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2022-06-30
Oggi il vertice sul protocollo Covid. I lavoratori restano imbavagliati
Ansa
Il governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione.
L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo.
Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».
Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.
E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno.
Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato.
Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio.
Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. Spazi per discutere non ce ne sono, perché ormai siamo al 30 giugno e anche le proroghe sanno essere tiranne.
«Dai divieti più danni che benefici»
Per come stanno insistendo sulla crescita dei contagi da Covid, l’impressione è qualche misura restrittiva scatterà prima della fine dell’estate. La voglia del ministero della Salute di arginare l’appena ritrovata normalità è tanta, basta vedere gli obblighi delle mascherine ancora imposti. Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici.
Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità».
Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà».
Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica.
La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
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Dopo il tavolo ministeri-Inail, all’ultimo giorno utile, l’incontro con i sindacati. Benché il governo si trinceri dietro la «forte raccomandazione», è quasi scontata la proroga dell’obbligo di Ffp2 nel settore privato.Un saggio del «Bmj» critica l’apartheid messo in piedi con i passaporti vaccinali «Troppe discriminazioni alimentano la sfiducia: ora serve una strategia diversa».Lo speciale contiene due articoliIl governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione. L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo. Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno. Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato. Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio. Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. Spazi per discutere non ce ne sono, perché ormai siamo al 30 giugno e anche le proroghe sanno essere tiranne.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oggi-il-vertice-sul-protocollo-covid-i-lavoratori-restano-imbavagliati-2657585689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-divieti-piu-danni-che-benefici" data-post-id="2657585689" data-published-at="1656544631" data-use-pagination="False"> «Dai divieti più danni che benefici» Per come stanno insistendo sulla crescita dei contagi da Covid, l’impressione è qualche misura restrittiva scatterà prima della fine dell’estate. La voglia del ministero della Salute di arginare l’appena ritrovata normalità è tanta, basta vedere gli obblighi delle mascherine ancora imposti. Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici. Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità». Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà». Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica. La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
JD Vance (Ansa)
Mentre la narrazione dei media alimenta costantemente i conflitti (e sì, disaccordi reali ci sono stati e ci saranno) la realtà è spesso molto più complicata» ha commentato aggiungendo: «Il Papa predica il Vangelo, come deve, questo inevitabilmente significa che offre le sue opinioni su questioni morali del momento. Il presidente e la sua intera amministrazione lavorano per applicare questi principi morali in un mondo nel caos. Lui sarà nelle nostre preghiere e spero che noi saremo nelle sue».
Leone aveva precisato che i suoi discorsi erano stati preparati prima delle parole di Trump e che quindi non dovevano essere interpretati «come se cercassi di dibattere nuovamente con il presidente Trump, cosa che non è nel mio interesse». Poi aveva precisato: «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me». Ma «gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha aggiunto facendo riferimento all’incontro di preghiera per la pace a Bamenda due giorni fa. «Quel discorso era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Oltre all’opportunità di discutere con il leader religioso più importante del mondo, per Trump c’è anche la questione del consenso. L’attacco al Papa non è piaciuto ai cattolici americani e il fatto che non abbia ancora chiesto scusa ancora meno. Ed è per questo probabilmente che il presidente Usa ha deciso di partecipare a una lettura pubblica della Bibbia nell’ambito del processo di integrazione della religione, in particolare del cristianesimo, nelle attività ufficiali dell’amministrazione. «Il 21 aprile, il presidente Trump leggerà le Sacre Scritture tramite un videomessaggio dallo Studio Ovale alle ore 18», hanno scritto gli organizzatori dell’evento dal titolo «L’America legge la Bibbia». La notizia secondo la Cnn è particolarmente significativa proprio considerato tutto quello che è successo con il Papa. Un modo per riavvicinarsi ma senza chiedere scusa. Il brano che leggerà dovrebbe contenere questo passaggio: «Se il mio popolo, che è chiamato con il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò la sua terra».
