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2022-06-30
Oggi il vertice sul protocollo Covid. I lavoratori restano imbavagliati
Ansa
Il governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione.
L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo.
Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».
Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.
E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno.
Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato.
Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio.
Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. Spazi per discutere non ce ne sono, perché ormai siamo al 30 giugno e anche le proroghe sanno essere tiranne.
«Dai divieti più danni che benefici»
Per come stanno insistendo sulla crescita dei contagi da Covid, l’impressione è qualche misura restrittiva scatterà prima della fine dell’estate. La voglia del ministero della Salute di arginare l’appena ritrovata normalità è tanta, basta vedere gli obblighi delle mascherine ancora imposti. Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici.
Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità».
Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà».
Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica.
La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
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Dopo il tavolo ministeri-Inail, all’ultimo giorno utile, l’incontro con i sindacati. Benché il governo si trinceri dietro la «forte raccomandazione», è quasi scontata la proroga dell’obbligo di Ffp2 nel settore privato.Un saggio del «Bmj» critica l’apartheid messo in piedi con i passaporti vaccinali «Troppe discriminazioni alimentano la sfiducia: ora serve una strategia diversa».Lo speciale contiene due articoliIl governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione. L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo. Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno. Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato. Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio. Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. Spazi per discutere non ce ne sono, perché ormai siamo al 30 giugno e anche le proroghe sanno essere tiranne.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/oggi-il-vertice-sul-protocollo-covid-i-lavoratori-restano-imbavagliati-2657585689.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-divieti-piu-danni-che-benefici" data-post-id="2657585689" data-published-at="1656544631" data-use-pagination="False"> «Dai divieti più danni che benefici» Per come stanno insistendo sulla crescita dei contagi da Covid, l’impressione è qualche misura restrittiva scatterà prima della fine dell’estate. La voglia del ministero della Salute di arginare l’appena ritrovata normalità è tanta, basta vedere gli obblighi delle mascherine ancora imposti. Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici. Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità». Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà». Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica. La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
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La vendita di denaro falso è una delle attività criminali più diffuse e, al tempo stesso, più sottovalutate nel dibattito pubblico. Non si tratta solo di piccoli truffatori che immettono banconote contraffatte nel circuito commerciale: dietro questo fenomeno esistono reti organizzate, spesso transnazionali, che sfruttano tecnologia avanzata, canali digitali e sistemi di pagamento difficilmente tracciabili. Il commercio di banconote false avviene principalmente attraverso il dark web, piattaforme criptate e, sempre più spesso, anche tramite social network e app di messaggistica. I venditori propongono «pacchetti» di contanti contraffatti con sconti progressivi: più si acquista, meno si paga. In alcuni casi, 1.000 euro falsi o mille dollari possono essere venduti per poche centinaia di euro reali. Le organizzazioni criminali utilizzano stampanti professionali, inchiostri speciali e tecniche sofisticate per replicare elementi di sicurezza sempre più complessi. Tuttavia, la qualità varia: accanto a copie grossolane esistono falsi di alta fattura, difficili da individuare a occhio nudo. «Buongiorno, sono interessato all’acquisto di 50.000 euro in banconote da 50, 100, 20 e 10 euro. Tuttavia, vorrei sapere quale qualità potete garantire, che tipo di pagamento prevedete e i tempi di consegna. Resto in attesa di una vostra risposta». Così inizia, su Tor Market, il nostro viaggio nel dark web alla ricerca di soldi falsi. Nel sito si possono acquistare non solo euro falsi, ma anche dollari americani, dollari australiani, dollari canadesi e rupie indiane. La risposta arriva dopo pochi minuti: «Salve, noi utilizziamo la nuova tecnologia 2026! Stampiamo e vendiamo banconote contraffatte di qualità Grade-A di tutte le valute in tutto il mondo. Le nostre banconote sono stampate utilizzando fibra di cotone (80-99%), originariamente derivata da comuni stracci di lino bianco, fibra di legno (1-3%), biossido di titanio (2-3,5% del peso totale della fibra di legno), poliammide epicloridrina (0,5-2% del peso totale della fibra di cotone), cloruro di alluminio, resina melamminica-formaldeide e colla animale. Superano i test Uv e della penna allo iodio e possono quindi essere utilizzate in negozi, banche locali, casinò, sportelli Atm e cambiavalute. Le nostre banconote contengono le seguenti caratteristiche di sicurezza che le rendono apparentemente autentiche».
