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2022-01-02
Silenziata la notizia della presunta truffa all’Inps da 38 milioni per le pensioni Gedi
John Elkann (Ansa)
Per due giorni abbiamo atteso un comunicato del gruppo editoriale Gedi (che edita La Repubblica, L’Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX, tre radio e una serie di testate locali), di proprietà della famiglia Agnelli, sul sequestro preventivo da oltre 38 milioni subito dall’azienda alla vigilia delle feste natalizie. Si tratta di un’iniziativa della Procura di Roma che ha congelato, con l’avallo del gip, una somma equivalente al massimo che l’accusa ritiene essere stata sottratta al bilancio dell’Inps per presunte irregolarità nelle procedure di prepensionamento di una settantina di dipendenti ai tempi in cui la società era controllata, attraverso la Cir, dalla famiglia De Benedetti. Purtroppo, sino a ieri sera, né dall’azienda, né dalle agenzie di stampa o da altri media era stato diffuso alcun dispaccio sulla spinosa vicenda che confermasse e arricchisse di particolari lo scoop della Verità. Anche su Internet la notizia è stata quasi censurata, trovando pochissimo spazio. Tra i principali siti di informazione è stata ripresa solo da Affari italiani.
Distrazione, superficialità, solidarietà, gelosia? Possono essere molte le motivazioni che hanno portato al clamoroso black out. Ieri il direttore della comunicazione del gruppo, Andrea Griva, ci ha risposto con garbo e ha sottolineato una dimenticanza nel nostro pezzo del 31 dicembre: «Non ci sono commenti se non forse che poteva essere un servizio al lettore ricordare con maggiore precisione che si tratta di una vicenda originata dalla precedente gestione del gruppo Gedi (quando la proprietà era in capo ai De Benedetti, ndr) e quindi la fotografia dell’ingegner Elkann non sembrava essere in linea con la verità storica di questa vicenda. Posso aggiungere che la società continua a collaborare con gli inquirenti». È vero che uno dei tre indagati, Monica Mondardini, ha lasciato il gruppo, in cui ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e vicepresidente, per trasferirsi alla Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti, ma gli altri due manager sotto inchiesta, il direttore delle risorse umane Roberto Moro e il capo della divisione Stampa nazionale Corrado Corradi, sono ancora al loro posto.
Siamo riusciti a parlare, nonostante la giornata post veglione, anche con l’avvocato di Gedi, l’ex ministro Paola Severino, la quale una decina di giorni fa si è affrettata ad accendere il conto su cui far confluire i quasi 40 milioni che la Procura ha ordinato di sequestrare ai sensi della legge 231 del 2001, quella che punisce la responsabilità amministrativa delle società. Ma anche la Severino non è stata particolarmente loquace: «Dovreste sapere che non rilascio mai dichiarazioni sui processi che seguo» ci ha detto, confermando di essere il legale incaricato della vicenda. «Inoltre» ha aggiunto, «mi pare che abbiate già delle fonti dirette». E ha concluso con un festoso saluto: «Io posso solo augurarvi buon anno». Buon 2022 anche a lei.
Ha inserito lo stesso disco l’aggiunto Paolo Ielo che, contattato dalla Verità, si è schermato dietro alla riforma della giustizia messa a punto dal Guardasigilli Marta Cartabia: «Come sa esiste una legge che vi impedisce di avere rapporti con persone diverse dal procuratore, quindi, mi dispiace, ma non mi resta che farvi gli auguri di buon anno».
Il fascicolo è in mano a Ielo e al pm Francesco Dall’Olio e riguarda, come detto, una presunta truffa ai danni dell’Inps legata al prepensionamento di dirigenti e altri dipendenti di Gedi e della concessionaria pubblicitaria Manzoni che non avrebbero avuto diritto al beneficio e che per questo sono stati demansionati o trasferiti per ottenere lo scivolo.
