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2025-07-04
Putin a Trump: sì al negoziato, ma... E Zelensky prova a rifugiarsi nell’Ue
Donald Trump e Vladimir Putin (ansa)
Mentre Donald Trump e Vladimir Putin si parlano e a Kiev le forniture americane restano sospese, in Europa si percepisce che l’adesione dell’Ucraina alla Nato non è più un’opzione concreta - verosimilmente non lo è mai stata - e si guarda ormai a Bruxelles come all’unica via percorribile per il futuro della naziona ucraina. O meglio, per il pezzo che resterà una volta terminato il conflitto.
Proprio ieri, infatti, nel pieno della crisi dei rifornimenti militari americani a Kiev, con le forniture bloccate da mercoledì e una serie di raid russi che continuano a colpire le città ucraine, il tycoon e lo zar si sono sentiti al telefono per circa un’ora. Putin ha confermato a Trump la disponibilità di Mosca a proseguire il processo di negoziazione con l’Ucraina, pur mantenendo la volontà di non arretrare sui suoi obiettivi. Secondo quanto riferito ai giornalisti in un briefing dal consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, i due leader non avrebbero però affrontato il tema dello stop alla fornitura delle armi deciso dal Pentagono. Il Dipartimento della difesa statunitense aveva giustificato questa scelta, attraverso le parole del portavoce Sean Parnell, come una revisione delle scorte americane, in linea con la priorità alla difesa nazionale e con l’agenda «America first» dettata da Trump. Le armi statunitensi - bloccate in Polonia - includono missili aria-terra Hellfire, oltre 90 missili aria-aria Aim, più di due dozzine di missili Patriot Pac-3 e altrettanti sistemi di difesa aerea Stinger. Sul fronte opposto, Mosca rivendica progressi militari e tecnologici: lo stesso Putin ha dichiarato di essere «a una svolta nello sviluppo dei sistemi senza pilota», mentre il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che «meno armi riceverà Kiev, prima finirà la guerra». Dalla Danimarca, intanto, Volodymyr Zelensky e i vertici europei provano ad accelerare il processo di adesione di Kiev all’Unione. Nella conferenza stampa tenutasi ad Aarhus, insieme al premier danese, Mette Frederiksen, al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il leader ucraino ha rilanciato: «L’Ucraina ha già fatto tutto ciò che era richiesto per avviare i negoziati di adesione. È tempo di aprire i cluster». Parole accolte dalla Von der Leyen, che ha esortato gli Stati membri a utilizzare lo strumento Safe - 150 miliardi di euro di prestiti congiunti - per acquistare equipaggiamenti militari da fornire a Kiev e per investire nell’industria bellica ucraina. Ha inoltre annunciato che il primo risultato della presidenza di turno danese del Consiglio Ue sarà il varo del diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Se Frederiksen ha promesso che farà di tutto per aiutare l’Ucraina nel suo percorso verso l’Ue, Costa ha ribadito l’impegno a procedere senza indugi nonostante il veto dell’Ungheria: «Sull’adesione dell’Ucraina all’Ue non dobbiamo perdere tempo. Kiev sta facendo le riforme e invito la Commissione e l’Ucraina a continuare il lavoro. Quando saremo in grado di ottenere l’approvazione, andremo avanti».
Tuttavia, Zelensky, che ha commentato il colloquio telefonico tra Trump e Putin affermando di «non essere sicuro che i due abbiano molte idee e argomenti comuni da trattare in quanto sono persone diverse; ma se si parla di Ucraina, noi sosteniamo l’idea di un cessate il fuoco incondizionato», ha sottolineato di contare «sul continuo sostegno degli Stati Uniti, perché «hanno mezzi che l’Europa non ha, come i Patriot». Inoltre, Zelensky ha confermato che oggi parlerà con Trump per chiarire i dettagli del sostegno, «compresa la difesa aerea», e discutere delle conseguenze della decisione presa dal Pentagono. «In un modo o nell’altro dobbiamo garantire la protezione del nostro popolo» ha ribadito il presidente ucraino, annunciando di aver stipulato un accordo con l’azienda americana Swift Beat per la produzione congiunta di droni in Ucraina, compresi intercettori e droni d’attacco.
