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2025-07-04
Putin a Trump: sì al negoziato, ma... E Zelensky prova a rifugiarsi nell’Ue
Donald Trump e Vladimir Putin (ansa)
Mentre Donald Trump e Vladimir Putin si parlano e a Kiev le forniture americane restano sospese, in Europa si percepisce che l’adesione dell’Ucraina alla Nato non è più un’opzione concreta - verosimilmente non lo è mai stata - e si guarda ormai a Bruxelles come all’unica via percorribile per il futuro della naziona ucraina. O meglio, per il pezzo che resterà una volta terminato il conflitto.
Proprio ieri, infatti, nel pieno della crisi dei rifornimenti militari americani a Kiev, con le forniture bloccate da mercoledì e una serie di raid russi che continuano a colpire le città ucraine, il tycoon e lo zar si sono sentiti al telefono per circa un’ora. Putin ha confermato a Trump la disponibilità di Mosca a proseguire il processo di negoziazione con l’Ucraina, pur mantenendo la volontà di non arretrare sui suoi obiettivi. Secondo quanto riferito ai giornalisti in un briefing dal consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, i due leader non avrebbero però affrontato il tema dello stop alla fornitura delle armi deciso dal Pentagono. Il Dipartimento della difesa statunitense aveva giustificato questa scelta, attraverso le parole del portavoce Sean Parnell, come una revisione delle scorte americane, in linea con la priorità alla difesa nazionale e con l’agenda «America first» dettata da Trump. Le armi statunitensi - bloccate in Polonia - includono missili aria-terra Hellfire, oltre 90 missili aria-aria Aim, più di due dozzine di missili Patriot Pac-3 e altrettanti sistemi di difesa aerea Stinger. Sul fronte opposto, Mosca rivendica progressi militari e tecnologici: lo stesso Putin ha dichiarato di essere «a una svolta nello sviluppo dei sistemi senza pilota», mentre il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che «meno armi riceverà Kiev, prima finirà la guerra». Dalla Danimarca, intanto, Volodymyr Zelensky e i vertici europei provano ad accelerare il processo di adesione di Kiev all’Unione. Nella conferenza stampa tenutasi ad Aarhus, insieme al premier danese, Mette Frederiksen, al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il leader ucraino ha rilanciato: «L’Ucraina ha già fatto tutto ciò che era richiesto per avviare i negoziati di adesione. È tempo di aprire i cluster». Parole accolte dalla Von der Leyen, che ha esortato gli Stati membri a utilizzare lo strumento Safe - 150 miliardi di euro di prestiti congiunti - per acquistare equipaggiamenti militari da fornire a Kiev e per investire nell’industria bellica ucraina. Ha inoltre annunciato che il primo risultato della presidenza di turno danese del Consiglio Ue sarà il varo del diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Se Frederiksen ha promesso che farà di tutto per aiutare l’Ucraina nel suo percorso verso l’Ue, Costa ha ribadito l’impegno a procedere senza indugi nonostante il veto dell’Ungheria: «Sull’adesione dell’Ucraina all’Ue non dobbiamo perdere tempo. Kiev sta facendo le riforme e invito la Commissione e l’Ucraina a continuare il lavoro. Quando saremo in grado di ottenere l’approvazione, andremo avanti».
Tuttavia, Zelensky, che ha commentato il colloquio telefonico tra Trump e Putin affermando di «non essere sicuro che i due abbiano molte idee e argomenti comuni da trattare in quanto sono persone diverse; ma se si parla di Ucraina, noi sosteniamo l’idea di un cessate il fuoco incondizionato», ha sottolineato di contare «sul continuo sostegno degli Stati Uniti, perché «hanno mezzi che l’Europa non ha, come i Patriot». Inoltre, Zelensky ha confermato che oggi parlerà con Trump per chiarire i dettagli del sostegno, «compresa la difesa aerea», e discutere delle conseguenze della decisione presa dal Pentagono. «In un modo o nell’altro dobbiamo garantire la protezione del nostro popolo» ha ribadito il presidente ucraino, annunciando di aver stipulato un accordo con l’azienda americana Swift Beat per la produzione congiunta di droni in Ucraina, compresi intercettori e droni d’attacco.
