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Simonetta Matone (Ansa)
Simonetta Matone leghista, ex magistrato: «Le correnti sono sempre prevalse, per questo il sorteggio fa paura. Vassalli diceva a noi collaboratori: al mio Codice manca un tassello, la separazione delle carriere. E la sinistra concordava».
Simonetta Matone, deputata della Lega, lei è tra i sei firmatari della richiesta di referendum.
«Quarantun anni passati in magistratura, di cui dieci con incarichi governativi. Credo di avere una visione complessiva della giustizia».
Nonché vessillifera del partito nell’aspro dibattito odierno.
«Almeno due incontri al giorno, in tutta Italia. Anche adesso sono in viaggio verso Mantova. Anzi, mi faccia spostare nel vagone ristorante. Detesto quelli che urlano al telefono davanti a mezzo scompartimento».
Ha lasciato la toga cinque anni fa per darsi alla politica.
«L’hanno fatto in pochissimi».
È stata iscritta in passato a qualsivoglia corrente?
«Mai».
Era un volto televisivo straordinariamente noto. A Porta a porta, quando si parlava di delittacci o ragazzini, lei non mancava. Avranno insistito.
«Ho sempre avuto una totale refrattarietà. Il mio ragionamento è stato: se devo fare politica, mi iscrivo direttamente a un partito».
Infatti.
«Capii che quel sistema non faceva per me mentre ero in servizio al tribunale di Lecco. Presentai domanda per venire a Roma come magistrato di sorveglianza. Quando venne accettata, cominciarono a telefonarmi».
Chi?
«Il rappresentante di Magistratura democratica mi disse: “Simonetta, ce l’abbiamo fatta”. Poi si congratulò quello di Unità per la costituzione: “Simonetta, ce l’abbiamo fatta”. Infine arrivò la chiamata di Magistratura indipendente: “Simonetta, ce l’abbiamo fatta”».
Cercavano di prendersi il merito?
«Erano gli anni del terrorismo. Non si sgomitava per un ruolo come quello. C’erano tre posti liberi e una sola domanda: la mia».
Cos’ha visto nella sua lunga carriera?
«Le dico cosa non ho mai visto: venire nominati per merito negli incarichi direttivi. Sono sempre prevalsi gli accordi di corrente».
Anche lei pensa di aver subito qualche torto?
«Il Csm rifiutò di inserire nel mio fascicolo le note di qualifica vergate da Giuliano Vassalli».
Fu ministro della Giustizia dal 1987 al 1991.
«E io ero a capo della sua segreteria. Lui scrisse: “Donna dotata di eccezionale vivacità intellettuale e non comuni doti di comando e organizzative”».
Lusinghiero.
«Quel giudizio segnò involontariamente la mia condanna a morte».
Addirittura.
«Il Csm sostenne che il parere, nonostante gli elogi, conteneva elementi che non attenevano alla professionalità. Fu una vendetta postuma contro chi aveva lavorato con il più grande giurista del secolo scorso».
Nonché padre putativo di questa riforma?
«Il suo codice ha introdotto il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio. Vassalli lo definiva un segno di civiltà, ma a noi collaboratori ripeteva che mancava un tassello: la separazione delle carriere. Era indispensabile anche allora, ma non si riuscì a fare per l’opposizione della magistratura».
La sinistra era favorevole?
«Intonava un coro di sì».
Lei ha letto in parlamento una dichiarazione di Giovanni Falcone.
«Usò un’espressione bellissima: disse che arbitro e giocatore non potevano stare nella stessa squadra».
L’ha conosciuto?
«Proprio mentre ero magistrato di sorveglianza, un suo detenuto si arrampicò su un albero a Rebibbia. Non voleva scendere. Diceva che doveva essere liberato perché erano scaduti i termini di custodia cautelare. Chiamai Falcone: “Guarda, c’ho questo qui su un albero…”. Mi disse: “Ha ragione”. E visto che era un gran garantista, lo fece liberare».
Hanno tentato di arruolarlo tra i contrari.
«Le sparano grosse, tanto nessuno verifica niente».
Lo ha fatto pure Nicola Gratteri.
«Non voglio attribuirgli piani malefici. Confido nella superficialità delle fonti».
Il procuratore di Napoli annuncia che, a urne chiuse, potrebbe regolare i conti con qualche giornalista.
«Nel centrodestra c’eravamo dati una regola: doveva essere un dibattito civile. Si è trasformato in una lotta nel fango. E non certo per nostra volontà».
Gli avversari provocano?
