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2020-08-12
Non ci sono aule, banchi e professori. La Azzolina ha sprecato tutta l’estate
Lucia Azzolina (Ansa)
Sarebbe interessante capire i motivi per cui nella gestione della emergenza sanitaria Covid alcuni ministri del governo Conte siano stati mediaticamente sovraesposti e altri siano rimasti nell'ombra. Si pensi, nei momenti più caldi dell'emergenza, alla onnipresenza del ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, e all'inquietante «navigare sott'acqua» del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, riemerso poi agli onori delle cronache quando dalle acque del Mediterraneo sono prevedibilmente sbarcati i migranti, positivi e no. Poi c'è lei, la titolare del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che come uno spread della politica, settimana dopo settimana, ha acquistato una centralità nel dibattito, aumentando gli spazi di visibilità, anche per motivi sui quali invece sarebbe stato meglio stendere un velo pietoso. E così negli ultimi giorni sul Web e sui media tradizionali è stato tutto un rincorrersi di notizie sulla Azzolina: il ministro che ratifica la sua promozione come dirigente scolastica, la Azzolina che commentando sui social l'incursione notturna di ladri in una scuola del Sud confonde «effrazione» con «infrazione» e ancora il ministro che non esclude l'utilizzo di tensostrutture in alcune situazioni di «affanno» e nello stesso tempo definisce come fake news il virgolettato che le aveva attribuito La Stampa su possibili lezioni anche nei bed&breakfast. Ennesima perplessità, per non farsi mancare nulla, quella sugli scuolabus autorizzati a circolare a piena capienza, ma al massimo per 15 minuti. Cosa succeda allo scoccare del quarto d'ora se il mezzo non è giunto a destinazione, non è dato sapere. Se il coronavirus fosse una persona e avesse un buon avvocato, farebbe probabilmente causa a tutti coloro che in questo momento scaricano sull'emergenza sanitaria quelle che sono eterne emergenze della società italiana. Se adesso è difficile capire come disporre i ragazzi in ossequio alla regola del distanziamento è perché già da decenni l'edilizia scolastica è in condizioni penose. Parlare poi di «messa in sicurezza oggi» delle scuole italiane diventa quasi un discorso metafisico, considerando che una percentuale drammaticamente alta di scuole già prima del Covid era fuori dai parametri fondamentali della sicurezza. Questi mesi estivi potevano essere utilizzati per rinnovare finalmente l'edilizia scolastica, ma si è preferito perdere tempo tra sparate grossolane e smentite.
L'Azzolina non può essere considerata la responsabile di questa lunga tradizione di inadempienze, è anche vero però che molte sue dichiarazioni non aiutano a trovare soluzioni. A lei si può imputare una sorta di moto perpetuo tra ipotesi appena abbozzate e poi abbandonate: rinvio dell'inizio dell'anno scolastico e/o rigoroso rispetto della data del 14 settembre, didattica con i doppi turni e quindi scomposizione delle classi e/o presenza di tutti gli alunni, ma ben distanziati. Rapido (e quanto rigoroso?) check up di ingresso degli alunni e/o fiducia nelle autocertificazioni delle famiglie che provvederanno a monitorare i ragazzi. E come dimenticare il famoso plexiglas che dovrebbe separare gli alunni o anche no. In questo balletto di soluzioni la cattedra ministeriale di Lucia Azzolina traballa come uno di quei banchi a rotelle che ella stessa ha proposto come massima risposta didattica ai timori della seconda ondata.
