Ursula von der Leyen (Getty Images)
Bruxelles sigla l’ennesimo accordo che ci sfavorisce: i produttori dell’isola potranno chiamare il loro vino come quello veneto. Lo stesso vale per il «Parmesan». In cambio, il taglio dell’export di carne di agnello e manzo.
Ormai Ursula von der Leyen è intenzionata a passare alla storia come colei che ha svenduto l’agroalimentare europeo per far fare quattrini alle industrie automobilistiche tedesche prendendosi una rivincita commerciale su Donald Trump che a nostra signora dell’Unione non sta affatto simpatico.
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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2026-03-25
«Maranza», Fidanza: «L'Europa ha veicolato una mentalità lassista che purtroppo oggi paghiamo»
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.
Volodymyr Zelensky (Ansa)
La Rada, poco coinvolta, fa ostruzionismo al governo che non ha ancora un piano anticorruzione. Perché regalargli 90 miliardi?
Potrebbe ritrovarselo all’interno, Volodymyr Zelensky, il nemico più ostico da superare. Si chiama Verchovna Rada ed è il Parlamento monocamerale dell’Ucraina. Quattrocentocinquanta deputati, sede Kiev, la Rada rappresenta l’organo legislativo supremo del Paese. Qui si approvano le leggi, si decide la politica estera e hanno il via libera le nomine più importanti. Ma per molti parlamentari da tempo non è più così. Nel senso che non vengono praticamente più consultati e per le riforme che dovrebbero segnare le sorti del Paese si trovano a svolgere un ruolo di meri ratificatori. Schiacciatori di pulsanti rispetto alle decisioni che vengono prese a Bruxelles.
Un malcontento prima strisciante e poi man mano più evidente che si materializza nei numeri: quando si sono tenute le ultime elezioni, anno 2019, Zelensky poteva contare su una maggioranza abbastanza sicura di 254 seggi. Oggi i fedelissimi non superano quota 111. Un problema, grosso. Soprattutto se si considera che i milioni e milioni di aiuti che stanno ancora arrivando dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale hanno delle condizionalità precise: l’approvazione delle riforme. Zero riforme, zero risorse.
Tre sono i punti di svolta sui quali gli organismi internazionali insistono: lotta alla corruzione, regole dello Stato di diritto e funzionamento delle istituzioni democratiche. Da qui deriva la necessità di un nuovo Codice di procedura penale, l’impellenza di norme che rafforzino l’indipendenza del Nabu (l’ufficio nazionale anticorruzione) o lo sviluppo di sistemi di controllo interno più efficaci.
Ma se Volodymyr Zelensky non ha la maggioranza fa fatica a far approvare le leggi, e se mancano le innovazioni diventano a rischio anche gli aiuti già deliberati ma non ancora distribuiti da Unione europea ed Fmi. Anche perché il presidente ha già rassicurato gli interlocutori: per l’approvazione in Parlamento delle riforme concordate non ci saranno problemi.
Le cifre le conosciamo. Parliamo del nuovo pacchetto da 90 miliardi approvato di recente da Bruxelles (30 miliardi per il sostegno macroeconomico al bilancio e 60 per la difesa) e di ulteriori 7,5 miliardi del programma 2026-2029 targato Fmi, con un primo esborso di poco inferiore al miliardo e mezzo che è stato già erogato.
Che queste risorse siano a rischio non lo diciamo noi ma lo evidenzia il Financial Times in un lungo articolo che riporta anche commenti non proprio lusinghieri dei deputati del popolo ucraino nei confronti del presidente.
Uno stallo si è registrato per esempio sull’introduzione dell’Iva per i piccoli imprenditori e sull’imposizione di un prelievo sui pacchi inviati dall’estero. Misure esplicitamente richieste dal Fondo monetario internazionale che pochi giorni fa mandato in visita a Kiev i suoi funzionare per valutare l’evoluzione delle politiche macroeconomiche dell’Ucraina.
Ma il discorso è molto più generale. E si concentra sulla vera svolta che Bruxelles pretende da Kiev per portare avanti il percorso di adesione nell’Unione: rafforzare le istituzioni anticorruzione. Il problema è che da questo punto di vista sembra tutto fermo.
Anastasia Radina, la rappresentante del partito di Zelensky «Servitore del Popolo» che presiede la commissione anticorruzione della Rada, non fa sconti al governo: «Ha le sue responsabilità», evidenzia sui social, se la riforma anticorruzione che Bruxelles ha chiesto di approvare entro la fine di giugno è ancora in alto mare.
Anche perché il vero cortocircuito che stai inguaiando Zelensky è nato proprio dal malaffare dilagante della politica ucraina. Lo scandalo di fine anno ha, infatti, costretto alle dimissioni il potente capo di gabinetto del presidente, Andriy Yermak. Yermak non è una persona qualsiasi ma per anni è stato il vero numero due del Paese. Ha gestito la politica estera, ha avuto un ruolo centrale nei negoziati e nei rapporti con gli Stati Uniti ed ha partecipato direttamente ai colloqui di pace. Non solo. Perché ha avuto una funzione chiave anche nel garantire la disciplina parlamentare. Fuori Yermak si sono tutti sentiti più liberi. E sono nate le complicazioni.
«Si tratta di una crisi su più livelli», ha evidenziato Vita Dumanska, coordinatrice di Chesno, una Ong ucraina che monitora l’attività politica, al Financial Times. «Il governo ha avuto contatti limitati con la Rada, mentre l’ufficio presidenziale promuoveva autonomamente i disegni di legge. E infatti il governo ha promesso ai partner internazionali che l’Ucraina avrebbe agito senza consultare il Parlamento. Il problema è che quando si tratta di votare i parlamentari non premono più i pulsanti».
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Il Pentagono ha chiesto una cifra astronomica per continuare le operazioni contro Teheran. Nonostante i proclami di una «vittoria militare», la realtà parla di scorte di munizioni al limite e di una difesa costretta a usare missili da milioni di dollari per abbattere droni iraniani da poche migliaia. È sostenibile?







