsi supinamente agli interessi statunitensi e di quello che almeno sino ad allora era il loro braccio armato e assumesse invece un’iniziativa diplomatica per arrestare il conflitto nel più breve tempo possibile. E soprattutto ho deplorato l’esplosione di una vera e propria isteria antirussa mediatica e politica, spalleggiata da buona parte degli ambienti intellettuali progressisti. Dopo più di quattro anni, sarebbe l’ora di ragionare con il buonsenso e non con l’ideologia, rendendosi conto che fare della Russia il proprio nemico è una follia. Il ritiro delle sanzioni sarebbe lo strumento di trattativa più efficace per giungere alla fine delle ostilità. E la riapertura di un dialogo culturale – che la decisione del presidente della Biennale facilita – agirebbe nello stesso senso».
Ha fatto bene Buttafuoco a citare le parole del presidente Mattarella ai David di Donatello, riferendosi a «libertà e audacia» come mandato del lavoro artistico?
«Citare Mattarella, che è uno dei più tenaci assertori della linea atlantista di incondizionato sostegno a Kiev, per sostenere una decisione a lui certamente sgradita, è un capolavoro di sagacia retorica, una materia in cui Pietrangelo Buttafuoco si è da sempre dimostrato un maestro. Anche quando – mi è capitato poche volte, ma è accaduto – non mi sono trovato d’accordo con lui su qualche giudizio. E comunque sì, libertà e audacia sono ingredienti indispensabili dell’attività artistica».
Non crede che aprire il padiglione alla Russia possa compromettere l’immagine internazionale dell’Italia? Questa polemica rispecchia anche le divisioni in seno al governo sull’atteggiamento da tenere con Mosca?
«Penso l’esatto contrario. L’Italia avrebbe tutto da guadagnare se assumesse, in materia di politica internazionale, una capacità d’iniziativa almeno in parte autonoma dai diktat d’oltreoceano o da quelli della Commissione di Bruxelles. Significherebbe rispettare concretamente le promesse di difesa degli interessi nazionali tante volte sbandierate da Giorgia Meloni prima e dopo l’approdo a Palazzo Chigi. È evidente che in questo campo la compagine di governo è condizionata dai veti di Forza Italia, ma se chi la guida non è in grado di superarli, finirà con pagarne il conto al momento delle elezioni. E magari si ritroverà disarcionata dall’ennesimo compromesso centrista per uno di quei governi delle larghe intese contro cui ha tuonato per un decennio».
Cosa pensa dell’intervento della Commissione europea, che minaccia di ritirare i finanziamenti alla Biennale? Scorge un’ipocrisia nella diversità di trattamento riservato ad Israele?
«Certamente sì. È l’ennesima prova della cecità geopolitica degli attuali dirigenti dell’Unione europea e della loro sudditanza – prima di tutto psicologica – ai voleri di un “alleato” che in realtà li ha sempre considerati poco più che dei servi e che adesso non si trattiene neanche più dal dirlo a chiare lettere. L’inazione dell’Ue nei confronti dei massacri e delle distruzioni perpetrati a Gaza, e oggi anche in Libano, è vergognosa».
Sempre a proposito del ministro Giuli, si è parlato di finanziamenti pubblici a film «immeritevoli». Ritiene giusto che lo Stato sovvenzioni il cinema nazionale, e come giudica certi criteri di assegnazione?
«Da bulimico appassionato di cinema, che utilizza gran parte del proprio tempo libero per vedere film in sala (astenendosi da qualunque serie o piattaforma), posso dire che l’orientamento ideologico della produzione cinematografica italiana è davvero sconcertante. Chi ha dubbi sul fatto che l’egemonia culturale progressista sia tuttora vigente non ha che da verificare di persona. Il che spiega perché il ministro di un governo di centrodestra possa essere imbarazzato nel foraggiare a spese dello Stato una produzione di questo tipo. Anche in questo settore, però, deve vigere la regola della libertà artistica e quindi l’unico criterio per l’assegnazione dei fondi deve essere la qualità dei lavori presentati. Che, rispetto alla produzione a cui accennavo, è molto ineguale. Ma immagino che per la parte politica che egemonizza questo campo ogni pellicola che veicola i suoi messaggi sia, di per sé, un capolavoro…».