«Non entrano mai nel merito. Fanno solo fumisterie. Pur di non vedere passare la riforma, sarebbero disposti a tutto. Franceschini, che da quelle parti è una delle poche menti pensanti, ha ammesso il loro timore: se vince il Sì, temono di non riuscire a governare per altri vent’anni».
Anche tra voi ci sono state vivacità.
«Non mi pare. Ho sempre visto dibattiti civili centrati sui fatti. A sinistra invece ripetono: “Vogliono sottoporre il pubblico ministero all’esecutivo”. Dove? Come? Quando? Mi piacerebbe rindossare la toga per interrogare Elly Schlein: “Scusi segretaria, mi indichi il punto in cui è scritto”».
Quasi tutte le toghe e molti professoroni sostengono il teorema.
«Durante un dibattito televisivo me l’ha ripetuto pure un insigne costituzionalista. E io: “A quale passaggio si riferisce?”. Sa cosa mi ha risposto? “Non c’è, ma è nelle vostre intenzioni”».
In un fuori onda, lei però s’è sfogata: alcune frasi di Nordio non avrebbero giovato alla causa.
«Sono stata fraintesa. Mi riferivo solo a certe affermazioni sul Csm, forse poco opportune. La forma, certe volte, diventa sostanza. Peraltro, io sono un’ammiratrice del ministro. Lo stimo moltissimo. Nutro per lui sincero affetto».
L’ultima polemica è sul suo capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi: ha definito certi pm «un plotone d’esecuzione».
«Va ascoltata tutta l’intervista. Si riferiva a una piccola parte dei magistrati. La stragrande maggioranza sono persone perbene».
I sondaggi, prima del silenzio elettorale, non sembravano esaltanti.
«Io non vivo nel sopramondo, ma tra la gente normale. E percepisco l’esatto contrario. La fioraia mi scrive: “Per sempre sì”. Il garagista mi dice: “A Simonè, semo dalla vostra parte”. Sono circondata da favorevolissimi. Anche chi non segue la politica, ha capito».
Cosa temono i magistrati?
«La separazione delle carriere non importa a nessuno».
Allora?
«Sono terrorizzati dal sorteggio: stravolgerebbe gli equilibri».
Lo considerano inaccettabile.
«Ma come? Va bene per nominare i giudici popolari di una Corte d’assise, che può infliggere l’ergastolo. Va benissimo per scegliere i tre magistrati del tribunale dei ministri, che può mettere in stato di accusa il presidente del Consiglio. È eccellente per definire i membri della Consulta, che può giudicare il presidente della Repubblica. Quando però si parla di trasferimenti, diventa un attentato alla Costituzione».
Perché?
«Il sorteggio scardina ogni accordo. Ma non esistono magistrati di serie A e di serie B. Se vince il Sì, dovranno rassegnarsi alla scelta casuale tra persone che hanno vinto il concorso. Non certo dei passanti».
Scenario a voi favorevole: vince il Sì. E poi?
«La gente comune avrà una certezza: chi deciderà le loro sorti verrà scelto per competenza e non per amichettismo».
Obiettano: nessun vantaggio per i cittadini.
«Non dovranno avere più paura, invece. Non ci sarà bisogno di fare la solita domanda agli avvocati: “Da che parte sta il mio magistrato?”. Adesso l’inaudito è diventato normalità: tutti sono ormai convinti che giudici e pm vengano influenzati dalle loro idee politiche».
Confida in meno errori?
«Penso, per esempio, a David Rossi. Sono vicepresidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sua morte. Mi inquieta sapere che la scena del crimine è stata alterata dai pubblici ministeri: non solo nessuno li ha censurati, ma hanno pure fatto carriera. È come il caso Tortora: i responsabili di quello scempio giudiziario sono stati promossi».
Si avvicina la verità anche per il delitto di Garlasco?
«Ci sono stata un paio di giorni fa, per un dibattito pubblico sul referendum».
Scelta casuale?
«Penso proprio di no».
Alberto Stasi è colpevole?
«In questi diciassette anni, per il buon nome della giustizia italiana, l’ho sempre sperato».
Davvero?
«Non so se è innocente. So però che, con due sentenze di assoluzione piena e una richiesta del procuratore generale di rigetto del ricorso, andava assolto. Invece, è stato condannato».
E se fosse innocente?
«Credo nella ricerca del colpevole. Non di un colpevole qualunque».
Quindi?
«Sarebbe una tragedia».
Un altro caso Tortora?
«Peggio».
