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2019-10-07
Macché malato
. Quell’assassino è solo uno dei tanti immigrati violenti
Ansa
Un extracomunitario ammazza due poliziotti e ne ferisce un terzo, poteva farne fuori una decina in questura a Trieste se i colpi sparati fossero andati tutti a segno. Eppure per giustificarlo si dice che avesse problemi psichici. Alejandro Stephen Meran, accusato di duplice omicidio e 8 tentati omicidi, sapeva però usare una pistola, non ha avuto incertezze nello svuotare il caricatore contro gli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta. La Procura di Trieste è stata chiara: «Non risulta in atti alcuna traccia di visite specialistiche fatte in Italia». Non emergerebbe documentazione nemmeno di controlli fatti in Germania, dove il dominicano aveva vissuto con i familiari. Quando abitavano nel Bellunese, il fratello Carlysle Meran era stato denunciato perché aveva una scimitarra.
Poche ore dopo il massacro di Trieste, un giudice ha scarcerato il russo che aveva aggredito due agenti a Cecina mandandoli in ospedale: per lui, che fino all'ultimo continuava a sputare e a inveire contro i poliziotti, solo l'obbligo di firma in commissariato con orario da concordare perché non abbia problemi sul luogo di lavoro.
Oltre alle forze dell'ordine, ogni giorno in Italia dipendenti pubblici subiscono aggressioni sul posto di lavoro. Vengono insultati, minacciati, si prendono pugni, calci, coltellate mentre guidano autobus, sorvegliano treni, pattugliano il territorio o cercano di garantire la sicurezza di aeroporti, banche, centri commerciali, con un'uniforme che non basta a proteggerli. Sono presi di mira quando combattono come medici e infermieri nella trincea dei Pronto soccorso, presi d'assalto da utenti che disprezzano il loro camice. Al bollettino quotidiano di queste violenze rischiamo di diventare indifferenti, quasi fossero «incidenti inevitabili» per chi si guadagna da vivere a diretto contatto con un'utenza sempre più insofferente, rabbiosa, violenta. Molti soprusi sono compiuti da irregolari, nello spregio di norme che nemmeno vogliono conoscere e rispettare. Venerdì il capo della Polizia Franco Gabrielli ha dichiarato che negli ultimi anni c'è stato «un aumento degli stranieri coinvolti, tra arrestati e denunciati». Nel 2016 la percentuale era del 29,2%, nel 2017 «è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%. Il fatto che gli stranieri presenti nel nostro Paese, tra regolari e no, sono il 12%, dà la misura del problema», sottolineava Gabrielli. Dopo i due agenti freddati nella Questura di Trieste, sale a 7 il numero degli uomini delle forze dell'ordine uccisi da inizio anno: 4 poliziotti e 3 carabinieri.
Altre persone indifese sono in prima linea contro quest'ondata di violenza. Il personale sanitario denuncia da tempo le quotidiane aggressioni contro infermieri e dottori. A un sondaggio 2018 dell'Anaao, il sindacato dei medici italiani, circa il 65% dei 1.280 partecipanti ha risposto di esserne stato vittima. Di questi, il 66,19% riferiva aggressioni verbali mentre il 33,81% aggressioni fisiche. Non era specificata la nazionalità dell'aggressore ma per il sindacato, che sta preparando i dati 2019, si tratta di percentuali preoccupanti. La cronaca delle violenze in ospedale si sofferma solo su quelle più efferate, come i calci e i pugni sferrati contro un portantino del Policlinico Umberto I di Roma da un nigeriano che era stato appena scarcerato e doveva essere espulso. O le minacce ai medici dei Pronto soccorso di Bari, di Piacenza, di Latina, di Parma (l'elenco è lungo) da parte di stranieri ubriachi, che pretendono di dormire in ospedale, di essere curati prima degli altri e davanti a un rifiuto diventano delle furie. La maggior parte delle aggressioni, però, rimane sconosciuta perché, come testimonia uno dei medici che abbiamo sentito, le aziende sanitarie scoraggiano i dipendenti dal fare denunce. Non vogliono pubblicità negative. Un atteggiamento che accomuna le aziende di trasporto pubblico e le Ferrovie dello Stato. Lasciano trapelare solo gli episodi ritenuti più gravi: l'extracomunitario che prende a pugni e schiaffi il capotreno o il conducente di bus, l'irregolare che dà di matto tra i passeggeri. Le prepotenze, gli spintoni, le violenze verbali, le offese, i soprusi se li devono smaltire i dipendenti nella giungla cittadina. Non ultimi tra le vittime di aggressioni, le guardie giurate scontano anche la scarsa considerazione di cui godono. Come leggerete da una testimonianza, ogni giorno sono prese di mira in tutta Italia ma non fanno notizia se manca il morto. A fronte di tutta questa escalation di violenza, manca un database nazionale. Quasi tutte le categorie sindacali interpellate non sanno fornire numeri sugli aggressori e sulla loro nazionalità. Anche questo è un dato preoccupante.
