Ansa
In tv mi capita di partecipare a dibattiti sul delitto di Chiara Poggi in cui i giornalisti si schierano da una parte o dall’altra, quasi che il giallo di Garlasco sia una sorta di derby, con le opposte tifoserie in campo. Io non so se Andrea Sempio sia colpevole, come sostiene la Procura di Pavia: mi limito a osservare che contro di lui sono stati raccolti molti indizi, più di quanti ne siano stati trovati a carico di Alberto Stasi, il quale però è stato con questi elementi condannato a 16 anni di carcere, e su questo forse varrebbe la pena che i tanti Sherlock Holmes da salotto televisivo facessero qualche riflessione.
Chiarito che non appartengo alla schiera di quelli che per contratto devono difendere Sempio e, sempre per contratto, devono attaccare Stasi, lasciatemi dire due parole riguardo alla qualità delle indagini svolte nel corso degli anni sull’omicidio di Chiara Poggi. Nelle pagine precedenti trovate la sintesi giornalistica dell’interrogatorio di Silvio Sapone. Il nome di costui non è noto alla maggior parte dell’opinione pubblica, ma per tre anni è stato il capo della polizia giudiziaria in servizio presso la Procura di Pavia. In pratica era colui al quale i pm affidarono l’incarico di svolgere le intercettazioni telefoniche e gli accertamenti su Andrea Sempio. Leggendo il verbale dell’ufficiale di pg cascano letteralmente le braccia e si capisce perché a distanza di quasi vent’anni ancora non abbiamo capito chi abbia ucciso una ragazza poco più che ventenne.
Alla domanda dei magistrati, che vogliono sapere come si sviluppò l’indagine a carico di Sempio, Sapone mette le mani avanti, dicendo che lui di delitti non si è occupato quasi mai e che comunque gli assegnatari dell’inchiesta erano il procuratore capo e i suoi collaboratori. In pratica anticipa ciò che poi illustrerà nel dettaglio e cioè che di quell’indagine sul commesso del negozio di computer non sa nulla o quasi. E comunque non ricorda. Leggere per credere. Alla domanda dei pm, che gli chiedono che documenti avesse letto prima di condurre le indagini, Sapone risponde nel seguente modo: «Noi non avevamo alcun atto delle precedenti indagini. Non ci furono dati né gli atti, né le sentenze del processo Stasi. Facevano tutto i magistrati». E le intercettazioni? Le ascoltavano i colleghi. Cioè, colui che guidava la polizia giudiziaria e che doveva coordinare le indagini era all’oscuro di tutto. E come ha fatto a redigere una nota conclusiva, gli chiedono i pm. «Leggevo i giornali», è la risposta. L’interrogatorio di Sapone è disseminato da «non ricordo» e perfino da un’ammissione di incompetenza. Come mai, domandano i magistrati, le microspie ambientali sono state attivate solo su un’autovettura in uso a Sempio? La risposta è sconcertante: «Non lo so. Non ricordo perché non è stata fatta. Io sono un po’ asino in tema di intercettazioni, non me ne intendo». E come ha fatto a redigere l’annotazione conclusiva se non aveva gli atti del primo processo e non aveva nemmeno l’interrogatorio di Sempio, insistono i pm. E Sapone continua a minimizzare il suo ruolo: «L’annotazione l’ho fatta sulla scorta delle trascrizioni delle intercettazioni fatte dagli altri ufficiali di polizia giudiziaria. Io non l’ho fatto perché non mi intendo di intercettazioni». Come dire, io non c’ero e se ci fossi stato dormivo.
Sulla base di queste risultanze d’indagine, le accuse nei confronti dell’amico del fratello di Chiara Poggi nel 2017 sono state archiviate e solo ora - cioè a distanza di quasi dieci anni e a diciannove dal delitto - la Procura di Pavia ha deciso di riaprire le indagini.
Come ho scritto, io non so se Sempio sia colpevole e se gli indizi raccolti a suo carico, che mi paiono più rilevanti di quelli contro Stasi, siano sufficienti a sostenere l’accusa e a ottenere una condanna per l’omicidio di Chiara. Tuttavia credo che quanto sta emergendo, e non solo con l’interrogatorio di Sapone, ma anche con altri di cui daremo conto nei prossimi giorni, dimostri che se oggi ancora non sappiamo chi sia l’assassino è perché le indagini sono state fatte nel modo che ho appena raccontato. Dunque, se a Garlasco il delitto resta ancora un mistero, la colpa è da attribuire ai responsabili delle indagini. Sono i loro errori, la loro impreparazione, i mancati accertamenti che ci impediscono di guardare in faccia l’assassino di Chiara. E non parlo solo di Sapone.
