De Luca e De Gregori ora le suonano alla sinistra dei dogmi su Gaza e Iran

Un uno-due micidiale. Ad opera del duo De-De. Con i duri & puri - oi aristoi, i migliori per definizione, gli eticamente superiori, gli unici depositari della verità - finiti al tappeto. La prima botta gliel’ha inferta Erri De Luca su Israele e dintorni.
Lo scrittore, evidentemente indifferente al motto evangelico (Matteo, 18,7) «oportet ut scandala eveniant», «è inevitabile che gli scandali avvengano» (che però aggiunge «ma guai all’uomo per colpa del quale essi succedono») ha scandito:
- in Italia la parola «sionista» è una maledizione, «un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile»;
- il sionismo è «il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria»;
- «Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra. Io lo dico ad alta voce, e non mi importa del prezzo»;
- «So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale».
Apriti cielo! Gli hanno detto e scritto di tutto, i soliti (social) mentecatti: «Razzista venduto», «Servo del Mossad» o «della Cia», «Bruceremo i tuoi libri» - no, dico: «Bruceremo i tuoi libri», hobby che avevano giusto i nazisti, ma tant’è.
Perché in realtà a bruciare era il fatto che quella presa di posizione fosse di un intellettuale in passato finito a processo per istigazione a delinquere, avendo supportato le ragioni dei No Tav (con tanto di appelli in sua difesa, in testa l’allora presidente francese, il socialista François Hollande, e tra gli altri Wim Wenders, Claudio Amendola, Salman Rushdie, Paul Auster, Fiorella Mannoia e via sottoscrivendo). Considerato dunque «di sinistra», anzi, di più: un «antagonista».
Il bello è che non ha fatto marcia indietro, non «si è scusato» come prontamente ci si è precipitati a dire ieri, per oscurare l’eresia precedente.
De Luca si è detto «dispiaciuto», che è cosa diversa: «Non è mia intenzione offendere la sensibilità di chi sostiene la causa palestinese che naturalmente condivido. È accaduto e me ne dispiace».
Ma ha tenuto il punto: «Sionista è chi riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista» e, al contrario, «Chi sostiene l’eliminazione d’Israele dalla carta geografica è antisionista. Questa posizione è anche quella di Hamas, ma non quella dell’Olp, che rappresenta parte del popolo palestinese».
Mentre i «travagliati» e i «montanari» non si erano ancora ripresi, ecco arrivare le affermazioni di Francesco De Gregori, nella conferenza stampa di presentazione di un docufilm su di lui.
Stampa, «Ho perso l’ispirazione», e Corriere della Sera, «Avevo 16 anni quando Luigi Tenco si uccise, e decisi: non andrò mai al Festival di Sanremo», hanno messo la notizia in prima pagina, titolando sulla musica.
La «ciccia» vera l’ha colta, però, Leggo, che ha riassunto: «Sul palco niente politica».
Essì, perché il Principe ha preso le distanze dalla figura dell’artista engagé:
- «Provo imbarazzo quando chi promuove uno spettacolo si schiera in maniera netta e apodittica»;
- «Non mi sento superiore al pubblico, non credo di poter dare lezioni su Gaza o Iran»;
- «Non do lezioni e non le voglio nemmeno prendere da un cantante o da una persona di cinema, piuttosto da un filosofo», e tanti saluti alle bandiere sventolate sul palco, alle spillette sui baveri degli smoking per testimoniare solidarietà e vicinanza ai diseredati del mondo mentre si passeggia sul red carpet, alle lacrime ostentate a favore di telecamere e smartphone (metti caso che si riesca a raccattare pure qualche follower).
FDG insensibile ai mali del mondo?
Ma non diciamo fesserie. Semplicemente, non vuole essere etichettato, catalogato, dato per scontato, arruolato in una fazione o in una falange.
Accodandosi alle parole d’ordine e ai comportamenti imposti dai media o dal preteso (o dalla pretesa) influencer di turno, una volta chiamato maître à penser, naturalmente «democratico e antifascista».
Quell’universo violento che sentenzia: «Se non ti schieri, sei schierato dalla parte sbagliata».
«Se non sei né di destra né di sinistra, allora sei di destra».
«Se ti dichiari antifascista e anticomunista, allora sei fascista», e avanti così, verso l’abisso del pensiero unico.
De Gregori non ha mai rinnegato le sue radici culturali, la sua formazione, la sua «sensibilità» di uomo di sinistra, «sono nato lì», ma ha sempre avuto ripulsa per i tic ideologi, con annessi riflessi pavloviani. Ad Aldo Cazzullo ha spiegato: «Mi chiedo cosa sia, oggi, la sinistra. Un arco cangiante che va dall’idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del “politicamente corretto” e della “Costituzione più bella del mondo”. Che si commuove per lo Slow food e poi magari, en passant, strizza l’occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Quanto a Silvio Berlusconi, forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull’Ilva di Taranto. Pensare di eliminarlo per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra».
Insomma, ai «compagni» gliele ha cantate.
Era il 2013.
E non c’è niente da capire.






