Ansa
Al centro dell’indagine Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi. Coinvolti pure imprenditori amici. C’è un altro filone sui dossieraggi.
Due nuove inchieste toccano la cybersecurity e attraversano i rapporti tra società private e apparati dello Stato. I decreti di perquisizione emessi dalla Procura di Roma ed eseguiti dai carabinieri del Ros riguardano undici persone. Da una parte la cosiddetta Squadra Fiore, dall’altra «i neri» di Giuseppe Del Deo, ex numero due del Dis e dell’Aisi, ora presidente esecutivo «autosospeso» di Cerved (società che si occupa di informazioni economiche e creditizie sulle imprese e che non è coinvolta nel procedimento).
Gola profonda
A intrecciare le due indagini è il «pentito» della Equalize Samuele Calamucci. Sono state le sue dichiarazioni a dare impulso a entrambe le inchieste. Nel primo filone i pm descrivono un gruppo «che acquisiva e commercializzava informazioni riservate illecitamente esfiltrate dalle banche dati nazionali protette», utilizzando strumenti «analoghi a quelli in uso alle forze dell’ordine». Con tanto di operazioni di bonifica negli uffici della Banca popolare di Bari (per mesi al centro di indagini della Procura del capoluogo pugliese). Il link con l’istituto dovrebbe essere Rosario Bonomo, ex finanziere ed ex agente segreto, passato a occuparsi di sicurezza privata alle dipendenze dell’imprenditore Lorenzo Sbraccia, indagato nell’inchiesta Equalize e in istretti rapporti con i vecchi manager della Popolare. Sotto inchiesta è anche l’ex capo struttura dell’Aisi Luigi Ciro De Lisi, ex generale della Guardia di finanza ed capo di Bonomo nei servizi (quest’ultimo era l’autista dell’alto ufficiale).
Spunta anche una società di copertura, la Galima Srls, nella quale compare anche Giuliano Tavaroli (indagato e perquisito pure lui), ex capo della Sicurezza di Pirelli e del Gruppo Telecom Italia e già coinvolto nello scandalo Telecom-Sismi. In questo filone compare pure un investigatore privato proveniente dal Sisde, ex Aisi, Francesco Rossi. È l’uomo che emette le fatture e che mantiene i rapporti con i clienti. Perché l’attività del gruppo più che concentrarsi su spionaggio e dossieraggi sembra interessata a ottenere remunerativi ritorni economici. Qui entra in scena Del Deo.
La prima parte del decreto di perquisizione che lo riguarda è suggestiva: secondo i pm, quando era dirigente del reparto economico-finanziario dell’Aisi si sarebbe «avvalso di una squadra di collaboratori denominati convenzionalmente “i neri”» per attività clandestine, utilizzando «per fini non istituzionali gli schedari informativi» dell’intelligence. Ma l’interesse degli inquirenti pare orientarsi su «un ammanco di denaro dai fondi dell’Agenzia». Che costa a Del Deo un’accusa di peculato da 5 milioni di euro. Una testimone, M. M., addetta alla segreteria di un reparto dei Servizi di sicurezza, lo stesso in cui operava Del Deo, ha raccontato che «fosse notorio, in ambiente dei servizi, che Del Deo avesse una grande disponibilità di soldi» e «ampio potere di disposizione di risorse pubbliche» e che si parlasse di «ammanchi di denaro». Per poi aggiungere: «Ho pensato, come altri, che Del Deo portasse i soldi all’estero».
Prepensionamento
Quelle «voci» probabilmente erano arrivate in alto, visto che, all’improvviso, Del Deo è stato prepensionato con un decreto ad hoc, nonostante tra i suoi estimatori ci fosse il ministro Guido Crosetto, mentre molto critico sul suo operato sarebbe stato Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti.
