Roberto Vannacci (Ansa)
Il capo di Futuro nazionale: «Non chiudo a un’intesa, ma voglio superare la Lega. Non mi piace il Donald gendarme del mondo».
Generale Roberto Vannacci, i sondaggi sono incoraggianti.
«I veri sondaggi li faccio in mezzo alla gente».
Cosa dicono?
«Che i dati sono molto sottostimati».
Il partito che ha fondato, Futuro nazionale, è al 4%.
«Questo lo dicono un po’ tutti».
Il vostro apporto sarebbe decisivo.
«Il centrodestra ha perso la trebisonda. Sembra tramortito. Quando si subisce un colpo, bisogna reagire. Il carattere emerge in questi momenti: se uno cade, si rialza più forte di prima. Le avversità non devono scoraggiare».
Polemizza?
«Cerco di riportare ai proponimenti iniziali. Anche se qualcuno, inizialmente, aveva persino insinuato un accordo con la sinistra per far cadere il governo».
Illazioni?
«Falsità».
Entrerete nel centrodestra?
«Solo a condizioni ben precise. Le alleanze si fanno su principi, valori e programmi. Su queste cose non transigeremo. Altrimenti, sarebbe il solito calderone».
Detterete condizioni?
«Preferisco chiamarle linee rosse. Se la coalizione non le supererà, ben venga».
Quali sarebbero?
«La postura internazionale, intanto: portare avanti i nostri interessi, uscire dal Green deal, abbassare il prezzo dell’energia, avviare il nucleare, continuare a usare il carbone. E poi l’immigrazione clandestina: deve essere bloccata».
Non sembrate distanti.
«C’è un centrodestra che qui, a Bruxelles, si muove più in linea con il Pd».
Forza Italia?
«Osservo tante manovre. Pare quasi che si voglia creare un’alternativa, anche se non capisco quale. Il terzo polo è già stato distrutto».
O Tajani o Vannacci?
«Non parlo di incompatibilità. A un certo punto, però, dovremo convergere su azioni concrete. E non mi interessa entrare in un governo che va in una direzione non auspicata».
Futuro nazionale può superare la Lega?
«Perché no?».
Dove spera di arrivare?
«Non metto limiti alla provvidenza».
Chi sono i vostri elettori?
«Disillusi di destra. E poi persone che non votano più: una parte sosteneva pure la sinistra o i5 stelle».
Quelli attratti dalle novità politiche?
«In questo caso, è una nuova politica: nata dal basso, lontana dai palazzi, immune alle congiure».
Lo dicono tutti, prima di conquistare il potere.
«Bisogna essere fedeli alle proprie convinzioni e non cadere in trappola. Io ho un vantaggio rispetto agli altri. Non faccio il politico di professione e ho realizzato il sogno che avevo da bambino».
Qual era?
«Fare l’incursore».
La maggioranza, quindi, non le pare in forma smagliante?
«Se uno sale sul ring titubante, viene messo al tappeto. Anche se non al massimo della forma, si deve sempre combattere con convinzione».
L’opposizione già esulta.
«Non credo che stia sopravanzando. Mi piacerebbe però vedere il centrodestra che riprende fiducia e rilancia con fierezza, senza giustificarsi e chiedere scusa. Bisogna continuare nella giusta direzione».
A Milano i forzisti hanno organizzato una manifestazione alternativa al Remigration summit.
«Non mi sorprende. In Europa respingono le proposte per rinforzare i controlli alle frontiere».
Fratelli d’Italia insiste sui rimpatri.
«Non c’è una grande differenza. La remigrazione serve a difendere la cultura e l’identità di una nazione. I rimpatri sono una delle misure che prevede».
Anche tra voi emergono i primi dissidi.
«Non mi stupirebbe, visto che siamo appena nati. Al massimo, però, c’è qualche divergenza di opinioni. Osservo invece una moltitudine di persone che si mobilitano per questo progetto e portano avanti la campagna di tesseramento».
Quanti sono i militanti?
«Gli iscritti stamattina erano 38.000, con 740 comitati in tutta Italia».
Come vi finanziate?
