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Negli ultimi 20 anni, la produzione è salita del 50%. Tolto il nucleare, è la nostra ultima spiaggia. Nel 2005 l’elettricità generata dal fossile era il 67%: due decenni dopo, è al 68%.
Se mi è concesso vorrei tornare sul carbone, giacché su esso, pur cruciale per il nostro benessere, v’è la convinzione diffusa che sia tra i peggiori mali del mondo.
La convinzione ha preso corpo nelle vostre menti grazie all’orchestrata propaganda ambientalista che, per qualche misteriosa ragione, ogni volta che l’umanità si dota di un bene - offerto vuoi dalla natura, vuoi dall’ingegno umano - che brilla per economicità, efficacia ed efficienza, ecco che esso viene additato come un male da combattere e da sostituire immediatamente con qualcos’altro, tipicamente molto costoso, molto inefficace e molto inefficiente. Anzi, quanto più costoso, inefficace e inefficiente è la sostituzione (la chiamano transizione), tanto più assordante è la propaganda.
Faccio fatica a capacitarmi di come la propaganda riesca a prendere piede. Pensate ad esempio alla plastica, un meraviglioso materiale senza il quale - la vulgata non sembra comprendere - vivremmo come si viveva 100 anni fa. O, ancora, pensate al Ddt, ai fertilizzanti, ai conservanti, all’energia nucleare, alle onde elettromagnetiche, e a decine di altri veri doni di Dio che gli ambientalisti vi hanno convinto a odiare.
Per oltre vent’anni ho predicato la necessità di riavviare la produzione elettronucleare in casa. Era il 15 maggio 2012 quando, relatore ad una conferenza al Parlamento di Bruxelles, pronunciavo queste testuali parole: «Negli ultimi anni la Ue ha sprecato ingenti somme di denaro in inutili impianti della green economy nel vano tentativo di governare il clima, e ha rallentato irresponsabilmente lo sviluppo del nucleare, con l’inevitabile conseguenza di dover aumentare l’uso del gas naturale. Perseguendo tale politica i leader della Ue hanno scavato la nostra fossa, e stanno continuando a farlo».
Di tutta evidenza ho fallito, e m’è rimasta solo la magra soddisfazione di ascoltare, poche settimane fa, Ursula von der Leyen denunciare «l’errore strategico del mancato ulteriore sviluppo dell’elettronucleare in Europa». Ora, siccome per l’Italia è di tutta evidenza diventato complicatissimo installare nuovi impianti nucleari, il carbone è rimasto l’ultima nostra spiaggia.
A dispetto della propaganda in Ue, negli ultimi vent’anni la produzione di carbone è aumentata del 50% e il suo commercio via mare è raddoppiato. La nostra vita dipende anche dal carbone, due terzi del quale è usato per produrre elettricità, e il resto dalle industrie che bisognano di calore ad alta temperatura, che producono acciaio, cemento, e persino gli impianti d’energia alternativi, impossibili da avere se non ci fosse il carbone.
Dei 100 miliardi di tonnellate di materie prime estratte ogni anno dalle viscere della Terra, di carbone vengono estratte meno di 10 miliardi di tonnellate, eppure esso produce oltre un terzo dell’elettricità mondiale; gli impianti che lo bruciano non richiedono tecnologia particolarmente avanzata, sono economici, efficaci, efficienti, non dipendono dal sole o dal vento, non esplodono, possono dotarsi di scorte enormi senza complessi problemi di stoccaggio, inquinano meno di un distributore di benzina. Accertate per 100 anni, stimate per 1.000 anni, e ampiamente distribuite nel globo, quelle di carbone sono risorse democratiche di cui il mondo fa largo uso checché ne dica la Ue.
Tornando alla produzione elettrica, giova fare un confronto tra il 2005 e il 2025, cioè 8 trilioni di euro dopo: tanto è stato l’impegno economico del mondo su eolico e fotovoltaico nel corso degli ultimi vent’anni. Seguite il filo del discorso sui dati, cioè sui fatti, senza farvi illudere dai desideri. Confrontiamo il mix di produzione elettrica, nel 2005 e nel 2025, per mondo, Ue, Italia e Corea del Sud. Quest’ultima l’ho aggiunta perché, forse il Paese più moderno e tecnologicamente più avanzato al mondo, è di dimensione e popolazione simile all’Italia e, come l’Italia, non ha molte risorse energetiche in casa, e deve importarle.
