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2023-03-07
Una norma ad hoc per mettere in regola le mascherine fake
iStock
«La situazione in Lombardia è drammatica, i medici sono ancora messi nelle condizioni di lavorare con protezioni insufficienti, secondo le notizie che ci arrivano dagli Ordini», denunciava il 12 marzo 2020 Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Anche in ospedale, mancano i dispositivi individuali di sicurezza, maschere Ffp3 e Ffp2, visiere, guanti, sovracamici monouso», elencava il responsabile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. L’11 marzo, l’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo, aveva mandato l’ennesimo sollecito all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. «Aiutaci, mandane più che puoi». La risposta doveva essere rassicurante: «Sì sì, stiamo lavorando e piano piano ne avremo sempre di più», è agli atti dell’inchiesta della procura di Bergamo.
Il 12 marzo, furono consegnate 97.000 mascherine chirurgiche e nella notte ne arrivarono altre 185.000, assieme a 25.000 Ffp2. Erano poche, quanto inutili, come risulta dalle chat che si scambiarono all’indomani il vice capo di gabinetto Tiziana Coccoluto e il suo responsabile, Goffredo Zaccardi. «Oggi hanno consegnato in Lombardia mascherine che ci hanno fatto saltare dalla sedia», scrive Coccoluto alle 22.45. Allega la foto di una di quelle vergognose pezzuole di tessuto trasparente, con tagli, e commenta: «Non è possibile che nessuno ci abbia avvertito». Il capo di gabinetto Zaccardi le risponde: «Dobbiamo parlare noi due da soli. A domani o lunedì».
Poche ore prima, l’ex assessore leghista lombardo Davide Caparini aveva pubblicato lo straccio «swiffer» su Fb. «La Protezione civile invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare a medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma... E intanto le persone si ammalano e muoiono», accusava, chiedendo le dimissioni di Borelli. L’allora assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, mostrerà ai giornalisti quelle strisce con i buchi per le orecchie. «A noi servono mascherine del tipo Fpp2 o Fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex. Le abbiamo ricevuto per proteggere medici e infermieri. Vi pare possibile?». Era una vergogna, aver spedito un materiale simile per la sicurezza dei sanitari. Eppure, il 20 marzo, l’allora ministro per le autonomie e coordinatore del tavolo Covid con le Regioni, Francesco Boccia, pensò trasformò il dramma in pagliacciata e si presentò in conferenza stampa con la mascherina swiffer appesa a un orecchio. Accanto a lui c’era Borrelli, ridente dopo aver annunciato che «avevamo superato i 4.000 morti».
Ma torniamo al 13 marzo 2020, quando sono molti ad accorgersi della porcheria inviata, per proteggere nelle zone più colpite dalla prima ondata. Lo stesso ex ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltra via chat una foto di quelle vergogne. Destinatario è il presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro, che gli gira alcuni messaggi sui controlli dei dpi. «La valutazione di sicurezza biologica ha dato esito favorevole», si legge nel primo. «Stiamo aspettando l’esito delle prove di efficacia filtrante», riporta il secondo. Brusaferro alla fine risponde al suo ministro che «un problema potrebbe essere la vestibilità, vista la forma». Speranza replica: «Di queste ne possiamo avere 1 milione al giorno. Senza, saremmo in grandissima difficoltà. Mi dicevano che il test fatto in California aveva dato esito positivo. Con certificato». Conviene, il capo dell’Iss, ma avverte che bisogna ancora aspettare l’esito delle «prove di efficacia filtrante».