Nelle stesse ore prosegue la missione di Leone in Africa. Dopo un volo in elicottero da Luanda, in Angola, il Papa è giunto al santuario mariano di Muxima. Al suo arrivo all’eliporto è stato accolto da alcune autorità locali per recarsi al Santuario di Nossa Senhora per la preghiera del Santo Rosario accompagnato dal Vescovo di Viana, S.E. monsignor Emílio Sumbelelo. Davanti a lui 30.000 persone. Al termine della preghiera, il Pontefice ha reso omaggio alla Madonna con un’offerta di fiori prima di raggiungere il palco nella spianata. Nella vasta radura erano in migliaia ad attenderlo da giorni. Il Santuario un tempo era il luogo della tratta di schiavi. Costruito nel XVII secolo dai portoghesi e per anni, infatti, punto d’incontro per gli schiavi che venivano condotti verso la costa, per iniziare il loro viaggio senza ritorno nel continente americano.
Al mattino, a Kilamba, durante la messa della domenica mattina, Leone XIV ha lanciato un nuovo appello per la pace in Ucraina e in tutto il Medio Oriente.
«La tregua annunciata in Libano è motivo di speranza perché rappresenta un segnale di sollievo per il popolo libanese e per l’Oriente». Leone ha incoraggiato «coloro che sono impegnati nella ricerca di una soluzione diplomatica a proseguire il dialogo per la pace affinché si raggiunga la stabilità in tutto il Medio Oriente e rimanga permanente. Uniti a Dio ci sforziamo oggi ogni giorno di fare crescere i frutti dell’amore, dell’autentica giustizia e della pace al di là di tutti gli ostacoli e le difficoltà».
Parlando in portoghese, il Santo Padre ha chiesto anche la fine della corruzione in Angola, attraverso la guarigione della «piaga della corruzione». «Possiamo e vogliamo costruire un Paese in cui le antiche divisioni siano superate per sempre, in cui l’odio e la violenza scompaiano, in cui la piaga della corruzione sia sanata da una nuova cultura della giustizia e della condivisione».
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Il generale Paolo Capitini (Imagoeconomica)
Generale, in queste ore si parla di missione dei «Volenterosi» per stabilizzare il cessate fuoco tra Usa e Iran, prolungato di ulteriori 10 giorni da venerdì scorso. Di che intervento si tratterebbe?
«È una mossa politica dei Paesi colpiti dallo scacco nello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Uno slancio per tirare la palla in avanti, dopo il cessate il fuoco. Nella pratica si tratterebbe di una missione di sminamento condivisa dall’Europa. Un modo per mettere la bandiera e restare lì, in uno snodo mondiale cruciale. Però l’aspetto importante è rappresentato dal messaggio preciso che questi Paesi vogliono lanciare a chi tiene il mondo con il fiato sospeso attraverso la chiusura e riapertura dello stretto in base alla durata della tregua. Perché prima della guerra questa arma non era chiara, ora la minaccia del blocco è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Quindi è come se i Volenterosi volessero dire che l’Europa si propone come alternativa a chi ha generato questo casino. Francia e Germania faranno da garanti e chi lo sa che l’Europa possa diventare un interlocutore con l’Iran... Un’ipotesi che fa impazzire gli Usa. Anche dopo la prima guerra del Golfo ci fu lo sminamento e vi parteciparono tutti. Ma stiamo parlando di un orizzonte ancora lontano».
Netanyahu sarebbe scioccato dallo stop di Trump sul Libano. Sul campo ci sono differenze tra Israele, che non vuole cedere a ritiri immediati, e Stati Uniti che, invece, vorrebbero stabilizzare il fronte libanese per riaprire il dialogo con l’Iran. Queste due posizioni sono conciliabili?