Sul campo intanto la guerra continua: raid russi su Odessa, Poltava e Kiev hanno causato almeno quattro morti, tra cui due bambini a Odessa avvelenati dai fumi di un incendio. Mosca ha colpito porti, abitazioni e aeroporti, rivendicando la distruzione di infrastrutture a Odessa e Poltava, e ha annunciato di aver abbattuto in un solo giorno 70 droni ucraini lanciati contro il proprio territorio, la maggior parte su Belgorod, Voronezh e Kursk. Secondo il ministero della Difesa ucraino, solo a giugno la Russia avrebbe lanciato oltre 5.000 droni e centinaia di missili, inclusi quasi 80 balistici, intensificando la pressione sul fronte e sulle città ucraine. Il ministero della Difesa russo rivendica inoltre la conquista di Melovoye, nella regione di Kharkiv, e Razino, nel Donetsk. Kiev ha risposto con attacchi in profondità in Russia, colpendo una struttura tecnica nella repubblica di Udmurtia, un’abitazione nella regione di Lipetsk - dove una donna è rimasta uccisa - e una fabbrica di velivoli e difese aeree a Izhevsk due giorni prima. Le perdite colpiscono anche figure di rilievo: a Lugansk è stato ucciso in un attentato l’ex sindaco Manolis Pilavov, mentre a Kursk un attacco ucraino ha provocato la morte di Mikhail Gudkov, vicecapo della Marina russa, insieme ad altri ufficiali.
Rapporto della Cia inguaia Obama
«La revisione delle tecniche di analisi ha individuato molteplici anomalie procedurali nella preparazione della valutazione d’intelligence del 2016, tra cui tempistiche ristrette, accesso non uniforme a informazioni compartimentate, marginalizzazione del National intelligence council e coinvolgimento eccessivo dei vertici di agenzia», ha reso noto la Cia. «La tempistica estremamente ridotta era atipica per una valutazione formale della comunità d’intelligence, la cui preparazione normalmente può richiedere mesi, soprattutto per valutazioni di tale lunghezza, complessità e sensibilità politica», si legge nel rapporto di Ratcliffe. Effettivamente la valutazione, approntata per il 30 dicembre, era stata ordinata il 6 dello stesso mese da Obama a James Clapper, il direttore dell’intelligence nazionale da lui nominato nel 2010. Inoltre, come accennato, Ratcliffe ha sottolineato un significativo coinvolgimento di altissimi funzionari: un coinvolgimento insolito per quel tipo di analisi. «Sebbene i responsabili delle agenzie a volte rivedano valutazioni analitiche controverse prima della pubblicazione, il loro coinvolgimento diretto nello sviluppo della valutazione d’intelligence è stato estremamente insolito sia per portata che per intensità. Questo livello eccezionale di coinvolgimento dei dirigenti ha probabilmente influenzato i partecipanti, alterato i normali processi di revisione e, in definitiva, compromesso il rigore analitico», recita il rapporto di Ratcliffe, ventilando quindi l’ipotesi di pressioni dall’alto. «Fin dall’inizio, i vertici dell’agenzia hanno scelto di emarginare il National intelligence council discostandosi significativamente dalle procedure standard per le valutazioni formali della comunità d’intelligence», si legge ancora.
