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2024-11-07
Niki de Saint Phalle: la sua arte in mostra al MUDEC di Milano
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Le famose Nanas di Niki de Saint Phalle in una sala del MUDEC @CarlottaCoppo
«Donna e artista», come lei stessa amava definirsi. Camaleontica, eccentrica, chic, glamour, pittrice, scultrice, ma anche regista, attrice, modella, Niki-de-Saint-Phalle (pseudonimo di Catherine-Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, padre francese e madre americana), unica donna fra gli esponenti del gruppo dei Nouveaux Réalistes e fra le protagoniste assolute della scena artistica d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta in Europa e negli Stati Uniti, nel nostra Paese non ha ancora raggiunto quella notorietà che merita. La si conosce soprattutto per le sue variopinte Nanas (gigantesche figure femminili dalle dimensioni enormi, alcune perfino abitabili) o per il Giardino dei Tarocchi ( un parco con 22 sculture monumentali e colorate, realizzato a Capalbio insieme al marito, il noto scultore svizzero Jean Tinguely), ma il resto della sua arte e della sua tormentata vita è sconosciuto ai più: la straordinaria mostra allestita al MUDEC , la prima retrospettiva in un museo civico italiano dedicata alla de-Saint-Phalle, è l’occasione giusta per entrare nell’intimità di una donna di grande umanità e sensibiltà, una delle artiste che maggiormente ha sfidato gli stereotipi di genere attraverso l’arte e che nell’arte ha trovato la pace e la salvezza dai suoi demoni: il peggiore, l’incesto paterno, subito a soli 11 anni e che la segnò per tutta la vita. «Niki de Saint Phalle è oggi considerata come una delle artiste più importanti del XX secolo – ha spiegato la curatrice della mostra Lucia Pesapane - Ha saputo, come pochi artisti prima, utilizzare lo schermo ed i media per promuovere la sua arte e il suo impegno sociale nei confronti delle minorità e dei più fragili, malati, bambini e animali. Questa responsabilità si è tradotta in un'arte gioiosa, inclusiva, in grado di veicolare attraverso opere comprensibili e amate da tutte le generazioni un discorso attento alle diversità, non-eurocentrico e non-gerarchico. L’artista fa breccia perché la sua opera parla di libertà e di diritti e ci dimostra che ribellarsi è sano, necessario, indispensabile. La sua arte ci offre un rimedio possibile contro l'ingiustizia, un conforto, è un accesso alla bellezza»
La Mostra
Visitare quest’esposizione, così allegra e colorata, è una gioia per gli occhi e per lo spirito. E’ entrare in contatto diretto con il mondo variopinto, polimorfo, tondeggiante e materno delle Nanas (e non solo), un mondo così fantasioso e fantastico che, a stento, si crede possa nascondere una vita fatta anche di dolori, violenze e nevrosi. Eppure è così. Ed è anche questo che rende così particolare il linguaggio artistico di Niki de Saint Phalle, un linguaggio che l’esposizione milanese racconta e abbraccia in tutta la sua varietà, ampiezza e profondità, dagli esordi (gli anni passati fra Europa, Stati Uniti e Italia, ma anche Creta, Egitto, India, Messico) fino agli ultimi lavori degli anni ’90, fra cui spiccano - accanto a quelli dedicati all’ambiente, agli animali e ai diritti delle donne (criticò apertamente la linea politica di George W. Bush ) - le opere della serie dei Teschi, tema che simboleggia il suo modo di affrontare l'avanzare dell'età. «Come sempre l’artista affronta le difficoltà cercando di apportare gioia e consolazione attraverso l'arte. Ed ecco che i suoi teschi brillano, luccicano, scintillano. Come i popoli mesoamericani, l'artista considera la morte come un momento da festeggiare piuttosto che da temere, perché La Mort n'existe pas, Life is eternal, come scrive su una delle ultime opere che ci lascia. ». (L. Pesapane).
