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2021-01-02
Siringhe, vaccini e scuole. Ecco tutte le bugie e i ritardi
Ansa
Verrebbe proprio da chiedersi: ci sono o ci fanno? Alla domanda se difende il commissario Domenico Arcuri, definito «nel mirino», il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha risposto al Corriere della Sera: «Certo, è stato maltrattato perché le siringhe sono costate di più, ma grazie a quelle siringhe e all'autorizzazione Aifa sull'utilizzo della sesta dose recuperiamo un 20% del vaccino Pfizer in più, che vale parecchi milioni di euro».
Il ministro non è medico, è laureato in scienze politiche e alla Salute si ritrova non certo per competenze professionali. Però deve difendere Arcuri, ad di Invitalia prestato all'emergenza Covid, che inanella un errore dietro l'altro. Il commissario straordinario ha indetto un bando per 157 milioni di siringhe, scegliendo le costose luer lock perché qualcuno (il ministero della Salute) sostiene che siano più precise e performanti. Una storiella che circola solo in Italia, per difendere una gara incomprensibile oltre confine, costosa e scivolosa nei presupposti.
Le siringhe luer lock richieste hanno un sistema di avvitamento che blocca l'attacco dell'ago, ma questo non ha nulla a che fare con la precisione di dosaggio o con la riduzione dello spreco del farmaco, identica ad altre siringhe utilizzate in tutta Europa. «Dal punto di vista tecnico, ciò che consente a una siringa di non sprecare vaccino è l'annullamento dello spazio morto tra la fine del pistone e l'inizio dell'ago. È la costruzione della siringa che fa la differenza. Non l'aggancio dell'ago», ci aveva spiegato un costruttore di dispositivi per iniettare farmaci e soluzioni. Tra i presìdi medici monouso che annullano lo spreco ci sono le cosiddette tubercoline o quelle con ago termosaldato. Ogni tentativo di giustificare la gara risulta dunque un boomerang per Arcuri, e di conseguenza per Speranza.
Due giorni fa anche Il Foglio tornava sulla questione, con un articolo dal titolo «La verità, vi prego, sulle siringhe di Arcuri». Veniva ricordato quanto già avevamo scritto, ovvero che la Food and drug administration (Fda), l'agenzia normativa degli Stati Uniti, non fa cenno alle luer lock. Nemmeno l'Ema, l'agenzia europea del farmaco le indica come necessarie per somministrare il Comirnaty, nome commerciale del vaccino messo a punto da Pfizer Biontech. La Fda, nelle sue linee guida, consiglia «a low dead-volume syringe», ovvero una siringa con spazio morto ridotto. Lo spazio morto è il fluido residuo che rimane all'interno della siringa dopo che lo stantuffo è stato completamente premuto. Il 31 dicembre, il dipartimento della Salute dello Stato americano del New Hampshire (Dhhs) scriveva a proposito del vaccino Pfizer: «Siringhe con un volume di spazio morto inferiore producono meno spreco di vaccino e consentono una possibile sesta dose; se si utilizzano siringhe o aghi standard, potrebbe non essere possibile estrarre 6 dosi da un singolo flaconcino». Ma non fanno cenno alle luer lock perché evidentemente non ci sono solo questi dispositivi, per la vaccinazione.