Sul campo intanto la guerra continua: raid russi su Odessa, Poltava e Kiev hanno causato almeno quattro morti, tra cui due bambini a Odessa avvelenati dai fumi di un incendio. Mosca ha colpito porti, abitazioni e aeroporti, rivendicando la distruzione di infrastrutture a Odessa e Poltava, e ha annunciato di aver abbattuto in un solo giorno 70 droni ucraini lanciati contro il proprio territorio, la maggior parte su Belgorod, Voronezh e Kursk. Secondo il ministero della Difesa ucraino, solo a giugno la Russia avrebbe lanciato oltre 5.000 droni e centinaia di missili, inclusi quasi 80 balistici, intensificando la pressione sul fronte e sulle città ucraine. Il ministero della Difesa russo rivendica inoltre la conquista di Melovoye, nella regione di Kharkiv, e Razino, nel Donetsk. Kiev ha risposto con attacchi in profondità in Russia, colpendo una struttura tecnica nella repubblica di Udmurtia, un’abitazione nella regione di Lipetsk - dove una donna è rimasta uccisa - e una fabbrica di velivoli e difese aeree a Izhevsk due giorni prima. Le perdite colpiscono anche figure di rilievo: a Lugansk è stato ucciso in un attentato l’ex sindaco Manolis Pilavov, mentre a Kursk un attacco ucraino ha provocato la morte di Mikhail Gudkov, vicecapo della Marina russa, insieme ad altri ufficiali.
Rapporto della Cia inguaia Obama
«La revisione delle tecniche di analisi ha individuato molteplici anomalie procedurali nella preparazione della valutazione d’intelligence del 2016, tra cui tempistiche ristrette, accesso non uniforme a informazioni compartimentate, marginalizzazione del National intelligence council e coinvolgimento eccessivo dei vertici di agenzia», ha reso noto la Cia. «La tempistica estremamente ridotta era atipica per una valutazione formale della comunità d’intelligence, la cui preparazione normalmente può richiedere mesi, soprattutto per valutazioni di tale lunghezza, complessità e sensibilità politica», si legge nel rapporto di Ratcliffe. Effettivamente la valutazione, approntata per il 30 dicembre, era stata ordinata il 6 dello stesso mese da Obama a James Clapper, il direttore dell’intelligence nazionale da lui nominato nel 2010. Inoltre, come accennato, Ratcliffe ha sottolineato un significativo coinvolgimento di altissimi funzionari: un coinvolgimento insolito per quel tipo di analisi. «Sebbene i responsabili delle agenzie a volte rivedano valutazioni analitiche controverse prima della pubblicazione, il loro coinvolgimento diretto nello sviluppo della valutazione d’intelligence è stato estremamente insolito sia per portata che per intensità. Questo livello eccezionale di coinvolgimento dei dirigenti ha probabilmente influenzato i partecipanti, alterato i normali processi di revisione e, in definitiva, compromesso il rigore analitico», recita il rapporto di Ratcliffe, ventilando quindi l’ipotesi di pressioni dall’alto. «Fin dall’inizio, i vertici dell’agenzia hanno scelto di emarginare il National intelligence council discostandosi significativamente dalle procedure standard per le valutazioni formali della comunità d’intelligence», si legge ancora.
