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Francesca Pascale (Ansa)
Francesca Pascale alla kermesse del Carroccio fa pace con Salvini: «Lo ringrazierò, grande accoglienza». Zaia apre ai diritti civili. Tajani: «Forza Italia da sempre in prima fila».
La Lega mette in luce la sua anima moderata, attenta ai diritti civili, e lancia la sfida: ieri a Rivisondoli (L’Aquila) si è aperta la kermesse del Carroccio intitolata «Idee in movimento», che ha l’obiettivo di sgretolare tanti luoghi comuni costruiti intorno al partito guidato da Matteo Salvini. Tocca all’ex presidente del Veneto, Luca Zaia, da sempre su posizioni liberal in tema di diritti civili, lanciare la sfida: «Sui temi dei diritti civili e dell’eutanasia», dice Zaia in videocollegamento, «io credo che non sono di dominio di qualcun altro, dobbiamo avere il coraggio di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Sull’eutanasia non abbiamo ancora un Parlamento che riesce a esprimersi, ci vuole una legge. Io sono convinto che vinca sempre la destra liberale. Una destra liberticida e troppo concentrata sugli aspetti fondamentalisti», aggiunge Zaia, «non può portare ai risultati che i cittadini si aspettano».
A Zaia replica il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, leader di Forza Italia: «Siamo sempre stati disposti ad affrontare queste questioni. Sui diritti», sottolinea Tajani, «siamo sempre stati in prima fila. Siamo sempre stati a favore dello ius Italiae, quindi i diritti anche dei giovani cittadini o che stanno per diventare cittadini. Sulle questioni più di coscienza, ovviamente abbiamo sempre dato la libertà ai nostri parlamentari di votare in base alla loro scelta personale. Quindi massima libertà di discussione e anche massima libertà di voto».
Partecipa all’evento anche Francesca Pascale, ex compagna di Silvio Berlusconi e attivista dei diritti civili, accolta con simpatia dai tanti militanti intervenuti. Pace fatta pure con Matteo Salvini: «Sinceramente», dice la Pascale, «posso dire che trovo più libertà qui nella Lega che per esempio in altri partiti, non dico Forza Italia, ma in altri. Qui ho avuto la libertà e la possibilità di salutare tutti anche se sono sempre stata molto ostile e aggressiva con la Lega. Invece ho trovato coesione e in particolare le donne della Lega mi hanno sorpreso sul tema dell’Iran, sono state presenti a differenza del femminismo di sinistra. Salvini? Lo ringrazierò», aggiunge la Pascale, «perché sono stati ospitalissimi. Ho avuto modo finalmente di dire qualcosa sul mio tema preferito nell’ambito del centrodestra che è la mia area politica».
Fittissimo il parterre dei partecipanti, tra i quali il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, che nel suo intervento affronta il delicato e attualissimo tema dell’equilibrio tra sicurezza e libertà: «Da una parte», argomenta Fontana, «più sicurezza tendenzialmente significa anche dire magari meno libertà; e quindi dobbiamo stare molto attenti a garantire la giusta sicurezza, affinché tutti i cittadini onesti possano vivere tranquillamente, senza ovviamente trasformarci da un Paese libero a un Paese dove queste libertà non sono concesse». Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, innanzitutto dà una notizia: «Penso che lo spirito della rottamazione delle cartelle esattoriali», sottolinea Giorgetti, «valga anche per i Comuni. L’auspicio è che per andare rapidamente allo smaltimento di quell’immenso magazzino di crediti accertati che sono lì da decenni, la soluzione transattiva con i contribuenti potrebbe aprire una stagione nuova. È lo spirito con cui la Lega ha lavorato». Un’idea, quella di estendere ai tributi comunali la possibilità della rottamazione, che è destinata a riscuotere (è il caso di dirlo) grande apprezzamento tra gli italiani. Molto attuale anche l’intervento di Luca Palamara, ex magistrato ed ex presidente dell’Anm: «Quando tutto ciò che non è sinistra è al governo», sostiene Palamara, «una parte della magistratura, che è preponderante, va in tilt. Lo vediamo sull’immigrazione, tema che porta a questo corto circuito fra una parte della magistratura e una parte della politica». Sul caso Striano, aggiunge Palamara, «bisogna capire cosa è successo. Non sono normali 230.000 accessi informatici. Mettere in circolo le informazioni sulle segnalazioni di operazioni sospette su cui non ci sono ancora indagini aperte, significa sostituire alla prova il sospetto per eliminare questo o quel rivale politico».
