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2023-03-07
Una norma ad hoc per mettere in regola le mascherine fake
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«La situazione in Lombardia è drammatica, i medici sono ancora messi nelle condizioni di lavorare con protezioni insufficienti, secondo le notizie che ci arrivano dagli Ordini», denunciava il 12 marzo 2020 Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Anche in ospedale, mancano i dispositivi individuali di sicurezza, maschere Ffp3 e Ffp2, visiere, guanti, sovracamici monouso», elencava il responsabile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. L’11 marzo, l’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo, aveva mandato l’ennesimo sollecito all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. «Aiutaci, mandane più che puoi». La risposta doveva essere rassicurante: «Sì sì, stiamo lavorando e piano piano ne avremo sempre di più», è agli atti dell’inchiesta della procura di Bergamo.
Il 12 marzo, furono consegnate 97.000 mascherine chirurgiche e nella notte ne arrivarono altre 185.000, assieme a 25.000 Ffp2. Erano poche, quanto inutili, come risulta dalle chat che si scambiarono all’indomani il vice capo di gabinetto Tiziana Coccoluto e il suo responsabile, Goffredo Zaccardi. «Oggi hanno consegnato in Lombardia mascherine che ci hanno fatto saltare dalla sedia», scrive Coccoluto alle 22.45. Allega la foto di una di quelle vergognose pezzuole di tessuto trasparente, con tagli, e commenta: «Non è possibile che nessuno ci abbia avvertito». Il capo di gabinetto Zaccardi le risponde: «Dobbiamo parlare noi due da soli. A domani o lunedì».
Poche ore prima, l’ex assessore leghista lombardo Davide Caparini aveva pubblicato lo straccio «swiffer» su Fb. «La Protezione civile invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare a medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma... E intanto le persone si ammalano e muoiono», accusava, chiedendo le dimissioni di Borelli. L’allora assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, mostrerà ai giornalisti quelle strisce con i buchi per le orecchie. «A noi servono mascherine del tipo Fpp2 o Fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex. Le abbiamo ricevuto per proteggere medici e infermieri. Vi pare possibile?». Era una vergogna, aver spedito un materiale simile per la sicurezza dei sanitari. Eppure, il 20 marzo, l’allora ministro per le autonomie e coordinatore del tavolo Covid con le Regioni, Francesco Boccia, pensò trasformò il dramma in pagliacciata e si presentò in conferenza stampa con la mascherina swiffer appesa a un orecchio. Accanto a lui c’era Borrelli, ridente dopo aver annunciato che «avevamo superato i 4.000 morti».
Ma torniamo al 13 marzo 2020, quando sono molti ad accorgersi della porcheria inviata, per proteggere nelle zone più colpite dalla prima ondata. Lo stesso ex ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltra via chat una foto di quelle vergogne. Destinatario è il presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro, che gli gira alcuni messaggi sui controlli dei dpi. «La valutazione di sicurezza biologica ha dato esito favorevole», si legge nel primo. «Stiamo aspettando l’esito delle prove di efficacia filtrante», riporta il secondo. Brusaferro alla fine risponde al suo ministro che «un problema potrebbe essere la vestibilità, vista la forma». Speranza replica: «Di queste ne possiamo avere 1 milione al giorno. Senza, saremmo in grandissima difficoltà. Mi dicevano che il test fatto in California aveva dato esito positivo. Con certificato». Conviene, il capo dell’Iss, ma avverte che bisogna ancora aspettare l’esito delle «prove di efficacia filtrante».
