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2024-11-07
Niki de Saint Phalle: la sua arte in mostra al MUDEC di Milano
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Le famose Nanas di Niki de Saint Phalle in una sala del MUDEC @CarlottaCoppo
«Donna e artista», come lei stessa amava definirsi. Camaleontica, eccentrica, chic, glamour, pittrice, scultrice, ma anche regista, attrice, modella, Niki-de-Saint-Phalle (pseudonimo di Catherine-Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, padre francese e madre americana), unica donna fra gli esponenti del gruppo dei Nouveaux Réalistes e fra le protagoniste assolute della scena artistica d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta in Europa e negli Stati Uniti, nel nostra Paese non ha ancora raggiunto quella notorietà che merita. La si conosce soprattutto per le sue variopinte Nanas (gigantesche figure femminili dalle dimensioni enormi, alcune perfino abitabili) o per il Giardino dei Tarocchi ( un parco con 22 sculture monumentali e colorate, realizzato a Capalbio insieme al marito, il noto scultore svizzero Jean Tinguely), ma il resto della sua arte e della sua tormentata vita è sconosciuto ai più: la straordinaria mostra allestita al MUDEC , la prima retrospettiva in un museo civico italiano dedicata alla de-Saint-Phalle, è l’occasione giusta per entrare nell’intimità di una donna di grande umanità e sensibiltà, una delle artiste che maggiormente ha sfidato gli stereotipi di genere attraverso l’arte e che nell’arte ha trovato la pace e la salvezza dai suoi demoni: il peggiore, l’incesto paterno, subito a soli 11 anni e che la segnò per tutta la vita. «Niki de Saint Phalle è oggi considerata come una delle artiste più importanti del XX secolo – ha spiegato la curatrice della mostra Lucia Pesapane - Ha saputo, come pochi artisti prima, utilizzare lo schermo ed i media per promuovere la sua arte e il suo impegno sociale nei confronti delle minorità e dei più fragili, malati, bambini e animali. Questa responsabilità si è tradotta in un'arte gioiosa, inclusiva, in grado di veicolare attraverso opere comprensibili e amate da tutte le generazioni un discorso attento alle diversità, non-eurocentrico e non-gerarchico. L’artista fa breccia perché la sua opera parla di libertà e di diritti e ci dimostra che ribellarsi è sano, necessario, indispensabile. La sua arte ci offre un rimedio possibile contro l'ingiustizia, un conforto, è un accesso alla bellezza»
La Mostra
Visitare quest’esposizione, così allegra e colorata, è una gioia per gli occhi e per lo spirito. E’ entrare in contatto diretto con il mondo variopinto, polimorfo, tondeggiante e materno delle Nanas (e non solo), un mondo così fantasioso e fantastico che, a stento, si crede possa nascondere una vita fatta anche di dolori, violenze e nevrosi. Eppure è così. Ed è anche questo che rende così particolare il linguaggio artistico di Niki de Saint Phalle, un linguaggio che l’esposizione milanese racconta e abbraccia in tutta la sua varietà, ampiezza e profondità, dagli esordi (gli anni passati fra Europa, Stati Uniti e Italia, ma anche Creta, Egitto, India, Messico) fino agli ultimi lavori degli anni ’90, fra cui spiccano - accanto a quelli dedicati all’ambiente, agli animali e ai diritti delle donne (criticò apertamente la linea politica di George W. Bush ) - le opere della serie dei Teschi, tema che simboleggia il suo modo di affrontare l'avanzare dell'età. «Come sempre l’artista affronta le difficoltà cercando di apportare gioia e consolazione attraverso l'arte. Ed ecco che i suoi teschi brillano, luccicano, scintillano. Come i popoli mesoamericani, l'artista considera la morte come un momento da festeggiare piuttosto che da temere, perché La Mort n'existe pas, Life is eternal, come scrive su una delle ultime opere che ci lascia. ». (L. Pesapane).
