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2022-06-30
Oggi il vertice sul protocollo Covid. I lavoratori restano imbavagliati
Ansa
Il governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione.
L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo.
Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».
Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.
E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno.
Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato.
Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio.
Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. Spazi per discutere non ce ne sono, perché ormai siamo al 30 giugno e anche le proroghe sanno essere tiranne.
«Dai divieti più danni che benefici»
Per come stanno insistendo sulla crescita dei contagi da Covid, l’impressione è qualche misura restrittiva scatterà prima della fine dell’estate. La voglia del ministero della Salute di arginare l’appena ritrovata normalità è tanta, basta vedere gli obblighi delle mascherine ancora imposti. Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici.
Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità».
Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà».
Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica.
La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
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Dopo il tavolo ministeri-Inail, all’ultimo giorno utile, l’incontro con i sindacati. Benché il governo si trinceri dietro la «forte raccomandazione», è quasi scontata la proroga dell’obbligo di Ffp2 nel settore privato.Un saggio del «Bmj» critica l’apartheid messo in piedi con i passaporti vaccinali «Troppe discriminazioni alimentano la sfiducia: ora serve una strategia diversa».Lo speciale contiene due articoliIl governo Draghi riscopre il feticcio della contrattazione sindacale, ma solo per l’obbligo di mascherina sui luoghi di lavoro. Saranno infatti i lavoratori, insieme all’Inail e a un pugno di mandarini ministeriali di Lavoro, Salute e Sviluppo economico, a prendere parte alla decisione della proroga per tutta l’estate delle mascherine sui luoghi di lavoro privato. Misura in scadenza il 30 giugno. In sostanza, Roberto Speranza e compagni da un lato vogliono evitare di mettere la faccia su un’estate a 40 gradi dove «non si può aumentare l’aria condizionata per colpa di Vladimir Putin», dall’altro sanno bene che è importante arrivare in qualche modo all’autunno, quando la sola influenza stagionale, oltre alla prossima variante Omicron, consentiranno di nuovo al governo di salvare la nazione. L’incontro tra le parti sociali per stabilire se e come aggiornare il protocollo di sicurezza Covid è previsto per oggi, e dal suo esito dipenderà se i lavoratori del privato dovranno continuare a indossare la mascherina, come deciso dall’aprile dello scorso anno. A maggio, la prima divaricazione: i lavoratori del settore pubblico si sono visti commutare l’obbligo in semplice raccomandazione, mentre i privati sono rimasti ostaggio del regime più severo. Il problema è che, anche con i contagi in aumento, nessuno smania dalla voglia di fare la faccia feroce con i cittadini, specie se lavoratori, e ancor più se sindacalizzati (i sindacati sono tiepidi sulla mascherina). Ai microfoni di Radio24, è toccato al sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, raccontare che «sulle mascherine al lavoro, la posizione del governo sarà sempre la solita, cioè per noi rimarrà una forte raccomandazione». «Poi saranno le associazioni datoriali e i sindacati», ha proseguito, «a valutare se nel rinnovare i protocolli si dovrà proseguire con l’utilizzo della mascherina. Ma per quanto riguarda la normativa del governo non ci sarà alcuna modifica e si parlerà sempre di forte raccomandazione».Il recente aumento dei contagi, però, potrebbe far propendere per una proroga dell’obbligo di mascherina sul posto di lavoro, magari solo per chi lavora a contatto con il pubblico, o per i luoghi in cui è impossibile mantenere il distanziamento tra i lavoratori. Nelle altre circostanze, si potrebbe andare verso la «forte raccomandazione» governativa. Sarà il tavolo tra le associazioni datoriali e i sindacati a dirimere la questione e a stabilire le nuove regole del protocollo.E così la «forte raccomandazione», un po’ come «la vigile attesa», è destinata a entrare nel vocabolario di una politica che mai come in questa fase, su Covid e crisi economica, vuole evitare di lasciare le impronte digitali. Specie dopo che il sociologo più ascoltato dai 5 stelle, Domenico De Masi, ha previsto un aumento della povertà e della disoccupazione in autunno. Sui luoghi di lavoro privati, al momento, risulta che aziende e sindacati abbiano scelto di procedere con i piedi di piombo, prevedendo una proroga del protocollo che impone la mascherina. Tuttavia ci sono patti di consultazione previsti per queste ultime ore di giugno in base ai quali si potrebbero allentare le maglie anche nel privato. Dal 29 aprile scorso, invece, è già in vigore una circolare del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, in cui si raccomanda (ma sempre senza obblighi) l’uso delle