Questione fondamentale, nel caso di mascherine che devono proteggere da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Poi Brusaferro parla d’altro, di Oms Europa «e del loro piano di mandare a Venezia gente», ma il ministro non vuole cambiare argomento. «Sono terrorizzato da questa cosa delle mascherine» scrive alle 21.46. Non deve averlo tranquillizzato il suo interlocutore, quando prova a spiegare: «Che io sappia hanno fatto autocertificazione in attesa di certificazione definitiva che è in corso in Usa. Lo faranno in pochissimo tempo». Insiste, preoccupato, l’uomo dei lockdown: «A me avevano detto Usa ok». Era così tormentato, dalla sicurezza delle mascherine, che il giorno dopo propone addirittura di fare una norma ad hoc, pur di salvare dispositivi provenienti dalla Cina. «Mascherine alternative», le definisce Speranza, «loro sono in grado di produrne in un numero altissimo». Alla faccia della salute degli italiani. Brusaferro è perentorio: «Sulla base dei dati consegnati non sembrano essere adatte alla componente sanitaria». Speranza non si rassegna e propone soluzioni da piazzista senza scrupoli. «Non è materiale per personale sanitario. E neanche dpi. Sarebbe per cittadini comuni quando escono a fare spesa o altro», ragiona con il capo dell’Iss. Poi chiede: «Non ha nessuna utilità o addirittura può essere dannoso? O comunque un po' di filtro lo fa? Dovremmo avere qualche elemento in più. Volendo potrei anche fare una norma sulla materia». Era pronto a modificare le disposizioni in materia di dispositivi di protezione, capito? Perché i cittadini, travolti dall’irruenza del Covid per la mancanza di un piano pandemico aggiornato, meritavano di proteggersi con inutili mascherine.
Il tecnico del ministero ammetteva: «Sui ventilatori promesse mancate»
Un messaggio Whatsapp inviato da Francesco Paolo Maraglino a un giornalista il 14 aprile 2020 fotografa perfettamente la disorganizzazione che regnava negli uffici del ministero della Salute in pieno lockdown. Cesare Buquicchio, direttore della testata Sanità informazione, aveva chiesto conferma dell’assenza dell’Italia alla riunione del Comitato sicurezza sanitaria dell’Ue. La risposta dell’allora direttore dell’ufficio Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale è disarmante: «Alla riunione non abbiamo partecipato in quanto per motivi tecnici (documentabili, se serve) non abbiamo ricevuto l’invito per problemi tecnico-informatici (mi si era bloccata la posta). Ovviamente la questione non ha in alcun modo influenzato la partecipazione del nostro paese alla Joint int procurement agreement della Ce al quale stiamo regolarmente partecipando».
Le chat agli atti dell’inchiesta della Procura di Bergamo, raccontano però che anche sugli approvvigionamenti attraverso l’Ue nella stanze del Ministero regnasse il caos. Il 4 marzo 2020, è proprio Maraglino che scrive a Achille Iachino (responsabile della direzione generale dei dispositivi medici) notizie sui ventilatori necessari: «Ciao Achille, il collega mio omologo della commissione europea mi chiede se abbiamo un fabbisogno per il nostro paese su numero di dispositivi per supporto ventilatorio». Iachino risponde dicendo che non è materia di sua competenza: «Ciao Francesco, è una questione di competenza della programmazione. La sta seguendo Urbani (Andrea, dirigente del ministero della Salute, ndr) che ha già qualche dato». Maraglino risponde meravigliato: «Mi ha detto lui di chiedere a te!». Iachino però è ancora più meravigliato: «Strano, lui ha chiesto alle regioni il fabbisogno e ieri ha dato alla protezione civile quello di Emilia, Lombardia e Veneto». Neanche una settimana dopo il 10 marzo, un disperato Giovanni Legnini (ex parlamentare Ds e Pd, all’epoca Commissario straordinario per la ricostruzione post sisma) scrive a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto del ministro Roberto Speranza): «La Regione Abruzzo ha bisogno urgente dei ventilatori, almeno un primo quantitativo dei 130 richiesti... I nostri reparti sono già in crisi e da noi non è ancora arrivata l’onda alta! Capisco la priorità di chi è in grave emergenza, ma di ora in ora i casi di positività crescono esponenzialmente, e in un solo giorno siamo passati da 1 a 9 terapie intensive. Siamo già quasi saturi». Undici giorni dopo, Legnini torna alla carica e i toni (maiuscole comprese), sono ancora più drammatici: «DUE GIORNI FA ho richiesto con forza dei ventilatori descrivendo l’urgenza per l’Abruzzo. Ieri pomeriggio nel corso della videoconferenza con il Governo e le Regioni il ministero della Salute mi ha assicurato l’invio nella serata di 3 ventilatori a turbina + 3 domiciliari, invece sono arrivati sei ventilatore Niv per terapia sub intensiva. Sono utili ma a noi servono ventilatori a turbina per intubati. Abbiamo chiesto ventilatori a turbina non Niv. Di Niv attualmente ne disponiamo, faranno sempre comodo, ma ORA ABBIAMO URGENZA DI ASSISTERE MALATI DA INTUBARE». Zaccardi inoltra a Legnini la risposta di Urbani: «Stiamo distribuendo quello che abbiamo. I ventilatori non ci sono. I prossimi 10 lunedì e abbiamo una Lombardia con 1100 in terapia intensiva […]. Lunedì sera forse atterra un carico dalla Cina e vediamo cosa c’è dentro». Il 24 marzo a due settimane di distanza dalle prime sollecitazioni, Legnini scrive ancora: «I cinque ventilatori in consegna ieri sera per l’Abruzzo, che erano stati promessi sin da venerdì, non sono arrivati». Zaccardi è costernato: «Sono basito non per i ritardi ma per le promesse mancate».