Cittadina del mondo, femminista ante litteram già negli anni ’50, star mediatica perfettamente consapevole della forza della sua immagine, Niki de Saint Phalle espresse il suo dissenso verso i mali della società (dalla violenza di genere alla Guerra Fredda) anche attraverso numerose performance: famosissimi, per esempio, i sui Tirs (Spari), quando, tra il 1960 e il 1961, di fronte a un pubblico di amici, servendosi di una carabina, l’artista sparava facendo esplodere sacchetti di pittura sulla tela, liberando, in questo processo creativo e catartico, le proprie emozioni. Spari scandalosi e liberatori, esplosi contro la società, contro la violenza subita, contro la rigida educazione ricevuta e anche contro le difficoltà di emancipazione per una giovane donna e artista negli anni Sessanta. A ricordare questo periodo, in mostra nella prima sezione del percorso espositivo, alcuni Spari della serie delle Cattedrali e degliAltari, simboli di un radicato anticlericalismo ma anche di una profonda fascinazione dell’artista verso le cattedrali, viste come opere collettive, realizzate grazie allo sforzo condiviso di migliaia di persone.
Particolarmente attenta, come abbiamo visto, alle discriminazioni e alle violenze rivolte contro l’Universo Femminile (tema, purtroppo, di straordinaria attualità) Niki-de-Saint-Phalle, tra il 1963 ed il 1965, crea degli assemblaggi di oggetti in plastica e tessuto che riproducono le fattezze di donne partorienti, di spose cadaveri e di corpi femminili mutilati di gambe o braccia: tra le opere di questo periodo, in mostra (nella seconda sezione) La Mariée à cheval, The Lady Sings the Blues (1965), omaggio alla lady del jazz Billie Holiday, pioniera per la difesa dei diritti civili degli afroamericani. Il suo corpo, nero e mutilato, appartiene alla serie delle Crocefissioni o delle Prostitute, dei messia declinati al femminile» immolati per la salvezza dei diritti dell'umanità.
Ma dopo tante «negatività », ecco finalmente esplodere la gioia e il colore: è il momento delle Nanas che, come spiega la curatrice, «sono la versione pop della Grande Madre dei miti arcaici, moderne Veneri di Willendorf dal corpo abbondante che si espande in una gravidanza cosmica». Policrome, gioiose e potenti, sexy, rotonde e sportive, libere dagli stereotipi imposti dalla moda, le Nanas sono il simbolo (e la speranza) di una società nuova e matriarcale, dove le donne hanno il potere e si amano profondamente, anche nei loro corpi enormi: tra le numerose Nanas, particolarissima la serie delle Nanas nere (in mostra Nana Chocolat del 1968) e quella delle Nanas danzanti.
E dalle famosissime Nanas all’altrettanto famoso Giardino dei Tarocchi il passo è breve... A ricordare questa straordinaria opera pubblica (realizzata, come ho già ricordato, insieme al secondo marito, lo scultore svizzero Jean Tinguely ), un luogo magico e surreale in cui il visitatore penetra letteralmente in un mondo fatto di draghi, principesse, oracoli, profeti e strane creature, l'opera La Stella, eccezionalmente prestata dalla Collezione Fondazione Giardino dei Tarocchi, creazione che dialoga con altre opere, come La Temperanza e La Morte, tutte provenienti da collezioni private.
E a proposito di Jean Tinguely, quasi a confermare l’indissolubile e profondo legame che lo legava alla moglie («La storia d'amore con Jean Tinguely - ha dichiarato Lucia Pesapane - fu intensa, passionale, esplosiva. Uno lo Yin et l'altro lo Yang, Venere e Vulcano, furono i Bonny e Clyde dell'arte »), mentre il MUDEC dedica questa straordinaria mostra a Niki-de-Saint-Phalle, l’Hangar Bicocca (dal 10 ottobre al 2 febbraio 2025) dedica a lui un’importante retrospettiva. Entrambe assolutamente da non perdere...