«Assalti aumentati del 60%. E ci danno pure dei razzisti»
A parlare è un medico del Pronto soccorso di un grande ospedale dell'Emilia Romagna. Lavora in prima linea da 25 anni, ultimamente la situazione è diventata ingestibile. «Arrivano al triage migranti senza fissa dimora, dopo aver chiamato una decina di volte le ambulanze. Vengono per dormire, carichi di alcol e di sostanze stupefacenti e basta un nonnulla per scatenare l'aggressione. Poi ci sono quelli che lavorano, hanno famiglia ma hanno ancora meno pazienza degli italiani a sopportare i tempi d'attesa per accedere alle cure. Gli esigenti, non li chiamo più pazienti, leggono che i tempi massimi di un codice verde per la presa in carico sono quattro ore, mentre di regola sono anche più di otto ore perché mancano personale, posti letto e i medici di famiglia che non rispondono al telefono, non visitano a domicilio e continuano a scaricarci pazienti al Pronto soccorso. Non vogliono aspettare, gli extracomunitari, pretendono di essere visitati subito. Danno in escandescenze. Gli insulti tipo “razzisti di m.", “siete come Salvini" sono all'ordine del giorno e sono cresciuti del 100%».
Prosegue il medico, di cui non riveliamo l'identità per non creargli problemi in ambito ospedaliero: «Adesso che esce il nuovo, quinto, codice azzurrino che segnala “problema non urgente o di minima rilevanza clinica", quindi tempi di attesa ancora più lunghi, immagino quali reazioni dovremo aspettarci. Ne faremo le spese noi medici e gli infermieri».
Molti extracomunitari non accettano il personale femminile, reagiscono con violenza alla loro presenza. «Un'infermiera colpita con un calcio alla pancia da un migrante integrato nel nostro territorio, solo perché gli aveva detto che c'era da aspettare, non l'ha denunciato, ha avuto paura», racconta il sanitario. «Come conseguenza ha subìto una grave depressione, ha dovuto lasciare il Pronto soccorso e andare a lavorare in un altro reparto. Non sono episodi isolati, si stanno moltiplicando. Da un po' di tempo vengono registrati su un “quadernone" secondo un protocollo interno, ma le denunce sono una minima parte di quello che accade nelle strutture ospedaliere».
Già nell'Indagine nazionale 2016 sulla violenza verso infermieri di Pronto soccorso, promossa dall'Università degli studi di Firenze, oltre la metà degli infermieri di emergenza (57,0%) evidenziava la mancanza di procedure aziendali per la segnalazione degli atti di violenza. La precisazione «sono più gli irregolari a compiere aggressioni» viene confermata, non ufficialmente, in diversi altri Pronto soccorso del Nord Italia, da dove decine di medici se ne vanno: «Nessuno vuole lavorarci perché i ritmi sono massacranti, si viene oltraggiati e denunciati», spiega il nostro interlocutore. «Non abbiamo nemmeno la polizia in ospedale, solo un vigilante che non ha alcun potere».
Autobus e treni pericolosi. Molti episodi mai denunciati
Dall'ultimo incontro delle Ferrovie dello Stato con le organizzazioni sindacali, è emerso che tra gennaio e agosto 2019 sui treni italiani sono avvenute 240 aggressioni fisiche e verbali. Dati sulla nazionalità degli autori di queste violenze non si conoscono, o non vengono forniti «perché non cambia nulla per i lavoratori aggrediti», puntualizza un sindacato di categoria. Certo, ma se aumentano i reati commessi da stranieri, se «uno su tre fra arrestati e denunciati non è italiano», come ha dichiarato il capo della polizia, Franco Gabrielli, magari a chi viaggia su rotaia interessa sapere perché le linee regionali non sono più così sicure.