Il 29 dicembre, Alison Strath, che sovrintende ai farmaci e alla politica farmaceutica della Scozia, ha scritto ai direttori medici, di farmacia, di infermieristica, ai responsabili delle vaccinazioni, indicando le linee guida raccomandate da Pfizer. «Il volume della fiala è stato ottimizzato per ottenere in modo affidabile cinque dosi indipendentemente dal tipo di siringa utilizzato», informa il dirigente sanitario. Aggiunge: «Quando si utilizzano siringhe e o aghi a basso volume morto, la quantità rimanente nella fiala dopo che sono state estratte cinque dosi può essere sufficiente per una dose aggiuntiva (sesta)». Anche in questo caso, zero riferimento alle costose siringhe scelte da Arcuri su suggerimento del nostro ministero della Salute, che però ufficialmente dichiara che «tutte le siringhe di precisione», vanno bene per estrarre il corretto quantitativo di vaccino da 0,3 ml. «Possono essere impiegate le siringhe da un 1 ml, come quelle da insulina. Basta riempirle per un terzo, ben visibile sulla scala graduata», ha risposto l'Aifa, l'agenzia italiana del farmaco. Allora di che cosa stiamo parlando? Vogliamo difendere l'operato di Arcuri scivolando nel ridicolo, come ha fatto La Repubblica scrivendo: «È la rivincita delle luer lock acquistate da Arcuri e costate il doppio di quelle normali, con un aggravio di spesa di 1,7 milioni. Che però, grazie alle loro caratteristiche che consentono di ricavare anche un'altra dose a fiala, consentono ora un risparmio di 60 milioni, tanto sarebbero costate le altre dosi ricavate»? O Il Fatto Quotidiano, titolando «Spreco? Le super siringhe ora fanno aumentare le dosi»? Per non parlare del Corriere: «Le sei dosi possono essere estratte solo con le siringhe di precisione, le famose luer lock raccomandate dalla stessa Pfizer». Per comprendere, è sufficiente documentarsi sui siti ufficiali di Fda ed Ema, ma sembra quasi prioritario difendere l'operato del commissario straordinario all'emergenza.
Lo stesso viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, aveva detto che era più importante pensare a «siringhe che si incappucciano, mentre sono assolutamente inutili la tenuta e la performance». Devono risultare innocue per i pazienti e gli operatori sanitari una volta che l'ago viene ritratto, caratteristica nemmeno sfiorata nel bando Arcuri. Intanto a oggi, 2 gennaio 2021, non abbiamo ancora i nominativi delle aziende che devono fornire le siringhe, e nemmeno sappiamo quali siano le cinque agenzie per il lavoro che devono procurare i 15.000 vaccinatori da reclutare nella «più grande campagna di massa».
Tegola di Biontech sull’Italia in tilt: «Non abbiamo abbastanza vaccini»
Secondo il Tg1, «è ormai nel pieno e procede spedita». La verità, però, è che la campagna di vaccinazioni anti Covid va a passo di lumaca. Stando all'ultimo aggiornamento ufficiale, le dosi somministrate fino a ieri in Italia, alle 20.40, erano appena 35.850. Imbarazzante il confronto con il resto del mondo: in Italia la percentuale dei vaccinati sul totale della popolazione si attesta solo allo 0,05%, ben al di sotto di altri partner europei come la Danimarca (0,51%), la Germania (0,2%) e il Portogallo (0,16%). Molto più avanti gli Stati Uniti (0,84%), il Regno Unito (1,4%), Bahrein (3,45%) e Israele (11,55%).
Entrando nel dettaglio, le uniche Regioni a doppia cifra con le vaccinazioni rispetto alle dosi consegnate sono il Friuli Venezia Giulia (16,3%), la provincia autonoma di Bolzano (16,2%), il Lazio (13,5%), il Piemonte (12,4%) e il Veneto (10,4%). Maglia nera del Paese, la Sardegna con appena l'1,6% di vaccinati sul totale delle dosi disponibili, seguita a pari merito da Abruzzo e Molise (1,7%). Siamo ancora all'inizio, ma dev'essere ancora inoculato il 92% delle dosi consegnate (469.950) finora al nostro Paese. Facendo i conti della serva, se consideriamo che nel primo trimestre verranno consegnate circa 10 milioni di dosi tra il vaccino Pfizer-Biontech e Moderna, per non maturare arretrati bisognerà effettuare circa 110.000 vaccinazioni al giorno, vale a dire circa dieci volte in più rispetto a quanto fatto fino a oggi.
Un numero destinato a salire ulteriormente se inseriamo nel computo anche la formulazione sviluppata da Astrazeneca, per la quale il commissario straordinario dell'emergenza Domenico Arcuri aveva prospettato 16,155 milioni di dosi nel primo trimestre 2021. Se così fosse, il passo giornaliero di somministrazioni dovrebbe salire addirittura a circa 300.000 al giorno. Numeri inimmaginabili rispetto a quanto si sta facendo al momento: nella giornata di ieri, infatti, l'incremento è risultato pari ad appena 17.000 dosi circa.
E pensare che la prima fase della campagna vaccinale si sta concentrando sul personale medico: medici, infermieri e operatori socio sanitari. Cosa succederà quando la profilassi sarà estesa al personale e agli ospiti delle Rsa, ai cittadini anziani e alle persone con più patologie? Per non parlare del momento in cui le somministrazioni verranno estese anche al resto della popolazione.
