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2023-03-07
Una norma ad hoc per mettere in regola le mascherine fake
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«La situazione in Lombardia è drammatica, i medici sono ancora messi nelle condizioni di lavorare con protezioni insufficienti, secondo le notizie che ci arrivano dagli Ordini», denunciava il 12 marzo 2020 Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Anche in ospedale, mancano i dispositivi individuali di sicurezza, maschere Ffp3 e Ffp2, visiere, guanti, sovracamici monouso», elencava il responsabile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. L’11 marzo, l’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo, aveva mandato l’ennesimo sollecito all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. «Aiutaci, mandane più che puoi». La risposta doveva essere rassicurante: «Sì sì, stiamo lavorando e piano piano ne avremo sempre di più», è agli atti dell’inchiesta della procura di Bergamo.
Il 12 marzo, furono consegnate 97.000 mascherine chirurgiche e nella notte ne arrivarono altre 185.000, assieme a 25.000 Ffp2. Erano poche, quanto inutili, come risulta dalle chat che si scambiarono all’indomani il vice capo di gabinetto Tiziana Coccoluto e il suo responsabile, Goffredo Zaccardi. «Oggi hanno consegnato in Lombardia mascherine che ci hanno fatto saltare dalla sedia», scrive Coccoluto alle 22.45. Allega la foto di una di quelle vergognose pezzuole di tessuto trasparente, con tagli, e commenta: «Non è possibile che nessuno ci abbia avvertito». Il capo di gabinetto Zaccardi le risponde: «Dobbiamo parlare noi due da soli. A domani o lunedì».
Poche ore prima, l’ex assessore leghista lombardo Davide Caparini aveva pubblicato lo straccio «swiffer» su Fb. «La Protezione civile invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare a medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma... E intanto le persone si ammalano e muoiono», accusava, chiedendo le dimissioni di Borelli. L’allora assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, mostrerà ai giornalisti quelle strisce con i buchi per le orecchie. «A noi servono mascherine del tipo Fpp2 o Fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex. Le abbiamo ricevuto per proteggere medici e infermieri. Vi pare possibile?». Era una vergogna, aver spedito un materiale simile per la sicurezza dei sanitari. Eppure, il 20 marzo, l’allora ministro per le autonomie e coordinatore del tavolo Covid con le Regioni, Francesco Boccia, pensò trasformò il dramma in pagliacciata e si presentò in conferenza stampa con la mascherina swiffer appesa a un orecchio. Accanto a lui c’era Borrelli, ridente dopo aver annunciato che «avevamo superato i 4.000 morti».
Ma torniamo al 13 marzo 2020, quando sono molti ad accorgersi della porcheria inviata, per proteggere nelle zone più colpite dalla prima ondata. Lo stesso ex ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltra via chat una foto di quelle vergogne. Destinatario è il presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro, che gli gira alcuni messaggi sui controlli dei dpi. «La valutazione di sicurezza biologica ha dato esito favorevole», si legge nel primo. «Stiamo aspettando l’esito delle prove di efficacia filtrante», riporta il secondo. Brusaferro alla fine risponde al suo ministro che «un problema potrebbe essere la vestibilità, vista la forma». Speranza replica: «Di queste ne possiamo avere 1 milione al giorno. Senza, saremmo in grandissima difficoltà. Mi dicevano che il test fatto in California aveva dato esito positivo. Con certificato». Conviene, il capo dell’Iss, ma avverte che bisogna ancora aspettare l’esito delle «prove di efficacia filtrante».