Colpa di italiani divenuti violenti e pericolosi, o gli irregolari sbarcati in questo Paese si sentono liberi di viaggiare su nostri treni e autobus senza pagare il biglietto, reagendo come bestie se qualcuno li richiama all'ordine? In un sondaggio sul servizio ferroviario di Trenitalia in Piemonte, lo scorso mese si leggeva che «le stazioni vengono percepite ancora come luoghi di degrado e pericolosi. Sono inoltre in aumento le aggressioni nei confronti del personale ferroviario».
Dal poliziotto picchiato da un gruppo di dieci nigeriani, dopo essere intervenuto in aiuto di un capotreno sulla Milano-Lecco, alla ragazza molestata sulla stessa linea da un ivoriano le che le mostrava la foto dei genitali sul cellulare. Dall'extracomunitario privo di biglietto che sul treno diretto a Bari prende a pugni il capotreno e un agente di polizia in borghese, ai tre marocchini fatti scendere alla stazione ferroviaria di Tortona, in provincia di Alessandria, perché volevano viaggiare gratis e che si sono vendicati pestando due ragazzi nei pressi della stazione, la cronaca delle aggressioni assume toni sempre più cupi. Testate, morsi, schiaffi durante i controlli dei documenti di viaggio o per aver rimproverato passeggeri che bivaccavano e disturbavano, sono solo alcuni degli episodi che si registrano sulle varie tratte. Molti non vengono denunciati perché non costituiscono reato, ma tolgono tranquillità ai pendolari e al personale ferroviario.
La Regione Toscana ha appena stanziato 1.400.000 euro per aumentare la sicurezza di chi viaggia e di chi lavora su treni e autobus. Gli agenti a bordo treno saranno autorizzati a intervenire non solo in caso di reati veri, ma anche in situazioni spiacevoli per i passeggeri. Basta un nulla per scatenare reazioni inconsulte e questo mette paura a chi deve viaggiare. Pure sugli autobus. Le aziende presenti sul territorio nazionale non hanno messo insieme dati utili per comprendere il fenomeno. L'Atac di Roma riferisce quasi 200 aggressioni denunciate da inizio anno, ma secondo i dipendenti dell'azienda di trasporti capitolina gli atti violenti sui bus sono molti di più. Secondo l'Atm, nel 2018 a Milano ci sono furono 59 aggressioni a dipendenti dei mezzi pubblici. Nei racconti dei conducenti di bus e tram, la situazione soprattutto di sera e di notte è ben diversa e più preoccupante.
«C’è un crescendo allarmante. Gli irregolari restano impuniti»
Stefano Paoloni, segretario generale del Sap, il sindacato autonomo di polizia, non aspetta dati centralizzati. Con un occhio alle denunce dei suoi associati, l'altro pronto a registrare fatti di cronaca, segnala che dal primo giugno al 4 ottobre di quest'anno, su 184 episodi di violenza nei confronti delle forze dell'ordine, 138 (il 75%) ha avuto come protagonisti stranieri irregolari. Gli uomini in divisa rimasti feriti sono stati 328. Due i morti. I dati raccolti si riferiscono a episodi che hanno coinvolto carabinieri, polizia, vigili urbani.
«Abbiamo iniziato a contare le aggressioni perché l'escalation è preoccupante e comune denominatore di chi commette violenza è la consapevolezza di restare impuniti», dichiara Paoloni. «Negli ultimi 15 anni, la persona che si rende responsabile di resistenza, oltraggio, violenza a pubblico ufficiale non viene condannata a più di otto mesi di carcere e nemmeno sconta un giorno di galera». Oltre all'impunità, che rende gli aggressori più violenti e incontrollati, c'è la penuria di mezzi in dotazione agli agenti in divisa a esasperare la situazione delle forze dell'ordine. «Non sono adeguati al servizio che dobbiamo svolgere. Dobbiamo pattugliare il territorio, facendo opera di controllo, prevenzione e contrasto, indossando una tuta di servizio non ignifuga. Non abbiamo corpetti protettivi, guanti anti taglio. Nemmeno pistole a impulsi elettrici, dal momento che è finita la sperimentazione del Taser e stiamo ancora aspettando il bando d'appalto».