«Il punto non è chi somministra prima 1.000 dosi, ma costruire una macchina che consentirà di vaccinare milioni di persone», ha dichiarato giovedì, intervistato dal Corriere della Sera, il ministro della Salute, Roberto Speranza. Tuttavia, in questo contesto la velocità non rappresenta un fattore secondario, in quanto prima si raggiunge la soglia di vaccinati necessaria a garantire l'immunità di gregge (almeno il 70% della popolazione), prima ci si potrà liberare del virus. Occorre ricordare che il vaccino va somministrato in due dosi, e la durata dell'immunizzazione non è ancora certa, anche se non dovrebbe risultare inferiore a 9-12 mesi. Se l'andatura rimane quella odierna, invece, ci vorranno quasi sei anni a tagliare il traguardo prefissato.
Come se non bastasse, sul prosieguo della campagna pesano due grosse incognite. La prima riguarda le cosiddette «primule», i gazebo ospitati nelle principali piazze italiane voluti dal governo e progettati da Stefano Boeri, e nei quali dovrebbe svolgersi la fase della vaccinazione di massa. Poco e nulla è dato sapere sui costi e sulle criticità strutturali. Queste strutture sono poco più che vetrine oppure sono attrezzate anche dal punto di vista medico per gestire l'importante fase di sorveglianza medica immediatamente successiva all'inoculo?
Un altro interrogativo riguarda poi il vaccino Astrazeneca. Quello su cui cioè l'Italia ha puntato tutto o quasi, visto e considerato che ci si aspettava di ricevere entro giugno circa 40 milioni di dosi, un quantitativo sufficiente a coprire circa un terzo della popolazione. E invece il vaccino ancora non c'è. O meglio, il Regno Unito ha già dato l'ok, mentre l'Ema ha fatto sapere in un primo momento di ritenere «improbabile» la sua approvazione prima di febbraio, per poi correggere il tiro e non escludere un via libera già entro questo mese. Complice il «pasticcio» in fase di sperimentazione - l'azienda britannico-svedese ha disposto nuovi approfondimenti a seguito del fortuito risultato sull'efficacia dovuto a un errore nel dosaggio - il ritardo maturato sulla tabella di marcia è già considerevole.
«Si sta creando un buco perché mancano altri vaccini approvati e noi dobbiamo coprire il buco con i nostri», si è lamentato ieri, in un'intervista al quotidiano tedesco Der Spiegel, Ugur Sahin, amministratore delegato di Biontech. Non si parla solo di Astrazeneca, perché all'appello mancano anche Curevac (30,3 milioni di dosi, appena entrato in fase 3), Sanofi (40,4 milioni di dosi, forse slittato al 2022) e Johnson&Johnson (53,8 milioni di dosi, da poco in «rolling review» da parte dell'Agenzia europea del farmaco). Nel frattempo, però, Pfizer e Biontech si sono messe d'accordo con il governo tedesco per la fornitura di 30 milioni di dosi extra rispetto agli negoziati della Commissione. Sottraendo così, di fatto, circa 24 milioni di dosi ai partner europei. Un'intesa sottobanco e in sprezzo agli accordi europei, resa possibile, con tutta probabilità, da un cavillo del documento firmato a giugno dal Consiglio europeo. Impossibile saperlo con certezza, perché i contratti sono coperti dal segreto, ma se le trattative chiuse da Bruxelles non dovessero riportare una clausola di obbligo di acquisto, agli Stati sarebbe concesso sia l'acquisto delle dosi bloccate a prezzi vantaggiosi dalla Commissione, sia di quelle fuori accordo e negoziate con i singoli produttori. Esattamente come sembra abbia fatto la cancelliera Angela Merkel. E così, mentre la nostra campagna vaccinale già arranca e il premier Giuseppe Conte rimane a guardare, gli altri mettono la freccia.
