Milano, morto accoltellato un giovane. Il padre: «È stata la gang latina MS13»

Non è una rissa degenerata, né un regolamento di conti.
Questa volta i baby latinos avrebbero colpito solo per dimostrare superiorità, per sbandierare la loro forza. Avevano il volto in parte coperto. E dopo l’aggressione sono spariti saltando su un treno diretto fuori città.
Sono dieci i ragazzi ricercati per la morte di Gianluca Ibarra Silvera, il ventiduenne accoltellato tra i binari della stazione Certosa, alla periferia nord di Milano. Le immagini delle telecamere, che gli investigatori della Squadra mobile e della Polfer stanno analizzando fotogramma per fotogramma, raccontano la fuga sotto i neon sporchi della stazione, proprio pochi istanti dopo la caccia collettiva e l’aggressione. Secondo una prima ricostruzione investigativa, Gianluca era insieme al fratello e al cugino quando il gruppo li ha circondati. E dopo l’accerchiamento sono volate bottiglie, sono spuntati coltelli, sono stati sferrati colpi in rapida sequenza. E alla fine, il fendente che ha trasformato il pestaggio in un omicidio. Arteria femorale recisa. Tecnicamente, sarebbe emerso dagli accertamenti medico-legali, non sarebbe stata una ferita «in sé potenzialmente mortale». Ma nel giro di pochi minuti l’emorragia è diventata inarrestabile, trasformando quel colpo in una condanna. Gianluca si è accasciato sulla banchina del binario sei ed è rimasto a terra mentre gli aggressori fuggivano verso i treni. Secondo gli investigatori gli aggressori avrebbero «agito come degli animali», poi avrebbero «gettato» il ragazzo «su un binario», come un oggetto di cui disfarsi. Gianluca morirà poco dopo all'Ospedale Fatebenefratelli senza mai riprendere conoscenza. Sulla fuga si è subito concentrata l’inchiesta, guidata dal procuratore aggiunto Elio Ramondini e dalla pm Bruna Albertini (coordinati dal procuratore Marcello Viola). La caccia è partita da lì. Ma anche da alcune deduzioni. Non sarebbero emersi elementi rispetto a «uno scontro tra gang», né di relazioni della vittima con gruppi criminali giovanili. Gianluca era incensurato. Seconda generazione ecuadoriana cresciuta a Milano. Ma senza contatti con quel mondo parallelo che ha incrociato martedì alle 22.30. Fuori dalla stazione, nel punto in cui il figlio è stato ucciso, il papà della vittima pronuncia parole che riportano Milano indietro di anni, nell’oscuro universo delle «pandillas» latinoamericane. «Ero qua prima che succedesse e ho riconosciuto uno di loro dai tatuaggi, è il capo dell’MS13». Il riferimento è alla Mara Salvatrucha, la gang salvadoregna diventata uno dei simboli mondiali della violenza urbana latinoamericana. Una sigla che a Milano era già emersa in passato nelle indagini sulle bande giovanili e che molti ricordano anche per la brutale aggressione a un capotreno avvenuta nel 2015. Poi aggiunge che il gruppo era armato: «Bottiglie e coltelli». E soprattutto pronuncia la frase che più ha creato interesse negli investigatori: «Questo è il loro territorio». La stazione.
Un confine da presidiare e da controllare. Un pezzo di periferia in cui il branco detta le regole. Poi arriva il dolore puro: «Vorrei che li prendessero quei bastardi». Il fratello di Gianluca e il cugino, finiti pure loro al centro del pestaggio, hanno assunto il ruolo di testimoni oculari. Il fratello, in particolare, avrebbe riferito agli investigatori della Squadra mobile di non conoscere gli aggressori, precisando che erano persone ignote anche a Gianluca. Parole che avrebbero trovato conferme nei terminali delle forze di polizia.
Il vicepremier e ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha subito fatto sapere che il governo è «al lavoro per raddoppiare la presenza di militari, forze dell’ordine e personale di Fs Security che opera sui treni e nelle stazioni». Secondo il leader della Lega, «questa presenza va almeno raddoppiata, per stroncare una violenza quotidiana ormai diventata intollerabile». L’assessore lombardo alla Sicurezza, Romano La Russa, propone invece metal detector nelle stazioni, nelle metropolitane e nelle aree della movida. Una misura che servirebbe a contrastare «il fenomeno delle gang di sudamericani dedite a rapine violente, spaccio e aggressioni a coltellate o machete». Il sindaco di Milano, Beppe Sala, invece, continua a mantenere la sua posizione morbida e boccia l’idea come «una reazione buttata lì», chiedendosi «come si fa a non pensare cosa vuol dire nelle nostre stazioni mettere la gente in fila e impiegare 30-40 secondi per ogni persona che entra». E cerca di spostare l’attenzione: «È un problema non solo di Milano, c’è nel nostro mondo e c’è nel nostro Paese».
Solo qualche ora dopo è scoppiata una maxi-rissa alla stazione di Garbagnate Milanese. Due gruppi di nordafricani si sono fronteggiati a bastonate. Poi è partita una sassaiola contro un treno fermo in banchina. Un sasso ha ferito un giovane al volto, un altro ha mandato in frantumi un finestrino. La Polfer ha identificato 13 ragazzi tra i 19 e i 24 anni. Due i feriti non gravi e 5 contusi, tra cui un bambino di 9 anni.