La notizia del sequestro, seppur silenziata, ha fatto rapidamente il giro di tutte le redazioni. Anche della Repubblica. Qui ci risulta che alcuni esponenti del comitato di redazione si siano sentiti telefonicamente per valutare quali azioni intraprendere e avrebbero concordato di scrivere una nota all'azienda per chiedere lumi, visto che nessun aggiornamento era arrivato ai membri del Cdr e che le ultime informazioni conosciute risalivano al 2018. Non è escluso che successivamente venga diffuso anche un comunicato indirizzato alle redazioni. Ma tutto è rinviato alla giornata di domani. Salvo che in queste ore l’azienda non scelga una linea di maggiore trasparenza comunicativa.
In passato al gruppo Gedi sarebbero stati costretti a dare la notizia in quanto società quotata in Borsa. Ma quando la Exor della famiglia Elkann-Agnelli ha rilevato dalla Cir l’89 per cento delle azioni della casa editrice, quest’ultima è stata «delistata» ed è uscita da Piazza affari. Per questo l’obbligo delle comunicazioni al mercato è caduto. E così, per uno strano scherzo del destino, il 15 dicembre, alla vigilia del maxi sequestro, La Repubblica aveva dato ampio spazio a un altro sequestro preventivo effettuato dalla Procura di Milano ai danni di «alcune sigle sindacali» della Cisl lombarda. Peccato che si parlasse di 600.00 euro. Una cifra sessanta volte inferiore al tesoretto prelevato al gruppo Gedi dalla Procura di Roma, notizia che, però, i lettori quotidiano romano, non hanno ancora potuto leggere. Almeno sino a questa mattina.
Sulla Lotti indagata per corruzione il gip non archivia e chiede più tempo
Le accuse del faccendiere Piero Amara contro il procuratore aggiunto di Roma, Lucia Lotti, non sono ancora state archiviate. La toga capitolina, tra i candidati per la guida della Procura di Firenze, è stata sentita nell’udienza camerale che si è tenuta a Catania lo scorso 15 dicembre. La donna, indagata per corruzione in atti giudiziari, è stata chiamata a riferire la propria versione dal gip Luca Lorenzetti, non sufficientemente convinto dalla richiesta di archiviazione presentata dal pm Alessandro La Rosa. Il giudice adesso ha novanta giorni per sciogliere la riserva e, a quanto risulta alla Verità, potrebbe chiedere un supplemento d’indagine alla Procura su alcune accuse considerate «un po’ generiche» dell’avvocato siracusano e ritenute non sufficientemente approfondite dagli inquirenti. Amara è attualmente rinchiuso a Terni ed è accusato da più parti di calunnia.
Il faccendiere assicura di aver affiliato alla fantomatica loggia Ungheria la Lotti quando era procuratore di Gela, dopo averla fatta incontrare con Giovanni Tinebra (defunto nel 2017) a Siracusa. In un appunto trovato nel computer di Amara si legge che la Lotti si sarebbe rivolta al faccendiere, attraverso un avvocato, per avere il voto favorevole al Csm di un laico in quota Udc, ma anche di altri membri non togati di centro destra e centro sinistra.
Nel 2019 i pm di Milano hanno chiesto ad Amara se la Lotti si fosse «spesa in qualche modo in suo favore» e la risposta del faccendiere è stata piuttosto dettagliata: «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al gip in sede di incidente probatorio». Un’accusa pesantissima, anche se, come hanno notato in Tribunale, i periti li scelgono i giudici e non gli inquirenti. Ma, al contrario che in altri casi, in questo Amara è stato più ricco di dettagli: «Con queste modalità è stato gestito, per esempio, il procedimento relativo ai nati malformati e ad alcuni incidenti mortali avvenuti nella raffineria. Con la Lotti ci davamo del tu (in privato). C’è stato solo un caso in cui la Lotti non ha seguito le mie indicazioni - in una vicenda importante - sulla nomina di un consulente. La Lotti suggerì al gip un perito diverso da quelli che io fin dall’inizio del suo incarico a Gela le avevo segnalato e imposto». Il faccendiere spiega così quell’eccezione: «Io capii subito che la nomina era stata suggerita da un ufficiale dei carabinieri del Noe al quale lei era legata sentimentalmente. Mi lamentai con la Lotti la quale mi confermò tale circostanza. Le dissi che avremmo ricusato il perito e che mi aspettavo che la ricusazione fosse accolta. Così avvenne perché la Lotti aveva un certo ascendente sul gip, non perché il gip fosse a conoscenza dei miei accordi con la Lotti». Ma per la ricusazione ci sarebbero state «buone ragioni», visto che il perito «era anche consulente delle persone offese nei giudizi civili». Fu così nominato un secondo perito, «sempre su suggerimento del carabiniere del Noe»: «Ma anche questo saltò perché era socio del primo perito». Amara, a verbale, spiega di non aver gradito: «Io tornai dalla Lotti e mi arrabbiai moltissimo. La Lotti mi disse di essere dispiaciuta, cercava di difendere la scelta. Poi il processo non andò più avanti e l’incidente probatorio fu abbandonato».