Non solo. Ratcliffe ha anche sottolineato che l’allora direttore della Cia, John Brennan, effettuò pressioni affinché nella valutazione del 2016 fosse inserito il dossier dell’ex spia britannica, Christopher Steele: un documento, secondo cui Trump sarebbe stato sotto ricatto di Putin. Peccato che il suo contenuto si sia rivelato infondato e che, nel 2017, sia emerso che quel dossier era stato in parte finanziato dalla campagna della Clinton. L’aspetto interessante risiede anche nel fatto che, secondo Ratcliffe, il 29 dicembre 2016 un funzionario della Cia inviò un’email a Brennan, sostenendo che l’inclusione del dossier di Steele avrebbe messo a rischio la «credibilità dell’intero documento». Già all’epoca, sul dossier dell’ex spia britannica circolavano infatti dei dubbi. Ciononostante, Brennan, messo a capo della Cia da Obama nel 2013, impose de facto che un sunto di quel controverso incartamento fosse allegato alla valutazione d’intelligence. Non solo. «Mentre i funzionari coinvolti nella stesura della valutazione hanno costantemente affermato di non essersi sentiti pressati a raggiungere conclusioni specifiche, la segnalazione prematura di Brennan secondo cui i vertici dell’agenzia avevano già raggiunto un consenso prima ancora che la valutazione fosse anche solo coordinata rischiava di soffocare il dibattito analitico», ha ravvisato inoltre Ratcliffe. Vale a tal proposito ricordare che lo stesso procuratore speciale, Robert Mueller, pur denunciando interferenze russe contro la Clinton, non rinvenne prove, nel suo rapporto consegnato nel 2019, di un coordinamento tra il team elettorale di Trump e il Cremlino. Certo, è vero che un report bipartisan del Senato Usa, pubblicato nel 2020, confermò le conclusioni della valutazione d’intelligence del 2016. Tuttavia le anomalie rinvenute da Ratcliffe e l’iperattivismo di Brennan fanno riflettere. Il dubbio che Obama abbia voluto provare a «minare» il percorso della prima amministrazione Trump onestamente viene.
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Un’ora di colloquio telefonico Cremlino-Casa Bianca. Lo zar apre al dialogo («Anche sull’Iran») e chiarisce: non rinunciamo ai nostri obiettivi. Kiev preme per aderire all’Unione, Ursula von der Leyen spara: vi difendiamo noi.Clamoroso documento di John Ratcliffe sul «Russiagate»: pressioni anomale sui servizi dall’amministrazione dem per «pompare» i sospetti sui legami tra Donald Trump e Mosca.Lo speciale contiene due articoliMentre Donald Trump e Vladimir Putin si parlano e a Kiev le forniture americane restano sospese, in Europa si percepisce che l’adesione dell’Ucraina alla Nato non è più un’opzione concreta - verosimilmente non lo è mai stata - e si guarda ormai a Bruxelles come all’unica via percorribile per il futuro della naziona ucraina. O meglio, per il pezzo che resterà una volta terminato il conflitto.Proprio ieri, infatti, nel pieno della crisi dei rifornimenti militari americani a Kiev, con le forniture bloccate da mercoledì e una serie di raid russi che continuano a colpire le città ucraine, il tycoon e lo zar si sono sentiti al telefono per circa un’ora. Putin ha confermato a Trump la disponibilità di Mosca a proseguire il processo di negoziazione con l’Ucraina, pur mantenendo la volontà di non arretrare sui suoi obiettivi. Secondo quanto riferito ai giornalisti in un briefing dal consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, i due leader non avrebbero però affrontato il tema dello stop alla fornitura delle armi deciso dal Pentagono. Il Dipartimento della difesa statunitense aveva giustificato questa scelta, attraverso le parole del portavoce Sean Parnell, come una revisione delle scorte americane, in linea con la priorità alla difesa nazionale e con l’agenda «America first» dettata da Trump. Le armi statunitensi - bloccate in Polonia - includono missili aria-terra Hellfire, oltre 90 missili aria-aria Aim, più di due dozzine di missili Patriot