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2022-06-30
Oggi il vertice sul protocollo Covid. I lavoratori restano imbavagliati
Ansa
Il governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione.
L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo.
Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».
Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.
E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno.
Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato.
Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio.
Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. Spazi per discutere non ce ne sono, perché ormai siamo al 30 giugno e anche le proroghe sanno essere tiranne.
«Dai divieti più danni che benefici»
Per come stanno insistendo sulla crescita dei contagi da Covid, l’impressione è qualche misura restrittiva scatterà prima della fine dell’estate. La voglia del ministero della Salute di arginare l’appena ritrovata normalità è tanta, basta vedere gli obblighi delle mascherine ancora imposti. Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici.
Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità».
Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà».
Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica.
La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
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Dopo il tavolo ministeri-Inail, all’ultimo giorno utile, l’incontro con i sindacati. Benché il governo si trinceri dietro la «forte raccomandazione», è quasi scontata la proroga dell’obbligo di Ffp2 nel settore privato.Un saggio del «Bmj» critica l’apartheid messo in piedi con i passaporti vaccinali «Troppe discriminazioni alimentano la sfiducia: ora serve una strategia diversa».Lo speciale contiene due articoliIl governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione. L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo. Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno. Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato. Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio. Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. Spazi per discutere non ce ne sono, perché ormai siamo al 30 giugno e anche le proroghe sanno essere tiranne.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oggi-il-vertice-sul-protocollo-covid-i-lavoratori-restano-imbavagliati-2657585689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-divieti-piu-danni-che-benefici" data-post-id="2657585689" data-published-at="1656544631" data-use-pagination="False"> «Dai divieti più danni che benefici» Per come stanno insistendo sulla crescita dei contagi da Covid, l’impressione è qualche misura restrittiva scatterà prima della fine dell’estate. La voglia del ministero della Salute di arginare l’appena ritrovata normalità è tanta, basta vedere gli obblighi delle mascherine ancora imposti. Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici. Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità». Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà». Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica. La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
Silvia Salis (Ansa)
La sua personalissima ricetta per prevenire casi come quello dell’omicidio di Youssef Abanoub nella scuola della Spezia, ucciso con una coltellata da un compagno di classe, la sindaca di Genova Silvia Salis l’ha comunicata attraverso le pagine della Repubblica: «Potenziare l’educazione sessuo-affettiva». In modo da fornire ai maranza «strumenti per la gestione delle proprie emozioni». Poi ha tentato di scaricare su «ministri, consiglieri e deputati di destra» che, dal suo punto di vista, «con post grotteschi», accuserebbero «le grandi città di essere insicure perché sono amministrate al centrosinistra» la colpa dell’emergenza. Infatti, a suo giudizio, la sicurezza è materia di competenza esclusivamente governativa. Ma mentre la prima cittadina tenta il classico scaricabarile, Genova fa i conti con una situazione che assomiglia a un’emergenza e non solo nelle periferie già trasformate da anni in barrios sudamericani o slum africani.
Il bollettino è quotidiano: aggressioni, rapine, coltelli, bande di maranza che imperversano anche in pieno centro cittadino. Intanto la Polizia locale è tornata a occuparsi quasi solo di fare le multe, mentre la precedente amministrazione di centrodestra la impiegava anche nel presidio dell’ordine pubblico, soprattutto nel centro storico. Proprio dove, nei giorni delle festività natalizie, anche la presenza di carabinieri e polizia era molto ridotta. E così i maranza hanno potuto imperversare. Turisti e residenti, soprattutto giovanissimi, sono stati avvicinati e molestati. A dicembre le rapine violente, tentate o consumate, solo nel centro sono state (almeno) 17. Quasi la metà nei caruggi, in piazza Caricamento, via Prè, via Balbi, via Bixio. Alcuni episodi si sono registrati anche nelle vie di massimo richiamo turistico: piazza De Ferrari, Salita Pollaiuoli (davanti a Palazzo Ducale), via XX Settembre (la via dello struscio con i suoi portici), l’adiacente via Vernazza, via di Brera, a due passi dalla stazione Brignole. Le modalità sempre le stesse: aggressioni improvvise, spesso messe a segno da gruppetti. Le prede sono persone sole o vulnerabili (giovani o anziani). Bottino minimo: qualche banconota, telefoni cellulari, monili. Le vittime vengono seguite, avvicinate con un pretesto e colpite rapidamente. Eppure, dicono gli investigatori, non c’è un reale controllo del territorio da parte di bande strutturate. Le risse esplodono da un sabato all’altro nello stesso luogo, nella stessa via, ma hanno come protagoniste etnie diverse. La capacità di risposta, secondo la Questura, è comunque considerata elevata. Quasi la totalità dei casi avrebbe portato all’individuazione degli autori, che spesso provengono dai centri d’accoglienza per minori stranieri non accompagnati.
