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2025-01-14
Nuovi testimoni sul Capodanno horror. «Abusate a lungo», ma Sala tace ancora
Ansa
È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?
Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?
Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.
Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.
Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».
Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?
Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella.
Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi
Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
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La Procura di Milano al lavoro su cinque casi con sette vittime: «Finite in un corridoio umano di 40 stranieri e palpeggiate».Truffa da 300.000 euro su permessi e voucher: 9 indagati. I tunisini restavano qui per poco tempo, spacciandosi per residenti. Lo speciale contiene due articoli.È evidente: qualcuno, qui, ha un problema di loquacità a corrente alternata. Tipo Sergio Mattarella, che redarguì le forze dell’ordine per le cariche sugli studenti a Pisa, ma adesso non trova le parole adeguate a commentare le violenze sugli agenti ai cortei per Ramy. E Beppe Sala, il quale non ha avuto remore a definire un «segnale brutto» le immagini dell’inseguimento dei carabinieri allo scooter del Corvetto, però, sulle molestie a sfondo islamista del Capodanno a Milano, si è limitato a un laconico: «Non sappiamo nulla». Be’, ora sappiamo qualcosa in più. Abbastanza da essere autorizzati a sospettare che, quella notte, nel capoluogo lombardo, siano state perpetrate quelle molestie collettive note, in arabo, con l’espressione «taharrush gamea». È un «segnale brutto» oppure no?Ieri, la Procura ha ascoltato per tre ore dei nuovi testimoni di questa storiaccia: due ventenni, bersaglio di abusi e angherie di gruppo. Gli esagitati avrebbero provato ad accerchiare lei, all’ingresso della Galleria Vittorio Emanuele: «Mi sono trovata circondata da un corridoio umano di circa 30, 40 persone», «soprattutto stranieri», alcuni dei quali facevano da palo. «Mi hanno messo le mani addosso, mi sono sentita palpeggiata per molto tempo». «Ho visto anche altre ragazze che piangevano». Drammatico il racconto del compagno: «Non riuscivo a tirarla fuori. Ce l’ho fatta strappandola a forza». Al momento, sono cinque i casi - con sette vittime - su cui stanno indagando la procuratrice aggiunta, Letizia Mannella, e la pm Alessia Menegazzo, insieme agli investigatori della Squadra mobile. Costoro hanno raccolto denuncia e verbale di una studentessa belga, la prima ad aver reso noto ciò che era accaduto a poca distanza dal Duomo: Laura Bariber, agli inquirenti, ha riferito, in modo del tutto simile alla coetanea di ieri, di un «muro umano che ci bloccava». Un episodio in merito al quale Sala, almeno fino alla metà della scorsa settimana, era apparso oltremodo prudente: «Non dico che non è successo niente», aveva dichiarato, «però non abbiamo una denuncia formale, non abbiamo immagini di telecamere, quindi prima di parlare e dare giudizi bisogna avere degli elementi». Per dare giudizi sui carabinieri, gli erano stati sufficienti i video della dashcam sulla volante e quello, poco chiaro, dell’incrocio in cui era avvenuto l’incidente mortale. Ormai, le segnalazioni sui misfatti di Capodanno si sono moltiplicate: ci sono le testimonianze di una donna di professione avvocato, quella di una giovane inglese che ha sporto denuncia nel suo Paese e, appunto, quelle della coppia che sostiene di essere stata aggredita. Sarà possibile parlare, dunque? Sarà opportuno dare giudizi?Non è una scena inedita, quella che vede Milano diventare teatro di violenze di massa. Nella nottata a cavallo tra il 31 dicembre 2021 e il primo gennaio 2022, nove ragazze vennero abusate e rapinate, sempre in piazza Duomo, da una trentina di stranieri. Gli autori del crimine parlarono di «bravata», ma già all’epoca si citò la pratica della «taharrush gamea». Le indagini portarono a 18 perquisizioni, quattro arresti e altrettante condanne a vario titolo, con pene da tre anni e dieci mesi a cinque anni e dieci mesi.Sembra che l’odioso fenomeno, all’inizio, fosse stato documentato in Egitto nel 2005, quando la molestia collettiva venne sfruttata dalle stesse forze dell’ordine del regime per costringere alla resa le donne che protestavano in piazza Tahrir al Cairo. Nel 2016, l’orrore fece capolino nell’Occidente civilizzato e accogliente. Elemento comune con le vicende milanesi: le celebrazioni per il Capodanno. A Colonia, diverse centinaia di giovani, molti dei quali ubriachi, si abbandonarono ad atti di teppismo e ad assalti sessuali. La notizia, nondimeno, tardò a diffondersi: ci vollero giorni prima di capire che i generici disordini causati da «rifugiati» erano una specie di scorreria con annessi abusi di gruppo. E anche le reticenze delle autorità destarono scalpore.Il fatto che uno scenario simile si sia ripetuto per ben due volte a Milano dovrebbe preoccupare la Questura e la Prefettura. Ma sarebbe bene si svegliassero anche a Palazzo Marino. L’amministrazione comunale si fregia di un delegato alla Sicurezza, l’ex capo della polizia, Franco Gabrielli, pure lui affetto da logorrea intermittente. Pure lui, incautamente, lesto a bacchettare