Nel rapporto 2018, l'Associazione sostenitori ed amici della polizia stradale (Asaps) registrava: «Rimane molto preoccupante la percentuale degli stranieri protagonisti delle aggressioni: 1.264 gli episodi che li hanno visti protagonisti (47,8%), in incremento rispetto al 2017 quando la percentuale fu del 45,7%». Lo scorso anno, quando Gino Strada aveva definito «sbirri» le forze dell'ordine schierate sulle nostre coste prese d'assalto dagli irregolari, Paoloni aveva reagito ricordando al fondatore di Emergency come uomini e donne in divisa siano «impegnati da anni in Sicilia a fornire aiuti umanitari durante gli sbarchi». Oggi puntualizza: «Il nostro primo obiettivo è garantire la sicurezza. Poi svolgiamo il nostro lavoro con rischio, dedizione, umanità, per garantire una convivenza civile a tutti i cittadini nel rispetto della legge e dei valori democratici e soprattutto, senza guardare al colore politico del governo in carica, né al colore della pelle di chi stiamo aiutando. Rischiamo di contrarre malattie contagiose e di portarle a casa dove possiamo avere figli piccoli. O di doverci curare con antibiotici per mesi. Se il governo vuole mettere in discussione il decreto Sicurezza bis, che non archivia più il procedimento penale per oltraggio e resistenza e offre garanzie funzionali per poter esercitare la nostra professione, o se qualcuno in modo spregiativo pensa che il nostro sia un atteggiamento di abuso, ha sbagliato obiettivo. I delinquenti sono altri».
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Non è un pazzo, come vogliono farci credere: il dominicano che a Trieste ha sparato a 10 agenti uccidendone due è lucido e consapevole. È solo uno dei tanti clandestini violenti che minacciano la nostra vita. Franco Gabrielli, capo della polizia, conferma: un terzo di tutti i reati in Italia viene commesso da loro.Parla un medico del pronto soccorso: «Negli ultimi tre anni le aggressioni da parte di extracomunitari nel mio reparto sono aumentate del 60%, ma pochissime vengono denunciate. Le aziende sanitarie non vogliono finire sui giornali e ci chiedono di lasciar perdere».Dall'ultimo incontro delle Ferrovie dello Stato con le organizzazioni sindacali, è emerso che tra gennaio e agosto 2019 sui treni italiani sono avvenute 240 aggressioni fisiche e verbali. Dal primo giugno al 4 ottobre di quest'anno, su 184 episodi di violenza nei confronti delle forze dell'ordine, 138 (il 75%) ha avuto come protagonisti stranieri irregolari.Lo speciale contiene quattro articoliUn extracomunitario ammazza due poliziotti e ne ferisce un terzo, poteva farne fuori una decina in questura a Trieste se i colpi sparati fossero andati tutti a segno. Eppure per giustificarlo si dice che avesse problemi psichici. Alejandro Stephen Meran, accusato di duplice omicidio e 8 tentati omicidi, sapeva però usare una pistola, non ha avuto incertezze nello svuotare il caricatore contro gli agenti Matteo Demenego e Pierluigi Rotta. La Procura di Trieste è stata chiara: «Non risulta in atti alcuna traccia di visite specialistiche fatte in Italia». Non emergerebbe documentazione nemmeno di controlli fatti in Germania, dove il dominicano aveva vissuto con i familiari. Quando abitavano nel Bellunese, il fratello Carlysle Meran era stato denunciato perché aveva una scimitarra.Poche ore dopo il massacro di Trieste, un giudice ha scarcerato il russo che aveva aggredito due agenti a Cecina mandandoli in ospedale: per lui, che fino all'ultimo continuava a sputare e a inveire contro i poliziotti, solo l'obbligo di firma in commissariato con orario da concordare perché non abbia problemi sul luogo di lavoro. Oltre alle forze dell'ordine, ogni giorno in Italia dipendenti pubblici subiscono aggressioni sul posto di lavoro. Vengono insultati, minacciati, si prendono pugni, calci, coltellate mentre guidano autobus, sorvegliano treni, pattugliano il territorio o cercano di garantire la sicurezza di aeroporti, banche, centri commerciali, con un'uniforme che non basta a proteggerli. Sono presi di mira quando combattono come medici e infermieri nella