Non sono, però, i soli a colpire. Ci sono anche gli immigrati di seconda generazione. Il caso più recente è del 10 gennaio 2026. Due tunisini di 19 anni vengono rintracciati e fermati dai Carabinieri per una rapina con aggressione e per una tentata rapina al Winter Park di Ponte Parodi, avvenute il 6 dicembre, ovvero il giorno dell’inaugurazione del luna park. Avrebbero colpito un giovane al volto per rubargli 50 euro, procurandogli lesioni, e poco dopo avrebbero tentato un secondo colpo. Decisive le telecamere. I due, già noti alle forze dell’ordine, vengono bloccati nel centro storico e portati nel carcere di Marassi. Pochi giorni prima, il 7 gennaio, la Polizia denuncia un ventenne e un sedicenne, entrambi stranieri, per rapina aggravata in concorso. In via Gramsci, a pochi passi dall’Acquario e dal Porto antico, agiscono in quattro a volto coperto, coltello e pistola, verosimilmente un’arma giocattolo senza tappo rosso. L’obiettivo sono denaro e cellulare. Il telefono viene ritrovato nella vicina via Prè dagli agenti della Polizia locale. I sospetti scappano, due vengono bloccati in piazza della Commenda. Il maggiorenne è risultato irregolare sul territorio nazionale, il sedicenne viene collocato in una comunità. Gli altri due restano dei ricercati. Lo stesso giorno uno studente diciottenne viene rapinato, preso a bottigliate e sfregiato nel salotto cittadino, la centralissima piazza De Ferrari. È una gang di almeno sei persone. «Mi hanno bloccato per strada», ha raccontato la vittima. Il 4 gennaio è segnato da un doppio colpo. Alle 3.15, in via dei Giustiniani, un diciottenne genovese viene spinto a terra da due stranieri che gli rubano smartphone e portafoglio. Taglio profondo al labbro. Un’ora dopo, all’incrocio con via San Lorenzo, un trentatreenne di origini marocchine viene aggredito da due nordafricani che cercano di rubargli il cellulare. Nel tentativo di difendersi riporta una ferita alla mano. All’alba del 3 gennaio una coppia di turisti italiani viene rapinata mentre rientra in hotel dopo una serata in discoteca. L’aggressione avviene in via XXV Aprile, la via dello shopping esclusivo. I due malcapitati erano stati seguiti dal Porto antico. Spintoni, borsa scippata alla ragazza. Escoriazioni. La sera del 2 gennaio, linea 1 dell’autobus, quartiere di Sestri Ponente. Tre giovani si avvicinano a una passeggera per frugare nello zaino. Ma la donna se ne accorge. Scoppia il caos. Una ragazza colpisce la vittima al volto con uno smartphone. I tre fuggono. Vengono rintracciati vicino alla stazione di Cornigliano: due algerini di 19 e 25 anni e una tunisina di 24. La ragazza ha un coltellino di dieci centimetri, quattro di lama. Il diciannovenne ha l’obbligo di presentazione quotidiana alla Polizia per precedenti contro il patrimonio e denunce per tentato furto aggravato, lesioni aggravate e possesso di oggetti atti a offendere. L’1 dicembre un giovane marocchino ha aggredito un’anziana nell’androne di casa nel quartiere Di Negro. Le ha strappato la borsa ed è scappato. Pochi giorni dopo, grazie alle telecamere, l’hanno individuato e arrestato.
E a provare che i maranza ormai abbiano messo le radici in città c’è un passaggio dell’ultima relazione del procuratore generale Roberto Aniello all’inaugurazione dell’anno giudiziario: «Il lavoro della Procura per minorenni di Genova ha subito in tutti i settori di sua competenza un notevole aumento motivato, nel penale, da un incremento di fenomeni di devianza minorile anche gravi». E aggiunge un numero che fa rumore: «Sono anche aumentate le richieste di misure cautelari del 55% rispetto al precedente anno giudiziario». E in molti casi si tratta di stranieri. Ma per la sindaca Salis la colpa è sempre degli altri.
