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2026-01-29
L’Occidente ha spalancato i confini perché non ha la coscienza a posto
Migranti (Ansa). Nel riquadro, il libro di Luigi Marco Bassani
Quando Joe Biden ha giurato come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio 2021, uno dei temi che più divideva il Paese era già l’immigrazione. Ma nessuno, nemmeno i suoi critici più feroci, avrebbe mai immaginato che nel giro di pochi anni la situazione al confine sud si sarebbe trasformata in una delle più gravi crisi migratorie della storia americana. I numeri parlano chiaro: tra il 2021 e il 2024 le autorità di frontiera hanno registrato oltre 10 milioni di «incontri» con persone entrate senza regolare autorizzazione. Il 2024 ha toccato il picco di quasi 3 milioni di encounters, il valore più alto da quando la Customs and Border Protection tiene il conto.
La causa principale era una e una sola: la percezione, largamente diffusa tra chi cerca di raggiungere il suolo statunitense, che la nuova amministrazione democratica sarebbe stata più tollerante, meno incline a separare famiglie o a trattenere per lunghi periodi chi veniva fermato. [...] L’America di Biden era, anche in questo, una sorta di parodia dei peggiori fallimenti europei. [...] L’umanesimo dei diritti universali, diventato il linguaggio stantio della politica europea, si scontra con un punto inaggirabile: nel mondo i confini sono assolutamente necessari per poter «vivere in bene ordinata repubblica». [...] E così l’immigrazione, lungi dall’essere il libero movimento di persone, diviene un atto politico, spesso imposto dall’alto e slegato dalle logiche spontanee del mercato e della reciprocità. Un atto politico di invasione delle proprietà comuni altrui. Chi arriva oggi non entra in una società privata di proprietari consenzienti, ma in una struttura statale che distribuisce risorse collettive, garantisce diritti sociali costosissimi (privilegi travestiti da diritti) e impone obblighi ai cittadini che le ricchezze hanno prodotto. Chi giunge, dunque, occupa spazi e usufruisce di beni e servizi che né lui né tantomeno i suoi avi hanno contribuito a creare. [...] Dove la frontiera cede, si dissolve il principio stesso di responsabilità collettiva: chiunque può accedere ai benefici dello Stato sociale senza averne sostenuto i costi. [...] I governi occidentali, che nel Dopoguerra avevano costruito la loro legittimità sulla capacità di gestire e distribuire - beni, sicurezza, diritto - mostrano oggi tutta la loro intrinseca debolezza istituzionale. [...] Il messaggio implicito che tutti i Paesi europei mandano ai disperati dell’Africa e del Medio Oriente è chiaro: «Se sopravviverete a un periglioso viaggio, nessuno vi rimpatrierà». Una promessa che di fatto ha trasformato la migrazione in una gara darwiniana per la sopravvivenza, in un business senza fine. Le politiche di «accoglienza condizionata» hanno sostituito la selezione con la roulette della fortuna geografica. È la selezione naturale travestita da solidarietà, un modello che premia la violazione e punisce la legalità. [...]
