Carla Romana Raineri (Ansa)
Gli accessi abusivi non coincidono con le informazioni domandate dal magistrato.
Per la prima volta, nell’inchiesta Equalize, arriva un provvedimento che non conferma lo schema accusatorio della Procura di Milano, ma lo ridimensiona. Il 19 maggio 2026, il gip di Brescia, Mauro Ernesto Macca, ha archiviato la posizione di Carla Romana Raineri, già magistrato in servizio alla Corte d’appello di Milano, su richiesta dei pm Nicola Serianni e Iacopo Berardi.
È il primo atto di un giudice che incide sul cuore narrativo di una parte dell’inchiesta Equalize: il presunto utilizzo del gruppo di via Pattari per ottenere informazioni riservate attraverso accessi abusivi alle banche dati pubbliche. Non cancella l’indagine principale. Non assolve gli altri indagati. Ma dice che, almeno per Raineri, il collegamento tra la richiesta di informazioni e gli accessi abusivi (di cui era accusata) non regge.
Il caso nasce dentro il più ampio procedimento milanese sul presunto sistema di dossieraggio riconducibile a Carmine Gallo, Samuele Calamucci e agli altri soggetti legati a Equalize. Secondo l’ipotesi iniziale, Raineri avrebbe avuto un ruolo di istigatrice e concorrente morale negli accessi a Sdi e Punto Fisco per acquisire dati sul marito e una donna con cui l’uomo avrebbe avuto una relazione.
La Procura di Brescia, competente per l’ex magistrato, ricostruisce i fatti in modo diverso. Raineri, scrivono i pm, aveva chiesto agli uomini di Equalize «i bancari»: un’analisi dei movimenti patrimoniali dai conti del marito verso quelli della donna, per verificare eventuali «regalie» o un «depauperamento del patrimonio familiare.
Ma quella richiesta, per Brescia, non coincide con gli accessi abusivi a Sdi e Punto Fisco. Gallo e Calamucci, scrivono i pm, avrebbero rivelato a Raineri informazioni che lei «non aveva apparentemente richiesto». Messaggi Whatsapp e intercettazioni «non forniscono elementi di segno contrario». Al contrario, indicano «una divergenza» tra le richieste di Raineri e quanto eseguito, «di propria iniziativa», dal gruppo.
In sostanza, non viene negato che gli accessi abusivi ci siano stati. Viene negato il passaggio decisivo per Raineri: che li avesse chiesti o che avesse concorso nella loro esecuzione.
In pratica, secondo Brescia, il gruppo Equalize avrebbe fatto altro rispetto a ciò che Raineri voleva. Gli accessi a Sdi e Punto Fisco non sarebbero stati l’esecuzione dell’incarico, ma un modo per consegnare comunque qualcosa, dopo l’«impossibilità di acquisire quanto richiesto dal giudice»: i dati bancari. Per quelli, spiegano i pm, non esiste «una banca dati unica»: servivano gli istituti di credito di Galato e referenti in grado di fornire gli estratti conto. Più che una centrale sofisticata di dossieraggio, emerge una pratica da agenzia di piccolo cabotaggio. I pm aggiungono che Raineri non avrebbe avuto bisogno di quegli accessi: sullo Sdi disponeva già di alcune informazioni sulla donna; su Punto Fisco, quei dati sarebbero stati «perfettamente inutili», essendo lei «chiaramente perfettamente a conoscenza dei dati reddituali generali del marito».
Cade anche il secondo capo, quello sulla tentata rivelazione di segreti d’ufficio per ottenere informazioni bancarie: non risulta che alla richiesta sia seguita «una qualsivoglia attività in tal senso». Per Brescia, la contestazione resta nell’«istigazione non accolta». Da qui la conclusione: per i reati contestati a Raineri «non sussiste una ragionevole previsione di condanna». L’archiviazione fa cadere anche l’argomento delle difese di Pasquale Annichiarico e Mattia Danieli che volevano trasferire gli atti a Brescia: per Milano, il decreto «elimina in radice le ragioni di connessione».
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
- I media di Teheran avevano diffuso i dettagli del memorandum «condiviso»: ritiro delle forze Usa, fine del blocco navale a Hormuz e ripristino del traffico commerciale entro un mese (in gestione con l’Oman). Ma il tycoon smentisce: «Siamo ancora insoddisfatti».
- Blitz mirato, morti anche moglie e figli. Ora Netanyahu prepara l’affondo contro Hezbollah.
Lo speciale contiene due articoli.