Non solo. Ratcliffe ha anche sottolineato che l’allora direttore della Cia, John Brennan, effettuò pressioni affinché nella valutazione del 2016 fosse inserito il dossier dell’ex spia britannica, Christopher Steele: un documento, secondo cui Trump sarebbe stato sotto ricatto di Putin. Peccato che il suo contenuto si sia rivelato infondato e che, nel 2017, sia emerso che quel dossier era stato in parte finanziato dalla campagna della Clinton. L’aspetto interessante risiede anche nel fatto che, secondo Ratcliffe, il 29 dicembre 2016 un funzionario della Cia inviò un’email a Brennan, sostenendo che l’inclusione del dossier di Steele avrebbe messo a rischio la «credibilità dell’intero documento». Già all’epoca, sul dossier dell’ex spia britannica circolavano infatti dei dubbi. Ciononostante, Brennan, messo a capo della Cia da Obama nel 2013, impose de facto che un sunto di quel controverso incartamento fosse allegato alla valutazione d’intelligence. Non solo. «Mentre i funzionari coinvolti nella stesura della valutazione hanno costantemente affermato di non essersi sentiti pressati a raggiungere conclusioni specifiche, la segnalazione prematura di Brennan secondo cui i vertici dell’agenzia avevano già raggiunto un consenso prima ancora che la valutazione fosse anche solo coordinata rischiava di soffocare il dibattito analitico», ha ravvisato inoltre Ratcliffe. Vale a tal proposito ricordare che lo stesso procuratore speciale, Robert Mueller, pur denunciando interferenze russe contro la Clinton, non rinvenne prove, nel suo rapporto consegnato nel 2019, di un coordinamento tra il team elettorale di Trump e il Cremlino. Certo, è vero che un report bipartisan del Senato Usa, pubblicato nel 2020, confermò le conclusioni della valutazione d’intelligence del 2016. Tuttavia le anomalie rinvenute da Ratcliffe e l’iperattivismo di Brennan fanno riflettere. Il dubbio che Obama abbia voluto provare a «minare» il percorso della prima amministrazione Trump onestamente viene.
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Un’ora di colloquio telefonico Cremlino-Casa Bianca. Lo zar apre al dialogo («Anche sull’Iran») e chiarisce: non rinunciamo ai nostri obiettivi. Kiev preme per aderire all’Unione, Ursula von der Leyen spara: vi difendiamo noi.Clamoroso documento di John Ratcliffe sul «Russiagate»: pressioni anomale sui servizi dall’amministrazione dem per «pompare» i sospetti sui legami tra Donald Trump e Mosca.Lo speciale contiene due articoliMentre Donald Trump e Vladimir Putin si parlano e a Kiev le forniture americane restano sospese, in Europa si percepisce che l’adesione dell’Ucraina alla Nato non è più un’opzione concreta - verosimilmente non lo è mai stata - e si guarda ormai a Bruxelles come all’unica via percorribile per il futuro della naziona ucraina. O meglio, per il pezzo che resterà una volta terminato il conflitto.Proprio ieri, infatti, nel pieno della crisi dei rifornimenti militari americani a Kiev, con le forniture bloccate da mercoledì e una serie di raid russi che continuano a colpire le città ucraine, il tycoon e lo zar si sono sentiti al telefono per circa un’ora. Putin ha confermato a Trump la disponibilità di Mosca a proseguire il processo di negoziazione con l’Ucraina, pur mantenendo la volontà di non arretrare sui suoi obiettivi. Secondo quanto riferito ai giornalisti in un briefing dal consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, i due leader non avrebbero però affrontato il tema dello stop alla fornitura delle armi deciso dal Pentagono. Il Dipartimento della difesa statunitense aveva giustificato questa scelta, attraverso le parole del portavoce Sean Parnell, come una revisione delle scorte americane, in linea con la priorità alla difesa nazionale e con l’agenda «America first» dettata da Trump. Le armi statunitensi - bloccate in Polonia - includono missili aria-terra Hellfire, oltre 90 missili aria-aria Aim, più di due dozzine di missili Patriot Pac-3 e altrettanti sistemi di difesa aerea Stinger. Sul fronte opposto, Mosca rivendica progressi militari e tecnologici: lo stesso Putin ha dichiarato di essere «a una svolta nello sviluppo dei sistemi senza pilota», mentre il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che «meno armi riceverà Kiev, prima finirà la guerra». Dalla Danimarca, intanto, Volodymyr Zelensky e i vertici europei provano ad accelerare il processo di adesione di Kiev all’Unione. Nella conferenza stampa tenutasi