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E’ il Museo delle culture di Milano ad ospitare - sino al 16 febbraio 2025 - una grande retrospettiva dedicata a Niki de Saint Phalle (1930-2002), l’artista franco-americana famosa soprattutto per le sue coloratissime e gigantesche Nanas : esposte ben 110 opere, oltre a creazioni su carta, foto, video e a una selezione di abiti della Maison Dior che ne ricordano anche il suo passato di modella. «Donna e artista», come lei stessa amava definirsi. Camaleontica, eccentrica, chic, glamour, pittrice, scultrice, ma anche regista, attrice, modella, Niki-de-Saint-Phalle (pseudonimo di Catherine-Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, padre francese e madre americana), unica donna fra gli esponenti del gruppo dei Nouveaux Réalistes e fra le protagoniste assolute della scena artistica d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta in Europa e negli Stati Uniti, nel nostra Paese non ha ancora raggiunto quella notorietà che merita. La si conosce soprattutto per le sue variopinte Nanas (gigantesche figure femminili dalle dimensioni enormi, alcune perfino abitabili) o per il Giardino dei Tarocchi ( un parco con 22 sculture monumentali e colorate, realizzato a Capalbio insieme al marito, il noto scultore svizzero Jean Tinguely), ma il resto della sua arte e della sua tormentata vita è sconosciuto ai più: la straordinaria mostra allestita al MUDEC , la prima retrospettiva in un museo civico italiano dedicata alla de-Saint-Phalle, è l’occasione giusta per entrare nell’intimità di una donna di grande umanità e sensibiltà, una delle artiste che maggiormente ha sfidato gli stereotipi di genere attraverso l’arte e che nell’arte ha trovato la pace e la salvezza dai suoi demoni: il peggiore, l’incesto paterno, subito a soli 11 anni e che la segnò per tutta la vita. «Niki de Saint Phalle è oggi considerata come una delle artiste più importanti del XX secolo – ha spiegato la curatrice della mostra Lucia Pesapane - Ha saputo, come pochi artisti prima, utilizzare lo schermo ed i media per promuovere la sua arte e il suo impegno sociale nei confronti delle minorità e dei più fragili, malati, bambini e animali. Questa responsabilità si è tradotta in un'arte gioiosa, inclusiva, in grado di veicolare attraverso opere comprensibili e amate da tutte le generazioni un discorso attento alle diversità, non-eurocentrico e non-gerarchico. L’artista fa breccia perché la sua opera parla di libertà e di diritti e ci dimostra che ribellarsi è sano, necessario, indispensabile. La sua arte ci offre un rimedio possibile contro l'ingiustizia, un conforto, è un accesso alla bellezza»La MostraVisitare quest’esposizione, così allegra e colorata, è una gioia per gli occhi e per lo spirito. E’ entrare in contatto diretto con il mondo variopinto, polimorfo, tondeggiante e materno delle Nanas (e non solo), un mondo così fantasioso e fantastico che, a stento, si crede possa nascondere una vita fatta anche di dolori, violenze e nevrosi. Eppure è così. Ed è anche questo che rende così particolare il linguaggio artistico di Niki de Saint Phalle, un linguaggio che l’esposizione milanese racconta e abbraccia in tutta la sua varietà, ampiezza e profondità, dagli esordi (gli anni passati fra Europa, Stati Uniti e Italia, ma anche Creta, Egitto, India, Messico) fino agli ultimi lavori degli anni ’90, fra cui spiccano - accanto a quelli dedicati all’ambiente, agli animali e ai diritti delle donne (criticò apertamente la linea politica di George W. Bush ) - le opere della serie dei Teschi, tema che simboleggia il suo modo di affrontare l'avanzare dell'età. «Come sempre l’artista affronta le difficoltà cercando di apportare gioia e consolazione attraverso l'arte. Ed ecco che i suoi teschi brillano, luccicano, scintillano. Come i popoli mesoamericani, l'artista considera la morte come un momento da festeggiare piuttosto che da temere, perché La Mort n'existe pas, Life is eternal, come scrive su una delle ultime opere che ci lascia. ». (L. Pesapane).Cittadina del mondo, femminista ante litteram già negli anni ’50, star mediatica perfettamente consapevole della forza della sua immagine, Niki de Saint Phalle espresse il suo dissenso verso i mali della società (dalla violenza di genere alla Guerra Fredda) anche attraverso numerose