I pm di Milano hanno domandato anche se Amara si fosse prodigato per la nomina ad aggiunto di Roma della Lotti, incassando questa risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante». Ovvero l’ex presidente della Confidustria siciliana, secondo Amara membro della loggia Ungheria e condannato in primo grado a 14 anni per associazione finalizzata alla corruzione e acceso abusivo al sistema informatico. Amara ha anche aggiunto: «La circostanza inerente all’intervento di Montante per la nomina di Lucia Lotti l’ho saputa direttamente sia da Montante che dalla Lotti». Tutte dichiarazioni a cui la Procura non sembra aver trovato riscontro, né dato troppo peso. Ma il fascicolo è adesso nelle mani del gip Lorenzetti che ha deciso di approfondire la questione con grande scrupolo.
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Poche testate riprendono lo scoop della «Verità». Il gruppo editoriale Elkann-Agnelli: «Roba dei tempi dei De Benedetti».Su Lucia Lotti indagata per corruzione il gip non archivia e chiede più tempo. Il procuratore aggiunto di Roma accusato da Piero Amara è tra i candidati a guidare Firenze.Lo speciale contiene due articoli.Per due giorni abbiamo atteso un comunicato del gruppo editoriale Gedi (che edita La Repubblica, L’Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX, tre radio e una serie di testate locali), di proprietà della famiglia Agnelli, sul sequestro preventivo da oltre 38 milioni subito dall’azienda alla vigilia delle feste natalizie. Si tratta di un’iniziativa della Procura di Roma che ha congelato, con l’avallo del gip, una somma equivalente al massimo che l’accusa ritiene essere stata sottratta al bilancio dell’Inps per presunte irregolarità nelle procedure di prepensionamento di una settantina di dipendenti ai tempi in cui la società era controllata, attraverso la Cir, dalla famiglia De Benedetti. Purtroppo, sino a ieri sera, né dall’azienda, né dalle agenzie di stampa o da altri media era stato diffuso alcun dispaccio sulla spinosa vicenda che confermasse e arricchisse di particolari lo scoop della Verità. Anche su Internet la notizia è stata quasi censurata, trovando pochissimo spazio. Tra i principali siti di informazione è stata ripresa solo da Affari italiani.Distrazione, superficialità, solidarietà, gelosia? Possono essere molte le motivazioni che hanno portato al clamoroso black out. Ieri il direttore della comunicazione del gruppo, Andrea Griva, ci ha risposto con garbo e ha sottolineato una dimenticanza nel nostro pezzo del 31 dicembre: «Non ci sono commenti se non forse che poteva essere un servizio al lettore ricordare con maggiore precisione che si tratta di una vicenda originata dalla precedente gestione del gruppo Gedi (quando la proprietà era in capo ai De Benedetti, ndr) e quindi la fotografia dell’ingegner Elkann non sembrava essere in linea con la verità storica di questa vicenda. Posso aggiungere che la società continua a collaborare con gli inquirenti». È vero che uno dei tre indagati, Monica Mondardini, ha lasciato il gruppo, in cui ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e vicepresidente, per trasferirsi alla Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti, ma gli altri due manager sotto inchiesta, il direttore delle risorse umane Roberto Moro e il capo della divisione Stampa nazionale Corrado Corradi, sono ancora al loro posto.Siamo riusciti a parlare, nonostante la giornata post veglione, anche con l’avvocato di Gedi, l’ex ministro Paola Severino, la quale una decina di giorni fa si è affrettata ad accendere il conto su cui far confluire i quasi 40 milioni che la Procura ha ordinato di sequestrare ai sensi della legge 231 del 2001, quella che punisce la responsabilità amministrativa delle società. Ma anche la Severino non è stata