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2022-01-02
Silenziata la notizia della presunta truffa all’Inps da 38 milioni per le pensioni Gedi
John Elkann (Ansa)
Per due giorni abbiamo atteso un comunicato del gruppo editoriale Gedi (che edita La Repubblica, L’Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX, tre radio e una serie di testate locali), di proprietà della famiglia Agnelli, sul sequestro preventivo da oltre 38 milioni subito dall’azienda alla vigilia delle feste natalizie. Si tratta di un’iniziativa della Procura di Roma che ha congelato, con l’avallo del gip, una somma equivalente al massimo che l’accusa ritiene essere stata sottratta al bilancio dell’Inps per presunte irregolarità nelle procedure di prepensionamento di una settantina di dipendenti ai tempi in cui la società era controllata, attraverso la Cir, dalla famiglia De Benedetti. Purtroppo, sino a ieri sera, né dall’azienda, né dalle agenzie di stampa o da altri media era stato diffuso alcun dispaccio sulla spinosa vicenda che confermasse e arricchisse di particolari lo scoop della Verità. Anche su Internet la notizia è stata quasi censurata, trovando pochissimo spazio. Tra i principali siti di informazione è stata ripresa solo da Affari italiani.
Distrazione, superficialità, solidarietà, gelosia? Possono essere molte le motivazioni che hanno portato al clamoroso black out. Ieri il direttore della comunicazione del gruppo, Andrea Griva, ci ha risposto con garbo e ha sottolineato una dimenticanza nel nostro pezzo del 31 dicembre: «Non ci sono commenti se non forse che poteva essere un servizio al lettore ricordare con maggiore precisione che si tratta di una vicenda originata dalla precedente gestione del gruppo Gedi (quando la proprietà era in capo ai De Benedetti, ndr) e quindi la fotografia dell’ingegner Elkann non sembrava essere in linea con la verità storica di questa vicenda. Posso aggiungere che la società continua a collaborare con gli inquirenti». È vero che uno dei tre indagati, Monica Mondardini, ha lasciato il gruppo, in cui ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e vicepresidente, per trasferirsi alla Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti, ma gli altri due manager sotto inchiesta, il direttore delle risorse umane Roberto Moro e il capo della divisione Stampa nazionale Corrado Corradi, sono ancora al loro posto.
Siamo riusciti a parlare, nonostante la giornata post veglione, anche con l’avvocato di Gedi, l’ex ministro Paola Severino, la quale una decina di giorni fa si è affrettata ad accendere il conto su cui far confluire i quasi 40 milioni che la Procura ha ordinato di sequestrare ai sensi della legge 231 del 2001, quella che punisce la responsabilità amministrativa delle società. Ma anche la Severino non è stata particolarmente loquace: «Dovreste sapere che non rilascio mai dichiarazioni sui processi che seguo» ci ha detto, confermando di essere il legale incaricato della vicenda. «Inoltre» ha aggiunto, «mi pare che abbiate già delle fonti dirette». E ha concluso con un festoso saluto: «Io posso solo augurarvi buon anno». Buon 2022 anche a lei.
Ha inserito lo stesso disco l’aggiunto Paolo Ielo che, contattato dalla Verità, si è schermato dietro alla riforma della giustizia messa a punto dal Guardasigilli Marta Cartabia: «Come sa esiste una legge che vi impedisce di avere rapporti con persone diverse dal procuratore, quindi, mi dispiace, ma non mi resta che farvi gli auguri di buon anno».
Il fascicolo è in mano a Ielo e al pm Francesco Dall’Olio e riguarda, come detto, una presunta truffa ai danni dell’Inps legata al prepensionamento di dirigenti e altri dipendenti di Gedi e della concessionaria pubblicitaria Manzoni che non avrebbero avuto diritto al beneficio e che per questo sono stati demansionati o trasferiti per ottenere lo scivolo.
La notizia del sequestro, seppur silenziata, ha fatto rapidamente il giro di tutte le redazioni. Anche della Repubblica. Qui ci risulta che alcuni esponenti del comitato di redazione si siano sentiti telefonicamente per valutare quali azioni intraprendere e avrebbero concordato di scrivere una nota all'azienda per chiedere lumi, visto che nessun aggiornamento era arrivato ai membri del Cdr e che le ultime informazioni conosciute risalivano al 2018. Non è escluso che successivamente venga diffuso anche un comunicato indirizzato alle redazioni. Ma tutto è rinviato alla giornata di domani. Salvo che in queste ore l’azienda non scelga una linea di maggiore trasparenza comunicativa.