Questione fondamentale, nel caso di mascherine che devono proteggere da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Poi Brusaferro parla d’altro, di Oms Europa «e del loro piano di mandare a Venezia gente», ma il ministro non vuole cambiare argomento. «Sono terrorizzato da questa cosa delle mascherine» scrive alle 21.46. Non deve averlo tranquillizzato il suo interlocutore, quando prova a spiegare: «Che io sappia hanno fatto autocertificazione in attesa di certificazione definitiva che è in corso in Usa. Lo faranno in pochissimo tempo». Insiste, preoccupato, l’uomo dei lockdown: «A me avevano detto Usa ok». Era così tormentato, dalla sicurezza delle mascherine, che il giorno dopo propone addirittura di fare una norma ad hoc, pur di salvare dispositivi provenienti dalla Cina. «Mascherine alternative», le definisce Speranza, «loro sono in grado di produrne in un numero altissimo». Alla faccia della salute degli italiani. Brusaferro è perentorio: «Sulla base dei dati consegnati non sembrano essere adatte alla componente sanitaria». Speranza non si rassegna e propone soluzioni da piazzista senza scrupoli. «Non è materiale per personale sanitario. E neanche dpi. Sarebbe per cittadini comuni quando escono a fare spesa o altro», ragiona con il capo dell’Iss. Poi chiede: «Non ha nessuna utilità o addirittura può essere dannoso? O comunque un po' di filtro lo fa? Dovremmo avere qualche elemento in più. Volendo potrei anche fare una norma sulla materia». Era pronto a modificare le disposizioni in materia di dispositivi di protezione, capito? Perché i cittadini, travolti dall’irruenza del Covid per la mancanza di un piano pandemico aggiornato, meritavano di proteggersi con inutili mascherine.
Il tecnico del ministero ammetteva: «Sui ventilatori promesse mancate»
Un messaggio Whatsapp inviato da Francesco Paolo Maraglino a un giornalista il 14 aprile 2020 fotografa perfettamente la disorganizzazione che regnava negli uffici del ministero della Salute in pieno lockdown. Cesare Buquicchio, direttore della testata Sanità informazione, aveva chiesto conferma dell’assenza dell’Italia alla riunione del Comitato sicurezza sanitaria dell’Ue. La risposta dell’allora direttore dell’ufficio Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale è disarmante: «Alla riunione non abbiamo partecipato in quanto per motivi tecnici (documentabili, se serve) non abbiamo ricevuto l’invito per problemi tecnico-informatici (mi si era bloccata la posta). Ovviamente la questione non ha in alcun modo influenzato la partecipazione del nostro paese alla Joint int procurement agreement della Ce al quale stiamo regolarmente partecipando».
Le chat agli atti dell’inchiesta della Procura di Bergamo, raccontano però che anche sugli approvvigionamenti attraverso l’Ue nella stanze del Ministero regnasse il caos. Il 4 marzo 2020, è proprio Maraglino che scrive a Achille Iachino (responsabile della direzione generale dei dispositivi medici) notizie sui ventilatori necessari: «Ciao Achille, il collega mio omologo della commissione europea mi chiede se abbiamo un fabbisogno per il nostro paese su numero di dispositivi per supporto ventilatorio». Iachino risponde dicendo che non è materia di sua competenza: «Ciao Francesco, è una questione di competenza della programmazione. La sta seguendo Urbani (Andrea, dirigente del ministero della Salute, ndr) che ha già qualche dato». Maraglino risponde meravigliato: «Mi ha detto lui di chiedere a te!». Iachino però è ancora più meravigliato: «Strano, lui ha chiesto alle regioni il fabbisogno e ieri ha dato alla protezione civile quello di Emilia, Lombardia e Veneto». Neanche una settimana dopo il 10 marzo, un disperato Giovanni Legnini (ex parlamentare Ds e Pd, all’epoca Commissario straordinario per la ricostruzione post sisma) scrive a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto del ministro Roberto Speranza): «La Regione