A proposito di banchi a rotelle, oggi si saprà chi è il vincitore della gara europea per la fornitura. Il commissario straordinario all'emergenza, Domenico Arcuri, ha annunciato che sono state presentate 14 offerte e tra i proponenti vi sono anche aziende estere. Il bando prevede la fornitura fino a 1,5 milioni di banchi monouso tradizionali e fino a 1,5 milioni di banchi di tipo più innovativo. In corso d'opera non sono mancate le polemiche sia sul prezzo, che dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 euro l'uno, sia sull'effettiva funzionalità di questi banchi a rotelle che alcuni già prevedono trasformarsi in allegre auto-scontro nelle classi. Intanto, il tempo di attesa di agosto scorre e presto conosceremo dal vivo i risultati concreti. Chi però mette in croce la Azzolina per aver confuso «infrazione» ed «effrazione» (errore leggero rispetto a quello dei compagni di partito che sono andati a pescare Beirut in Libia) forse non ha colto il delizioso ossimoro che il ministro ha adoperato per dare un senso a tutto il suo pacchetto di soluzioni; ha detto nei giorni scorsi: daremo «indicazioni chiare, ma flessibili», che sa un po' di contraddizione interna. Volendo tradurre in termini concreti l'espressione, è facile prevedere che dopo la girandola di soluzioni alla fin fine il ministero si adagerà sul concetto di «autonomia scolastica». Quella che doveva essere la chiave per riformare la scuola, la famosa autonomia del ministro Luigi Berlinguer, diventerà il cruccio quotidiano di tutti i dirigenti scolastici italiani non momentaneamente collocati al vertice del ministero e chiamati a esercitare l'arte dell'arrangiarsi, a bere cioè l'amaro calice della responsabilità in contesti scolastici che già non erano sicuri prima del Covid e della Azzolina, figuriamoci ora…
I «benefici» della Ru486 sono segreti
Il ministro Roberto Speranza ha assicurato che le nuove linee guida sull'aborto chimico in regime di day hospital, senza cioè più obbligo di ricovero e fino alla nona settimana - e non più alla settima -, poggiano sull'«evidenza scientifica». Già, ma di che «evidenza scientifica» si tratta? Allo stato non è dato saperlo e non è detto che lo si potrà appurare a breve dal momento che, a dispetto della rilevanza del tema, il parere del Consiglio superiore di sanità, usato per il via libera, è secretato.
A segnalare tale anomalia, sul giornale online La Nuova Bussola Quotidiana, è stato Andrea Zambrano, il quale, ricordato che l'organo consultivo del dicastero della Salute è composto da 60 membri - 30 di diritto e 30 su nomina ministeriale -, ha interpellato il solo specialista in ostetricia e ginecologia dello stesso, il professor Giovanni Scambia, direttore della Scuola di specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell'Università Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma.
Ebbene, attenendosi alla riservatezza degli atti, Scambia non ha rivelato nulla di quanto dichiarato in seno al Consiglio, salvo comunque lasciarsi scappare un «comunque, la mia posizione in merito è nota» che non risolve, ma infittisce il giallo. Infatti il professore del Gemelli, struttura ospedaliera di noto orientamento cattolico a partire dal nome che porta - quello di padre Agostino Gemelli, francescano e medico -, non ha mai fatto mistero delle sue perplessità sulla pillola abortiva Ru486.
Ma se il solo specialista sull'argomento presso il Consiglio superiore di sanità verosimilmente non ha votato a favore dell'aborto chimico in regime di day hospital, su quale «evidenza scientifica» si basa la decisione del ministro Speranza? A questo punto la sola ipotesi che resta in piedi, ha fatto notare Zambrano, è quella del parere favorevole della Sigo, acronimo che sta per Società italiana di Ostetricia e Ginecologia. Peccato che a sua volta il presidente della Sigo, il professor Antonio Chiantera, si sia sottratto a ogni tentativo di chiarimento sull'«evidenza scientifica» che ha portato la sua società a dare il via libera alla Ru486 senza ricovero ospedaliero: «La relazione che abbiamo fornito al Css fa parte degli atti secretati».
Ricapitolando, il ministro della Salute ha approvato delle linee guida sull'aborto chimico in day hospital basandosi sul secretato parere favorevole del suo organo consultivo (con il maggior esperto dello stesso plausibilmente contrario) a sua volta emanato sulla base del secretato parere favorevole di una società terza. Per carità, non si può escludere a priori che quella di Speranza sia una decisione «scientifica», ma quanto all'«evidenza» di detta scientificità, ecco, ci sarebbe qualcosa da ridire.
Anche perché, mentre il ministero della Salute ha deciso sulla Ru486 senza chiarire su che basi lo abbia fatto, la letteratura scientifica sull'aborto chimico resta, questa sì, segnata da drammatica «evidenza». Quale? Quella secondo cui l'aborto chimico presenta tassi di mortalità materna dieci volte superiori all'aborto chirurgico, come si leggeva sul New England Journal of Medicine ancora nel 2005.