Lo Stretto di Hormuz torna a essere il centro della crisi tra Iran e Stati Uniti, mentre dietro le quinte proseguono contatti diplomatici sempre più fragili e la minaccia di una nuova escalation militare continua ad aggravare le tensioni in Medio Oriente. Teheran sta infatti lavorando insieme all’Oman a un nuovo sistema di gestione del traffico navale nel Golfo Persico, mentre Washington valuta la possibilità di nuovi bombardamenti contro obiettivi iraniani nel caso in cui i negoziati dovessero fallire. La nuova fase dello scontro è iniziata dopo la diffusione, da parte della televisione di Stato iraniana, di quella che sarebbe una bozza di memorandum d’intesa tra Teheran e Washington. La Casa Bianca ha reagito duramente, definendo il documento «una completa invenzione» e accusando i media iraniani di diffondere propaganda. In un messaggio pubblicato su X, l’amministrazione americana ha invitato a non credere alle informazioni diffuse dagli organi ufficiali della Repubblica islamica, insistendo sul fatto che solo «i fatti contano».
Secondo la versione rilanciata dai media iraniani, l’intesa prevederebbe il ritiro delle forze Usa dalle aree vicine all’Iran e la fine del blocco dei porti iraniani. In cambio, Teheran garantirebbe il ripristino del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz entro un mese, riportandolo ai livelli precedenti al conflitto. Il punto centrale dell’accordo sarebbe però il mantenimento del controllo iraniano sul traffico navale nello Stretto, elemento considerato strategico dalla leadership della Repubblica islamica. A confermare la centralità di Hormuz è stato Ali Bagheri, vice capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Parlando a Mosca, Bagheri ha spiegato che Iran e Oman stanno negoziando un nuovo meccanismo congiunto per il transito delle navi. «Le condizioni e le procedure saranno completamente diverse rispetto a quelle precedenti al conflitto tra Iran e Stati Uniti», ha dichiarato il dirigente iraniano, precisando che i contatti indiretti con Washington proseguono ma che «qualsiasi accordo potrà arrivare soltanto nell’ambito di una soluzione complessiva che affronti tutte le questioni ancora aperte tra i due Paesi».
Sul fronte americano, Donald Trump continua a usare toni durissimi. Durante una riunione di governo il presidente statunitense ha dichiarato: «L’Iran vuole fare un accordo: sta negoziando allo stremo. Noi non siamo ancora soddisfatti. O lo saremo o dovremo finire il lavoro». Trump ha ribadito che Teheran non potrà mai ottenere l’arma nucleare e che non ci sarà alcun alleggerimento delle sanzioni in cambio della rinuncia all’uranio altamente arricchito.
Il presidente americano ha inoltre sostenuto che la Repubblica islamica non abbia altra scelta se non quella di raggiungere un’intesa. «La loro economia è in caduta libera. L’inflazione è al 250%. Pensavano di riuscire a sfinirmi nell’attesa. Saremo noi a sfinire loro», ha affermato. Più prudente la posizione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha insistito sulla necessità di lasciare spazio alla diplomazia. «L’Iran non avrà mai l’arma nucleare. La diplomazia è sempre la prima opzione e continuiamo a lavorare con l’Iran: stiamo dando alla diplomazia ogni chance di successo», ha dichiarato Rubio, aggiungendo che eventuali progressi potrebbero emergere «nelle prossime ore o nei prossimi giorni».
Per Teheran, però, il vero strumento di pressione nei confronti degli Stati Uniti resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Ali Akbar Velayati, consigliere internazionale della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha dichiarato che «documenti e firme da soli non bastano» e che il vero garante della sopravvivenza di qualsiasi accordo sarebbe proprio il controllo iraniano dello Stretto. In un messaggio pubblicato su X, Velayati ha ricordato che «la geografia non mente» e che il Golfo Persico continua a rappresentare il principale elemento di forza strategica dell’Iran. Nel frattempo il Pentagono starebbe preparando una nuova lista di obiettivi da colpire nel caso in cui Trump decidesse di riprendere i bombardamenti contro la Repubblica islamica. Secondo fonti dell’amministrazione americana citate da Nbc, gli obiettivi più vulnerabili sarebbero già stati distrutti nelle precedenti operazioni, mentre quelli rimasti sarebbero molto più difficili da neutralizzare perché nascosti sotto montagne o vicini a centri abitati.