Cittadina del mondo, femminista ante litteram già negli anni ’50, star mediatica perfettamente consapevole della forza della sua immagine, Niki de Saint Phalle espresse il suo dissenso verso i mali della società (dalla violenza di genere alla Guerra Fredda) anche attraverso numerose performance: famosissimi, per esempio, i sui Tirs (Spari), quando, tra il 1960 e il 1961, di fronte a un pubblico di amici, servendosi di una carabina, l’artista sparava facendo esplodere sacchetti di pittura sulla tela, liberando, in questo processo creativo e catartico, le proprie emozioni. Spari scandalosi e liberatori, esplosi contro la società, contro la violenza subita, contro la rigida educazione ricevuta e anche contro le difficoltà di emancipazione per una giovane donna e artista negli anni Sessanta. A ricordare questo periodo, in mostra nella prima sezione del percorso espositivo, alcuni Spari della serie delle Cattedrali e degliAltari, simboli di un radicato anticlericalismo ma anche di una profonda fascinazione dell’artista verso le cattedrali, viste come opere collettive, realizzate grazie allo sforzo condiviso di migliaia di persone.
Particolarmente attenta, come abbiamo visto, alle discriminazioni e alle violenze rivolte contro l’Universo Femminile (tema, purtroppo, di straordinaria attualità) Niki-de-Saint-Phalle, tra il 1963 ed il 1965, crea degli assemblaggi di oggetti in plastica e tessuto che riproducono le fattezze di donne partorienti, di spose cadaveri e di corpi femminili mutilati di gambe o braccia: tra le opere di questo periodo, in mostra (nella seconda sezione) La Mariée à cheval, The Lady Sings the Blues (1965), omaggio alla lady del jazz Billie Holiday, pioniera per la difesa dei diritti civili degli afroamericani. Il suo corpo, nero e mutilato, appartiene alla serie delle Crocefissioni o delle Prostitute, dei messia declinati al femminile» immolati per la salvezza dei diritti dell'umanità.
Ma dopo tante «negatività », ecco finalmente esplodere la gioia e il colore: è il momento delle Nanas che, come spiega la curatrice, «sono la versione pop della Grande Madre dei miti arcaici, moderne Veneri di Willendorf dal corpo abbondante che si espande in una gravidanza cosmica». Policrome, gioiose e potenti, sexy, rotonde e sportive, libere dagli stereotipi imposti dalla moda, le Nanas sono il simbolo (e la speranza) di una società nuova e matriarcale, dove le donne hanno il potere e si amano profondamente, anche nei loro corpi enormi: tra le numerose Nanas, particolarissima la serie delle Nanas nere (in mostra Nana Chocolat del 1968) e quella delle Nanas danzanti.
E dalle famosissime Nanas all’altrettanto famoso Giardino dei Tarocchi il passo è breve... A ricordare questa straordinaria opera pubblica (realizzata, come ho già ricordato, insieme al secondo marito, lo scultore svizzero Jean Tinguely ), un luogo magico e surreale in cui il visitatore penetra letteralmente in un mondo fatto di draghi, principesse, oracoli, profeti e strane creature, l'opera La Stella, eccezionalmente prestata dalla Collezione Fondazione Giardino dei Tarocchi, creazione che dialoga con altre opere, come La Temperanza e La Morte, tutte provenienti da collezioni private.
E a proposito di Jean Tinguely, quasi a confermare l’indissolubile e profondo legame che lo legava alla moglie («La storia d'amore con Jean Tinguely - ha dichiarato Lucia Pesapane - fu intensa, passionale, esplosiva. Uno lo Yin et l'altro lo Yang, Venere e Vulcano, furono i Bonny e Clyde dell'arte »), mentre il MUDEC dedica questa straordinaria mostra a Niki-de-Saint-Phalle, l’Hangar Bicocca (dal 10 ottobre al 2 febbraio 2025) dedica a lui un’importante retrospettiva. Entrambe assolutamente da non perdere...