Questione fondamentale, nel caso di mascherine che devono proteggere da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Poi Brusaferro parla d’altro, di Oms Europa «e del loro piano di mandare a Venezia gente», ma il ministro non vuole cambiare argomento. «Sono terrorizzato da questa cosa delle mascherine» scrive alle 21.46. Non deve averlo tranquillizzato il suo interlocutore, quando prova a spiegare: «Che io sappia hanno fatto autocertificazione in attesa di certificazione definitiva che è in corso in Usa. Lo faranno in pochissimo tempo». Insiste, preoccupato, l’uomo dei lockdown: «A me avevano detto Usa ok». Era così tormentato, dalla sicurezza delle mascherine, che il giorno dopo propone addirittura di fare una norma ad hoc, pur di salvare dispositivi provenienti dalla Cina. «Mascherine alternative», le definisce Speranza, «loro sono in grado di produrne in un numero altissimo». Alla faccia della salute degli italiani. Brusaferro è perentorio: «Sulla base dei dati consegnati non sembrano essere adatte alla componente sanitaria». Speranza non si rassegna e propone soluzioni da piazzista senza scrupoli. «Non è materiale per personale sanitario. E neanche dpi. Sarebbe per cittadini comuni quando escono a fare spesa o altro», ragiona con il capo dell’Iss. Poi chiede: «Non ha nessuna utilità o addirittura può essere dannoso? O comunque un po' di filtro lo fa? Dovremmo avere qualche elemento in più. Volendo potrei anche fare una norma sulla materia». Era pronto a modificare le disposizioni in materia di dispositivi di protezione, capito? Perché i cittadini, travolti dall’irruenza del Covid per la mancanza di un piano pandemico aggiornato, meritavano di proteggersi con inutili mascherine.
Il tecnico del ministero ammetteva: «Sui ventilatori promesse mancate»
Un messaggio Whatsapp inviato da Francesco Paolo Maraglino a un giornalista il 14 aprile 2020 fotografa perfettamente la disorganizzazione che regnava negli uffici del ministero della Salute in pieno lockdown. Cesare Buquicchio, direttore della testata Sanità informazione, aveva chiesto conferma dell’assenza dell’Italia alla riunione del Comitato sicurezza sanitaria dell’Ue. La risposta dell’allora direttore dell’ufficio Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale è disarmante: «Alla riunione non abbiamo partecipato in quanto per motivi tecnici (documentabili, se serve) non abbiamo ricevuto l’invito per problemi tecnico-informatici (mi si era bloccata la posta). Ovviamente la questione non ha in alcun modo influenzato la partecipazione del nostro paese alla Joint int procurement agreement della Ce al quale stiamo regolarmente partecipando».
Le chat agli atti dell’inchiesta della Procura di Bergamo, raccontano però che anche sugli approvvigionamenti attraverso l’Ue nella stanze del Ministero regnasse il caos. Il 4 marzo 2020, è proprio Maraglino che scrive a Achille Iachino (responsabile della direzione generale dei dispositivi medici) notizie sui ventilatori necessari: «Ciao Achille, il collega mio omologo della commissione europea mi chiede se abbiamo un fabbisogno per il nostro paese su numero di dispositivi per supporto ventilatorio». Iachino risponde dicendo che non è materia di sua competenza: «Ciao Francesco, è una questione di competenza della programmazione. La sta seguendo Urbani (Andrea, dirigente del ministero della Salute, ndr) che ha già qualche dato». Maraglino risponde meravigliato: «Mi ha detto lui di chiedere a te!». Iachino però è ancora più meravigliato: «Strano, lui ha chiesto alle regioni il fabbisogno e ieri ha dato alla protezione civile quello di Emilia, Lombardia e Veneto». Neanche una settimana dopo il 10 marzo, un disperato Giovanni Legnini (ex parlamentare Ds e Pd, all’epoca Commissario straordinario per la ricostruzione post sisma) scrive a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto del ministro Roberto Speranza): «La Regione Abruzzo ha bisogno urgente dei ventilatori, almeno un primo quantitativo dei 130 richiesti... I nostri reparti sono già in crisi e da noi non è ancora arrivata l’onda alta! Capisco la priorità di chi è in grave emergenza, ma di ora in ora i casi di positività crescono esponenzialmente, e in un solo giorno siamo passati da 1 a 9 terapie intensive. Siamo già quasi saturi». Undici giorni dopo, Legnini torna alla carica e i toni (maiuscole comprese), sono ancora più drammatici: «DUE GIORNI FA ho richiesto con forza dei ventilatori descrivendo l’urgenza per l’Abruzzo. Ieri pomeriggio nel corso della videoconferenza con il Governo e le Regioni il ministero della Salute mi ha assicurato l’invio nella serata di 3 ventilatori a turbina + 3 domiciliari, invece sono arrivati sei ventilatore Niv per terapia sub intensiva. Sono utili ma a noi servono ventilatori a turbina per intubati. Abbiamo chiesto ventilatori a turbina non Niv. Di Niv attualmente ne disponiamo, faranno sempre comodo, ma ORA ABBIAMO URGENZA DI ASSISTERE MALATI DA INTUBARE». Zaccardi inoltra a Legnini la risposta di Urbani: «Stiamo distribuendo quello che abbiamo. I ventilatori non ci sono. I prossimi 10 lunedì e abbiamo una Lombardia con 1100 in terapia intensiva […]. Lunedì sera forse atterra un carico dalla Cina e vediamo cosa c’è dentro». Il 24 marzo a due settimane di distanza dalle prime sollecitazioni, Legnini scrive ancora: «I cinque ventilatori in consegna ieri sera per l’Abruzzo, che erano stati promessi sin da venerdì, non sono arrivati». Zaccardi è costernato: «Sono basito non per i ritardi ma per le promesse mancate».
