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2020-07-28
Offre ai turisti sesso con bimbo di 2 anni. Arrestato un nomade
iStock
Sembra che non ci sia limite all'indecenza, alla miseria d'animo di certi individui. Doveva essere una tranquilla domenica estiva come tante altre, invece la giornata di 48 ore fa ad Ostia verrà ricordata per un episodio a dir poco abominevole. Splende un limpido sole mattutino quando sul lungomare Amerigo Vespucci un uomo di 25 anni di etnia rom offre incontri sessuali - in cambio di un po' di denaro - con un bambino di due anni alle persone che si trovano in spiaggia, in particolare ai turisti. È proprio uno di loro che al termine della raccapricciante proposta, ricevuta nei pressi dell'ex Amanusa, decide di denunciare. «Un uomo qui fuori mi ha chiesto se mi interessava pagarlo per avere una prestazione sessuale con un bambino di due anni», comincia così la testimonianza del bagnante che si trovava nelle vicinanze dello stabilimento di proprietà della guardia di finanza. A questo punto le fiamme gialle hanno fatto scattare subito l'allarme, chiedendo anche supporto sul posto ai colleghi del gruppo di Ostia e a quello delle volanti del commissariato Lido. Fino a quel momento l'uomo di origine rom era andato tranquillamente in giro per il litorale, tenendo sia in braccio che per mano il piccolo. Quando l'aguzzino si rende conto di essere braccato dalle forze dell'ordine, decide in un primo momento di spostarsi verso il centro della città; poi abbandona il bimbo sul marciapiede e tenta una fuga disperata, arrampicandosi sui tettucci di alcune auto in sosta per seminare i suoi inseguitori. Il suo tentativo non dura a lungo, visto che viene raggiunto da poliziotti e finanzieri.
Ma non è finita qui perché il rom anche dopo essere stato fermato continua ad aggredire i poliziotti come dimostra un video dell'arresto che circola su Internet. Servono ben due agenti di polizia che per tenere fermo il venticinquenne di etnia rom appoggiano mani e ginocchia sulla sua schiena e sui suoi polpacci. Nonostante ciò l'uomo si dimena, non accetta di essere bloccato e prova a liberarsi, dato che ha solo una manetta sul polso sinistro.
I poliziotti, come testimonia il filmato, comprendono che serve l'ausilio della volante, altrimenti il persecutore potrebbe complicare la situazione. Già di per sé non facile e a dir poco assurda. L'uomo che indossa solo degli striminziti boxer chiari, porta un vistoso taglio di capelli (tinti), è ricoperto di tatuaggi lungo tutto il corpo: sul petto, sulle braccia e sulla parte superiore delle gambe. Per qualche istante, mentre si dimena in maniera quasi incessante, guarda verso l'obiettivo della camera. Alza più volte il sopracciglio sinistro, un gesto con il quale cerca di far intendere che lui è un tipo che la sa lunga, un furbo. Nel suo volto non manca il ghigno, che mostra non di rado quando gli agenti della polizia gli fanno le prime domande. «La madre di questo bambino», chiedono i poliziotti, «dov'è?». Sorridendo, fa trascorrere qualche secondo, poi dà una non risposta: «Complimenti mi date una chance». Nel frattempo continua ad irrigidirsi. Un attimo più tardi fa capire che quel bambino non è suo figlio. Quindi inevitabilmente uno dei poliziotti gli chiede a più riprese: «Questo (bimbo ndr) chi è?» Ancora una volta la replica non è pertinente, anzi sfrontata e quasi blasfema. «Gli do da mangiare. Non è nessuno, è Gesù». Frasi sconnesse dovute all'evidente stato di alterazione in cui si trovava. Appena soccorso da una poliziotta, invece, il bambino era molto spaventato e assetato. Dunque è stato prima assistito e poi trasferito in ambulanza all'ospedale Grassi di Ostia per i controlli medici. Al termine delle visite, il piccolo di due anni (con i capelli biondi, in parte simili a quelli del suo persecutore), è stato preso in carico dai servizi social e sarà affidato ad una casa famiglia. Prima di essere trasferito nel carcere romano di Regina Coeli anche il rom è stato portato nella struttura ospedaliera per effettuare gli esami tossicologici, che avrebbero dato esito negativo. Poi, come detto, è stato trasferito in penitenziario e al momento del fotosegnalamento è andato ancora in escandescenze ed ha danneggiato alcuni macchinari dell'ufficio. Nei suo confronti pende la grave accusa di sfruttamento di minore ai fini di prostituzione. Adesso per chi indaga si apre una fase molto delicata. Il pool della procura della Repubblica di Roma che si occupa della tutela delle fasce deboli è coordinato dall'aggiunto Maria Monteleone. Sulle indagini vige il più stretto riserbo, con gli inquirenti che stanno valutando tutte le varie ipotesi. Innanzitutto occorrerà capire se c'è un legame familiare tra vittima e sfruttatore. Una circostanza che al momento non si può del tutto escludere. Chi indaga dovrà anche fare chiarezza sull'eventuale complicità nel reato della madre del piccolo. L'attività investigativa si focalizzerà anche sull'ampio mondo rom di Roma, infatti al vaglio degli inquirenti ci sono le centinaia di denunce che riguardano la scomparsa di minori ed episodi di «vendita» di bambini.