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Gnl nel 2026 tanta nuova offerta. In Groenlandia servono enormi investimenti. Riparte la nuova Via della Seta. In Giappone nucleare al riavvio. Litio, mercato in subbuglio.
- Attesa la sentenza per il marocchino che un anno fa ha torturato selvaggiamente una donna disabile utilizzando un taglierino e una bottiglia per le violenze. Nella deposizione della vittima i dettagli della notte horror in mano a una belva in preda alla droga.
- Violenze continue da Milano a Cascina e da Padova a Taranto: è vera emergenza.
Lo speciale contiene due articoli.
Ha deposto, nascosta dietro a un paravento, la quarantanovenne residente in un Comune del Trevigiano che, nel gennaio dell’anno scorso, sarebbe stata vittima di un autentico orrore perpetrato dall’allora convivente, un cittadino marocchino di 41 anni, tossicodipendente e con problemi di alcolismo, che era già stato in carcere per maltrattamenti nei confronti della compagna e del figlio piccolo, finito a processo per maltrattamenti, lesioni personali aggravate e violenza sessuale. Un anno fa, al termine di una notte di violenze, la donna aveva chiamato il 118. All’operatore la presunta vittima aveva detto parole inequivocabili, che avevano dato il via anche all’intervento dei carabinieri: «Venite, mi ha massacrato».
All’arrivo dell’ambulanza i soccorritori si trovano davanti una scena raccapricciante: la donna è completamente tumefatta e il suo sangue è dovunque, dal pavimento ai mobili di casa e persino nel terrazzino dell’appartamento. Uno scenario che racconta chiaramente un massacro. Poco dopo arrivano anche alcune pattuglie dell’Arma, che però trovano la porta d’ingresso della casa sbarrata. I militari riescono a entrare solo grazie all’intervento dei vigli del fuoco e trovano il marocchino sul letto, intriso del sangue della compagna. Sul tavolo, in bella vista, diverse bottiglie di alcolici, della carta stagnola e una pipetta che viene utilizzata per fumare crack.
Il racconto della nottata fatto dalla donna è a dir poco agghiacciante. Ubriaco e probabilmente sotto l’effetto di droga, il quarantunenne tunisino avrebbe inizialmente aggredito la compagna con dei pugni al volto e calci diretti al torace e all’addome. Poi un’escalation priva di limiti: la donna sarebbe stata trascinata in bagno dove il compagno le avrebbe sbattuto ripetutamente la testa sul bidet fino a farle perdere conoscenza. Non contento, avrebbe afferrato un temperino e avrebbe cominciato a seviziarla, utilizzando anche una bottiglia rotta. La donna, priva dei sensi, riporterà contusioni multiple alla testa e al viso, un ematoma alle orbite oculari, la frattura del naso e contusioni agli arti e alla schiena. Ma l’orrore non si sarebbe limitato alla violenza fisica. L’uomo avrebbe infatti stuprato la compagna, utilizzando anche una bottiglia. In aula la presunta vittima ha confermato la sua versione: «Sono stata picchiata, seviziata con un taglierino e poi mi ha anche stuprato con una bottiglia».
Stando al racconto della donna la notte degli orrori di un anno fa non sarebbe stato un episodio isolato, ma affonderebbe le sue radici in una storia iniziata diversi anni fa. Protagonisti la donna, invalida e il quarantunenne di origine nordafricana, con il quale aveva avviato una relazione sentimentale dalla quale era nato anche un figlio.