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La società che prometteva di aprire una sede a Milano venduta a un prezzo simbolico. Esposto dei soci per riavere le quote.
La vicenda The Core Milano sbarca alla Procura di Milano. Lo studio Pizzoccaro di Brescia ha presentato un esposto promosso da diversi soci del club privato americano che per anni ha promesso di aprire in corso Matteotti 14, nel cuore della città, senza mai riuscirci.
Nelle prossime settimane, secondo quanto risulta alla Verità, altri aderenti, tra Brescia e Milano, potrebbero unirsi all’iniziativa. È il passaggio che trasforma il caso da storia di lusso, affari, ritardi e promesse mancate in una vicenda giudiziaria. Il paradosso è tutto in una cifra: 1 euro. Mentre ai soci facoltosi (avvocati, banchieri, imprenditori, giornalisti e persino ex calciatori) veniva venduta l’idea di entrare nel club più esclusivo di New York trapiantato a Milano, la società che teneva in mano il rapporto sull’immobile di corso Matteotti 14 veniva prima data in pegno e poi ceduta a Reinvest per un prezzo simbolico. Non il palazzo, naturalmente. Ma il veicolo societario da cui dipendeva l’intero progetto milanese.
Il primo segnale del cedimento arriva il 30 maggio 2025. Core Milan Llc, società del Delaware riconducibile al mondo The Core, costituisce in pegno a favore di Reinvest il 100% delle quote di Core Matteotti srl, la società che deteneva il contratto sull’immobile. Il pegno garantisce un finanziamento da 500.000 euro. Tradotto: la società chiave del progetto viene messa a garanzia di un debito.
Meno di due mesi dopo, il 18 luglio 2025, arriva il passaggio decisivo: Core Milan Llc cede a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl per 1 euro. Un prezzo simbolico, non perché l’immobile non valesse nulla, ma perché la società era ormai gravata da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento della posizione, compresi i debiti accumulati e le somme non pagate dal mondo Core, pur di salvare il contratto sull’immobile. Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise, fondatrici americane di The Core, non controllano più la società che reggeva il progetto milanese.
The Core era stato annunciato nel 2019 come il club privato più esclusivo in arrivo da New York, in un palazzo di pregio di proprietà della chiesa. Il contratto di locazione ventennale prevedeva canoni milionari: da 1,056 milioni l’anno fino a 1,5 milioni dal settimo anno.
Dopo la cessione a Reinvest, Core tenta di rientrare con una sublocazione. Il 15 ottobre 2025 Core Matteotti, ormai in mano a Reinvest, firma con Core Milan srl per una porzione dell’edificio: canone da 4,5 milioni l’anno, più 900.000 euro il primo anno, e garanzie per 10,2 milioni da presentare entro il 13 gennaio 2026. Le garanzie non arrivano. Il 6 febbraio 2026 il contratto viene risolto per inadempimento e la sede promessa ai soci esce dal perimetro operativo di The Core.
È qui che la vicenda diventa giuridicamente sensibile. Se i fatti saranno confermati, potranno essere valutate ipotesi di truffa, bancarotta e altri profili legati alla destinazione delle somme. Con 700 soci dichiarati e quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva (fino a fee iniziali da 70.000 dollari) la raccolta teorica potrebbe oscillare tra 7 e oltre 18 milioni di euro.
Un primo fronte era già emerso con lo studio legale Lexia, che assiste alcuni soci per la mancata disponibilità della sede. Ora, con l’esposto dello studio Pizzoccaro, il caso arriverà sul tavolo del procuratore Marcello Viola.
Intanto Jennie e Dangene rassicurano i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi. Una versione che si scontra con la realtà e con i documenti ora in Procura. Anche la ricerca di una nuova sede, tra corso Magenta e via Meravigli, rischia di apparire più come un modo per prendere tempo che come un vero salvataggio.
Perché banchieri e avvocati sono finiti in The Core? Un socio, anonimo, la sintetizza così: «A Milano questi club vanno di moda perché non puoi non esserci: servono anche a dimostrare che puoi permetterti di spendere».