In passato al gruppo Gedi sarebbero stati costretti a dare la notizia in quanto società quotata in Borsa. Ma quando la Exor della famiglia Elkann-Agnelli ha rilevato dalla Cir l’89 per cento delle azioni della casa editrice, quest’ultima è stata «delistata» ed è uscita da Piazza affari. Per questo l’obbligo delle comunicazioni al mercato è caduto. E così, per uno strano scherzo del destino, il 15 dicembre, alla vigilia del maxi sequestro, La Repubblica aveva dato ampio spazio a un altro sequestro preventivo effettuato dalla Procura di Milano ai danni di «alcune sigle sindacali» della Cisl lombarda. Peccato che si parlasse di 600.00 euro. Una cifra sessanta volte inferiore al tesoretto prelevato al gruppo Gedi dalla Procura di Roma, notizia che, però, i lettori quotidiano romano, non hanno ancora potuto leggere. Almeno sino a questa mattina.
Sulla Lotti indagata per corruzione il gip non archivia e chiede più tempo
Le accuse del faccendiere Piero Amara contro il procuratore aggiunto di Roma, Lucia Lotti, non sono ancora state archiviate. La toga capitolina, tra i candidati per la guida della Procura di Firenze, è stata sentita nell’udienza camerale che si è tenuta a Catania lo scorso 15 dicembre. La donna, indagata per corruzione in atti giudiziari, è stata chiamata a riferire la propria versione dal gip Luca Lorenzetti, non sufficientemente convinto dalla richiesta di archiviazione presentata dal pm Alessandro La Rosa. Il giudice adesso ha novanta giorni per sciogliere la riserva e, a quanto risulta alla Verità, potrebbe chiedere un supplemento d’indagine alla Procura su alcune accuse considerate «un po’ generiche» dell’avvocato siracusano e ritenute non sufficientemente approfondite dagli inquirenti. Amara è attualmente rinchiuso a Terni ed è accusato da più parti di calunnia.
Il faccendiere assicura di aver affiliato alla fantomatica loggia Ungheria la Lotti quando era procuratore di Gela, dopo averla fatta incontrare con Giovanni Tinebra (defunto nel 2017) a Siracusa. In un appunto trovato nel computer di Amara si legge che la Lotti si sarebbe rivolta al faccendiere, attraverso un avvocato, per avere il voto favorevole al Csm di un laico in quota Udc, ma anche di altri membri non togati di centro destra e centro sinistra.
Nel 2019 i pm di Milano hanno chiesto ad Amara se la Lotti si fosse «spesa in qualche modo in suo favore» e la risposta del faccendiere è stata piuttosto dettagliata: «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al gip in sede di incidente probatorio». Un’accusa pesantissima, anche se, come hanno notato in Tribunale, i periti li scelgono i giudici e non gli inquirenti. Ma, al contrario che in altri casi, in questo Amara è stato più ricco di dettagli: «Con queste modalità è stato gestito, per esempio, il procedimento relativo ai nati malformati e ad alcuni incidenti mortali avvenuti nella raffineria. Con la Lotti ci davamo del tu (in privato). C’è stato solo un caso in cui la Lotti non ha seguito le mie indicazioni - in una vicenda importante - sulla nomina di un consulente. La Lotti suggerì al gip un perito diverso da quelli che io fin dall’inizio del suo incarico a Gela le avevo segnalato e imposto». Il faccendiere spiega così quell’eccezione: «Io capii subito che la nomina era stata suggerita da un ufficiale dei carabinieri del Noe al quale lei era legata sentimentalmente. Mi lamentai con la Lotti la quale mi confermò tale circostanza. Le dissi che avremmo ricusato il perito e che mi aspettavo che la ricusazione fosse accolta. Così avvenne perché la Lotti aveva un certo ascendente sul gip, non perché il gip fosse a conoscenza dei miei accordi con la Lotti». Ma per la ricusazione ci sarebbero state «buone ragioni», visto che il perito «era anche consulente delle persone offese nei giudizi civili». Fu così nominato un secondo perito, «sempre su suggerimento del carabiniere del Noe»: «Ma anche questo saltò perché era socio del primo perito». Amara, a verbale, spiega di non aver gradito: «Io tornai dalla Lotti e mi arrabbiai moltissimo. La Lotti mi disse di essere dispiaciuta, cercava di difendere la scelta. Poi il processo non andò più avanti e l’incidente probatorio fu abbandonato».