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E’ il Museo delle culture di Milano ad ospitare - sino al 16 febbraio 2025 - una grande retrospettiva dedicata a Niki de Saint Phalle (1930-2002), l’artista franco-americana famosa soprattutto per le sue coloratissime e gigantesche Nanas : esposte ben 110 opere, oltre a creazioni su carta, foto, video e a una selezione di abiti della Maison Dior che ne ricordano anche il suo passato di modella. «Donna e artista», come lei stessa amava definirsi. Camaleontica, eccentrica, chic, glamour, pittrice, scultrice, ma anche regista, attrice, modella, Niki-de-Saint-Phalle (pseudonimo di Catherine-Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, padre francese e madre americana), unica donna fra gli esponenti del gruppo dei Nouveaux Réalistes e fra le protagoniste assolute della scena artistica d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta in Europa e negli Stati Uniti, nel nostra Paese non ha ancora raggiunto quella notorietà che merita. La si conosce soprattutto per le sue variopinte Nanas (gigantesche figure femminili dalle dimensioni enormi, alcune perfino abitabili) o per il Giardino dei Tarocchi ( un parco con 22 sculture monumentali e colorate, realizzato a Capalbio insieme al marito, il noto scultore svizzero Jean Tinguely), ma il resto della sua arte e della sua tormentata vita è sconosciuto ai più: la straordinaria mostra allestita al MUDEC , la prima retrospettiva in un museo civico italiano dedicata alla de-Saint-Phalle, è l’occasione giusta per entrare nell’intimità di una donna di grande umanità e sensibiltà, una delle artiste che maggiormente ha sfidato gli stereotipi di genere attraverso l’arte e che nell’arte ha trovato la pace e la salvezza dai suoi demoni: il peggiore, l’incesto paterno, subito a soli 11 anni e che la segnò per tutta la vita. «Niki de Saint Phalle è oggi considerata come una delle artiste più importanti del XX secolo – ha spiegato la curatrice della mostra Lucia Pesapane - Ha saputo, come pochi artisti prima, utilizzare lo schermo ed i media per promuovere la sua arte e il suo impegno sociale nei confronti delle minorità e dei più fragili, malati, bambini e animali. Questa responsabilità si è tradotta in un'arte gioiosa, inclusiva, in grado di veicolare attraverso opere comprensibili e amate da tutte le generazioni un discorso attento alle diversità, non-eurocentrico e non-gerarchico. L’artista fa breccia perché la sua opera parla di libertà e di diritti e ci dimostra che ribellarsi è sano, necessario, indispensabile. La sua arte ci offre un rimedio possibile contro l'ingiustizia, un conforto, è un accesso alla bellezza»La MostraVisitare quest’esposizione, così allegra e colorata, è una gioia per gli occhi e per lo spirito. E’ entrare in contatto diretto con il mondo variopinto, polimorfo, tondeggiante e materno delle Nanas (e non solo), un mondo così fantasioso e fantastico che, a stento, si crede possa nascondere una vita fatta anche di dolori, violenze e nevrosi. Eppure è così. Ed è anche questo che rende così particolare il linguaggio artistico di Niki de Saint Phalle, un linguaggio che l’esposizione milanese racconta e abbraccia in tutta la sua varietà, ampiezza e profondità, dagli esordi (gli anni passati fra Europa, Stati Uniti e Italia, ma anche Creta, Egitto, India, Messico) fino agli ultimi lavori degli anni ’90, fra cui spiccano - accanto a quelli dedicati all’ambiente, agli animali e ai diritti delle donne (criticò apertamente la linea politica di George W. Bush ) - le opere della serie dei Teschi, tema che simboleggia il suo modo di affrontare l'avanzare dell'età. «Come sempre l’artista affronta le difficoltà cercando di apportare gioia e consolazione attraverso l'arte. Ed ecco che i suoi teschi brillano, luccicano, scintillano. Come i popoli mesoamericani, l'artista considera la morte come un momento da festeggiare piuttosto che da temere, perché La Mort n'existe pas, Life is eternal, come scrive su una delle ultime opere che ci lascia. ». (L. Pesapane).Cittadina del mondo, femminista ante litteram già negli anni ’50, star mediatica perfettamente consapevole della forza della sua immagine, Niki de Saint Phalle espresse il suo dissenso verso i mali della società (dalla violenza di genere alla Guerra Fredda) anche attraverso numerose performance: famosissimi, per esempio, i sui Tirs (Spari), quando, tra il 1960 e il 1961, di fronte a un pubblico di amici, servendosi di una carabina, l’artista sparava facendo esplodere sacchetti di pittura sulla tela, liberando, in