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Il capo dell’Iss Silvio Brusaferro scriveva: «Quei dispositivi non sono a norma». La risposta di Roberto Speranza: cambiamo i parametri.E l’Italia non ricevette l’invito a un vertice Ue d’emergenza a causa di una mail bloccata.Lo speciale contiene due articoli.«La situazione in Lombardia è drammatica, i medici sono ancora messi nelle condizioni di lavorare con protezioni insufficienti, secondo le notizie che ci arrivano dagli Ordini», denunciava il 12 marzo 2020 Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Anche in ospedale, mancano i dispositivi individuali di sicurezza, maschere Ffp3 e Ffp2, visiere, guanti, sovracamici monouso», elencava il responsabile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. L’11 marzo, l’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo, aveva mandato l’ennesimo sollecito all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. «Aiutaci, mandane più che puoi». La risposta doveva essere rassicurante: «Sì sì, stiamo lavorando e piano piano ne avremo sempre di più», è agli atti dell’inchiesta della procura di Bergamo.Il 12 marzo, furono consegnate 97.000 mascherine chirurgiche e nella notte ne arrivarono altre 185.000, assieme a 25.000 Ffp2. Erano poche, quanto inutili, come risulta dalle chat che si scambiarono all’indomani il vice capo di gabinetto Tiziana Coccoluto e il suo responsabile, Goffredo Zaccardi. «Oggi hanno consegnato in Lombardia mascherine che ci hanno fatto saltare dalla sedia», scrive Coccoluto alle 22.45. Allega la foto di una di quelle vergognose pezzuole di tessuto trasparente, con tagli, e commenta: «Non è possibile che nessuno ci abbia avvertito». Il capo di gabinetto Zaccardi le risponde: «Dobbiamo parlare noi due da soli. A domani o lunedì». Poche ore prima, l’ex assessore leghista lombardo Davide Caparini aveva pubblicato lo straccio «swiffer» su Fb. «La Protezione civile invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare a medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma... E intanto le persone si ammalano e muoiono», accusava, chiedendo le dimissioni di Borelli. L’allora assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, mostrerà ai giornalisti quelle strisce con i buchi per le orecchie. «A noi servono mascherine del tipo Fpp2 o Fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex. Le abbiamo ricevuto per proteggere medici e infermieri. Vi pare possibile?». Era una vergogna, aver spedito un materiale simile per la sicurezza dei sanitari. Eppure, il 20 marzo, l’allora ministro per le autonomie e coordinatore del tavolo Covid con le Regioni, Francesco Boccia, pensò trasformò il dramma in pagliacciata e si presentò in conferenza stampa con la mascherina swiffer appesa a un orecchio. Accanto a lui c’era Borrelli, ridente dopo aver annunciato che «avevamo superato i 4.000 morti».Ma torniamo al 13 marzo 2020, quando sono molti ad accorgersi della porcheria inviata, per proteggere nelle zone più colpite dalla prima ondata. Lo stesso ex ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltra via chat una foto di quelle vergogne. Destinatario è il presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro, che gli gira alcuni messaggi sui controlli dei dpi. «La valutazione di sicurezza biologica ha dato esito favorevole», si legge nel primo. «Stiamo aspettando l’esito delle prove di efficacia filtrante», riporta il secondo. Brusaferro alla fine risponde al suo ministro che «un problema potrebbe essere la vestibilità, vista la forma». Speranza replica: «Di queste ne possiamo avere 1 milione al giorno. Senza, saremmo in grandissima difficoltà. Mi dicevano che il test fatto in California aveva dato esito positivo. Con certificato». Conviene, il