I pm di Milano hanno domandato anche se Amara si fosse prodigato per la nomina ad aggiunto di Roma della Lotti, incassando questa risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante». Ovvero l’ex presidente della Confidustria siciliana, secondo Amara membro della loggia Ungheria e condannato in primo grado a 14 anni per associazione finalizzata alla corruzione e acceso abusivo al sistema informatico. Amara ha anche aggiunto: «La circostanza inerente all’intervento di Montante per la nomina di Lucia Lotti l’ho saputa direttamente sia da Montante che dalla Lotti». Tutte dichiarazioni a cui la Procura non sembra aver trovato riscontro, né dato troppo peso. Ma il fascicolo è adesso nelle mani del gip Lorenzetti che ha deciso di approfondire la questione con grande scrupolo.
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Poche testate riprendono lo scoop della «Verità». Il gruppo editoriale Elkann-Agnelli: «Roba dei tempi dei De Benedetti».Su Lucia Lotti indagata per corruzione il gip non archivia e chiede più tempo. Il procuratore aggiunto di Roma accusato da Piero Amara è tra i candidati a guidare Firenze.Lo speciale contiene due articoli.Per due giorni abbiamo atteso un comunicato del gruppo editoriale Gedi (che edita La Repubblica, L’Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX, tre radio e una serie di testate locali), di proprietà della famiglia Agnelli, sul sequestro preventivo da oltre 38 milioni subito dall’azienda alla vigilia delle feste natalizie. Si tratta di un’iniziativa della Procura di Roma che ha congelato, con l’avallo del gip, una somma equivalente al massimo che l’accusa ritiene essere stata sottratta al bilancio dell’Inps per presunte irregolarità nelle procedure di prepensionamento di una settantina di dipendenti ai tempi in cui la società era controllata, attraverso la Cir, dalla famiglia De Benedetti. Purtroppo, sino a ieri sera, né dall’azienda, né dalle agenzie di stampa o da altri media era stato diffuso alcun dispaccio sulla spinosa vicenda che confermasse e arricchisse di particolari lo scoop della Verità. Anche su Internet la notizia è stata quasi censurata, trovando pochissimo spazio. Tra i principali siti di informazione è stata ripresa solo da Affari italiani.Distrazione, superficialità, solidarietà, gelosia? Possono essere molte le motivazioni che hanno portato al clamoroso black out. Ieri il direttore della comunicazione del gruppo, Andrea Griva, ci ha risposto con garbo e ha sottolineato una dimenticanza nel nostro pezzo del 31 dicembre: «Non ci sono commenti se non forse che poteva essere un servizio al lettore ricordare con maggiore precisione che si tratta di una vicenda originata dalla precedente gestione del gruppo Gedi (quando la proprietà era in capo ai De Benedetti, ndr) e quindi la fotografia dell’ingegner Elkann non sembrava essere in linea con la verità storica di questa vicenda. Posso aggiungere che la società continua a collaborare con gli inquirenti». È vero che uno dei tre indagati, Monica Mondardini, ha lasciato il gruppo, in cui ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e vicepresidente, per trasferirsi alla Cir dell’ingegner Carlo De Benedetti, ma gli altri due manager sotto inchiesta, il direttore delle risorse umane Roberto Moro e il capo della divisione Stampa nazionale Corrado Corradi, sono ancora al loro posto.Siamo riusciti a parlare, nonostante la giornata post veglione, anche con l’avvocato di Gedi, l’ex ministro Paola Severino, la quale una decina di giorni fa si è affrettata ad accendere il conto su cui far confluire i quasi 40 milioni che la Procura ha ordinato di sequestrare ai sensi della legge 231 del 2001, quella che punisce la responsabilità amministrativa delle società. Ma anche la Severino non è stata particolarmente loquace: «Dovreste sapere che non rilascio mai dichiarazioni sui processi che seguo» ci ha detto, confermando di essere il legale incaricato della vicenda. «Inoltre» ha aggiunto, «mi