performance: famosissimi, per esempio, i sui Tirs (Spari), quando, tra il 1960 e il 1961, di fronte a un pubblico di amici, servendosi di una carabina, l’artista sparava facendo esplodere sacchetti di pittura sulla tela, liberando, in questo processo creativo e catartico, le proprie emozioni. Spari scandalosi e liberatori, esplosi contro la società, contro la violenza subita, contro la rigida educazione ricevuta e anche contro le difficoltà di emancipazione per una giovane donna e artista negli anni Sessanta. A ricordare questo periodo, in mostra nella prima sezione del percorso espositivo, alcuni Spari della serie delle Cattedrali e degliAltari, simboli di un radicato anticlericalismo ma anche di una profonda fascinazione dell’artista verso le cattedrali, viste come opere collettive, realizzate grazie allo sforzo condiviso di migliaia di persone.Particolarmente attenta, come abbiamo visto, alle discriminazioni e alle violenze rivolte contro l’Universo Femminile (tema, purtroppo, di straordinaria attualità) Niki-de-Saint-Phalle, tra il 1963 ed il 1965, crea degli assemblaggi di oggetti in plastica e tessuto che riproducono le fattezze di donne partorienti, di spose cadaveri e di corpi femminili mutilati di gambe o braccia: tra le opere di questo periodo, in mostra (nella seconda sezione) La Mariée à cheval, The Lady Sings the Blues (1965), omaggio alla lady del jazz Billie Holiday, pioniera per la difesa dei diritti civili degli afroamericani. Il suo corpo, nero e mutilato, appartiene alla serie delle Crocefissioni o delle Prostitute, dei messia declinati al femminile» immolati per la salvezza dei diritti dell'umanità. Ma dopo tante «negatività », ecco finalmente esplodere la gioia e il colore: è il momento delle Nanas che, come spiega la curatrice, «sono la versione pop della Grande Madre dei miti arcaici, moderne Veneri di Willendorf dal corpo abbondante che si espande in una gravidanza cosmica». Policrome, gioiose e potenti, sexy, rotonde e sportive, libere dagli stereotipi imposti dalla moda, le Nanas sono il simbolo (e la speranza) di una società nuova e matriarcale, dove le donne hanno il potere e si amano profondamente, anche nei loro corpi enormi: tra le numerose Nanas, particolarissima la serie delle Nanas nere (in mostra Nana Chocolat del 1968) e quella delle Nanas danzanti.E dalle famosissime Nanas all’altrettanto famoso Giardino dei Tarocchi il passo è breve... A ricordare questa straordinaria opera pubblica (realizzata, come ho già ricordato, insieme al secondo marito, lo scultore svizzero Jean Tinguely ), un luogo magico e surreale in cui il visitatore penetra letteralmente in un mondo fatto di draghi, principesse, oracoli, profeti e strane creature, l'opera La Stella, eccezionalmente prestata dalla Collezione Fondazione Giardino dei Tarocchi, creazione che dialoga con altre opere, come La Temperanza e La Morte, tutte provenienti da collezioni private. E a proposito di Jean Tinguely, quasi a confermare l’indissolubile e profondo legame che lo legava alla moglie («La storia d'amore con Jean Tinguely - ha dichiarato Lucia Pesapane - fu intensa, passionale, esplosiva. Uno lo Yin et l'altro lo Yang, Venere e Vulcano, furono i Bonny e Clyde dell'arte »), mentre il MUDEC dedica questa straordinaria mostra a Niki-de-Saint-Phalle, l’Hangar Bicocca (dal 10 ottobre al 2 febbraio 2025) dedica a lui un’importante retrospettiva. Entrambe assolutamente da non perdere...
JD Vance (Ansa)
La storia di una conversione. È questo, se vogliamo, il senso più profondo di Communion: il libro di JD Vance, uscito ieri negli Stati Uniti.
In quest’opera, il vicepresidente americano racconta due lati di sé distinti ma inscindibilmente interconnessi: quello intimo e quello politico. Vance parla innanzitutto del suo travagliato percorso interiore che, in gioventù, ha man mano messo in crisi la fede cristiano-evangelica in cui era stato cresciuto. Il vicepresidente cita la «rabbia» e un «senso di tradimento» che, nati dalle sofferenze e dalle tragedie della vita, lo hanno portato all’ateismo e, in particolare, alla filosofia individualistica di Ayn Rand. «Non mi importava della volontà di Dio. Mi importava di me stesso».
Da qui, racconta Vance, è tuttavia iniziato un percorso inverso che, nel corso degli anni, lo ha infine portato alla conversione al cattolicesimo.