[...] Durante la Guerra fredda, il mondo si divise in due sistemi chiusi, entrambi impermeabili. Il comunismo, pur nella sua brutalità, garantiva una forma di ordine: le popolazioni non potevano muoversi, e l’Occidente si definiva come spazio di libertà. [...] Ma quando il Muro di Berlino crollò nel 1989, quella funzione speculare svanì. Ciò che era stato conquista diventava problema: l’apertura senza selezione. [...] Gli accordi di Dublino, concepiti per distribuire equamente le responsabilità, si sono rivelati uno strumento punitivo per i Paesi di primo approdo: Italia, Grecia e Spagna sopportano il peso dell’accoglienza mentre gli Stati del Nord invocano principi morali che non applicano. La macchina di Bruxelles funziona come una gigantesca cinghia di trasmissione del nulla. [...] Come sostiene Guglielmo Piombini: «Non era mai successo, nella storia umana, che una popolazione finanziasse l’arrivo nella propria terra di una popolazione apertamente ostile e intenzionata a sradicare la cultura ospite per instaurare la propria. Eppure, è proprio questo che da qualche decennio sta accadendo in Europa occidentale con l’arrivo di masse islamiche aggressive e fanatizzate, che in larga misura vivono di sussidi assistenziali» (Guglielmo Piombini, La gabbia delle idee. Il grande inganno del politicamente corretto, 2019). Il multiculturalismo è stato sposato come dottrina politica, economica e sociale così rapidamente dagli intellettuali di sinistra, da lasciar intendere che non sia altro che un riadattamento del comunismo alle esigenze dell’oggi. [...] Non credo che le moltitudini musulmane rimarranno fedeli ai loro piccoli bolscevichi che oggi promettono loro cittadinanza e welfare: con ogni probabilità saranno i primi ad essere liquidati dopo la prossima presa del Palazzo d’Inverno. In ogni caso, se da un lato, la sinistra vuole favorire un’immigrazione tutta sulle spalle della collettività e della tassazione generale, convinta non solo che non debbano essere posti limiti agli ingressi, ma anche che chi arriva debba essere a carico della fiscalità generale, occorre anche rendersi conto che così facendo non rimarrà davvero nulla dell’adorato welfare. Il sistema dello Stato sociale, infatti, è chiuso, nasce in un mondo impermeabile alle migrazioni e con confini rigidissimi. Negli Stati Uniti, una crisi simile a quella che attraversa l’Europa ha generato la rinascita del conservatorismo. L’ascesa di Donald Trump nel 2016 e il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 non sono semplici eventi politici, ma sintomi di una domanda di ordine che sta attraversando l’intero Occidente. Nell’autunno del 2025 i britannici che hanno dimostrato contro l’invasione del loro Paese scandivano come slogan «We love Trump». Donald Trump rappresenta la rivincita della sovranità, dei confini certi, del fatto che come scriveva Robert Frost in Mending Wall del 1914, «good fences make good neighbours» (le buone staccionate creano buoni vicini). L’era di Biden viene percepita ormai come quella del caos e anche del disordine morale sotto il dominio del pensiero woke. Secondo Trump a costruire le nazioni sono in primo luogo i confini, ossia quando la comunità politica non sa più chi accoglie, smette di essere una vera comunità. Il muro, più che una barriera fisica, è diventato un simbolo sacrale, un totem politico, che rappresenta non tanto la chiusura, quanto la riaffermazione del diritto di decidere e proclamare il proprio spazio politico. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, dunque, la crisi migratoria assume forme diverse ma una sostanza simile: minaccia la perdita della sovranità reale. Gli Stati Uniti rimangono la massima concentrazione di potere militare, economico e culturale della storia umana, ma la definizione del loro spazio politico è sottoposta a pressioni continue. L’Europa, priva di potenza militare e identità condivisa, non riesce semplicemente a difendere i propri confini geografici. È un fallimento duplice - dell’efficienza e del significato - che corrode lentamente la legittimità dell’intero ordine occidentale. Come sostiene Samuel Huntington, infatti, la capacità di una civiltà di mantenere una identità richiede confini culturali e linguistici chiari e condivisi. E l’Occidente, proprio il luogo che è stato maggiormente ossessionato dai confini nel corso dell’età moderna, anzi, la civiltà che con la nascita dello Stato ha reso i confini la condizione di pensabilità della comunità politica, oggi finge di dimenticare la necessità simbolica e politica delle frontiere.