questo processo creativo e catartico, le proprie emozioni. Spari scandalosi e liberatori, esplosi contro la società, contro la violenza subita, contro la rigida educazione ricevuta e anche contro le difficoltà di emancipazione per una giovane donna e artista negli anni Sessanta. A ricordare questo periodo, in mostra nella prima sezione del percorso espositivo, alcuni Spari della serie delle Cattedrali e degliAltari, simboli di un radicato anticlericalismo ma anche di una profonda fascinazione dell’artista verso le cattedrali, viste come opere collettive, realizzate grazie allo sforzo condiviso di migliaia di persone.Particolarmente attenta, come abbiamo visto, alle discriminazioni e alle violenze rivolte contro l’Universo Femminile (tema, purtroppo, di straordinaria attualità) Niki-de-Saint-Phalle, tra il 1963 ed il 1965, crea degli assemblaggi di oggetti in plastica e tessuto che riproducono le fattezze di donne partorienti, di spose cadaveri e di corpi femminili mutilati di gambe o braccia: tra le opere di questo periodo, in mostra (nella seconda sezione) La Mariée à cheval, The Lady Sings the Blues (1965), omaggio alla lady del jazz Billie Holiday, pioniera per la difesa dei diritti civili degli afroamericani. Il suo corpo, nero e mutilato, appartiene alla serie delle Crocefissioni o delle Prostitute, dei messia declinati al femminile» immolati per la salvezza dei diritti dell'umanità. Ma dopo tante «negatività », ecco finalmente esplodere la gioia e il colore: è il momento delle Nanas che, come spiega la curatrice, «sono la versione pop della Grande Madre dei miti arcaici, moderne Veneri di Willendorf dal corpo abbondante che si espande in una gravidanza cosmica». Policrome, gioiose e potenti, sexy, rotonde e sportive, libere dagli stereotipi imposti dalla moda, le Nanas sono il simbolo (e la speranza) di una società nuova e matriarcale, dove le donne hanno il potere e si amano profondamente, anche nei loro corpi enormi: tra le numerose Nanas, particolarissima la serie delle Nanas nere (in mostra Nana Chocolat del 1968) e quella delle Nanas danzanti.E dalle famosissime Nanas all’altrettanto famoso Giardino dei Tarocchi il passo è breve... A ricordare questa straordinaria opera pubblica (realizzata, come ho già ricordato, insieme al secondo marito, lo scultore svizzero Jean Tinguely ), un luogo magico e surreale in cui il visitatore penetra letteralmente in un mondo fatto di draghi, principesse, oracoli, profeti e strane creature, l'opera La Stella, eccezionalmente prestata dalla Collezione Fondazione Giardino dei Tarocchi, creazione che dialoga con altre opere, come La Temperanza e La Morte, tutte provenienti da collezioni private. E a proposito di Jean Tinguely, quasi a confermare l’indissolubile e profondo legame che lo legava alla moglie («La storia d'amore con Jean Tinguely - ha dichiarato Lucia Pesapane - fu intensa, passionale, esplosiva. Uno lo Yin et l'altro lo Yang, Venere e Vulcano, furono i Bonny e Clyde dell'arte »), mentre il MUDEC dedica questa straordinaria mostra a Niki-de-Saint-Phalle, l’Hangar Bicocca (dal 10 ottobre al 2 febbraio 2025) dedica a lui un’importante retrospettiva. Entrambe assolutamente da non perdere...
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I vandalismi verso le città d’arte nemmeno. Per quanti crimini abbia commesso, uno straniero non può mai essere espulso. A Distopia regnano bizzarre figure, i cosiddetti Giudici amministratori, che fondono sia il potere legislativo sia quello giudiziario e che per un antico incantesimo, odiano il popolo e adorano gli stranieri. I poliziotti e un secondo tipo di uomini e donne d’armi chiamati carabinieri, a Distopia, possono essere aggrediti, è permesso insultarli, è permesso a sputare loro addosso. Se qualcuno stacca loro un dito con un morso, è punito con un buffetto. Se qualcuno li ferisce, possono difendersi instaurando una civile discussione. Se usano le armi anche solo per difendersi, sono duramente puniti, le armi le portano a scopo solamente ornamentale.
Se qualcuno li ferisce o li uccide, questo non è considerato grave e, soprattutto, se un altro poliziotto o carabiniere usa le armi per difendere un collega o un cittadino, è punito con pene draconiane, addirittura con anni di prigione, oltre che essere ridotto in miseria. A Distopia succede che i poliziotti e i carabinieri ne abbiano abbastanza. È evidente che, data la loro situazione, non possono fare scioperi, alle loro categorie non è permesso e, infatti, non ne fanno. Danno le dimissioni, tutti, tutti insieme.
