Donald Trump (Getty Images)
Fioccano pareri di esperti sui frutti dell’odio seminato dai Maga In alternativa, diventano buone persino le teorie complottiste.
Anche questa volta la versione più diffusa è che «se l’è andata a cercare». Tesi, appunto, non certo inedita che però si tinge ora di una sfumatura particolare. Più o meno i maestri del pensiero sono d’accordo sul fatto che Donald Trump sia la causa dell’ennesimo attentato ai suoi danni. Tuttavia qualcuno ritiene che il presidente abbia armato la mano (aspirante) assassina di Cole Tomas Allen alimentando l’odio e la divisione fra gli americani.
Altri invece ritengono che l’abbia armata letteralmente, cioè organizzando una messa in scena al fine di passare per vittima dell’astio progressista. In entrambe le versioni, la ricostruzione è piuttosto contestabile.
Anche a noi, da qualche tempo, Trump non è più così simpatico, per lo meno da quando - invece di portare la pace promessa - alimenta guerre e massacri per scopi discutibili. Il fatto, però, è che a sinistra The Donald era odiato da molto prima. Lo disprezzavano quando prometteva di far finire la guerra in Ucraina, lo detestavano quando prendeva di mira il woke. Che attacchi o meno l’Iran, in fondo, non fa troppa differenza per i suoi detrattori di sinistra: quel che affermano oggi lo sostenevano anche ieri. Ripetono, ad esempio, che sia un pazzo pericoloso esattamente come il suo attentatore, cosa che sostengono da quando è stato eletto la prima volta e che ultimamente ripetono solo con più veemenza.
Alan Friedman sulla Stampa lo ribadisce con decisione: Donald è vittima di sé stesso. Sul medesimo giornale lo scrittore Shalom Auslander spiega che «un pazzo ha sparato a un altro folle e i sociopatici High tech si arricchiscono». Un altro scrittore, Jonathan Safran Foer, sostiene che Trump abbia avvelenato con l’odio la sua America. Certamente ciascuno è libero di pensare del presidente americano ciò che vuole, ma queste dichiarazioni le sentiamo da ben prima che Trump se la prendesse con l’Iran mettendo in difficoltà tutta Europa. Nascono da un disprezzo che è lo stesso riversato contro Charlie Kirk e che è estremamente pericoloso perché tende a giustificare l’eliminazione fisica dell’avversario politico. La quale, per altro, negli Usa non è certo una novità. Però nessuno, per fortuna, ha mai sostenuto che i Kennedy se la siano andata a cercare, e di certo nessuno lo sosterrebbe se venissero colpiti Obama o Biden. Piaccia o meno Trump, è difficile sostenere che non vi sia una cultura dell’odio alimentata dal fronte progressista.
È lo stesso fronte che, guarda caso, ora dà credito alle teorie riguardanti l’auto attentato. Certo, tutti chiamano in causa il proverbiale «mondo Maga», a cui si attribuisce ogni suggestione cospirazionista. Eppure fa un certo effetto leggere i giornali italiani e scoprire che il Corriere della Sera rilancia in prima pagina tutti i dubbi su una possibile messa in scena organizzata proprio da The Donald. Sia chiaro: indagare su questa pista è sacrosanto, e noi non abbiamo alcun elemento per escluderla se non le nostre elucubrazioni. Come ha notato lo scrittore Don Winslow, se si trattasse di una sceneggiata forse il copione avrebbe dovuto prevedere l’eliminazione dell’aspirante killer. Il quale, per altro, non si capisce che convenienza avrebbe avuto nel rischiare la pelle e/o pesanti condanne.