«Quelle di Usa e Israele sono visioni opposte. Israele persegue una linea strategica ben definita ed è quella della distruzione delle realtà ancora ostili dopo aver costruito una pace con Egitto e Giordania, per esempio. A Netanyahu restavano da risolvere le questioni di Libia, Siria e Palestina: ha sciolto il problema dei palestinesi, lasciando una realtà fatta di tribù in Libano e Siria. Israele, inoltre, voleva un Iran inoffensivo, ma non per la bomba atomica. Israele punta alla distruzione dello Stato iraniano in toto, non soltanto del regime. Sa qual è il sogno della vita per Netanyahu? Un Iran smembrato in 40 staterelli. Ma Netanyahu sa che questo si può realizzare soltanto con una guerra tra l’Iran e l’America. Perché Israele da solo potrebbe reggere un conflitto al massimo per tre settimane, quindi porta avanti questa linea strategica con gli Usa. Gli Stati Uniti, invece, hanno una linea strategica opposta. Devono consolidare la loro egemonia in quell’area, addomesticando però gli Stati del Golfo. Stanno combattendo una guerra per conto terzi, con tutto quello che ciò comporta anche internamente. Penso a una parte dei repubblicani, i Maga, che non sono per niente soddisfatti. Gli Usa si trovano “masticati” tra il non potere dire di no a Israele per motivi storici e il costo che stanno pagando per questa guerra».
Cruciale lo stretto di Hormuz, sotto il controllo della Repubblica islamica. Gli americani hanno inviato altri 10.000 uomini, pronti a un possibile attacco. Sarebbero sufficienti?
«10.000 soldati sono il nulla, o meglio, per un’isoletta come quella di Karg lo sono: puoi conquistarla ma non tenerne il controllo a lungo. Operativamente un’operazione via terra con queste forze ha senso, ma tatticamente non serve a nulla. Gli iraniani sostengono di aver stimato in 270 miliardi i danni subiti. La vera richiesta emersa dai colloqui di Islamabad è: ridateci i soldi. Oppure, se non ci ridate i soldi, mettiamo un pedaggio su Hormuz. Gli americani non possono pagare e ammettere un pedaggio perché sarebbe l’ammissione di una sconfitta. In guerra paga sempre chi perde. Trump non può dare l’ok per un pedaggio perché vorrebbe dire cedere una delle più importanti vie d’acqua e non controllarla più. Gli Usa si sono messi in un collo di bottiglia ed è davvero difficile uscirne, a meno che non ammettano la sconfitta, l’errore. Ma qual è il valore che ha Hormuz in merito alle vie dell’acqua, quindi? Non soltanto la disobbedienza di uno Stato come l’Iran, ma la fine di una narrazione: quella degli Stati Uniti che dominano i mari. Basta uno sguardo al dislocamento delle basi americane nel mondo, sarebbe impensabile perdere un avamposto come Hormuz. Valeva anche per gli inglesi, un tempo, si pensi alla canzone dell’Ottocento, Britannia rules the navy…».
Quindi il problema sarebbe mantenere il controllo di quel lembo di terra?
«Le due principali vie d’acqua che collegano Mediterraneo e Atlantico sono Bab al Mandab, sotto il controllo degli Huthi, e Hormuz, oggi sotto il controllo dell’Iran. Se adesso si perde definitivamente anche il secondo, il Medio Oriente è pronto a controllare queste due vie e a tagliare fuori l’Europa. Quindi la sorveglianza delle due vie d’acqua è fondamentale».
Il piano dell’Europa, come anticipato dal Wall Street Journal, prevede la creazione di una coalizione internazionale con l’obiettivo di ripristinare la sicurezza della navigazione nello Stretto una volta terminato il conflitto iraniano, senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. Sarà possibile escludere Trump?
«Senza gli Stati Uniti non è possibile, perché, come dicevamo, per loro è vitale come l’aria che il mare sia soggetto direttamente al proprio controllo. Altrimenti non spenderebbero miliardi di dollari nella marina militare, per esempio per mantenere 11 portaerei. Loro sanno che in qualsiasi parte del mondo è necessario che siano loro a rispondere. Devono essere gli americani a decidere chi passa e chi no da uno stretto. Il problema è che questa guerra ha dimostrato che una piccola potenza come l’Iran può mettere in ginocchio una grande potenza come gli Usa».
