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2025-01-14
Nuovi testimoni sul Capodanno horror. «Abusate a lungo», ma Sala tace ancora
Ansa
È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?
Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?
Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.
Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.
Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».
Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?
Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella.
Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi
Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
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La Procura di Milano al lavoro su cinque casi con sette vittime: «Finite in un corridoio umano di 40 stranieri e palpeggiate».Truffa da 300.000 euro su permessi e voucher: 9 indagati. I tunisini restavano qui per poco tempo, spacciandosi per residenti. Lo speciale contiene due articoli.È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovi-testimoni-sul-capodanno-horror-2670808764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="venivano-in-italia-da-turisti-e-portavano-a-casa-i-sussidi" data-post-id="2670808764" data-published-at="1736802170" data-use-pagination="False"> Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 febbraio con Carlo Cambi
Giorgia Meloni ospite ieri sera a «Dritto e rovescio» su Rete4 (Ansa)
«Non siamo di fronte a ragazzini che vogliono fare un po’ di casino. Sono strutture organizzate per fare male» riflette, «e se ti porti un martello da casa e prendi qualcuno a martellate in testa, vuol dire che lo vuoi uccidere e lo hai anche premeditato».
E ancora: «Sono sempre favorevole alla piazza. Qui però siamo di fronte a un caso particolare. Abbiamo sentito parlare di infiltrati anche a Torino, ma Askatasuna ha rivendicato tutta la manifestazione, negando che ci fossero infiltrati. E minacciano di continuare».
Sullo scudo penale, così definito in sintesi giornalistica spiega: «Lo scudo penale significa rendere impunibile qualsiasi azione, non è questo quello che facciamo con gli agenti di polizia». E tagliente precisa: «Quello casomai ce l’hanno quelli dei centri sociali».
Nuove strette anche per le baby gang e nello specifico sui coltelli e ricorda anche di aver iniziato questo percorso con Caivano, quando, attaccati dalle opposizioni, si è deciso di abbassare l’età dei minori che potevano essere arrestati se colti in possesso di un’arma da taglio. «Adesso prevediamo il divieto assoluto ai minori di questi strumenti».
Poi ribadisce: «Noi possiamo fare tutte le leggi del mondo però poi quelle leggi devono essere fatte rispettare che vogliamo ma se poi i giudici non le applicano…», riferendosi al sistema giustizia. «C’è una filiera» così lo chiama «che non funziona». E conclude sul punto: «Serve approccio più duro da parte di tutti gli attori coinvolti ».
Sulla legittima difesa annuncia il cambio di passo: «Si toglie l’obbligo di iscrizione nel registro degli indagati quando è palese che si tratti di legittima difesa». «A mia tutela non mi indaghi!» sintetizza tra gli applausi dello studio. Tre le altre norme sottolinea l’abolizione di «quella follia per cui se vieni derubato e fermi il ladro puoi rischiare di essere perseguito. Questa follia viene cancellata». Mentre invece diventa di nuovo «procedibile d’ufficio il furto con destrezza» per colpire quindi le borseggiatrici.
Un passaggio di chiarimento sul fermo preventivo è inevitabile: «Le forze dell’ordine potranno fermare preventivamente una persona quando avranno la ragionevole previsione che stia andando in piazza per compiere violenze o devastazioni. E lo potrà fare per 12 ore» spiega Meloni aggiungendo: «Noi abbiamo la sinistra che ci accusa di fare lo Stato di Polizia, ma è la stessa sinistra che ci accusava di non aver fermato quelli che a Torino arrivavano anche dall’estero. Fate pace», l’accusa. E po la precisazione: «Questa è una norma che esiste in diversi Paesi europei dove trattengono per più di 12 ore, al contrario di quello che vogliamo fare noi». In sintesi: «Non stiamo facendo niente che non si sia già fatto anche in altri Paesi europei». E restando sul paragone con l’Europa poi aggiunge che per quanto riguarda il numero delle forze dell’ordine pro capite: «Le nostre sono di più di quelle di Spagna Francia e Germania».
Alla sinistra risponde che sulla sicurezza bisogna scegliere «da che parte stare senza ambiguità» e che va dimostrato con «scelte chiare».
Tutte le misure che abbiamo citato si occupano anche degli immigrati irregolari risponde Meloni a Del Debbio. «Non ho paura a dire che c’è un incidenza maggiore dei reati da chi arriva illegalmente in Italia». E poi aggiunge: «Se io espello un immigrato e lui fa ricorso io devo comunque pagargli l’avvocato».
Sull’Ice commenta: «Polemica surreale. Ice collabora con l’Italia dal 2002, l’attività che fanno è un semplice scambio di informazione. Le alleanze tra Paesi non cambiano se alla sinistra sta antipatico il presidente di turno».