E poi? Come fanno a mantenere le loro famiglie? Ma è evidente! Sono uomini forti, addestrati, sanno usare le armi. Conoscono il mondo della malavita, sanno come procurarsi le armi. Cominciano a fare furti e rapine, tanto le pene date per questi reati nella inesistente Repubblica di Distopia sono infinitesimali. Inoltre, nel caso qualcuno venga ferito o addirittura ucciso nell’esercizio delle funzioni di furto e rapina, a Distopia ottiene risarcimenti incredibili come mai da carabiniere o poliziotto si sarebbe sognato. Nel libro, i poliziotti e carabinieri diventati «cattivi» esercitano il loro nuovo mestiere di ladri e e rapinatori solo nei quartieri abbienti, non rapinano nelle metropolitane, non accoltellano sui treni regionali. I loro furti e le loro rapine avvengono solo nei quartieri alti, quelli dove vivono i Giudici amministratori. Non solo: diventano anche, cosa per carità sbagliatissima, giustizieri, come gli eroi della Marvel o della Dc Comics, anche loro con costumi fantastici e, quindi, ripuliscono le città.
I poliziotti sono vestiti da Spiderman e i carabinieri da Batman. Sto lavorando sul finale. Ci sono due possibilità. La prima è che Esmeralda e Reginaldo, figli rispettivamente di un poliziotto e di una carabiniera lei, di una poliziotta e di un carabiniere lui, trovano la grotta dove si nasconde il drago che ha fatto l’incantesimo che rende folli i Giudici amministratori, la distruggono e così liberano Distopia da tutti i suoi guai. Le istituzioni ricominciano ad amare i cittadini, gli stranieri tornano ai loro Paesi che aiuteranno a costruire e, una volta tornati a casa, Distopia torna a essere Utopia, il Paese del latte e del miele, quello che sempre avrebbe dovuto essere. L’altro finale alternativo potrebbe essere che Esmeralda e Reginaldo entrano in magistratura e la riformano, riportandola a un organo che amministra la giustizia non che impone distopie, ma mi sembra troppo fantastico. Il finale con il drago è più verosimile.
Si tratta di semplice opera di fantasia, assolutamente creativa, non è un’istigazione delinquere. Sto cercando un editore. Anche un produttore: il film potrebbe essere carino. Per chi fosse interessato, organizzo corsi di scrittura creativa, con in più un master gratuito sull’uso dell’ascia. È un ottimo strumento per spaccare la legna e non morire di freddo se e quando la nostra mamma Europa ci lascerà al gelo. Saper usare un’ascia è sempre utile. Just in case. Non si sa mai.
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Nel riquadro Ilario Castello, segretario del Nuovo sindacato carabinieri (Ansa)
Partiamo dal caso Rogoredo, con un agente indagato per omicidio volontario dopo aver sparato contro un pusher marocchino di 28 anni che puntava un’arma a salve. In base alla normativa vigente, che cosa deve aspettarsi il poliziotto?
«Per l’automatismo dell’attuale articolo 335 del Codice di procedura penale, il collega si è trovato iscritto con un capo di imputazione forte. Il messaggio che passa è che le forze dell’ordine vanno in giro ad ammazzare persone. Il poliziotto dovrà farsi carico della difesa legale e di tutte le altre spese del procedimento penale a suo carico».
Quindi né il dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, né il ministero della Difesa intervengono a coprire le spese legali?
«Il ddl Sicurezza dello scorso anno prevedeva un rimborso fino a un massimo di 10.000 euro per ogni grado di giudizio. Ottima iniziativa, ma è solo un inizio e bisogna vedere per quale reato si sta procedendo: le spese possono essere di gran lunga superiori. Basti pensare alle perizie come nel caso Ramy»
Un poliziotto o un carabiniere indagato continua a percepire lo stipendio?
«Ogni amministrazione procede secondo i propri regolamenti. Nell’Arma spesso succede che ti ritrovi demansionato, con mancati guadagni. Non è esclusa la sospensione cautelativa da servizio, tra tre a 12 mesi. Anche se non è una sanzione definitiva, la sospensione comporta la limitazione delle attività operative e una riduzione del trattamento economico, il blocco delle progressioni di carriera. Oltre al danno, quindi, anche la beffa».