Nel suo libro Le tre età della fiamma, lei indaga sull’identità del popolo di destra. Ritiene che sul piano culturale la destra italiana sia ancora succube dei progressisti?
«Più che succube, mi pare tuttora incapace di produrre alternative valide. Attaccare le cittadelle stabilmente presidiate dai custodi di un’egemonia più che cinquantennale è certamente un compito arduo, ma se si manca di strategia e ci si limita a proclami e iniziative sporadiche diventa impossibile. Gli ambienti neofascisti, spinti dal desiderio di uscire dal clima asfissiante del ghetto nostalgico, avevano prodotto un progetto metapolitico di lungo periodo, impropriamente definito “gramscismo di destra”, che i partiti postfascisti hanno ignorato o frainteso. Il risultato è uno stallo, determinato anche dall’incapacità – per gelosie, sensi di inferiorità o timori di concorrenza – di avvalersi delle energie intellettuali disponibili».
I reiterati attacchi di Trump nei confronti del Papa sono frutto – si è scritto – di due cristianesimi contrapposti: quello «radicale» di Trump e quello «universale» di Prevost. Come spiega il comportamento di Trump contro il Vaticano?
«Il cristianesimo che pervade certi ambienti conservatori statunitensi, e in particolare l’elettorato trumpiano, ha tratti di fanatismo millenaristico prossimo alla superstizione (si pensi al sionismo cristiano delle sette evangeliche), di complottismo, di sciovinismo che difficilmente si possono conciliare con il messaggio cattolico. E Trump si ritiene investito di un potere immune da qualsiasi limite imposto dall’esterno; vuole farsi passare, come dimostrano alcune sconcertanti immagini prodotte con l’intelligenza artificiale, per un inviato da Dio incaricato di interpretarne le volontà. Non stupisce che finisca per essere tentato dal giocare all’antipapa».
Pensa che sull’onda di Trump, che probabilmente verrà punito alle prossime elezioni di MidTerm, anche i partiti conservatori e populisti europei subiranno una débâcle?
«Dipende dal loro grado di appiattimento sul modello trumpiano, oggi sempre più impopolare. Marine Le Pen, ad esempio, ha sempre saputo tenersi lontana dagli esercizi di ammirazione verso l’instabile inquilino della Casa Bianca. Altri non l’hanno fatto e potrebbero risentirne».
L’attacco all’Iran testimonia la fine di un ordine mondiale dominato dagli americani? Dove dovrebbe schierarsi l’Italia nel nuovo mondo multipolare?
«Per la verità, l’attacco all’Iran è stato motivato dalla volontà di ribadire il dominio statunitense a livello planetario, spingendosi ben al di là dei confini della dottrina Monroe. E le minacce a Cuba dimostrano che le velleità di Trump sono tutt’altro che esaurite. L’Italia, e soprattutto l’Europa, dovrebbero prendere sempre più le distanze da questo progetto e capire quali sono i loro veri nemici. Mentre mi pare che stiano facendo il contrario».
La Nato pensa sia giunta al capolinea, e forse Trump ne sarà il becchino, oppure ne uscirà semplicemente riformata?
«Checché oggi ne vada dicendo Trump, la Nato è uno strumento essenziale agli Stati Uniti per tenere sotto controllo i Paesi europei ed impedire ad essi di varare una politica di progressiva autonomia strategica politico-militare (di cui peraltro, nell’odierno governo dell’Ue, non si vede la benché minima traccia). Dubito quindi molto che esista una volontà dell’amministrazione di Washington di svuotarla progressivamente. Minacciare di dislocare altrove una parte dei propri effettivi militari non significa affatto rinunciare alle basi esistenti e agli armamenti (nucleari) di cui dispongono. E quanto alle riforme, gli Usa nei fatti bloccherebbero tutte quelle che portassero davvero ad una parità di ruoli fra le due sponde del campo atlantico. Che comunque un governo “sovranista” si rammarichi dell’ipotesi di perdere 5.000 soldati Usa accampati sul suo territorio è un paradosso emblematico».