Fin dai primi tempi, però, il rapporto era stato contraddistinto dai gravi problemi dell’uomo con l’alcol e soprattutto con la droga. Problemi e tensioni che erano progressivamente e costantemente aumentate, fino a degenerare in episodi di violenza che avevano già portato a una condanna per maltrattamenti, aggravata dal fatto che l’uomo aveva picchiato anche il figlio piccolo.
Dopo aver scontato la pena, i due si erano riavvicinati. La donna aveva infatti deciso di dargli di nuovo fiducia e accoglierlo nuovamente in casa, forse nel tentativo di ricostruire un nucleo familiare. «Se non altro adesso ho qualcuno che si occupa di me e mi aiuta nelle cose di tutti i giorni», avrebbe confidato. Il nordafricano, invece, le avrebbe assicurato di essere cambiato: «Vedrai che fra di noi adesso le cose funzioneranno».
Una promessa vana. Dopo pochi mesi l’uomo sarebbe infatti ricaduto nelle vecchie abitudini, sprofondando nuovamente nel tunnel delle dipendenze. Per la donna è iniziato un periodo sempre più difficile, segnato da continui litigi e da un clima di crescente tensione.
La situazione sarebbe definitivamente esplosa intorno al settembre del 2024, quando ormai del tutto privo di freni inibitori, il quarantunenne avrebbe assunto atteggiamenti sempre più aggressivi: insulti, prevaricazioni e, soprattutto, violenze fisiche. In un episodio particolarmente grave, l’uomo avrebbe colpito la donna con pugni alla testa e l’avrebbe minacciata con un coltello da cucina. «Qui stasera moriamo tutti e due», avrebbe minacciato in preda ai fumi dell’alcol.
Poi la notte horror del gennaio di un anno fa, che ha aperto per l’uomo le porte del carcere di Santa Bona, a Treviso.
E il processo, dove il nordafricano cerca di derubricare l’accaduto a un incidente domestico. Nell’udienza precedente a quella della testimonianza della presunta vittima (che ha chiesto il paravento per non dover incrociare lo sguardo dell’imputato) era stata decisa la non acquisibilità nel fascicolo processuale degli esami effettuati dal Ris dei carabinieri di Parma sulle tracce ematiche rivenute nell’appartamento e sul Dna risultante da una tampone vaginale fatto alla donna. Ma le prove biologiche che sono ancora a disposizione, come ad esempio il sangue presente sul temperino con cui la donna sarebbe stata colpita alla testa sono state ammesse. Il quarantunenne aveva provato a giustificare il taglio presente sulla nuca della donna con un incidente che, a suo dire, la ex compagna aveva avuto mentre stava andando in bagno. Ma sul manico del taglierino è stato ritrovato anche il sangue del presunto aggressore, particolare che smentisce la ricostruzione dell’imputato. Il processo riprenderà il 19 febbraio, giornata in cui dovrebbe essere pronunciata la sentenza.
Armi bianche, roncole e machete. È l’immigrazione dei lunghi coltelli
Un mezzanino della metropolitana di Cadorna a Milano, il centro di San Benedetto del Tronto, un bar di Cascina, un autobus davanti alla stazione di Padova, il porto di Taranto. Coltelli, roncola, fendenti, risse. Cambiano i volti e le età, ma non la scena: l’arma bianca che esce all’improvviso. È una sequenza che tiene insieme storie simili e che sembrano rientrare in pieno nel quadro dei nuovi strumenti legislativi messi a punto dal Viminale e dal ministro Matteo Piantedosi.