Le organizzazioni criminali che operano nel settore non sono improvvisate. Si tratta spesso di reti transnazionali che utilizzano tecnologie avanzate per replicare gli elementi di sicurezza delle banconote: filigrane, ologrammi, inchiostri speciali. Accanto a falsi di bassa qualità, facilmente individuabili, circolano copie sempre più sofisticate, difficili da riconoscere senza strumenti adeguati. Non a caso, i tagli più contraffatti restano quelli da 20 e 50 euro, più semplici da spendere e meno soggetti a controlli approfonditi. Il cuore del business, però, non è solo la produzione, ma la distribuzione. La vendita di denaro falso si è progressivamente spostata online, sfruttando piattaforme criptate, circuiti del dark web e canali di messaggistica difficilmente monitorabili. Qui le banconote vengono offerte in veri e propri «listini»: mille euro falsi oppure dollari americani possono essere acquistati per poche centinaia di euro reali, con sconti crescenti al crescere dei volumi. Il pagamento avviene quasi sempre in criptovalute come Bitcoin, che garantiscono un certo grado di anonimato e rendono più complesso il lavoro delle forze di polizia. Una volta acquistato, il denaro contraffatto viene immesso nel circuito economico attraverso canali difficili da tracciare. Piccoli esercizi commerciali, mercati affollati, locali notturni: sono questi i contesti in cui le banconote false riescono più facilmente a passare inosservate.
In altri casi, il contante viene utilizzato all’interno di economie parallele, legate al traffico di droga o ad altre attività illegali, dove i controlli sono praticamente assenti. Il dato economico complessivo, seppur difficile da quantificare con precisione, è significativo. Considerando un valore medio di 50 euro per banconota, si può stimare che ogni anno vengano intercettati oltre 20 milioni di euro falsi nell’Eurozona. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg: una parte consistente sfugge inevitabilmente ai controlli. A rendere il fenomeno ancora più insidioso è la sua evoluzione tecnologica. L’accesso a strumenti di stampa sempre più avanzati e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale stanno abbassando la soglia d’ingresso per nuovi attori criminali. In questo contesto, la digitalizzazione dei pagamenti non ha eliminato il contante, che continua a essere ampiamente utilizzato e, proprio per questo, resta un obiettivo privilegiato. La geografia del denaro falso non ha più confini netti, ma segue rotte precise. Le indagini europee e internazionali delineano una mappa ricorrente, fatta di hub produttivi, snodi logistici e canali di distribuzione che attraversano più continenti. L’Europa orientale – in particolare Bulgaria, Romania e Ucraina – resta uno dei principali poli di produzione. Qui i costi contenuti e la disponibilità di competenze tecniche favoriscono la nascita di laboratori clandestini capaci di realizzare falsi anche sofisticati. Diverso il ruolo di Italia e Spagna, che si configurano soprattutto come piattaforme di distribuzione: il denaro contraffatto arriva, viene smistato e immesso nei circuiti economici. In Italia, diverse inchieste hanno individuato centri attivi tra Campania e Lazio, spesso collegati alla criminalità organizzata. A fare da cerniera tra Europa e Medio Oriente è la Turchia, utilizzata come crocevia per il transito delle banconote. Sul fronte sud, il Nord Africa – con Marocco e Algeria – svolge un ruolo chiave nella diffusione locale e nel passaggio verso l’Europa. Più a est, la Cina è spesso associata alla produzione di materiali, strumenti e, in alcuni casi, di banconote di qualità elevata.
Il fenomeno resta globale. Anche il dollaro è un bersaglio prioritario, con reti attive in Sud America e nel Sud-Est asiatico, come evidenziato dall’Us Secret Service. In questo scenario, l’Italia rappresenta un caso emblematico. Il Paese ha una lunga storia legata alla contraffazione di valuta: negli anni, le forze dell’ordine hanno smantellato vere e proprie «fabbriche» di banconote false. Alcune organizzazioni hanno raggiunto livelli tali da costruirsi una reputazione internazionale per la qualità dei falsi, poi esportati in tutta Europa. Nel mondo della contraffazione esiste una storia che, più di altre, restituisce il livello raggiunto da alcune reti criminali: quella della cosiddetta «superdollar», la banconota da 100 dollari falsa quasi indistinguibile dall’originale. Non si tratta del classico falso grossolano, ma di un prodotto realizzato con una cura maniacale: carta simile a quella autentica, inchiostri sofisticati e dettagli di sicurezza riprodotti con precisione tale da mettere in difficoltà persino gli esperti. Secondo diverse indagini dell’Us Secret Service, la qualità di queste banconote ha alimentato per anni sospetti su una possibile produzione sostenuta da strutture ben più avanzate rispetto alla criminalità tradizionale. Ma il vero elemento sorprendente non è solo tecnico: è strategico. A differenza dei falsi comuni, immessi sul mercato in grandi quantità, la «superdollar» veniva utilizzata con estrema cautela: piccole dosi, distribuite nel tempo, per evitare di attirare l’attenzione e mantenere intatto il valore del falso.