pare che abbiate già delle fonti dirette». E ha concluso con un festoso saluto: «Io posso solo augurarvi buon anno». Buon 2022 anche a lei.Ha inserito lo stesso disco l’aggiunto Paolo Ielo che, contattato dalla Verità, si è schermato dietro alla riforma della giustizia messa a punto dal Guardasigilli Marta Cartabia: «Come sa esiste una legge che vi impedisce di avere rapporti con persone diverse dal procuratore, quindi, mi dispiace, ma non mi resta che farvi gli auguri di buon anno».Il fascicolo è in mano a Ielo e al pm Francesco Dall’Olio e riguarda, come detto, una presunta truffa ai danni dell’Inps legata al prepensionamento di dirigenti e altri dipendenti di Gedi e della concessionaria pubblicitaria Manzoni che non avrebbero avuto diritto al beneficio e che per questo sono stati demansionati o trasferiti per ottenere lo scivolo.La notizia del sequestro, seppur silenziata, ha fatto rapidamente il giro di tutte le redazioni. Anche della Repubblica. Qui ci risulta che alcuni esponenti del comitato di redazione si siano sentiti telefonicamente per valutare quali azioni intraprendere e avrebbero concordato di scrivere una nota all'azienda per chiedere lumi, visto che nessun aggiornamento era arrivato ai membri del Cdr e che le ultime informazioni conosciute risalivano al 2018. Non è escluso che successivamente venga diffuso anche un comunicato indirizzato alle redazioni. Ma tutto è rinviato alla giornata di domani. Salvo che in queste ore l’azienda non scelga una linea di maggiore trasparenza comunicativa.In passato al gruppo Gedi sarebbero stati costretti a dare la notizia in quanto società quotata in Borsa. Ma quando la Exor della famiglia Elkann-Agnelli ha rilevato dalla Cir l’89 per cento delle azioni della casa editrice, quest’ultima è stata «delistata» ed è uscita da Piazza affari. Per questo l’obbligo delle comunicazioni al mercato è caduto. E così, per uno strano scherzo del destino, il 15 dicembre, alla vigilia del maxi sequestro, La Repubblica aveva dato ampio spazio a un altro sequestro preventivo effettuato dalla Procura di Milano ai danni di «alcune sigle sindacali» della Cisl lombarda. Peccato che si parlasse di 600.00 euro. Una cifra sessanta volte inferiore al tesoretto prelevato al gruppo Gedi dalla Procura di Roma, notizia che, però, i lettori quotidiano romano, non hanno ancora potuto leggere. 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La donna, indagata per corruzione in atti giudiziari, è stata chiamata a riferire la propria versione dal gip Luca Lorenzetti, non sufficientemente convinto dalla richiesta di archiviazione presentata dal pm Alessandro La Rosa. Il giudice adesso ha novanta giorni per sciogliere la riserva e, a quanto risulta alla Verità, potrebbe chiedere un supplemento d’indagine alla Procura su alcune accuse considerate «un po’ generiche» dell’avvocato siracusano e ritenute non sufficientemente approfondite dagli inquirenti. Amara è attualmente rinchiuso a Terni ed è accusato da più parti di calunnia. Il faccendiere assicura di aver affiliato alla fantomatica loggia Ungheria la Lotti quando era procuratore di Gela, dopo averla fatta incontrare con Giovanni Tinebra (defunto nel 2017) a Siracusa. In un appunto trovato nel computer di Amara si legge che la Lotti si sarebbe rivolta al faccendiere, attraverso un avvocato, per avere il voto favorevole al Csm di un laico in quota Udc, ma anche di altri membri non togati di centro destra e centro sinistra. Nel 2019 i pm di Milano hanno chiesto ad Amara se la Lotti si fosse «spesa in qualche modo in suo favore» e la risposta del faccendiere è stata piuttosto dettagliata: «Con la nomina di Lucia Lotti la Procura di Gela è stata totalmente nella mia disponibilità. Con questa espressione intendo dire che avevo costanti interlocuzioni con lei, che avevo la possibilità di consultare il fascicolo del pm già nella fase delle indagini, che concordavo con lei la nomina dei consulenti e suggerivo i nomi dei periti