Abruzzo ha bisogno urgente dei ventilatori, almeno un primo quantitativo dei 130 richiesti... I nostri reparti sono già in crisi e da noi non è ancora arrivata l’onda alta! Capisco la priorità di chi è in grave emergenza, ma di ora in ora i casi di positività crescono esponenzialmente, e in un solo giorno siamo passati da 1 a 9 terapie intensive. Siamo già quasi saturi». Undici giorni dopo, Legnini torna alla carica e i toni (maiuscole comprese), sono ancora più drammatici: «DUE GIORNI FA ho richiesto con forza dei ventilatori descrivendo l’urgenza per l’Abruzzo. Ieri pomeriggio nel corso della videoconferenza con il Governo e le Regioni il ministero della Salute mi ha assicurato l’invio nella serata di 3 ventilatori a turbina + 3 domiciliari, invece sono arrivati sei ventilatore Niv per terapia sub intensiva. Sono utili ma a noi servono ventilatori a turbina per intubati. Abbiamo chiesto ventilatori a turbina non Niv. Di Niv attualmente ne disponiamo, faranno sempre comodo, ma ORA ABBIAMO URGENZA DI ASSISTERE MALATI DA INTUBARE». Zaccardi inoltra a Legnini la risposta di Urbani: «Stiamo distribuendo quello che abbiamo. I ventilatori non ci sono. I prossimi 10 lunedì e abbiamo una Lombardia con 1100 in terapia intensiva […]. Lunedì sera forse atterra un carico dalla Cina e vediamo cosa c’è dentro». Il 24 marzo a due settimane di distanza dalle prime sollecitazioni, Legnini scrive ancora: «I cinque ventilatori in consegna ieri sera per l’Abruzzo, che erano stati promessi sin da venerdì, non sono arrivati». Zaccardi è costernato: «Sono basito non per i ritardi ma per le promesse mancate».
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Il capo dell’Iss Silvio Brusaferro scriveva: «Quei dispositivi non sono a norma». La risposta di Roberto Speranza: cambiamo i parametri.E l’Italia non ricevette l’invito a un vertice Ue d’emergenza a causa di una mail bloccata.Lo speciale contiene due articoli.«La situazione in Lombardia è drammatica, i medici sono ancora messi nelle condizioni di lavorare con protezioni insufficienti, secondo le notizie che ci arrivano dagli Ordini», denunciava il 12 marzo 2020 Filippo Anelli, presidente della Fnomceo. «Anche in ospedale, mancano i dispositivi individuali di sicurezza, maschere Ffp3 e Ffp2, visiere, guanti, sovracamici monouso», elencava il responsabile della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. L’11 marzo, l’ex dg del Welfare lombardo, Luigi Cajazzo, aveva mandato l’ennesimo sollecito all’allora capo della Protezione civile, Angelo Borrelli. «Aiutaci, mandane più che puoi». La risposta doveva essere rassicurante: «Sì sì, stiamo lavorando e piano piano ne avremo sempre di più», è agli atti dell’inchiesta della procura di Bergamo.Il 12 marzo, furono consegnate 97.000 mascherine chirurgiche e nella notte ne arrivarono altre 185.000, assieme a 25.000 Ffp2. Erano poche, quanto inutili, come risulta dalle chat che si scambiarono all’indomani il vice capo di gabinetto Tiziana Coccoluto e il suo responsabile, Goffredo Zaccardi. «Oggi hanno consegnato in Lombardia mascherine che ci hanno fatto saltare dalla sedia», scrive Coccoluto alle 22.45. Allega la foto di una di quelle vergognose pezzuole di tessuto trasparente, con tagli, e commenta: «Non è possibile che nessuno ci abbia avvertito». Il capo di gabinetto Zaccardi le risponde: «Dobbiamo parlare noi due da soli. A domani o lunedì». Poche ore prima, l’ex assessore leghista lombardo Davide Caparini aveva pubblicato lo straccio «swiffer» su Fb. «La Protezione civile invia queste mascherine alla Regione Lombardia da destinare a medici e paramedici impegnati nella guerra al coronavirus. Il peggior materiale possibile, non nello standard previsto nei casi di pandemia. In ritardo di settimane e per di più non a norma... E intanto le persone si ammalano e muoiono», accusava, chiedendo le dimissioni di Borelli. L’allora assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, mostrerà ai giornalisti quelle strisce con i buchi per le orecchie. «A noi servono mascherine del tipo Fpp2 o Fpp3 o quelle chirurgiche e invece ci hanno mandato un fazzoletto, un foglio di carta igienica, di Scottex. Le abbiamo ricevuto per proteggere medici e infermieri. Vi pare possibile?». Era una vergogna, aver spedito un materiale simile per la sicurezza dei sanitari. Eppure, il 20 marzo, l’allora ministro per le autonomie e coordinatore del tavolo Covid con le Regioni, Francesco Boccia, pensò trasformò il dramma in pagliacciata e si presentò in conferenza stampa con la mascherina swiffer appesa a un orecchio. Accanto a lui c’era Borrelli, ridente dopo aver annunciato che «avevamo superato i 4.000 morti».Ma torniamo al 13 marzo 2020, quando sono molti ad accorgersi della porcheria inviata, per proteggere nelle zone più colpite dalla prima ondata. Lo stesso ex ministro della Salute, Roberto Speranza, inoltra via chat una foto di quelle vergogne. Destinatario è il presidente dell’Istituto superiore della sanità, Silvio Brusaferro, che gli gira alcuni messaggi sui controlli dei dpi. «La valutazione di sicurezza biologica ha dato esito favorevole», si legge nel primo. «Stiamo aspettando l’esito delle prove di efficacia filtrante», riporta il secondo. Brusaferro alla fine risponde al suo ministro che «un problema potrebbe essere la vestibilità, vista la forma». Speranza replica: «Di queste ne possiamo avere 1 milione al giorno. Senza, saremmo in grandissima difficoltà. Mi dicevano che il test fatto in California aveva dato esito positivo. Con certificato». Conviene, il capo dell’Iss, ma avverte che bisogna ancora aspettare l’esito delle «prove di efficacia filtrante». Questione fondamentale, nel caso di mascherine che devono proteggere da agenti patogeni che si trasmettono per via aerea. Poi Brusaferro parla d’altro, di Oms Europa «e del loro piano di mandare a Venezia gente», ma il ministro non vuole cambiare argomento. «Sono terrorizzato da questa cosa delle mascherine» scrive alle 21.46. Non deve averlo tranquillizzato il suo interlocutore, quando prova a spiegare: «Che io sappia hanno fatto autocertificazione in attesa di certificazione definitiva che è in corso in Usa. Lo faranno in pochissimo tempo». Insiste, preoccupato, l’uomo dei lockdown: «A me avevano detto Usa ok». Era così tormentato, dalla sicurezza delle mascherine, che il giorno dopo propone addirittura di fare una norma ad hoc, pur di salvare dispositivi provenienti dalla Cina. «Mascherine alternative», le definisce Speranza, «loro sono in grado di produrne in un numero altissimo». Alla faccia della salute degli italiani. Brusaferro è perentorio: «Sulla base dei dati consegnati non sembrano essere adatte alla componente sanitaria». Speranza non si rassegna e propone soluzioni da piazzista senza scrupoli. «Non è materiale per personale sanitario. E neanche dpi. Sarebbe per cittadini comuni quando escono a fare spesa o altro», ragiona con il capo dell’Iss. Poi chiede: «Non ha nessuna utilità o addirittura può essere dannoso? O comunque un po' di filtro lo fa? Dovremmo avere qualche elemento in più. Volendo potrei anche fare una norma sulla materia». Era pronto a modificare le disposizioni in materia di dispositivi di protezione, capito? Perché i cittadini, travolti dall’irruenza del Covid per la mancanza di un piano pandemico aggiornato, meritavano di proteggersi con inutili mascherine.