particolarmente loquace: «Dovreste sapere che non rilascio mai dichiarazioni sui processi che seguo» ci ha detto, confermando di essere il legale incaricato della vicenda. «Inoltre» ha aggiunto, «mi pare che abbiate già delle fonti dirette». E ha concluso con un festoso saluto: «Io posso solo augurarvi buon anno». Buon 2022 anche a lei.Ha inserito lo stesso disco l’aggiunto Paolo Ielo che, contattato dalla Verità, si è schermato dietro alla riforma della giustizia messa a punto dal Guardasigilli Marta Cartabia: «Come sa esiste una legge che vi impedisce di avere rapporti con persone diverse dal procuratore, quindi, mi dispiace, ma non mi resta che farvi gli auguri di buon anno».Il fascicolo è in mano a Ielo e al pm Francesco Dall’Olio e riguarda, come detto, una presunta truffa ai danni dell’Inps legata al prepensionamento di dirigenti e altri dipendenti di Gedi e della concessionaria pubblicitaria Manzoni che non avrebbero avuto diritto al beneficio e che per questo sono stati demansionati o trasferiti per ottenere lo scivolo.La notizia del sequestro, seppur silenziata, ha fatto rapidamente il giro di tutte le redazioni. Anche della Repubblica. Qui ci risulta che alcuni esponenti del comitato di redazione si siano sentiti telefonicamente per valutare quali azioni intraprendere e avrebbero concordato di scrivere una nota all'azienda per chiedere lumi, visto che nessun aggiornamento era arrivato ai membri del Cdr e che le ultime informazioni conosciute risalivano al 2018. Non è escluso che successivamente venga diffuso anche un comunicato indirizzato alle redazioni. Ma tutto è rinviato alla giornata di domani. Salvo che in queste ore l’azienda non scelga una linea di maggiore trasparenza comunicativa.In passato al gruppo Gedi sarebbero stati costretti a dare la notizia in quanto società quotata in Borsa. Ma quando la Exor della famiglia Elkann-Agnelli ha rilevato dalla Cir l’89 per cento delle azioni della casa editrice, quest’ultima è stata «delistata» ed è uscita da Piazza affari. Per questo l’obbligo delle comunicazioni al mercato è caduto. E così, per uno strano scherzo del destino, il 15 dicembre, alla vigilia del maxi sequestro, La Repubblica aveva dato ampio spazio a un altro sequestro preventivo effettuato dalla Procura di Milano ai danni di «alcune sigle sindacali» della Cisl lombarda. Peccato che si parlasse di 600.00 euro. Una cifra sessanta volte inferiore al tesoretto prelevato al gruppo Gedi dalla Procura di Roma, notizia che, però, i lettori quotidiano romano, non hanno ancora potuto leggere. 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La donna, indagata per corruzione in atti giudiziari, è stata chiamata a riferire la propria versione dal gip Luca Lorenzetti, non sufficientemente convinto dalla richiesta di archiviazione presentata dal pm Alessandro La Rosa. Il giudice adesso ha novanta giorni per sciogliere la riserva e, a quanto risulta alla Verità, potrebbe chiedere un supplemento d’indagine alla Procura su alcune accuse considerate «un po’ generiche» dell’avvocato siracusano e ritenute non sufficientemente approfondite dagli inquirenti. Amara è attualmente rinchiuso a Terni ed è accusato da più parti di calunnia. Il faccendiere assicura di aver affiliato alla fantomatica loggia Ungheria la Lotti quando era procuratore di Gela, dopo averla fatta incontrare con Giovanni Tinebra (defunto nel 2017) a Siracusa. In un appunto trovato nel computer di Amara si legge che la Lotti si sarebbe rivolta al faccendiere, attraverso un avvocato, per avere il voto favorevole al Csm di un laico in quota Udc, ma anche di altri membri non togati di centro destra e centro sinistra. Nel 2019 i pm di Milano hanno chiesto ad Amara se la Lotti si fosse «spesa in qualche modo in suo favore» e la risposta del faccendiere è