Nei mesi scorsi le cronache avevano già raccontato come Del Deo fosse stato coinvolto nel caso dell’auto dell’ex compagno della premier Andrea Giambruno, che, secondo le prime indagini, sarebbe stata presa di mira da alcune barbe finte poi trasferite (una versione mai confermata in modo ufficiale), e in quello delle intercettazioni (eseguite dai Servizi) al capo di gabinetto della presidenza del Consiglio Gaetano Caputi. Stando all’accusa, Del Deo avrebbe «pilotato» milioni di euro pubblici verso una società, la Sind, specializzata nei software di riconoscimento facciale, e gestita dall’imprenditore indagato Enrico Fincati, consigliere d’amministrazione della società. Un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito. In un colloquio carpito nel gennaio del 2025 dagli inquirenti si fa riferimento a «un ammanco di denaro di circa 7-8 milioni, che si sarebbe verificato nell’epoca in cui Del Deo era in Aisi e la cui sparizione sarebbe a lui riferibile».
E, così, dopo la prima indagine per corruzione in Sogei, che si è conclusa con una condanna patteggiata a tre anni ciascuno dall’imprenditore Massimo Rossi e dall’ex dirigente di Sogei Paolino Iorio, colto in flagranza mentre intascava una mazzetta da 15 mila di euro, e un ulteriore sviluppo sugli appalti della Difesa e di Telecom e successivamente di Terna e delle Ferrovie, il cuore della nuova inchiesta è il contratto «Nexus». Una piattaforma per la gestione e l’analisi di dati venduta alla presidenza del Consiglio per circa 10 milioni. Secondo i pm, però, il valore reale sarebbe molto più basso. Nelle carte si legge che le fatture (una da oltre 5,5 milioni e una da oltre 4,6) riguarderebbero «forniture mai rese per il valore nominale dichiarato». È qui che scatta l’accusa di peculato: appropriazione di risorse pubbliche attraverso sovrafatturazione.
Altro personaggio chiave dell’indagine è il presidente del Cda di Sind, Carmine Saladino, proprietario, come hanno ricostruito alcuni media, dell’abitazione in cui vive Crosetto. Saladino è anche collegato al contenitore societario attraverso cui passa la valutazione economica del software Nexus, ovvero la Maticmind: è stato il presidente del Cda fino al marzo 2025. L’accusa nei suoi confronti è doppia. Da una parte il concorso nel meccanismo Nexus, dall’altra una ipotesi di truffa aggravata legata all’operazione di cessione di Maticmind. Secondo i pm, Saladino avrebbe gonfiato i conti del 2023 «per oltre 40 milioni di euro», incassando così «circa 8 milioni non dovuti». Il danno viene collegato dagli investigatori dritto a un soggetto pubblico: Cassa depositi e prestiti. È dentro questa cornice che si muove l’operazione di acquisizione avviata da Mozart HoldCo, partecipata anche da Cdp Equity, cioè Cassa depositi e prestiti. Un passaggio finanziario costruito con una clausola precisa, «l’earn out»: una parte del prezzo sarebbe stata legata ai risultati futuri, «all’Ebitda (indicatore finanziario che misura la redditività operativa di un’azienda, ndr)».
È qui che, secondo l’accusa, il meccanismo si piega. Con «artifici e raggiri». Nel bilancio 2023 sarebbero stati inseriti «valori fittizi di fatturato» per gonfiare i conti. L’effetto è diretto: un Ebitda aumentato artificialmente per oltre 40 milioni. Un numero che cambia tutto. Perché su quel numero si calcola il prezzo finale della cessione. Il punto dei magistrati è netto: quei dati avrebbero «indotto in errore» Cdp nella determinazione del valore dell’operazione. Le testimonianze di F. R. e G. B., strette collaboratrici di Del Deo, poi, avrebbero confermato che «il medesimo aveva un grande potere nello svolgimento della sua attività, anche negoziando con i fornitori le condizioni economiche di alcuni rapporti stabiliti dall’agenzia».