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2026-05-16
Garlasco, la frase choc a Porta a Porta: «Nella sfera sessuale di tutti c’è lo stupro»
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Concita Borrelli
Bufera sulla giornalista Concita Borrelli dopo le parole pronunciate su Rai1 durante Porta a Porta. Pd all’attacco della Rai e di Bruno Vespa, mentre il Garante privacy richiama i media contro la «morbosa spettacolarizzazione» della vicenda.
Del caso Garlasco, con tutta sincerità, non ne possiamo più. A parte lo schifo per una vicenda che si trascina da vent’anni e che paventa un terribile errore giudiziario. A parte lo strazio di due genitori che ancora non trovano giustizia per l’assassinio della loro figlia. A parte una magistratura schizofrenica che dopo due assoluzioni condanna un ragazzo a vent’anni salvo poi chiederne, a fine pena, la revisione del processo.
Premesso tutto questo, oltreché il fatto che di questa tragica storia iniziata nel 2007, la cosa più agghiacciante è che non esista ancora un colpevole certo, dobbiamo anche sorbirci, da mattina a sera, su ogni canale, ogni trasmissione e programma tv, le chiacchiere asfissianti di esperti, scienziati, colonnelli e giornalisti di ogni specie e grado che, facendo finta di sapere tutto, non sanno nulla.
Giovedì sera è ri-toccato alla giornalista Concita Borrelli che, durante la trasmissione “Porta a Porta” su Rai1, se n’è uscita con una frase da far venire i brividi solo a pensarla. Cinquantasette anni, avellinese, ex avvocato, consulente di Porta a Porta, collaboratrice del Messaggero, autore tv, da vent’anni volto Rai, sposata con Fulco Ruffo di Calabria, discendente da una delle sette più grandi casate del Regno di Napoli, Borrelli esordisce così: “Nella sfera sessuale di ognuno di noi c'è lo stupro, c'è nei nostri sogni”. Senza riflettere che magari tutto questo è solo nei suoi.
In collegamento c’è la giallista Elisabetta Cametti che si sofferma sul profilo psicologico di Andrea Sempio, ormai unico imputato del processo dopo la chiusura delle indagini della Procura di Pavia: “Lui sognava di stuprare le donne, sognava di accoltellarle, ma non solo. Ci sono anche una serie di ricerche fatte online, tutte a sfondo sessuale, violento. Lui aveva un interesse per gli stupratori, per i predatori, per gli omicidi, questo ovviamente non fa di lui né un aggressore né un assassino, però è chiaro che c'è una parte di lui che potrebbe essere un comportamento delittuoso”.
Dopo l'intervento più tecnico della criminologa Anna Vagli, parla Borrelli: “Se entriamo nella sfera sessuale di ognuno di noi, dico una cosa terribile, forte, c'è lo stupro. C'è che qualcuno ti prende e tu prendi qualcuno, nella testa, nei sogni, nell'immaginazione, ce l'abbiamo tutti e qui non si tratta di essere santi, bigotti o assassini. Questo è pericolosissimo, questi profili, che se ne faccia un uso molto misurato, ci fermiamo alla sfera sessuale”.
Cametti prende subito le distanze, muovendo energicamente la testa in segno di diniego. Chi non proferisce parola, invece, è il presentatore, Bruno Vespa, sempre pronto a cantarle a tutti come fece un mese fa contro il deputato Pd Giuseppe Provenzano, al quale ordinò, urlandogli in faccia, di stare zitto, per una innocente battuta non gradita. Invece, a quanto sembra, è parso gradire la battuta infelice della sua amica e collaboratrice, visto che non ha fiatato.
La scena impietosa è finita ovviamente sui social, scatenando un'indignazione generale. Un'affermazione pericolosa e fuorviante di cui, in risposta al commento di un giornalista su X, Borrelli cerca di mettere una toppa che è peggio del buco: "Le fantasie sessuali sono al di sopra di noi! Non facciamo gli ipocriti. Io non sogno come auspicio, sognare significa fantasia".