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Il capo dell’Iss Silvio Brusaferro scriveva: «Quei dispositivi non sono a norma». La risposta di Roberto Speranza: cambiamo i parametri.E l’Italia non ricevette l’invito a un vertice Ue d’emergenza a causa di una mail bloccata.Lo speciale contiene due articoli.«La situazione in Lombardia è drammatica, i medici sono ancora messi nelle condizioni di lavorare con protezioni insufficienti, secondo le notizie che ci arrivano dagli Ordini», denunciava il 12 marzo 2020 Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Anche in ospedale, mancano i dispositivi individuali di sicurezza, maschere Ffp3 e Ffp2, visiere, guanti, sovracamici monouso», elencava il responsabile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. L’11 marzo, l’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo, aveva mandato l’ennesimo sollecito all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. «Aiutaci, mandane più che puoi». La risposta doveva essere rassicurante: «Sì sì, stiamo lavorando e piano piano ne avremo sempre di più», è agli atti dell’inchiesta della procura di Bergamo.Il 12 marzo, furono consegnate 97.000 mascherine chirurgiche e nella notte ne arrivarono altre 185.000, assieme a 25.000 Ffp2. Erano poche, quanto inutili, come risulta dalle chat che si scambiarono all’indomani il vice capo di gabinetto Tiziana Coccoluto e il suo responsabile, Goffredo Zaccardi. «Oggi hanno consegnato in Lombardia mascherine che ci hanno fatto saltare dalla sedia», scrive Coccoluto alle 22.45. Allega la foto di una di quelle vergognose pezzuole di tessuto trasparente, con tagli, e commenta: «Non è possibile che nessuno ci abbia avvertito». Il capo di gabinetto Zaccardi le risponde: «Dobbiamo parlare noi due da soli. A domani o lunedì». Poche ore prima, l’ex assessore leghista lombardo Davide Caparini aveva pubblicato lo straccio «swiffer» su Fb. «La Protezione civile invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare a medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma... E intanto le persone si ammalano e muoiono», accusava, chiedendo le dimissioni di Borelli. L’allora assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, mostrerà ai giornalisti quelle strisce con i buchi per le orecchie. «A noi servono mascherine del tipo Fpp2 o Fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex. Le abbiamo ricevuto per proteggere medici e infermieri. Vi pare possibile?». Era una vergogna, aver spedito un materiale simile per la sicurezza dei sanitari. Eppure, il 20 marzo, l’allora ministro per le autonomie e coordinatore del tavolo Covid con le Regioni, Francesco Boccia, pensò trasformò il dramma in pagliacciata e si presentò in conferenza stampa con la mascherina swiffer appesa a un orecchio. Accanto a lui c’era Borrelli, ridente dopo aver annunciato che «avevamo superato i 4.000 morti».Ma torniamo al 13 marzo 2020, quando sono molti ad accorgersi della porcheria inviata, per proteggere nelle zone più colpite dalla prima ondata. Lo stesso ex ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltra via chat una foto di quelle vergogne. Destinatario è il presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro, che gli gira alcuni messaggi sui controlli dei dpi. «La valutazione di sicurezza biologica ha dato esito favorevole», si legge nel primo. «Stiamo aspettando l’esito delle prove di efficacia filtrante», riporta il secondo. Brusaferro alla fine risponde al suo ministro che «un problema potrebbe essere la vestibilità, vista la forma». Speranza replica: «Di queste ne possiamo avere 1 milione al giorno. Senza, saremmo