La Francia intende estendere il suo ombrello nucleare ad altri Paesi europei. Quanto la preoccupa tutto questo?
«Non poco, anche se fra le parole e i fatti, come sempre, rischia di esserci una distanza significativa. Questo rigurgito di pseudo-bellicismo rivolto contro una potenza che avremmo tutto l’interesse a farci amica – e che, a sua volta, avrebbe tutto l’interesse ad accettare questa amicizia – potrebbe sfuggire di mano e creare disastri spaventosi. È meglio non ballare sull’orlo di un baratro».
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Vladimir Putin (Ansa)
Il Cremlino apre alle trattative: davanti all’enorme crisi energetica attuale, la logica vorrebbe una risposta pronta che però non arriva. L’unica replica, scettica, arriva da Berlino: «La Russia spesso fa false offerte». Witkoff e Kushner presto a Mosca.
«Non c’è nulla di più forte di quei due combattenti là: tempo e pazienza», parola di Lev Tolstoj in Guerra e Pace.
Vladimir Putin, spiazzando molti osservatori improvvisati anche se paludati, ha scandito: «L’obiettivo dell’operazione speciale resta la vittoria, tuttavia la questione sta giungendo alla fine». In più i due mediatori americani, Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi «presto» a Mosca. Perché? Le ragioni sono probabilmente due: da oltre quattro anni i russi combattono sul fronte ucraino e con l’arrivo dell’estate la guerra si sposta ad altezza droni dove Kiev ha un vantaggio tattico. Nell’annuncio Putin ha messo le mani avanti: «I nostri eroi combattono contro tutte le forze Nato, nonostante ciò continuano ad avanzare e la vittoria è stata nostra e lo sarà per sempre!». E la pazienza?È quella che Putin - che ha parlato dopo la parata del 9 maggio «giorno della vittoria» andata in scena in forma ridotta per precauzione - metterà in campo nelle trattative a cui «mai ci siamo sottratti». Donald Trump però non si metta di mezzo e se vuole e ne è capace l’Europa faccia la sua parte. Il primo lo ha liquidato affermando: «Questa rimane prima di tutto una questione tra Russia e Ucraina».
Bruxelles l’ha messa in mora sostenendo: «Mai rifiutati colloqui con l’Unione europea». E poi ha dato, metaforicamente, due schiaffoni a Ursula von der Leyen: «Per noi un mediatore gradito è Gerhard Schröder che non ha mai usato un linguaggio offensivo verso di noi». L’altro manrovescio diplomatico arriva dopo un colloquio riservato che Vladimir Putin ha avuto con Robert Fico, il leader della Slovacchia, contro il quale Ursula von der Leyen ha fatto di tutto accusandolo di putinismo perché Slovacchia e Ungheria pretendevano da Kiev il riallaccio dell’oleodotto russo che porta il petrolio a Bratislava e a Budapest. Robert Fico era tra i pochissimi invitati alla «parata della Vittoria» e aveva con sé una missiva con cui Volodymir Zelensky proponeva un incontro bilaterale ai russi. Putin l’ha così commentata: «La Russia non ha obiezioni agli incontri» e ha aggiunto «nemmeno a tenere colloqui in un paese terzo, a condizione che i colloqui mirino alla firma di un accordo». Da qui l’annuncio che la «questione sta giungendo alla fine». Putin, che per trattare si affida a Fico e Schröder, per la Von der Leyen è quanto di peggio poteva capitare: non può dire no, ma deve legittimare ciò che lei ha combattuto. Schröder nega con la sua stessa persona la sanzioni contro il gas e l’economia russi, di fatto le sole cose che ha fatto Ursula von der Leyen, al netto di aver agitato il pericolo per riarmare la Germania (e aiutarla così a uscire dalla sua crisi economica) e facilitare in ogni modo l’Ucraina attingendo dalle tasche dei contribuenti europei. Schröder, già leader dell’Spd e cancelliere tedesco, è da sempre amico di Putin: era nel board di Gazprom, il colosso del metano russo, è stato colui che ha elaborato la costruzione del Nord Stream (il gasdotto fatto saltare in aria dagli ucraini) e proporlo come mediatore è una sfida aperta all’Ue. Che tace lasciando che a reagire sia Berlino. Dal quartier generale dell’ex cancelliere socialdemocratico nessuna conferma, mentre Friederich Merz s’affida a una nota del portavoce del governo federale: «Abbiamo preso atto di queste dichiarazioni che si inseriscono in una serie di false offerte da parte della Russia: si tratta della lor ben nota strategia ibrida; se hanno intenzioni serie comincino col prolungare la tregua sul fronte ucraino».