Un commento finale lo riserva al referendum: «Quando la sinistra tira fuori il jolly del fascismo è perché è disperata». Rispondendo all’accusa che chi vota sì sarebbe fascista. «Sono disperati perché è una forma di buonsenso» e assicura: «Comunque vada a finire noi resteremo».
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Quindi?
«Quindi io che sono fedele a dei principi, degli ideali dei quali sono estremamente convinto, ho preferito proseguire da solo mantenendo la fedeltà a questi ideali. E penso che il soggetto politico che sto fondando dovrà essere un interlocutore del centrodestra, perché sicuramente i miei ideali e i miei principi non sono né progressisti né di sinistra né di quel mondo rispetto al quale io mi colloco all’opposto».
Non sembra però che altri componenti della coalizione siano molto disponibili...
«Quali altri? Ho visto una dichiarazione di Salvini, però ricordo che Salvini era quello che aveva detto che non avrebbe mai lavorato con i 5 stelle e poi ci ha fondato un governo insieme. Mi auguro che dopo le dichiarazioni prese sull’onda emotiva si possa ragionare a mente fredda. Quello che dirà la coalizione sarà una decisione della coalizione, e chiaramente le intese bisogna trovarle in via bilaterale. Dalla mia parte io penso che questo partito sarà interlocutore principalmente di chi si schiera nel centrodestra, non può essere altrimenti. Lo scopo è proprio rendere più forte, più identitario, più orgoglioso, più fiero tutto il centrodestra».
Ma questa battaglia non si poteva fare da dentro?
«Ci ho provato, certo, è stata la mia intenzione da subito provarci, la famosa vannaccizzazione della Lega alla quale si sono ribellati tutti i dirigenti della Lega, forse perché ne avevano paura, forse perché avevano il timore di perdere il controllo, il potere... Alla fine mi sono reso conto che non solo c’era una distanza siderale tra quello che si diceva e quello che si faceva, ma anche che l’eventuale trasformazione interna era praticamente impossibile. A quel punto ho deciso invece di proseguire da solo».
Altri progetti simili sono falliti, pensi ai partiti anti-sistema alle precedenti elezioni.
«Ma io non credo che il mio partito sia un partito anti-sistema, io non lavoro mai contro qualcuno. Il mio partito si rivolge a quelli che hanno e che condividono i miei principi e che li vogliono portare fino in fondo con coraggio. Certo che i partiti, la maggior parte dei partiti che sono nati negli ultimi 50 anni, sono falliti. Ma questo non vuol dire che la gente debba smettere di provarci. Altrimenti le imprese non verrebbero mai fatte, no? Io mi auguro di riuscire in questa impresa, mi auguro di coinvolgere tante persone di buona volontà, tante persone che ci credono. Sicuramente il primo step saranno le politiche del 2027, ci saranno probabilmente alcuni momenti nelle amministrative prima, e da quel momento si vedrà se effettivamente questo nuovo soggetto potrà camminare con le proprie gambe».
Abbiamo letto di tutto in questi giorni, c’è chi ha evocato Casapound, c’è chi ha tirato in ballo Steve Bannon, chi Renzi... Che cosa c’è di vero di queste cose?
«Addirittura hanno detto che avrei scritto a Bonelli per mettermi d’accordo per quella piazzata a Montecitorio.... Ormai la fantasia sta volando oltre qualsiasi limite. Non ho alleanze prestabilite con nessuno, anche Casapound ad esempio ha smentito quindi non solo lo dico io ma lo dicono anche gli altri. Io mi rivolgo a tutti i cittadini italiani di destra, di centro, di sinistra, identitari, progressisti, chiunque si sia stancato di dove ci ha portato la politica sino a oggi, e che abbia voglia di provare una nuova rotta».
Con Renzi ha parlato o no?
«No, con Renzi non ci siamo mai visti in nessun circolo romano, queste sono falsità che sono state messe in giro peraltro da una penna consolidata e corroborata del Corriere della Sera, ho già avanzato un’azione legale a questo riguardo perché pur essendo il paladino della libertà di stampa e della libertà di espressione ritengo che le falsità non debbano essere diffuse. Soprattutto se vengono diffuse proprio con lo scopo di azzoppare e di pregiudicare la mia azione politica».
Starebbe in una coalizione di centrodestra anche se in quella coalizione ci fosse Calenda?
«Io sulle persone non pongo veti, i miei veti sono sempre riferiti a principi, ideali e valori, quindi se Calenda dovesse rinsavire e trasformarsi dal re Mida al contrario che è ora in una persona normale, benvenga. La speranza è l’ultima a morire. Se però mi trovo una persona che ha dei valori, dei principi che sono totalmente opposti ai miei, allora è inutile collaborare».