in grandissima difficoltà. Mi dicevano che il test fatto in California aveva dato esito positivo. Con certificato». Conviene, il capo dell’Iss, ma avverte che bisogna ancora aspettare l’esito delle «prove di efficacia filtrante». Questione fondamentale, nel caso di mascherine che devono proteggere da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Poi Brusaferro parla d’altro, di Oms Europa «e del loro piano di mandare a Venezia gente», ma il ministro non vuole cambiare argomento. «Sono terrorizzato da questa cosa delle mascherine» scrive alle 21.46. Non deve averlo tranquillizzato il suo interlocutore, quando prova a spiegare: «Che io sappia hanno fatto autocertificazione in attesa di certificazione definitiva che è in corso in Usa. Lo faranno in pochissimo tempo». Insiste, preoccupato, l’uomo dei lockdown: «A me avevano detto Usa ok». Era così tormentato, dalla sicurezza delle mascherine, che il giorno dopo propone addirittura di fare una norma ad hoc, pur di salvare dispositivi provenienti dalla Cina. «Mascherine alternative», le definisce Speranza, «loro sono in grado di produrne in un numero altissimo». Alla faccia della salute degli italiani. Brusaferro è perentorio: «Sulla base dei dati consegnati non sembrano essere adatte alla componente sanitaria». Speranza non si rassegna e propone soluzioni da piazzista senza scrupoli. «Non è materiale per personale sanitario. E neanche dpi. Sarebbe per cittadini comuni quando escono a fare spesa o altro», ragiona con il capo dell’Iss. Poi chiede: «Non ha nessuna utilità o addirittura può essere dannoso? O comunque un po' di filtro lo fa? Dovremmo avere qualche elemento in più. Volendo potrei anche fare una norma sulla materia». Era pronto a modificare le disposizioni in materia di dispositivi di protezione, capito? Perché i cittadini, travolti dall’irruenza del Covid per la mancanza di un piano pandemico aggiornato, meritavano di proteggersi con inutili mascherine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/norma-mettere-regola-mascherine-fake-2659512782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-tecnico-del-ministero-ammetteva-sui-ventilatori-promesse-mancate" data-post-id="2659512782" data-published-at="1678159477" data-use-pagination="False"> Il tecnico del ministero ammetteva: «Sui ventilatori promesse mancate» Un messaggio Whatsapp inviato da Francesco Paolo Maraglino a un giornalista il 14 aprile 2020 fotografa perfettamente la disorganizzazione che regnava negli uffici del ministero della Salute in pieno lockdown. Cesare Buquicchio, direttore della testata Sanità informazione, aveva chiesto conferma dell’assenza dell’Italia alla riunione del Comitato sicurezza sanitaria dell’Ue. La risposta dell’allora direttore dell’ufficio Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale è disarmante: «Alla riunione non abbiamo partecipato in quanto per motivi tecnici (documentabili, se serve) non abbiamo ricevuto l’invito per problemi tecnico-informatici (mi si era bloccata la posta). Ovviamente la questione non ha in alcun modo influenzato la partecipazione del nostro paese alla Joint int procurement agreement della Ce al quale stiamo regolarmente partecipando». Le chat agli atti dell’inchiesta della Procura di Bergamo, raccontano però che anche sugli approvvigionamenti attraverso l’Ue nella stanze del Ministero regnasse il caos. Il 4 marzo 2020, è proprio Maraglino che scrive a Achille Iachino (responsabile della direzione generale dei dispositivi medici) notizie sui ventilatori necessari: «Ciao Achille, il collega mio omologo della commissione europea mi chiede se abbiamo un fabbisogno