Putin a Trump: sì al negoziato, ma… E Zelensky prova a rifugiarsi nell’Ue
Donald Trump e Vladimir Putin (ansa)
  • Un’ora di colloquio telefonico Cremlino-Casa Bianca. Lo zar apre al dialogo («Anche sull’Iran») e chiarisce: non rinunciamo ai nostri obiettivi. Kiev preme per aderire all’Unione, Ursula von der Leyen spara: vi difendiamo noi.
  • Clamoroso documento di John Ratcliffe sul «Russiagate»: pressioni anomale sui servizi dall’amministrazione dem per «pompare» i sospetti sui legami tra Donald Trump e Mosca.

Lo speciale contiene due articoli

Mentre Donald Trump e Vladimir Putin si parlano e a Kiev le forniture americane restano sospese, in Europa si percepisce che l’adesione dell’Ucraina alla Nato non è più un’opzione concreta – verosimilmente non lo è mai stata – e si guarda ormai a Bruxelles come all’unica via percorribile per il futuro della naziona ucraina. O meglio, per il pezzo che resterà una volta terminato il conflitto.

Proprio ieri, infatti, nel pieno della crisi dei rifornimenti militari americani a Kiev, con le forniture bloccate da mercoledì e una serie di raid russi che continuano a colpire le città ucraine, il tycoon e lo zar si sono sentiti al telefono per circa un’ora. Putin ha confermato a Trump la disponibilità di Mosca a proseguire il processo di negoziazione con l’Ucraina, pur mantenendo la volontà di non arretrare sui suoi obiettivi. Secondo quanto riferito ai giornalisti in un briefing dal consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, i due leader non avrebbero però affrontato il tema dello stop alla fornitura delle armi deciso dal Pentagono. Il Dipartimento della difesa statunitense aveva giustificato questa scelta, attraverso le parole del portavoce Sean Parnell, come una revisione delle scorte americane, in linea con la priorità alla difesa nazionale e con l’agenda «America first» dettata da Trump. Le armi statunitensi – bloccate in Polonia – includono missili aria-terra Hellfire, oltre 90 missili aria-aria Aim, più di due dozzine di missili Patriot Pac-3 e altrettanti sistemi di difesa aerea Stinger. Sul fronte opposto, Mosca rivendica progressi militari e tecnologici: lo stesso Putin ha dichiarato di essere «a una svolta nello sviluppo dei sistemi senza pilota», mentre il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che «meno armi riceverà Kiev, prima finirà la guerra». Dalla Danimarca, intanto, Volodymyr Zelensky e i vertici europei provano ad accelerare il processo di adesione di Kiev all’Unione. Nella conferenza stampa tenutasi ad Aarhus, insieme al premier danese, Mette Frederiksen, al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il leader ucraino ha rilanciato: «L’Ucraina ha già fatto tutto ciò che era richiesto per avviare i negoziati di adesione. È tempo di aprire i cluster». Parole accolte dalla Von der Leyen, che ha esortato gli Stati membri a utilizzare lo strumento Safe – 150 miliardi di euro di prestiti congiunti – per acquistare equipaggiamenti militari da fornire a Kiev e per investire nell’industria bellica ucraina. Ha inoltre annunciato che il primo risultato della presidenza di turno danese del Consiglio Ue sarà il varo del diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Se Frederiksen ha promesso che farà di tutto per aiutare l’Ucraina nel suo percorso verso l’Ue, Costa ha ribadito l’impegno a procedere senza indugi nonostante il veto dell’Ungheria: «Sull’adesione dell’Ucraina all’Ue non dobbiamo perdere tempo. Kiev sta facendo le riforme e invito la Commissione e l’Ucraina a continuare il lavoro. Quando saremo in grado di ottenere l’approvazione, andremo avanti».

Tuttavia, Zelensky, che ha commentato il colloquio telefonico tra Trump e Putin affermando di «non essere sicuro che i due abbiano molte idee e argomenti comuni da trattare in quanto sono persone diverse; ma se si parla di Ucraina, noi sosteniamo l’idea di un cessate il fuoco incondizionato», ha sottolineato di contare «sul continuo sostegno degli Stati Uniti, perché «hanno mezzi che l’Europa non ha, come i Patriot». Inoltre, Zelensky ha confermato che oggi parlerà con Trump per chiarire i dettagli del sostegno, «compresa la difesa aerea», e discutere delle conseguenze della decisione presa dal Pentagono. «In un modo o nell’altro dobbiamo garantire la protezione del nostro popolo» ha ribadito il presidente ucraino, annunciando di aver stipulato un accordo con l’azienda americana Swift Beat per la produzione congiunta di droni in Ucraina, compresi intercettori e droni d’attacco.

Sul campo intanto la guerra continua: raid russi su Odessa, Poltava e Kiev hanno causato almeno quattro morti, tra cui due bambini a Odessa avvelenati dai fumi di un incendio. Mosca ha colpito porti, abitazioni e aeroporti, rivendicando la distruzione di infrastrutture a Odessa e Poltava, e ha annunciato di aver abbattuto in un solo giorno 70 droni ucraini lanciati contro il proprio territorio, la maggior parte su Belgorod, Voronezh e Kursk. Secondo il ministero della Difesa ucraino, solo a giugno la Russia avrebbe lanciato oltre 5.000 droni e centinaia di missili, inclusi quasi 80 balistici, intensificando la pressione sul fronte e sulle città ucraine. Il ministero della Difesa russo rivendica inoltre la conquista di Melovoye, nella regione di Kharkiv, e Razino, nel Donetsk. Kiev ha risposto con attacchi in profondità in Russia, colpendo una struttura tecnica nella repubblica di Udmurtia, un’abitazione nella regione di Lipetsk – dove una donna è rimasta uccisa – e una fabbrica di velivoli e difese aeree a Izhevsk due giorni prima. Le perdite colpiscono anche figure di rilievo: a Lugansk è stato ucciso in un attentato l’ex sindaco Manolis Pilavov, mentre a Kursk un attacco ucraino ha provocato la morte di Mikhail Gudkov, vicecapo della Marina russa, insieme ad altri ufficiali.


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