A prescindere da ciò, a colpirci è la facilità con cui, trattandosi di Trump, viene sdoganato il complottismo. Questo, negli Usa, ha nobilissimi padri. Basti ricordare quel che hanno prodotto sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy autori come Don DeLillo e James Ellroy o cineasti come Oliver Stone. Eppure da qualche tempo a questa parte il mondo progressista si è distinto proprio per l’irrisione nei riguardi dei dietrologi. Quante volte abbiamo letto commenti feroci sui seguaci di Qanon e sui creduloni sovranisti e novax? Di nuovo: finché i pazzoidi e i paranoici possono essere arruolati a forza nelle file della destra, bisogna deprecarli e sbertucciarli. Ma se la teoria del complotto si rivela utile per demolire ulteriormente l’immagine del presidente-dittatore dal ciuffo biondo, allora anche gli austeri media mainstream possono divertirsi a sguazzare nel torbido. Eppure sono gli stessi che - pur di fronte all’evidenza - hanno sempre cercato di smorzare ogni indagine sulle ombre internazionali, a partire dalle inchieste sul sabotaggio del Nord Stream e più in generale sulle vicende ucraine. Ora invece guardali: persino il serissimo Massimo Gaggi suggerisce la pista dell’attentato «staged», ovvero organizzato ad arte. Fossero sempre così solerti, questi grandi media, avremmo avuto narrazioni diverse sul Covid, sulle guerre, sulla politica internazionale, l’immigrazione e mille altri temi.
Ed è esattamente questo il punto. Qui non si vogliono prendere le difese d’ufficio di Trump, che per quanto ci riguarda è attualmente indifendibile. Si tratta semmai di stigmatizzare coerentemente un atteggiamento intollerabile, un flusso di odio che promana dal fronte liberal-progressista verso tutti coloro che hanno posizioni diverse, e che arriva ogni volta a giustificare le peggiori nefandezze. Va fatta chiarezza su questo attentato a Trump, senza ombra di dubbio. E di certo bisogna continuare a contestare le scelte sbagliate degli Stati Uniti, quando ci sono. Ma su tutto resta anche un’altra certezza: a sinistra non vogliono la verità, vogliono soltanto la distruzione del nemico, con ogni mezzo necessario. Il che li rende, pure oggi, peggiori di Trump.
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Marina Calderone (Ansa)
Allungati i bonus per l’assunzione di under 35, donne e nell’area Zes solo a chi applica il «salario giusto» (definito dagli accordi delle sigle più rappresentative). Spid per i rider e polizze per i caregiver.
Il decreto Primo maggio arriva il 28 aprile. Non è solo un gioco di parole, ma una buona notizia per il lavoratori, visto che già oggi si terrà il consiglio dei ministri che conterrà i tanto attesi provvedimenti a favore di donne, giovani e occupazione. Buona notizia perché dopo un tira e molla che dura da settimane, il premier Giorgia Meloni stanca di rinvii e dispute tra le parti ha preso in mano il dossier. Decisivo l’ultimo vertice a Chigi alla presenza di Alfredo Mantovano (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), Marina Calderone (ministro del Lavoro), Claudio Durigon (sottosegretario al Lavoro) e Luigi Sbarra (ha la delega al Sud per la presidenza del Consiglio). Novità? Innanzitutto le risorse, perché si parlava di una forchetta oscillante tra i 750 milioni e il miliardo e alla fine dovrebbero essere messi sul piatto non meno di 960 milioni.
Pochi problemi per le misure a costo zero. Per esempio quella sui rider: nell’ultima bozza è previsto che l’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie) e Carta nazionale dei servizi (Cns). «La piattaforma», si legge, «non può rilasciare più di un account per ogni singolo codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. La violazione comporta una sanzione che nella bozza resta da quantificare».
Difficile invece il lavoro di mediazione per trovare la quadra sulle misure «onerose», anche perché ci sono delle agevolazioni in scadenza a fine aprile. Innanzitutto la premessa che dovrebbe accontentare i sindacati più rappresentativi, quindi Cgil, Cisl e Uil e le maggiori associazioni datoriali: «Gli incentivi all’occupazione», si legge nella bozza, «andranno solo alle aziende che applicano il salario giusto, ovvero il trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». «Per i settori non coperti da contrattazione collettiva», inoltre, «il trattamento economico complessivo non può essere inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale, stipulato dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». Una definizione che dovrebbe arginare il pericolo della proliferazione di contratti pirata.