per il nostro paese su numero di dispositivi per supporto ventilatorio». Iachino risponde dicendo che non è materia di sua competenza: «Ciao Francesco, è una questione di competenza della programmazione. La sta seguendo Urbani (Andrea, dirigente del ministero della Salute, ndr) che ha già qualche dato». Maraglino risponde meravigliato: «Mi ha detto lui di chiedere a te!». Iachino però è ancora più meravigliato: «Strano, lui ha chiesto alle regioni il fabbisogno e ieri ha dato alla protezione civile quello di Emilia, Lombardia e Veneto». Neanche una settimana dopo il 10 marzo, un disperato Giovanni Legnini (ex parlamentare Ds e Pd, all’epoca Commissario straordinario per la ricostruzione post sisma) scrive a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto del ministro Roberto Speranza): «La Regione Abruzzo ha bisogno urgente dei ventilatori, almeno un primo quantitativo dei 130 richiesti... I nostri reparti sono già in crisi e da noi non è ancora arrivata l’onda alta! Capisco la priorità di chi è in grave emergenza, ma di ora in ora i casi di positività crescono esponenzialmente, e in un solo giorno siamo passati da 1 a 9 terapie intensive. Siamo già quasi saturi». Undici giorni dopo, Legnini torna alla carica e i toni (maiuscole comprese), sono ancora più drammatici: «DUE GIORNI FA ho richiesto con forza dei ventilatori descrivendo l’urgenza per l’Abruzzo. Ieri pomeriggio nel corso della videoconferenza con il Governo e le Regioni il ministero della Salute mi ha assicurato l’invio nella serata di 3 ventilatori a turbina + 3 domiciliari, invece sono arrivati sei ventilatore Niv per terapia sub intensiva. Sono utili ma a noi servono ventilatori a turbina per intubati. Abbiamo chiesto ventilatori a turbina non Niv. Di Niv attualmente ne disponiamo, faranno sempre comodo, ma ORA ABBIAMO URGENZA DI ASSISTERE MALATI DA INTUBARE». Zaccardi inoltra a Legnini la risposta di Urbani: «Stiamo distribuendo quello che abbiamo. I ventilatori non ci sono. I prossimi 10 lunedì e abbiamo una Lombardia con 1100 in terapia intensiva […]. Lunedì sera forse atterra un carico dalla Cina e vediamo cosa c’è dentro». Il 24 marzo a due settimane di distanza dalle prime sollecitazioni, Legnini scrive ancora: «I cinque ventilatori in consegna ieri sera per l’Abruzzo, che erano stati promessi sin da venerdì, non sono arrivati». Zaccardi è costernato: «Sono basito non per i ritardi ma per le promesse mancate».
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Non hanno sbandierato gli ultimi rimpatri, da Berlino. Il settimanale Spiegel ha scovato la notizia e ieri l’ha data: un volo charter è decollato dopo mezzanotte di lunedì da Lipsia, con a bordo 25 afghani con precedenti penali, trasferiti all’aeroporto direttamente dal carcere. L’aereo ha fatto scalo in Turchia, a Trebisonda, per poi dirigersi a Kabul. I «remigrati» si erano macchiati di vari reati, tra cui furto, ricettazione, traffico di droga, stupro di gruppo, omicidio colposo, sequestro di persona, rapimento a scopo d’estorsione e crimini «a sfondo politico». Su quest’ultimo reato non sono state diffuse precisazioni. Secondo il settimanale tedesco, questo trasferimento è stato trattato in modo riservato tra le autorità tedesche e il governo dei talebani. A febbraio, c’erano stati altri 20 pregiudicati rimandati in Afghanistan. Ma l’espulsione maggiore è stata quella dello scorso luglio, quando furono imbarcati su un aereo per Kabul 81 persone, tutte pregiudicate, a seguito di una trattativa che aveva visto la mediazione del Qatar, visto che formalmente non ci sono rapporti diplomatici ufficiali con l’Afghanistan.