che la Procura avrebbe dovuto indicare al gip in sede di incidente probatorio». Un’accusa pesantissima, anche se, come hanno notato in Tribunale, i periti li scelgono i giudici e non gli inquirenti. Ma, al contrario che in altri casi, in questo Amara è stato più ricco di dettagli: «Con queste modalità è stato gestito, per esempio, il procedimento relativo ai nati malformati e ad alcuni incidenti mortali avvenuti nella raffineria. Con la Lotti ci davamo del tu (in privato). C’è stato solo un caso in cui la Lotti non ha seguito le mie indicazioni - in una vicenda importante - sulla nomina di un consulente. La Lotti suggerì al gip un perito diverso da quelli che io fin dall’inizio del suo incarico a Gela le avevo segnalato e imposto». Il faccendiere spiega così quell’eccezione: «Io capii subito che la nomina era stata suggerita da un ufficiale dei carabinieri del Noe al quale lei era legata sentimentalmente. Mi lamentai con la Lotti la quale mi confermò tale circostanza. Le dissi che avremmo ricusato il perito e che mi aspettavo che la ricusazione fosse accolta. Così avvenne perché la Lotti aveva un certo ascendente sul gip, non perché il gip fosse a conoscenza dei miei accordi con la Lotti». Ma per la ricusazione ci sarebbero state «buone ragioni», visto che il perito «era anche consulente delle persone offese nei giudizi civili». Fu così nominato un secondo perito, «sempre su suggerimento del carabiniere del Noe»: «Ma anche questo saltò perché era socio del primo perito». Amara, a verbale, spiega di non aver gradito: «Io tornai dalla Lotti e mi arrabbiai moltissimo. La Lotti mi disse di essere dispiaciuta, cercava di difendere la scelta. Poi il processo non andò più avanti e l’incidente probatorio fu abbandonato». I pm di Milano hanno domandato anche se Amara si fosse prodigato per la nomina ad aggiunto di Roma della Lotti, incassando questa risposta: «No, non mi interessava. Per questo incarico - so con certezza - che si è prodigato Antonello Montante». Ovvero l’ex presidente della Confidustria siciliana, secondo Amara membro della loggia Ungheria e condannato in primo grado a 14 anni per associazione finalizzata alla corruzione e acceso abusivo al sistema informatico. Amara ha anche aggiunto: «La circostanza inerente all’intervento di Montante per la nomina di Lucia Lotti l’ho saputa direttamente sia da Montante che dalla Lotti». Tutte dichiarazioni a cui la Procura non sembra aver trovato riscontro, né dato troppo peso. Ma il fascicolo è adesso nelle mani del gip Lorenzetti che ha deciso di approfondire la questione con grande scrupolo.
I progressisti esultano per il nuovo premier ungherese. Che vuole chiudere le frontiere ed esalta Meloni. È l’ultimo cortocircuito dei compagni.
«Non c’è altro tempo per discutere, ora occorre reagire sospendendo il Patto di stabilità». Lo ha dichiarato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy durante Vinitaly 2026.
Angelo Bonelli con Elly Schlein (Ansa)
Il lunedì del «prenda posizione» questa volta è davvero originale perché vede noti mangiapreti come Nicola Zingaretti, Matteo Renzi, Angelo Bonelli vestirsi da chierichetti (ed Elly Schlein da suora) pur di sollecitare, premere, incalzare la maggioranza a fare qualcosa di scontato: difendere papa Leone XIV dalle insolenti parole di Donald Trump.
Tutti reduci dalla notte dell’Innominato, tutti in processione con i ceri al posto dei vessilli della Cgil. La scena è singolare, i teologi usciti dal comitato centrale mettono perfino tenerezza. Bonelli parla di blasfemia con la giugulare gonfia neanche fosse un allievo di don Baget Bozzo: «Giorgia Meloni augura buon viaggio al Papa in Africa ma tace vergognosamente sulla blasfemia di Trump. Da cattolico sono indignato. Meloni richiami l’ambasciatore Usa e pretenda le scuse formali». Il leader di Avs è così disturbato da scambiare la premier per una papessa o per il cardinale Pietro Parolin, attribuendole doveri di supplenza nella diplomazia vaticana.
