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2025-01-14
Nuovi testimoni sul Capodanno horror. «Abusate a lungo», ma Sala tace ancora
Ansa
È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?
Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?
Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.
Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.
Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».
Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?
Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella.
Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi
Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
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La Procura di Milano al lavoro su cinque casi con sette vittime: «Finite in un corridoio umano di 40 stranieri e palpeggiate».Truffa da 300.000 euro su permessi e voucher: 9 indagati. I tunisini restavano qui per poco tempo, spacciandosi per residenti. Lo speciale contiene due articoli.È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovi-testimoni-sul-capodanno-horror-2670808764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="venivano-in-italia-da-turisti-e-portavano-a-casa-i-sussidi" data-post-id="2670808764" data-published-at="1736802170" data-use-pagination="False"> Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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