Anche se si tratta di soggetti che si sono macchiati di reati, le Nazioni unite e molte Ong non vedono di buon occhio questi accordi bilaterali, sia con l’Afghanistan sia con la Siria. E anche l’Ue sta andando a rilento sulla faccenda, nonostante le pressioni di molti Stati membri, con la scusa che a Kabul e a Damasco i diritti umani sono spesso violati e i detenuti rischiano torture e gravi privazioni.
Lo scorso 21 ottobre c’è stato un episodio clamoroso. Dieci Paesi europei, tra cui Germania, Italia, Svezia, Paesi Bassi e Polonia, hanno scritto una lettera a Bruxelles affermando che «l’Ue deve dare una risposta decisa e coordinata per riprendere il controllo sulla migrazione e sulla sicurezza». E hanno indicato l’espulsione degli afghani «senza diritto di residenza» tra i compiti che si deve assumere l’Ue. Secondo quel documento, a fine ottobre c’erano circa 22.870 afghani nell’Ue, che avevano ricevuto una decisione di rimpatrio nel 2024. Ma solo 435 persone sono effettivamente tornate nel loro Paese d’origine.
La Germania, stufa di aspettare, si sta muovendo da sola e batte i propri canali diplomatici. Lo sta facendo anche con i siriani, considerato che a Damasco non c’è più Assad, ma un regime ben visto dall’Europa, anche se guidato da un ex terrorista islamico abilmente ripulito come Ahmad al Shara. Tecnicamente, per l’Ue l’Afghanistan e la Siria sono Paesi d’origine «non sicuri». Il governo dei talebani non è riconosciuto a livello internazionale e non ci sono basi giuridiche per le espulsioni congiunte dell’Ue. Neppure in caso di delinquenti conclamati. Servono quindi un nuovo accordo sui rimpatri, o una modifica della direttiva sul tema, che richiedono l’approvazione dell’Europarlamento e del Consiglio Ue. Chi si muove in autonomia, come Berlino, deve comunque rispettare le norme europee e la Cedu. E poi ci sono i tribunali nazionali, che possono bloccare le cosiddette deportazioni nel caso ravvisino minacce alla vita, all’integrità fisica o alla libertà.
Al di là della prudenza dell’Unione, grazie alla decisione con la quale la Germania sta battendo la sua strada con afghani e siriani (si sta sempre parlando di pregiudicati), anche l’Italia risulta meno sola. O meglio, criticato in patria per l’accordo con l’Albania, il governo Meloni in realtà non è poi tanto solo sull’immigrazione, almeno nell’Europa che conta. Un altro esempio arriva dal Regno Unito, guidato dai laburisti, che la scorsa settimana ha firmato un nuovo accordo con la Francia per collaborare nel fermare i clandestini che vogliono attraversare la Manica. Il tutto con la previsione di robusti incentivi economici a favore della polizia francese, da parte del governo di Keir Starmer. Si tratta di un bagno di realtà, di una presa d’atto (quasi tardiva) che il problema dell’immigrazione clandestina non era solo di chi ha tanti chilometri di coste a Sud. E il motivo è che, con le destre in vantaggio nei sondaggi sia in Regno Unito che in Francia, nessun governante vuole andare a casa per colpa dell’immigrazione fuori controllo. Neppure se vuol fare il progressista.
E proprio ieri, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati di Berlino ha reso noto che la Germania non è più la prima destinazione d’asilo d’Europa. Nel primo trimestre, le domande sono calate del 23% rispetto al medesimo periodo del 2025 e per la prima volta la Germania perde il primo posto per scendere al quarto, subito dietro all’Italia. Attenzione, però, perché Germania, Italia, Spagna e Francia continuano a rappresentare complessivamente il 75% di tutte le prime domande d’asilo del Continente. A lungo negata, anche sull’immigrazione clandestina c’è una legge della domanda e dell’offerta. Dove i messaggi che un singolo governo manda, come quello di Berlino, contano parecchio.
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La sinistra è sicura di condividere la voglia di cambiamento che una nutrita schiera di musulmani vuole esprimere, attraverso suoi rappresentanti nelle nostre istituzioni? In ogni caso, molti invece sono preoccupati, e a ragione, per quella che appare una islamizzazione veicolata dal Pd.