Lo stesso Trump attacca l’Italia e ora anche la Nato per non aver messo a disposizione la base di Sigonella. Si tratta di un pretesto politico oppure era un nodo militare strategico per gli Usa?
«La Nato viene costantemente attaccata da circa un anno e mezzo da Trump e quindi l’ultima uscita non mi stupisce. Ma lui è azionista di maggioranza della Nato, non è che la Nato sia una cosa nuova, un ente che non conosceva e che si è ritrovato sulla sua strada. Permettetemi di dire che è come se Trump se la prendesse con se stesso».
Gli iraniani, in questo momento, sono in vantaggio in questa guerra?
«Iniziamo con il prendere questa guerra come il secondo round di un percorso più lungo. Prima c’è stata la guerra dei 12 giorni, che è stata interrotta perché sia Usa sia Israele avevano mal calibrato le risorse. Ora è iniziato il secondo round. Ma facciamo un bilancio: il famoso regime change non c’è stato, anzi, le vecchie cariatidi al potere sono state spazzate via dalle nuove leve, ayatollah ancora più giovani che, se facciamo una stima, possono reggere tranquillamente per i prossimi 35 anni. Altro che essere cancellati come Stato… Semmai con l’intervento americano è stato fatto un grande danno a una rivoluzione interna, depotenziandola. Ora, come reazione all’ingerenza occidentale, si sono compattati tutti per battere il nemico esterno. Se qualcuno degli iraniani non fosse stato edotto sulla vecchia retorica del grande Satana e piccolo Satana… ora sicuramente ne è a conoscenza! Forse oggi chi era in dubbio sullo scendere in piazza o meno, ha cambiato idea e a causa delle bombe sopra la propria testa pensa semplicemente che avesse ragione Khamenei».
Quali sono stati gli errori degli Usa che hanno portato la guerra a un passo dall’escalation mondiale?
«La guerra non si inizia senza sapere il punto di caduta: non sai qual è l’obiettivo politico. La guerra non si fa per distruggere cose ma per cambiare sistemi. Qui qualcosa è cambiato, ma in peggio: ci pensi, Hormuz viene riaperto dall’Iran in base alla tregua in Libano. Questo è molto pericoloso anche per Trump».
Trump chiedeva l’aiuto dell’Europa. Lei, generale, ha partecipato a missioni importanti come quella in Bosnia e Kosovo. In quel caso gli Usa erano entrati in azione pur non avendo incominciato la guerra. Non è la stessa cosa ma al contrario, oggi?
«Trump voleva assicurarsi che l’Iran non possedesse la bomba atomica, ma in realtà la Repubblica islamica la possiede già: si chiama Hormuz. L’amministrazione americana ha fatto una valutazione sbagliata, o meglio il presidente degli Usa ha preso la decisione sbagliata. Come disse Eisenhower a Marshall: il comando non è gloria, è solitudine organizzata in decisioni».
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Donald Trump (Ansa)
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si è arrestato bruscamente dopo gli spari di sabato contro due navi commerciali, ma nelle ore successive emerge anche un primo segnale isolato che rompe il blocco. Secondo quanto riportato da Bbc Persian, la compagnia Tui Cruises ha annunciato che due proprie navi sono riuscite ad attraversare lo Stretto dopo aver ottenuto le autorizzazioni necessarie dalle autorità competenti. Le imbarcazioni, già prive di passeggeri perché rimpatriati in precedenza e con equipaggi ridotti, stanno ora navigando rapidamente verso il Mar Mediterraneo. Subito dopo l’attacco, però, la situazione è precipitata. I dati di Marine Traffic, citati da Cnn, indicano che la maggior parte delle navi presenti nell’area ha cambiato rotta, dirigendosi verso zone ritenute più sicure tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Il traffico nello Stretto risulta di fatto paralizzato: due petroliere, battenti bandiera del Botswana e dell’Angola, hanno tentato il passaggio ma sono state fermate dagli avvertimenti delle forze armate iraniane. Secondo l’agenzia Tasnim, le unità sono state costrette a invertire la rotta e a ritirarsi. L’episodio si inserisce nel quadro del blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran, che continua a condizionare pesantemente la navigazione in una delle principali arterie energetiche globali. Mentre sul mare la tensione resta altissima, sul piano militare emergono nuove valutazioni sulla capacità operativa iraniana. Un’analisi dell’intelligence statunitense, riportata dal New York Times, indica che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici e il 60% dei lanciatori, oltre al 40% dei droni. All’8 aprile, data dell’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’Iran disponeva di circa la metà dei lanciatori. Da allora le forze iraniane hanno recuperato circa cento sistemi sepolti sotto le macerie dei raid americani e israeliani, riportando la capacità operativa al 60%. Le operazioni di recupero proseguono e potrebbero riportare l’arsenale al 70% dei livelli precedenti al conflitto.