Dove invece si è continuato a combattere con accuse reciproche di violazione della tregua (gli ucraini lamentano almeno tre morti a Zaporizhzhia e 17 feriti, i russi tre incursioni con droni). Chi ha parlato è il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov che ha riavvicinato il Cremlino alla Casa bianca e ha confermato che i due mediatori americani Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi a Mosca «per continuare presto il nostro dialogo». E poi ha fatto capire - da qui la pazienza - cosa Fico deve aver riferito a Putin: «In Ucraina sanno che dovrà essere ceduto il Donbass e lo faranno comunque, prima o poi».
Volodymir Zelensky non ha commentato direttamente le parole di Putin, ma Serhiy Leshchenko, consigliere presidenziale, ha risposto: «Zelensky è pronto a incontrare Putin ovunque, ma non a Mosca, perché è la capitale di uno Stato aggressore».
Chi invece si è tolto molte soddisfazioni è Robert Fico, che ha sottolineato: «È stato confermato ancora una volta che la mancanza di un dialogo politico a tutti gli effetti è un errore madornale. L’Ue si limita a imporre sanzioni che, tra l’altro, non fanno altro che rafforzare l’autosufficienza della Russia. Considero il caro prezzi energetico come una tassa che i cittadini devono pagare per la stupidità e l’ ideologica ossessione della Russia che ha l’Ue». Da ieri è un po’ più complicato dargli torto.
«L’Europa non lasci cadere nel vuoto l’apertura di Putin. Dopo quattro anni di guerra, morti e sanzioni, la parola torni alla diplomazia», l’appello della Lega.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
La cacciata di Emanuele Merlino ed Elena Proietti coincide con una curiosa sintonia tra ministro e Quirinale.
Chi conosce il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, sa benissimo che due sono le sue caratteristiche principali: non essere un cuor di leone e il fiuto nel sapere anticipare dove tira il vento. Ed è forse per questo che l’anticipazione del Corriere della Sera rispetto ai decreti di revoca che sarebbero partiti o sarebbero in partenza da via del Collegio Romano non ha sorpreso le stanze più importanti di via della Scrofa, sede di Fratelli d’Italia.Non è tanto la scelta di azzerare il suo staff, ma il peso che hanno le persone «silurate» da Giuli e gli scontri verbali di Giuli con le persone interessate.
Ai lettori i nomi di Emanuele Merlino e di Elena Proietti dicono poco, ma a Roma invece pesano. Eccome se pesano.