Indignazione arriva anche dal mondo politico innescando uno scontro Pd-Rai. I componenti democratici della commissione parlamentare di Vigilanza Rai sono infuriati: “Parole inaccettabili, che banalizzano il tema della violenza sessuale e risultano offensive nei confronti delle donne e di tutte le vittime di abusi e violenze. È ancora più grave che simili affermazioni trovino spazio nel servizio pubblico radiotelevisivo, che ha il dovere di promuovere rispetto, responsabilità e attenzione su temi tanto delicati. Nel pieno rispetto della libertà di espressione, ribadiamo che non può esserci alcuna ambiguità quando si parla di violenza e stupro”.
La deputata Pd Ouidad Bakkali commenta: “Il servizio pubblico radiotelevisivo non può e non deve essere un luogo in cui la violenza sulle donne venga minimizzata o, peggio, presentata come un dato di natura universale. La Rai ha il dovere di promuovere il rispetto della dignità della persona e di non contribuire, nemmeno indirettamente, alla diffusione di stereotipi che alimentano la cultura dello stupro. Chiediamo che i vertici Rai rilascino pubbliche scuse nei confronti delle vittime di violenza sessuale, delle associazioni che le rappresentano e di tutti i telespettatori. Chiediamo altresì che la direzione aziendale avvii una verifica interna sull'accaduto e adotti le misure necessarie affinché episodi simili non abbiano a ripetersi”.
Secondo Bakkali “altrettanto inaccettabile è stato il comportamento del conduttore Bruno Vespa, che ha lasciato correre tali parole senza alcuna interruzione, senza un cenno di dissenso, senza la minima presa di distanza. Su un canale del servizio pubblico, finanziato dai cittadini, un simile silenzio complice non è tollerabile. Chi conduce una trasmissione ha la responsabilità editoriale e morale di impedire che affermazioni di questa natura vengano veicolate senza alcun contraddittorio”.
Il Garante privacy dice, invece, stop morbosità su Garlasco facendo un fermo richiamo ai media nel rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali e delle regole deontologiche dei giornalisti, oltreché delle garanzie costituzionali. Regole deontologiche che, a quanto pare, per molti giornalisti sono solo optional.
"Si assiste a una continua e morbosa spettacolarizzazione di una vicenda di cronaca, in contrasto con il principio di essenzialità dell'informazione e suscettibile di travalicare il necessario rispetto della persona e della sua dignità”, scrive il Garante in una nota. “Si tratta di un limite che deve essere garantito non soltanto alla vittima e ai suoi familiari, ma anche agli indagati e a tutte le persone che, a vario titolo, risultino coinvolte o richiamate nella narrazione mediatica. L’Autorità continua a vigilare sulla vicenda, anche alla luce dei reclami ricevuti dagli interessati, e si riserva di intervenire ulteriormente rispetto alle istruttorie già aperte, anche nei confronti di eventuali utilizzatori di contenuti acquisiti o diffusi illecitamente".
Il Garante ricorda che la riproduzione, la condivisione o l'ulteriore diffusione di contenuti acquisiti in modo illecito può integrare una violazione della disciplina in materia di protezione dei dati personali, facendo riferimento al servizio televisivo relativo ai colloqui tra Stasi e il suo legale.
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Massimo Lovati (Ansa)
Dall’incarico dei Sempio al pagamento in contanti, fino ai ruoli nella difesa: Lovati, Soldani e Grassi in disaccordo su tutto
Tre avvocati. Tre verbali. Tre racconti che dovrebbero combaciare e, invece, si contraddicono riga dopo riga. Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi. È il primo collegio difensivo di Andrea Sempio. Sentiti dai magistrati della Procura di Brescia nell’inchiesta che ruota attorno all’archiviazione del 2017, finiscono per consegnare agli inquirenti una specie di romanzo a tre voci. Che non si armonizzano. Si correggono e spesso si contraddicono. Sugli atti, sui rapporti con gli investigatori, perfino sul lavoro svolto.