Runner violentata da un clandestino
È un uomo di 32 anni del Gambia il sospettato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria per il tentato stupro che si è consumato, ieri mattina, alla Spezia. La vittima è una donna aggredita mentre faceva jogging su una pista ciclabile in Via dei Pioppi. La squadra volante del commissariato è intervenuta e dopo una serie di ricerche è riuscita a fermare il presunto violentatore, interrogato per tutto il pomeriggio in questura. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la vittima è stata assalita dall'uomo mentre faceva jogging approfittando della bella giornata di sole. Un agguato in piena regola che non le ha lasciato possibilità di scampo. La povera vittima è stata trascinata e picchiata in un angolo nascosto della pista ciclabile, dove ha cercato di usarle violenza. Subito dopo, l'uomo è fuggito ma non per molto. È stata infatti raccolta la descrizione dell'aggressore, grazie al racconto della vittima e a quello di alcuni testimoni che hanno soccorso la donna ma che non sono stati in grado di mettersi sulle tracce del balordo. Le indagini condotte, come detto, dalla squadra volante hanno permesso di rintracciare il presunto aggressore poche ore dopo in quanto corrispondente alla descrizione fatta dalla vittima: si tratta di un soggetto irregolare sul territorio italiano. Un episodio che ha destato particolare clamore nella città ligure. «Esprimo tutta la mia solidarietà alla donna e un sentito ringraziamento sia alle forze dell'ordine, intervenute prontamente che ai cittadini che hanno permesso, grazie alle loro testimonianze, l'immediata individuazione dell'aggressore», è stato infatti il commento di Manuela Gagliardi, parlamentare di «Cambiamo!». Che ha ribadito inoltre: «Ora ci aspettiamo che la giustizia sia celere e inflessibile nella condanna di un crimine grave che combattiamo quotidianamente, dobbiamo dare un segnale forte per dire no alla violenza sulle donne».
Appena pochi giorni fa, un episodio analogo si era concluso con il fermo di un clandestino 24enne africano, indagato per lo stupro di una 45enne nel parco del Monte Stella, a Milano di metà luglio scorso. Un'inchiesta «lampo» che ha visto in azione i poliziotti di strada, che conoscono tutti i balordi di Milano e gli esperti della scientifica che hanno analizzato tracce di Dna sul corpo della vittima e sono andati a colpo sicuro fermando il senegalese con alcuni precedenti, senza fissa dimora, che aveva un giaciglio nel mercato comunale dismesso di via Isernia, a poca distanza dal luogo dello stupro. Il primo controllo sull'uomo risaliva al 2014. Gli agenti avevano sentito numerosi testimoni, trovato un frame da un video girato da una telecamera di sorveglianza della zona da cui hanno tratto indicazioni utili: la fisionomia dell'aggressore e gli abiti che indossava. Elementi che la vittima, pur provata dalla terribile esperienza, ha riconosciuto senza indugio. È quindi partita la caccia all'uomo, con i «falchi» a setacciare il mondo sommerso di Milano e gli agenti della scientifica a lavorare freneticamente sul Dna per avere riscontri. Il sospetto era stato individuato già il 18 luglio, un paio di giorni dopo l'aggressione, e tenuto d'occhio; dalla banca dati era stato preso il suo Dna e si era atteso il match. «Il Dna è risultato perfettamente compatibile, anzi il Dna era identico a quello trovato sul corpo della vittima della violenza», aveva spiegato il dirigente della squadra mobile di Milano Marco Calì. Per il procuratore aggiunto Letizia Mannella, l'operazione lampo che ha portato a «elementi granitici», serve a rassicurare le persone che «giustamente hanno paura». « Gli uomini violenti devono sapere che la giustizia arriva, e arriva in fretta».