ad Aarhus, insieme al premier danese, Mette Frederiksen, al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il leader ucraino ha rilanciato: «L’Ucraina ha già fatto tutto ciò che era richiesto per avviare i negoziati di adesione. È tempo di aprire i cluster». Parole accolte dalla Von der Leyen, che ha esortato gli Stati membri a utilizzare lo strumento Safe - 150 miliardi di euro di prestiti congiunti - per acquistare equipaggiamenti militari da fornire a Kiev e per investire nell’industria bellica ucraina. Ha inoltre annunciato che il primo risultato della presidenza di turno danese del Consiglio Ue sarà il varo del diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Se Frederiksen ha promesso che farà di tutto per aiutare l’Ucraina nel suo percorso verso l’Ue, Costa ha ribadito l’impegno a procedere senza indugi nonostante il veto dell’Ungheria: «Sull’adesione dell’Ucraina all’Ue non dobbiamo perdere tempo. Kiev sta facendo le riforme e invito la Commissione e l’Ucraina a continuare il lavoro. Quando saremo in grado di ottenere l’approvazione, andremo avanti».Tuttavia, Zelensky, che ha commentato il colloquio telefonico tra Trump e Putin affermando di «non essere sicuro che i due abbiano molte idee e argomenti comuni da trattare in quanto sono persone diverse; ma se si parla di Ucraina, noi sosteniamo l’idea di un cessate il fuoco incondizionato», ha sottolineato di contare «sul continuo sostegno degli Stati Uniti, perché «hanno mezzi che l’Europa non ha, come i Patriot». Inoltre, Zelensky ha confermato che oggi parlerà con Trump per chiarire i dettagli del sostegno, «compresa la difesa aerea», e discutere delle conseguenze della decisione presa dal Pentagono. «In un modo o nell’altro dobbiamo garantire la protezione del nostro popolo» ha ribadito il presidente ucraino, annunciando di aver stipulato un accordo con l’azienda americana Swift Beat per la produzione congiunta di droni in Ucraina, compresi intercettori e droni d’attacco.Sul campo intanto la guerra continua: raid russi su Odessa, Poltava e Kiev hanno causato almeno quattro morti, tra cui due bambini a Odessa avvelenati dai fumi di un incendio. Mosca ha colpito porti, abitazioni e aeroporti, rivendicando la distruzione di infrastrutture a Odessa e Poltava, e ha annunciato di aver abbattuto in un solo giorno 70 droni ucraini lanciati contro il proprio territorio, la maggior parte su Belgorod, Voronezh e Kursk. Secondo il ministero della Difesa ucraino, solo a giugno la Russia avrebbe lanciato oltre 5.000 droni e centinaia di missili, inclusi quasi 80 balistici, intensificando la pressione sul fronte e sulle città ucraine. Il ministero della Difesa russo rivendica inoltre la conquista di Melovoye, nella regione di Kharkiv, e Razino, nel Donetsk. Kiev ha risposto con attacchi in profondità in Russia, colpendo una struttura tecnica nella repubblica di Udmurtia, un’abitazione nella regione di Lipetsk - dove una donna è rimasta uccisa - e una fabbrica di velivoli e difese aeree a Izhevsk due giorni prima. Le perdite colpiscono anche figure di rilievo: a Lugansk è stato ucciso in un attentato l’ex sindaco Manolis Pilavov, mentre a Kursk un attacco ucraino ha provocato la morte di Mikhail Gudkov, vicecapo della Marina russa, insieme ad altri ufficiali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/telefonata-putin-trump-guerra-ucraina-2672599327.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rapporto-della-cia-inguaia-obama" data-post-id="2672599327" data-published-at="1751587058" data-use-pagination="False"> Rapporto della Cia inguaia Obama «La revisione delle tecniche di analisi ha individuato molteplici anomalie procedurali nella preparazione della valutazione d’intelligence del 2016, tra cui tempistiche ristrette, accesso non uniforme a informazioni compartimentate, marginalizzazione del National intelligence council e coinvolgimento eccessivo dei vertici di agenzia», ha reso noto la Cia. «La tempistica estremamente ridotta era atipica per una valutazione formale della comunità d’intelligence, la cui preparazione normalmente può richiedere mesi, soprattutto per valutazioni di tale lunghezza, complessità e sensibilità politica», si legge nel rapporto di Ratcliffe. Effettivamente la valutazione, approntata per il 30 dicembre, era stata ordinata il 6 dello stesso mese da Obama a James Clapper, il direttore dell’intelligence nazionale da lui nominato nel 2010. Inoltre, come accennato, Ratcliffe