Pac-3 e altrettanti sistemi di difesa aerea Stinger. Sul fronte opposto, Mosca rivendica progressi militari e tecnologici: lo stesso Putin ha dichiarato di essere «a una svolta nello sviluppo dei sistemi senza pilota», mentre il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che «meno armi riceverà Kiev, prima finirà la guerra». Dalla Danimarca, intanto, Volodymyr Zelensky e i vertici europei provano ad accelerare il processo di adesione di Kiev all’Unione. Nella conferenza stampa tenutasi ad Aarhus, insieme al premier danese, Mette Frederiksen, al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il leader ucraino ha rilanciato: «L’Ucraina ha già fatto tutto ciò che era richiesto per avviare i negoziati di adesione. È tempo di aprire i cluster». Parole accolte dalla Von der Leyen, che ha esortato gli Stati membri a utilizzare lo strumento Safe - 150 miliardi di euro di prestiti congiunti - per acquistare equipaggiamenti militari da fornire a Kiev e per investire nell’industria bellica ucraina. Ha inoltre annunciato che il primo risultato della presidenza di turno danese del Consiglio Ue sarà il varo del diciottesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Se Frederiksen ha promesso che farà di tutto per aiutare l’Ucraina nel suo percorso verso l’Ue, Costa ha ribadito l’impegno a procedere senza indugi nonostante il veto dell’Ungheria: «Sull’adesione dell’Ucraina all’Ue non dobbiamo perdere tempo. Kiev sta facendo le riforme e invito la Commissione e l’Ucraina a continuare il lavoro. Quando saremo in grado di ottenere l’approvazione, andremo avanti».Tuttavia, Zelensky, che ha commentato il colloquio telefonico tra Trump e Putin affermando di «non essere sicuro che i due abbiano molte idee e argomenti comuni da trattare in quanto sono persone diverse; ma se si parla di Ucraina, noi sosteniamo l’idea di un cessate il fuoco incondizionato», ha sottolineato di contare «sul continuo sostegno degli Stati Uniti, perché «hanno mezzi che l’Europa non ha, come i Patriot». Inoltre, Zelensky ha confermato che oggi parlerà con Trump per chiarire i dettagli del sostegno, «compresa la difesa aerea», e discutere delle conseguenze della decisione presa dal Pentagono. «In un modo o nell’altro dobbiamo garantire la protezione del nostro popolo» ha ribadito il presidente ucraino, annunciando di aver stipulato un accordo con l’azienda americana Swift Beat per la produzione congiunta di droni in Ucraina, compresi intercettori e droni d’attacco.Sul campo intanto la guerra continua: raid russi su Odessa, Poltava e Kiev hanno causato almeno quattro morti, tra cui due bambini a Odessa avvelenati dai fumi di un incendio. Mosca ha colpito porti, abitazioni e aeroporti, rivendicando la distruzione di infrastrutture a Odessa e Poltava, e ha annunciato di aver abbattuto in un solo giorno 70 droni ucraini lanciati contro il proprio territorio, la maggior parte su Belgorod, Voronezh e Kursk. Secondo il ministero della Difesa ucraino, solo a giugno la Russia avrebbe lanciato oltre 5.000 droni e centinaia di missili, inclusi quasi 80 balistici, intensificando la pressione sul fronte e sulle città ucraine. Il ministero della Difesa russo rivendica inoltre la conquista di Melovoye, nella regione di Kharkiv, e Razino, nel Donetsk. Kiev ha risposto con attacchi in profondità in Russia, colpendo una struttura tecnica nella repubblica di Udmurtia, un’abitazione nella regione di Lipetsk - dove una donna è rimasta uccisa - e una fabbrica di velivoli e difese aeree a Izhevsk due giorni prima. Le perdite colpiscono anche figure di rilievo: a Lugansk è stato ucciso in un attentato l’ex sindaco Manolis Pilavov, mentre a Kursk un attacco ucraino ha provocato la morte di Mikhail Gudkov, vicecapo della Marina russa, insieme ad altri ufficiali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/telefonata-putin-trump-guerra-ucraina-2672599327.