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2020-07-28
Offre ai turisti sesso con bimbo di 2 anni. Arrestato un nomade
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Sembra che non ci sia limite all'indecenza, alla miseria d'animo di certi individui. Doveva essere una tranquilla domenica estiva come tante altre, invece la giornata di 48 ore fa ad Ostia verrà ricordata per un episodio a dir poco abominevole. Splende un limpido sole mattutino quando sul lungomare Amerigo Vespucci un uomo di 25 anni di etnia rom offre incontri sessuali - in cambio di un po' di denaro - con un bambino di due anni alle persone che si trovano in spiaggia, in particolare ai turisti. È proprio uno di loro che al termine della raccapricciante proposta, ricevuta nei pressi dell'ex Amanusa, decide di denunciare. «Un uomo qui fuori mi ha chiesto se mi interessava pagarlo per avere una prestazione sessuale con un bambino di due anni», comincia così la testimonianza del bagnante che si trovava nelle vicinanze dello stabilimento di proprietà della guardia di finanza. A questo punto le fiamme gialle hanno fatto scattare subito l'allarme, chiedendo anche supporto sul posto ai colleghi del gruppo di Ostia e a quello delle volanti del commissariato Lido. Fino a quel momento l'uomo di origine rom era andato tranquillamente in giro per il litorale, tenendo sia in braccio che per mano il piccolo. Quando l'aguzzino si rende conto di essere braccato dalle forze dell'ordine, decide in un primo momento di spostarsi verso il centro della città; poi abbandona il bimbo sul marciapiede e tenta una fuga disperata, arrampicandosi sui tettucci di alcune auto in sosta per seminare i suoi inseguitori. Il suo tentativo non dura a lungo, visto che viene raggiunto da poliziotti e finanzieri.
Ma non è finita qui perché il rom anche dopo essere stato fermato continua ad aggredire i poliziotti come dimostra un video dell'arresto che circola su Internet. Servono ben due agenti di polizia che per tenere fermo il venticinquenne di etnia rom appoggiano mani e ginocchia sulla sua schiena e sui suoi polpacci. Nonostante ciò l'uomo si dimena, non accetta di essere bloccato e prova a liberarsi, dato che ha solo una manetta sul polso sinistro.
I poliziotti, come testimonia il filmato, comprendono che serve l'ausilio della volante, altrimenti il persecutore potrebbe complicare la situazione. Già di per sé non facile e a dir poco assurda. L'uomo che indossa solo degli striminziti boxer chiari, porta un vistoso taglio di capelli (tinti), è ricoperto di tatuaggi lungo tutto il corpo: sul petto, sulle braccia e sulla parte superiore delle gambe. Per qualche istante, mentre si dimena in maniera quasi incessante, guarda verso l'obiettivo della camera. Alza più volte il sopracciglio sinistro, un gesto con il quale cerca di far intendere che lui è un tipo che la sa lunga, un furbo. Nel suo volto non manca il ghigno, che mostra non di rado quando gli agenti della polizia gli fanno le prime domande. «La madre di questo bambino», chiedono i poliziotti, «dov'è?». Sorridendo, fa trascorrere qualche secondo, poi dà una non risposta: «Complimenti mi date una chance». Nel frattempo continua ad irrigidirsi. Un attimo più tardi fa capire che quel bambino non è suo figlio. Quindi inevitabilmente uno dei poliziotti gli chiede a più riprese: «Questo (bimbo ndr) chi è?» Ancora una volta la replica non è pertinente, anzi sfrontata e quasi blasfema. «Gli do da mangiare. Non è nessuno, è Gesù». Frasi sconnesse dovute all'evidente stato di alterazione in cui si trovava. Appena soccorso da una poliziotta, invece, il bambino era molto spaventato e assetato. Dunque è stato prima assistito e poi trasferito in ambulanza all'ospedale Grassi di Ostia per i controlli medici. Al termine delle visite, il piccolo di due anni (con i capelli biondi, in parte simili a quelli del suo persecutore), è stato preso in carico dai servizi social e sarà affidato ad una casa famiglia. Prima di essere trasferito nel carcere romano di Regina Coeli anche il rom è stato portato nella struttura ospedaliera per effettuare gli esami tossicologici, che avrebbero dato esito negativo. Poi, come detto, è stato trasferito in penitenziario e al momento del fotosegnalamento è andato ancora in escandescenze ed ha danneggiato alcuni macchinari dell'ufficio. Nei suo confronti pende la grave accusa di sfruttamento di minore ai fini di prostituzione. Adesso per chi indaga si apre una fase molto delicata. Il pool della procura della Repubblica di Roma che si occupa della tutela delle fasce deboli è coordinato dall'aggiunto Maria Monteleone. Sulle indagini vige il più stretto riserbo, con gli inquirenti che stanno valutando tutte le varie ipotesi. Innanzitutto occorrerà capire se c'è un legame familiare tra vittima e sfruttatore. Una circostanza che al momento non si può del tutto escludere. Chi indaga dovrà anche fare chiarezza sull'eventuale complicità nel reato della madre del piccolo. L'attività investigativa si focalizzerà anche sull'ampio mondo rom di Roma, infatti al vaglio degli inquirenti ci sono le centinaia di denunce che riguardano la scomparsa di minori ed episodi di «vendita» di bambini.