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Roberto Speranza assicura: grazie alle luer lock, recuperiamo il 20% di farmaco. Però esperti e istituzioni lo smentiscono: bastano quelle comuni, conta soltanto l'ago.La divisione tedesca Biontech: «Si approvino altri rimedi, o sarà impossibile coprire il fabbisogno». Qui, poi, è al palo pure la somministrazione delle fiale già pronte: per stare nei tempi, dovremmo andare dieci volte più veloci.Lo speciale contiene due articoli.Verrebbe proprio da chiedersi: ci sono o ci fanno? Alla domanda se difende il commissario Domenico Arcuri, definito «nel mirino», il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha risposto al Corriere della Sera: «Certo, è stato maltrattato perché le siringhe sono costate di più, ma grazie a quelle siringhe e all'autorizzazione Aifa sull'utilizzo della sesta dose recuperiamo un 20% del vaccino Pfizer in più, che vale parecchi milioni di euro». Il ministro non è medico, è laureato in scienze politiche e alla Salute si ritrova non certo per competenze professionali. Però deve difendere Arcuri, ad di Invitalia prestato all'emergenza Covid, che inanella un errore dietro l'altro. Il commissario straordinario ha indetto un bando per 157 milioni di siringhe, scegliendo le costose luer lock perché qualcuno (il ministero della Salute) sostiene che siano più precise e performanti. Una storiella che circola solo in Italia, per difendere una gara incomprensibile oltre confine, costosa e scivolosa nei presupposti.Le siringhe luer lock richieste hanno un sistema di avvitamento che blocca l'attacco dell'ago, ma questo non ha nulla a che fare con la precisione di dosaggio o con la riduzione dello spreco del farmaco, identica ad altre siringhe utilizzate in tutta Europa. «Dal punto di vista tecnico, ciò che consente a una siringa di non sprecare vaccino è l'annullamento dello spazio morto tra la fine del pistone e l'inizio dell'ago. È la costruzione della siringa che fa la differenza. Non l'aggancio dell'ago», ci aveva spiegato un costruttore di dispositivi per iniettare farmaci e soluzioni. Tra i presìdi medici monouso che annullano lo spreco ci sono le cosiddette tubercoline o quelle con ago termosaldato. Ogni tentativo di giustificare la gara risulta dunque un boomerang per Arcuri, e di conseguenza per Speranza. Due giorni fa anche Il Foglio tornava sulla questione, con un articolo dal titolo «La verità, vi prego, sulle siringhe di Arcuri». Veniva ricordato quanto già avevamo scritto, ovvero che la Food and drug administration (Fda), l'agenzia normativa degli Stati Uniti, non fa cenno alle luer lock. Nemmeno l'Ema, l'agenzia europea del farmaco le indica come necessarie per somministrare il Comirnaty, nome commerciale del vaccino messo a punto da Pfizer Biontech. La Fda, nelle sue linee guida, consiglia «a low dead-volume syringe», ovvero una siringa con spazio morto ridotto. Lo spazio morto è il fluido residuo che rimane all'interno della siringa dopo che lo stantuffo è stato completamente premuto. Il 31 dicembre, il dipartimento della Salute dello Stato americano del New Hampshire (Dhhs) scriveva a proposito del vaccino Pfizer: «Siringhe con un volume di spazio morto inferiore producono meno spreco di vaccino e consentono una possibile sesta dose; se si utilizzano siringhe o aghi standard, potrebbe non essere possibile estrarre 6 dosi da un singolo flaconcino». Ma non fanno cenno alle luer lock perché evidentemente non ci sono solo questi dispositivi, per la vaccinazione. Il 29 dicembre, Alison Strath, che sovrintende ai farmaci e alla politica farmaceutica della Scozia, ha scritto ai direttori medici, di farmacia, di infermieristica, ai responsabili delle vaccinazioni, indicando le linee guida raccomandate da Pfizer. «Il volume della fiala è stato ottimizzato per ottenere in modo affidabile cinque dosi indipendentemente dal tipo di siringa utilizzato», informa il dirigente sanitario. Aggiunge: «Quando si utilizzano siringhe e o aghi a basso volume morto, la quantità rimanente nella fiala dopo che sono state estratte cinque dosi può essere sufficiente per una dose aggiuntiva (sesta)». Anche in questo caso, zero riferimento alle costose siringhe