Nel 2005, la produzione elettrica mondiale da combustibili fossili era al 67% del totale. Vent’anni e 8 trilioni d’euro dopo, passa al 68%: niente male come decarbonizzazione. Ue e Italia fanno meglio, per così dire: i combustibili fossili stanno nel mix con 20 punti percentuali di meno. Ma a che prezzo? Il prezzo è quel che stiamo pagando tutti noi, sia in Ue che in Italia: energia elettrica alle stelle per le famiglie e a prezzi non competitivi per le imprese. Per l’Italia la cosa è un vero disastro, con praticamente zero elettricità da carbone, e men che zero quella da nucleare, visto che la importiamo. Se, dicevo sopra, eolico e fotovoltaico han pesato 1.000 euro per ogni abitante il pianeta, per l’Italia sono stati 120 miliardi, 2000 euro per ogni italiano. Contribuiscono al 25% della nostra produzione elettrica, ma lo faranno per solo 20 anni e non hanno permesso la chiusura di alcun impianto a gas. Con 120 miliardi avremmo potuto installare oltre 15 GW nucleari, che avrebbero fornito, e per 60 anni, il 50% dell’elettricità che ci serve.
Guardiamo infine la Corea del Sud. Ha mantenuto inalterato la produzione elettrica da combustibili fossili (62% nel 2005 e 61% nel 2025), l’uso del carbone è allineato alla media mondiale, e il nucleare contribuisce per un terzo. Risultato: le imprese sudcoreane pagano l’elettricità la metà di quelle italiane; le famiglie coreane la pagano un terzo delle famiglie italiane.
Non serve aggiungere altro: ascoltare quei fenomeni del campo largo attribuire le elevate bollette elettriche al non sufficiente impegno su eolico e fotovoltaico ci lascia di sasso.
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Notte di paura all’Hilton di Washington durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca: un 31enne apre il fuoco nell’area controlli, ferito un agente. L'aggressore avrebbe dichiarato di voler colpire «funzionari del governo». Trump evacuato e poi l’appello: «Risolviamo le differenze pacificamente».
Notte di paura a Washington, dove la cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca si è trasformata in pochi istanti da evento simbolo della libertà di stampa a scena di panico e tensione. Nella lobby dell’hotel Hilton, sede del gala, un uomo armato ha aperto il fuoco mentre all’interno erano presenti il presidente Donald Trump, la first lady Melania Trump, il vicepresidente JD Vance e circa 2.600 invitati, tra giornalisti e rappresentanti delle istituzioni.
L’aggressore, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, originario della California, è stato bloccato dalle forze dell’ordine dopo aver sparato diversi colpi nell’area dei controlli di sicurezza, poco prima dell’ingresso alla sala principale. Secondo le prime ricostruzioni, avrebbe colpito un agente al torace: il giubbotto antiproiettile ha evitato conseguenze gravi e il poliziotto è stato medicato e dimesso poco dopo. Fermato sul posto, l’uomo avrebbe dichiarato di voler colpire «funzionari del governo».
La dinamica indica che l’attacco si è consumato in una zona cruciale del dispositivo di sicurezza, quella dei metal detector, dove gli ospiti vengono filtrati prima di accedere all’evento. Allen, armato di fucile, pistola e coltelli, sarebbe riuscito ad arrivare fin lì nonostante la presenza massiccia di agenti, aprendo un interrogativo immediato sulle falle nei controlli in un appuntamento che coinvolgeva il vertice politico del Paese. All’interno della sala, il rumore degli spari ha innescato il caos. Gli invitati si sono gettati a terra, cercando riparo sotto i tavoli o allontanandosi dall’ingresso. In pochi secondi sono scattate le procedure di emergenza: gli uomini del Secret Service hanno evacuato il presidente e i membri dell’amministrazione, mentre l’aggressore veniva immobilizzato.
La serata è stata sospesa e non è più ripresa. Trasferito alla Casa Bianca, Trump ha parlato circa un’ora dopo l’accaduto. «Ho parlato con l’agente ferito e sta bene, il giubbotto ha fatto il suo lavoro», ha detto, definendo l’attentatore «un lupo solitario» e «una persona malata». Poi l’appello: «Alla luce di questa sera, chiedo agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Nessun Paese è immune alla violenza politica». Il presidente ha anche ringraziato la moglie per «il coraggio e la pazienza» e annunciato l’intenzione di riprogrammare l’evento entro un mese. In un primo messaggio pubblicato a caldo, aveva elogiato l’operato delle forze di sicurezza, parlando di «lavoro fantastico».