Così i nuovi dollari sfidano l'IA
Negli Stati Uniti il denaro falso continua a circolare, ma i numeri raccontano una realtà molto distante dall’allarme spesso percepito. Non siamo di fronte a un fenomeno fuori controllo, bensì a una minaccia costante ma contenuta, monitorata con attenzione dalle autorità federali e progressivamente ridimensionata grazie all’evoluzione tecnologica. Secondo le stime della Federal reserve, il valore complessivo delle banconote contraffatte in circolazione oscilla tra i 15 e i 30 milioni di dollari. Una cifra che può sembrare rilevante, ma che cambia radicalmente significato se confrontata con la massa monetaria statunitense: oltre 2.000 miliardi di dollari in contanti. In termini pratici, si parla di una banconota falsa ogni decine di migliaia di esemplari autentici.
Il rischio, per il cittadino medio, resta quindi estremamente basso. Il contrasto operativo è affidato in gran parte allo United States Secret Service, che ogni anno sequestra decine di milioni di dollari contraffatti. Le operazioni colpiscono soprattutto reti organizzate, spesso legate a circuiti internazionali, ma non mancano casi più rudimentali. In diverse città americane sono state smantellate tipografie clandestine capaci di produrre migliaia di banconote, soprattutto da 20 e 100 dollari, i tagli più utilizzati nella vita quotidiana e quindi più facili da «spendere» senza destare sospetti.
Un caso emblematico riguarda un sequestro avvenuto nel Midwest, dove le autorità hanno individuato una rete che distribuiva dollari falsi attraverso piccoli esercizi commerciali e distributori automatici. In un’altra operazione sulla costa Ovest, invece, è stato scoperto un sistema più sofisticato che utilizzava stampanti ad alta definizione e carta trattata chimicamente per imitare le caratteristiche tattili delle banconote originali. Nonostante questi episodi, il trend generale è in calo. Le nuove banconote statunitensi integrano elementi di sicurezza sempre più avanzati: filigrane tridimensionali, inchiostri cangianti, microstampe e bande di sicurezza difficili da replicare. A questo si aggiunge il ruolo crescente della tecnologia digitale: software di analisi, scanner intelligenti e sistemi di tracciamento permettono di individuare le anomalie con maggiore rapidità.
Ma la vera trasformazione riguarda il fronte della falsificazione. Se in passato il rischio principale era legato alle tipografie clandestine, oggi emergono nuove minacce ibride. L’Intelligenza artificiale consente di migliorare la qualità delle riproduzioni, mentre le reti criminali sfruttano il web e le criptovalute per distribuire e monetizzare il falso con maggiore discrezione. Non è un caso che le autorità stiano spostando sempre più risorse sul monitoraggio digitale, dove il confine tra contraffazione, frode e cybercrime diventa sempre più sottile.
In definitiva, il denaro falso negli Stati Uniti esiste e continua a rappresentare un problema operativo per forze dell’ordine e commercianti. Tuttavia, i dati indicano con chiarezza che si tratta di un fenomeno marginale rispetto alla dimensione complessiva dell’economia. La vera sfida, oggi, non è tanto la quantità di banconote contraffatte in circolazione, quanto la capacità delle organizzazioni criminali di adattarsi a un contesto tecnologico che continua ad essere in rapida evoluzione.