Sul fronte politico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian torna a rivendicare il «diritto del popolo iraniano» all’uso del nucleare. In dichiarazioni riportate da Al Jazeera, accusa Washington di voler negare diritti sovrani e sostiene che «Trump non ha il diritto di impedire all’Iran di beneficiare dei suoi diritti nucleari». Denuncia inoltre che gli attacchi hanno colpito infrastrutture civili, scuole e ospedali, affermando che «il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi».
Sul fronte opposto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato la pressione. Annuncia un nuovo round di negoziati a Islamabad, in Pakistan, e accusa l’Iran di aver violato il cessate il fuoco. «Accadrà. In un modo o nell’altro. Con le buone o con le cattive», afferma, ribadendo che Washington sta offrendo «un accordo equo e ragionevole». Ma al tempo stesso alza il livello dello scontro: «Se non verrà accettato, gli Stati Uniti distruggeranno ogni centrale elettrica e ogni ponte in Iran».
La delegazione americana sarà guidata dal vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca, insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e a Jared Kushner, dopo iniziali indicazioni contrastanti sulla guida della missione. Trump insiste sulla linea dura anche in un’intervista a Fox News: questa è «l’ultima possibilità» per Teheran di accettare un accordo di pace. Il presidente chiarisce che non intende ripetere «lo stesso errore» dell’ex presidente Barack Obama e avverte: «Se l’Iran non firma questo accordo, l’intero Paese verrà distrutto». Il tono si è fatto ancora più esplicito nel messaggio pubblicato sul social Truth: «No more Mr Nice Guy», basta fare il bravo ragazzo. Trump ha parlato di se stesso per spiegare che finora è stato «bravo», ma se Teheran non accetterà l’accordo «equo e ragionevole» degli Stati Uniti smetterà di esserlo e colpirà infrastrutture strategiche iraniane. Teheran ha replicato duramente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, definisce «illegale» il blocco statunitense dello Stretto di Hormuz, sostenendo che viola il cessate il fuoco mediato dal Pakistan e la Carta delle Nazioni Unite. Secondo Baghaei si tratta di «un atto di aggressione» e di una «punizione collettiva» contro il popolo iraniano.
Nel frattempo si restringe ulteriormente lo spazio diplomatico. L’Iran, in serata, ha respinto l’ipotesi di un secondo round di colloqui di pace con gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa statale Irna, ripresa da Sky News, l’assenza di Teheran dai negoziati è dovuta alle «richieste eccessive di Washington, alle aspettative irrealistiche, ai continui cambiamenti di posizione, alle ripetute contraddizioni e al blocco navale in corso». La sequenza degli eventi mostra una crisi in bilico tra tentativi isolati di ripresa del traffico e un’escalation politica e militare che rischia di bloccare definitivamente ogni spiraglio negoziale. In gioco non c’è solo il confronto tra Stati Uniti e Iran, ma la sicurezza di una delle arterie energetiche più importanti del pianeta.
Israele: «Useremo la piena forza». Tregua in Libano appesa a un filo
La tregua fra Libano ed Israele sembra essere diventato un conflitto a bassa intensità con continue violazioni da entrambe le parti. Le parole del ministro della Difesa Israel Katz che ha annunciato che le Forze di Difesa israeliane hanno ricevuto ordine di ricorrere alla piena forza in Libano, in caso dovessero trovarsi di fronte ad una qualsiasi minaccia, fotografano in pieno la fragilità dell’accordo. Katz ha specificato di non fare nessuna differenza al fatto se sia ancora in atto il cessate il fuoco ed ha anche ribadito che l’esercito ha ricevuto l’ordine di demolire tutte le abitazioni dei villaggi vicino al confine con Israele, che fungevano da avamposti ad Hezbollah. Il premier Netanyahu, in un video pubblico, ha rivendicato come propria la decisione dello stop ai raid in Libano, cercando di dimostrare che non era stata imposto dall’amministrazione statunitense. Netanyahu ha comunque sottolineato la necessità della creazione di una zona di sicurezza nel Sud del Libano, ammettendo che il disarmo totale del movimento sciita resta lontano. Intanto la popolazione libanese sta lentamente ritornando nelle regioni meridionali e si sono formate lunghissime file di auto in direzione sud. Israele ha distrutto il ponte sul fiume Litani e l’esercito nazionale libanese, con l’aiuto dei civili, sta riempiendo il letto del fiume per consentire il passaggio ai profughi. Quella che Tel Aviv definisce come una politica di bonifica dell’area sul confine, sta intanto continuando e i comandanti militari dell’Idf hanno dichiarato al quotidiano Haaretz che case civili, edifici pubblici e scuole ritenuti legati ad Hezbollah saranno comunque distrutti. Nell’area sono arrivati decine di mezzi pesanti, tra cui molti escavatori, con gli operai pagati in base al numero di edifici abbattuti. L’esercito israeliano, che per la prima volta ha pubblicato la mappa della loro nuova linea di schieramento all’interno del Libano, ha anche riportato la morte di un soldato, caduto in combattimento nell’estremo Sud del Libano, portando ad un totale di 15 militari morti dall’inizio dello scontro con il movimento sciita filo iraniano. In risposta alla morte del soldato, Israele ha colpito diversi obiettivi, nonostante la tregua ufficialmente resti in piedi. L’intelligence militare di Tel Aviv ha confermato che è stato Hezbollah ad aprire il fuoco contro le forze della missione delle Nazioni Unite Unifil, dove è rimasto uccisi il sergente maggiore dell’esercito francese Florian Montorio. Secondo gli israeliani un gruppo di miliziani di Hezbollah ha aperto il fuoco contro le forze onusiane impegnate a bonificare dalle mine la zona di Al-Ghandouriyah, uccidendo il sergente è ferendo altri tre membri del personale. Hezbollah ha immediatamente diramato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento e ha chiesto, per la prima volta, che una commissione dell’esercito nazionale apra un’inchiesta sul caso. Una dura condanna sull’attacco ai caschi blu è arrivata anche dall’Unione Europea che ha accusato Hezbollah dell’uccisione del militare francese e che ha invitato il Partito di Dio a disarmarsi e a porre fine immediatamente ai suoi attacchi. Il primo ministro libanese Nawaf Salam si è impegnato personalmente a chiarire l’episodio, sottolineando ancora una volta il ruolo fondamentale delle Nazioni Unite nel cercare di mantenere la pace nel Paese dei cedri. Il premier libanese martedì sarà a Parigi per incontrare il presidente francese, un incontro fortemente voluto da Parigi che non vuole perdere la sua storica influenza sul Libano. La Francia, che per la prima volta non è stata coinvolta da Beirut in una sua trattativa di pace, ha subito accusato Hezbollah di aver teso una trappola ai militari.
Intanto Netanyahu ha chiesto di annullare la sua testimonianza al processo penale prevista per oggi per motivi di sicurezza e politici. La Procura di Stato ha respinto la richiesta, affermando che « l’imputato deve adeguare il calendario alle date di testimonianza stabilite dal tribunale».
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