stata piuttosto dettagliata: «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al gip in sede di incidente probatorio». Un’accusa pesantissima, anche se, come hanno notato in Tribunale, i periti li scelgono i giudici e non gli inquirenti. Ma, al contrario che in altri casi, in questo Amara è stato più ricco di dettagli: «Con queste modalità è stato gestito, per esempio, il procedimento relativo ai nati malformati e ad alcuni incidenti mortali avvenuti nella raffineria. Con la Lotti ci davamo del tu (in privato). C’è stato solo un caso in cui la Lotti non ha seguito le mie indicazioni - in una vicenda importante - sulla nomina di un consulente. La Lotti suggerì al gip un perito diverso da quelli che io fin dall’inizio del suo incarico a Gela le avevo segnalato e imposto». Il faccendiere spiega così quell’eccezione: «Io capii subito che la nomina era stata suggerita da un ufficiale dei carabinieri del Noe al quale lei era legata sentimentalmente. Mi lamentai con la Lotti la quale mi confermò tale circostanza. Le dissi che avremmo ricusato il perito e che mi aspettavo che la ricusazione fosse accolta. Così avvenne perché la Lotti aveva un certo ascendente sul gip, non perché il gip fosse a conoscenza dei miei accordi con la Lotti». Ma per la ricusazione ci sarebbero state «buone ragioni», visto che il perito «era anche consulente delle persone offese nei giudizi civili». Fu così nominato un secondo perito, «sempre su suggerimento del carabiniere del Noe»: «Ma anche questo saltò perché era socio del primo perito». Amara, a verbale, spiega di non aver gradito: «Io tornai dalla Lotti e mi arrabbiai moltissimo. La Lotti mi disse di essere dispiaciuta, cercava di difendere la scelta. Poi il processo non andò più avanti e l’incidente probatorio fu abbandonato». I pm di Milano hanno domandato anche se Amara si fosse prodigato per la nomina ad aggiunto di Roma della Lotti, incassando questa risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante». Ovvero l’ex presidente della Confidustria siciliana, secondo Amara membro della loggia Ungheria e condannato in primo grado a 14 anni per associazione finalizzata alla corruzione e acceso abusivo al sistema informatico. Amara ha anche aggiunto: «La circostanza inerente all’intervento di Montante per la nomina di Lucia Lotti l’ho saputa direttamente sia da Montante che dalla Lotti». Tutte dichiarazioni a cui la Procura non sembra aver trovato riscontro, né dato troppo peso. Ma il fascicolo è adesso nelle mani del gip Lorenzetti che ha deciso di approfondire la questione con grande scrupolo.
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa)
La formula è quella ormai nota: tutti e trenta i Campioni tornano a esibirsi e il voto viene ripartito tra televoto (34%), sala stampa, tv e web (33%) e giuria delle radio (33%). Al termine delle esibizioni verrà stilata una classifica complessiva che terrà conto anche delle serate precedenti. I primi cinque, annunciati senza ordine di piazzamento, si sfideranno un’ultima volta davanti alle tre giurie. Solo allora si conoscerà il vincitore, chiamato a rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest 2026 in programma a Vienna dal 12 al 16 maggio.
La gara prende il via alle 20.45 con Francesco Renga e Il meglio di me. Subito dopo è il turno di Chiello con Ti penso sempre e di Raf con Ora e per sempre. La prima parte della serata prosegue con le Bambole di pezza (Resta con me), Leo Gassmann (Naturale), Malika Ayane (Animali notturni) e Tommaso Paradiso (I romantici). Spazio poi a J-Ax con Italia starter pack, al duo formato da LDA e Aka 7even con Poesie clandestine e a Serena Brancale con Qui con me. La scaletta continua con Patty Pravo (Opera), Sal Da Vinci (Per sempre sì), Elettra Lamborghini (Voilà) ed Ermal Meta (Stella stellina).