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Le Fiamme gialle del Comando Provinciale di Napoli hanno smascherato 8 medici privi di autorizzazioni, che pubblicizzavano sui social le loro prestazioni in ambulatori fatiscenti. Alcuni percepivano il reddito di cittadinanza.
All’esito della ricerca, i finanzieri del Gruppo Giugliano in Campania, del 1° Nucleo Operativo Metropolitano Napoli e della Compagnia Casalnuovo di Napoli hanno complessivamente individuato 8 soggetti che eseguivano autonomamente prestazioni di chirurgia e medicina estetica, senza le previste autorizzazioni.
In particolare, i medici abusivi pubblicizzavano, su profili di «TikTok», trattamenti estetici invasivi - consistenti principalmente in iniezioni sottocutanee di botulino e acido ialuronico - che, per legge, devono essere effettuati da un medico chirurgo specializzato.
I clienti venivano ricevuti presso locali appositamente adibiti o abitazioni private che, seppur dotati di lettini, luci e attrezzature professionali, sono apparsi in condizioni igieniche sanitarie precarie, nonché privi di dispositivi medici idonei ad affrontare eventuali complicazioni emerse nel corso dei trattamenti.
I responsabili, peraltro alcuni fruitori di reddito di cittadinanza o di assegno di inclusione, proponevano su rete i propri servizi a prezzi economicamente più vantaggiosi rispetto a quelli di mercato, in totale evasione di imposte.
Al termine dei controlli, sotto il costante coordinamento delle Procure della Repubblica competenti territorialmente di Napoli, Napoli Nord e Nola, le Fiamme Gialle hanno denunciato gli 8 responsabili per esercizio abusivo della professione medica e sequestrato 3 locali commerciali nella loro disponibilità, circa 3.000 euro in contanti, le attrezzature e le sostanze pericolose utilizzate, tra cui 130 fiale iniettabili di botulino, decine di confezioni di filler dermico e rimodellante iniettabile, oltre 160 siringhe di acido ialuronico, etichette di medicinale già somministrato, nonché oltre 3.000 tra aghi, siringhe sterili, provette, flaconi e tubetti di pomata anestetica.
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Imagoeconomica
Il pool di Milano portò in cella troppi innocenti a causa degli intrecci tra Procura e ufficio del gip. Un sistema che permette alle toghe dell’accusa di deresponsabilizzarsi. Separando le carriere, tutto ciò non si ripeterà.
Molti dei lettori di questo giornale ricordano l’epopea giudiziaria di Mani pulite, ma non tutti ricordano che il pool di pubblici ministeri (tre esattamente) aveva un unico gip di riferimento, ossia che, tra le decine di giudici per le indagini preliminari che erano in servizio a Milano, le richieste di quel pool, comprese quelle di misure cautelari, andavano tutte sempre e soltanto a un medesimo gip. E non era un caso. Era un sistema di rapporti tra Procura e giudice delle indagini preliminari appositamente predisposto per consentire alla prima di vedersi accolte, se non tutte, almeno la maggior parte delle sue richieste. Il tempo ha dimostrato che moltissimi tra gli indagati, dapprima sottoposti a misura cautelare, sono stati poi assolti. Quanti di costoro avrebbero evitato il carcere se il gip fosse stato un altro, se anziché essere sempre il medesimo, ci fosse stata una normale e logica turnazione?
È di tutta evidenza che buona parte di quegli indagati avrebbe evitato la gogna e gli arresti se non fosse stato predisposto un meccanismo di rapporti tra la Procura e l’ufficio gip, tale da garantire alla prima di avere un gip di esclusivo e prevedibile riferimento.
E quello di Mani pulite non è stato e non è l’unico caso. È solo il più noto. In diversi tribunali l’ufficio del gip è organizzato in modo tale che la Procura abbia un interlocutore privilegiato.
Quale garanzia può derivare al cittadino se l’organizzazione della giustizia può essere usata per far sì che le richieste delle Procure vadano ai giudici che sono, a torto o a ragione, neanche questo importa, predisposti ad accoglierle?
Ognuno vede come la riforma di questo sistema, che impedisce che l’indagato debba difendersi da un’opinione già fatta tra giudice e pubblico ministero, non può che giovare al cittadino sottoposto a indagini, così come avrebbe giovato agli indagati di Mani pulite, poi assolti, ma, nel frattempo, condotti alla gogna e alla galera, da un sistema precostituito allo scopo di aumentare le probabilità che le richieste della Procura trovassero esito positivo.