La vostra proposta di legge che cosa ha di diverso dal pacchetto sicurezza del governo, in fase di elaborazione?
«Prevede che l’amministrazione di appartenenza fornisca assistenza legale d’ufficio e supporto psicologico immediato al personale in divisa coinvolto in operazioni che hanno richiesto l’uso della forza o delle armi o che sono oggetto di indagine per fatti connessi al servizio. Sarà necessario un Fondo nazionale apposito, istituito presso il ministero dell’Interno, destinato a coprire direttamente le spese legali, comprese quelle relative a consulenze tecniche e perizie di parte nei vari gradi e fasi del procedimento».
Le altre vostre richieste quali sono?
«Partiamo dal contesto operativo: un poliziotto o un carabiniere non agiscono mai come privati cittadini, ma sempre come pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio. Ogni azione, pur se compiuta individualmente, è espressione della funzione e autorità dello Stato, per questo è giustificata la copertura legale e risarcitoria. Salvo i casi di dolo o di colpa grave del poliziotto o del carabiniere, l’amministrazione di appartenenza si deve far carico dell’eventuale risarcimento dovuto alla parte civile».
Non è una richiesta di scudo penale?
«No, non cerchiamo privilegi, ma la necessaria serenità per operare con tutele concrete e inequivocabili e senza il timore di conseguenze sproporzionate. L’uso delle armi si presume sempre legittimo se esercitato da un poliziotto o da un carabiniere. Pensiamo a Rogoredo, contesto operativo rischiosissimo. L’agente ha intercettato un’arma simile a tutte quelle in uso presso le forze dell’ordine e ha dovuto fare il suo lavoro, fermare quella minaccia».
Diverso è se c’è abuso della forza.
«Certo, o dei mezzi di coercizione fisica, delle armi e in questi casi c’è dolo o colpa grave, altrimenti in servizio è legittimo, anzi obbligatorio intervenire. In Italia, invece, passa il concetto che prima sparano i cattivi e poi noi dobbiamo rispondere».
Chiedete anche il coinvolgimento del Viminale e del ministero della Difesa.
«Proponiamo modifiche al Codice di procedura penale, ovvero che l’atto dovuto dell’iscrizione di un operatore delle forze dell’ordine nel registro di reato, per principio di immedesimazione organica debba essere comunicata immediatamente anche all’amministrazione di appartenenza, che nominerà un proprio difensore, consulenti tecnici di parte. E non deve esserci l’obbligatorietà di indagare subito l’agente».
Il motivo?
«Le ripercussioni significative sulla serenità professionale e personale degli operatori di pubblica sicurezza: influenzano la loro capacità di agire con la necessaria prontezza e determinazione. Non c’è pericolo di fuga per noi, l’avviso di garanzia va emesso se emergono gravi indizi di colpevolezza».
Altro elemento che suggerite?
«L’introduzione di una nuova circostanza attenuante, riconosciuta quando il fatto è stato commesso in ragione di una percezione distorta, errata o sproporzionata del pericolo reale dovuta alla concitazione, all’urgenza o a un elevato livello di stress operativo. Come è accaduto a Rogoredo. Sarà il giudice a doverla valutare in base al livello di rischio oggettivo. E chiediamo l’eventuale sospensione dal servizio solo alla fine dei tre gradi di giudizio».
Come sta procedendo la vostra campagna di raccolta firme?
«Ne abbiamo raggiunto 30.000, il quorum è 50.000. Per chiedere al Parlamento di legiferare, basta sottoscrivere la proposta di legge cliccando su firmereferendum.giustizia.it, accedere con il proprio Spid e firmare».
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Nel riquadro Abderrahim Mansouri (Ansa)
A dettare il tono è stato il comunicato di Potere al popolo, che ha parlato di «un’altra vita spezzata nel quadrante sud di Milano», definendo l’intervento della polizia in borghese «ambiguo» e addirittura «provocatorio». Nel testo si arriva a contestare l’operazione antidroga in quanto tale, a evocare presunte «marginalità da far sparire» in vista delle Olimpiadi e a paragonare l’episodio milanese alle pratiche degli Stati Uniti, accusati di uccidere «a sangue freddo per strada» attraverso l’Ice. Considerazioni deliranti, ideologiche e scollegate dalla realtà di Rogoredo, ma che anticipano il clima della manifestazione annunciata in piazza XXV Aprile sabato prossimo, contro la presenza di agenti statunitensi a Milano, dove il caso Mansouri rischia di diventare l’ennesimo simbolo da piazza, come Ramy Elgaml. Mentre venerdì sera ci sarà una passeggiata per la sicurezza a Rogoredo promossa da Fratelli d’Italia e Gioventù nazionale, al fianco di residenti e polizia, per dire stop a degrado e insicurezza dopo anni di immobilismo della giunta di centrosinistra.