Sempre nel 2005, su Obstetrics & Gynecology, testata ufficiale dell'equivalente americano della nostra Sigo, si poteva leggere che l'assunzione della pillola abortiva, nella donna, comporta nel 93,2% dei casi dolore o crampi, nel 66,6% dei casi nausea, nel 54,7 debolezza, nel 46,2 cefalea, nel 44,2 vertigini. A tale già notevole serie di effetti collaterali legati alla Ru-486, si devono aggiungere le perdite di sangue per 30 giorni e oltre nel 9% delle donne che l'assumono, secondo quanto sottolineato dal già citato New England Journal of Medicine.
Un altro lavoro a cura di ricercatori cinesi ha stabilito che, con l'aborto chimico rispetto a quello chirurgico, il rischio di sanguinamento per la donna sia 3,27 volte superiore, quello di dolore addominale 1,63 volte più frequente e la durata del sanguinamento 6,49 volte più prolungata. Uno studio, quest'ultimo, che si trova a pagina 8 della bibliografia usa proprio dal Consiglio superiore di sanità nel proprio parere sulla Ru486 del 18 marzo 2010. Beninteso, in quel caso il parere era noto ed è tutt'ora facilmente reperibile in Rete. Ora che invece il Consiglio superiore di sanità ha cambiato idea sull'aborto chimico, però, è tutto secretato. Forse perché l'«evidenza scientifica» di tale cambio di rotta non è così solida?
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Anziché agire sull'edilizia scolastica, il ministro ha preferito arrovellarsi su plexiglas, pulmini a tempo, lezioni al cinema e postazioni con le ruote. Oggi si scoprirà chi ha vinto il bando per gli arredi delle classi. I «benefici» della Ru486 sono segreti. Per Roberto Speranza la sicurezza dell'aborto a domicilio poggia su «evidenze scientifiche». Ma il parere del Consiglio superiore di sanità è inaccessibile e gli esperti sono scettici. Lo speciale comprende due articoli. Sarebbe interessante capire i motivi per cui nella gestione della emergenza sanitaria Covid alcuni ministri del governo Conte siano stati mediaticamente sovraesposti e altri siano rimasti nell'ombra. Si pensi, nei momenti più caldi dell'emergenza, alla onnipresenza del ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, e all'inquietante «navigare sott'acqua» del ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, riemerso poi agli onori delle cronache quando dalle acque del Mediterraneo sono prevedibilmente sbarcati i migranti, positivi e no. Poi c'è lei, la titolare del dicastero dell'Istruzione, Lucia Azzolina, che come uno spread della politica, settimana dopo settimana, ha acquistato una centralità nel dibattito, aumentando gli spazi di visibilità, anche per motivi sui quali invece sarebbe stato meglio stendere un velo pietoso. E così negli ultimi giorni sul Web e sui media tradizionali è stato tutto un rincorrersi di notizie sulla Azzolina: il ministro che ratifica la sua promozione come dirigente scolastica, la Azzolina che commentando sui social l'incursione notturna di ladri in una scuola del Sud confonde «effrazione» con «infrazione» e ancora il ministro che non esclude l'utilizzo di tensostrutture in alcune situazioni di «affanno» e nello stesso tempo definisce come fake news il virgolettato che le aveva attribuito La Stampa su possibili lezioni anche nei bed&breakfast. Ennesima perplessità, per non farsi mancare nulla, quella sugli scuolabus autorizzati a circolare a piena capienza, ma al massimo per 15 minuti. Cosa succeda allo scoccare del quarto d'ora se il mezzo non è giunto a destinazione, non è dato sapere. Se il coronavirus fosse una persona e avesse un buon avvocato, farebbe probabilmente causa a tutti coloro che in questo momento scaricano sull'emergenza sanitaria quelle che sono eterne emergenze della società italiana. Se adesso è difficile capire come disporre i ragazzi in ossequio alla regola del distanziamento è perché già da decenni l'edilizia scolastica è in condizioni penose. Parlare poi di «messa in sicurezza oggi» delle scuole italiane diventa