Elena Proietti è stata assessore di Fratelli d’Italia a Terni ed è esponente di spicco dei meloniani in Umbria. Emanuele Merlino è uno degli uomini più di stretta fiducia di Giovanbattista Fazzolari, militante di vecchia data dal Fronte della Gioventù fino all’adesione in Fdi e soprattutto figlio di Mario Merlino, figura storica e complessa della destra romana e italiana. Emanuele Merlino al ministero della Cultura era gli occhi e la voce di Palazzo Chigi, era il sensore di Fazzolari, prima con Gennaro Sangiuliano poi appunto con l’attuale ministro. La revoca di Merlino quindi è una revoca pesante, che scotta, tanto più che attraverso questa figura il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri garantiva per il «tecnico d’area» arrivato al ministero dopo le dimissioni rumorose di Sangiuliano. Non è un mistero infatti che al posto di Sangiuliano un pezzo del partito avrebbe voluto una figura diversa, più organica; tra questi che avrebbero lasciato Giuli al Maxxi c’era sicuramente il presidente del Senato, Ignazio La Russa.
Pertanto la rottura con Emanuele Merlino significa rottura con Fazzolari e prima crepa evidente nel rapporto con Giorgia Meloni, una incrinatura che arriva dopo lo scontro accesissimo avuto col vicepremier, nonché leader della Lega, Matteo Salvini (del quale tra l’altro Giuli era stato un consigliere per le politiche culturali dopo la adesione al comitato per il Sì alla Riforma di Matteo Renzi).
Dunque, se Giuli - che a detta di chi lo conosce non è un cuor di leone - manda a casa il braccio destro di Fazzolari dopo aver alzato la voce con Salvini in Consiglio dei ministri (e aver portato questo scontro anche all’esterno con interviste costruite ad hoc), cosa c’è sotto?
Le motivazioni ufficiali che il Corriere riporta sono le seguenti: «Emanuele Merlino pagherebbe il fatto di non aver vigilato sul documentario su Giulio Regeni, a cui il ministero ha negato i finanziamenti, promettendo poi di correre ai ripari. Chi conosce Giuli sa che è ancora molto irritato per questa faccenda di cui Merlino, al contrario, sarebbe stato a conoscenza». «Elena Proietti invece è “accusata” di non essersi presentata all’aeroporto e di non aver quindi partecipato alla missione del ministro a New York lo scorso mese».
Può bastare per un reset politicamente così importante e impattante rispetto ai piani alti di Fratelli d’Italia? Vale la pena ricordare che la sorella di Alessandro Giuli, non solo è amica di Arianna Meloni, ma è anche una dipendente della Camera in forza al gruppo di Fratelli d’Italia (e per questo «stalkerizzata» dalla trasmissione Report). Insomma ci dev’essere qualcosa di più della rabbia causata dal mancato finanziamento del documentario di Regeni, si interrogano in via della Scrofa.
Già, ma cosa? Diciamo che gli stessi ambienti ci invitano a seguire «le recenti uscite di Giuli e a seguirne la traiettoria: guarda caso lambiscono il Quirinale». Giuli era con il presidente Mattarella quando ha difeso l’importanza testimoniale del documentario su Regeni addossandosi le responsabilità del ministero per il mancato finanziamento; ed era sempre lì al Quirinale che, davanti agli attori e ai registi interessati ai premi David di Donatello, che il ministro sembrava tornare sulle tracce dell’amichettismo riaprendo il discorso sui finanziamenti al cinema e chiedendo proprio al Pd e all’opposizione di dialogare sulla riforma del settore. Su al Colle insomma il clima tra Giuli e il mondo del cinema era più che buono, dopo la burrasca dello scorso anno, con tanto di presa in giro da parte di Geppy Cucciari e critiche di attori e registi.
E che dire poi della Difesa di Mattarella dopo la citazione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco: non si usano impropriamente le parole del presidente della Repubblica, ammoniva Giuli in uno slancio quirinalizio.
Dunque - sospettano in Fratelli d’Italia - «o Giuli si sta lanciando col paracadute del Colle o è un pazzo». Ma quale sarebbe l’atterraggio di un eventuale lancio? «Beh, il nuovo pratone centrista nel caso di pareggio, il pratone dei nuovi diritti civili…».
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