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/norma-mettere-regola-mascherine-fake-2659512782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-tecnico-del-ministero-ammetteva-sui-ventilatori-promesse-mancate" data-post-id="2659512782" data-published-at="1678159477" data-use-pagination="False"> Il tecnico del ministero ammetteva: «Sui ventilatori promesse mancate» Un messaggio Whatsapp inviato da Francesco Paolo Maraglino a un giornalista il 14 aprile 2020 fotografa perfettamente la disorganizzazione che regnava negli uffici del ministero della Salute in pieno lockdown. Cesare Buquicchio, direttore della testata Sanità informazione, aveva chiesto conferma dell’assenza dell’Italia alla riunione del Comitato sicurezza sanitaria dell’Ue. La risposta dell’allora direttore dell’ufficio Prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale è disarmante: «Alla riunione non abbiamo partecipato in quanto per motivi tecnici (documentabili, se serve) non abbiamo ricevuto l’invito per problemi tecnico-informatici (mi si era bloccata la posta). Ovviamente la questione non ha in alcun modo influenzato la partecipazione del nostro paese alla Joint int procurement agreement della Ce al quale stiamo regolarmente partecipando». Le chat agli atti dell’inchiesta della Procura di Bergamo, raccontano però che anche sugli approvvigionamenti attraverso l’Ue nella stanze del Ministero regnasse il caos. Il 4 marzo 2020, è proprio Maraglino che scrive a Achille Iachino (responsabile della direzione generale dei dispositivi medici) notizie sui ventilatori necessari: «Ciao Achille, il collega mio omologo della commissione europea mi chiede se abbiamo un fabbisogno per il nostro paese su numero di dispositivi per supporto ventilatorio». Iachino risponde dicendo che non è materia di sua competenza: «Ciao Francesco, è una questione di competenza della programmazione. La sta seguendo Urbani (Andrea, dirigente del ministero della Salute, ndr) che ha già qualche dato». Maraglino risponde meravigliato: «Mi ha detto lui di chiedere a te!». Iachino però è ancora più meravigliato: «Strano, lui ha chiesto alle regioni il fabbisogno e ieri ha dato alla protezione civile quello di Emilia, Lombardia e Veneto». Neanche una settimana dopo il 10 marzo, un disperato Giovanni Legnini (ex parlamentare Ds e Pd, all’epoca Commissario straordinario per la ricostruzione post sisma) scrive a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto del ministro Roberto Speranza): «La Regione Abruzzo ha bisogno urgente dei ventilatori, almeno un primo quantitativo dei 130 richiesti... I nostri reparti sono già in crisi e da noi non è ancora arrivata l’onda alta! Capisco la priorità di chi è in grave emergenza, ma di ora in ora i casi di positività crescono esponenzialmente, e in un solo giorno siamo passati da 1 a 9 terapie intensive. Siamo già quasi saturi». Undici giorni dopo, Legnini torna alla carica e i toni (maiuscole comprese), sono ancora più drammatici: «DUE GIORNI FA ho richiesto con forza dei ventilatori descrivendo l’urgenza per l’Abruzzo. Ieri pomeriggio nel corso della videoconferenza con il Governo e le Regioni il ministero della Salute mi ha assicurato l’invio nella serata di 3 ventilatori a turbina + 3 domiciliari, invece sono arrivati sei ventilatore Niv per terapia sub intensiva. Sono utili ma a noi servono ventilatori a turbina per intubati. Abbiamo chiesto ventilatori a turbina non Niv. Di Niv attualmente ne disponiamo, faranno sempre comodo, ma ORA ABBIAMO URGENZA DI ASSISTERE MALATI DA INTUBARE». Zaccardi inoltra a Legnini la risposta di Urbani: «Stiamo distribuendo quello che abbiamo. I ventilatori non ci sono. I prossimi 10 lunedì e abbiamo una Lombardia con 1100 in terapia intensiva […]. Lunedì sera forse atterra un carico dalla Cina e vediamo cosa c’è dentro». Il 24 marzo a due settimane di distanza dalle prime sollecitazioni, Legnini scrive ancora: «I cinque ventilatori in consegna ieri sera per l’Abruzzo, che erano stati promessi sin da venerdì, non sono arrivati». Zaccardi è costernato: «Sono basito non per i ritardi ma per le promesse mancate».
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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Nonostante il gradimento non eccezionale, la presa del Presidente sui repubblicani resta salda, mentre Leone 14° pubblica la sua enciclica sull’IA.