scelte da Arcuri su suggerimento del nostro ministero della Salute, che però ufficialmente dichiara che «tutte le siringhe di precisione», vanno bene per estrarre il corretto quantitativo di vaccino da 0,3 ml. «Possono essere impiegate le siringhe da un 1 ml, come quelle da insulina. Basta riempirle per un terzo, ben visibile sulla scala graduata», ha risposto l'Aifa, l'agenzia italiana del farmaco. Allora di che cosa stiamo parlando? Vogliamo difendere l'operato di Arcuri scivolando nel ridicolo, come ha fatto La Repubblica scrivendo: «È la rivincita delle luer lock acquistate da Arcuri e costate il doppio di quelle normali, con un aggravio di spesa di 1,7 milioni. Che però, grazie alle loro caratteristiche che consentono di ricavare anche un'altra dose a fiala, consentono ora un risparmio di 60 milioni, tanto sarebbero costate le altre dosi ricavate»? O Il Fatto Quotidiano, titolando «Spreco? Le super siringhe ora fanno aumentare le dosi»? Per non parlare del Corriere: «Le sei dosi possono essere estratte solo con le siringhe di precisione, le famose luer lock raccomandate dalla stessa Pfizer». Per comprendere, è sufficiente documentarsi sui siti ufficiali di Fda ed Ema, ma sembra quasi prioritario difendere l'operato del commissario straordinario all'emergenza. Lo stesso viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, aveva detto che era più importante pensare a «siringhe che si incappucciano, mentre sono assolutamente inutili la tenuta e la performance». Devono risultare innocue per i pazienti e gli operatori sanitari una volta che l'ago viene ritratto, caratteristica nemmeno sfiorata nel bando Arcuri. Intanto a oggi, 2 gennaio 2021, non abbiamo ancora i nominativi delle aziende che devono fornire le siringhe, e nemmeno sappiamo quali siano le cinque agenzie per il lavoro che devono procurare i 15.000 vaccinatori da reclutare nella «più grande campagna di massa».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-servono-le-siringhe-strapagate-da-arcuri-per-la-dose-extra-di-pfizer-2649715429.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tegola-di-biontech-sullitalia-in-tilt-non-abbiamo-abbastanza-vaccini" data-post-id="2649715429" data-published-at="1609543712" data-use-pagination="False"> Tegola di Biontech sull’Italia in tilt: «Non abbiamo abbastanza vaccini» Secondo il Tg1, «è ormai nel pieno e procede spedita». La verità, però, è che la campagna di vaccinazioni anti Covid va a passo di lumaca. Stando all'ultimo aggiornamento ufficiale, le dosi somministrate fino a ieri in Italia, alle 20.40, erano appena 35.850. Imbarazzante il confronto con il resto del mondo: in Italia la percentuale dei vaccinati sul totale della popolazione si attesta solo allo 0,05%, ben al di sotto di altri partner europei come la Danimarca (0,51%), la Germania (0,2%) e il Portogallo (0,16%). Molto più avanti gli Stati Uniti (0,84%), il Regno Unito (1,4%), Bahrein (3,45%) e Israele (11,55%). Entrando nel dettaglio, le uniche Regioni a doppia cifra con le vaccinazioni rispetto alle dosi consegnate sono il Friuli Venezia Giulia (16,3%), la provincia autonoma di Bolzano (16,2%), il Lazio (13,5%), il Piemonte (12,4%) e il Veneto (10,4%). Maglia nera del Paese, la Sardegna con appena l'1,6% di vaccinati sul totale delle dosi disponibili, seguita a pari merito da Abruzzo e Molise (1,7%). Siamo ancora all'inizio, ma dev'essere ancora inoculato il 92% delle dosi consegnate (469.950) finora al nostro Paese. Facendo i conti della serva, se consideriamo che nel primo trimestre verranno consegnate circa 10 milioni di dosi tra il vaccino Pfizer-Biontech e Moderna, per non maturare arretrati bisognerà effettuare circa 110.000 vaccinazioni al giorno, vale a dire circa dieci volte in più rispetto a quanto fatto fino a oggi. Un numero destinato a salire ulteriormente se inseriamo nel computo anche la formulazione sviluppata da Astrazeneca, per la quale il commissario straordinario dell'emergenza Domenico Arcuri aveva prospettato 16,155 milioni di dosi nel primo trimestre 2021. Se così fosse, il passo giornaliero di somministrazioni dovrebbe salire addirittura a circa 300.000 al giorno. Numeri inimmaginabili rispetto a quanto si sta facendo