Un funzionario statunitense ha ammesso che eventuali nuovi raid non garantirebbero gli stessi risultati ottenuti nella fase iniziale della guerra. Il dossier nucleare continua a rappresentare uno dei principali ostacoli nei colloqui. Durante le celebrazioni dell’Eid al-Adha, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha parlato di «dignità, libertà e rifiuto della paura» di fronte alle «potenze arroganti», accusando Stati Uniti e Israele di aggressione contro la Repubblica islamica e invitando il mondo musulmano all’unità contro «ingiustizia e oppressione». Ad aumentare ulteriormente la tensione è stato infine il caso della nave sudcoreana Hmm Namu, colpita nello Stretto di Hormuz da due oggetti volanti non identificati. Secondo il governo di Seul, le analisi tecniche farebbero pensare all’utilizzo di missili anti-nave Noor sviluppati dall’Iran.
Israele: «Oudeh ucciso in un raid». Era il nuovo capo militare di Hamas
La guerra tra Israele e Hamas continua a colpire i vertici delle organizzazioni armate palestinesi mentre cresce la tensione anche lungo il fronte libanese. Nelle ultime ore il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato l’uccisione di Mohammed Oudeh, indicato come il nuovo comandante dell’ala militare di Hamas nella città di Gaza e considerato vicino ai vertici storici delle Brigate Ezzedin al-Qassam. Prima di Oudeh, il comando militare di Hamas nella Striscia era stato affidato a Izz al-Din al-Haddad, rimasto ucciso in un raid israeliano del 15 maggio scorso dopo aver preso il posto di Mohammed Sinwar, fratello di Yahya Sinwar. Secondo quanto riferito dalle autorità israeliane, Oudeh è stato eliminato insieme alla moglie e a due figli durante un’operazione mirata nella Striscia di Gaza. Per Israele il jihadista palestinese aveva avuto un ruolo centrale nella pianificazione e nel coordinamento dell’attacco del 7 ottobre, oltre ad aver diretto operazioni militari e attività di intelligence contro le truppe israeliane nel corso della guerra. Negli ultimi mesi avrebbe assunto la gestione operativa dei combattenti rimasti nel Nord dell’enclave, dopo mesi di bombardamenti, incursioni di terra ed eliminazioni mirate che hanno progressivamente indebolito la catena di comando di Hamas.
Katz ha commentato l’operazione con toni durissimi: «Mi congratulo con gli ufficiali dell’Idf e con tutti coloro che hanno preso parte alla brillante eliminazione. Avevamo promesso che i responsabili del massacro del 7 ottobre sarebbero stati eliminati uno dopo l’altro, e questo sta avvenendo. Sono tutti uomini morti che camminano». Lo stesso ministro della Difesa ha inoltre confermato la volontà del governo israeliano di portare avanti il piano per il trasferimento della popolazione di Gaza, un progetto su cui l’esecutivo lavora dall’inizio del 2025 ma rimasto congelato a causa delle operazioni militari e della tregua successiva. «Anche il programma di emigrazione volontaria da Gaza verrà realizzato, secondo le tempistiche stabilite e nelle modalità appropriate», ha scritto Katz su X.
Il nome di Mohammed Oudeh era emerso più volte nei dossier dell’intelligence israeliana come figura incaricata di coordinare cellule armate, movimenti nei tunnel sotterranei e operazioni contro le truppe israeliane impegnate nella Striscia. Israele aveva già tentato di colpirlo in diverse occasioni, compreso un attacco contro la casa del padre a Gaza nel 2025, nel quale era morto il figlio maggiore Amr. L’eliminazione di Oudeh rientra nella strategia israeliana di colpire sistematicamente i vertici di Hamas, già fortemente indeboliti dall’uccisione di numerosi comandanti delle Brigate al-Qassam dall’inizio della guerra. Secondo Israele, l’obiettivo è impedire la ricostruzione della struttura militare di Hamas e ridurne la capacità di organizzare nuovi attacchi contro il territorio israeliano.
Nel frattempo il conflitto rischia di allargarsi ulteriormente verso il Libano. Diversi droni esplosivi lanciati da Hezbollah hanno colpito il Nord di Israele nelle ultime ore. Le forze armate israeliane hanno riferito di aver avviato verifiche nei punti d’impatto mentre proseguono gli scambi di fuoco lungo il confine libanese. Secondo Channel 12, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha aggiornato direttamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’ipotesi di ampliare le operazioni contro Hezbollah. Nelle ultime ore l’Idf ha inoltre colpito centri di comando di Hezbollah a Tiro dopo gli avvisi di evacuazione diffusi in precedenza.