Già la formazione del collegio difensivo sembra particolarmente rocambolesca. Lovati racconta: «Il 23 dicembre 2016 Sempio ha appreso dagli organi di stampa di essere indagato e ha ricevuto un avviso di garanzia. La famiglia ha cercato un avvocato e si sono recati da una amica di Andrea, Angela Taccia (attuale avvocato di Sempio, con il collega Liborio Cataliotti, ndr), che all’epoca non era ancora avvocato. Si sono rivolti alla mamma della Taccia, avvocato Marcella Schiavi, civilista, che li ha indirizzati a me». Qualcosa probabilmente andò storto: «Io, però, non ho ricevuto le chiamate, non so se perché il mio telefono non prendeva la linea o perché avevano un numero sbagliato. Sta di fatto che io sono stato poi contattato dal collega Soldani, che era stato mio praticante, che mi ha coinvolto nel collegio difensivo, di cui faceva parte anche il collega di studio di Soldani, l’avvocato Grassi». Soldani, invece, ricorda che la Schiavi chiamò lui, dicendogli «che doveva» affidargli «un caso delicato e importante, di omicidio». E, in contraddizione con Lovati, afferma: «Poiché non me la sentivo di affrontare il caso da solo ho subito detto che avrei voluto affiancarmi all’avvocato Lovati, che era stato il mio dominus». Grassi, al contrario, sembra quasi un corpo estraneo capitato lì per relazioni personali più che per competenze specifiche. Dice di conoscere Soldani «da anni» e Lovati «tramite Soldani». Poi, quando gli chiedono perché sia stato coinvolto, risponde con una frase quasi mortificante: «Non lo so, penso per amicizia».
A proposito dei pagamenti ricevuti dai Sempio, in parte incassati ancora prima di aver ricevuto un mandato ufficiale (arrivato solo con l’ufficializzazione dell’iscrizione sul registro degli indagati del solo assistito), i tre concordano solo su una circostanza: 45.000 euro complessivi, 15.000 a testa, rigorosamente in contanti e senza fattura. Per otto mesi di attività difensiva. Lovati prova subito a collocarsi in una posizione laterale. Dice: «I compensi li percepivo dall’avvocato Soldani e dall’avvocato Grassi», aggiungendo una frase che sembra piazzata lì per alleggerire ogni responsabilità diretta: «Io non ho chiesto soldi, mi arrivavano e basta». Quando, però, gli chiedono chi abbia deciso l’onorario complessivo, la memoria si annebbia improvvisamente: «Non ricordo». Salvo poi recuperare lucidità su un dettaglio non proprio secondario: «Ho chiesto io il cash perché mi piacciono i pagamenti in contanti». Soldani, invece, disegna una scena completamente diversa. Nella sua versione esiste un regista della trattativa economica, ed è Lovati: «Fu Lovati a decidere la cifra» e «fu Lovati a insistere che venissero erogati in contanti». Grassi conferma questa impostazione senza esitazioni. Poi ci sono le modalità di pagamento, che assomigliano più alla cassa di una bisca di provincia che allo studio di tre avvocati. Soldani parla di «pacchettini dai 2.000 ai 6.000 euro» che venivano consegnati dai Sempio e poi spartiti tra i tre professionisti. Grassi conferma: «I Sempio pagavano a piccole tranche» e «noi avvocati ce li spartivamo quando i clienti andavano via». Lovati resta più vago. Si limita a ricordare di avere ricevuto il suo onorario in «cinque, sei, sette, otto tranche». La seconda frattura riguarda il lavoro realmente svolto.
Lovati si presenta come l’unico vero motore della difesa: «La mia attività è stata andare da Garofano (il generale Luciano Garofano, ex comandante del Ris diventato consulente di Sempio, ndr), studiare gli atti del processo Stasi e presenziare all’interrogatorio». Quindi minimizza l’apporto di Soldani e Grassi in questo modo: «Gli altri due colleghi non hanno fatto assolutamente niente». Soldani fa, invece, riferimento a un lavoro collegiale. Parla degli incontri con i Sempio, della scelta condivisa su Garofano, della gestione economica, della querela contro lo studio Giarda (che rappresentava Alberto Stasi) e dell’opposizione all’archiviazione. Racconta che che gli incontri con i Sempio avvenivano regolarmente nello studio Soldani-Grassi. Quest’ultimo, da parte sua, conferma di aver preso circa 15.000 euro, ma contemporaneamente smonta il proprio ruolo fino quasi ad annullarlo: «Mi occupo solo di civile, non ho alcuna esperienza di penale e di fatto non ho svolto alcuna attività». Poi rincara: «Partecipavo, ma non davo contributi, stavo