Nella seconda parte della maratona si alternano Ditonellapiaga (Che fastidio!), Nayt (Prima che), Arisa (Magica favola) e Sayf (Tu mi piaci tanto). Dalla nave Costa Toscana è previsto il collegamento con Max Pezzali, mentre sul palco dell’Ariston arrivano Levante con Sei tu e il duo Fedez e Marco Masini con Male necessario.
Dopo la mezzanotte si entra nell’ultima parte della competizione con Samurai Jay (Ossessione), Michele Bravi (Prima o poi), Fulminacci (Stupida fortuna) e Luchè (Labirinto). Nel finale si esibiscono Tredici Pietro (Uomo che cade), Mara Sattei (Le cose che non sai di me), Dargen D'Amico (AI AI), Enrico Nigiotti (Ogni volta che non so volare), il duo Maria Antonietta e Colombre con La felicità e basta e, a chiudere la gara, Eddie Brock con Avvoltoi.
La finale non è solo competizione. All’Ariston è atteso Andrea Bocelli, che propone Il mare calmo della sera e Con te partirò, in un passaggio che richiama anche la figura di Pippo Baudo, tra i primi a credere nel tenore toscano. In piazza Colombo, al Suzuki Stage, i Pooh celebrano sessant’anni di carriera con Uomini soli. È previsto anche un momento di raccoglimento con l’intervento di Gino Cecchettin, che porterà un messaggio contro il femminicidio.
Quando il televoto verrà chiuso, inizierà la lettura della classifica dal trentesimo al sesto posto. Poi l’annuncio dei cinque finalisti, il nuovo voto e la consegna dei premi collaterali, dal Mia Martini al riconoscimento per il miglior testo e per la miglior composizione musicale, fino al Premio Tim. Infine resteranno in due. A quel punto il nome del vincitore della 76ª edizione sarà pronunciato e l’Ariston ascolterà ancora una volta la canzone che ha conquistato il Festival, prima dei saluti finali e dei titoli di coda, ben oltre la mezzanotte.
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Per comprendere l’attuale fase di tensione tra Stati Uniti e Iran occorre partire da un presupposto: Teheran ha applicato a Donald Trump uno schema interpretativo già utilizzato con i suoi predecessori, senza cogliere la natura radicalmente diversa del suo approccio politico e negoziale.
Per oltre due decenni la Repubblica islamica ha gestito il confronto con Washington attraverso una strategia calibrata su tempi lunghi, ambiguità calcolate e negoziati diluiti. Con presidenti come Barack Obama o Joe Biden, Teheran aveva individuato margini di trattativa fondati su un presupposto condiviso: evitare l’escalation militare e mantenere aperto un canale diplomatico, anche a costo di incontri ripetuti e progressi minimi. Con Donald Trump, questo paradigma si è rivelato inadeguato.
Trump non ha mai concepito il negoziato come un processo infinito, ma come una sequenza di scadenze ravvicinate, risultati tangibili e pressioni crescenti. L’uscita unilaterale dal Joint Comprehensive Plan of Action nel 2018 aveva già rappresentato un segnale inequivocabile: per la nuova amministrazione non esistevano accordi intoccabili, né automatismi diplomatici. Ogni dossier poteva essere riaperto, rinegoziato oppure stravolto. Teheran, tuttavia, ha continuato a muoversi come se il tempo fosse una variabile a proprio favore. Riunioni tecniche, incontri indiretti, dichiarazioni interlocutorie, aperture seguite da irrigidimenti: una diplomazia rituale che in passato aveva consentito di guadagnare mesi, talvolta anni. L’obiettivo era duplice: alleggerire gradualmente la pressione internazionale e, nel frattempo, consolidare le proprie capacità strategiche, in particolare sul fronte nucleare. Ma provocare Trump con continue riunioni senza risultati concreti è stato un errore fatale.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda la figura del ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian (spesso indicato in modo impreciso come «Aranghi»), apparso in questa fase inadeguato alla gravità della crisi. La diplomazia iraniana, tradizionalmente abituata a muoversi su più tavoli e a mantenere canali aperti anche nei momenti di massima tensione, sembra aver perso incisività proprio quando sarebbe stato necessario costruire sponde internazionali e rafforzare la narrativa difensiva di Teheran. Le sue dichiarazioni pubbliche, improntate a toni rigidi ma prive di una chiara strategia di de-escalation, non hanno contribuito a ridurre l’isolamento del Paese. In un sistema in cui la politica estera è fortemente condizionata dalla Guida Suprema e dai Pasdaran, il margine d’azione del capo della diplomazia è certamente limitato; tuttavia, in una fase di possibile transizione al vertice, l’assenza di una regia diplomatica credibile rischia di amplificare l’impressione di disorientamento e di lasciare l’iniziativa interamente nelle mani dell’apparato militare.
