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2025-01-14
Nuovi testimoni sul Capodanno horror. «Abusate a lungo», ma Sala tace ancora
Ansa
È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?
Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?
Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.
Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.
Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».
Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?
Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella.
Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi
Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
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La Procura di Milano al lavoro su cinque casi con sette vittime: «Finite in un corridoio umano di 40 stranieri e palpeggiate».Truffa da 300.000 euro su permessi e voucher: 9 indagati. I tunisini restavano qui per poco tempo, spacciandosi per residenti. Lo speciale contiene due articoli.È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovi-testimoni-sul-capodanno-horror-2670808764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="venivano-in-italia-da-turisti-e-portavano-a-casa-i-sussidi" data-post-id="2670808764" data-published-at="1736802170" data-use-pagination="False"> Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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