Si obietta che, in tal modo, il pm diventa un poliziotto, una parte privata dedita a vincere le cause piuttosto che a ricercare la verità, come avvererebbe oggi. Obiezione a cui è semplice replicare che l’azione del pm resta quella di sempre, regolata dalle norme della procedura penale, che non cambiano e che gli impongono di chiedere l’archiviazione se non ha niente in mano contro l’indagato. Oggi il pm è obbligato a chiedere l’archiviazione in assenza di sufficienti elementi non dalle norme che la riforma intende cambiare, ma dalle regole del processo, e domani lo sarà ugualmente, con il vantaggio, però, che la sua separazione dalla componente giudicante inciderà significativamente sul rispetto del contraddittorio nella fase delle indagini.
Resta, poi, come lo è adesso, l’obbligatorietà dell’azione penale, che impone al pm di indagare davanti alla notizia di un reato e che rende ininfluente ogni possibile ed astratta ingerenza del potere politico nei suoi confronti: alla telefonata del potente che gli chiedesse di non indagare sul tale politico, il pm, oggi come domani, potrà opporre che egli è obbligato a farlo dalla Costituzione. E la Costituzione egli continuerà ad avere dalla sua parte.
Nessun rischio di controllo politico, dunque, ma semmai, e piuttosto, solo il vantaggio di avere un organo dell’accusa che agisce in contraddittorio con la difesa prima ancora che in preordinato accordo con il giudice.
Le cronache di questi decenni riportano notizie di operazioni giudiziarie che hanno coinvolto centinaia di cittadini in indagini poi finite in maggior parte con assoluzioni. Cronache recenti e meno recenti dimostrano, dunque, che è oggi che alcuni procuratori non hanno la sbandierata «cultura della giurisdizione», ossia l’attitudine a valutare obiettivamente gli indizi e le prove, che, invece, secondo i detrattori della riforma, andrà definitivamente perduta con un pubblico ministero staccato dall’ordine dei giudicanti e messo da solo ad indagare. Il fatto è che, proprio oggi, con questo sistema, circa la metà delle accuse viene rigettata e, incomprensibilmente, secondo alcuni ciò sarebbe indizio di ottimo funzionamento del sistema (vallo a dire a chi lo ha subito…); dunque, il fatto che proprio oggi si producano questi risultati è segno che, con questo sistema, non c’è affatto «cultura della giurisdizione».
Se un pubblico ministero, come è ripetutamente accaduto fino a giorni recenti, dopo aver ottenuto la custodia cautelare di un indagato, dopo averne chiesto la condanna, una volta che quell’imputato sia assolto, non impugna l’assoluzione, si può dire che una tale situazione è indice di un sistema che funziona adeguatamente e che non va cambiato oppure è segno del fatto che i procuratori sono inseriti in una organizzazione giudiziaria nella quale diluiscono le loro responsabilità? Quante volte in questi casi abbiamo sentito il pubblico ministero scusarsi dicendo che non è stato lui ad applicare la custodia cautelare, che lui l’ha soltanto chiesta, e che poi è stato il giudice a concederla? Non si direbbe, ma tutto ciò è il frutto di un pubblico ministero che, oggi, con questo ordinamento giudiziario, agisce come parte spuria, ossia come un organo che, alla fine, fa parte di un ordinamento in cui ci sono altri che decidono e in cui lui ha solo un ruolo di impulso.
Il pubblico ministero, dunque, oggi, non domani a causa di questa riforma, dispone di centinaia, e in alcuni casi migliaia, di uomini di polizia giudiziaria, che muove alla ricerca di elementi di reati, che poi riversa su un giudice delle indagini preliminari, a cui chiede un provvedimento nei confronti dell’indagato, e quando tutto finisce nel nulla, quando l’indagato è assolto, la spiegazione è che è stato il giudice a far fare la galera preventiva.
È il sistema attuale, non quello che si vuole introdurre, che istituisce un pubblico ministero irresponsabile, non tanto disciplinarmente, ma proprio deontologicamente, che è cosa più grave. È il sistema attuale che mimetizza il pubblico ministero in un ordinamento unico con il giudice, e fa sì che le sue azioni si confondano con quelle del giudice.
Si obietta che in realtà ciò accade in casi sporadici e che, invece, nella maggior parte degli altri casi i comportamenti sono virtuosi, si tengono nel rispetto dei diritti, delle garanzie e delle procedure; che, dunque, il fatto che ci siano errori non può giustificare una riforma così incisiva, e che, piuttosto, basterebbe correggere gli errori.