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«Le nostre nazioni condividono molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla loro tradizione, e dal mio punto di vista condividono un potenziale – nonostante i nostri rapporti bilaterali siano estremamente solidi – inespresso straordinario che siamo ovviamente qui per esplorare e portare avanti». Così Giorgia Meloni in apertura dell’incontro bilaterale con il presidente coreano Lee Jae-Myung. Nelle dichiarazioni congiunte nella Blue House di Seul al termine del bilaterale, il premier ha spiegato che «Rafforzare il nostro partenariato economico è una delle tre priorità» di cui si è discusso, insieme a quella di puntare su «catene del valore più forti e sicure» e a dare «maggiore sistematicità al coordinamento politico».
Un euro che non chiude la vicenda, ma lascia aperta una domanda: perché, nonostante una relazione tecnica depositata da anni a firma del commercialista Stefano Martinazzo, nessuno ha mai chiarito se quei 40 milioni siano stati considerati un danno erariale.
La Procura di Civitavecchia avrebbe archiviato il procedimento penale sull’Airbus perché non ha ravvisato gli estremi della truffa ai danni dello Stato. Ma quell’archiviazione non è mai stata comunicata ufficialmente, e soprattutto non ha chiuso il fronte contabile. Anzi. Proprio il procuratore di Civitavecchia, Mirko Piloni, aveva trasmesso alla Corte dei Conti la consulenza di Martinazzo, 117 pagine più quasi 1.900 di allegati, che ricostruisce nel dettaglio l’operazione, come aveva anticipato La Verità negli anni scorsi. La Corte dei Conti quei numeri li conosce. Conosce la sequenza dei fatti, le email, le stime di mercato ignorate, le anomalie contrattuali.
L’operazione nasce tra il 2015 e il 2016, quando il governo Renzi decide di dotarsi di un aereo di Stato per le tratte intercontinentali. Alitalia Sai è già tecnicamente fallita, ma dal gennaio 2015 è partecipata al 49% da Etihad, che investe 387,5 milioni nel capitale e 172,5 milioni in asset. Per aggirare il divieto di contratti diretti con società extra-Ue, prende forma una triangolazione: Etihad noleggia l’A340-500 ad Alitalia, che lo sub-noleggia allo Stato, in una trattativa che, come emerge dalla relazione di Martinazzo, appare di fatto diretta tra Italia ed Emirati.
Il cuore dello spreco sta nei numeri: l’aereo è valorizzato 58 milioni di dollari, contro stime di mercato tra 22 e 35 milioni; a ridosso della firma compare un anticipo di 25 milioni, assente nelle bozze iniziali, che consente a Etihad di rientrare in possesso del velivolo e riaffittarlo allo Stato. Il paradosso è che nel 2018 l’aereo vale poco più di 3 milioni di euro e nel 2023 viene ceduto per un euro simbolico, dopo che lo Stato ne ha anticipato i fondi per permetterne il noleggio. In sostanza, come osserva Martinazzo, lo Stato anticipa i fondi per permettere al locatore di entrare nel pieno possesso dell’aereo che successivamente noleggerà, pagando canoni calcolati su un valore iniziale gonfiato.
Il confronto tra i canoni rende la distorsione ancora più evidente. Etihad propone ad Alitalia un leasing a condizioni di mercato, ma nel sub-leasing allo Stato il costo mensile raddoppia. Nel frattempo, dalle email agli atti emerge una pressione costante della presidenza del Consiglio per chiudere l’operazione «con assoluta celerità», in vista di missioni internazionali imminenti. Una fretta che, secondo il consulente, contribuisce a spiegare perché valutazioni più realistiche - pure circolanti tra tecnici e manager - non vengano recepite. Prima della rescissione del 2018, lo Stato versa circa 54 milioni di euro ad Alitalia, una quota significativa dei quali finisce a Etihad. Se l’aereo fosse stato acquistato o noleggiato a valori di mercato, o se il contratto non fosse stato appesantito dall’anticipo e da una valorizzazione fuori scala, la spesa sarebbe stata nettamente inferiore. Da qui la stima prudenziale di almeno 40 milioni di euro di danno, che non tiene conto del costo-opportunità e del fatto che l’aereo, una volta fermato, non genera alcuna utilità residua.
L’utilizzo effettivo dell’A340 completa il quadro. In tutto i voli di Stato sono 29 (su 88 voli complessivi, inclusi quelli tecnici e di posizionamento): tre missioni con il presidente della Repubblica, dieci con il presidente del Consiglio Gentiloni, undici con ministri degli Esteri, tre con il ministro della Difesa e due con un sottosegretario allo Sviluppo economico. Matteo Renzi non lo utilizza mai. Per un impegno economico di quella portata, l’impiego è marginale. E mentre l’aereo vola poco, il contratto prevede spese accessorie che raccontano un’impostazione più simbolica che funzionale: 2,9 milioni di dollari l’anno per film internazionali, oltre mezzo milione per produzioni italiane, 360.000 dollari per videogiochi ed e-learning e 1,1 milioni per la connessione di rete. Ci sarebbero anche 5 milioni di euro spesi per schermare l’aereo da possibili intrusioni di intelligence straniere, ma sono coperti da segreto e su cui la relazione non ha potuto approfondire.