La crisi dell’identità occidentale: senso di colpa e hybris
L’immigrazione non rappresenta soltanto un fenomeno sociale o politico, ma una lente che riflette la crisi più profonda dell’Occidente: lo smarrimento del proprio senso di sé. Ciò che è in gioco non è solo la capacità di gestire le frontiere materiali, ma quella, ben più sottile, di mantenere i confini interiori, culturali e morali. L’Occidente vive da decenni un lungo dopoguerra spirituale, una sorta di penitenza collettiva che ha trasformato il senso di colpa nell’ideologia dominante. Solo quaranta anni fa l’idea di colpa riguardava in particolare la Germania. La parola Schuldfrage (la questione della colpa) rimanda direttamente al saggio di Karl Jaspers, Die Schuldfrage (1946), un testo che divenne un riferimento per il dibattito sulla «rielaborazione del passato». Per circa quattro decenni, non a caso mentre i protagonisti degli anni del Terzo Reich erano ancora gagliardamente in sella, il dibattito pubblico non era attraversato dai sensi di colpa, ma negli anni Ottanta la Schuldfrage riemerse con forza, in una nuova cornice culturale. Come avevano potuto i genitori e i nonni aderire così entusiasticamente a un regime criminale, si chiedevano confusi i tedeschi della mia generazione, chinando il capo contriti. Oggi siamo tutti tedeschi e ogni macchia nel passato, dall’Arkansas all’Alsazia, dalla Sicilia al South Carolina è un nazismo puro e semplice. Dalla tragedia del colonialismo alle due guerre mondiali, fino all’età della globalizzazione, il mondo occidentale ha interiorizzato l’idea che la propria prosperità sia, in definitiva, il frutto di un’ingiustizia profonda. È nato così un nuovo ethos, quello della rinuncia, della contrizione permanente, della ricerca di redenzione nella decadenza economica e spirituale. Come sosteneva Nietzsche nella Genealogia della morale, l’uomo moderno è un animale addomesticato, e questo animale porta la ferita del suo stesso addomesticamento.
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Dagli States a guida Joe Biden, fino alla mollezza dell’Ue: i disperati del Terzo mondo, soprattutto islamici, sono stati quasi invitati a recarsi qui. Perché la nostra società è ancora ingabbiata nei rimorsi del progresso. L’immigrazione selvaggia e le frontiere colabrodo sono stati i fattori che maggiormente hanno contribuito alla vittoria di Donald Trump nel 2024. Allo stesso modo, la politica di apertura delle frontiere perseguita dalle élite politiche europee sta consegnando un Paese dell’Unione dietro l’altro alle forze conservatrici, alle destre, come si diceva un tempo. Quando Joe Biden ha giurato come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio 2021, uno dei temi che più divideva il Paese era già l’immigrazione. Ma nessuno, nemmeno i suoi critici più feroci, avrebbe mai immaginato che nel giro di pochi anni la situazione al confine sud si sarebbe trasformata in una delle più gravi crisi migratorie della storia americana. I numeri parlano chiaro: tra il 2021 e il 2024 le autorità di frontiera hanno registrato oltre 10 milioni di «incontri» con persone entrate senza regolare autorizzazione. Il 2024 ha toccato il picco di quasi 3 milioni di encounters, il valore più alto da quando la Customs and Border Protection tiene il conto.La causa principale era una e una sola: la percezione, largamente diffusa tra chi cerca di raggiungere il suolo statunitense, che la nuova amministrazione democratica sarebbe stata più tollerante, meno incline a separare famiglie o a trattenere per lunghi periodi chi veniva fermato. [...] L’America di Biden era, anche in questo, una sorta di parodia dei peggiori fallimenti europei. [...] L’umanesimo dei diritti universali, diventato il linguaggio stantio della politica europea, si scontra con un punto inaggirabile: nel mondo i confini sono assolutamente necessari per poter «vivere in bene ordinata repubblica». [...] E così l’immigrazione, lungi dall’essere il libero movimento di persone, diviene un atto politico, spesso imposto dall’alto e slegato