quasi un discorso metafisico, considerando che una percentuale drammaticamente alta di scuole già prima del Covid era fuori dai parametri fondamentali della sicurezza. Questi mesi estivi potevano essere utilizzati per rinnovare finalmente l'edilizia scolastica, ma si è preferito perdere tempo tra sparate grossolane e smentite. L'Azzolina non può essere considerata la responsabile di questa lunga tradizione di inadempienze, è anche vero però che molte sue dichiarazioni non aiutano a trovare soluzioni. A lei si può imputare una sorta di moto perpetuo tra ipotesi appena abbozzate e poi abbandonate: rinvio dell'inizio dell'anno scolastico e/o rigoroso rispetto della data del 14 settembre, didattica con i doppi turni e quindi scomposizione delle classi e/o presenza di tutti gli alunni, ma ben distanziati. Rapido (e quanto rigoroso?) check up di ingresso degli alunni e/o fiducia nelle autocertificazioni delle famiglie che provvederanno a monitorare i ragazzi. E come dimenticare il famoso plexiglas che dovrebbe separare gli alunni o anche no. In questo balletto di soluzioni la cattedra ministeriale di Lucia Azzolina traballa come uno di quei banchi a rotelle che ella stessa ha proposto come massima risposta didattica ai timori della seconda ondata. A proposito di banchi a rotelle, oggi si saprà chi è il vincitore della gara europea per la fornitura. Il commissario straordinario all'emergenza, Domenico Arcuri, ha annunciato che sono state presentate 14 offerte e tra i proponenti vi sono anche aziende estere. Il bando prevede la fornitura fino a 1,5 milioni di banchi monouso tradizionali e fino a 1,5 milioni di banchi di tipo più innovativo. In corso d'opera non sono mancate le polemiche sia sul prezzo, che dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 euro l'uno, sia sull'effettiva funzionalità di questi banchi a rotelle che alcuni già prevedono trasformarsi in allegre auto-scontro nelle classi. Intanto, il tempo di attesa di agosto scorre e presto conosceremo dal vivo i risultati concreti. Chi però mette in croce la Azzolina per aver confuso «infrazione» ed «effrazione» (errore leggero rispetto a quello dei compagni di partito che sono andati a pescare Beirut in Libia) forse non ha colto il delizioso ossimoro che il ministro ha adoperato per dare un senso a tutto il suo pacchetto di soluzioni; ha detto nei giorni scorsi: daremo «indicazioni chiare, ma flessibili», che sa un po' di contraddizione interna. Volendo tradurre in termini concreti l'espressione, è facile prevedere che dopo la girandola di soluzioni alla fin fine il ministero si adagerà sul concetto di «autonomia scolastica». Quella che doveva essere la chiave per riformare la scuola, la famosa autonomia del ministro Luigi Berlinguer, diventerà il cruccio quotidiano di tutti i dirigenti scolastici italiani non momentaneamente collocati al vertice del ministero e chiamati a esercitare l'arte dell'arrangiarsi, a bere cioè l'amaro calice della responsabilità in contesti scolastici che già non erano sicuri prima del Covid e della Azzolina, figuriamoci ora… <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-ci-sono-aule-banchi-e-professori-la-azzolina-ha-sprecato-tutta-lestate-2646952371.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-benefici-della-ru486-sono-segreti" data-post-id="2646952371" data-published-at="1597179210" data-use-pagination="False"> I «benefici» della Ru486 sono segreti Il ministro Roberto Speranza ha assicurato che le nuove linee guida sull'aborto chimico in regime di day hospital, senza cioè più obbligo di ricovero e fino alla nona settimana - e non più alla settima -, poggiano sull'«evidenza scientifica». Già, ma di che «evidenza scientifica» si tratta? Allo stato non è dato saperlo e non è detto che lo si potrà appurare a breve dal momento che, a dispetto della rilevanza del tema, il parere del Consiglio superiore di sanità, usato per il via libera, è secretato. A segnalare tale