capo dell’Iss, ma avverte che bisogna ancora aspettare l’esito delle «prove di efficacia filtrante». Questione fondamentale, nel caso di mascherine che devono proteggere da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Poi Brusaferro parla d’altro, di Oms Europa «e del loro piano di mandare a Venezia gente», ma il ministro non vuole cambiare argomento. «Sono terrorizzato da questa cosa delle mascherine» scrive alle 21.46. Non deve averlo tranquillizzato il suo interlocutore, quando prova a spiegare: «Che io sappia hanno fatto autocertificazione in attesa di certificazione definitiva che è in corso in Usa. Lo faranno in pochissimo tempo». Insiste, preoccupato, l’uomo dei lockdown: «A me avevano detto Usa ok». Era così tormentato, dalla sicurezza delle mascherine, che il giorno dopo propone addirittura di fare una norma ad hoc, pur di salvare dispositivi provenienti dalla Cina. «Mascherine alternative», le definisce Speranza, «loro sono in grado di produrne in un numero altissimo». Alla faccia della salute degli italiani. Brusaferro è perentorio: «Sulla base dei dati consegnati non sembrano essere adatte alla componente sanitaria». Speranza non si rassegna e propone soluzioni da piazzista senza scrupoli. «Non è materiale per personale sanitario. E neanche dpi. Sarebbe per cittadini comuni quando escono a fare spesa o altro», ragiona con il capo dell’Iss. Poi chiede: «Non ha nessuna utilità o addirittura può essere dannoso? O comunque un po' di filtro lo fa? Dovremmo avere qualche elemento in più. Volendo potrei anche fare una norma sulla materia». 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Cesare Buquicchio, direttore della testata Sanità informazione, aveva chiesto conferma dell’assenza dell’Italia alla riunione del Comitato sicurezza sanitaria dell’Ue. La risposta dell’allora direttore dell’ufficio Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale è disarmante: «Alla riunione non abbiamo partecipato in quanto per motivi tecnici (documentabili, se serve) non abbiamo ricevuto l’invito per problemi tecnico-informatici (mi si era bloccata la posta). Ovviamente la questione non ha in alcun modo influenzato la partecipazione del nostro paese alla Joint int procurement agreement della Ce al quale stiamo regolarmente partecipando». Le chat agli atti dell’inchiesta della Procura di Bergamo, raccontano però che anche sugli approvvigionamenti attraverso l’Ue nella stanze del Ministero regnasse il caos. Il 4 marzo 2020, è proprio Maraglino che scrive a Achille Iachino (responsabile della direzione generale dei dispositivi medici) notizie sui ventilatori necessari: «Ciao Achille, il collega mio omologo della commissione europea mi chiede se abbiamo un fabbisogno per il nostro paese su numero di dispositivi per supporto ventilatorio». Iachino risponde dicendo che non è materia di sua competenza: «Ciao Francesco, è una questione di competenza della programmazione. La sta seguendo Urbani (Andrea, dirigente del ministero della Salute, ndr) che ha già qualche dato». Maraglino risponde meravigliato: «Mi ha detto lui di chiedere a te!». Iachino però è ancora più meravigliato: «Strano, lui ha chiesto alle regioni il fabbisogno e ieri ha dato alla protezione civile quello di Emilia, Lombardia e Veneto». Neanche una settimana dopo il 10 marzo, un disperato Giovanni Legnini (ex parlamentare Ds e Pd, all’epoca Commissario straordinario per la ricostruzione post sisma) scrive a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto del ministro Roberto Speranza): «La Regione Abruzzo ha bisogno urgente dei ventilatori, almeno un primo quantitativo dei 130 richiesti... I nostri reparti sono già in crisi e da noi non è ancora arrivata l’onda alta! Capisco la priorità di chi è in grave