Continua a leggereRiduci
Pedro Sánchez (Ansa)
Dopo i guai di José Luis Zapatero, la Guardia Civil perquisisce la sede del partito di Pedro Sánchez a Madrid a caccia di prove su finanziamenti illeciti. L’idolo di Elly Schlein però s’incolla alla poltrona. A New York il sindaco Zoran Mamdani, in stile Ilaria Salis, vuol requisire le case a chi le tiene chiuse. In Francia la macroniana presidente della Corte dei Conti studia il prelievo sui depositi bancari per tappare il buco sanitario.
Parafrasando la frase del celebre filosofo di Zagarolo, alias Stefano Ricucci, fanno tutti i socialisti con i soldi degli altri. Anzi, rimaneggiando l’aforisma attribuito a Pietro Nenni sui puri che trovano sempre qualcuno più puro che li epura, si potrebbe dire che dietro qualcuno che si proclama puro c’è sempre qualcuno che ti depura, nel senso che ti alleggerisce di qualche cosa. A volte mettendo direttamente le mani in tasca, altre volte nascondendo le proprie intenzioni dietro nobili ideali, ma sempre dando sonore fregature al prossimo.
Lo testimoniano gli esempi di questi giorni, a partire da quello di José Luis Zapatero, l’icona socialista a cui la sinistra nostrana ha guardato per anni. L’ex premier rappresentava la quarta via, dopo quella di Bill Clinton e pure quella di Tony Blair. Con gli occhioni da Bambi aveva incantato tutti, introducendo nella cattolicissima Spagna le unioni Lgbt e le adozioni da parte di coppie dello stesso sesso. Dal franchismo all’attivismo gay: in effetti, il salto in avanti o nel buio era stato forte e in Italia i compagni in crisi di identità, dopo le sconfitte elettorali, erano caduti in deliquio di fronte a tanto coraggio.
Una volta lasciato il governo Zapatero, come altri leader della sinistra, ha però trovato i soldi. Tanti, a giudicare da tutto quello che c’era nella cassaforte del suo ufficio. Orologi, gioielli, contanti: una prima stima parla di tre milioni. Ma a quanto pare si tratta dell’antipasto, perché da una società sull’orlo del crac, che però grazie al governo di Pedro Sánchez, altro socialista, aveva ricevuto contributi pubblici, sono arrivati consistenti bonifici, all’ex premier e pure alla società delle figlie. In totale, si parlerebbe di un vorticoso giro di denaro, con annessa una serie di reati. Avuto sentore dell’inchiesta, Zapatero pare volesse levare l’ancora e fuggire a Caracas, dove anche senza Maduro resistono un po’ di compagni. In sovrappiù, mentre crolla il mito del Bambi duro e puro, la magistratura ha spedito la Guardia civil a perquisire la sede del Psoe, il Partito socialista operaio spagnolo.
Così, tra un rinvio a giudizio della moglie dell’attuale premier, l’arresto dei principali collaboratori e ombre di corruzione che lambiscono il governo, anche l’immagine di Pedro Sánchez, icona della sinistra di casa nostra subentrata a Zapatero, rischia di fare la fine evocata da Nenni: epurato.
Ma i socialisti a cui si ispirano Schlein e compagni non portano solo guai giudiziari e sospetti di corruzione. Per i miti della sinistra c’è anche altro. Ieri il sindaco di New York, il democratico Zohran Mamdani ha annunciato un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa della Grande mela. Il programma, denominato Block by Block, promette 200.000 nuovi alloggi, ma tra le misure ne spunta una perlomeno discutibile. Mamdani, infatti, annuncia di avere intenzione di espropriare i proprietari di casa che non migliorino le condizioni degli edifici e di trasferirne la proprietà agli inquilini. «Quando necessario, intraprenderemo azioni legali energiche per allontanare i proprietari e i gestori immobiliari negligenti», ha annunciato tra gli applausi. L’appropriazione di un patrimonio privato confligge con il V emendamento della Costituzione americana? Non è cosa che paia preoccuparlo.
Ma il vizio di mettere le mani in tasca al contribuente (come non ricordare Giuliano Amato che di notte prelevò i soldi dai conti correnti degli italiani e Romano Prodi che introdusse l’euro-tassa?) non è solo americano. In Francia, la nuova presidente della Corte dei Conti, Amélie de Montchalin, già ministro dell’Ecologia con la premier socialista Élisabeth Borne, ha avuto un’ideona per ripianare il deficit della sanità transalpina. La proposta prevede che lo Stato prelevi direttamente i soldi dai conti correnti degli assistiti, riscuotendo dunque forzosamente le franchigie per medicinali ed esami che restano a carico dei pazienti. Ovviamente, il prelievo riguarderebbe solo i francesi, per i clandestini e pure per i residenti nei dipartimenti d’Oltremare tipo La Mayotte le cure invece rimarrebbero gratis. O meglio, con i socialisti e Macron, a pagare sarebbe come sempre Pantalone.