«Con le tessere e qualche donazione. Anche tanti imprenditori si sono offerti di aiutarci. Al momento, però, non abbiamo grandi spese. Le sedi ci vengono concesse in comodato gratuito dai simpatizzanti».
Chi sono quelli passati con voi?
«Deputati, consiglieri regionali, sindaci».
Li chiama «futuristi» in ricordo di Marinetti?
«Ci ispiriamo a quel movimento per eleganza, velocità e azione».
Ha duellato con Renzi nel podcast di Fedez. L’ex premier assicura: «Se Vannacci molla, perde la faccia. Se tiene duro, perdono le elezioni».
«Renzi ragiona da Renzi: è ossessionato dalla mossa del cavallo. Non rappresenta più nessuno e cerca di tornare sul palco. È intelligente, ma ha perso totalmente credibilità. Allora spera che Vannacci agisca come lui. Diceva a Letta: “Stai sereno”. Il giorno dopo lo ha fatto cadere dalla poltrona».
Anche lei aveva giurato fedeltà alla Lega, tanto da venire nominato vicesegretario.
«È totalmente diverso. Io ero entrato da indipendente. Avevamo fatto un patto di principi: c’era una posizione internazionale chiara, soprattutto sulla guerra in Ucraina. Le cose, però, sono cambiate. Non posso votare in Europa contro le armi e poi accettare l’opposto in Italia. Non posso condividere il sovranismo a giorni alterni. E non posso neanche vedere una rappresentante del mondo Lgbtq a un evento di partito».
Francesca Pascale, l’ex fidanzata di Berlusconi?
«Invitarla dopo aver detto che si deve difendere la famiglia naturale, significa tradire gli ideali».
Qual è stato il motivo scatenante del suo addio?
«Sicuramente, la firma del decreto sugli aiuti militari all’Ucraina. Ma anche l’atteggiamento di vari esponenti della Lega nei miei confronti».
Ostile?
«Non c’era giorno senza polemica: una volta Zaia, un’altra Fontana, poi Romeo, dopo Molinari. E tu, segretario, non sei in grado di riportare tutti sulla stessa strada. Allora, se devo essere un corpo estraneo, mi dispiace: non faccio l’ospite indesiderato».
Erano critiche o gelosie?
«Penso gelosie. Una figura come la mia, entrata in un partito storico con prorompenza e popolarità, sicuramente ha suscitato qualche preoccupazione».
Ora tallonate la Lega nei sondaggi.
«Anche su questo, voglio essere estremamente sincero: dimostra che ho fatto la scelta giusta. Me l’hanno confermato tante persone».
Ha più sentito Salvini?
«Due mesi fa gli ho mandato un messaggio di auguri per il suo compleanno. Non mi ha risposto».
C’è rimasto male?
«Immagino che non abbia trovato il tempo, visto che fa sia ministro che il segretario. Comunque, riformulo gli auguri».
Non l’avrà presa bene.
«Tra adulti si capisce e si va avanti».
Nardella le ha contestato, durante un vivace scambio nel Parlamento di Bruxelles, la vicinanza a Trump.
«Se Trump parte come il sovranista del “Make America Great Again”, va benissimo. Se invece si trasforma nel gendarme del mondo che fa esplodere i conflitti, allora non mi sta più bene».
«È il fallimento dei sovranisti anti europei», ha aggiunto.
«Non sono legato alla persona, ma a quello che fa. Alla sinistra, però, sembra strano. Se dev’essere fedele a tizio, lo resta a dispetto di tutto. Per questo Guareschi li definiva trinariciuti: la terza narice serviva per fare uscire il cervello e lasciare entrare le direttive di partito».
La guerra in Medio Oriente rischia di scatenare una crisi epocale.
«Nell’attesa di soluzioni strutturali, sono pronto a comprare l’energia da chiunque la venda a un prezzo inferiore rispetto a quello di mercato».
Anche dalla Russia.
«La acquistiamo già da paesi ben lungi dal rispettare i diritti umani: Algeria, Azerbaijan, Libia, Emirati Arabi… Ma di cosa stiamo parlando?».
Le danno del putiniano.
«Non sono filo russo. Sono pro italiano».
Meloni ha preso le distanze dal presidente americano?