mascherine Ffp2, in particolare, per il personale a contatto con il pubblico e sprovvisto di barriere protettive. Idem per il personale che si trova a lavorare in stanze in comune con uno o più lavoratori, anche se si è solo in due (salvo che vi siano spazi tali da escludere affollamenti). E poi, mascherina caldeggiata nel corso di riunioni in presenza; per chi è in fila alla mensa o in altri spazi comuni, per chi condivide la stanza con personale «fragile», negli ascensori e nei casi in cui spazi ridotti non possano evitare affollamenti. Per i fragili continuerà a essere favorito il lavoro da casa. Intanto è da ricordare che l’obbligo delle mascherine resta assolutamente su treni, navi e bus fino alla fine di settembre. Niente mascherina obbligatoria invece sugli aerei, perché manca omogeneità di vedute tra i vettori europei, a riprova che tutto ha un prezzo, almeno quando ci sono di mezzo libertà di mercato e miglia premio. Le ultime illazioni sul nuovo protocollo prevedono comunque la richiesta di indossare dispositivi protettivi in tutti i casi in cui si è a contatto con il pubblico, in situazioni a rischio e quando non sia possibile mantenere una distanza di due metri. Secondo La Stampa, sarà proprio fissata a due metri la distanza interpersonale da mantenere per essere esentati dall’utilizzo della mascherina. Altrimenti, non basterà la chirurgica: servirà la Ffp2. 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Eppure il documento pubblicato a fine maggio sul Bmj da esperti in malattie infettive, bioetica, epidemiologia, pediatria, rianimazione, scienze sociali, salute pubblica globale di diverse prestigiose università di Washington, Baltimora, Boston, Oxford, Edimburgo, afferma senza mezzi termini che le politiche sui vaccini durante la pandemia hanno causato più danni sociali che benefici. Gli scienziati spiegano perché le politiche di vaccinazione «scientificamente discutibili» eppure coercitive, utilizzate per aumentare il numero degli inoculati, abbiano prodotto conseguenze negative quali sospensioni dal lavoro non retribuite, lockdown differenziati per i non vaccinati, green pass, didattica a distanza per i senza dosi. Il documento affronta la questione sotto il profilo della psicologia comportamentale, di politica e diritto, socioeconomia, scienza e salute pubblica. Base di partenza è stata la necessità di proteggere dal Covid la popolazione più fragile, ma il messaggio è cambiato rapidamente, ricordano gli studiosi, perché è diventata una corsa a vaccinare tutti, per raggiungere l’immunità di gregge, «porre fine alla pandemia e tornare alla normalità». Nell’estate del 2021, poi, il nuovo pretesto per spingere alla puntura universale sono stati gli allarmi sui carichi ospedalieri e i reparti di terapia intensiva, così pure la volontà di imporre il vaccino ai refrattari. Nel frattempo, però, calavano le protezioni anche con tre dosi rispetto alle varianti, «gli individui vaccinati e non vaccinati, una volta infettati, si trasmettono ad altri a velocità simili», e si confermava inutile una politica fatta di obblighi, green pass inclusi. Rilevante quando affermano: «I passaporti vaccinali rischiano di sancire la discriminazione basata sullo stato di salute percepito nella legge, minando molti diritti delle persone sane: infatti, le persone non vaccinate ma precedentemente infette possono generalmente essere meno a rischio di infezione (e di gravi esiti) rispetto alle persone doppiamente vaccinate», ma che mai hanno preso il Covid. Le misure imposte, invece di risultare dei vantaggi per gli inoculati, hanno inasprito contrasti e divisioni perché «le attuali politiche sui vaccini, piuttosto che essere basate sulla scienza, sono guidate da atteggiamenti sociopolitici che rafforzano la segregazione e la stigmatizzazione», argomentano gli autori dell’articolata discussione. Insistono molto, riportando studi e indagini condotte in diversi Paesi, sull’effetto di una politica vaccinale fatta di obblighi e restrizioni, incapace di «comunicare in modo adeguato e convincente», che invece di convincere dubbiosi o contrari li rafforza sulle loro posizioni, ne aumenta il sospetto anche «per contrastare una minaccia irragionevole alla propria libertà». Inoltre, poca trasparenza sugli eventi avversi e il continuo minimizzare risultati di studi clinici che ne confermano l’impatto sulla popolazione hanno rafforzato rabbia, sfiducia, atteggiamenti ostili anche tra coloro che avevano accolto l’invito a vaccinarsi ma che davanti a una terza dose hanno detto no, finendo penalizzati al pari dei no vax. Senza poter lavorare, spostarsi su mezzi pubblici, fare vita sociale, è cresciuta la sfiducia verso la sanità pubblica. La conclusione, inevitabile, è che «le politiche vaccinali possono essere uno strumento importante nella promozione del diritto alla salute, ma devono essere proporzionate e concepite per raggiungere un obiettivo ben definito», in particolare per proteggere i gruppi ad alto rischio. Altrimenti sarà un crescendo di coercizioni «per affrontare la resistenza attuale e futura e, nel processo, arrivare a sfruttare strategie più coerenti con la polizia che con la salute pubblica».