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La manifestazione organizzata dal Coordinamento dei lavoratori portuali del porto di Trieste il 15 ottobre 2021 (Ansa)
C’è un fatto certo: al porto di Trieste, la mattina del 18 ottobre 2021, chi manifestava non ha commesso nessuna violenza. Noi lo diciamo da sempre, ma ora lo dice anche un giudice: i portuali che, con Stefano Puzzer, protestavano contro il green pass avevano in mano un rosario, non le molotov come i teppisti dei centri sociali. Pregavano, non sfasciavano la testa ai poliziotti. E lottavano per la libertà di tutti, non per attaccare lo Stato. L’esatto contrario di quello che è successo a Torino.
Non era difficile da capire, eppure la vicenda giudiziaria si è chiusa solo l’altro ieri: cinque imputati, tutti assolti. Assolti perché «il fatto non sussiste» (due di loro) oppure assolti perché «il fatto non costituisce reato» (gli altri tre). Comunque assolti. E dunque evviva. Ma non è tutto. Perché, al porto di Trieste, quella mattina di ottobre del 2021, qualcosa di illecito è stato commesso. E non certo da chi manifestava. Anche questo a noi era evidente da tempo. Ma ora, forse, per la prima volta c’è una sentenza che lo dichiara.
Cominciamo dall’inizio. Per quegli scontri al porto di Trieste erano state indagate 18 persone. Tutte accusate di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Stefano Puzzer, il volto simbolo di quella protesta, è stato prosciolto, altri hanno patteggiato. Cinque di loro, invece, sono andati avanti, fino in fondo al processo. Un processo già abbastanza discutibile nell’impostazione: fa sorridere in effetti, dopo aver visto scarcerare chi a Torino ha massacrato un poliziotto a martellate, vedere onesti lavoratori processati cinque anni per aver offeso «la reputazione e il prestigio degli appartenenti alle forze dell’ordine gridando: i veri delinquenti siete voi, vergognatevi». Oppure per aver «spinto con le mani gli scudi con i quali gli operatori di polizia cercavano di avanzare». Oppure ancora per aver «indirizzato verso le forze dell’ordine, con un calcio, un lacrimogeno da queste appena sparato». Addirittura uno dei manifestanti è stato accusato perché, dopo essersi lavato gli occhi irritati dai lacrimogeni, per la rabbia aveva scagliato in aria la bottiglietta d’acqua di plastica (vuota). Peso: 10 grammi. Imputazione: uso d’arma impropria.
Tutto assurdo? Sì, ma il bello deve ancora venire. L’assoluzione di tre imputati perché «il fatto non costituisce reato» apre infatti una prospettiva nuova e assai interessante. L’avvocato Pierumberto Starace, che li ha difesi, ha sostenuto per loro la tesi della non punibilità in base all’articolo 393 del codice penale. Cosa dice questo articolo? Molto semplice: che non si può essere puniti per resistenza o oltraggio a pubblico ufficiale se quest’ultimo sta esercitando le sue funzioni in modo arbitrario, cioè eccedendo i limiti delle sue funzioni. Non possiamo dire con certezza che la tesi difensiva sia stata accolta dal giudice, dottoressa Cristina Arban, lo scopriremo solo leggendo le motivazioni tra tre mesi. Ma tutto lo lascia presupporre, altrimenti sarebbe stata usata una formula diversa rispetto al «fatto non costituisce reato». E se fosse così sarebbe clamoroso perché per la prima volta, in un tribunale italiano, e in via definitiva (la sentenza non è appellabile), sarebbe riconosciuto che l’illegalità, in quel porto, non la commisero i manifestanti ma chi voleva sgomberarli. Non chi lottava contro il green pass ma lo Stato che lo voleva imporre in tutti i modi. Anche in modi illeciti.
A supporto di questa tesi c’è anche un documento riservato che è venuto fuori nel corso del processo e di cui mai nessuno ha dato notizia. Ma che è, anch’esso, clamoroso. Si tratta del verbale della riunione tenutasi in Prefettura il 17 ottobre 2021 alle 16.30, quando cioè si prese la decisione di sgomberare il porto il giorno dopo, «nelle prime ore del mattino». Alla presenza del questore di Trieste (Irene Tittoni), dei comandanti di carabinieri e guardia di finanza, oltre che del dirigente Digos si stabilisce di intervenire «con 260 unità» e «l’ausilio di due mezzi dotati di idranti». E perché si prende questa decisione? Per ragioni di sicurezza? Perché c’è un’emergenza di ordine pubblico? Perché si teme che i manifestanti preparino un assalto violento? Perché si teme che stiano preparando la guerriglia? Macché. Semplicemente perché al porto «nelle prime ore del mattino erano presenti 350 persone, ora sono presenti circa 3.000 persone». Ed è proprio «il numero crescente dei manifestanti che si uniscono al presidio» che «induce a pianificare un’azione di sgombero».