La «fabbrica di euro» è l’Est Europa, Madrid e Roma hub di smistamento
Il denaro falso continua a circolare nei sistemi economici europei, ma i dati restituiscono un quadro meno allarmante rispetto alla percezione diffusa. Non si tratta di un’emergenza sistemica, bensì di un fenomeno stabile, attentamente monitorato e, negli ultimi anni, in progressiva riduzione. Resta però una minaccia concreta per cittadini ed esercenti, soprattutto nei contesti di pagamento rapido. Secondo la Bce, nel 2025 sono state ritirate circa 444.000 banconote contraffatte, in calo rispetto alle oltre 550.000 individuate nel 2024. Numeri che, se considerati isolatamente, possono apparire rilevanti, ma che cambiano significato se rapportati alla massa di denaro autentico in circolazione: decine di miliardi di banconote. In termini proporzionali, si parla di circa 14 falsi per ogni milione di esemplari veri, una probabilità estremamente bassa per il singolo cittadino.Il fenomeno, tuttavia, non è scomparso: si è trasformato, adattandosi alle logiche delle organizzazioni criminali. I tagli più colpiti restano quelli da 20 e 50 euro, che rappresentano circa l’80% delle banconote false intercettate. La scelta è strategica: sono i tagli più utilizzati nella quotidianità e quindi più facili da immettere in circolazione senza attirare controlli. Al contrario, le banconote da 100 e 200 euro risultano meno appetibili, perché più soggette a verifiche. Dal punto di vista geografico, oltre il 95% dei falsi viene individuato all’interno dell’area euro. Questo conferma l’esistenza di reti criminali radicate in Europa, spesso con basi operative nei Paesi dell’Est, ma capaci di operare su scala transnazionale. La contraffazione non è più un’attività artigianale isolata, bensì un sistema organizzato e flessibile. In questo scenario, l’Intelligenza artificiale rappresenta un fattore di evoluzione. I modelli di generazione di immagini ad alta risoluzione consentono di riprodurre con crescente precisione dettagli complessi: sfumature cromatiche, microelementi grafici e texture. Software avanzati permettono di simulare effetti ottici e imperfezioni tipiche delle banconote autentiche. Il risultato non è perfetto, ma spesso sufficiente a superare controlli superficiali.Anche la fase di stampa ha subito una trasformazione: le tipografie clandestine sono state in parte sostituite da stampanti di alta gamma, abbinate a sistemi di elaborazione digitale. Questo consente produzioni più rapide e meno costose. L’Intelligenza artificiale interviene inoltre nel miglioramento continuo: analizza gli errori, corregge i difetti e aumenta progressivamente la qualità delle copie. La tecnologia gioca un ruolo anche nella distribuzione. Le reti criminali utilizzano piattaforme digitali, chat criptate e social network per vendere banconote false a intermediari di basso livello. In alcuni casi, sistemi automatizzati selezionano i potenziali acquirenti e gestiscono i contatti, riducendo il rischio di infiltrazioni e rendendo la filiera più difficile da intercettare. Le indagini condotte negli ultimi anni in diversi Paesi europei confermano questo salto qualitativo. In Italia, a Napoli, è stata smantellata una delle principali centrali di produzione di euro falsi, con il sequestro di migliaia di banconote da 20 e 50 euro pronte per la distribuzione. Il laboratorio disponeva di macchinari sofisticati, capaci di riprodurre con buona precisione gli elementi di sicurezza.In Spagna, la Guardia Civil ha individuato una rete attiva lungo la costa mediterranea, dove i falsi venivano immessi soprattutto nel circuito turistico, sfruttando l’elevato volume di transazioni e la minore attenzione nei pagamenti in contanti. In Germania, invece, un’operazione coordinata ha portato alla scoperta di un sistema di vendita online, con banconote contraffatte cedute a prezzo ridotto a intermediari incaricati di inserirle nel mercato. Questi casi dimostrano come la contraffazione sia oggi un vero business criminale, capace di adattarsi sia ai contesti economici sia all’innovazione tecnologica. Nonostante ciò, le banconote della serie «Europa» mantengono un elevato livello di sicurezza. Filigrane, ologrammi dinamici, numeri in rilievo ed elementi visibili sotto luce ultravioletta rendono estremamente complessa una riproduzione completa e convincente.I falsari, infatti, non puntano alla perfezione assoluta, ma a copie «abbastanza credibili» da non destare sospetti immediati. È su questa soglia di ambiguità che si gioca la partita. Per questo il contrasto si basa su un doppio livello: da un lato l’aggiornamento continuo dei sistemi di controllo, dall’altro la prevenzione. Le autorità europee e nazionali investono nella formazione degli operatori e nella diffusione di pratiche di verifica semplici ma efficaci: controllare al tatto, osservare in controluce, verificare gli elementi di sicurezza. In definitiva, il denaro falso rappresenta una minaccia reale ma contenuta. I numeri indicano che il sistema regge, ma la presenza costante di reti criminali e l’evoluzione tecnologica impongono attenzione. La sfida resta aperta e si gioca ogni giorno tra innovazione e vigilanza quotidiana.