Il sistema Nexus
Ma anche che «a seguito del pensionamento anticipato di Del Deo, l’agenzia aveva dismesso il sistema Nexus, la cui fornitura era stata negoziata dal funzionario». Nel luglio 2024 la presidenza del Consiglio recede dal contratto Nexus: la prestazione, per come era stata eseguita, non convince. Si apre una frattura dentro la società. Tra i soci. FraFin da una parte e Maticmind dall’altra. Per i soldi che non arrivano. Le riserve accantonate come utili 2022 non vengono distribuite. Il motivo è uno: il mancato incasso di una delle due fatture legate al contratto con il «cliente principale pubblico».
È stato Lorenzo Forina, attuale amministratore delegato di Maticmind, a spiegare al pm che la presidenza del Consiglio era anche l’unico cliente. Maticmind sceglie quindi un’altra strada: far valutare il prodotto con una perizia per capire quanto valga davvero. Il valore reale del software sarebbe «notevolmente inferiore» rispetto a quello indicato in fattura. Inferiore, quindi, anche rispetto al prezzo pagato dalla pubblica amministrazione. Nexus, nelle conversazioni, perde il profilo di grande piattaforma strategica e assume contorni diversi. Molto più modesti. Viene definito «una sorta di software universitario opensource». Ma venduto per circa 10 milioni di euro. Uno scarto che trasforma il contratto in un contenzioso.
Lo stesso Forina ha poi svelato che Enrico Fincati e Nicola Franzoso, consiglieri del Cda della Sind, «gli avevano fatto capire che il mandante della commessa fosse Del Deo». È a questo punto che compare il nome di Saladino, patron della Sind. Sarebbe stato lui a parlargli di «frequentazioni tra Fincati e Franzoso e Del Deo in un agriturismo in Umbria»: il Relais degli ulivi. Che è risultato di proprietà dei due tramite la società agricola Residenza degli ulivi. Il nome dell’agriturismo compare nel decreto di perquisizione tra le parole che i pm chiedono ai carabinieri di cercare negli apparati informatici sequestrati. Una sequenza che comprende, oltre ai nomi degli indagati e delle società coinvolte, una sfilza di soprannomi («cinghiale», «befana», «sciamannata», «naufrago», «legno», «legnetto») e anche le parole «presidenza del Consiglio», «Montecarlo» e «Vaticano». Quest’ultima in particolare, perché in una conversazione intercettata si parla dei «neri di Del Deo» che avrebbero fatto «casini dal Vaticano».
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Federico Freni (Imagoeconomica)
Forza Italia continua a non sbloccare la nomina del leghista Federico Freni in Consob. Al suo posto vuole la promozione interna di Federico Cornelli. La partita tocca pure i vari incarichi di sottogoverno. E per la coalizione restano i nodi grandi città (Milano, Roma e Napoli) e Sicilia.
Più che un giro di valzer è un giretto, ma il puzzle di poltrone da riempire per il centrodestra, tra Consob, incarichi di sottogoverno e candidature alle amministrative, rischia di aggiungere altra carne alla brace delle polemiche tra alleati. Siamo ormai in piena campagna elettorale per le politiche del 2027, e il risultato del referendum sembra non aver ancora convinto i leader della coalizione di governo a mettere da parte egoismi e tatticismi per impegnare ogni energia al rilancio dell’azione dell’esecutivo.
Partiamo dalla presidenza della Consob, l’autorità di controllo della Borsa, il bocconcino più prelibato tra le nomine da effettuare urgentemente. Il mandato di Paolo Savona si è concluso lo scorso 8 marzo, ed è il momento di procedere alla scelta del successore. La designazione avviene tramite decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio. Il mandato dura sette anni e non può essere rinnovato. Da settimane, se non da mesi, il nome più quotato, a proposito di borsa, è quello del sottosegretario leghista all’Economia Federico Freni. La partita è politica, ed ecco che il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, si è messo di traverso: a quanto risulta alla Verità, preferirebbe una promozione a presidente di uno degli attuali commissari della Consob, Federico Cornelli. Se non si scioglie questo rebus (magari attraverso il classico nome di superamento) non si può procedere all’incastro dei tasselli mancanti.