emergenza, ma di ora in ora i casi di positività crescono esponenzialmente, e in un solo giorno siamo passati da 1 a 9 terapie intensive. Siamo già quasi saturi». Undici giorni dopo, Legnini torna alla carica e i toni (maiuscole comprese), sono ancora più drammatici: «DUE GIORNI FA ho richiesto con forza dei ventilatori descrivendo l’urgenza per l’Abruzzo. Ieri pomeriggio nel corso della videoconferenza con il Governo e le Regioni il ministero della Salute mi ha assicurato l’invio nella serata di 3 ventilatori a turbina + 3 domiciliari, invece sono arrivati sei ventilatore Niv per terapia sub intensiva. Sono utili ma a noi servono ventilatori a turbina per intubati. Abbiamo chiesto ventilatori a turbina non Niv. Di Niv attualmente ne disponiamo, faranno sempre comodo, ma ORA ABBIAMO URGENZA DI ASSISTERE MALATI DA INTUBARE». Zaccardi inoltra a Legnini la risposta di Urbani: «Stiamo distribuendo quello che abbiamo. I ventilatori non ci sono. I prossimi 10 lunedì e abbiamo una Lombardia con 1100 in terapia intensiva […]. Lunedì sera forse atterra un carico dalla Cina e vediamo cosa c’è dentro». Il 24 marzo a due settimane di distanza dalle prime sollecitazioni, Legnini scrive ancora: «I cinque ventilatori in consegna ieri sera per l’Abruzzo, che erano stati promessi sin da venerdì, non sono arrivati». Zaccardi è costernato: «Sono basito non per i ritardi ma per le promesse mancate».
Il ceo Simoneschi: «Concorrenza serrata tra i 10 team in arrivo da tutto il mondo».
Taranto si rivela una delle tappe simbolo del Marina Militare Nastro Rosa Tour 2026, grazie alla partecipazione del pubblico, alla qualità dell'organizzazione e al forte legame con il mare. Lo hanno sottolineato il ceo del Marina Militare «Nastro Rosa Tour» e presidente di SSI Sport & Events, Riccardo Simoneschi, e l'ammiraglio di Divisione Andrea Petroni, comandante del Comando Interregionale Marittimo Sud, intervenendo al talk «Taranto, città dello sport - I Giochi del Mediterraneo volano per la crescita della città dei due mari», che ha chiuso la tappa ionica del Giro dell'Italia a Vela 2026. «Abbiamo avuto delle condizioni meteo bellissime, una giornata di mare stupenda. La città è super ospitale e siamo stati benissimo. La collocazione del villaggio è davvero iconica, quindi questo è candidato a essere uno dei più bei villaggi del tour di quest'anno», ha detto Simoneschi. Le immagini dell’evento.
Giorgia Meloni e Donald Trump (Getty Images)
Hanno l'effetto di detonazione di una bomba atomica le dichiarazioni in cui il presidente americano Donald Trump definisce Giorgia Meloni «più accondiscendente con gli altri leader che con gli alleati». Parole in cui spiega che nell'incontro avuto al G7 Meloni lo avrebbe «implorato di fare una foto insieme» un scena in cui la premier gli avrebbe fatto «pena». Parole consegnate al programma di La 7 L'Aria che tira.
La risposta del presidente del Consiglio arriva subito: «Dunque, certe cose meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che mi dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell'Occidente, con i nemici degli Stati Uniti con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e L'Italia non imploriamo mai».
Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, parla di «deliri di Trump su Meloni» che rappresentano «solo l'ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei». Il presidente Usa, prosegue, «sta rovinando gli storici rapporti tra Usa ed Europa», «non si capisce se per volontà o per inettitudine». E, così facendo, sta «danneggiando non solo l'Europa ma soprattutto gli Usa».
«Le gravi e offensive parole del Presidente Trump nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Il commento del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.