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rapporto-della-cia-inguaia-obama" data-post-id="2672599327" data-published-at="1751587058" data-use-pagination="False"> Rapporto della Cia inguaia Obama «La revisione delle tecniche di analisi ha individuato molteplici anomalie procedurali nella preparazione della valutazione d’intelligence del 2016, tra cui tempistiche ristrette, accesso non uniforme a informazioni compartimentate, marginalizzazione del National intelligence council e coinvolgimento eccessivo dei vertici di agenzia», ha reso noto la Cia. «La tempistica estremamente ridotta era atipica per una valutazione formale della comunità d’intelligence, la cui preparazione normalmente può richiedere mesi, soprattutto per valutazioni di tale lunghezza, complessità e sensibilità politica», si legge nel rapporto di Ratcliffe. Effettivamente la valutazione, approntata per il 30 dicembre, era stata ordinata il 6 dello stesso mese da Obama a James Clapper, il direttore dell’intelligence nazionale da lui nominato nel 2010. Inoltre, come accennato, Ratcliffe ha sottolineato un significativo coinvolgimento di altissimi funzionari: un coinvolgimento insolito per quel tipo di analisi. «Sebbene i responsabili delle agenzie a volte rivedano valutazioni analitiche controverse prima della pubblicazione, il loro coinvolgimento diretto nello sviluppo della valutazione d’intelligence è stato estremamente insolito sia per portata che per intensità. Questo livello eccezionale di coinvolgimento dei dirigenti ha probabilmente influenzato i partecipanti, alterato i normali processi di revisione e, in definitiva, compromesso il rigore analitico», recita il rapporto di Ratcliffe, ventilando quindi l’ipotesi di pressioni dall’alto. «Fin dall’inizio, i vertici dell’agenzia hanno scelto di emarginare il National intelligence council discostandosi significativamente dalle procedure standard per le valutazioni formali della comunità d’intelligence», si legge ancora.Non solo. Ratcliffe ha anche sottolineato che l’allora direttore della Cia, John Brennan, effettuò pressioni affinché nella valutazione del 2016 fosse inserito il dossier dell’ex spia britannica, Christopher Steele: un documento, secondo cui Trump sarebbe stato sotto ricatto di Putin. Peccato che il suo contenuto si sia rivelato infondato e che, nel 2017, sia emerso che quel dossier era stato in parte finanziato dalla campagna della Clinton. L’aspetto interessante risiede anche nel fatto che, secondo Ratcliffe, il 29 dicembre 2016 un funzionario della Cia inviò un’email a Brennan, sostenendo che l’inclusione del dossier di Steele avrebbe messo a rischio la «credibilità dell’intero documento». Già all’epoca, sul dossier dell’ex spia britannica circolavano infatti dei dubbi. Ciononostante, Brennan, messo a capo della Cia da Obama nel 2013, impose de facto che un sunto di quel controverso incartamento fosse allegato alla valutazione d’intelligence. Non solo. «Mentre i funzionari coinvolti nella stesura della valutazione hanno costantemente affermato di non essersi sentiti pressati a raggiungere conclusioni specifiche, la segnalazione prematura di Brennan secondo cui i vertici dell’agenzia avevano già raggiunto un consenso prima ancora che la valutazione fosse anche solo coordinata rischiava di soffocare il dibattito analitico», ha ravvisato inoltre Ratcliffe. Vale a tal proposito ricordare che lo stesso procuratore speciale, Robert Mueller, pur denunciando interferenze russe contro la Clinton, non rinvenne prove, nel suo rapporto consegnato nel 2019, di un coordinamento tra il team elettorale di Trump e il Cremlino. Certo, è vero che un report bipartisan del Senato Usa, pubblicato nel 2020, confermò le conclusioni della valutazione d’intelligence del 2016. Tuttavia le anomalie rinvenute da Ratcliffe e l’iperattivismo di Brennan fanno riflettere. Il dubbio che Obama abbia voluto provare a «minare» il percorso della prima amministrazione Trump onestamente viene.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.