Se Freni la spunterà, lascerà la poltrona di sottosegretario al Mef, e quindi dovrà a sua volta essere sostituito: circola l’ipotesi del collega di partito Claudio Durigon, che è già sottosegretario, ma al lavoro: il posto andrebbe comunque a un esponente del Carroccio. Se Freni resterà invece al Mef, questo problema non si porrà. Ci sono poi altri posticini di sottogoverno da assegnare: Paolo Barelli, defenestrato dalla carica di capogruppo di Forza Italia alla Camera per far spazio a Enrico Costa, non potrà certo accontentarsi di restare deputato, oltre che presidente della Federazione italiana nuoto, ruolo che ricopre da appena 26 anni. Consuocero di Tajani, Barelli è destinato a diventare sottosegretario ai rapporti col Parlamento. C’è poi da riempire la casella di sottosegretario alla Cultura lasciata libera da Gianmarco Mazzi, promosso ministro del Turismo dopo l’addio di Daniela Santanchè. L’orientamento di Fdi sarebbe quello di non nominare nessuno, per non scatenare malumori e invidie. Verrà invece sostituito Andrea Delmastro, che si è dimesso per le note vicende della bisteccheria: Fdi avrebbe individuato il profilo perfetto per sostituirlo in Sara Kelany, responsabile immigrazione del partito, ma la diretta interessata, caso più unico che raro, preferirebbe, a quanto ci risulta, continuare nel suo lavoro sul fronte dell’immigrazione e della sicurezza.
Attenzione però alle amministrative: nel 2027 andranno al voto città molto importanti, come Napoli, Roma e Milano. A Roma per il centrosinistra si ricandida Roberto Gualtieri; sul fronte centrodestra, a quanto apprende la Verità, oltre alla proposta della Lega, che ha messo in campo l’ex eurodeputato Antonio Maria Rinaldi, nulla si muove (e i militanti sono preoccupati). A Milano, per il dopo Beppe Sala, è in pole position il leader nazionale di Noi Moderati Maurizio Lupi. A Napoli, la coalizione di governo ha raggiunto una prima intesa: il candidato a sindaco sarà espresso da Forza Italia, ma la lotta contro l’uscente Gaetano Manfredi è durissima, soprattutto considerando lo stato confusionale che regna in Fdi all’ombra del Vesuvio, come dimostra la gestione delle amministrative del mese prossimo in grossi centri dell’hinterland: si teme (prevede) un altro tracollo, dopo la scoppola terrificante al referendum, che ha visto la provincia di Napoli raggiungere il record dei No, al 71,5%.
Ma c’è una regione, in particolare, dove il centrodestra rischia di pagare a carissimo prezzo le divisioni interne, ovvero la Sicilia. Le regionali sono in programma nel 2027, ma c’è chi prevede urne anticipate il prossimo ottobre. La ricandidatura di Renato Schifani, presidente di Forza Italia, non è certa: a quanto ci risulta deve guardarsi le spalle da Giorgio Mulè, uno dei volti del rinnovamento del partito. In Fdi, poi, le lotte interne sono particolarmente insidiose: il partito regionale è commissariato, guidato dal deputato romano Luca Sbardella. Manlio Messina, ex uomo forte di Fdi in Sicilia, lo scorso luglio ha lasciato il partito, del quale era vicecapogruppo alla Camera (ci segnalano un corteggiamento politico nei suoi confronti da parte di Roberto Vannacci). Con le indagini che si susseguono a carico di esponenti di Fratelli d’Italia, c’è chi sussurra che il partito potrebbe decidere di far cadere Schifani e andare alle elezioni anticipate il prossimo ottobre, evitando uno stillicidio mediatico-giudiziario. Qui il centrodestra ha rotto anche con Cateno De Luca, vulcanico leader di Sud chiama Nord e sindaco di Taormina, segnalato dai sondaggi intorno al 10% e determinante per la vittoria di uno dei due schieramenti.