dalle logiche spontanee del mercato e della reciprocità. Un atto politico di invasione delle proprietà comuni altrui. Chi arriva oggi non entra in una società privata di proprietari consenzienti, ma in una struttura statale che distribuisce risorse collettive, garantisce diritti sociali costosissimi (privilegi travestiti da diritti) e impone obblighi ai cittadini che le ricchezze hanno prodotto. Chi giunge, dunque, occupa spazi e usufruisce di beni e servizi che né lui né tantomeno i suoi avi hanno contribuito a creare. [...] Dove la frontiera cede, si dissolve il principio stesso di responsabilità collettiva: chiunque può accedere ai benefici dello Stato sociale senza averne sostenuto i costi. [...] I governi occidentali, che nel Dopoguerra avevano costruito la loro legittimità sulla capacità di gestire e distribuire - beni, sicurezza, diritto - mostrano oggi tutta la loro intrinseca debolezza istituzionale. [...] Il messaggio implicito che tutti i Paesi europei mandano ai disperati dell’Africa e del Medio Oriente è chiaro: «Se sopravviverete a un periglioso viaggio, nessuno vi rimpatrierà». Una promessa che di fatto ha trasformato la migrazione in una gara darwiniana per la sopravvivenza, in un business senza fine. Le politiche di «accoglienza condizionata» hanno sostituito la selezione con la roulette della fortuna geografica. È la selezione naturale travestita da solidarietà, un modello che premia la violazione e punisce la legalità. [...] [...] Durante la Guerra fredda, il mondo si divise in due sistemi chiusi, entrambi impermeabili. Il comunismo, pur nella sua brutalità, garantiva una forma di ordine: le popolazioni non potevano muoversi, e l’Occidente si definiva come spazio di libertà. [...] Ma quando il Muro di Berlino crollò nel 1989, quella funzione speculare svanì. Ciò che era stato conquista diventava problema: l’apertura senza selezione. [...] Gli accordi di Dublino, concepiti per distribuire equamente le responsabilità, si sono rivelati uno strumento punitivo per i Paesi di primo approdo: Italia, Grecia e Spagna sopportano il peso dell’accoglienza mentre gli Stati del Nord invocano principi morali che non applicano. La macchina di Bruxelles funziona come una gigantesca cinghia di trasmissione del nulla. [...] Come sostiene Guglielmo Piombini: «Non era mai successo, nella storia umana, che una popolazione finanziasse l’arrivo nella propria terra di una popolazione apertamente ostile e intenzionata a sradicare la cultura ospite per instaurare la propria. Eppure, è proprio questo che da qualche decennio sta accadendo in Europa occidentale con l’arrivo di masse islamiche aggressive e fanatizzate, che in larga misura vivono di sussidi assistenziali» (Guglielmo Piombini, La gabbia delle idee. Il grande inganno del politicamente corretto, 2019). Il multiculturalismo è stato sposato come dottrina politica, economica e sociale così rapidamente dagli intellettuali di sinistra, da lasciar intendere che non sia altro che un riadattamento del comunismo alle esigenze dell’oggi. [...] Non credo che le moltitudini musulmane rimarranno fedeli ai loro piccoli bolscevichi che oggi promettono loro cittadinanza e welfare: con ogni probabilità saranno i primi ad essere liquidati dopo la prossima presa del Palazzo d’Inverno. In ogni caso, se da un lato, la sinistra vuole favorire un’immigrazione tutta sulle spalle della collettività e della tassazione generale, convinta non solo che non debbano essere posti limiti agli ingressi, ma anche che chi arriva debba essere a carico della fiscalità generale, occorre anche rendersi conto che così facendo non rimarrà davvero nulla dell’adorato welfare. Il sistema dello Stato sociale, infatti, è chiuso, nasce in un mondo impermeabile alle migrazioni e con confini rigidissimi. Negli Stati Uniti, una crisi simile a quella che attraversa l’Europa ha generato la rinascita del conservatorismo. L’ascesa di Donald Trump nel 2016 e il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 non sono semplici eventi politici, ma sintomi di una domanda di ordine