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Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Detto ciò, il Guardasigilli non teme di fare autocritica, mostrando una sensibilità e onestà intellettuale fuori dal comune rispetto al panorama politico italiano: «Abbiamo tutti esagerato nei toni», sottolinea, «devo dire che alcuni toni sono stati particolarmente antipatici, soprattutto quando arrivano da magistrati. Parliamo ora in avanti solo di contenuti. Auspico che il confronto avvenga in termini pacati, razionali ed esclusivamente sui contenuti. Il governo non ha paura di perdere, non ha bisogno di essere rinforzato da una vittoria».
Autocritica sì, ma nessun pentimento per qualche considerazione apparsa abbastanza aspra, come quelle sul Csm che hanno provocato l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Spero che questa polemica sia chiusa e sono in perfetta e rispettosissima sintonia con il capo dello Stato», argomenta Nordio, «sono dispiaciuto perché l’intervento, che ripeto io condivido e per il quale ringrazio il presidente della Repubblica, è stato interpretato come una sorta di rimprovero per una frase che era stata attribuita a me e che effettivamente ho pronunciato io, ma non in quanto mia. Io avevo citato un’espressione di un noto magistrato. Spero che questa polemica sia chiusa. Rivendico tutte le frasi dette in questa campagna elettorale», aggiunge ancora il ministro, e «mi dolgo del fatto che molto spesso, e non voglio dare la colpa ai giornalisti, le cose non vengano riferite in perfetta esattezza. Sicuramente, se dovessi rileggerle, è molto probabile che in un certo senso abbia esagerato. Il giusto pecca sette volte al giorno», ricorda Nordio citando la Bibbia, «la persona perbene fa errori sette volte al giorno. Guai se pensassi che non sbaglio mai».
Detto ciò, Nordio mette in guardia da una eventuale vittoria dei No: «Ho detto che converrebbe anche alla Schlein che vincesse il Sì. Con un Sì le cose cambierebbero in meglio», osserva Nordio, «se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria dell’ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica. Se dovesse vincere il No temo che, politicizzandosi il referendum anche attraverso l’intervento molto forte dalla magistratura, la politica in generale sarebbe sconfitta. La magistratura, forte di una vittoria alla quale ha conferito un forte significato politico, si sentirebbe nella facoltà di mantenere l’ipoteca sulla politica».
Dall’opposizione, attacca frontalmente Nordio il leader del M5s Giuseppe Conte: «Io inorridisco», dice Conte nel corso di un dibattito con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè di Forza Italia, «di fronte al ministro Nordio che parla di tangenti come di mazzette che non meritano approfondimento investigativo. Rafforziamo la pianta organica dei magistrati. Rafforziamo le piattaforme informatiche. Queste sono le urgenze della giustizia». «La Costituzione parla», replica Mulè, «e solo chi fa finta di non sentire può metterne in discussione la chiarezza cristallina. I fatti inchiodano la verità all’assoluta certezza che la riforma che voteremo il 22 e 23 marzo preserva e anzi rafforza autonomia e indipendenza della magistratura superando definitivamente il retaggio dell’ordinamento fascista con il giudice terzo e imparziale. Chi dice il contrario mente spudoratamente».
In campo anche la segretaria del Pd Elly Schlein: «Anzitutto», argomenta la Schlein, «non è una riforma della giustizia per una ragione banale: che non migliora l’efficienza della giustizia italiana. Questo l’ha detto il ministro Nordio e lo ringraziamo per la sincerità. L’ha detto anche Giulia Bongiorno in Parlamento: ha detto che bisogna essere degli ignoranti per pensare che questa riforma migliori l’efficienza della giustizia italiana, che acceleri i processi. Guardate che la giustizia in Italia non è perfetta, lo sappiamo. Abbiamo una lentezza dei processi, un lento adeguamento al processo telematico, abbiamo una carenza di organico negli uffici giudiziari, abbiamo 12.000 precari che vanno stabilizzati nella giustizia; e questa riforma non tocca nemmeno uno, nemmeno di lontano, nemmeno uno di questi aspetti. Nessuno. Allora», aggiunge la Schlein, «questa non è una riforma che migliora la giustizia per i cittadini, che accelera quei processi, che assume quell’organico, che stabilizza quei precari. E se posso aggiungere, nemmeno incide su altri problemi della giustizia che ci sono: lo scarso ricorso alle misure alternative alla detenzione in carcere, ad esempio; o ancora, il sovraffollamento carcerario che è arrivato a punte del 138,5% e negli ultimi anni con un triste, tragico record che è quello dei suicidi in carcere, non solo tra i detenuti ma anche tra gli agenti di polizia penitenziaria».
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