trincea dei Pronto soccorso, presi d'assalto da utenti che disprezzano il loro camice. Al bollettino quotidiano di queste violenze rischiamo di diventare indifferenti, quasi fossero «incidenti inevitabili» per chi si guadagna da vivere a diretto contatto con un'utenza sempre più insofferente, rabbiosa, violenta. Molti soprusi sono compiuti da irregolari, nello spregio di norme che nemmeno vogliono conoscere e rispettare. Venerdì il capo della Polizia Franco Gabrielli ha dichiarato che negli ultimi anni c'è stato «un aumento degli stranieri coinvolti, tra arrestati e denunciati». Nel 2016 la percentuale era del 29,2%, nel 2017 «è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%. Il fatto che gli stranieri presenti nel nostro Paese, tra regolari e no, sono il 12%, dà la misura del problema», sottolineava Gabrielli. Dopo i due agenti freddati nella Questura di Trieste, sale a 7 il numero degli uomini delle forze dell'ordine uccisi da inizio anno: 4 poliziotti e 3 carabinieri. Altre persone indifese sono in prima linea contro quest'ondata di violenza. Il personale sanitario denuncia da tempo le quotidiane aggressioni contro infermieri e dottori. A un sondaggio 2018 dell'Anaao, il sindacato dei medici italiani, circa il 65% dei 1.280 partecipanti ha risposto di esserne stato vittima. Di questi, il 66,19% riferiva aggressioni verbali mentre il 33,81% aggressioni fisiche. Non era specificata la nazionalità dell'aggressore ma per il sindacato, che sta preparando i dati 2019, si tratta di percentuali preoccupanti. La cronaca delle violenze in ospedale si sofferma solo su quelle più efferate, come i calci e i pugni sferrati contro un portantino del Policlinico Umberto I di Roma da un nigeriano che era stato appena scarcerato e doveva essere espulso. O le minacce ai medici dei Pronto soccorso di Bari, di Piacenza, di Latina, di Parma (l'elenco è lungo) da parte di stranieri ubriachi, che pretendono di dormire in ospedale, di essere curati prima degli altri e davanti a un rifiuto diventano delle furie. La maggior parte delle aggressioni, però, rimane sconosciuta perché, come testimonia uno dei medici che abbiamo sentito, le aziende sanitarie scoraggiano i dipendenti dal fare denunce. Non vogliono pubblicità negative. Un atteggiamento che accomuna le aziende di trasporto pubblico e le Ferrovie dello Stato. Lasciano trapelare solo gli episodi ritenuti più gravi: l'extracomunitario che prende a pugni e schiaffi il capotreno o il conducente di bus, l'irregolare che dà di matto tra i passeggeri. Le prepotenze, gli spintoni, le violenze verbali, le offese, i soprusi se li devono smaltire i dipendenti nella giungla cittadina. Non ultimi tra le vittime di aggressioni, le guardie giurate scontano anche la scarsa considerazione di cui godono. Come leggerete da una testimonianza, ogni giorno sono prese di mira in tutta Italia ma non fanno notizia se manca il morto. A fronte di tutta questa escalation di violenza, manca un database nazionale. Quasi tutte le categorie sindacali interpellate non sanno fornire numeri sugli aggressori e sulla loro nazionalità. Anche questo è un dato preoccupante.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/noi-vittime-degli-immigrati-violenti-2640870494.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="assalti-aumentati-del-60-e-ci-danno-pure-dei-razzisti" data-post-id="2640870494" data-published-at="1779142612" data-use-pagination="False"> «Assalti aumentati del 60%. E ci danno pure dei razzisti» A parlare è un medico del Pronto soccorso di un grande ospedale dell'Emilia Romagna. Lavora in prima linea da 25 anni, ultimamente la situazione è diventata ingestibile. «Arrivano al triage migranti senza fissa dimora, dopo aver chiamato una decina di volte le ambulanze. Vengono per dormire, carichi di alcol e di sostanze stupefacenti e basta un nonnulla per scatenare l'aggressione. Poi ci sono quelli che lavorano, hanno famiglia ma hanno ancora meno pazienza degli italiani a sopportare i tempi d'attesa per accedere alle cure. Gli esigenti, non li chiamo più pazienti, leggono che i tempi massimi di un codice verde per la presa in carico sono quattro ore, mentre di regola sono anche più di otto ore perché mancano personale, posti letto e i medici di famiglia che non rispondono al telefono, non visitano a domicilio e continuano a scaricarci pazienti al Pronto soccorso. Non vogliono aspettare, gli extracomunitari, pretendono di essere visitati subito. Danno in escandescenze. Gli insulti tipo “razzisti di m.", “siete come Salvini" sono all'ordine del giorno e sono cresciuti del 100%». Prosegue il medico, di cui non riveliamo l'identità per non creargli problemi in ambito ospedaliero: «Adesso che esce il nuovo, quinto, codice azzurrino che segnala “problema non urgente o di minima rilevanza clinica", quindi tempi di attesa ancora più lunghi, immagino quali reazioni dovremo aspettarci. Ne faremo le spese noi medici e gli infermieri». Molti extracomunitari non accettano il personale femminile, reagiscono con violenza alla loro presenza. «Un'infermiera colpita con un calcio alla pancia da un migrante integrato nel nostro territorio, solo perché gli aveva detto che c'era da aspettare, non l'ha denunciato, ha avuto paura», racconta il sanitario. «Come conseguenza ha subìto una grave depressione, ha dovuto lasciare il Pronto soccorso e andare a lavorare in un altro reparto. Non sono episodi isolati, si stanno moltiplicando. Da un po' di tempo vengono registrati su un “quadernone" secondo un protocollo interno, ma le denunce sono una minima parte di quello che accade nelle strutture ospedaliere». Già nell'Indagine nazionale 2016 sulla violenza verso infermieri di Pronto soccorso, promossa dall'Università degli studi di Firenze, oltre la metà degli infermieri di emergenza (57,0%) evidenziava la mancanza di procedure aziendali per la segnalazione degli atti di violenza. La precisazione «sono più gli irregolari a compiere aggressioni» viene confermata, non ufficialmente, in diversi altri Pronto soccorso del Nord Italia, da dove decine di medici se ne vanno: «Nessuno vuole lavorarci perché i ritmi sono massacranti, si viene oltraggiati e denunciati», spiega il nostro interlocutore. «Non abbiamo nemmeno la polizia in ospedale, solo un vigilante che non ha alcun potere». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/noi-vittime-degli-immigrati-violenti-2640870494.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="autobus-e-treni-pericolosi-molti-episodi-mai-denunciati" data-post-id="2640870494" data-published-at="1779142612" data-use-pagination="False"> Autobus e treni pericolosi. 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In un sondaggio sul servizio ferroviario di Trenitalia in Piemonte, lo scorso mese si leggeva che «le stazioni vengono percepite ancora come luoghi di degrado e pericolosi. Sono inoltre in aumento le aggressioni nei confronti del personale ferroviario». Dal poliziotto picchiato da un gruppo di dieci nigeriani, dopo essere intervenuto in aiuto di un capotreno sulla Milano-Lecco, alla ragazza molestata sulla stessa linea da un ivoriano le che le mostrava la foto dei genitali sul cellulare. Dall'extracomunitario privo di biglietto che sul treno diretto a Bari prende a pugni il capotreno e un agente di polizia in borghese, ai tre marocchini fatti scendere alla stazione ferroviaria di Tortona, in provincia di Alessandria, perché volevano viaggiare gratis e che si sono vendicati pestando due ragazzi nei pressi della stazione, la cronaca delle aggressioni assume toni sempre più cupi. Testate, morsi, schiaffi durante i controlli dei documenti di viaggio o per aver rimproverato passeggeri che bivaccavano e disturbavano, sono solo alcuni degli episodi che si registrano sulle varie tratte. Molti non vengono denunciati perché non costituiscono reato, ma tolgono tranquillità ai pendolari e al personale ferroviario. La Regione Toscana ha appena stanziato 1.400.000 euro per aumentare la sicurezza di chi viaggia e di chi lavora su treni e autobus. Gli agenti a bordo treno saranno autorizzati a intervenire non solo in caso di reati veri, ma anche in situazioni spiacevoli per i passeggeri. Basta un nulla per scatenare reazioni inconsulte e questo mette paura a chi deve viaggiare. Pure sugli autobus. Le aziende presenti sul territorio nazionale non hanno messo insieme dati utili per comprendere il fenomeno. L'Atac di Roma riferisce quasi 200 aggressioni denunciate da inizio anno, ma secondo i dipendenti dell'azienda di trasporti capitolina gli atti violenti sui bus sono molti di più. Secondo l'Atm, nel 2018 a Milano ci sono furono 59 aggressioni a dipendenti dei mezzi pubblici. Nei racconti dei conducenti di bus e tram, la situazione soprattutto di sera e di notte è ben diversa e più preoccupante. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/noi-vittime-degli-immigrati-violenti-2640870494.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="ce-un-crescendo-allarmante-gli-irregolari-restano-impuniti" data-post-id="2640870494" data-published-at="1779142612" data-use-pagination="False"> «C’è un crescendo allarmante. Gli irregolari restano impuniti» Stefano Paoloni, segretario generale del Sap, il sindacato autonomo di polizia, non aspetta dati centralizzati. Con un occhio alle denunce dei suoi associati, l'altro pronto a registrare fatti di cronaca, segnala che dal primo giugno al 4 ottobre di quest'anno, su 184 episodi di violenza nei confronti delle forze dell'ordine, 138 (il 75%) ha avuto come protagonisti stranieri irregolari. Gli uomini in divisa rimasti feriti sono stati 328. Due i morti. I dati raccolti si riferiscono a episodi che hanno coinvolto carabinieri, polizia, vigili urbani. «Abbiamo iniziato a contare le aggressioni perché l'escalation è preoccupante e comune denominatore di chi commette violenza è la consapevolezza di restare impuniti», dichiara Paoloni. «Negli ultimi 15 anni, la persona che si rende responsabile di resistenza, oltraggio, violenza a pubblico ufficiale non viene condannata a più di otto mesi di carcere e nemmeno sconta un giorno di galera». Oltre all'impunità, che rende gli aggressori più violenti e incontrollati, c'è la penuria di mezzi in dotazione agli agenti in divisa a esasperare la situazione delle forze dell'ordine. «Non sono adeguati al servizio che dobbiamo svolgere. Dobbiamo pattugliare il territorio, facendo opera di controllo, prevenzione e contrasto, indossando una tuta di servizio non ignifuga. Non abbiamo corpetti protettivi, guanti anti taglio. Nemmeno pistole a impulsi elettrici, dal momento che è finita la sperimentazione del Taser e stiamo ancora aspettando il bando d'appalto». Nel rapporto 2018, l'Associazione sostenitori ed amici della polizia stradale (Asaps) registrava: «Rimane molto preoccupante la percentuale degli stranieri protagonisti delle aggressioni: 1.264 gli episodi che li hanno visti protagonisti (47,8%), in incremento rispetto al 2017 quando la percentuale fu del 45,7%». Lo scorso anno, quando Gino Strada aveva definito «sbirri» le forze dell'ordine schierate sulle nostre coste prese d'assalto dagli irregolari, Paoloni aveva reagito ricordando al fondatore di Emergency come uomini e donne in divisa siano «impegnati da anni in Sicilia a fornire aiuti umanitari durante gli sbarchi». Oggi puntualizza: «Il nostro primo obiettivo è garantire la sicurezza. Poi svolgiamo il nostro lavoro con rischio, dedizione, umanità, per garantire una convivenza civile a tutti i cittadini nel rispetto della legge e dei valori democratici e soprattutto, senza guardare al colore politico del governo in carica, né al colore della pelle di chi stiamo aiutando. Rischiamo di contrarre malattie contagiose e di portarle a casa dove possiamo avere figli piccoli. O di doverci curare con antibiotici per mesi. Se il governo vuole mettere in discussione il decreto Sicurezza bis, che non archivia più il procedimento penale per oltraggio e resistenza e offre garanzie funzionali per poter esercitare la nostra professione, o se qualcuno in modo spregiativo pensa che il nostro sia un atteggiamento di abuso, ha sbagliato obiettivo. I delinquenti sono altri».
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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