Ma veniamo al punto. Di quali incentivi parliamo? C’è per esempio il bonus per le assunzioni dei giovani under 35: il taglio dei contributi che le aziende devono versare ai neoassunti per i contratti a tempo indeterminato. È previsto un tetto per la decontribuzione che è di 500 euro mensili per le assunzioni in tutto il territorio nazionale e di 650 euro nelle regioni della Zes (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria). Sarà estesa anche l’agevolazione per le donne che però già scade a fine anno e prevede un esonero totale dei contributi previdenziali, con un massimo di 650 euro al mese. L’altra leva è quella che porta alla necessità di ampliare o prorogare gli strumenti individuati per far crescere la retribuzione complessiva.
Da questo punto di vista la vera novità riguarda la previsione che gli incrementi retributivi stabiliti in sede di rinnovo dei contratti collettivi di lavoro scaduti decorreranno dalla data di scadenza naturale del precedente contratto.
Non solo. Perché nella bozza è anche previsto che in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi entro i primi dodici mesi successivi alla naturale scadenza, le retribuzioni siano adeguate, «a titolo di anticipazione forfettaria dell’incremento retributivo previsto dal comma 1, alla variazione dell’Ipca, entro il tetto massimo del 50% annuo della stessa, fatte salve eventuali diverse pattuizioni contrattuali in uso». E ancora: «Nei settori caratterizzati da elevata stagionalità e variabilità dei ricavi», si legge nella bozza, «l’adeguamento di cui al comma 2 non trova applicazione ed è legato a indicatori economici settoriali individuati dalla contrattazione collettiva».
Nel testo poi sono previsti anche incentivi al 31 dicembre per i disoccupati di lungo periodo e per la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato.
Mentre in via sperimentale, è stata inserita la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare. Copertura che viene viene finanziata con poco meno di 13 milioni l’anno.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il premier smentisce Via Solferino sul suo coinvolgimento nella cacciata del direttore. Alessandro Giuli si intesta la scelta. E il sovrintendente ammette: «Mi è costata». Ma la bacchetta insiste: «Non ho offeso, sono stata bullizzata».
Nessun coinvolgimento del premier, Giorgia Meloni, nel licenziamento della direttrice musicale Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice di Venezia. La narrazione secondo la quale dopo la sconfitta referendaria il presidente del Consiglio avrebbe adottato la linea dura del «chi sbaglia paga», non è piaciuta alla stessa Meloni, che ieri ha contestato la ricostruzione del Corriere della Sera sul suo ipotetico intervento nel licenziamento.
Infatti, il giorno dopo la nota della Fondazione La Fenice, presieduta dal sindaco veneziano Luigi Brugnaro, che tramite il sovrintendente Nicola Colabianchi, ha fatto sapere di aver deciso di «annullare tutte le collaborazioni future con Beatrice Venezi a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche della maestra, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra», Palazzo Chigi smentisce il quotidiano di Via Solferino secondo il quale governo e Fratelli d’Italia avrebbero «scaricato» il Maestro lucchese e sarebbe stata la stessa Meloni a dare l’ok finale a una «scelta inevitabile» perché la Venezi era «ormai indifendibile».
Una ricostruzione «priva di fondamento», secondo la nota di Palazzo Chigi, a cui si aggiunge la conferma del ministro della Cultura, Alessandro Giuli: «Il licenziamento è stata una libera e autonoma scelta del sovrintendente Colabianchi. Si tratta a tutti gli effetti di un atto insindacabile, pur condiviso appieno dal ministro, sul quale il governo non avrebbe potuto avere e in generale non intende avere alcuna facoltà di condizionamento».
In effetti il rapporto tra la direttrice e la Fenice non era mai decollato ed è finito tra gli applausi e le grida di giubilo dentro e fuori il teatro di pubblico e orchestrali che, per la verità, hanno dato un indegno spettacolo. La «direttrice sgradita», considerata un simbolo culturale del melonismo, chiude così la sua fulminea collaborazione: nominata a settembre 2025 doveva entrare in carica come direttrice musicale stabile, per quattro anni, il prossimo prima ottobre e invece, domenica, la revoca.