che sta attraversando l’intero Occidente. Nell’autunno del 2025 i britannici che hanno dimostrato contro l’invasione del loro Paese scandivano come slogan «We love Trump». Donald Trump rappresenta la rivincita della sovranità, dei confini certi, del fatto che come scriveva Robert Frost in Mending Wall del 1914, «good fences make good neighbours» (le buone staccionate creano buoni vicini). L’era di Biden viene percepita ormai come quella del caos e anche del disordine morale sotto il dominio del pensiero woke. Secondo Trump a costruire le nazioni sono in primo luogo i confini, ossia quando la comunità politica non sa più chi accoglie, smette di essere una vera comunità. Il muro, più che una barriera fisica, è diventato un simbolo sacrale, un totem politico, che rappresenta non tanto la chiusura, quanto la riaffermazione del diritto di decidere e proclamare il proprio spazio politico. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, dunque, la crisi migratoria assume forme diverse ma una sostanza simile: minaccia la perdita della sovranità reale. Gli Stati Uniti rimangono la massima concentrazione di potere militare, economico e culturale della storia umana, ma la definizione del loro spazio politico è sottoposta a pressioni continue. L’Europa, priva di potenza militare e identità condivisa, non riesce semplicemente a difendere i propri confini geografici. È un fallimento duplice - dell’efficienza e del significato - che corrode lentamente la legittimità dell’intero ordine occidentale. Come sostiene Samuel Huntington, infatti, la capacità di una civiltà di mantenere una identità richiede confini culturali e linguistici chiari e condivisi. E l’Occidente, proprio il luogo che è stato maggiormente ossessionato dai confini nel corso dell’età moderna, anzi, la civiltà che con la nascita dello Stato ha reso i confini la condizione di pensabilità della comunità politica, oggi finge di dimenticare la necessità simbolica e politica delle frontiere.La crisi dell’identità occidentale: senso di colpa e hybrisL’immigrazione non rappresenta soltanto un fenomeno sociale o politico, ma una lente che riflette la crisi più profonda dell’Occidente: lo smarrimento del proprio senso di sé. Ciò che è in gioco non è solo la capacità di gestire le frontiere materiali, ma quella, ben più sottile, di mantenere i confini interiori, culturali e morali. L’Occidente vive da decenni un lungo dopoguerra spirituale, una sorta di penitenza collettiva che ha trasformato il senso di colpa nell’ideologia dominante. Solo quaranta anni fa l’idea di colpa riguardava in particolare la Germania. La parola Schuldfrage (la questione della colpa) rimanda direttamente al saggio di Karl Jaspers, Die Schuldfrage (1946), un testo che divenne un riferimento per il dibattito sulla «rielaborazione del passato». Per circa quattro decenni, non a caso mentre i protagonisti degli anni del Terzo Reich erano ancora gagliardamente in sella, il dibattito pubblico non era attraversato dai sensi di colpa, ma negli anni Ottanta la Schuldfrage riemerse con forza, in una nuova cornice culturale. Come avevano potuto i genitori e i nonni aderire così entusiasticamente a un regime criminale, si chiedevano confusi i tedeschi della mia generazione, chinando il capo contriti. Oggi siamo tutti tedeschi e ogni macchia nel passato, dall’Arkansas all’Alsazia, dalla Sicilia al South Carolina è un nazismo puro e semplice. Dalla tragedia del colonialismo alle due guerre mondiali, fino all’età della globalizzazione, il mondo occidentale ha interiorizzato l’idea che la propria prosperità sia, in definitiva, il frutto di un’ingiustizia profonda. È nato così un nuovo ethos, quello della rinuncia, della contrizione permanente, della ricerca di redenzione nella decadenza economica e spirituale. Come sosteneva Nietzsche nella Genealogia della morale, l’uomo moderno è un animale addomesticato, e questo animale porta la ferita del suo stesso addomesticamento.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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