Le indagini si stanno concentrando ora sul profilo dell’attentatore e sulla preparazione dell’azione. L’Fbi ha avviato una perquisizione in un’abitazione collegata all’uomo a Torrance, nell’area di Los Angeles, mentre le autorità cercano di chiarire come sia riuscito ad avvicinarsi così armato a un evento di questo livello. Gli investigatori non escludono che abbia agito da solo. L’episodio riporta inevitabilmente alla memoria un precedente storico: lo stesso hotel Hilton di Washington fu teatro, nel 1981, dell’attentato contro Ronald Reagan.
Dura la reazione internazionale. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «piena solidarietà» a Trump, sottolineando che «nessun odio politico può trovare spazio nelle nostre democrazie». Sulla stessa linea il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha ribadito come «la violenza non ha posto in politica», e diversi leader occidentali, da Emmanuel Macron a Keir Starmer. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di «tentato assassinio», esprimendo sollievo per il fatto che il presidente sia rimasto illeso.
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Ansa
Le penne nere chiedono al Comune di Udine di scegliere che corteo vuole. Perché quello arcobaleno (deciso all’ultimo) non è compatibile: «Sono due mondi opposti».
Le penne nere friulane sono state chiare: o noi o loro. Gli alpini non vogliono sovrapposizioni con il Fvg Pride nelle date stabilite per il prossimo raduno Ana (Associazione nazionale alpini), il 26 e 27 settembre. «Sono due mondi completamente opposti, è impensabile che convivano nello stesso Comune e nello stesso momento», ha tuonato il presidente della sezione locale, Mauro Ermacora, in una lettera inviata al sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni.
L’adunata degli alpini era stata comunicata lo scorso dicembre, si prevede un afflusso di circa 1.500 persone e figuriamoci se uomini tutti di un pezzo possono accettare di condividere gli spazi con un corteo di Lgbt smutandati. Il 26, infatti, giorno prima della sfilata, avrà luogo anche l’evento arcobaleno deciso pochi giorni fa. Notizia accolta con enorme disappunto delle penne nere e notevole imbarazzo dell’amministrazione comunale, che si è dichiarata all’oscuro della programmazione Pride.
L’Ana ha dato tempo al sindaco udinese fino al 28 aprile per esprimersi, chiedendogli di scegliere tra una delle due manifestazioni. De Toni al momento l’ha presa alla larga. «Sebbene l’amministrazione non sia chiamata ad autorizzare il corteo Fvg Pride, conferma il proprio impegno a garantire il rispetto delle libertà di tutti. È dentro questo perimetro che il Comune di Udine esercita il proprio ruolo: non scegliere tra diritti, ma trovare una soluzione per garantirli entrambi», è stata la prima reazione espressa in un comunicato.
Il sindaco ha tirato in ballo la Costituzione, che «riconosce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente» e, per non scontentare nessuno, ne ha fatto semmai un problema di ordine pubblico scaricando la decisione sul prefetto. Ha ricordato, infatti, che le manifestazioni «possono essere limitate solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica».
Risposta che non ha soddisfatto gli alpini. «Se saremmo disponibili a cambiare giornate? No», ha dichiarato Ermacora al Gazzettino. «Attendiamo sereni la risposta. Noi non cambiamo data, semmai cambiamo luogo. Ho già ricevuto diverse chiamate da altri sindaci che ci danno l’opportunità di organizzare il raduno da loro», ha poi tenuto a precisare.
Sabato 26 settembre sono in programma concerti degli alpini in diversi punti della città e la messa in Duomo, quindi cortei Lgbt «per un mondo equo, antifascista, decoloniale e sempre più fieramente queer», qual è il manifesto di quest’anno, non sono bene accetti. «Tornare a Udine, a quasi dieci anni dalla prima manifestazione, significa rilanciare un percorso politico che non si è mai fermato», aveva dichiarato Alice Chiaruttini, presidente di Fvg pride Odv, annunciando la manifestazione.
Per poi aggiungere: «Oggi è ancora necessario scendere in piazza, in un contesto in cui diritti e libertà vengono continuamente messi in discussione». Riusciranno a mettersi d’accordo? Udine ama i suoi alpini, quindi sicuramente non li lascerà andare altrove. Gli Lgbt dovranno allora rassegnarsi a un cambio di data, ma non anticipando troppo l’evento, per carità. Nel loro programma scrivono che «manifestare a fine settembre, rinunciando alla cornice estiva del Pride Month, è un atto di cura collettiva e radicale: rifiutiamo di esporre i corpi della nostra comunità a temperature che, negli ultimi anni, non costituiscono solo dati statistici, ma barriere architettoniche naturali che impediscono la partecipazione di persone anziane, disabili, e di tutte le soggettività più fragili».
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