Milano, linea verde. La miccia si accende venerdì sera a Cadorna. Da una parte due ragazzi siciliani, entrambi diciannovenni. Dall’altra un quattordicenne milanese, residente in zona Forze armate e senza precedenti. Vola qualche insulto. Alla fermata di Lambrate il minorenne si avvicina, tira fuori una roncola di 34 centimetri con lama da 21 e colpisce entrambi alle gambe. Poi si allontana. Butta giubbotto, cappello e scaldacollo e cerca di mimetizzarsi tra i passeggeri che risalgono dal mezzanino. I due feriti vengono soccorsi. Subiscono un’operazione. Le prime prognosi superano i 45 giorni. Un passante che vede i ragazzi a terra e nota il minorenne che tenta di nascondersi fuori dalla metropolitana. Lo segue fino a un bus della linea 924 in via Viotti. Sale a bordo e gli chiede spiegazioni. Il ragazzino estrae ancora una volta la roncola e lo minaccia. Semina il panico tra i passeggeri. I carabinieri lo rintracciano poco dopo. Viene fermato e arrestato per lesioni personali aggravate. La Procura del tribunale per i minorenni ha disposto, in attesa della convalida, l’affidamento alla madre in regime di detenzione domiciliare.
San Benedetto del Tronto, centro città. Un tunisino di 27 anni venerdì viene preso alla sprovvista mentre è con alcuni amici e accoltellato più volte a un fianco da un connazionale di 25 anni. Nella notte la vittima viene sottoposta a un delicato intervento chirurgico. È in pericolo di vita. L’indagine porta a un arresto poche ore dopo. Polizia e carabinieri individuano il presunto aggressore nella zona di Ponterotto, dopo una notte di ricerche tra stabilimenti balneari e casolari abbandonati lungo il litorale. L’accusa è di tentato omicidio. Stando alle prime ricostruzioni investigative si tratterebbe di un regolamento di conti.
Cascina, provincia di Pisa. Sempre venerdì. Tarda serata. Nelle vicinanze di un bar un uomo comincia a litigare con alcune persone: un italiano e alcuni albanesi. Scende dall’auto, si dirige verso di loro. Dopo qualche insulto tira fuori un coltello e ferisce all’addome un ragazzo di 25 anni residente a Pontedera. I carabinieri recuperano l’arma e individuano l’aggressore, un uomo di 44 anni, denunciato per lesioni e porto d’armi illegale.
Padova, zona stazione. L’allarme parte da un autobus. L’autista segnala un gruppo di quattro nordafricani molesti e ubriachi a bordo, uno dei quali armato di coltello. La polizia li rintraccia e li blocca. Sono un cittadino marocchino di 38 anni, irregolare, e tre cittadini egiziani con permesso di soggiorno. Tutti, però, hanno precedenti per reati in materia di sostanze stupefacenti e contro il patrimonio. Sotto i portici, nelle immediate vicinanze, viene rinvenuto il coltello da cucina con lama da dieci centimetri. Il questore ha disposto per il marocchino il trattenimento in un Cpr in attesa dell’espulsione. Mentre la Divisione della polizia anticrimine si è attivata per l’adozione della misura di prevenzione del Daspo per tre anni.
Ultimo caso: una violenta rissa scoppiata nella zona del porto mercantile di Taranto, dove la polizia è intervenuta dopo la segnalazione di una rissa tra stranieri. Quando gli agenti arrivano sul posto trovano un africano che pesta un bengalese già con evidenti ferite al volto. L’aggressore, un trentunenne del Ciad, non si è fermato neppure alla presenza dei poliziotti: ha continuato a opporre resistenza e ha minacciato gli agenti. È risultato titolare di un permesso di soggiorno ma senza fissa dimora. Solo poche ore prima era stato denunciato dalla polizia locale per una tentata estorsione.
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Caso simile a quello di Grillo junior, l’esito però è opposto: «Era ubriaca, ma cosciente».
Onestamente diventa difficile, anzi sempre più difficile, riuscire a commentare certe cose. In tv ti ritrovi un sostituto procuratore presso la Corte d’Appello di Milano che, con gusto macabro noir, tira fuori la peggior battuta possibile mentre si parla del coltello con cui è stata uccisa Federica Torzullo per mano del marito da cui si stava separando: «Anch’io ce l’ho in casa. Perché? Per uccidere mia moglie». Gelo in studio.
Poi, passando dagli studi televisivi alle aule dei tribunali, ti imbatti nell’assoluzione di due giovani dall’accusa di violenza sessuale nei confronti di una ragazza ubriaca: «Era cosciente di quel che stava accadendo», hanno dichiarato all’unisono il giudice di primo grado, quello di Appello e pure la Cassazione. Noi non abbiamo elementi per sostenere se sia la decisione giusta o sbagliata (forse lo è visto il filotto di assoluzioni), ma non riusciamo a capire come sia possibile che fatti pressoché uguali abbiano esiti giudiziari così diversi a seconda che tu stia a Ravenna (dove era accaduto il fatto in questione) o a Tempio Pausania, in Sardegna, dove i giudici di primo grado hanno condannato il figlio di Beppe Grillo con i suoi tre amici. Davvero bastano sfumature nei fatti per far scattare una condanna o una assoluzione, una violenza o un rapporto consensuale?
Lo ripeto non vogliamo entrare nei tecnicismi, ma tutto il clamore generato da tali fatti di cronaca, dai processi per violenze e stupri, e dalle bagarre in Parlamento per una formulazione legislativa piuttosto che un’altra, alimentano discussioni su dinamiche sociali non di poco conto. Alle ragazze, alle donne, diciamo di raccontare, di denunciare, di fidarsi delle istituzioni; poi una volta superato questo scoglio, ti fai il segno della croce nella speranza che il giudice capisca la tua decisione travagliata. Perché alla fine resta solo lui, il giudice, a sancire se vi è stata violenza oppure no, stupro oppure no. Forse ci sarebbe bisogno di una univocità di comportamento da parte dei giudici più che di nuove norme.
Torniamo allora a Ravenna. Ci sono una ragazza (diciottenne all’epoca dei fatti) e due ragazzi poco più che trentenni, che si incontrano in un locale. Fanno serata. I due la portano a spalla in un appartamento del centro, le fanno fare una doccia e le offrono un caffè. Qui, nell’appartamento, la giovane ha un rapporto sessuale con uno dei due, mentre l’altro la riprende col cellulare. I due imputati, entrambi stranieri, sono abbastanza noti perché uno giocava nel Ravenna calcio, l’altro era un commerciante d’auto usate.
Ebbene, la Cassazione ha chiuso la questione dichiarando inammissibile il ricorso dell’accusa e rendendo così definitiva l’assoluzione dei due imputati perché «il fatto non costituisce reato»: la giovane, anche se aveva bevuto, era consenziente la notte nella quale fu filmata da uno dei due ragazzi mentre faceva sesso con l’amico. Lo ripeto, non vogliamo entrare nelle dinamiche processuali e nei tecnicismi, perché sicuramente ci saranno delle differenze importanti tra questo caso e - lo dico a mo’ di esempio assai noto - la condanna del figlio di Grillo, ma non è strampalato domandarsi come si faccia ad avere delle sentenze così diverse rispetto a fatti descritti allo stesso modo?
Secondo l’accusa ravennate, la ragazza era stata stuprata e filmata; filmati che avrebbero dimostrato - sempre a detta del pm - uno «stato di inconfutabile incoscienza» di una ragazza «completamente indifesa» e in balia del «comportamento denigratorio dei presenti». Tra l’altro nessun giudice di quelli interessati ha contestato il fatto che la ragazza avesse bevuto molto, tanto da dover essere portata in spalla. Allora è normale domandarsi se una ragazza che non si regga in piedi, quindi in evidente stato di alterazione, possa essere consenziente a un rapporto con tanto di «filmino». Qui la politica non c’entra. C’entrano i giudici, i quali con lo stesso codice e con le stesse leggi, condannano o assolvono.
Non vorrei che di fronte a tante differenziazioni nei tribunali, alla fine saranno proprio le vittime a non fidarsi più e a desistere dal denunciare.
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