Runner violentata da un clandestino
È un uomo di 32 anni del Gambia il sospettato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria per il tentato stupro che si è consumato, ieri mattina, alla Spezia. La vittima è una donna aggredita mentre faceva jogging su una pista ciclabile in Via dei Pioppi. La squadra volante del commissariato è intervenuta e dopo una serie di ricerche è riuscita a fermare il presunto violentatore, interrogato per tutto il pomeriggio in questura. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la vittima è stata assalita dall'uomo mentre faceva jogging approfittando della bella giornata di sole. Un agguato in piena regola che non le ha lasciato possibilità di scampo. La povera vittima è stata trascinata e picchiata in un angolo nascosto della pista ciclabile, dove ha cercato di usarle violenza. Subito dopo, l'uomo è fuggito ma non per molto. È stata infatti raccolta la descrizione dell'aggressore, grazie al racconto della vittima e a quello di alcuni testimoni che hanno soccorso la donna ma che non sono stati in grado di mettersi sulle tracce del balordo. Le indagini condotte, come detto, dalla squadra volante hanno permesso di rintracciare il presunto aggressore poche ore dopo in quanto corrispondente alla descrizione fatta dalla vittima: si tratta di un soggetto irregolare sul territorio italiano. Un episodio che ha destato particolare clamore nella città ligure. «Esprimo tutta la mia solidarietà alla donna e un sentito ringraziamento sia alle forze dell'ordine, intervenute prontamente che ai cittadini che hanno permesso, grazie alle loro testimonianze, l'immediata individuazione dell'aggressore», è stato infatti il commento di Manuela Gagliardi, parlamentare di «Cambiamo!». Che ha ribadito inoltre: «Ora ci aspettiamo che la giustizia sia celere e inflessibile nella condanna di un crimine grave che combattiamo quotidianamente, dobbiamo dare un segnale forte per dire no alla violenza sulle donne».
Appena pochi giorni fa, un episodio analogo si era concluso con il fermo di un clandestino 24enne africano, indagato per lo stupro di una 45enne nel parco del Monte Stella, a Milano di metà luglio scorso. Un'inchiesta «lampo» che ha visto in azione i poliziotti di strada, che conoscono tutti i balordi di Milano e gli esperti della scientifica che hanno analizzato tracce di Dna sul corpo della vittima e sono andati a colpo sicuro fermando il senegalese con alcuni precedenti, senza fissa dimora, che aveva un giaciglio nel mercato comunale dismesso di via Isernia, a poca distanza dal luogo dello stupro. Il primo controllo sull'uomo risaliva al 2014. Gli agenti avevano sentito numerosi testimoni, trovato un frame da un video girato da una telecamera di sorveglianza della zona da cui hanno tratto indicazioni utili: la fisionomia dell'aggressore e gli abiti che indossava. Elementi che la vittima, pur provata dalla terribile esperienza, ha riconosciuto senza indugio. È quindi partita la caccia all'uomo, con i «falchi» a setacciare il mondo sommerso di Milano e gli agenti della scientifica a lavorare freneticamente sul Dna per avere riscontri. Il sospetto era stato individuato già il 18 luglio, un paio di giorni dopo l'aggressione, e tenuto d'occhio; dalla banca dati era stato preso il suo Dna e si era atteso il match. «Il Dna è risultato perfettamente compatibile, anzi il Dna era identico a quello trovato sul corpo della vittima della violenza», aveva spiegato il dirigente della squadra mobile di Milano Marco Calì. Per il procuratore aggiunto Letizia Mannella, l'operazione lampo che ha portato a «elementi granitici», serve a rassicurare le persone che «giustamente hanno paura». « Gli uomini violenti devono sapere che la giustizia arriva, e arriva in fretta».