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Un precedente incontro tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed al-Nahyan (Ansa)
Il ritiro di Abu Dhabi dall’Opec non è solo economico: riemergono le tensioni con l’Arabia Saudita tra accuse sulla sicurezza e divergenze regionali. Una frattura che indebolisce Riad, complica i piani di Trump e riapre i giochi nel Golfo.
Alla base dell’addio di Abu Dhabi all’Opec c’è (anche) una ragione di natura geopolitica: il riemergere della tensione tra emiratini e sauditi.
Ufficialmente, il ritiro degli Emirati è legato alla loro volontà di svincolarsi dal sistema di quote di produzione petrolifera. Il che già di per sé rappresenta uno schiaffo a Riad che riveste de facto nell’Opec una posizione di preminenza politica. Un Opec più fragile rende quindi potenzialmente l’Arabia Saudita più debole sotto il profilo geopolitico ed economico.
In secondo luogo, il giorno prima che Abu Dhabi annunciasse l’addio, il consigliere presidenziale emiratino, Anwar Gargash, aveva accusato i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo di non aver fatto abbastanza per assistere il proprio Paese contro gli attacchi iraniani. «La posizione del Consiglio di cooperazione del Golfo è stata la più debole nella storia, considerando la natura dell'attacco e la minaccia che ha rappresentato per tutti», aveva dichiarato in quella che era una stoccata soprattutto all’Arabia Saudita.
Non dobbiamo del resto dimenticare che, negli ultimi anni, il rapporto tra Abu Dhabi e Riad era diventato teso su vari dossier: dal Sudan al Somaliland, passando per lo Yemen. Tuttavia, la guerra in Iran sembrava aver ricompattato l’asse tra i due vecchi alleati nel nome della loro storica opposizione al regime khomeinista. Un ricompattamento che, a quanto pare, non è durato granché. Lo schiaffo emiratino all’Opec, lo abbiamo visto, sta lì a dimostrarlo. Il punto è adesso capire che cosa succederà.
Donald Trump, com’è noto, ha plaudito all’addio di Abu Dhabi: in passato, l'inquilino della Casa Bianca aveva accusato l’Opec di manipolare i prezzi del petrolio. Inoltre, il presidente americano scommette sul fatto che, in caso di riapertura di Hormuz, la mossa emiratina possa contribuire a far scendere più celermente il costo del greggio. Non è un mistero che Trump tema l’alto prezzo della benzina negli Stati Uniti: un fattore, questo, che indebolisce il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Dall’altra parte, però, il ritorno della tensione tra emiratini e sauditi potrebbe mettere in crisi quel rilancio degli Accordi di Abramo a cui Trump notoriamente mira. Abu Dhabi ha aderito a quei patti nel 2020, mentre Riad non lo ha ancora fatto. Il presidente americano vorrebbe che Mohammad bin Salman li sottoscrivesse al più presto, ma questa situazione rende la strada decisamente in salita. Mentre infatti l’asse tra Gerusalemme e Abu Dhabi si rafforza, i rapporti tra l’Arabia Saudita e lo Stato ebraico sono attraversati da qualche significativa fibrillazione. Non è inoltre escluso che il principe ereditario saudita possa essersi irritato per il sostegno di Trump al ritiro emiratino dall'Opec.
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Il campo largo non ha ancora leader, programmi e idee. Per questo spera che il governo Meloni duri fino al termine della legislatura, infrangendo ogni record. Nonostante le accuse di Renzi, Conte e Schlein.
L’inflazione consiste nell’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, con la conseguente riduzione del potere d’acquisto della moneta: con la stessa quantità di denaro si riesce a comprare meno.
In condizioni normali, l’inflazione si sviluppa quando la domanda supera l’offerta: se beni e servizi non bastano a soddisfare i consumatori, i prezzi salgono. Al contrario, quando l’economia rallenta o entra in stagnazione, la domanda tende a diminuire e i prezzi dovrebbero stabilizzarsi o scendere.
La stagflazione rompe questo schema: si verifica quando l’economia cresce poco o si contrae, ma i prezzi continuano comunque a salire.
Questo fenomeno si manifesta spesso in seguito a uno shock di offerta, cioè un evento straordinario che riduce la disponibilità di beni o aumenta i costi di produzione — ad esempio una crisi energetica o un forte aumento del costo delle materie prime — spingendo verso l’alto i prezzi anche in presenza di un’economia debole.
La stagflazione è considerata particolarmente difficile da gestire perché le politiche economiche tradizionali per combattere l’inflazione (come alzare i tassi) possono aggravare la stagnazione, mentre quelle per stimolare la crescita rischiano di alimentare ulteriormente l’aumento dei prezzi.
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