Sotto questo aspetto, il vicepresidente sottolinea l’importanza del suo incontro con Peter Thiel. «Probabilmente la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, si identificava apertamente come cristiano». Vance sostiene quindi che, grazie al fondatore di Palantir, sarebbe riuscito a scardinare la convinzione «secondo cui le persone stupide erano religiose e le persone intelligenti erano atee». Da Thiel, Vance è poi risalito a René Girard: filosofo particolarmente vicino al fondatore di Palantir.
Ed è proprio attraverso il pensiero girardiano che l’attuale vicepresidente americano sarebbe rientrato, per così dire, in contatto con la figura di Cristo: colui che, secondo il filosofo francese, avrebbe messo in crisi l’atavico (e crudele) meccanismo dei capri espiatori alla base delle società politiche. E si arriva così al 2018, quando, durante una visita in una cattedrale francese, Vance racconta di aver avvertito un «senso di appartenenza e di presenza». Un’esperienza, questa, che, l’anno successivo, lo avrebbe portato a convertirsi al cattolicesimo e a comprendere la centralità dell’eucaristia. «È uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio», scrive il vicepresidente, dicendosi influenzato da autori come Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton e Lewis.
Tuttavia, come detto, Communion è un libro anche politico. Il vicepresidente parla innanzitutto dell’impatto della fede sul suo impegno pubblico. Secondo Vance, l’antiabortismo tipico del Partito repubblicano non va abbandonato ma ripensato. «Dovremo formulare argomentazioni cristiane più convincenti, incentrate sulla costruzione di una cultura e di un’economia in grado di sostenere concretamente le giovani famiglie e la vita che esse portano nel mondo». Tra l’altro, il vicepresidente si dice possibilista sull’eventualità di un’armonizzazione tra l’amministrazione Trump e la Chiesa in materia migratoria. «L’invocazione della dignità dei migranti da parte della Chiesa impone una riflessione sui compromessi morali. E si può credere che tali compromessi portino a privilegiare una politica migratoria rigorosa senza disumanizzare nessuno».
In secondo luogo, Vance racconta anche della sua conversione politica al trumpismo: un tempo feroce critico dell’attuale presidente americano, fu nel 2016 che iniziò a rendersi conto di come le sue ricette fossero in linea con gli interessi dei colletti blu della Rust Belt. Un cambio di posizione che, stando alle sue stesse parole, Vance ha pagato con l’astio dei media che prima lo avevano elogiato. Infine, nel suo libro, il vicepresidente non rinuncia a una stoccata ai vertici della Santa Sede. «Ero lì, il cattolico di più alto rango nel governo degli Stati Uniti, e il Vaticano sembrava riluttante ad andare oltre le banali frasi fatte nella sua guida morale», scrive Vance, ricordando l’incontro che ebbe a Pasqua dell’anno scorso con i diplomatici vaticani a Roma sull’immigrazione irregolare.
E arriviamo quindi a una domanda ovvia: e se lo stretto connubio tra fede e dimensione politica di Communion fosse un manifesto in vista delle primarie repubblicane presidenziali del 2028? Non si può certo escludere. Che Vance nutra delle ambizioni in tal senso, non è un mistero. Così come non è un mistero che, in caso, il suo principale rivale sarebbe probabilmente un altro cattolico come il segretario di Stato americano Marco Rubio. Guarda caso, in Communion, il vicepresidente valorizza i tre principali pilastri della coalizione elettorale che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024: i cattolici, i colletti blu della Rust Belt e (almeno una parte) del settore ipertecnologico (si pensi a Thiel). Al contempo, il vicepresidente ha mostrato una certa dose di coraggio, visto che alcuni passaggi del libro - soprattutto quello sulla necessità di un antiabortismo diverso - potrebbero irritare le aree più intransigenti della destra evangelica.
E comunque, al di là delle prossime elezioni, il libro di Vance si inserisce in un contesto culturale più ampio. Il cattolicesimo americano sta sperimentando una sorta di nuova primavera. L’anno scorso, è stato eletto il primo papa statunitense della storia e la stessa amministrazione Trump ospita ai suoi vertici numerosi fedeli della Chiesa di Roma. Communion si configura quindi come un tassello di questo complesso mosaico. Un mosaico che conferma la vitalità, sacramentale, sociale e intellettuale del cattolicesimo statunitense. Una vitalità da cui la Chiesa europea dovrebbe forse apprendere qualche lezione significativa.