Donald Trump (Ansa)
Nel linguaggio politico del presidente americano, l’assenza di un’intesa non equivale a una fase di stallo gestibile, bensì a una sfida diretta. Ogni incontro inconcludente è stato percepito come un tentativo di prendere tempo, se non come una forma di provocazione. In questo quadro, la pressione economica – sanzioni secondarie, isolamento finanziario, targeting delle esportazioni energetiche – è diventata lo strumento privilegiato per forzare un cambio di atteggiamento.
L’Iran ha probabilmente sottovalutato un elemento centrale: Donald Trump non cercava semplicemente di rientrare in un accordo migliorato, ma di ridefinire l’intero equilibrio di deterrenza regionale. La richiesta di condizioni più stringenti, la volontà di estendere la durata di eventuali restrizioni e l’insistenza su un meccanismo permanente di controllo rappresentavano un salto qualitativo rispetto alla logica del compromesso temporaneo. Nel frattempo, la leadership iraniana ha continuato a calibrare la propria risposta su un doppio binario: mantenere formalmente aperto il dialogo e, parallelamente, aumentare la leva strategica attraverso l’arricchimento dell’uranio e il consolidamento delle reti regionali di influenza. Una strategia che con altri presidenti avrebbe potuto produrre nuove fasi negoziali, ma che con Trump ha generato l’effetto opposto.
La differenza non è soltanto ideologica, ma metodologica. Trump ha interpretato la politica estera come una transazione ad alto rischio: o si chiude l’accordo alle sue condizioni, o si alza il livello dello scontro. In questa cornice, la diplomazia dilatoria di Teheran è apparsa come un rifiuto sostanziale. Le conseguenze sono evidenti. L’inasprimento delle sanzioni ha colpito l’economia iraniana in modo sistemico, riducendo le entrate petrolifere e aggravando le tensioni interne. Al tempo stesso, la percezione di una minaccia crescente ha alimentato un clima regionale sempre più instabile, con il rischio costante di incidenti o escalation indirette. L’errore di fondo di Teheran è stato di natura psicologica prima ancora che politica: aver trattato Donald Trump come una variante più rumorosa di presidenti precedenti, senza comprendere che il suo margine di tolleranza verso negoziati inconcludenti è prossimo allo zero. In altre parole, l’Iran ha giocato una partita di logoramento contro un avversario che preferisce le mosse drastiche.
Oggi lo scenario appare segnato da una polarizzazione più netta. Le occasioni di compromesso si sono ridotte, mentre la soglia di rischio si è abbassata. In un contesto regionale già attraversato da conflitti latenti e rivalità strategiche, la combinazione tra ambizioni nucleari iraniane e approccio massimalista statunitense ha creato una miscela altamente instabile. La lezione geopolitica è chiara: nei rapporti internazionali non basta conoscere la forza dell’avversario, occorre comprenderne la mentalità. Teheran ha letto Washington con le lenti del passato. Ma il passato, questa volta, non era più un parametro affidabile.
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«Non sarà una guerra lampo», ha dichiarato il ministro degli Esteri informando la stampa sugli sviluppi dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran.