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2022-01-02
Silenziata la notizia della presunta truffa all’Inps da 38 milioni per le pensioni Gedi
John Elkann (Ansa)
Per due giorni abbiamo atteso un comunicato del gruppo editoriale Gedi (che edita La Repubblica, L’Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX, tre radio e una serie di testate locali), di proprietà della famiglia Agnelli, sul sequestro preventivo da oltre 38 milioni subito dall’azienda alla vigilia delle feste natalizie. Si tratta di un’iniziativa della Procura di Roma che ha congelato, con l’avallo del gip, una somma equivalente al massimo che l’accusa ritiene essere stata sottratta al bilancio dell’Inps per presunte irregolarità nelle procedure di prepensionamento di una settantina di dipendenti ai tempi in cui la società era controllata, attraverso la Cir, dalla famiglia De Benedetti. Purtroppo, sino a ieri sera, né dall’azienda, né dalle agenzie di stampa o da altri media era stato diffuso alcun dispaccio sulla spinosa vicenda che confermasse e arricchisse di particolari lo scoop della Verità. Anche su Internet la notizia è stata quasi censurata, trovando pochissimo spazio. Tra i principali siti di informazione è stata ripresa solo da Affari italiani.
Distrazione, superficialità, solidarietà, gelosia? Possono essere molte le motivazioni che hanno portato al clamoroso black out. Ieri il direttore della comunicazione del gruppo, Andrea Griva, ci ha risposto con garbo e ha sottolineato una dimenticanza nel nostro pezzo del 31 dicembre: «Non ci sono commenti se non forse che poteva essere un servizio al lettore ricordare con maggiore precisione che si tratta di una vicenda originata dalla precedente gestione del gruppo Gedi (quando la proprietà era in capo ai De Benedetti, ndr) e quindi la fotografia dell’ingegner Elkann non sembrava essere in linea con la verità storica di questa vicenda. Posso aggiungere che la società continua a collaborare con gli inquirenti». È vero che uno dei tre indagati, Monica Mondardini, ha lasciato il gruppo, in cui ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e vicepresidente, per trasferirsi alla Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti, ma gli altri due manager sotto inchiesta, il direttore delle risorse umane Roberto Moro e il capo della divisione Stampa nazionale Corrado Corradi, sono ancora al loro posto.
Siamo riusciti a parlare, nonostante la giornata post veglione, anche con l’avvocato di Gedi, l’ex ministro Paola Severino, la quale una decina di giorni fa si è affrettata ad accendere il conto su cui far confluire i quasi 40 milioni che la Procura ha ordinato di sequestrare ai sensi della legge 231 del 2001, quella che punisce la responsabilità amministrativa delle società. Ma anche la Severino non è stata particolarmente loquace: «Dovreste sapere che non rilascio mai dichiarazioni sui processi che seguo» ci ha detto, confermando di essere il legale incaricato della vicenda. «Inoltre» ha aggiunto, «mi pare che abbiate già delle fonti dirette». E ha concluso con un festoso saluto: «Io posso solo augurarvi buon anno». Buon 2022 anche a lei.
Ha inserito lo stesso disco l’aggiunto Paolo Ielo che, contattato dalla Verità, si è schermato dietro alla riforma della giustizia messa a punto dal Guardasigilli Marta Cartabia: «Come sa esiste una legge che vi impedisce di avere rapporti con persone diverse dal procuratore, quindi, mi dispiace, ma non mi resta che farvi gli auguri di buon anno».
Il fascicolo è in mano a Ielo e al pm Francesco Dall’Olio e riguarda, come detto, una presunta truffa ai danni dell’Inps legata al prepensionamento di dirigenti e altri dipendenti di Gedi e della concessionaria pubblicitaria Manzoni che non avrebbero avuto diritto al beneficio e che per questo sono stati demansionati o trasferiti per ottenere lo scivolo.
La notizia del sequestro, seppur silenziata, ha fatto rapidamente il giro di tutte le redazioni. Anche della Repubblica. Qui ci risulta che alcuni esponenti del comitato di redazione si siano sentiti telefonicamente per valutare quali azioni intraprendere e avrebbero concordato di scrivere una nota all'azienda per chiedere lumi, visto che nessun aggiornamento era arrivato ai membri del Cdr e che le ultime informazioni conosciute risalivano al 2018. Non è escluso che successivamente venga diffuso anche un comunicato indirizzato alle redazioni. Ma tutto è rinviato alla giornata di domani. Salvo che in queste ore l’azienda non scelga una linea di maggiore trasparenza comunicativa.
In passato al gruppo Gedi sarebbero stati costretti a dare la notizia in quanto società quotata in Borsa. Ma quando la Exor della famiglia Elkann-Agnelli ha rilevato dalla Cir l’89 per cento delle azioni della casa editrice, quest’ultima è stata «delistata» ed è uscita da Piazza affari. Per questo l’obbligo delle comunicazioni al mercato è caduto. E così, per uno strano scherzo del destino, il 15 dicembre, alla vigilia del maxi sequestro, La Repubblica aveva dato ampio spazio a un altro sequestro preventivo effettuato dalla Procura di Milano ai danni di «alcune sigle sindacali» della Cisl lombarda. Peccato che si parlasse di 600.00 euro. Una cifra sessanta volte inferiore al tesoretto prelevato al gruppo Gedi dalla Procura di Roma, notizia che, però, i lettori quotidiano romano, non hanno ancora potuto leggere. Almeno sino a questa mattina.
Sulla Lotti indagata per corruzione il gip non archivia e chiede più tempo
Le accuse del faccendiere Piero Amara contro il procuratore aggiunto di Roma, Lucia Lotti, non sono ancora state archiviate. La toga capitolina, tra i candidati per la guida della Procura di Firenze, è stata sentita nell’udienza camerale che si è tenuta a Catania lo scorso 15 dicembre. La donna, indagata per corruzione in atti giudiziari, è stata chiamata a riferire la propria versione dal gip Luca Lorenzetti, non sufficientemente convinto dalla richiesta di archiviazione presentata dal pm Alessandro La Rosa. Il giudice adesso ha novanta giorni per sciogliere la riserva e, a quanto risulta alla Verità, potrebbe chiedere un supplemento d’indagine alla Procura su alcune accuse considerate «un po’ generiche» dell’avvocato siracusano e ritenute non sufficientemente approfondite dagli inquirenti. Amara è attualmente rinchiuso a Terni ed è accusato da più parti di calunnia.
Il faccendiere assicura di aver affiliato alla fantomatica loggia Ungheria la Lotti quando era procuratore di Gela, dopo averla fatta incontrare con Giovanni Tinebra (defunto nel 2017) a Siracusa. In un appunto trovato nel computer di Amara si legge che la Lotti si sarebbe rivolta al faccendiere, attraverso un avvocato, per avere il voto favorevole al Csm di un laico in quota Udc, ma anche di altri membri non togati di centro destra e centro sinistra.
Nel 2019 i pm di Milano hanno chiesto ad Amara se la Lotti si fosse «spesa in qualche modo in suo favore» e la risposta del faccendiere è stata piuttosto dettagliata: «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al gip in sede di incidente probatorio». Un’accusa pesantissima, anche se, come hanno notato in Tribunale, i periti li scelgono i giudici e non gli inquirenti. Ma, al contrario che in altri casi, in questo Amara è stato più ricco di dettagli: «Con queste modalità è stato gestito, per esempio, il procedimento relativo ai nati malformati e ad alcuni incidenti mortali avvenuti nella raffineria. Con la Lotti ci davamo del tu (in privato). C’è stato solo un caso in cui la Lotti non ha seguito le mie indicazioni - in una vicenda importante - sulla nomina di un consulente. La Lotti suggerì al gip un perito diverso da quelli che io fin dall’inizio del suo incarico a Gela le avevo segnalato e imposto». Il faccendiere spiega così quell’eccezione: «Io capii subito che la nomina era stata suggerita da un ufficiale dei carabinieri del Noe al quale lei era legata sentimentalmente. Mi lamentai con la Lotti la quale mi confermò tale circostanza. Le dissi che avremmo ricusato il perito e che mi aspettavo che la ricusazione fosse accolta. Così avvenne perché la Lotti aveva un certo ascendente sul gip, non perché il gip fosse a conoscenza dei miei accordi con la Lotti». Ma per la ricusazione ci sarebbero state «buone ragioni», visto che il perito «era anche consulente delle persone offese nei giudizi civili». Fu così nominato un secondo perito, «sempre su suggerimento del carabiniere del Noe»: «Ma anche questo saltò perché era socio del primo perito». Amara, a verbale, spiega di non aver gradito: «Io tornai dalla Lotti e mi arrabbiai moltissimo. La Lotti mi disse di essere dispiaciuta, cercava di difendere la scelta. Poi il processo non andò più avanti e l’incidente probatorio fu abbandonato».
I pm di Milano hanno domandato anche se Amara si fosse prodigato per la nomina ad aggiunto di Roma della Lotti, incassando questa risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante». Ovvero l’ex presidente della Confidustria siciliana, secondo Amara membro della loggia Ungheria e condannato in primo grado a 14 anni per associazione finalizzata alla corruzione e acceso abusivo al sistema informatico. Amara ha anche aggiunto: «La circostanza inerente all’intervento di Montante per la nomina di Lucia Lotti l’ho saputa direttamente sia da Montante che dalla Lotti». Tutte dichiarazioni a cui la Procura non sembra aver trovato riscontro, né dato troppo peso. Ma il fascicolo è adesso nelle mani del gip Lorenzetti che ha deciso di approfondire la questione con grande scrupolo.