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Emmanuel Macron (Getty Images)
Il G7 di Evian è per lui una delle ultime vetrine internazionali, sebbene la presenza ingombrante del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonché di figure più «fresche» e destinate ancora a far parlare di sé, come il premier italiano Giorgia Meloni e quello nipponico Sanae Takaichi, lo mettano in ombra. Macron ha puntato molto sulla cena alla reggia di Versailles con Trump, con entusiasmo del presidente Usa: «Non è una copia dorata, è l’originale». Lì nel 1783 fu firmata la pace che consacrò la secessione dei nascenti Usa dall’Impero coloniale inglese grazie all’aiuto militare francese. Ricorso storico a cui Macron spera di riallacciarsi mostrando una Francia che tratta da pari a pari con gli Stati Uniti. Brucia ancora, forse, il ricordo dei funerali di papa Francesco, nell’aprile 2025, quando, nella Basilica di San Pietro, Trump volle parlare in disparte col presidente ucraino Volodymir Zelensky tenendone fuori Macron.
Si è rifatto a Evian con un trilaterale Trump-Macron-Zelensky dal quale è uscito il solito appello alla Russia affinché «faccia un accordo», nulla di nuovo sotto il cielo. Al G7 il presidente francese s’è premurato di presentare i vari «benvenuto» agli ospiti, con un post social in cui a ogni alleato ha riservato una specifica colonna sonora di sottofondo. A Trump ha associato Love is a long road di Tom Petty, per la Meloni ha optato per Felicità di Al Bano e Romina, poi Lieblingsmensch (persona preferita) di Namika per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Arigato dei Nxnja Beats per la Takaichi, J'irai où tu iras (Andrò dove andrai tu) di Celine Dion per il premier canadese Mark Carney, The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond, per il britannico Keir Starmer, infine, brano assai più scontato, L’inno alla gioia»di Beethoven, già considerata inno dell’Unione Europea, per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo.
Quel Macron che anela a una guida francese per la missione navale europea nel Golfo Persico, allo scopo di recuperare al paese quella parte di «grandeur» perduta con la fine del colonialismo e che sopravvive grazie all’arsenale nucleare, bada ora ai contenuti musicali mentre nei dossier che contano il suo governo sembra più un gregario. Anche i calorosi baci e abbracci che Macron s’è scambiato con Merz all’insegna dell’asse franco-tedesco che ha sempre fatto da architrave dell’Ue, ovvero la «Framania», lasciano il tempo che trovano considerato che appena pochi giorni fa è stato chiuso il programma franco-tedesco per il nuovo aereo da caccia Fcas, Future Combat Air System, dopo anni di incomprensioni fra la francese Dassault e la tedesca Airbus. Francia e Germania hanno già visto fallire di recente altri due importanti progetti di difesa, l’evoluzione dell’elicottero Tiger e il carro armato Mgcs.
Ora la Francia si troverà a far da sola, come già 35 anni fa col Rafale, quando uscì dal programma Eurofighter. E che dire del crollo dell’influenza francese nel Sahel, dopo i golpe filorussi fra 2020 e 2023? Capitoli da svoltare per Macron, che negli ultimi anni ha sondato il terreno in cerca di popolarità con varie boutade. Una volta diceva sconsolato che «la Nato è in morte cerebrale». Poi ha sparato che sarebbe stato «pronto a condividere l’arsenale nucleare francese con l’Ue», estendendo l’ombrello della Force de Dissuasion (che si chiamava Force de Frappe ai tempi di Charles De Gaulle), salvo poi specificare che sarebbe rimasto tutto sotto il controllo dei francesi. Ora non gli resta che fare il «padrone di casa» e attendere un programmato momento di gloria per domani sera alle 20.00, quando è attesa su France 2 una sua intervista con la giornalista Caroline Roux sui grandi temi, da Hormuz al Libano, a proposito dei quali può però solo prender atto di decisioni altrui.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 giugno con Carlo Cambi