Nella serata di ieri, la Venezi ha diffuso una nota: «Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno», sottolineando di aver appreso dall’Ansa la decisione dell’annullamento delle sue future collaborazioni. Una fine provocata dall’intervista al quotidiano argentino La Nación, nella quale Venezi ha accusato l’orchestra di nepotismo: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio». L’accusa non è piaciuta agli addetti ai lavori e ha messo così fine a una nomina, per le maestranze del teatro, avvenuta con «modalità poco trasparenti» e un curriculum «non comparabile» a quello dei precedenti direttori musicali.
Nel corso degli ultimi mesi sono state tante le proteste contro la sua nomina, molte delle quali anche ingiustificate e basate probabilmente sulla sua simpatia politica verso la destra. E così la tensione è cresciuta progressivamente, passando da scioperi, cortei, volantinaggi, spillette anti Venezi indossate da orchestrali e pubblico, fino alla richiesta di dimissioni del sovrintendente. Un clima che ha reso sempre più evidente la frattura tra le parti. Soddisfatta la Rsu della Fondazione: «Si tratta di un atto doveroso nei confronti di un’istituzione d’eccellenza e delle sue maestranze, le cui professionalità sono state oggetto di dichiarazioni pubbliche gravi, infondate e lesive della dignità del lavoro».
«Tagliare Venezi mi è costato, ovviamente, perché non era previsto. Ha fatto dichiarazioni lesive della dignità dell’istituzione. Questo non era più tollerabile e ha determinato una decisione definitiva», ha spiegato il sovrintendente. Sul nuovo direttore musicale Colabianchi prende tempo: «Non è una figura obbligatoria, non è urgente procedere a questa nomina. Abbiamo tempo, troveremo la soluzione più opportuna». Ricerca non facilissima e tempi stretti che non aiutano, visto che i sindacati dopo Venezi non recedono dalla richiesta di dimissioni del sovrintendente.
Sulle offese però la bacchetta toscana non è d’accordo: «Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori della Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera», spiega. «In Italia essere giovane è un handicap e poi donna un aggravante. Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta».
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Emmanuel Macron (Ansa)
È prevista una deviazione temporanea fino a 30 miliardi, serve ok da Bruxelles. La Francia vuole «allungare» gli eurodebiti...
In queste giornate di affannato e teso confronto con la Commissione a proposito di una deroga al Patto di stabilità, per mitigare l’impatto della crisi dei prezzi energetici, si sente parlare di un «piano B» che invece dovrebbe essere il Piano «A». Entrambi i piani si riferiscono alla clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità (Psc) che però, dopo la riforma del 2024, non è più soltanto quella «generale», già applicata nel 2020 per la crisi economica causata dal lockdown, ma quella «nazionale», che è l’unica grande novità del Patto riformato.
La prima è contenuto nell’articolo 25 del regolamento del 2024, sostanzialmente invariata rispetto al passato, la seconda è prevista dall’articolo 26, che è stata frutto di un lungo compromesso sull’asse franco-tedesco ed è stata presentata a lungo come il simbolo della tanta invocata «flessibilità» di cui era priva la precedente versione del Psc. Ma è stato un compromesso che ha «avvelenato i pozzi», come spiegheremo di seguito.
L’effetto finale di entrambe le clausole è quello di consentire una deviazione temporanea dal percorso di spesa netta concordata e quindi fare più spesa e più deficit. Ma le modalità di attivazione ed esercizio delle due clausole sono diverse. La clausola nazionale (Nec, National escape clause) di distingue proprio per il suo approccio specifico e mirato alle esigenze del singolo Stato membro, mentre quella generale (Gec, general escape clause) riguarda la Ue nella sua interezza. Di conseguenza, sono ben diverse le condizioni attivazione della sospensione del Psc. Mentre la Gec richiede una «grave recessione» che deve riguardare la Ue nel suo complesso e quindi necessita un ampio coordinamento tra gli Stati, la Nec richiede il verificarsi di «circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato membro» che abbiano un «impatto rilevante sulle finanze pubbliche», stimato intorno al 1-1,5% del Pil. Intorno ai 30 miliardi per l’Italia. E cosa c’è di più «eccezionale» e «al di fuori del controllo» di uno shock dei prezzi energetici, che peraltro impatta in modo asimmetrico e disomogeneo sui singoli Stati membri, in dipendenza del loro specifico mix di approvvigionamento energetico? E qui sorgono i problemi.