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Rom bloccato a Ostia dai carabinieri dopo una colluttazione. Militari avvertiti da una segnalazione, il piccino è in ospedale.La donna aggredita in pieno giorno, sulla pista ciclabile della Spezia, mentre faceva jogging. Fermato poco dopo dalla polizia un africano senza permesso di soggiorno.Lo speciale contiene due articoli.Sembra che non ci sia limite all'indecenza, alla miseria d'animo di certi individui. Doveva essere una tranquilla domenica estiva come tante altre, invece la giornata di 48 ore fa ad Ostia verrà ricordata per un episodio a dir poco abominevole. Splende un limpido sole mattutino quando sul lungomare Amerigo Vespucci un uomo di 25 anni di etnia rom offre incontri sessuali - in cambio di un po' di denaro - con un bambino di due anni alle persone che si trovano in spiaggia, in particolare ai turisti. È proprio uno di loro che al termine della raccapricciante proposta, ricevuta nei pressi dell'ex Amanusa, decide di denunciare. «Un uomo qui fuori mi ha chiesto se mi interessava pagarlo per avere una prestazione sessuale con un bambino di due anni», comincia così la testimonianza del bagnante che si trovava nelle vicinanze dello stabilimento di proprietà della guardia di finanza. A questo punto le fiamme gialle hanno fatto scattare subito l'allarme, chiedendo anche supporto sul posto ai colleghi del gruppo di Ostia e a quello delle volanti del commissariato Lido. Fino a quel momento l'uomo di origine rom era andato tranquillamente in giro per il litorale, tenendo sia in braccio che per mano il piccolo. Quando l'aguzzino si rende conto di essere braccato dalle forze dell'ordine, decide in un primo momento di spostarsi verso il centro della città; poi abbandona il bimbo sul marciapiede e tenta una fuga disperata, arrampicandosi sui tettucci di alcune auto in sosta per seminare i suoi inseguitori. Il suo tentativo non dura a lungo, visto che viene raggiunto da poliziotti e finanzieri. Ma non è finita qui perché il rom anche dopo essere stato fermato continua ad aggredire i poliziotti come dimostra un video dell'arresto che circola su Internet. Servono ben due agenti di polizia che per tenere fermo il venticinquenne di etnia rom appoggiano mani e ginocchia sulla sua schiena e sui suoi polpacci. Nonostante ciò l'uomo si dimena, non accetta di essere bloccato e prova a liberarsi, dato che ha solo una manetta sul polso sinistro. I poliziotti, come testimonia il filmato, comprendono che serve l'ausilio della volante, altrimenti il persecutore potrebbe complicare la situazione. Già di per sé non facile e a dir poco assurda. L'uomo che indossa solo degli striminziti boxer chiari, porta un vistoso taglio di capelli (tinti), è ricoperto di tatuaggi lungo tutto il corpo: sul petto, sulle braccia e sulla parte superiore delle gambe. Per qualche istante, mentre si dimena in maniera quasi incessante, guarda verso l'obiettivo della camera. Alza più volte il sopracciglio sinistro, un gesto con il quale cerca di far intendere che lui è un tipo che la sa lunga, un furbo. Nel suo volto non manca il ghigno, che mostra non di rado quando gli agenti della polizia gli fanno le prime domande. «La madre di questo bambino», chiedono i poliziotti, «dov'è?». Sorridendo, fa trascorrere qualche secondo, poi dà una non risposta: «Complimenti mi date una chance». Nel frattempo continua ad irrigidirsi. Un attimo più tardi fa capire che quel bambino non è suo figlio. Quindi inevitabilmente uno dei poliziotti gli chiede a più riprese: «Questo (bimbo ndr) chi è?» Ancora una volta la replica non è pertinente, anzi sfrontata e quasi blasfema. «Gli do da mangiare. Non è nessuno, è Gesù». Frasi sconnesse dovute all'evidente stato di alterazione in cui si trovava. Appena soccorso da una poliziotta, invece, il bambino era molto spaventato e assetato. Dunque è stato prima assistito e poi trasferito in ambulanza all'ospedale Grassi di Ostia per i controlli medici. Al termine delle visite, il piccolo di due anni (con i capelli biondi, in parte simili a quelli del suo persecutore), è stato preso in carico dai servizi social e sarà affidato ad una casa famiglia. Prima di essere trasferito nel carcere romano di Regina Coeli anche il rom è stato portato nella struttura ospedaliera per effettuare gli esami tossicologici, che avrebbero dato esito negativo. Poi, come detto, è stato trasferito in penitenziario e al momento del fotosegnalamento è andato ancora in escandescenze ed ha danneggiato alcuni macchinari dell'ufficio. Nei suo confronti pende la grave accusa di sfruttamento di minore ai fini di prostituzione. Adesso per chi indaga si apre una fase molto delicata. Il pool della procura della Repubblica di Roma che si occupa della tutela