I bengalesi «sono una comunità numerosa, organizzata, coesa. Hanno obiettivi precisi e li perseguono con metodo», scrive sui social Francesca Zaccariotto, assessore comunale a Venezia di Fratelli d’Italia. «Hanno capito qualcosa che noi abbiamo dimenticato o, peggio, fingiamo di ignorare: quando non puoi conquistare uno spazio frontalmente, lo fai in modo strategico. Una lezione antica quanto la storia: il Cavallo di Troia. Qui il meccanismo è semplice: non serve convincere tutti, basta essere compatti. Bastano poche migliaia di voti ben indirizzati per determinare un’elezione».
In ballo non c’è solo la questione, seppur rilevante, della gigantesca moschea a Mestre che dovrebbe sorgere sul terreno di un’ex falegnameria. La vera preoccupazione è per i valori, i principi, la visione democratica che mai potrebbe avere una comunità bengalese i cui appartenenti preferiscono utilizzare la propria lingua in parte della comunicazione, mostrandosi nelle locandine elettorali in abiti tradizionali e velo islamico, con scritte bangla come ulteriore segno di differenziazione.
Tra i più numerosi in Laguna, 20.000 considerando residenti e domiciliati, ben 3.000 bengalesi hanno la cittadinanza italiana. Domenica 24 e lunedì 25 maggio, dunque, potranno recarsi alle urne per eleggere il prossimo sindaco di Venezia e contribuire al rinnovo dei Consigli comunali in diverse municipalità. A differenza di molti elettori veneti disamorati o indifferenti alle amministrative come purtroppo accade in altre Regioni italiane, i bengalesi hanno idee ben chiare o, meglio, obbediscono alle indicazioni di voto dei loro rappresentanti.
Se i sei candidati fanno parte del campo largo messo insieme dalla sinistra (da Pd ad Avs, M5s, +Europa), è pressoché scontato che gran parte di quei 3.000 elettori bengalesi non esprimeranno preferenze a destra. Possono essere determinanti per la vittoria del Pd, ma così otterranno anche dei consiglieri che rappresentano i bengalesi, ovvero pronti a dare ancora più voce a istanze dei musulmani.
«Non si è trattato di qualche presenza, ma di una lista di supporto fatta appositamente. Quindi con la volontà di andare a raccattare voti, nella tendenza di annacquamento totale della realtà identitaria che c’è a Venezia», commenta Riccardo Szumski, il medico eletto consigliere regionale di Resistere Veneto con più di 17.000 preferenze. «Il Pd è molto attento alle esigenze di inclusione, ma anche alla sovrapposizione a scapito degli autoctoni. Come andrà a finire? A pensare male forse non si sbaglia troppo».
Davide Lovat, l’altro consigliere regionale di Resistere Veneto, pone l’accento su quanto appare nei volantini elettorali dove i candidati vengono presentati in caratteri bangla sotto il simbolo del Pd: «Non si può accettare che venga scritto “Vota nel nome di Allah, il compassionevole, il misericordioso”, perché significa che si vuole applicare quel tipo di cultura nell’ambito delle istituzioni democratiche, senza riconoscerne le regole. L’islam, che non riconosce la laicità dello Stato, è incompatibile con la democrazia».
«Il nostro impegno è chiaro, restituire potere alle municipalità e voce ai cittadini: è da qui che deve ripartire il governo della città», scriveva qualche giorno fa Martella. Osserva invece Zaccariotto «Quando dicono “eleggeteci e vedrete cosa faremo nei prossimi cinque anni […] eleggeteci e faremo la moschea” non parliamo più di integrazione ma di imposizione. Il rischio è che il voto diventi identitario, etnico, e non più basato su una visione condivisa del bene comune».
Ermelinda Damiano, presidente del consiglio comunale uscente e candidata con la lista civica Venturini sindaco, ricorda che «parliamo di una visione del mondo che non prevede l’indipendenza economica della donna, la libertà di vestirsi come si vuole, di studiare liberamente, di avere relazioni con persone di altre confessioni religiose. Una religione che prevede la sottomissione all’uomo, il velo, la separazione tra uomini e donne anche negli spazi pubblici. Tutto questo non è compatibile con i valori su cui abbiamo costruito la nostra società», ha dichiarato a Venezia Today, chiedendo alle donne del Pd di «non tacere».