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Rom bloccato a Ostia dai carabinieri dopo una colluttazione. Militari avvertiti da una segnalazione, il piccino è in ospedale.La donna aggredita in pieno giorno, sulla pista ciclabile della Spezia, mentre faceva jogging. Fermato poco dopo dalla polizia un africano senza permesso di soggiorno.Lo speciale contiene due articoli.Sembra che non ci sia limite all'indecenza, alla miseria d'animo di certi individui. Doveva essere una tranquilla domenica estiva come tante altre, invece la giornata di 48 ore fa ad Ostia verrà ricordata per un episodio a dir poco abominevole. Splende un limpido sole mattutino quando sul lungomare Amerigo Vespucci un uomo di 25 anni di etnia rom offre incontri sessuali - in cambio di un po' di denaro - con un bambino di due anni alle persone che si trovano in spiaggia, in particolare ai turisti. È proprio uno di loro che al termine della raccapricciante proposta, ricevuta nei pressi dell'ex Amanusa, decide di denunciare. «Un uomo qui fuori mi ha chiesto se mi interessava pagarlo per avere una prestazione sessuale con un bambino di due anni», comincia così la testimonianza del bagnante che si trovava nelle vicinanze dello stabilimento di proprietà della guardia di finanza. A questo punto le fiamme gialle hanno fatto scattare subito l'allarme, chiedendo anche supporto sul posto ai colleghi del gruppo di Ostia e a quello delle volanti del commissariato Lido. Fino a quel momento l'uomo di origine rom era andato tranquillamente in giro per il litorale, tenendo sia in braccio che per mano il piccolo. Quando l'aguzzino si rende conto di essere braccato dalle forze dell'ordine, decide in un primo momento di spostarsi verso il centro della città; poi abbandona il bimbo sul marciapiede e tenta una fuga disperata, arrampicandosi sui tettucci di alcune auto in sosta per seminare i suoi inseguitori. Il suo tentativo non dura a lungo, visto che viene raggiunto da poliziotti e finanzieri. Ma non è finita qui perché il rom anche dopo essere stato fermato continua ad aggredire i poliziotti come dimostra un video dell'arresto che circola su Internet. Servono ben due agenti di polizia che per tenere fermo il venticinquenne di etnia rom appoggiano mani e ginocchia sulla sua schiena e sui suoi polpacci. Nonostante ciò l'uomo si dimena, non accetta di essere bloccato e prova a liberarsi, dato che ha solo una manetta sul polso sinistro. I poliziotti, come testimonia il filmato, comprendono che serve l'ausilio della volante, altrimenti il persecutore potrebbe complicare la situazione. Già di per sé non facile e a dir poco assurda. L'uomo che indossa solo degli striminziti boxer chiari, porta un vistoso taglio di capelli (tinti), è ricoperto di tatuaggi lungo tutto il corpo: sul petto, sulle braccia e sulla parte superiore delle gambe. Per qualche istante, mentre si dimena in maniera quasi incessante, guarda verso l'obiettivo della camera. Alza più volte il sopracciglio sinistro, un gesto con il quale cerca di far intendere che lui è un tipo che la sa lunga, un furbo. Nel suo volto non manca il ghigno, che mostra non di rado quando gli agenti della polizia gli fanno le prime domande. «La madre di questo bambino», chiedono i poliziotti, «dov'è?». Sorridendo, fa trascorrere qualche secondo, poi dà una non risposta: «Complimenti mi date una chance». Nel frattempo continua ad irrigidirsi. Un attimo più tardi fa capire che quel bambino non è suo figlio. Quindi inevitabilmente uno dei poliziotti gli chiede a più riprese: «Questo (bimbo ndr) chi è?» Ancora una volta la replica non è pertinente, anzi sfrontata e quasi blasfema. «Gli do da mangiare. Non è nessuno, è Gesù». Frasi sconnesse dovute all'evidente stato di alterazione in cui si trovava. Appena soccorso da una poliziotta, invece, il bambino era molto spaventato e assetato. Dunque è stato prima assistito e poi trasferito in ambulanza all'ospedale Grassi di Ostia per i controlli medici. Al termine delle visite, il piccolo di due anni (con i capelli biondi, in parte simili a quelli del suo persecutore), è stato preso in carico dai servizi social e sarà affidato ad una casa famiglia. Prima di essere trasferito nel carcere romano di Regina Coeli anche il rom è stato portato nella struttura ospedaliera per effettuare gli esami tossicologici, che avrebbero dato esito negativo. Poi, come detto, è stato trasferito in penitenziario e al momento del fotosegnalamento è andato ancora in escandescenze ed ha danneggiato alcuni macchinari dell'ufficio. Nei suo confronti pende la grave accusa di sfruttamento di minore ai fini di prostituzione. Adesso per chi indaga si apre una fase molto delicata. Il pool della procura della Repubblica di Roma che si occupa della tutela delle fasce deboli è coordinato dall'aggiunto Maria Monteleone. Sulle indagini vige il più stretto riserbo, con gli inquirenti che stanno valutando tutte le varie ipotesi. Innanzitutto occorrerà capire se c'è un legame familiare tra vittima e sfruttatore. Una circostanza che al momento non si può del tutto escludere. Chi indaga dovrà anche fare chiarezza sull'eventuale complicità nel reato della madre del piccolo. L'attività investigativa si focalizzerà anche sull'ampio mondo rom di Roma, infatti al vaglio degli inquirenti ci sono le centinaia di denunce che riguardano la scomparsa di minori ed episodi di «vendita» di bambini.