Continua a leggereRiduci
Andrea Delmastro (Ansa)
Gli inquirenti romani chiedono le chat tra il sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. Istanza simile a quella arrivata da Milano su Mps-Mediobanca. E i dem gongolano.
La Procura di Roma, due sere fa, ha chiesto alla giunta per le autorizzazioni della Camera di poter acquisire tutte le conversazioni avvenute tra l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e Mauro Caroccia che sta scontando una condanna definitiva per intestazione fittizia dei beni.
La richiesta arriva nell’ambito dell’indagine sul riciclaggio del clan Senese. Il centrodestra non pare intenzionato a dare il via libera, anche se Forza Italia ha posto condizioni, il che lascia intendere che potrebbe decidere di votare diversamente. «Prima abbiamo necessità di leggere le carte» si apprende fa fonti parlamentari.
Naturalmente le opposizioni insorgono. «Se così fosse il messaggio politico sarebbe devastante. Parliamo di atti richiesti dall’autorità giudiziaria in un’inchiesta che chiede chiarezza. Giorgia Meloni ha due strade davanti a sé: coprire Delmastro e i suoi rapporti con personaggi in orbita mafiosa, oppure ordinare ai suoi dare l’ok alla richiesta, provare a fare luce e sgomberare il campo dall’idea che lei il suo partito abbiano qualcosa da nascondere», le parole del capogruppo M5S al Senato, Luca Pirondini. E Angelo Bonelli (Avs) rincara: «È un fatto molto grave: invece di aiutare i magistrati a fare chiarezza e arrivare alla verità, la maggioranza alza un muro politico».
«Apprendiamo che il centrodestra sarebbe orientato a respingere la richiesta della Procura di Roma», dice Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd, «Meloni non aveva detto che non avrebbe coperto più nessuno? E allora che problema c’è ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario e anche quelle del caso Mps?». Infatti quelle di Delmastro non sono le uniche chat che si chiede di acquisire. Anche la Procura di Milano ha fatto una richiesta poco tempo fa: ha chiesto di visionare le chat dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala. Il caso è quello della scalata di Mps a Mediobanca, i pm hanno chiesto al Parlamento di autorizzare la visione delle chat di Sala in quanto, secondo quel che riporta lo stesso ex dirigente ministeriale (non indagato), nelle conversazioni sarebbero citati anche nove parlamentari, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini.
La chiave è qui. L’intenzione sembra quella di voler usare due inchieste per sfruttare la possibilità di andare a cercare all’interno delle chat di maggioranza ed esecutivo per vedere di trovare qualcosa da utilizzare contro il governo. Sul caso di Delmastro, ad esempio, perché, avendo le chat di Caroccia, si chiede di visionare quelle dell’ex sottosegretario? Cosa può aver scambiato con queste persone che non si possa leggere dalle chat già acquisite? È chiaro che si cerchi dell’altro. «In base agli elementi a mia conoscenza, in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha detto Fabrizio Gallo, difensore di Mauro Caroccia, commentando la richiesta avanzata dalla Procura. Certo è che le richieste delle Procure hanno fornito un grande assist alla sinistra che in questo modo evita di parlare dei guai giudiziari spagnoli gravati sui loro idoli: Pedro Sánchez e José Zapatero.
Il fratello minore di Sánchez dovrà comparire in tribunale dove è chiamato a rispondere delle accuse di traffico di influenze, abuso d’ufficio e malversazione. Guai familiari grossi per Sánchez perché anche la moglie del premier spagnolo, Begoña Gómez, dovrà comparire in tribunale il 9 giugno accusata di aver usato la sua influenza, come consorte del primo ministro, per ottenere sponsor per un corso di laurea da lei diretto. Secondo l’accusa, inoltre, avrebbe utilizzato fondi statali per pagare la sua assistente per l’aiuto in questioni personali. La sinistra italiana non ne parla e ignora anche il fatto che nel fine settimana a Madrid sono scese in piazza 40.000 persone per manifestare «contro il governo corrotto di Sánchez». Scandali che si allargano anche agli altri socialisti. Anche l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero sta mettendo in difficoltà il governo (di cui è un forte alleato) perché è stato accusato di traffico di influenze illecite e altri reati di corruzione.
Uno scandalo enorme in Spagna, mentre in Italia, a sinistra, invece di prendere distante, si pensa alle chat di governo nella speranza di trovare qualcosa a cui appendersi per fare opposizione.
Continua a leggereRiduci