L’eurodeputata della Lega ed ex sindaco di Monfalcone Anna Maria Cisint non ha dubbi: «Il Partito democratico a Venezia si fa partito islamico e spalanca le porte del Comune all’islam più radicale. Una croce sul simbolo del Pd diventa un voto per l’applicazione dei dogmi della sharia, un lasciapassare per coloro che, secondo la strategia dell’islam politico di conquista, vogliono entrare nelle istituzioni per cambiare le regole a loro piacimento, nel solo interesse di una parte della città: quella islamica».
Aggiunge: «L’obiettivo è modificare i piani regolatori per realizzare moschee, cimiteri islamici, poligamia, Ramadan e feste del sacrificio ovunque, e in quei contesti predicare dogmi della sharia incompatibili con le nostre leggi e i nostri valori». Un’invasione che va fermata.
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Dalla ristorazione alla grande distribuzione, dal confezionamento alimentare al retail: l’estate si conferma un momento chiave per chi cerca lavoro, con migliaia di posizioni aperte in tutta Italia secondo Openjobmetis.
L’estate si conferma anche nel 2026 un momento chiave per chi è alla ricerca di un impiego. A dirlo è Openjobmetis, che segnala oltre 2.000 posizioni aperte in tutta Italia tra contratti stagionali e opportunità a più lungo termine.
La domanda di lavoro si distribuisce lungo tutta la penisola, ma con una concentrazione più marcata nelle aree a forte vocazione turistica e nei distretti produttivi. Il Nord si conferma il principale motore occupazionale, con il Veneto in prima linea: nella regione si contano più di 300 posizioni aperte nel periodo compreso tra maggio e settembre.
Proprio il Veneto offre una fotografia della varietà delle opportunità estive. Accanto agli impieghi nel commercio, con circa 50 addetti vendita tra Padova, Venezia e Vicenza, cresce la richiesta anche nel comparto produttivo e alimentare, dove si cercano operai e addetti alla lavorazione. Nelle zone turistiche, come il litorale veneziano e Jesolo, aumenta invece il fabbisogno nella ristorazione, nei servizi e nella grande distribuzione.
Il turismo resta infatti uno dei principali motori dell’occupazione stagionale. Dalla Sardegna alla Calabria, passando per Emilia-Romagna e Toscana, alberghi, ristoranti e attività legate all’accoglienza continuano a trainare le assunzioni. In Sardegna, in particolare, si concentrano opportunità per camerieri, personale alberghiero, addetti ai fast food e bagnini, oltre a figure legate ai servizi essenziali come la gestione dei rifiuti, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Situazione simile lungo la costa adriatica dell’Emilia-Romagna e nelle località balneari calabresi, dove resta alta la richiesta di personale per hotel, ristorazione e grande distribuzione.
Accanto al turismo, si rafforza anche il comparto della logistica. In regioni come Liguria, Piemonte e Marche si registra una domanda significativa di magazzinieri, autisti e addetti al carico e scarico merci, spinta sia dall’aumento dei consumi estivi sia dalle necessità di rifornimento delle località turistiche.
Un contributo rilevante arriva inoltre dal settore produttivo e agroalimentare. L’Emilia-Romagna si distingue per il numero di opportunità nella lavorazione della frutta e nella logistica industriale, con diverse posizioni tra addetti alla cernita, carrellisti e operatori di magazzino nell’area di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Anche Marche e Umbria confermano il peso del comparto alimentare, in particolare nelle attività di confezionamento, con un focus sul distretto di Perugia.
Nel complesso emerge un mercato del lavoro estivo sempre più articolato, dove alla tradizionale flessibilità dei lavori stagionali si affianca una crescente richiesta di profili tecnici e specializzati. Un’evoluzione che, secondo Elisa Fagotto, apre nuove prospettive: l’estate non rappresenta più soltanto una fase temporanea, ma diventa anche un’occasione per le aziende di valutare nuove risorse e, per molti lavoratori, un possibile punto di partenza verso impieghi più stabili.
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