«Ha fatto benissimo».
Il Corriere scrive: prima di accettare la candidatura con la Lega, Vannacci si sarebbe proposto senza fortuna a Fratelli d’Italia.
«È parzialmente vero. Non mi sono proposto, ma ci sono stati dei contatti. Abbiamo discusso anche di europee. Ho detto che poteva essere una cosa interessante».
Se Meloni chiama, Vannacci risponde?
«Mi confronto con tutti, figuriamoci se non parlo con Meloni. Il dialogo è aperto».
Lei si sente l’ago della bilancia?
«Non sto facendo giochi di strategia alla Renzi. Lui pagherebbe oro per essere al mio posto. Io cerco di fare il bene del movimento che ho fondato».
Vendetta, tremenda vendetta?
«Non ho nessun rancore verso il mio vecchio partito. Non cerco rivincite. Anzi, ho mantenuto un rapporto di estrema cordialità quasi con tutti».
Quasi.
«Diciamo il 90%».
E gli altri?
«Se è passata a Napoleone, passerà anche a loro».
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Toni Capuozzo (Ansa)
Il giornalista: «Il presidente Usa vuole una nuova Yalta, non la guerra mondiale. Gli europei si limitano a fare i notai della crisi. Qualcuno spera che l’America si impantani in Iran, ma noi avremmo solo da rimetterci».
Toni Capuozzo, inviato di guerra che nel 2005 durante il conflitto in Iraq fu anche sequestrato dalle forze paramilitari sciite dell’esercito del Mahdi, ha una grande esperienza in Medio Oriente. Ma lo scrittore e giornalista non ricorda in tutti questi anni una gestione simile della guerra da parte degli Usa.
«Non ho mai visto niente di paragonabile a quello che sta succedendo. Le guerre degli americani, per come le ho sempre viste, di solito sono gestite da team, oltre che approvate da un voto del Congresso. Se dovessi fare un esempio semplice di guerre simmetriche, direi che si è sempre trattato di conflitti da parte di Stati con degli eserciti, mentre oggi siamo di fronte a una guerra tra guerriglieri. Trump stesso si comporta da guerrigliero: il suo è un continuo stop and go, con attacchi a sorpresa e azioni non pianificate. Una realtà tormentosa, comprensibilmente, per analisti e mercati finanziari. Vedremo quale sarà l’epilogo finale».
C’è ancora una logica in questo attacco all’Iran?
«La vicenda è complicata dalla guerra sotterranea fra Trump e i democratici, ma aspettiamo i risultati finali. C’è ancora possibilità di vittoria per gli americani. E poi diciamoci la verità, oggi è opinione comune pensare che Trump abbia ottenuto soltanto sconfitte, che il regime iraniano sia più forte di prima, che la stessa mancata libera circolazione delle merci dimostri un bilancio fallimentare di questa guerra. Ma aspetterei prima di emettere un verdetto definitivo».
Per guerra sotterranea cosa si intende?
«Esiste una guerra sì internazionale, ma anche una guerra parallela portata avanti da una parte politica dell’America e dell’Europa: c’è chi spera prima di tutto che Trump si impantani in Iran, mentre la finanza e l’ambiente economico lo sostengono ancora. I democratici, ma a questo punto direi non solo, sperano in un’anatra azzoppata. Ma se uno spera che Trump fallisca, in automatico tifa per l’altro, e mi chiedo: come si fa a sperare che i pasdaran abbiano la meglio? Questo è un elemento che complica la situazione. In questo momento poi che la Cina non aspetta altro…».
Ecco la Cina, il vero nemico di Trump. Dopo il Venezuela, l’Iran avrebbe dovuto rappresentare l’altro trofeo nella gara del petrolio. E invece, si trattava di due sport completamente diversi…
«La Cina in un primo momento ha fatto dichiarazioni di sostegno all’Iran, in qualche modo sembrava quasi che volesse persuadere i pasdaran a essere più malleabili sui negoziati. Ma dopo che c’è stato lo scontro su Hormuz e gli iraniani hanno risposto colpendo con i missili, gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato di essere pronti a contrattaccare. Si sta aprendo un fronte secondario, un fronte nel fronte: Emirati Arabi contro Iran. E la Cina ora vede la situazione da un’altra prospettiva. Cerca una tregua».