Il finale aggiunge un ulteriore elemento di opacità: l’accordo transattivo tra Etihad e i commissari di Alitalia è del 2023, ma diventa di dominio pubblico solo ora. Nel frattempo, Matteo Renzi resta un protagonista del dibattito politico, rilancia progetti e rifondazioni come la «Margherita 4.0». L’Air Force Renzi, invece, si chiude così: da simbolo di grandeur a rottame venduto per un euro, con un conto rimasto interamente a carico dei contribuenti italiani.
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Imagoeconomica
Nelle scorse settimane l’Authority ha inviato una lettera alle organizzazioni sindacali, alle associazioni di imprese, alla presidenza del Consiglio e ai prefetti locali, chiedendo una «tregua sociale», ovvero uno stop delle astensioni dal lavoro nel periodo compreso tra il 4 e il 24 febbraio e tra il 4 e il 17 marzo. Cioè nei giorni in cui si svolgeranno rispettivamente le Olimpiadi e i Giochi paralimpici. A quanto pare la lettera è stata ignorata, i sindacati non hanno risposto. Come riportato dal Fatto, il Garante ha detto che «non sono pervenute manifestazioni di disponibilità o iniziative volte alla sottoscrizione del protocollo».
È evidente che vogliono tenersi le mani libere. L’evento è un’occasione troppo ghiotta per avere i riflettori accesi su qualsiasi tema in nome del quale creare caos. Ma a quanto risulta a La Verità, non sarebbero arrivate risposte nemmeno dalla presidenza del Consiglio e dal ministero dei Trasporti. Un cenno dalle autorità di governo, sulla ragionevolezza di una tregua sociale, potrebbe fare da moral suasion generale e richiamare l’attenzione alla scala delle priorità. In cima c’è il tranquillo svolgimento di un evento che sarà all’attenzione internazionale e convoglierà un flusso importante di turisti nel nostro Paese. Un’operazione di questo genere non è nemmeno nuova. Già nel 2006, in occasione delle Olimpiadi di Torino, il governo Berlusconi raggiunse un accordo con i sindacati per evitare scioperi tra il 31 gennaio e il 23 marzo. Come pure, nell’ambito del Giubileo, c’è stata un’intesa per evitare mobilitazioni sindacali nelle date più importanti dell’evento religioso.
Ora il presidente della Commissione, Paola Bellocci, vorrebbe fare lo stesso per i Giochi Olimpici. In più situazioni il ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha rimarcato i disagi causati dalla frequenza ravvicinata degli scioperi e i disagi che creano ai cittadini e ai lavoratori. Una impostazione condivisa dai componenti del Garante, tant’è che la Commissione ha anche sanzionato le sigle che avevano organizzato la mobilitazione del 3 ottobre per Gaza e la Flotilla. La lettera inviata per sollecitare una tregua sociale in occasione delle Olimpiadi invernali si colloca in questo percorso, cioè valutare le priorità e l’impatto che lo stop ai trasporti potrebbe creare allo svolgimento dell’evento sportivo.
L’Authority potrebbe intervenire anche con un suo provvedimento, a prescindere da un’intesa con i sindacati ma al momento questo passo è stato escluso. La Commissione ha sottolineato che continuerà «la propria consueta attività di vigilanza sul rispetto delle norme vigenti in materia di sciopero nei servizi pubblici essenziali durante il periodo interessato».
Intanto, però, l’iniziativa della lettera è stata criticata dal sindacato di base Cub, una delle sigle più attive nella proclamazione degli scioperi che è stata protagonista di diverse mobilitazioni a cavallo tra il 2025 e il 2026 come lo sciopero nazionale di 24 ore, il 9-10 gennaio scorsi, nel settore ferroviario che ha creato notevoli disagi con la cancellazione di oltre il 50% dei treni e il 9 gennaio nel comparto aereo. Inevitabile quindi che si risentisse dell’iniziativa del Garante. «Per la Commissione, ogni occasione è buia per subordinare il diritto dei diritti alle logiche del profitto», ha replicato. Una risposta che la dice lunga sulle sue prossime iniziative.
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