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(Ansa). Nel riquadro, Gabriele Vaccaro, il 25 ucciso dal minorenne egiziano
Gabriele Vaccaro, 25 anni, colpito mortalmente al collo da un minore di origini africane dopo un battibecco in un bar di Pavia. Il ragazzino, assieme ad altri complici, lo ha raggiunto in un posteggio e l’ha pugnalato con l’utensile appuntito. Inutili i soccorsi.
Arriva una svolta nell’uccisione di Gabriele Vaccaro, il venticinquenne ammazzato in un parcheggio a Pavia nella notte tra sabato e domenica. Per la morte del giovane, originario di Favara (Agrigento), ieri è stato fermato un sedicenne italiano di origini egiziane. Il provvedimento nei suoi confronti è stato emesso dopo un lungo interrogatorio in Questura. Dalle immagini delle telecamere posizionate nella zona, è emerso che a colpire Vaccaro sarebbe stato solo il sedicenne e non gli altri quattro ragazzini che erano con lui.
Da quanto si è appreso, nei confronti degli altri non sono emersi elementi riconducibili all’accusa di omicidio, ma a breve potrebbero essere denunciati per omissione di soccorso. Si tratta di un minorenne albanese e di tre giovani, due italiani e uno di origini straniere. I quattro ragazzini sono stati ascoltati per diverse ore in Questura dagli investigatori. L’aggressione è avvenuta dopo che tra la vittima, i suoi due amici e l’altro gruppo ci sarebbe stata qualche parola di troppo a seguito di apprezzamenti a una ragazza. Un confronto che è degenerato fuori da un locale della movida pavese e si è trascinato fino al parcheggio, dove Vaccaro - che lavorava in una società di logistica e viveva a Broni (Pavia) - è stato colpito alla gola con un cacciavite o un piccolo coltello. Al momento l’arma del delitto non è stata trovata e bisogna aspettare l’autopsia per accertare la natura delle ferite.
Da quanto si è appreso, il venticinquenne sarebbe stato ucciso proprio con un cacciavite, ma sarà necessario avere ulteriori riscontri.
Paradossalmente, alcune settimane fa i giudici di Roma avevano messo nero su bianco che il cacciavite non può considerarsi «arma letale». Lo hanno fatto nel redigere le motivazioni della sentenza di condanna emessa nei confronti del brigadiere dei carabinieri Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di reclusione perché il 20 settembre 2020, durante un intervento, uccise a colpi di pistola Jamal Badawi. Quest’ultimo, 56 anni, pluripregiudicato, si era intrufolato negli uffici di un’azienda informatica nel quartiere dell’Eur e il carabiniere era intervenuto dopo che il collega era stato ferito nel tentativo di bloccare il ladro. Il reato è quello di eccesso colposo nell’uso legittimo di armi poiché il cacciavite - impugnato da un immigrato anche in quella circostanza - non può essere ritenuta appunto «arma letale».
Eppure Vaccaro è morto. Nell’aggressione di Pavia uno dei due amici della vittima è rimasto lievemente ferito all’addome ed è stato trasportato in ospedale. A Favara, luogo natale di Vaccaro, sarà proclamato lutto cittadino nel giorno dei funerali del giovane. Il sindaco della cittadina agrigentina, Antonio Palumbo, ha espresso vicinanza alla famiglia: «Mi stringo con tutto l’affetto possibile ai familiari. Questo dolore, tanto grande da essere inimmaginabile, non appartiene più solo a loro, ma a ogni singola strada e a ogni singola casa della nostra città. Per testimoniare questa vicinanza, proclameremo il lutto cittadino per il giorno dei funerali. La tragedia che ha colpito il nostro giovane concittadino a Pavia ci lascia svuotati, impotenti, davanti a una violenza che non trova alcuna giustificazione e che stamattina ha ammutolito Favara. Non è solo una vita che si interrompe, è un ragazzo che viene derubato della propria luce. È la nostra comunità che perde un pezzo di futuro».