Il fastidio degli adoratori dei sassi dell’Adige è curiosamente determinato dal tono della solidarietà di Giorgia Meloni al pontefice, ritenuto troppo poco papalino. «Desidero rivolgere al Papa il ringraziamento e l’augurio più sincero per il buon esito del viaggio apostolico che lo condurrà per la prima volta in Africa», aveva vergato in mattinata la premier. «Possa il Santo Padre favorire la composizione dei conflitti e il ritorno della pace nel solco tracciato dai suoi predecessori». Non essendoci la parola «Trump» si era scatenata la bagarre.
Così Meloni ha ritenuto di precisare qualche ora più tardi: «Pensavo che il senso della mia dichiarazione fosse chiaro, ma lo ribadisco. Trovo inaccettabili le parole del presidente Trump nei confronti del Santo Padre. Il Papa è il capo della Chiesa cattolica ed è giusto e normale che invochi la pace e che condanni ogni forma di guerra». La polemica dell’opposizione è palesemente strumentale anche perché lo stesso tono istituzionale utilizzato da palazzo Chigi percorre l’augurio di Sergio Mattarella: non nomina mai la Casa Bianca ma nessuno si permette di «vergognarsi».
La processione continua. Nicola Zingaretti sgomita per mostrarsi in prima fila sul sagrato: «Non siamo di fronte a una divergenza politica ma a un tentativo esplicito di piegare l’autorità morale a una logica di propaganda. Noi stiamo con il Papa». E ci mancherebbe. Con un dettaglio inedito: è la prima volta. Perché a fungere oggi da guardie svizzere sono gli stessi leader politici schierati da anni e in modo ferreo con l’aborto «senza se e senza ma», con l’utero in affitto e i bambini comprati nelle fiere, con l’eutanasia come ultima allegra scampagnata. Punti fermi dell’ideologia progressista che vedono il pontefice da 2.000 anni sull’altro fronte. Perfino più vicino, nei valori non negoziabili, a Trump che a loro.
Elly Schlein da sempre ripete: «Non sono credente, sono laica». Ma non potendo farsi sorprendere dagli autonominati «catechisti per un giorno» decide di indossare il velo con buone ragioni: «Insultare il Papa per il suo fortissimo richiamo alla pace, al dialogo e alla dignità umana è un atto gravissimo che rivela fino in fondo la cultura della sopraffazione di chi non tollera voci libere». Tra i finti flagellanti c’è anche Matteo Renzi in fiocchetto e bermuda da capo scout. È meraviglioso vedere prìncipi e vestali del laicismo anticlericale aggrapparsi alla veste bianca per opportunismo politico. «I Trump passano, i papi restano. Ma non c’è nessuno che sventolava il cappellino Maga che oggi avverta il bisogno di stigmatizzare l’attacco della Casa Bianca? Tajani è ancora a Cologno Monzese a rapporto? Salvini potrà mai ritrovare la favella?».
Sempre concentrato su se stesso, il poco credibile prevosto di Italia viva si era dimenticato di aprire la homepage di tutti i siti. Matteo Salvini: «Se c’è una persona che si sta spendendo sul tema della pace e sulla soluzione del conflitto è papa Leone. Attaccare il Papa, uomo simbolo di pace e guida spirituale di miliardi di cattolici, non mi sembra una cosa utile e intelligente da fare». Antonio Tajani: «Nutro grandissimo rispetto nei confronti del Papa; è un uomo forte, determinato, parla di fede e di pace dal primo giorno. Condivido profondamente il suo pensiero». Maurizio Lupi (Noi Moderati): «Solidarietà piena al pontefice dopo le inopportune parole di Trump. In un tempo pieno di incertezze e irrazionalità è ancora una volta la Chiesa a indicare la via».
Tutto rientrato nell’alveo di un’intelligente normalità? No, perché quando arriva il vespro si materializza Giuseppe Conte. «Le parole del Papa sono la migliore reazione agli inqualificabili attacchi di Trump. Però Meloni, madre cristiana, ancora non si è schierata. Prenda posizione». Lo ha fatto due volte, ma nell’oratorio del centrosinistra la realtà è un optional.