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Poche testate riprendono lo scoop della «Verità». Il gruppo editoriale Elkann-Agnelli: «Roba dei tempi dei De Benedetti».Su Lucia Lotti indagata per corruzione il gip non archivia e chiede più tempo. Il procuratore aggiunto di Roma accusato da Piero Amara è tra i candidati a guidare Firenze.Lo speciale contiene due articoli.Per due giorni abbiamo atteso un comunicato del gruppo editoriale Gedi (che edita La Repubblica, L’Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX, tre radio e una serie di testate locali), di proprietà della famiglia Agnelli, sul sequestro preventivo da oltre 38 milioni subito dall’azienda alla vigilia delle feste natalizie. Si tratta di un’iniziativa della Procura di Roma che ha congelato, con l’avallo del gip, una somma equivalente al massimo che l’accusa ritiene essere stata sottratta al bilancio dell’Inps per presunte irregolarità nelle procedure di prepensionamento di una settantina di dipendenti ai tempi in cui la società era controllata, attraverso la Cir, dalla famiglia De Benedetti. Purtroppo, sino a ieri sera, né dall’azienda, né dalle agenzie di stampa o da altri media era stato diffuso alcun dispaccio sulla spinosa vicenda che confermasse e arricchisse di particolari lo scoop della Verità. Anche su Internet la notizia è stata quasi censurata, trovando pochissimo spazio. Tra i principali siti di informazione è stata ripresa solo da Affari italiani.Distrazione, superficialità, solidarietà, gelosia? Possono essere molte le motivazioni che hanno portato al clamoroso black out. Ieri il direttore della comunicazione del gruppo, Andrea Griva, ci ha risposto con garbo e ha sottolineato una dimenticanza nel nostro pezzo del 31 dicembre: «Non ci sono commenti se non forse che poteva essere un servizio al lettore ricordare con maggiore precisione che si tratta di una vicenda originata dalla precedente gestione del gruppo Gedi (quando la proprietà era in capo ai De Benedetti, ndr) e quindi la fotografia dell’ingegner Elkann non sembrava essere in linea con la verità storica di questa vicenda. Posso aggiungere che la società continua a collaborare con gli inquirenti». È vero che uno dei tre indagati, Monica Mondardini, ha lasciato il gruppo, in cui ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e vicepresidente, per trasferirsi alla Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti, ma gli altri due manager sotto inchiesta, il direttore delle risorse umane Roberto Moro e il capo della divisione Stampa nazionale Corrado Corradi, sono ancora al loro posto.Siamo riusciti a parlare, nonostante la giornata post veglione, anche con l’avvocato di Gedi, l’ex ministro Paola Severino, la quale una decina di giorni fa si è affrettata ad accendere il conto su cui far confluire i quasi 40 milioni che la Procura ha ordinato di sequestrare ai sensi della legge 231 del 2001, quella che punisce la responsabilità amministrativa delle società. Ma anche la Severino non è stata particolarmente loquace: «Dovreste sapere che non rilascio mai dichiarazioni sui processi che seguo» ci ha detto, confermando di essere il legale incaricato della vicenda. «Inoltre» ha aggiunto, «mi pare che abbiate già delle fonti dirette». E ha concluso con un festoso saluto: «Io posso solo augurarvi buon anno». Buon 2022 anche a lei.Ha inserito lo stesso disco l’aggiunto Paolo Ielo che, contattato dalla Verità, si è schermato dietro alla riforma della giustizia messa a punto dal Guardasigilli Marta Cartabia: «Come sa esiste una legge che vi impedisce di avere rapporti con persone diverse dal procuratore, quindi, mi dispiace, ma non mi resta che farvi gli auguri di buon anno».Il fascicolo è in mano a Ielo e al pm Francesco Dall’Olio e riguarda, come detto, una presunta truffa ai danni dell’Inps legata al prepensionamento di dirigenti e altri dipendenti di Gedi e della concessionaria pubblicitaria Manzoni che non avrebbero avuto diritto al beneficio e che per questo sono stati demansionati o trasferiti per ottenere lo scivolo.La notizia del sequestro, seppur silenziata, ha fatto rapidamente il giro di tutte le redazioni. Anche della Repubblica. Qui ci risulta che alcuni esponenti del comitato di redazione si siano sentiti telefonicamente per valutare quali azioni intraprendere e avrebbero concordato di scrivere una nota all'azienda per chiedere lumi, visto che nessun aggiornamento era arrivato ai membri del Cdr e che le ultime informazioni conosciute risalivano al 2018. Non è escluso che successivamente venga diffuso anche un comunicato indirizzato alle redazioni. Ma tutto è rinviato alla giornata di domani. Salvo che in queste ore l’azienda non scelga una linea di maggiore trasparenza