La Commissione è convinta che la spese per la difesa rientrino nella definizione, al contrario delle spese per la crisi energetica e, nel fare questa valutazione, ha di fatto un potere insindacabile, scalfibile soltanto con una certosina opera di convincimento. Nulla di più. A meno di non voler far esplodere un conflitto istituzionale, che è quello che abbiamo potuto leggere in filigrana nelle ultime dichiarazioni a tale proposito di Giorgia Meloni e del ministro Giorgetti.
Un rischio reale perché chi decide sulla concessione della Nec è il Consiglio Ecofin con la particolare formula della maggioranza qualificata rafforzata (almeno 20 Paesi che rappresentino almeno il 65% della popolazione). Ma lo fa esprimendosi su una raccomandazione della Commissione la quale deve essere preceduta da un’esplicita richiesta dello Stato membro, che viene attentamente vagliata dalla Commissione. A quel punto il Consiglio stabilisce la durata della deviazione e può anche concedere più proroghe. Ovviamente tali fasi sono precedute e accompagnate da interlocuzioni informali, per far sì che la richiesta dello Stato membro diventi una raccomandazione della Commissione in senso favorevole ed entri in Consiglio con ragionevoli probabilità di successo. È questo probabilmente il motivo dell’attivismo verbale di Meloni e Giorgetti in questi giorni perché, non essendoci le condizioni per la clausola generale, bisogna convincere Commissione e Consiglio per ottenere quella nazionale. Possibilmente evitando di sfidarli presentando la richiesta e ricevendo un secco “no” in favore di telecamere e mercati.
E qui veniamo al grimaldello più pesante nelle mani della Commissione. Perché la «deviazione» non deve «mettere a rischio la sostenibilità fiscale nel medio termine». Una valutazione contraddistinta da una infinita discrezionalità, perché entrano in gioco diverse variabili come la traiettoria del debito, i costi di finanziamento, le proiezioni di crescita. Fattori su cui l’Italia è un osservato speciale a Bruxelles. Su tutto questo, come se non bastasse, si innesta la procedura per deficit eccessivo (Edp), dalla quale l’Italia non è riuscita ad uscire a causa del deficit/PIL al 3,1% nel 2025. Infatti la Nec è attivabile anche dal Paese che è già in Edp come l’Italia, ma subendo la conseguenza distorsiva e illogica di prolungare la procedura. Ecco così spiegata la recente pressione sul filo dei decimali per scendere sotto il 3%, perché se fosse avvenuto avremmo avuto potuto deviare dal Patto senza rientrare in procedura. In altre parole, per chi non è in Edp, come la Germania, attivare la clausola nazionale consente di spendere senza finire in Edp, invece per chi è in Edp spendere significa restare in Edp più a lungo. Fine pena mai. Soprattutto confrontandosi con la Francia che negli ultimi 17 anni è stata in Edp per 11 anni ed ha pure ottenuto tempo fino al 2029 per rientrare sotto il 3%, mentre noi abbiamo avuto tempo fino al 2026.
E proprio dalla sponda francese ieri sono arrivate le ambigue parole del Presidente Emmanuel Macron che ha proposto il rinvio del rimborso dei debiti del NextGenerationUE da parte degli Stati membri, previsto dal 2028 al 2058. Anziché consentire agli Stati lo sfruttamento della flessibilità nazionale, ricompare la «sirena» del debito comune, peraltro nemmeno nuove risorse, che serve solo a condizionarci.
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