anomalia, sul giornale online La Nuova Bussola Quotidiana, è stato Andrea Zambrano, il quale, ricordato che l'organo consultivo del dicastero della Salute è composto da 60 membri - 30 di diritto e 30 su nomina ministeriale -, ha interpellato il solo specialista in ostetricia e ginecologia dello stesso, il professor Giovanni Scambia, direttore della Scuola di specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell'Università Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma. Ebbene, attenendosi alla riservatezza degli atti, Scambia non ha rivelato nulla di quanto dichiarato in seno al Consiglio, salvo comunque lasciarsi scappare un «comunque, la mia posizione in merito è nota» che non risolve, ma infittisce il giallo. Infatti il professore del Gemelli, struttura ospedaliera di noto orientamento cattolico a partire dal nome che porta - quello di padre Agostino Gemelli, francescano e medico -, non ha mai fatto mistero delle sue perplessità sulla pillola abortiva Ru486. Ma se il solo specialista sull'argomento presso il Consiglio superiore di sanità verosimilmente non ha votato a favore dell'aborto chimico in regime di day hospital, su quale «evidenza scientifica» si basa la decisione del ministro Speranza? A questo punto la sola ipotesi che resta in piedi, ha fatto notare Zambrano, è quella del parere favorevole della Sigo, acronimo che sta per Società italiana di Ostetricia e Ginecologia. Peccato che a sua volta il presidente della Sigo, il professor Antonio Chiantera, si sia sottratto a ogni tentativo di chiarimento sull'«evidenza scientifica» che ha portato la sua società a dare il via libera alla Ru486 senza ricovero ospedaliero: «La relazione che abbiamo fornito al Css fa parte degli atti secretati». Ricapitolando, il ministro della Salute ha approvato delle linee guida sull'aborto chimico in day hospital basandosi sul secretato parere favorevole del suo organo consultivo (con il maggior esperto dello stesso plausibilmente contrario) a sua volta emanato sulla base del secretato parere favorevole di una società terza. Per carità, non si può escludere a priori che quella di Speranza sia una decisione «scientifica», ma quanto all'«evidenza» di detta scientificità, ecco, ci sarebbe qualcosa da ridire. Anche perché, mentre il ministero della Salute ha deciso sulla Ru486 senza chiarire su che basi lo abbia fatto, la letteratura scientifica sull'aborto chimico resta, questa sì, segnata da drammatica «evidenza». Quale? Quella secondo cui l'aborto chimico presenta tassi di mortalità materna dieci volte superiori all'aborto chirurgico, come si leggeva sul New England Journal of Medicine ancora nel 2005. Sempre nel 2005, su Obstetrics & Gynecology, testata ufficiale dell'equivalente americano della nostra Sigo, si poteva leggere che l'assunzione della pillola abortiva, nella donna, comporta nel 93,2% dei casi dolore o crampi, nel 66,6% dei casi nausea, nel 54,7 debolezza, nel 46,2 cefalea, nel 44,2 vertigini. A tale già notevole serie di effetti collaterali legati alla Ru-486, si devono aggiungere le perdite di sangue per 30 giorni e oltre nel 9% delle donne che l'assumono, secondo quanto sottolineato dal già citato New England Journal of Medicine. Un altro lavoro a cura di ricercatori cinesi ha stabilito che, con l'aborto chimico rispetto a quello chirurgico, il rischio di sanguinamento per la donna sia 3,27 volte superiore, quello di dolore addominale 1,63 volte più frequente e la durata del sanguinamento 6,49 volte più prolungata. Uno studio, quest'ultimo, che si trova a pagina 8 della bibliografia usa proprio dal Consiglio superiore di sanità nel proprio parere sulla Ru486 del 18 marzo 2010. Beninteso, in quel caso il parere era noto ed è tutt'ora facilmente reperibile in Rete. Ora che invece il Consiglio superiore di sanità ha cambiato idea sull'aborto chimico, però, è tutto secretato. Forse perché l'«evidenza scientifica» di tale cambio di rotta non è così solida?
Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz durante un incontro dello scorso 23 gennaio a Roma (Ansa)
Giorgia Meloni, a quanto apprende La Verità, parteciperà in presenza, oggi a Parigi, al vertice dei cosiddetti «volenterosi»: circa quaranta leader, molti collegati in videoconferenza, sono attesi alla riunione convocata dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer. Sul tavolo del summit, la riapertura in sicurezza dello Stretto di Hormuz. L’impegno dei «volenterosi», però, come più volte sottolineato dalla Verità a proposito di una eventuale partecipazione italiana alla missione, è subordinato alla stabilizzazione del cessate il fuoco tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. Fino a quando la guerra sarà pienamente in corso, e senza un mandato internazionale ad esempio dell’Onu, non se ne parla, perché ogni partecipazione a interventi anche di semplice sminamento delle acque dello Stretto sarebbe a tutti gli effetti un ingresso in guerra. Lo ha ribadito ieri il cancelliere tedesco Friedrich Merz: «La Germania», ha detto ieri Merz, come riporta Nova, «contribuirà alla futura salvaguardia della navigazione nello stretto di Hormuz ma solo a determinate condizioni. Ho coordinato questa posizione all’interno del governo tedesco. Una missione di questo genere richiederebbe un mandato internazionale, preferibilmente delle Nazioni Unite, una risoluzione del governo tedesco e un mandato del Parlamento tedesco. Siamo ancora lontani da questo obiettivo». La Germania potrebbe partecipare con navi sminatrici o da ricognizione.
Così come solo parole ascolteremo oggi dai «volenterosi»: le chiavi della soluzione del conflitto sono nelle mani di Donald Trump e Benjamin Netanyahu da un lato e del regime iraniano dall’altro. La situazione nello Stretto è, per usare un eufemismo, confusa: l’Iran ha minato le acque e chiede un pedaggio alle navi che vogliono attraversare Hormuz; gli Usa hanno disposto un blocco navale per le navi dirette verso porti iraniani o in uscita da essi.
Secondo alcune fonti, qualche nave ha comunque attraversato lo Stretto, ma il volume di traffico resta a livelli minimi: «Gli Stati Uniti», ha detto ieri Stephen Miller, stretto collaboratore di Trump, «potrebbero mantenere il blocco navale dei porti iraniani a tempo indeterminato.
La linea è chiara: gli Stati Uniti non accetteranno mai minacce da parte di un Iran dotato di armi nucleari, e l’embargo sta soffocando l’economia iraniana». Da Teheran arriva un altolà all’idea dei «volenterosi»: «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, «la sicurezza dello Stretto di Hormuz è garantita dall’Iran da decenni e, con l’aiuto degli Stati regionali, l’Iran è in grado di assicurare la sicurezza e la navigabilità della via, a condizione che cessino le interferenze e l’attuale guerra».
In sostanza, per ora i «volenterosi» sono allo stadio delle buone intenzioni. Detto ciò, l’Italia, se e quando la missione internazionale verrà effettivamente organizzata, potrà offrire un contributo di estremo rilievo: sono ben otto i cacciamine della Marina militare italiana in servizio e pronti all’impiego. Si tratta dei cacciamine della Classe Gaeta, che sono stati sottoposti a importanti lavori di ammodernamento per restare tecnologicamente competitivi. Dispongono di un completo sistema di apparecchiature specifiche fra le quali un sistema integrato di navigazione e tracciamento; apparati di radio-navigazione; un ecogoniometro cacciamine a profondità variabile; un sistema automatico per l’identificazione e distruzione di mine. Si trovano a Gaeta, Termoli, Alghero, Numana, Crotone, Viareggio, Chioggia e Rimini: il tempo di trasferimento verso Hormuz è valutato in circa 30 giorni. Individuare e far brillare in sicurezza le mine navali è una delle operazioni più complesse che ha di fronte una forza armata, e in questo genere di operazioni la nostra Marina militare è considerata una eccellenza a livello mondiale.
Da parte sua, un funzionario Usa ha detto al Wall Street Journal che è quasi pronto un programma statunitense per assicurare le petroliere che transitano nello Stretto di Hormuz, ma si stanno risolvendo alcune questioni di sicurezza con la Marina prima del suo avvio. Il programma, a quanto ha spiegato il responsabile degli investimenti Conor Coleman, assicurerà perdite fino a 40 miliardi di dollari per le navi disposte ad attraversare lo Stretto.