i militari dell’Arma che erano corsi dietro al TMax con Ramy Elgaml l’amico: «Non è sicuramente la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento».Ieri, in Consiglio comunale, si è accesa la polemica. Silvia Sardone, della Lega, la prima a parlare apertamente di ciò che è accaduto a San Silvestro, ha attaccato il sindaco: «A 13 giorni di distanza, non abbiamo ancora sentito da Beppe Sala mezza parola. Ha parlato di nucleare, nomine Rai, futuro partito di centro, ma sulle ragazze violentate in piazza del Duomo perde la parola. E non è il solo: stanno zitte Schlein, Boldrini e le femministe che parlano di patriarcato, ma non del patriarcato islamico». La soluzione ce l’ha Europa Verde: «La sicurezza va affrontata interrogandosi sulle cause». Sarà colpa del razzismo sistemico?Più concreto l’operato delle toghe: oggi, il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, farà il punto della situazione con le colleghe. Magari Sala recupererà la favella. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nuovi-testimoni-sul-capodanno-horror-2670808764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="venivano-in-italia-da-turisti-e-portavano-a-casa-i-sussidi" data-post-id="2670808764" data-published-at="1736802170" data-use-pagination="False"> Venivano in Italia da turisti e portavano a casa i sussidi Ancora una truffa ai danni dello Stato legata ai flussi migratori e agli aiuti a pioggia che l’Italia riserva agli stranieri. A smascherare il sistema criminale attraverso l’operazione Easy Money è stata la polizia di Civitavecchia con il coordinamento della locale Procura, diretta dal Procuratore Capo Alberto Liguori. La truffa, che è costata alle casse dell’Inps circa 300.000 euro, era stata messa in piedi da 9 tunisini, da ieri iscritti nel registro degli indagati, con l’accusa di aver fraudolentemente ottenuto denaro pubblico, arrivati a Civitavecchia e in altri porti con traghetti regolari partiti dalla Tunisia e che si fingevano poveri e senza permesso di soggiorno per poter ottenere quei benefici che in Italia spettano ai cittadini meno abbienti. Dopo un anno di indagini gli uomini della Polizia di frontiera marittima di Civitavecchia, attraverso i numerosissimi controlli all’atto dell’imbarco o dello sbarco di cittadini extracomunitari presenti a bordo di traghetti da e per Tunisi, hanno accertato che i tunisini indagati simulavano la presenza continuativa sul territorio italiano e con reddito sotto le soglie previste per i sostegni, al fine di ottenere permessi di soggiorno e svariati altri bonus e benefici economici, come assegno unico, assegno per il nucleo familiare, voucher per l’istruzione e bonus maternità, che però utilizzavano in Tunisia con le loro famiglie. Insomma, venivano come turisti e poi se ne tornavano a casa, ma con in tasca documenti e bonus destinati a chi vive qui.Per ottenere questi sussidi i nove indagati hanno presentato una serie di documenti falsi che attestavano la loro presunta precarietà economica, la presenza stabile in Italia del nucleo familiare nonché la residenza sul territorio italiano.Ma non solo, molti dei tunisini avevano soggiornato in Italia soltanto per brevi periodi ma i minori beneficiari dei bonus educativi non avevano neppure mai frequentato scuole italiane e disconoscevano totalmente la lingua italiana, avendo anche loro soggiornato in Italia solo per brevi periodi, solo come turisti. Tutto ciò è stato scoperto anche grazie a una serie di testimoni che la polizia ha ascoltato a Civitevecchia, nella provincia e in altre città. I dirigenti e il personale degli istituti scolastici dove risultavano iscritti i ragazzini hanno ammesso che quei bambini non avevano frequentato nemmeno un giorno di scuola. Non è la prima volta comunque che stranieri irregolari mettono in atto una truffa sui permessi di soggiorno. Nella prima metà dello scorso anno sono stati 305 i rifugiati pronti a tornare con visto turistico dall’Italia nella loro patria di origine, dalla quale erano fuggiti perché «perseguitati». A proposito di «porti sicuri»... L’inchiesta della Polizia Easy Money, condotta a tappeto su tutto il territorio nazionale, con il coinvolgimento di Comuni, scuole e Istituti Nazionali di Previdenza Sociale e in collaborazione con le Procure di Genova, Velletri, Tivoli, Siena, Pistoia e Ancona, ha evidenziato ad ora un danno complessivo stimato in 300.000 euro di denaro pubblico indebitamente erogato. Nel frattempo sono state già avviate le procedure per la revoca dei permessi di soggiorno ottenuti illecitamente dagli stranieri, oltre che per il recupero delle somme indebitamente erogate dallo Stato nei loro confronti.
Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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Secondo Messina, l’offerta, sostenuta anche da una componente in cassa, rappresenta un elemento rilevante per scoraggiare eventuali rilanci da parte di altri operatori. Il manager ha inoltre evidenziato il ruolo della partnership con Unipol per affrontare gli aspetti legati all’antitrust e rafforzare i coefficienti patrimoniali.
L’operazione, ha aggiunto, consentirebbe di creare valore per gli azionisti e di «stabilizzare il sistema bancario italiano», mantenendo il controllo del risparmio all’interno di grandi gruppi nazionali.
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