Dentro questo contesto si colloca anche la scelta della famiglia Mansouri di entrare formalmente nel procedimento come persona offesa. Da una parte c’è il racconto del poliziotto, confermato in questa fase da un collega che lo seguiva a breve distanza durante un servizio antidroga; dall’altra la linea dei familiari, che sostengono che la dinamica «non convince affatto» e chiedono che venga rimessa integralmente in discussione. Il pm Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta, ha impostato un’indagine a tutto campo e ha chiarito di non voler lasciare nulla al caso. Sono stati disposti l’esame autoptico, le perizie balistiche, gli accertamenti sull’arma a salve impugnata dalla vittima, le analisi tossicologiche, le verifiche sull’organizzazione del servizio e la ricerca di immagini di videosorveglianza. È in questo quadro che si inserisce la decisione, contestata da più parti, di iscrivere l’agente per omicidio volontario: una qualificazione tecnica iniziale che consente tutti gli accertamenti irripetibili ma che appare difficilmente compatibile con i fatti finora emersi e che, anche nelle ipotesi più severe, sembrerebbe al massimo riconducibile a un profilo colposo, non certo a un’azione dolosamente diretta a uccidere.
Il fratello della vittima, assistito dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha depositato la nomina per partecipare a ogni accertamento con consulenti propri. Tra le richieste avanzate figura anche quella di acquisire e analizzare i cellulari degli agenti presenti durante l’operazione, nella convinzione che possano emergere elementi utili a ricostruire tempi e modalità dell’intervento. La stessa Piazza, con l’Agi, ha richiamato l’attenzione sulla presenza di una telecamera nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria, che potrebbe aver ripreso almeno in parte gli ultimi istanti di vita di Mansouri e che non risulta ancora acquisita.
Il dato su cui i legali della parte civile insistono è quello della distanza: secondo i primi rilievi della Scientifica, al momento dello sparo tra l’agente e Mansouri ci sarebbero stati circa 30 metri. Una distanza ritenuta «significativa». Ma è un elemento che, letto nel contesto operativo di Rogoredo, non viene considerato decisivo da chi difende l’operato della polizia: perché non conta che l’arma si sia poi rivelata una pistola a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera a chi se l’è vista puntare contro, in una delle aree più pericolose della città. Rogoredo, infatti, non è una periferia qualunque. Da almeno un decennio è la più grande piazza di spaccio di eroina a cielo aperto di Milano. Un contesto che spiega perché ogni intervento venga considerato ad altissimo rischio. In questo scenario, Abderrahim Mansouri non era un volto sconosciuto: già nel 2016 aveva tentato la fuga aggredendo un finanziere e cercando di sottrargli l’arma; negli anni successivi il suo nome e quello di altri membri della famiglia è tornato più volte nelle indagini sul traffico di droga nell’area. Secondo chi lo conosceva, amava sfidare le divise per far vedere «chi comandava» nella zona.
A fronte delle accuse e delle pressioni politiche è intervenuta anche Unarma, ricordando che l’operatore «ha agito in una situazione concitata, in pochi istanti, percependo un rischio reale per la propria vita» e che, nonostante ciò, «si trovi ora indagato». L’associazione parla di «emergenza sicurezza» per le forze dell’ordine e chiede tutele giuridiche più chiare perché, ha detto il segretario generale Antonio Nicolosi. Il Sap di Milano, con il segretario aggiunto Paolo Magrone, definisce «un po’ forte» ipotizzare che un poliziotto esca in servizio con la volontà di uccidere, giudicando la contestazione dell’omicidio volontario «molto dura» e ricordando che a Rogoredo si opera in un contesto rischioso, dove una pistola a salve senza tappo rosso è indistinguibile da un’arma vera.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa #podcast del 28 gennaio con Carlo Cambi