al momento: nella giornata di ieri, infatti, l'incremento è risultato pari ad appena 17.000 dosi circa. E pensare che la prima fase della campagna vaccinale si sta concentrando sul personale medico: medici, infermieri e operatori socio sanitari. Cosa succederà quando la profilassi sarà estesa al personale e agli ospiti delle Rsa, ai cittadini anziani e alle persone con più patologie? Per non parlare del momento in cui le somministrazioni verranno estese anche al resto della popolazione. «Il punto non è chi somministra prima 1.000 dosi, ma costruire una macchina che consentirà di vaccinare milioni di persone», ha dichiarato giovedì, intervistato dal Corriere della Sera, il ministro della Salute, Roberto Speranza. Tuttavia, in questo contesto la velocità non rappresenta un fattore secondario, in quanto prima si raggiunge la soglia di vaccinati necessaria a garantire l'immunità di gregge (almeno il 70% della popolazione), prima ci si potrà liberare del virus. Occorre ricordare che il vaccino va somministrato in due dosi, e la durata dell'immunizzazione non è ancora certa, anche se non dovrebbe risultare inferiore a 9-12 mesi. Se l'andatura rimane quella odierna, invece, ci vorranno quasi sei anni a tagliare il traguardo prefissato. Come se non bastasse, sul prosieguo della campagna pesano due grosse incognite. La prima riguarda le cosiddette «primule», i gazebo ospitati nelle principali piazze italiane voluti dal governo e progettati da Stefano Boeri, e nei quali dovrebbe svolgersi la fase della vaccinazione di massa. Poco e nulla è dato sapere sui costi e sulle criticità strutturali. Queste strutture sono poco più che vetrine oppure sono attrezzate anche dal punto di vista medico per gestire l'importante fase di sorveglianza medica immediatamente successiva all'inoculo? Un altro interrogativo riguarda poi il vaccino Astrazeneca. Quello su cui cioè l'Italia ha puntato tutto o quasi, visto e considerato che ci si aspettava di ricevere entro giugno circa 40 milioni di dosi, un quantitativo sufficiente a coprire circa un terzo della popolazione. E invece il vaccino ancora non c'è. O meglio, il Regno Unito ha già dato l'ok, mentre l'Ema ha fatto sapere in un primo momento di ritenere «improbabile» la sua approvazione prima di febbraio, per poi correggere il tiro e non escludere un via libera già entro questo mese. Complice il «pasticcio» in fase di sperimentazione - l'azienda britannico-svedese ha disposto nuovi approfondimenti a seguito del fortuito risultato sull'efficacia dovuto a un errore nel dosaggio - il ritardo maturato sulla tabella di marcia è già considerevole. «Si sta creando un buco perché mancano altri vaccini approvati e noi dobbiamo coprire il buco con i nostri», si è lamentato ieri, in un'intervista al quotidiano tedesco Der Spiegel, Ugur Sahin, amministratore delegato di Biontech. Non si parla solo di Astrazeneca, perché all'appello mancano anche Curevac (30,3 milioni di dosi, appena entrato in fase 3), Sanofi (40,4 milioni di dosi, forse slittato al 2022) e Johnson&Johnson (53,8 milioni di dosi, da poco in «rolling review» da parte dell'Agenzia europea del farmaco). Nel frattempo, però, Pfizer e Biontech si sono messe d'accordo con il governo tedesco per la fornitura di 30 milioni di dosi extra rispetto agli negoziati della Commissione. Sottraendo così, di fatto, circa 24 milioni di dosi ai partner europei. Un'intesa sottobanco e in sprezzo agli accordi europei, resa possibile, con tutta probabilità, da un cavillo del documento firmato a giugno dal Consiglio europeo. Impossibile saperlo con certezza, perché i contratti sono coperti dal segreto, ma se le trattative chiuse da Bruxelles non dovessero riportare una clausola di obbligo di acquisto, agli Stati sarebbe concesso sia l'acquisto delle dosi bloccate a prezzi vantaggiosi dalla Commissione, sia di quelle fuori accordo e negoziate con i singoli produttori. Esattamente come sembra abbia fatto la cancelliera Angela Merkel. E così, mentre la nostra campagna vaccinale già arranca e il premier Giuseppe Conte rimane a guardare, gli altri mettono la freccia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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