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Eppure, il Tar regionale aveva sospeso i provvedimenti impugnati, nella parte in cui non prevedevano «la possibilità di svolgere l’attività professionale con modalità tali da non implicare contatti interpersonali di prossimità o comunque il rischio di diffusione del contagio da Sars-CoV-2». Inoltre, il tribunale amministrativo aveva sollevato la questione di legittimità costituzionale in relazione all’articolo 4, comma 4, del decreto legge 44 del 1° aprile 2021 «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-CoV-2, di giustizia e di concorsi pubblici», che introduceva l’obbligo della vaccinazione anche se si lavorava da remoto, a differenza di quanto stabilito nell’aprile dello stesso anno.
Originariamente, infatti, la sospensione era riferita a «prestazioni o mansioni che implicano contatti interpersonali». Non poteva esserci legittimità nell’impedire il lavoro di uno psicologo da remoto, per questo il Tar aveva sottoposto la questione alla Corte costituzionale. Nel dicembre 2022, la Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal Tar della Lombardia, ritenendo che sugli obblighi vaccinali avesse competenza esclusiva il giudice ordinario, non quello amministrativo.
Se ne è occupato dunque il Tribunale di Milano, rigettando le istanze degli psicologi e condannandoli al pagamento delle spese, nonostante la domanda di giustizia posta innanzi al giudice ordinario fosse non di stabilire se la norma accusata fosse legittima o no, ma di rimettere il caso alla Corte costituzionale come già aveva fatto il Tar.
I professionisti allora hanno fatto ricorso, ma la Corte d’appello di Milano con sentenza pubblicata questo mese ha rigettato l’impugnazione confermando la sentenza di primo grado. La Corte sostiene che la Consulta avesse già respinto la questione di legittimità, ma il giudice delle leggi, in realtà, si era limitato a dire che non fosse «una decisione di merito», scrive nel libro Le opinioni dissenzienti in Corte costituzionale. Dieci casi (Zanichelli, 2024) Nicolò Zanon, già vice presidente della Corte costituzionale, riferendosi proprio a quella sentenza.
Il professore lo dice chiaramente: la questione «viene fermata in punto di ammissibilità». In realtà, «la Consulta non ha mai esaminato la questione della legittimità costituzionale del divieto di lavoro da remoto per psicologi libero-professionisti “non ottemperanti”», sottolinea l’avvocato Stefano de Bosio, legale degli psicologi. E l’unica sentenza citata dalla Corte d’Appello è la 14/2023, con la quale la Consulta aveva ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana relativamente all’obbligo vaccinale per il virus Sars-Cov-2 del personale sanitario. Il giudice delle leggi non si è pronunciato sulla sproporzionalità della sanzione del divieto di lavoro da remoto.
Ci pensa la Corte d’Appello, che non può decidere nel merito una questione di legittimità costituzionale, a intervenire sostenendo che vietarlo è «nel solco della legittima applicazione del principio di precauzione». Trova la giustificazione, legittima la decisione. In questo modo, però, «è stato violato l’obbligo di sottoporre alla Corte costituzionale la questione, già sollevata dal Tar Lombardia», dichiara l’avvocato, che adesso ricorrerà in Cassazione.
Intanto, i professionisti sono costretti a pagare circa 30.000 euro di spese legali all’Ordine degli psicologi che aveva impedito loro di lavorare. «La decisione favorevole del Tar di Milano avrebbe quanto meno legittimato la compensazione delle spese», commenta De Bosio. Doveva essere una sorta di punizione, per scoraggiarli dal ricorrere in terzo grado?
C’è un altro aspetto importante. Qualora la legge in questione fosse giudicata incostituzionale, è molto pericoloso il ragionamento della Corte d’Appello di Milano, secondo il quale se la pubblica amministrazione «si è limitata a dare applicazione alle norme di legge vigenti, rispetto alle quali non aveva alcuna discrezionalità», non risponde delle proprie azioni, né civilmente, né penalmente.
«Si tratta esattamente del medesimo argomento in diritto esibito al processo di Norimberga», afferma De Bosio. «Proprio per questo furono emanate, nel dopoguerra, le carte costituzionali e la convenzione europea dei diritti dell’uomo, perché il principio di legalità formale non possa essere invocato quando i valori compromessi siano compresi nei “diritti fondamentali”, quali sono, in particolare, la “libertà di cura”». Conclude: «I governi hanno uno spazio di discrezionalità “politica”, ma sono inibiti dall’emanare sanzioni o misure sproporzionate».