Ecco, questo è un altro argomento propagandistico, per almeno due ragioni. La prima è che non si tratta affatto soltanto di errori (e neanche sporadici), ma di situazioni favorite dal sistema. L’errore è l’esito di una colpa umana, mentre qui siamo davanti a una distorsione che questo sistema di integrazione tra pubblici ministeri e giudici consente e favorisce. La seconda ragione è che le riforme si fanno per cambiare le prassi distorte, non quelle virtuose; se c’è una piena maggioranza di pubblici ministeri che fa benissimo il suo lavoro, ed è vero, ma una minoranza che approfitta del sistema abusandone, la riforma è giustificata da questi ultimi, e non può essere impedita dal fatto che gli altri lavorano bene.
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Maria Chiara Prodi (Ansa)
È al vertice dell’organismo che si occupa dei residenti nei Paesi stranieri. E anche della «Maison de l’Italie» a Parigi. Che dovrebbe promuovere la cultura, ma fa politica.
C’è un altro tavolo presieduto da Maria Chiara Prodi. Si trova in un’elegante residenza universitaria nel cuore di Parigi e ripropone le fattezze degli storici e nobili edifici italiani. È la «Maison de L’Italie», di cui la Prodi è direttore dal 1° marzo 2022. Una carica che si aggiunge a quella di segretario generale del Cgie, di presidente delle Acli Francia nonché di vicepresidente del Fai, Federazione delle Acli internazionali. Posizione che potrebbe porla in una situazione di conflitto d’interesse. La Fondazione Maison de l’Italie, con sede nella Cité Universitaire di Parigi, svolge funzioni di accoglienza e promozione culturale in coordinamento con l’ambasciata d’Italia a Parigi ed è finanziata dal ministero degli Esteri. Direttore compreso. Di qui l’interrogativo: qualora il Cgie dovesse entrare in conflitto con quello che per la Prodi è di fatto il proprio datore di lavoro, da che parte si porrà?
Di certo l’attenzione alle spese non manca, specialmente se sono le proprie. Invitata a partecipare alla prima Conferenza internazionale dell’italofonia tenutasi a Roma il 18 e il 19 novembre, la segretaria del Cgie ha più volte sollecitato il comitato di presidenza affinché organizzasse una riunione a Roma negli stessi giorni. «Ufficialmente» allo scopo di interloquire col Parlamento sulla legge di bilancio, cosa peraltro mai avvenuta. Il vero motivo in effetti lo ha spiegato la stessa Prodi nella riunione del 2 ottobre. In quella occasione fa presente che le date individuate le consentirebbero «di partecipare alla Conferenza internazionale dell’italofonia senza dover sborsare il denaro necessario all’acquisto dei titoli di viaggio e al soggiorno poiché altrimenti non potrebbe godere del rimborso». Richiesta prontamente accolta dal comitato di presidenza, 9 membri di cui 4 provenienti da Nord e Sudamerica e che dati i voli transoceanici, portano la spesa di ogni riunione a Roma ad un costo di circa 60.000 euro. Nulla che non sia previsto dallo statuto, per carità. Le riunioni in presenza nella Capitale devono essere fatte, almeno 6 all’anno, ma l’approccio personalistico a un ente pubblico non è passato inosservato. Specialmente tra i consiglieri di area opposta.
Così come la decisione di eliminare dal sito del Cgie un documento pubblico, il resoconto della riunione del comitato di presidenza nei giorni 18 e 19 novembre, dopo che Federica Onori, ex M5s passata ad Azione, ne avrebbe fatto richiesta verbale alla stessa. Dunque senza alcun passaggio collegiale come prevederebbe il regolamento.
Intanto, il dibattito sulla riforma della giustizia entra anche tra le mura della Maison. A discutere «sull’oggetto del quesito e sui possibili esiti» c’è Isabelle Bocoubza, ordinaria di diritto pubblico presso l’Università di Nanterre e specialista delle riforme della giustizia in Italia. Voce sicuramente articolata ma anche critica rispetto alla riforma Nordio che, secondo la Bocoubza, non sarebbe davvero in grado di separare le carriere. Da tempo inoltre, la docente si schiera contro le accuse di politicizzazione della magistratura da parte del governo italiano. Considerando che la Maison è finanziata con soldi pubblici per offrire un servizio all’intera comunità accademica, non certo per svolgere un ruolo di indirizzamento politico, siamo certi che seguirà l’invito ad una voce per il Sì. Sempre che la par condicio sia di casa.
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