Il vicepresidente leghista del Senato, Gian Marco Centinaio, si è complimentato con la squadra mobile e con la Questura di Pavia «per la rapidità e l’efficacia con le quali hanno condotto le indagini sull’omicidio. Attendiamo che venga fatta piena luce su quanto è successo, poi toccherà alla magistratura applicare le leggi che ci sono con la massima severità, per punire il responsabile ed eventuali complici. Per il momento, non possiamo fare altro che rivolgere sentite condoglianze alla famiglia di Gabriele, un giovane perbene che era stato accolto nella nostra provincia per lavorare onestamente e vivere in serenità. Da pavese e da rappresentante delle istituzioni, voglio condividere con i genitori, i parenti, gli amici il dolore per la sua tragica scomparsa».
Domenica è stata una giornata di grande dolore. Le foto di Vaccaro sul campo di calcio si alternavano a quelle sulle spiagge siciliane. Numerosi post sui social, scatti che lo ritraevano assieme ai suoi amici di sempre o abbracciato alla sorella gemella, ma anche i viaggi, le passeggiate all’ombra della Madonnina e il tifo per l’Inter allo stadio. Immagini che mostrano l’entusiasmo di un ragazzo che da pochi mesi si era trasferito nel Pavese per lavoro, con tanta voglia di vivere.
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Un soldato dell'Idf in Libano prende a picconate un crocifisso (Ansa)
Soldato Idf (poi identificato) abbatte a martellate un crocifisso nel Sud del Paese. Il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa: «Profonda indignazione». Benjamin Netanyahu: «Sotto choc». Poi però viola il cessate il fuoco e dice: «Con l’Iran non ho finito».
Ha suscitato sgomento e indignazione l’immagine di un soldato israeliano che prende a martellate la testa di una statua di Gesù crocifisso nel Sud del Libano. E, come se non bastasse, Israele ha rotto la tregua nel Paese dei cedri. La foto che mostra il gesto di gravità inaudita è circolata sui social domenica e nella notte le Idf hanno confermato l’autenticità.
Nel comunicato delle Forze di difesa israeliane si legge: «A seguito del completamento di un esame preliminare riguardante una fotografia pubblicata oggi (domenica, ndr) che ritrae un soldato delle Forze di difesa israeliane (Idf) mentre danneggia un simbolo cristiano, è stato stabilito che la fotografia raffigura un soldato delle Idf in servizio nel Libano meridionale». Considerando «la condotta del soldato» come «totalmente incoerente con i valori che ci si aspetta dalle sue truppe», è stato precisato che «saranno presi provvedimenti adeguati». L’episodio è avvenuto nel villaggio cristiano di Debl, nel Libano meridionale. E nel pomeriggio, il responsabile sarebbe stato identificato.
A richiedere «un’azione disciplinare immediata e decisiva, un processo credibile di responsabilizzazione e chiare garanzie che tale condotta non sarà né tollerata né ripetuta» è stata l’Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa, in un comunicato firmato dal cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Esprimendo «profonda indignazione» e «condanna senza riserve», nel testo si sottolinea che «questo atto costituisce un grave affronto alla fede cristiana». L’Assemblea ha fatto anche presente «una preoccupante lacuna nella formazione morale e umana». A intervenire è stata anche la Chiesta ortodossa, sostenendo che si tratta di «un atto criminale».