Presto Trump dovrebbe recarsi a Pechino. Questo cambierà le cose?
«Come dicevamo, la Cina ha fallito questo tentativo di testare la malleabilità del regime e a questo punto l’Iran resta una sua area di influenza, ma non può sostenerlo così tanto in guerra, o meglio, lo vorrebbe più presentabile agli occhi del Medio Oriente. Questa situazione è un guaio grosso per tutti».
Ma Trump è ossessionato dal nemico cinese?
«Sì, lo penso anche io. Si tratta di un braccio di ferro tra Usa e Cina, ma Trump cerca una nuova Yalta, un po’ come se il presidente degli Stati Uniti volesse dire: dividiamoci il mondo. Questo vuole comunicare Trump a Xi Jinping. La Russia e l’Ucraina lo dimostrano: a lui non interessa chi ha ragione. Dietro c’è la ricerca di un equilibrio per la spartizione dei territori. È un countdown non verso una guerra mondiale, ma verso una nuova Yalta».
Ma, seguendo il filo di questo ragionamento, l’Europa, in pratica, sparisce?
«L’Europa sta facendo di tutto per spaccarsi e scomparire. Noi non possiamo che vedere un’Europa e una Nato con il ruolo di osservatori, non sono di certo attori attivi ma semmai passivi: noi europei siamo notai della crisi».
La spallata di Trump non c’è stata, diciamolo…
«Trump ha aperto la finestra e ora tira vento da tutte le parti. Dobbiamo fare il tifo per la fine di questa guerra. Ci vuole un equilibrio mondiale anche imperfetto, ma chiaro. E questo perché le guerre che in passato non sono arrivate a stabilire un nuovo ordine sono poi riscoppiate a distanza di poco tempo, penso al vicino Libano e a Israele. Sarà necessario un Iran con un’altra impronta e un altro spirito, prima di tutto senza l’opzione di costruzione del programma nucleare, tanto temuto dall’Occidente. Perché la pace non si può pensare con la minaccia dell’Iran che apre e chiude il rubinetto di Hormuz. O che costruisce segretamente armi atomiche. Poi si può litigare per giorni sul fatto che Trump sia pazzo o meno, che le sue siano state scelte avventante e spinte dall’emotività, però in questo momento noi tifiamo per gli Usa, consapevoli che sperare in un Trump impantanato è il finale più tafazziano possibile».
A proposito di minaccia nucleare, si cerca un accordo che preveda la sospensione totale dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni. L’Iran mira a 5 anni, Washington ne vuole 20. Chi la spunterà?
«Questi numeri di solito diventano una media, almeno secondo la mia esperienza: però se noi usciamo da questo conflitto giocando a nascondino, non va bene. O l’Occidente si impone e dice: l’Iran come Paese non può aggiungersi al club degli Stati nucleari, oppure rischiamo di continuare a farci prendere in giro. Non c’è un Paese così ricco di petrolio che abbia realmente bisogno del nucleare per scopi civili, è chiaro che l’Iran lo arricchisce per avere un’arma atomica. Lo stesso Iran che, inoltre, ha promesso di distruggere Israele… quindi bisogna negoziare».
A proposito di Israele, Netanyahu è la mente di questa guerra?
«No, ma è un partecipante molto interessato e diciamo che se l’Iran uscisse da questa guerra per quello che è oggi Israele sarebbe a lutto. Sebbene l’Iran sia una minaccia depotenziata, ha rivelato al mondo una capacità di resistenza inaspettata. Oltretutto si è scoperto essere un Paese molto meno debole del previsto: la Cia aveva fornito informazioni decisamente sbagliate sulla volontà degli iraniani di essere pronti a scendere in piazza in qualsiasi momento. Così non è stato. Un Iran belva ferita è sempre più feroce di un Iran belva sazia. Questo gli Usa devono stamparselo in testa, Israele lo sa. Diciamo che Israele fa i suoi interessi spingendo verso una soluzione chiara che preveda il tramonto dell’Iran, o almeno mira a un peso negoziale più interlocutorio: il sogno di Netanyahu resta l’Occidente che tiene l’Iran per la gola».