Capito? Ci sono troppe persone che aderiscono, troppe persone che convergono, la manifestazione sta diventando troppo grande, il porto rischia di trasformarsi nel punto di riferimento per tutti coloro che, civilmente e democraticamente, si oppongono al green pass. E allora avanti con i manganelli e con gli idranti, si spazzi via tutto. Sapendo benissimo che la decisione non è per la sicurezza, ma per la politica. E sapendo benissimo che, in questo modo, non si evitano violenze e tensioni, ma anzi si vanno a creare violenze e tensioni laddove c’era solo una protesta pacifica con i rosari in mano. Come si diceva, l’esatto opposto di quello che è successo a Torino. Ma qualcuno pagherà per questo?
Come con Djokovic: così la legge fu piegata al volere della politica
La gestione politica della pandemia ha impresso ai nostri sistemi giuridici una torsione che, con inevitabili differenze, ha alterato profondamente i confini del diritto e per certi versi il suo senso. La sentenza qui sopra descritta segna, con anni di ritardo, una svolta storica nel dibattito sul delicato e complesso equilibrio tra libertà, sicurezza e salute, che - sotto forma diversa - sta agitando la politica italiana, in particolare dopo il violento pestaggio dell’agente di polizia a Torino.
C’è un caso emblematico, ormai dimenticato, che fa capire come il problema del limite della politica e della legge sull’uomo sia stato violentemente messo sotto stress negli anni del Covid. Riguarda un Paese occidentale ai nostri antipodi: l’Australia. Cinque anni fa, il torneo nel quale Novak Djokovic ha appena eliminato Jannik Sinner, prima di cedere in finale sotto i colpi di Carlos Alcaraz, cacciò incredibilmente il campione serbo. O meglio: a cacciarlo, al termine di un intricato cammino politico e giudiziario, fu lo stesso governo di Canberra, con una decisione sconcertante di cui questo giornale si occupò. Il motivo era, ovviamente, il vaccino. Attenzione: il tennista non si rifiutò di vaccinarsi per principio, spiegò di aver contratto il virus e di non essere quindi tenuto. Cionondimeno, il governo lo sottomise a un incredibile decreto di espulsione considerandolo un pericolo, e una Corte federale respinse il successivo ricorso legale del recente finalista dell’Australian Open.
Che c’entra con Trieste? In quell’occasione il giudice fece esattamente una scelta «morale» e politica che, qui, paiono aver fatto molte toghe a cominciare dall’allora Corte costituzionale. Non tanto e non solo flettere su una interpretazione della legge (questo è nella sua natura), quanto sposare una battaglia etica (il vaccino per tutti), chi non condividesse la quale diventava di fatto meno uguale degli altri.
Tutti, con un minimo di buona fede, ricorderanno - a prescindere dalla posizione personale sul green pass, o sugli obblighi vaccinali - il disagio per lo sbraco della deumanizzazione del «no vax», in un accesso di tifo sbracato per punizioni, privazioni, sanzioni, fottendosene allegramente di contratti, leggi, Costituzioni altrimenti sbandierate a ogni piè sospinto.
E così come gli idranti di Trieste furono un simbolo di quel «braccio armato» della legge cui, allora, sembrava permesso di tutto, così le parole della sentenza Djokovic (il caso è leggibile in lingua originale qui: rb.gy/bt5eac) restituiscono una temperatura molto vicina a quella del clima che accompagnò le proteste dei portuali. Come qui si arrivò a privare del diritto al lavoro e alla mobilità un Puzzer (sottoposto a un foglio di via obbligatorio con divieto di soggiorno per un anno nella Capitale anche in assenza di decreti Sicurezza) perché valeva tutto, allora si giustificò la cacciata di Djokovic con le seguenti motivazioni (traduzione nostra): «Era possibile dedurre che il pubblico percepisse che il signor Djokovic non fosse favorevole alle vaccinazioni. Era noto o almeno percepito dal pubblico che aveva scelto di non essere vaccinato. [...] Una star del tennis mondiale può influenzare le persone di tutte le età, giovani o anziane, a emularlo. Questo non è fantasioso; non ha bisogno di prove. [...] La presenza di Djokovic agli Australian Open è in grado di incoraggiare coloro che lo emulerebbero o vorrebbero essere come lui, ed è quindi razionale sostenere la tesi che la sua presenza possa favorire un sentimento anti-vaccinazione».
Non basterà la cruciale sentenza di cui parliamo qui sopra a lenire ferite così profonde.
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