comunicativa.In passato al gruppo Gedi sarebbero stati costretti a dare la notizia in quanto società quotata in Borsa. Ma quando la Exor della famiglia Elkann-Agnelli ha rilevato dalla Cir l’89 per cento delle azioni della casa editrice, quest’ultima è stata «delistata» ed è uscita da Piazza affari. Per questo l’obbligo delle comunicazioni al mercato è caduto. E così, per uno strano scherzo del destino, il 15 dicembre, alla vigilia del maxi sequestro, La Repubblica aveva dato ampio spazio a un altro sequestro preventivo effettuato dalla Procura di Milano ai danni di «alcune sigle sindacali» della Cisl lombarda. Peccato che si parlasse di 600.00 euro. Una cifra sessanta volte inferiore al tesoretto prelevato al gruppo Gedi dalla Procura di Roma, notizia che, però, i lettori quotidiano romano, non hanno ancora potuto leggere. 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La donna, indagata per corruzione in atti giudiziari, è stata chiamata a riferire la propria versione dal gip Luca Lorenzetti, non sufficientemente convinto dalla richiesta di archiviazione presentata dal pm Alessandro La Rosa. Il giudice adesso ha novanta giorni per sciogliere la riserva e, a quanto risulta alla Verità, potrebbe chiedere un supplemento d’indagine alla Procura su alcune accuse considerate «un po’ generiche» dell’avvocato siracusano e ritenute non sufficientemente approfondite dagli inquirenti. Amara è attualmente rinchiuso a Terni ed è accusato da più parti di calunnia. Il faccendiere assicura di aver affiliato alla fantomatica loggia Ungheria la Lotti quando era procuratore di Gela, dopo averla fatta incontrare con Giovanni Tinebra (defunto nel 2017) a Siracusa. In un appunto trovato nel computer di Amara si legge che la Lotti si sarebbe rivolta al faccendiere, attraverso un avvocato, per avere il voto favorevole al Csm di un laico in quota Udc, ma anche di altri membri non togati di centro destra e centro sinistra. Nel 2019 i pm di Milano hanno chiesto ad Amara se la Lotti si fosse «spesa in qualche modo in suo favore» e la risposta del faccendiere è stata piuttosto dettagliata: «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al gip in sede di incidente probatorio». Un’accusa pesantissima, anche se, come hanno notato in Tribunale, i periti li scelgono i giudici e non gli inquirenti. Ma, al contrario che in altri casi, in questo Amara è stato più ricco di dettagli: «Con queste modalità è stato gestito, per esempio, il procedimento relativo ai nati malformati e ad alcuni incidenti mortali avvenuti nella raffineria. Con la Lotti ci davamo del tu (in privato). C’è stato solo un caso in cui la Lotti non ha seguito le mie indicazioni - in una vicenda importante - sulla nomina di un consulente. La Lotti suggerì al gip un perito diverso da quelli che io fin dall’inizio del suo incarico a Gela le avevo segnalato e imposto». Il faccendiere spiega così quell’eccezione: «Io capii subito che la nomina era stata suggerita da un ufficiale dei carabinieri del Noe al quale lei era legata sentimentalmente. Mi lamentai con la Lotti la quale mi confermò tale circostanza. Le dissi che avremmo ricusato il perito e che mi aspettavo che la ricusazione fosse accolta. Così avvenne perché la Lotti aveva un certo ascendente sul gip, non perché il gip fosse a conoscenza dei miei accordi con la Lotti». Ma per la ricusazione ci sarebbero state «buone ragioni», visto che il perito «era anche consulente delle persone offese nei giudizi civili». Fu così nominato un secondo perito, «sempre su suggerimento del carabiniere del Noe»: «Ma anche questo saltò perché era socio del primo perito». Amara, a verbale, spiega di non aver gradito: «Io tornai dalla Lotti e mi arrabbiai moltissimo. La Lotti mi disse di essere dispiaciuta, cercava di difendere la scelta. Poi il processo non andò più avanti e l’incidente probatorio fu abbandonato». I pm di Milano hanno domandato anche se Amara si fosse prodigato per la nomina ad aggiunto di Roma della Lotti, incassando questa risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante». Ovvero l’ex presidente della Confidustria siciliana, secondo Amara membro della loggia Ungheria e condannato in primo grado a 14 anni per associazione finalizzata alla corruzione e acceso abusivo al sistema informatico. Amara ha anche aggiunto: «La circostanza inerente all’intervento di Montante per la nomina di Lucia Lotti l’ho saputa direttamente sia da Montante che dalla Lotti». Tutte dichiarazioni a cui la Procura non sembra aver trovato riscontro, né dato troppo peso. Ma il fascicolo è adesso nelle mani del gip Lorenzetti che ha deciso di approfondire la questione con grande scrupolo.
Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.