ha sottolineato un significativo coinvolgimento di altissimi funzionari: un coinvolgimento insolito per quel tipo di analisi. «Sebbene i responsabili delle agenzie a volte rivedano valutazioni analitiche controverse prima della pubblicazione, il loro coinvolgimento diretto nello sviluppo della valutazione d’intelligence è stato estremamente insolito sia per portata che per intensità. Questo livello eccezionale di coinvolgimento dei dirigenti ha probabilmente influenzato i partecipanti, alterato i normali processi di revisione e, in definitiva, compromesso il rigore analitico», recita il rapporto di Ratcliffe, ventilando quindi l’ipotesi di pressioni dall’alto. «Fin dall’inizio, i vertici dell’agenzia hanno scelto di emarginare il National intelligence council discostandosi significativamente dalle procedure standard per le valutazioni formali della comunità d’intelligence», si legge ancora.Non solo. Ratcliffe ha anche sottolineato che l’allora direttore della Cia, John Brennan, effettuò pressioni affinché nella valutazione del 2016 fosse inserito il dossier dell’ex spia britannica, Christopher Steele: un documento, secondo cui Trump sarebbe stato sotto ricatto di Putin. Peccato che il suo contenuto si sia rivelato infondato e che, nel 2017, sia emerso che quel dossier era stato in parte finanziato dalla campagna della Clinton. L’aspetto interessante risiede anche nel fatto che, secondo Ratcliffe, il 29 dicembre 2016 un funzionario della Cia inviò un’email a Brennan, sostenendo che l’inclusione del dossier di Steele avrebbe messo a rischio la «credibilità dell’intero documento». Già all’epoca, sul dossier dell’ex spia britannica circolavano infatti dei dubbi. Ciononostante, Brennan, messo a capo della Cia da Obama nel 2013, impose de facto che un sunto di quel controverso incartamento fosse allegato alla valutazione d’intelligence. Non solo. «Mentre i funzionari coinvolti nella stesura della valutazione hanno costantemente affermato di non essersi sentiti pressati a raggiungere conclusioni specifiche, la segnalazione prematura di Brennan secondo cui i vertici dell’agenzia avevano già raggiunto un consenso prima ancora che la valutazione fosse anche solo coordinata rischiava di soffocare il dibattito analitico», ha ravvisato inoltre Ratcliffe. Vale a tal proposito ricordare che lo stesso procuratore speciale, Robert Mueller, pur denunciando interferenze russe contro la Clinton, non rinvenne prove, nel suo rapporto consegnato nel 2019, di un coordinamento tra il team elettorale di Trump e il Cremlino. Certo, è vero che un report bipartisan del Senato Usa, pubblicato nel 2020, confermò le conclusioni della valutazione d’intelligence del 2016. Tuttavia le anomalie rinvenute da Ratcliffe e l’iperattivismo di Brennan fanno riflettere. Il dubbio che Obama abbia voluto provare a «minare» il percorso della prima amministrazione Trump onestamente viene.
IEA: tempi lunghi per il recupero da Hormuz. La Cina diversifica e aumenta le riserve. L’Ue raccomanda austerità e taglio tasse, ma il Fmi frena. Allarme alluminio.
Lo stretto di Hormuz (Getty Images)
La tensione nello Stretto di Hormuz resta altissima dopo una giornata segnata da incidenti, minacce e nuove mosse contrapposte tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha annunciato il ripristino delle restrizioni al traffico marittimo, accusando gli Stati Uniti di non aver rispettato gli impegni e di proseguire con un blocco navale ritenuto illegittimo. Secondo il comando militare Khatam al-Anbiya, citato da Tasnim, l’Iran aveva inizialmente autorizzato un passaggio limitato e controllato di petroliere e navi mercantili sulla base degli accordi emersi nei colloqui. Una concessione definita «in buona fede», ma che sarebbe stata compromessa dal comportamento americano. «Gli Stati Uniti continuano a compiere azioni assimilabili a pirateria», si legge nella nota, che sancisce il ritorno a un controllo rigido dello stretto da parte delle forze armate iraniane. Sul piano politico, lo scontro emerge anche nelle dichiarazioni ufficiali. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh, intervenuto ad Antalya (Turchia), ha criticato il presidente Donald Trump, accusandolo di incoerenza. «Le sue affermazioni sono contraddittorie», ha detto, riferendosi alle minacce di nuovi bombardamenti in assenza di un accordo. Teheran ribadisce che la guerra non è una soluzione, ma avverte che è pronta a difendersi «fino all’ultimo».
Il nodo resta quello nucleare. Washington punta a neutralizzare le scorte di uranio arricchito iraniano, stimate in circa 440 chilogrammi. Una linea respinta da Teheran e che blocca ogni ipotesi di negoziati diretti, giudicati prematuri finché gli Stati Uniti manterranno una posizione ritenuta «massimalista». Nel frattempo arrivano segnali di escalation. In un messaggio attribuito alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei si sottolinea la capacità delle forze armate di colpire i nemici con rapidità, in un contesto aggravato dalla sua prolungata assenza pubblica. Sul piano operativo, il traffico resta instabile. Dopo una breve riapertura seguita a 50 giorni di blocco, oltre una dozzina di petroliere ha attraversato lo stretto, in gran parte navi datate e non occidentali. La nuova stretta ha riportato la situazione al punto di partenza. Numerose imbarcazioni hanno invertito la rotta dopo comunicazioni della marina iraniana che annunciavano la chiusura. Dall’inizio del conflitto nessun carico di Gnl ha attraversato il passaggio e centinaia di unità restano bloccate nel Golfo.
Gli episodi più gravi si sono verificati nelle ultime ore. Due navi indiane sono state costrette a cambiare direzione dopo una serie di colpi sparati dalle Guardie Rivoluzionarie. Una trasportava circa due milioni di barili di greggio iracheno. L’agenzia Uk Maritime Trade Operations ha segnalato anche una portacontainer colpita da un proiettile, con danni limitati. Lo stesso centro ha riferito di un ulteriore episodio sospetto al largo dell’Oman, dove il comandante di una nave da crociera ha segnalato un impatto in acqua nelle vicinanze, terzo evento nelle ultime ore dopo gli attacchi e le manovre di interdizione attribuite alle unità dei pasdaran. L’episodio ha provocato una reazione diplomatica immediata. Il governo dell’India ha convocato l’ambasciatore iraniano per esprimere una protesta formale e chiedere garanzie sulla sicurezza della navigazione, sottolineando i rischi per i propri approvvigionamenti energetici. Secondo fonti statunitensi, almeno tre attacchi contro navi civili sarebbero stati registrati in poche ore. Il comando Centcom ha confermato l’applicazione del blocco marittimo: dall’inizio dell’operazione, 23 navi hanno ricevuto l’ordine di invertire la rotta mentre tentavano di raggiungere porti o aree costiere iraniane. Secondo il Wall Street Journal, la Marina statunitense sarebbe pronta ad ampliare il blocco con abbordaggi e sequestri di petroliere legate a Teheran anche in acque internazionali. Una mossa ad alto rischio: potrebbe essere vista dall’Iran come un atto ostile diretto, con possibili reazioni militari immediate e un’escalation nello Stretto di Hormuz. Le conseguenze si estenderebbero ai mercati globali, con impatti su petrolio, traffici energetici e stabilità economica. Teheran ha intanto chiarito la propria linea. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale ha dichiarato che manterrà il controllo dello stretto «fino alla conclusione definitiva della guerra» e che sta esaminando nuove proposte statunitensi trasmesse tramite il Pakistan, senza aver ancora risposto. Lo stesso organo ha avvertito che il blocco navale americano sarà considerato «una violazione del cessate il fuoco».
Inoltre, è stata introdotta una nuova misura: «Le navi devono pagare tasse per la sicurezza e la protezione ambientale per poter attraversare lo Stretto di Hormuz», ha dichiarato il Consiglio, rafforzando ulteriormente il controllo iraniano sulla rotta. Il quadro resta estremamente fluido. Tra pressioni militari, tensioni diplomatiche e interessi energetici globali, ogni decisione può avere effetti immediati. Nulla è stabilizzato e tutto può cambiare rapidamente.
Il braccio di ferro sullo Stretto: i due blocchi alla prova dei fatti
Lo Stretto di Hormuz è stato chiuso, riaperto e nuovamente chiuso. La guida suprema, Mojtaba Khamenei, nel pomeriggio di ieri ha dichiarato: «La Marina iraniana è pronta a infliggere amare sconfitte e a richiudere il passaggio marittimo se continuerà il blocco dei porti imposto da Washington». Mentre il presidente Usa Donald Trump ha detto che manterrà il blocco dei porti iraniani se non sarà raggiunto un accordo di pace, ricordando che potrebbe non rinnovare il cessate il fuoco dopo mercoledì prossimo. Le sue parole: «Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi gli fa comodo e non a chi non gli piace». L’impressione è che Trump voglia portare a casa un successo strategico e diplomatico, ma che lo stia perseguendo in modo caotico.
La realtà, nel momento in cui scriviamo, è che i blocchi in atto sono due. Uno attuato, tolto e ora rimesso da Teheran mediante le forze militari Irgc, l’altro attuato da Washington con la Marina militare e applicato ai movimenti dai porti iraniani di navi militari e di quelle civili ma sospettate di trasportare componenti per uso militare. Domenica scorsa, Trump aveva minacciato di vietare il transito con queste parole: «Fermeremo le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz e chiunque attaccherà navi americane sarà fatto saltare in aria». Tuttavia, quanto annunciato è impossibile da fare: la stessa Us Navy aveva subito detto che avrebbe bloccato soltanto le navi in transito nei porti iraniani, permettendo invece il passaggio di quelle dirette verso i porti degli alleati degli Usa nel Golfo. Inoltre, che il blocco sarebbe stato applicato al Golfo Persico e al Golfo dell’Oman, collegati appunto dallo Stretto di Hormuz. Il tutto solo nelle acque a Est dello Stretto, ovvero dalla parte iraniana.
Stando alle dichiarazioni della Casa Bianca, la riapertura era stata uno dei punti critici nei negoziati dello scorso fine settimana, quando Teheran voleva mantenere il controllo della via navigabile anche dopo la fine della guerra tassando fino a 2 milioni di dollari ogni nave. Trump e altri leader avevano definito tale proposta «un attacco alla libertà di navigazione». A oggi le forze armate Usa non hanno ancora fornito dettagli sulle regole d’ingaggio, il numero delle unità da guerra che imporranno lo stop, se saranno usati velivoli d’attacco e se qualche alleato prenderà parte all’iniziativa. Di certo l’Us Navy non prenderà mai di mira petroliere cariche causando un disastro ambientale; così come sarebbe costoso e rischioso mandare squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo delle navi. Senza evitare che ogni presenza navale statunitense in aree vicine all’Iran la trasformerebbe in bersaglio.
Precludere la navigazione alle navi che trasportano petrolio iraniano significa tagliare una delle principali fonti di finanziamento del regime degli Ayatollah, e a farne le spese, finora, sono state soprattutto Cina e India. I porti bloccati sono quelli al confine tra Iran e Iraq, quindi Khorramshahr, Imam Khomeini, Mahshahr, Kharg, Bushehr, Asaluyeh e le isole di Lavan e Siri. Poi, un po’ più a Est, il porto di Bandar Abbas e ancora più a Est Chabahar, vicino al Pakistan. Da parte loro, le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato che qualsiasi nave da guerra che si avvicini allo Stretto per imporre il blocco sarà colpita. Hanno inoltre affermato che lo Stretto rimane sotto il loro controllo.
Dunque tanti proclami, ma per fortuna pochi spari. Mercoledì 22 aprile scadrà la tregua mediata dal Pakistan; al momento, il Comando centrale statunitense ha reso noto che due cacciatorpediniere, la Uss Frank Peterson e la Uss Michael Murphy, hanno avviato operazioni di bonifica delle mine collocate nello Stretto. Ma in realtà le due unità operano nel Golfo Arabico, seppure nell’ambito di una missione più ampia per eliminare gli ordigni posizionati dai Pasdaran iraniani. E le immagini satellitari dell’11 aprile mostrano la portaerei Abraham Lincoln posizionata all’estremità orientale del Golfo dell’Oman, a circa 200 chilometri a Sud della costa iraniana.
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Tra i soggetti monitorati, sono scesi nella Capitale solo pochi rappresentanti dei circoli anarchici di Genova e Trento. Numeri esigui, una decina in tutto. Alla manifestazione di piazza dell’Immacolata hanno preso parte solo i compagni del centro sociale anarchico «Bencivenga Occupato», situato nel quartiere Nomentano. È stato al centro delle cronache giudiziarie tra il 2020 e il 2022 per le indagini su una cellula anarchica insurrezionalista.
Nell’operazione Bialystok (2020) sono state arrestate dalla Digos sette persone accusate di associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. L’accusa era che il Bencivenga fosse la base logistica e il «quartier generale» per la pianificazione di attentati a Roma. Gli anarchici hanno iniziato a riempire piazza dell’Immacolata verso le 17.30. Circa 300 persone, con birre e canne d’ordinanza, verso le 18.30, hanno iniziato a intonare i soliti slogan contro il governo e contro lo Stato. Ma soprattutto contro la polizia (individuata sempre con il termine «sbirri»). Hanno dedicato i loro cori a anche a Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, i due compagni morti durante la preparazione di un ordigno esplosivo in un casolare abbandonata nel Parco degli acquedotti. Si sono sgolati per chiedere la liberazione di Cospito e hanno ricordato la sua lotta. A un certo punto due o tre rappresentanti della piazza hanno intavolato una trattativa per ottenere il via libera per un corteo che non era stato autorizzato. La polizia ha confermato il divieto.
Le forze dell’ordine hanno presidiato tutti i varchi così da impedire ai manifestanti di uscire dalla piazza. I più aggressivi sono sembrati gli anarchici più attempati. Diversi di loro si sono succeduti al microfono e, dall’accento, davano l’idea di far parte della delegazione calata dal Nord Italia. Hanno inneggiato la lotta ai compagni detenuti nelle galere, in particolare quelli ristretti al 41 bis, compresi i brigatisti rossi italiani e una «compagna» della Raf tedesca, ancora detenuta in Germania. Molti dei presenti indossavano caschi da moto, ma non certo per muoversi in scooter. Nel primo pomeriggio, prima degli anarchici, ha marciato la Brigata immortale partigiana. Il gruppo, che si ispira a un’analoga iniziativa russa (i manifestanti sventolavano sia la bandiera italiana che quella sovietica), si è recato al cimitero del Verano per depositare una corona in memoria dei caduti della Resistenza. A trarre beneficio da questo pomeriggio di tensione sono stati i pochi esercizi commerciali aperti, soprattutto quelli di cittadini stranieri che hanno venduto fiumi di birra e vino.
Dopo le 20 il clima si è scaldato. Un gruppetto, mentre intorno suonavano le sirene di gazzelle e pantere, ha provato ad avanzare con lo striscione «Con Alfredo. Il 41 bis è tortura. Libertà per tuttx». Alla fine è stato concesso ai manifestanti di mettersi in marcia per un breve corteo. Un anarchico ha iniziato a brandire l’asta di una bandiera e tra un «daje» e un invito a non esagerare è volata una bottiglia che ha colpito, a pochi metri da chi scrive, un vice dirigente della Digos che ha subito una brutta ferita sulla fronte. Alla fine agli anarchici è stato concesso di dirigersi verso Porta Maggiore per concludere il percorso fino al quartiere del Pigneto (destinazione forse non casuale: lì vicino erano residenti i due terroristi morti a marzo). Alla chiusura di questo articolo, la manifestazione non era ancora conclusa. In piazza è stato distribuito un documento che invitava alla mobilitazione contro «le carceri che sono delle prigioni di guerra». «Facciamo appello a quella parte di società che in questi anni è scesa in strada per la Palestina e che di fronte alle ingiustizie non è solita tacere», si leggeva. L’auspicio degli anarco-insurrezionalisti è la saldatura tra mondi diversi, ma comunque «contro».
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