Da Israele, le prime scuse sono arrivate dal ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar: «Questo gesto vergognoso è totalmente contrario ai nostri valori», ha scritto su X, aggiungendo che «Israele è un Paese che rispetta le diverse religioni e i loro simboli sacri. Ci scusiamo per questo incidente e con tutti i cristiani che si sono sentiti feriti». A dirsi «scioccato e addolorato» è stato poi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu: «Condanno l’atto nei termini più forti. Le autorità militari stanno conducendo un’indagine penale sulla vicenda e adotteranno misure disciplinari adeguatamente severe». E come Sa’ar, anche Netanyahu ha sottolineato che «in quanto Stato ebraico, Israele valorizza e sostiene i valori ebraici di tolleranza e rispetto reciproco tra gli ebrei e i fedeli di tutte le religioni». Eppure, Pizzaballa nella nota è stato chiaro: la vicenda di domenica «si aggiunge ad altri episodi segnalati di profanazione di simboli cristiani da parte di soldati dell’Idf nel Sud del Libano».
La profanazione della statua di Gesù è stata condannata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Affermando che rappresenta «un violento accanimento contro i cristiani che in Medio Oriente rappresentano uno strumento di pace» e «un episodio inaccettabile», ha aggiunto che «profanare i simboli del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’islam non è una manifestazione di forza ma solo di debolezza, contraria a tutti i principi in favore della libertà e del dialogo interreligioso».
Nel frattempo, la fragile tregua non regge. L’agenzia di stampa statale libanese Nna ha riferito che un drone israeliano ha colpito l’area del fiume Litani situata nella città di Qaaqaait al-Jisr. E si parla di almeno tre persone ferite. A essere state bombardate sarebbero anche Shamaa, Taybeh, Al-Qusayr e Al-Qantara, nel Sud del Paese. Le Idf non hanno commentato questi ultimi attacchi, ma hanno riferito che nella notte hanno colpito un lanciarazzi di Hezbollah pronto all’uso, nella zona di Qalaouiyah. Tra l’altro, le Forze di difesa israeliane stanno radendo al suolo gli edifici, le case e le scuole dei villaggi nel Sud del Libano. A confermarlo ad Haaretz sono stati gli stessi comandanti delle Idf: la distruzione avverrebbe in nome di una politica di «bonifica dell’area». Dall’altra parte, Hezbollah ha ammesso di aver fatto esplodere domenica un veicolo blindato delle Idf nel Sud del Libano, affermando che «gli ordigni esplosivi improvvisati» sarebbero stati «piazzati» prima della tregua.
In ogni caso, nel momento in cui scriviamo, è confermato il secondo round di colloqui tra Israele e il Libano a Washington, a livello di ambasciatori. Prima dei raid israeliani, il presidente libanese Joseph Aoun ha comunicato ai parlamentari di aver deciso di negoziare con Tel Aviv «per salvare il Libano». Hezbollah ha continuato intanto a lanciare avvertimenti diretti ad Aoun: un deputato dell’ala politica del gruppo terroristico, Hassan Fadlallah, ha affermato: «È nell’interesse del Libano, del presidente e del governo abbandonare la via dei negoziati diretti e tornare a un consenso nazionale per decidere l’opzione migliore». Sempre Fadlallah ha comunicato che Hezbollah infrangerà «la linea gialla» creata da Israele nel Libano meridionale e che «nessuno sarà in grado di disarmare la resistenza».
E mentre Netanyahu ha annunciato che Israele «non ha finito il lavoro» in Iran, sbandierando che Tel Aviv e Washington «si stanno caricando sulle spalle l’intera civiltà occidentale», i Paesi dell’Ue discuteranno oggi l’accordo di associazione con lo Stato ebraico, dopo che Madrid ha chiesto esplicitamente la rottura del patto. A manifestare cautela è l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas: con la sospensione dell’accordo che «richiede l’unanimità», ha spiegato che ci sono già «altre misure sul tavolo», alcune delle quali richiedono solo «la maggioranza qualificata».
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