«Teheran rinuncerà al nucleare»
Donald Trump ha dichiarato che Teheran avrebbe accettato di consegnare la cosiddetta «polvere nucleare» in suo possesso e di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un periodo indefinito. Parlando alla Casa Bianca, il presidente ha affermato che l’Iran starebbe mostrando una maggiore apertura negoziale rispetto al passato e che un accordo «molto probabile» escluderebbe lo sviluppo di armi nucleari. Secondo Trump, la consegna riguarderebbe materiale nucleare legato anche a precedenti attacchi e ai siti sotterranei iraniani. I colloqui proseguirebbero in un clima positivo, con nuovi incontri previsti nei prossimi giorni. Il 21 aprile scadrà il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran.
Uno stretto alleato di Trump, come il capo delle forze di difesa pakistane Asim Munir, ha recentemente incontrato il presidente del parlamento della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Qalibaf. Scopo del faccia a faccia è, in particolare, stato quello di organizzare un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran, dopo i colloqui finiti in stallo lo scorso sabato.
Se da una parte è aperta al dialogo, Washington, dall’altra, non sta rinunciando ad aumentare la pressione sul regime khomeinista. «Le nostre forze sono pronte a riprendere le operazioni di combattimento, qualora questo nuovo regime iraniano facesse una scelta sbagliata e non accettasse un accordo», ha affermato ieri il capo del Pentagono, Pete Hegseth, che ha anche parlato del blocco americano a Hormuz. «Minacciare di lanciare missili e droni contro navi, navi commerciali che transitano legalmente in acque internazionali, non è controllo. Questa è pirateria. Questo è terrorismo. La Marina degli Stati Uniti controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di risorse e capacità reali, e stiamo attuando questo blocco», ha dichiarato. Al contempo, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha assicurato che Washington è pronta a «usare la forza» verso chi cerchi di forzare il blocco americano a Hormuz. E attenzione: la pressione americana non è soltanto di natura militare ma anche economica. Appena l’altro ieri, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha infatti minacciato di colpire l’Iran con delle sanzioni secondarie. L’obiettivo è chiaramente quello di mettere ulteriormente in ginocchio l’economia della Repubblica islamica, per costringere quest’ultima a negoziare da una posizione di debolezza. Al contempo, Trump è tornato a parlare di Leone XIV. «Deve capire che l’Iran non può avere un’arma nucleare», ha detto.
Nel frattempo, Teheran si è mostrata timidamente ottimista sul fronte diplomatico. «Nonostante la nostra profonda sfiducia negli Stati Uniti, derivante dai ripetuti tradimenti della diplomazia, abbiamo comunque intrapreso i negoziati in buona fede e restiamo cautamente ottimisti», ha affermato l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, Amir Saeid Iravani. «Se Washington adotterà un approccio razionale e costruttivo, questi negoziati potranno portare a un risultato significativo», ha aggiunto. Questo ovviamente non significa che la strada sia del tutto in discesa: sempre ieri, un alto funzionario iraniano ha infatti sottolineato che la questione dell’uranio arricchito resta forse il principale nodo sul tavolo negoziale. Dall’altra parte, la medesima fonte ha però parlato di progressi. Ciò significa che lo stallo diplomatico, soprattutto dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Israele e Libano, potrebbe essere in procinto di essere superato.
In tutto questo, la Cina ha auspicato che Washington e Teheran tornino al tavolo negoziale, mentre anche Ankara sta spingendo per la diplomazia. «Continueremo a fornire il supporto necessario affinché il cessate il fuoco in corso si trasformi in una tregua permanente e, infine, in una pace duratura, senza che diventi più complesso e difficile da gestire», ha dichiarato il ministero della Difesa turco. Bisognerà infine vedere come si svilupperà il rapporto tra Trump e Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è sempre stato freddo verso il cessate il fuoco tra Usa e Iran. Tuttavia, ieri ha accettato la tregua libanese. Solo il tempo ci dirà se Gerusalemme si allineerà completamente alla Casa Bianca nei suoi sforzi diplomatici con Teheran. Un fattore, questo, che potrebbe rivelarsi decisivo per il destino della crisi iraniana: in un senso o nell’altro.
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