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/offre-ai-turisti-sesso-con-bimbo-di-2-anni-arrestato-un-nomade-2646809604.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="runner-violentata-da-un-clandestino" data-post-id="2646809604" data-published-at="1595882466" data-use-pagination="False"> Runner violentata da un clandestino È un uomo di 32 anni del Gambia il sospettato sottoposto a fermo di polizia giudiziaria per il tentato stupro che si è consumato, ieri mattina, alla Spezia. La vittima è una donna aggredita mentre faceva jogging su una pista ciclabile in Via dei Pioppi. La squadra volante del commissariato è intervenuta e dopo una serie di ricerche è riuscita a fermare il presunto violentatore, interrogato per tutto il pomeriggio in questura. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la vittima è stata assalita dall'uomo mentre faceva jogging approfittando della bella giornata di sole. Un agguato in piena regola che non le ha lasciato possibilità di scampo. La povera vittima è stata trascinata e picchiata in un angolo nascosto della pista ciclabile, dove ha cercato di usarle violenza. Subito dopo, l'uomo è fuggito ma non per molto. È stata infatti raccolta la descrizione dell'aggressore, grazie al racconto della vittima e a quello di alcuni testimoni che hanno soccorso la donna ma che non sono stati in grado di mettersi sulle tracce del balordo. Le indagini condotte, come detto, dalla squadra volante hanno permesso di rintracciare il presunto aggressore poche ore dopo in quanto corrispondente alla descrizione fatta dalla vittima: si tratta di un soggetto irregolare sul territorio italiano. Un episodio che ha destato particolare clamore nella città ligure. «Esprimo tutta la mia solidarietà alla donna e un sentito ringraziamento sia alle forze dell'ordine, intervenute prontamente che ai cittadini che hanno permesso, grazie alle loro testimonianze, l'immediata individuazione dell'aggressore», è stato infatti il commento di Manuela Gagliardi, parlamentare di «Cambiamo!». Che ha ribadito inoltre: «Ora ci aspettiamo che la giustizia sia celere e inflessibile nella condanna di un crimine grave che combattiamo quotidianamente, dobbiamo dare un segnale forte per dire no alla violenza sulle donne». Appena pochi giorni fa, un episodio analogo si era concluso con il fermo di un clandestino 24enne africano, indagato per lo stupro di una 45enne nel parco del Monte Stella, a Milano di metà luglio scorso. Un'inchiesta «lampo» che ha visto in azione i poliziotti di strada, che conoscono tutti i balordi di Milano e gli esperti della scientifica che hanno analizzato tracce di Dna sul corpo della vittima e sono andati a colpo sicuro fermando il senegalese con alcuni precedenti, senza fissa dimora, che aveva un giaciglio nel mercato comunale dismesso di via Isernia, a poca distanza dal luogo dello stupro. Il primo controllo sull'uomo risaliva al 2014. Gli agenti avevano sentito numerosi testimoni, trovato un frame da un video girato da una telecamera di sorveglianza della zona da cui hanno tratto indicazioni utili: la fisionomia dell'aggressore e gli abiti che indossava. Elementi che la vittima, pur provata dalla terribile esperienza, ha riconosciuto senza indugio. È quindi partita la caccia all'uomo, con i «falchi» a setacciare il mondo sommerso di Milano e gli agenti della scientifica a lavorare freneticamente sul Dna per avere riscontri. Il sospetto era stato individuato già il 18 luglio, un paio di giorni dopo l'aggressione, e tenuto d'occhio; dalla banca dati era stato preso il suo Dna e si era atteso il match. «Il Dna è risultato perfettamente compatibile, anzi il Dna era identico a quello trovato sul corpo della vittima della violenza», aveva spiegato il dirigente della squadra mobile di Milano Marco Calì. Per il procuratore aggiunto Letizia Mannella, l'operazione lampo che ha portato a «elementi granitici», serve a rassicurare le persone che «giustamente hanno paura». « Gli uomini violenti devono sapere che la giustizia arriva, e arriva in fretta».
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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