Intanto Rubio ha fatto visita al Papa per tamponare le ferite inferte al Vaticano da Trump. Missione compiuta?
«Rubio è un grande cattolico e questo ha pesato molto nell’incontro tra lui e il Pontefice. Il segretario di Stato Usa è stato mandato come un unguento agli attacchi trumpiani, anche se avrebbe dovuto comunque venire in Italia a prescindere dalla diatriba tra i due. Ma quale occasione migliore per giocare al poliziotto buono e a quello cattivo? Il cattivo è Trump, ovviamente, che non le manda a dire neanche al Papa. Trump parla come se avesse di fronte Obama e non il Pontefice, al quale continua ad addebitare l’errore di aver lasciato all’Iran la possibilità di compiacere un certo tipo di elettorato».
Meloni come dovrebbe muoversi tra falchi o le colombe?
«Meloni deve accettare di essere marginale, tenersi aperte tutte le strade… come si suol dire, Francia o Spagna, purché se magna. Se Trump vincesse per l’Italia diventa importante non essere considerata ostile, se Trump perdesse va mantenuto un qualche rapporto con il nuovo regime. Siamo ancorati a un’Europa che è irrilevante».
La Russia è l’unico spettatore che gode in questo momento?
«Il petrolio russo si sta valorizzando e Trump si sta arenando esattamente come successo a Putin quattro anni fa, quindi, per lui è un momento estremamente soddisfacente: diciamo, in sintesi, un’occasione favorevole per la Russia e sfavorevole per Kiev. In Russia si producono armi a prescindere dalla fine dell’Iran. Ormai è chiaro il disimpegno Usa in Ucraina. L’Ucraina, nonostante la sconfitta di Orbán, è più sola che mai. Non vedo bene la guerra di Zelensky, l’Ucraina è declassata a crisi di secondo livello, un problema in secondo piano».
Possiamo concludere dicendo che la furia trumpiana ha cambiato il mondo?
«La situazione è stagnante con due sassi lanciati uno in Ucraina e uno nel Golfo e con onde che si ripercuotono ovunque, in tutto il mondo. Papa Francesco aveva ragione quando affermava che è in corso una guerra mondiale a tappe. E questo, sì, in parte dipende dall’America che pensa che tutti vogliano il tostapane e la macchina nel box. Ma lo stesso, forse in modo più elegante, vale per l’Europa che da sempre mira all’esportazione dei suoi valori. Da sempre, in tutte le guerre».
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True
2026-05-11
L’Iran apre all’intesa su guerra e Hormuz, ma non sul nucleare. Trump: «Risposta inaccettabile»
Donald Trump (Ansa)
Teheran invia agli Usa la replica alla bozza d’intesa: disponibilità a riaprire gradualmente lo Stretto di Hormuz e a fermare le ostilità, ma nessun impegno preliminare sull’uranio arricchito. Il tycoon attacca: «Prima o poi lo prenderemo».
L’Iran ha inviato la propria risposta all’ultima bozza di accordo proposta dagli Stati Uniti per mettere fine alla guerra in Medio Oriente. A riferirlo è stata l’agenzia statale iraniana Irna, secondo cui il piano negoziale si concentra in questa fase esclusivamente sulla cessazione delle ostilità nella regione e la sicurezza marittima.
Washington ha trasmesso la proposta ai mediatori la scorsa settimana sotto forma di un memorandum d’intesa in 14 punti, che prevede anche un mese di negoziati successivi per affrontare le questioni più delicate, a partire dal dossier nucleare e dalla sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende cedere alle pressioni occidentali nonostante i negoziati in corso con Washington. «Non ci inchineremo mai di fronte al nemico», ha scritto sui social, precisando che il dialogo con gli Stati Uniti «non significa resa o ritirata», ma serve a «difendere i diritti della nazione iraniana e proteggere gli interessi nazionali con ferma determinazione». La tv di Stato iraniana, inoltre, riferisce che Teheran cerca di porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso il Libano.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la risposta iraniana inviata a Washington contiene aperture sulla graduale riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla cessazione delle ostilità, ma non soddisfa la richiesta americana di assumere impegni preliminari sul futuro del programma nucleare e sulle scorte di uranio altamente arricchito. I nodi sul dossier atomico verrebbero rinviati a una seconda fase di negoziati della durata di 30 giorni. Donald Trump ha reagito duramente al documento inviato da Teheran: «Ho appena letto la risposta dei cosiddetti rappresentanti iraniani. Non mi piace per niente, è assolutamente inaccettabile», ha dichiarato il presidente americano.
Sui negoziati pesa anche l’incognita legata alla nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, successore del padre Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti di Usa e Israele. Dopo mesi di assenza pubblica e voci contrastanti sul suo stato di salute, i media iraniani hanno riferito di un incontro con il comandante del quartier generale Khatam al-Anbiya, Ali Abdollahi, che avrebbe illustrato lo stato di preparazione delle forze armate iraniane. Secondo la televisione iraniana, Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato di continuare a «contrastare i nemici con forza e determinazione». Lo stesso comando militare iraniano e le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato risposte rapide contro basi americane e «navi nemiche» in caso di nuovi attacchi. Intanto cresce la tensione nello Stretto di Hormuz. La Marina iraniana ha annunciato il dispiegamento dei sottomarini leggeri soprannominati «delfini del Golfo Persico». Il comandante della Marina, il contrammiraglio Shahram Irani, ha spiegato che questi mezzi possono restare nascosti per lunghi periodi sul fondale marino delle acque strategiche dello stretto, monitorando e, se necessario, attaccando navi considerate ostili. L’Iran ha minacciato Gran Bretagna e Francia avvertendo che qualsiasi nave da guerra inviata nello Stretto di Hormuz riceverà una «risposta decisiva e immediata» da parte delle forze armate iraniane.
Da Washington, Donald Trump ha rilanciato i toni minacciosi sul programma nucleare iraniano. Commentando le scorte di uranio arricchito sepolte sotto le macerie dei siti bombardati, il presidente americano ha dichiarato: «Prima o poi lo prenderemo... Lo teniamo sotto sorveglianza. Ho creato una cosa chiamata Space Force, e loro lo stanno monitorando... Se qualcuno si avvicina a quel posto, lo sapremo e lo faremo saltare in aria». In un’intervista anticipata dalla Cbs, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sostenuto che «la guerra contro l’Iran non è finita» perché Teheran conserva ancora uranio arricchito che dovrebbe essere rimosso dal Paese. «Penso che si sia ottenuto molto, ma non è finita perché c’è ancora materiale nucleare, uranio arricchito, che deve essere portato fuori dall’Iran», ha dichiarato. Alla domanda su come rimuoverlo, il premier israeliano ha risposto: «Si entra e lo si porta via». Netanyahu ha inoltre riferito che Trump gli avrebbe detto: «Voglio entrare lì dentro». E ha aggiunto: «Se c’è un accordo e si entra e lo si porta via, perché no? È il modo migliore».
Il fragile cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile continua inoltre a mostrare segnali di cedimento. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato due droni iraniani diretti verso il loro territorio. Nella città portuale iraniana di Chabahar, sul Golfo dell’Oman, una forte esplosione ha scosso l’area: secondo l’agenzia Mehr sarebbe stata provocata da ordigni inesplosi risalenti alla guerra. A Teheran il clima resta apertamente ostile agli Stati Uniti. «La pazienza è finita», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, minacciando una «risposta pesante» contro basi e navi americane in caso di nuove aggressioni contro imbarcazioni iraniane. «Gli americani devono abituarsi al nuovo ordine regionale», ha aggiunto. Intanto continuano le trattative dietro le quinte. Il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff hanno incontrato a Miami il premier del Qatar Mohammed bin Abdulrahman al-Thani. Doha, insieme a Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia, sta cercando di favorire un memorandum d’intesa per congelare il conflitto, riaprire lo Stretto di Hormuz e rinviare a una fase successiva il dossier nucleare iraniano. Secondo fonti diplomatiche, Washington considera il Qatar un attore decisivo per evitare una nuova escalation regionale.
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