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Trump nei panni di Gesù nell'immagine postata su Truth (Ansa)
E non perché noi abbiamo perso il senso dell’umorismo, ma perché a un certo punto, ci sia consentito dirlo con sfumatura nazional-populista, anche basta. Non ci sono mai piaciuti i discorsi pregiudizialmente ostili a The Donald, e anzi per l’uomo abbiamo nutrito inizialmente una certa simpatia. Dopo tutto aveva cominciato piuttosto bene, picconando il woke e presentandosi come il presidente della pace. Certo, non ha risolto il conflitto ucraino in 24 ore come promesso, ma che quella fosse una esagerazione da comizio lo sapeva perfino lui: l’importante era offrire segnali distensivi sulla Russia. Abbiamo tollerato certe sue uscite di pessimo gusto come i video propagandistici su Gaza trasformata in una sorta di nuova Dubai perché poco dopo si era prodigato per ottenere una sottospecie di tregua al massacro (un rallentamento dei bombardamenti era meglio che niente). Abbiamo perfino compreso la ratio dei dazi, per quanto rischiassero di mettere in difficoltà l’economia europea, perché in fondo il gioco sporco della Germania sulle esportazioni era noto e negli anni aveva danneggiato pure noi. E comunque le politiche green europee erano decisamente peggio delle gabelle americane. Abbiamo portato pazienza sull’attacco al Venezuela. Maduro non piaceva a nessuno, e in quel caso l’uso della forza era circoscritto, la strategia era piuttosto chiara e gli obiettivi sono stati velocemente raggiunti. Poi però è arrivato l’attacco all’Iran. E avrà pure qualche ragione, come sostengono certi strenui difensori di Washington, ma ogni tanto bisognerebbe anche ricordarsi che gli alleati vanno trattati con rispetto. Un rispetto per lo meno uguale a quello che gli Usa riservano a Israele. Invece Trump si è imbarcato in una impresa che i suoi più lungimiranti collaboratori gli avevano presentato come complessa e preferibilmente evitabile. Lo ha fatto a nostro danno, senza offrire nulla in cambio e senza un orizzonte chiaro. Sarà anche vero che lo scopo è colpire la Cina, ma se a farne le spese devono essere gli europei, beh allora anche no, grazie. E saranno brutti e cattivi gli ayatollah, come no. Però, di nuovo, occorre avere un po’ di rispetto. Dichiarare che «un’intera civiltà morirà stanotte» non è retorica bellica, è una aberrazione che dovrebbe suscitare vergogna, se non altro perché rende l’Occidente (o presunto tale) esattamente uguale ai nemici che dice di voler combattere in nome della libertà. In ogni caso, non si è trattato solo dell’Iran, ma pure del Libano. È stata lasciata mano libera a Benjamin Netanyahu, dalla cui brama di annientamento sinceramente non vorremmo essere né contagiati né sfiorati. Il Trump che si voleva presidente della pace è morto, sepolto sotto le bombe israeliane e sotto le stupidaggini proferite da certi consiglieri in fase di eccitazione militare. Adesso tocca al Papa. Il quale, con tutta evidenza, fa infuriare Donald perché non è controllabile e a differenza dei rappresentanti delle Chiese di Stato può agire senza condizionamenti politici. Trump, in escalation mistica, prima si finge Spirito santo sostenendo di averlo fatto eleggere. Poi si tramuta in Martin Lutero e lo copre di insulti perché osa parlare di pace. Infine si paragona a Cristo e si fabbrica da solo sui social ritratti da venerare. Non sappiamo se qualche svalvolato pastore evangelico o qualche bellicoso protestante-sionista abbia convinto il presidente di essere un nuovo Messia. Di certo nelle sue azioni si legge una buona dose di esaltazione apocalittica, emerge l’antico vizio dei puritani che si credevano i soli illuminati da Dio, investiti dalla missione sacra di redimere il mondo. Ma poco importa: Trump dovrebbe sapere che chi si crede il Messia ritornato, di solito, non fa una bella fine, e il più delle volte porta alla rovina un bel po’ di innocenti. Si, lo ammettiamo: Donald ci è stato simpatico, tempo fa. Ma adesso (non da oggi) ci suscita un solo commento: anche basta.
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