delle fasce deboli è coordinato dall'aggiunto Maria Monteleone. Sulle indagini vige il più stretto riserbo, con gli inquirenti che stanno valutando tutte le varie ipotesi. Innanzitutto occorrerà capire se c'è un legame familiare tra vittima e sfruttatore. Una circostanza che al momento non si può del tutto escludere. Chi indaga dovrà anche fare chiarezza sull'eventuale complicità nel reato della madre del piccolo. L'attività investigativa si focalizzerà anche sull'ampio mondo rom di Roma, infatti al vaglio degli inquirenti ci sono le centinaia di denunce che riguardano la scomparsa di minori ed episodi di «vendita» di bambini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/offre-ai-turisti-sesso-con-bimbo-di-2-anni-arrestato-un-nomade-2646809604.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="runner-violentata-da-un-clandestino" data-post-id="2646809604" data-published-at="1595882466" data-use-pagination="False"> Runner violentata da un clandestino È un uomo di 32 anni del Gambia il sospettato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria per il tentato stupro che si è consumato, ieri mattina, alla Spezia. La vittima è una donna aggredita mentre faceva jogging su una pista ciclabile in Via dei Pioppi. La squadra volante del commissariato è intervenuta e dopo una serie di ricerche è riuscita a fermare il presunto violentatore, interrogato per tutto il pomeriggio in questura. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la vittima è stata assalita dall'uomo mentre faceva jogging approfittando della bella giornata di sole. Un agguato in piena regola che non le ha lasciato possibilità di scampo. La povera vittima è stata trascinata e picchiata in un angolo nascosto della pista ciclabile, dove ha cercato di usarle violenza. Subito dopo, l'uomo è fuggito ma non per molto. È stata infatti raccolta la descrizione dell'aggressore, grazie al racconto della vittima e a quello di alcuni testimoni che hanno soccorso la donna ma che non sono stati in grado di mettersi sulle tracce del balordo. Le indagini condotte, come detto, dalla squadra volante hanno permesso di rintracciare il presunto aggressore poche ore dopo in quanto corrispondente alla descrizione fatta dalla vittima: si tratta di un soggetto irregolare sul territorio italiano. Un episodio che ha destato particolare clamore nella città ligure. «Esprimo tutta la mia solidarietà alla donna e un sentito ringraziamento sia alle forze dell'ordine, intervenute prontamente che ai cittadini che hanno permesso, grazie alle loro testimonianze, l'immediata individuazione dell'aggressore», è stato infatti il commento di Manuela Gagliardi, parlamentare di «Cambiamo!». Che ha ribadito inoltre: «Ora ci aspettiamo che la giustizia sia celere e inflessibile nella condanna di un crimine grave che combattiamo quotidianamente, dobbiamo dare un segnale forte per dire no alla violenza sulle donne». Appena pochi giorni fa, un episodio analogo si era concluso con il fermo di un clandestino 24enne africano, indagato per lo stupro di una 45enne nel parco del Monte Stella, a Milano di metà luglio scorso. Un'inchiesta «lampo» che ha visto in azione i poliziotti di strada, che conoscono tutti i balordi di Milano e gli esperti della scientifica che hanno analizzato tracce di Dna sul corpo della vittima e sono andati a colpo sicuro fermando il senegalese con alcuni precedenti, senza fissa dimora, che aveva un giaciglio nel mercato comunale dismesso di via Isernia, a poca distanza dal luogo dello stupro. Il primo controllo sull'uomo risaliva al 2014. Gli agenti avevano sentito numerosi testimoni, trovato un frame da un video girato da una telecamera di sorveglianza della zona da cui hanno tratto indicazioni utili: la fisionomia dell'aggressore e gli abiti che indossava. Elementi che la vittima, pur provata dalla terribile esperienza, ha riconosciuto senza indugio. È quindi partita la caccia all'uomo, con i «falchi» a setacciare il mondo sommerso di Milano e gli agenti della scientifica a lavorare freneticamente sul Dna per avere riscontri. Il sospetto era stato individuato già il 18 luglio, un paio di giorni dopo l'aggressione, e tenuto d'occhio; dalla banca dati era stato preso il suo Dna e si era atteso il match. «Il Dna è risultato perfettamente compatibile, anzi il Dna era identico a quello trovato sul corpo della vittima della violenza», aveva spiegato il dirigente della squadra mobile di Milano Marco Calì. Per il procuratore aggiunto Letizia Mannella, l'operazione lampo che ha portato a «elementi granitici», serve a rassicurare le persone che «giustamente hanno paura». « Gli uomini violenti devono sapere che la giustizia arriva, e arriva in fretta».
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara