2026-04-02
L’Europa paga il prezzo della sua ideologia energetica, mentre l’India sceglie la realtà
True
La nave mercantile battente bandiera indiana Jag Vasant, che trasporta gas di petrolio liquefatto, attraverso lo Stretto di Hormuz, arriva al porto di Mumbai (Ansa)
La chiusura dello Stretto di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una prova di verità. E, come spesso accade nelle crisi, smaschera illusioni che in tempi normali restano nascoste.
Da quando è iniziata la guerra con l’Iran, i numeri parlano chiaro. Il gas europeo è aumentato fino all’85 per cento, il petrolio di oltre il 50 per cento. In Italia, dove il gas determina il prezzo dell’elettricità, le bollette hanno iniziato a salire quasi automaticamente. Il carburante ha superato i 2,3 euro al litro in autostrada. Il governo è dovuto intervenire con un taglio di 25 centesimi per contenere il diesel sotto i 1,90 euro.
Questa non è una sorpresa. È la conseguenza logica di un sistema costruito per funzionare in condizioni ideali, ma incapace di reggere uno shock geopolitico.
La situazione si è aggravata ulteriormente quando il Qatar, pilastro delle forniture di GNL europee, ha dichiarato force majeure dopo i danni subiti dalle sue infrastrutture. Secondo Reuters, il 17 per cento della capacità di esportazione di GNL è stato colpito. Per l’Italia significa perdere, almeno in parte, un flusso che copre quasi il 10 per cento del fabbisogno nazionale.
È in questo contesto che Giorgia Meloni è volata d’urgenza in Algeria. Un viaggio che ha il sapore della necessità più che della strategia. L’Algeria oggi copre circa il 30 per cento del gas italiano. Ma il punto non è dove si va a cercare il gas. Il punto è perché bisogna correrci all’ultimo minuto.
Qui emerge la differenza con l’India.
New Delhi non è meno esposta. Il 40 per cento del suo petrolio passa da Hormuz e il Qatar rappresenta oltre il 40 per cento delle sue importazioni di GNL. Eppure, i prezzi interni non sono esplosi. Reuters ha riportato che i prezzi alla pompa sono rimasti sostanzialmente stabili anche con il petrolio sopra i 100 dollari al barile.
Non perché il problema non esista. Ma perché lo Stato ha deciso di assorbirlo.
L’India controlla i prezzi, diversifica le forniture, utilizza leve fiscali e mantiene un mix energetico che include ancora una quota rilevante di produzione domestica. Ha già ridotto le forniture industriali di gas per proteggere i consumatori e ha attivato misure d’emergenza per garantire il GPL a oltre 300 milioni di famiglie.
Non è un sistema perfetto. Ma è un sistema che regge.
L’Europa, invece, fa l’opposto. Espone famiglie e imprese alla volatilità dei mercati globali e interviene dopo, con misure tampone. Bruxelles propone tagli temporanei alle tasse sull’energia, aiuti di Stato e qualche aggiustamento tecnico. Ursula von der Leyen ha parlato di maggiore flessibilità e di un fondo da 30 miliardi legato all’ETS.
Sono cerotti su una frattura.
Il problema è strutturale. Il prezzo dell’elettricità continua a essere legato al gas. Quando il gas sale, tutto sale. Un sistema efficiente in tempi normali diventa una macchina di trasmissione della crisi quando il contesto cambia.
Ed è qui che il nodo politico diventa inevitabile.
Meloni lo ha detto chiaramente. Le politiche verdi europee, così come sono state concepite, rischiano la “desertificazione industriale”. Non è una posizione isolata. Insieme ad altri leader europei, ha chiesto una revisione del sistema ETS, un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034 e una transizione più graduale.
Non si tratta di negare la transizione energetica. Si tratta di riconoscere che una transizione che rende l’Europa più fragile nei momenti di crisi non è sostenibile, né economicamente né politicamente.
Nel frattempo, l’India si muove. Sta cercando nuove forniture di GNL fuori dal Medio Oriente. Ha aperto canali con nuovi partner, inclusa l’Argentina, che ha firmato accordi preliminari per esportazioni fino a 10 milioni di tonnellate annue. Non è ancora una realtà operativa, ma è una direzione strategica chiara.
Diversificare. Intervenire. Proteggere.
L’Europa, invece, resta intrappolata tra obiettivi climatici rigidi, mercati liberalizzati e divisioni interne. Il risultato è un sistema che funziona finché tutto va bene e cede quando serve davvero.
La crisi di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una crisi di modello.
Da una parte c’è chi considera l’energia una questione di sicurezza nazionale. Dall’altra c’è chi la tratta come un esercizio regolatorio.
Il prezzo di questa differenza oggi si paga alla pompa, in bolletta e, soprattutto, nella competitività dell’intero sistema economico europeo.
Continua a leggereRiduci
True
2026-04-02
Il governo ha trovato i fondi per le imprese e per i tagli alle accise fino alla fine di aprile
(Ansa)
Le autostrade accolgono l’appello di Matteo Salvini: prezzo della benzina ridotto di 5 centesimi al litro per 20 giorni. Claudio Descalzi a Palazzo Chigi.
Il governo accelera sugli aiuti a imprese e famiglie. Sono stati ripristinate integralmente le risorse per Transizione 5.0 e aggiunti altri 200 milioni, portando a 1,5 miliardi i fondi destinati alle aziende che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico. Secondo quanto emerso al termine del tavolo al ministero del Made in Italy con le associazioni imprenditoriali, la dote complessiva della misura supera i 4 miliardi di euro, mentre l’intero pacchetto Transizione 5.0, tra credito d’imposta e nuova versione triennale basata sull’iperammortamento, arriva a circa 14 miliardi.
«Abbiamo fatto il massimo sforzo possibile», ha detto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso sottolineando che, oltre alla conferma integrale degli 1,3 miliardi già previsti per le imprese che hanno investito in digitalizzazione ed efficientamento energetico con Transizione 5.0, sono stati aggiunti ulteriori 200 milioni, per un totale di 1,5 miliardi. Il ministro ha anche ricordato che con il decreto fiscale è stato rimosso il vincolo del «Made in Europe», ampliando così la platea dei prodotti incentivati, e che la nuova Transizione 5.0, di durata triennale viene rafforzata di 1,4 miliardi, da 8,4 a 9,8 miliardi. Nel complesso Transizione 5.0, può contare su una dotazione di circa 14 miliardi. «Gli impegni saranno mantenuti, tutti coloro che hanno presentato domanda riceveranno quanto dovuto» ha precisato Urso.
Soddisfatta Confindustria. Il presidente Emanuele Orsini, ha apprezzato che, in un contesto geopolitico difficile, venga confermato il sostegno alle imprese. «Questa è la via giusta», ha detto, perché «gli imprenditori continuano a fidarsi delle istituzioni». Orsini ha evidenziato che la cifra di 1,5 miliardi consentirà di portare il credito d’imposta «dal 35% del decreto di venerdì al 90% per gli investimenti del piano e al 100% sui pannelli fotovoltaici». Il presidente di Confindustria ha poi rimarcato che si ricompone così quella frizione creata con il varo del decreto: «Questo smina una opacità che si era creata venerdì».
Il decreto sull’iperammortamento dovrebbe diventare operativo entro i primi dieci giorni di maggio. Si va ad aggiungere al decreto Bollette che essere attuativo a stretto giro. Orsini, allargando lo sguardo al contesto internazionale, ha ribadito che se il conflitto in corso dovesse protrarsi «l’Italia non può farcela da sola» e che servirà un intervento europeo, anche attraverso gli Eurobond.
Chiuso questo capitolo, il governo deve affrontare il nodo spinoso dell’aumento di benzina e gasolio, una corsa che sembra inarrestabile. Il 7 aprile prossimo scade il taglio delle accise sui carburanti. In anticipo sui tempi, quindi già nel prossimo Consiglio dei ministri previsto per domani, dovrebbe arrivare il prolungamento dei termini. La conferma di questo orientamento l’ha data il ministro degli Affari europei e del Pnrr Tommaso Foti, che ieri durante alla partecipazione a una trasmissione televisiva ha
Detto che prossimi giorni, «prolungheremo il taglio delle accise». Lo sconto di 25 centesimi, secondo le ipotesi potrebbe essere esteso fino al 30 aprile. Al ministero dell’Economia i tecnici sono al lavoro per trovare le coperture tenendo presente che la sottrazione di gettito impatta su una situazione dei conti pubblici minata dalle stime di crescita inferiori alle previsioni e con un deficit che il governo si è impegnato a far scendere sotto il 3% del Pil per evitare la procedura d’infrazione. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha avuto diversi colloqui con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per fare il punto sugli aspetti tecnici del prolungamento del taglio alle accise. Bisogna lavorare con il cesello per trovare le compensazioni.
Intanto le concessionarie autostradali hanno fatto partire l’iter che porterà prossimi giorni alla riduzione del prezzo di vendita dei carburanti di 5 centesimi il litro per 20 giorni. È stato così accolto l’appello del ministro dei Trasporti, Matteo Salvini al tavolo dello scorso 25 marzo. Salvini convocherà di nuovo compagnie petrolifere per evitare ulteriori speculazioni a danni di cittadini e imprese.
Quando fu deciso il taglio delle accise, i distributori non avevano provveduto subito ad aggiornare i listini, scatenando le rimostranze dei consumatori e l’intervento del governo per monitorare la situazione. Novità in arrivo per il settore agricolo con il credito d’imposta per il gasolio annunciato dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. «È una misura fondamentale per dare ossigeno alle imprese duramente colpite dal balzo dei costi energetici legato al conflitto in Iran», ha detto il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Dinanzi ai rincari del gasolio agricolo l’associazione del settore aveva presentato nei giorni scorsi un esposto a Procura e Guardia di Finanza per fare luce su eventuali speculazioni, allo scopo di tutelare gli agricoltori e i consumatori.
Continua a leggereRiduci
2026-04-02
Tricarico: «Se gli Stati Uniti si sfilano dalla Nato mancheranno strategie di guerra»
True
«Se gli Stati Uniti si sfilassero dalla Nato, ci sono due fattori principali che verrebbero a mancare. Il primo e più importante è la capacità di comando e controllo, perché la guerra bisogna saperla fare e l’Europa non la sa fare. Il secondo è l’intelligence, perché non averne una efficace significherebbe avere uno strumento cieco». Così il generale Leonardo Tricarico, ex capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica.
«L’Italia è un partner della Nato da sempre e forse uno dei più capaci, che non si è mai sottratto sia alle chiamate degli Stati Uniti sia a quelle dell’Alleanza. In ogni caso il nostro Paese non sarebbe più esposto — aggiunge —. Il sistema acquisirebbe comunque una fragilità complessiva inaccettabile nei primi tempi, che andrebbe sostituita con un irrobustimento progressivo nel tempo, ma questo non succederà da un giorno all’altro».
«Auspico che gli Stati Uniti non escano dall’Alleanza, ma se dovesse succedere non è la fine del mondo».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
- Il presidente Usa Donald Trump paventa ancora l’addio al Patto Atlantico, ma i partner incassano senza preoccuparsi troppo. Giuseppe Conte riapre la polemica su Sigonella: «Nessuna base va concessa agli Usa». Guido Crosetto pronto a riferire in Aula.
- Appello congiunto di 15 Paesi Ue per fermare gli attacchi di Idf ed Hezbollah. Il ministro libanese Michel Menassa: «L’operazione di Tel Aviv indebolisce i nostri sforzi anti miliziani».
Lo speciale contiene due articoli
Donald Trump continua imperterrito a svolgere il ruolo di «picconatore» dell’Alleanza atlantica. Il presidente americano ha infatti annunciato nel pomeriggio di ieri (quindi durante la mattinata a Washington) che durante il discorso alla nazione previsto durante serata americana di ieri, avrebbe parlato del suo «disgusto» nei confronti della Nato per non aver aiutato gli Stati Uniti in Iran. Lo ha detto lo stesso presidente a Reuters, sottolineando di considerare «assolutamente» un possibile ritiro dall’alleanza da parte degli Stati Uniti.
Alla Nato la parola d’ordine dopo l’annuncio del tycoon è stata: «Mantenere la calma». Secondo quanto confidato da fonti alleate interpellate dall’Ansa, Trump non viene considerato infatti nuovo a quelle che vengono definite «provocazioni». Per questo, in un certo senso, la Nato ha sviluppato in questi ultimi mesi una sorta di tolleranza alle dichiarazioni forti. L’attitudine è di guardare ai fatti e, si sottolinea, sia l’opinione pubblica americana sia il congresso sono, in maggioranza, «favorevoli» all’alleanza transatlantica. Del resto, il presidente americano non può lasciare la Nato senza un via libera del Congresso. Inoltre, anche se il Parlamento statunitense approvasse l’uscita dall’alleanza transatlantica, il ritiro richiederebbe un anno sulla base delle norme della Nato. Come si legge sul sito del Congresso americano, «nel 2023, il Congresso ha promulgato una legge che proibisce al presidente di “sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico” - che ha istituito l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - senza il consiglio e il consenso del Senato o un atto del Congresso». Al Senato servirebbe una maggioranza di due terzi mentre il Congresso dovrebbe approvare una legge nuova. La norma di tre anni fa fu adottata perché durante il primo mandato di Trump gli avvocati del dipartimento di Giustizia spingevano per far passare la tesi che il presidente aveva il potere esclusivo di ritirare il Paese dai trattati.
E anche a Bruxelles le esternazioni del presidente americano non hanno suscitato particolare allarme. Un portavoce della Commissione Ue nel corso del briefing con la stampa, ha risposto così ad una domanda sulla minaccia del tycoon: «In termini di sicurezza e difesa, ovviamente siamo impegnati a mantenere un forte legame transatlantico, che rimane cruciale per la nostra sicurezza. Insieme siamo più forti, e in questo la Nato è fondamentale».
Anche in governo tedesco sembra non aver preso molto sul serio la sparata di Trump: «Lo ha già fatto in passato», ha dichiarato il portavoce del governo Stefan Kornelius. «Trattandosi di un fenomeno ricorrente, potete probabilmente giudicarne le conseguenze da soli», ha aggiunto.
Più articolata la posizione del Regno Unito, che non intende «scegliere» fra la storica «special relationship» con gli Usa e l’alleanza con i partner europei. A ribadirlo ieri è stato il premier britannico Keir Starmer, a margine dell’intervento in diretta tv da Downing Street con cui ha aggiornato la nazione sui contraccolpi della guerra in Medio Oriente innescata dall’attacco di un mese fa di Usa e Israele all’Iran.
Rispondendo ad alcune domande dei giornalisti che lo sollecitavano su questo tema, ha evitato qualunque riferimento diretto alle accuse del presidente americano, limitandosi a dire che il suo governo continua a ritenere vitale «per l’interesse nazionale» del Regno avere «una forte relazione sia con gli Usa sia con l’Europa». Quindi è tornato a difendere la Nato, presa di mira da Trump. E infine ha ribadito il ruolo solo «difensivo» attribuito al suo Paese nello scenario del conflitto mediorientale e il suo no a un coinvolgimento militare diretto contro l’Iran (al di là degli sforzi per creare una coalizione allargata impegnata a favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco); non senza rimarcare ancora una volta il peso dei contraccolpi «energetici ed economici» destinati, stando alle sue parole, a continuare a colpire anche l’isola per un periodo di tempo non breve. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha invece reso noto di aver avuto un colloquio con Trump in cui i due hanno avuto «discussioni costruttive e scambi di idee su Nato, Ucraina ed Iran. Ci sono problemi da risolvere, in modo pragmatico», ha commentato Stubb.
Secondo il Financial Times, inoltre, il mese scorso il presidente Usa chiese alla Nato di aiutarlo a riaprire lo stretto, ma fu respinto dalle capitali europee. Tre funzionari a conoscenza delle discussioni hanno affermato che Trump rispose minacciando di interrompere le forniture di armi a Kiev.
Sullo sfondo delle ultime esternazioni del tycoon si intravede però anche la querelle scatenata dal divieto da parte del governo italiano all’utilizzo della base aerea di Sigonella nelle operazioni contro l’Iran.
Una scelta cavalcata dall’ambasciata iraniana a Roma che sul suo profilo X ha condiviso un post del ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando di «una scelta intelligente, fondata sul diritto internazionale e sulla tutela degli interessi e dell’indipendenza dell’Italia». Un portavoce del dipartimento della Guerra Usa ha però gettato acqua sul fuoco: «Gli accordi di cooperazione tra le forze armate italiane e statunitensi rimangono solidi».
Il leader del M5s, Giuseppe Conte, ha però comunque provato a cavalcare l’onda: «Per me non solo Sigonella, ma nessuna base deve essere mai fornita, neppure per un supporto logistico, come sta facendo la Spagna. Nessun supporto diretto, indiretto e logistico per un’azione che va contro il diritto internazionale: l’ho ripetuto ieri durante l’incontro con l’inviato speciale di Trump», ha detto l’ex premier, facendo riferimento a un incontro - che forse doveva restare riservato - con Paolo Zappolli. Per la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli, però, «spicca il silenzio assordante del leader del M5s su una contraddizione che ha dell’incredibile: come può, Conte, tentare di infiammare le piazze Pro-Pal la mattina e correre a pranzo con gli inviati speciali di Donald Trump il pomeriggio?
Intanto, Crosetto si è detto disponibile a riferire in Parlamento, così come richiesto da diversi gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. L’informativa sull’utilizzo delle basi militari Usa nel territorio italiano si potrebbe svolgere martedì prossimo.
Libano, pure Roma chiede stop ai raid
Le parole del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha illustrato i piani per occupare una parte del Libano meridionale, hanno ribadito l’intenzione di Tel Aviv di controllare la regione anche dopo la fine dell’invasione di terra. Il responsabile del dicastero della Difesa ha affermato che le forze israeliane manterranno il controllo sull’intera area dal confine fino al fiume Litani, anche dopo la conclusione dell’offensiva e che ciò comporterà la demolizione di intere città di confine e che ai residenti non sarà consentito ritornare alle proprie abitazioni fino alla definitiva eliminazione di Hezbollah.
Questa mossa porterebbe all’evacuazione di circa 600.000 residenti che dovranno abbandonare questa zona, dove l’Idf vorrebbe istituire una zona cuscinetto per proteggere città e villaggi della parte settentrionale di Israele. Tel Aviv aveva già occupato una parte del Libano meridionale dal 1982 al 2000, sempre con l’obiettivo di creare una zona cuscinetto. In quel caso era stato utilizzato il sedicente esercito del Libano del sud, guidato dal maggiore Haddad, che durante la guerra civile libanese aveva disertato e creato una milizia personale strettamente legata ad Israele.
Michel Menassa è un ex generale di divisione che da poco più di un anno guida il ministero della Difesa di Beirut ed esprime la sua preoccupazione alla Verità. «Le parole del mio omologo Katz non sono più semplici minacce, ma si sono trasformate in un piano ben preciso per occupare la nostra nazione. Riteniamo questo fatto inaccettabile e contrario al diritto internazionale. Il loro obiettivo è quello di imporre una nuova occupazione del territorio libanese, sfollare con la forza centinaia di migliaia di cittadini e distruggere sistematicamente villaggi e città nel Sud. La Comunità internazionale non deve permettere che questo accada.»
Il ministro Menassa, fedelissimo del presidente libanese Joseph Aoun, è stato fra i promotori del programma di disarmo di Hezbollah, un impegno che secondo Israele è stato totalmente disatteso. «Da agosto l’esercito nazionale ha iniziato a prendere il controllo di alcune caserme e tre depositi di armi di Hezbollah sono stati confiscati, ma serve tempo. I nostri soldati sono armati ed equipaggiati in maniera insufficiente per essere un vero deterrente per una milizia potente come Hezbollah, servono finanziamenti internazionali come hanno fatto gli Stati Uniti che ci hanno permesso di comprare armi moderne. Tel Aviv con questa occupazione indebolisce il governo libanese e rafforza la presa di Hezbollah sulla popolazione del sud.
Il Partito di Dio è anche presente in Parlamento e gli sciiti libanesi credono che facciano i loro interessi. La società libanese è molto complessa e azioni come quella israeliana possono distruggere i fragili equilibri che ci tengono insieme.» Secondo Katz l’operazione in Libano si ispirerà a quella di Gaza arrivando al fiume Litani, anche se la settimana scorsa gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano si erano estesi fino al fiume Zohran a 40 km di distanza dal confine. «La nostra nazione è sotto attacco, Beirut viene bombardato così come il sud e la valle della Bekaa- continua Menassa - se Tel Aviv tornerà ad occupare il territorio libanese tutto potrebbe crollare senza risolvere minimamente la questione di Hezbollah».
Un appello a fermare le operazioni in Libano è intanto arrivato da 15 nazioni europee, compresa l’Italia, che hanno esortato Israele a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale libanese invitando tutte le parti a sospendere le operazioni militari. La Turchia ha condannato l’offensiva israeliana in Libano e ha messo in guardia da una nuova catastrofe umanitaria che vede nel Paese dei Cedri già 1,2 milioni di sfollati, un numero che rappresenta circa il 25% della popolazione totale.
Continua a leggereRiduci