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Lo denuncia, in una nota, GenerazioneD che, evidenziando come il dato non sia corretto, è costretta a constatare che nessuno ha «ritenuto doveroso rispondere nel merito di questioni di estrema delicatezza scientifica, clinica ed etica, riguardanti la salute e la sicurezza dei minori con disforia di genere».
Le domande poste sono «precise, documentate e circostanziate». Riguardano «un’affermazione di enorme impatto pubblico» rilasciata dalle 12 associazioni e società scientifiche in un documento del febbraio 2024 e citata, in una sorta di copia-incolla, nelle audizioni alla commissione Affari sociali della Camera sulla somministrazione della triptorelina ai bambini con incongruenza di genere, per regolamentarne l’uso. Le 12 associazioni e società affermano che «dai dati della letteratura scientifica si evince che fino al 40% dei giovani Tgd», cioè transgender e gender diverse, «tenta il suicidio (cfr. James S.E. et al. National center for transgender equality, 2016)», e che «la terapia con triptorelina riduce del 70% questa possibilità (cfr. Turban J.L. et al. Pediatrics, 2020)». Tralasciando «l’inaffidabilità del dato di partenza sulla suicidalità - estratto dal sondaggio self-report elaborato da James - anche solo esaminiamo la seconda parte dell’affermazione è lampante che le conclusioni degli stessi autori dello studio di Turban - sottolinea GenerazioneD - dicono un’altra cosa: l’accesso a questo trattamento è associato a minori probabilità di ideazione suicidaria nel corso della vita».
Tra ideazione e tentativo di suicidio, la differenza è sostanziale, ma le 12 società non sembrano essere interessate a chiarire questo aspetto, che non è il solo a traballare nello studio, dato che «si confrontano 89 persone che riferiscono di aver ricevuto i bloccanti, con 3.405 che li avrebbero voluti ma non li hanno ricevuti».
Ora, in qualsiasi ambito scientifico, osservazioni di tale portata «avrebbero richiesto un confronto aperto, trasparente e rigoroso», osserva GenerazioneD, che rinnova pubblicamente l’invito al confronto. «A oggi, non è giunta alcuna risposta. Nessuna rettifica, nessun approfondimento, nessuna spiegazione pubblica», rimarca. «Questo silenzio assume un peso ancora maggiore alla luce del mutato contesto internazionale, nel quale numerosi Paesi e autorevoli organismi sanitari stanno sottoponendo a revisione critica» queste pratiche, «chiedendo standard probatori sempre più rigorosi».
Nel Regno Unito, per esempio, è vietata la somministrazione dei bloccanti della pubertà agli under 18 ed è stata sospesa anche la sperimentazione su un campione di bambini. I dati, questi sì ben più solidi di quelli citati dalle 12 associazioni, mostrano che i trattamenti causerebbero danni a lungo termine come infertilità e sterilità, ma anche problemi alle ossa e disturbi al cervello e al sistema cardiovascolare. Sul suicidio, paradossalmente, vari studi mostrano che i tassi tra i transgender maschio-femmina sono superiori del 51% rispetto alla popolazione generale.
«Non chiediamo contrapposizioni», ribadisce GenerazioneD, «ma responsabilità scientifica e la disponibilità a spiegare ai genitori italiani, con trasparenza e rigore, su quali basi statistiche e metodologiche siano state formulate affermazioni tanto rilevanti». La domanda posta «è estremamente circoscritta: in quale passaggio dello studio di Turban et al. sarebbe affermato o dimostrato che la triptorelina determina una riduzione del 70% dei tentativi di suicidio nei giovani affetti da disforia di genere?». È «un chiarimento pubblico non più rinviabile», è una «questione di rispetto verso i giovani più fragili, le famiglie chiamate a compiere scelte difficilissime e verso la credibilità stessa del dibattito scientifico».
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