solo ad ascoltare». I magistrati insistono. Cercano almeno un frammento di attività concreta. E Grassi concede appena questo: «L’unica cosa che ho fatto è stato collazionare gli allegati alla querela (contro lo studio Giarda, ndr) che era stata redatta da Lovati». A quel punto la domanda degli investigatori diventa inevitabile: come mai era stato coinvolto e pagato pur non avendo alcuna esperienza penale? La risposta è quasi imbarazzata: «Non lo so, penso per amicizia». A questo punto arriva la frase più pesante del suo verbale: «Mi vergogno di aver preso quei soldi». Anche gli incontri negli studi legali aprono scenari curiosi. Perché avvenivano prima ancora che esistesse formalmente una nomina difensiva. Si discuteva già dell’indagine, si consultavano documenti, si preparavano consulenze tecniche e circolavano pacchetti di denaro contante. Grassi lo ammette senza esitazioni: «Prima dell’invito a presentarsi per l’interrogatorio non era stata depositata alcuna nomina». Soldani conferma: «La nomina penso sia stata fatta in occasione della notifica dell’invito all’interrogatorio». Eppure i Sempio frequentavano già quegli studi. Soldani spiega che erano molto agitati e che bisognava «tranquillizzare» Andrea Sempio e la famiglia. Quasi una funzione psicologica prima ancora che difensiva. Quando gli inquirenti chiedono se fossero state fatte richieste formali per avere notizie dell’iscrizione, come «una richiesta ex articolo 335 (che permette all’indagato di sapere se è iscritto nel registro degli indagati)», la risposta è unanime: no. Lovati conferma: niente 335, «sono andato dritto per la mia strada con le mie investigazioni difensive preventive». Basate su pochi documenti. «Ho visto la consulenza (del dottor De Stefano sul Dna, elemento che puntava dritto su Sempio, ndr) e le indagini della Skp, altro non ho visto». Per Lovati era materiale sufficiente per definire le indagini «povere». Una specie di chiaroveggenza processuale. Poi arrivano i rapporti con gli inquirenti. Ed è qui che i verbali diventano scivolosi. Lovati mette subito le mani avanti: «Io non ho mai parlato con il dottor Venditti (Mario, ex procuratore aggiunto di Pavia, ndr)». Però subito dopo introduce un dettaglio interessante: «Forse ho sentito Tizzoni (Gian Luigi, difensore della famiglia Poggi, ndr), che è stato mio praticante. […] Tizzoni mi ha detto che il dottor Venditti aveva intenzione di sentire il perito De Stefano». E soprattutto aggiunge: «Non gli ho chiesto come l’avesse saputo, mi bastava quello per capire che si andava verso l’archiviazione». Soldani è più netto: «Non ho mai parlato con i pm di questo caso». Ma gli inquirenti gli contestano che avrebbe detto ai Sempio che i pm «stanno dalla parte nostra». E allora il legale recita il mea culpa: «Ho sbagliato a parlare».
Gli inquirenti insistono ancora: esistevano contatti informali con i carabinieri prima della conoscenza ufficiale dell’indagine? Soldani risponde: «Non ricordo di aver avuto notizie da Sempio di comunicazioni dirette con i carabinieri». Grassi ammette che tra loro circolava già una convinzione precisa: «Lovati era molto persuaso che non vi fosse nulla a carico di Sempio». Infine ci sono le carte del processo Stasi, recuperate con strane triangolazioni. Lovati tira di nuovo in ballo Tizzoni (in teoria sua «controparte», sottolineano gli inquirenti). Sostiene: «È stato lui a fornirmi gli atti del processo Stasi. Mi ha dato le sentenze e la perizia De Stefano». Qui i pm tentano di aprire un varco: «Risulta che Tizzoni abbia ottenuto anche gli atti della difesa Stasi dalla Corte d’assise d’Appello di Brescia». Risposta: «Sì, lo so, me lo ha detto. Ma quegli atti non me li ha dati Tizzoni, me li ha dati Sulas (Gian Gavino Sulas, cronista del settimanale Oggi nel frattempo deceduto, ndr)». Soldani scarica tutto sul suo vecchio dominus: «Gli atti li ha acquisiti l’avvocato Lovati e ce li ha portati in studio». Ma quando gli contestano che sui documenti trasmessi a Garofano comparivano «il timbro a secco della Procura generale» e «il provvedimento firmato dal procuratore generale Roberto Alfonso», risponde: «Non so cosa dire». I tre avvocati sono stati sentiti come persone informate sui fatti, ruolo che impone al testimone di dire la verità. È evidente che qualcuno non l’ha detta.
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