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2024-11-07
Niki de Saint Phalle: la sua arte in mostra al MUDEC di Milano
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Le famose Nanas di Niki de Saint Phalle in una sala del MUDEC @CarlottaCoppo
«Donna e artista», come lei stessa amava definirsi. Camaleontica, eccentrica, chic, glamour, pittrice, scultrice, ma anche regista, attrice, modella, Niki-de-Saint-Phalle (pseudonimo di Catherine-Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, padre francese e madre americana), unica donna fra gli esponenti del gruppo dei Nouveaux Réalistes e fra le protagoniste assolute della scena artistica d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta in Europa e negli Stati Uniti, nel nostra Paese non ha ancora raggiunto quella notorietà che merita. La si conosce soprattutto per le sue variopinte Nanas (gigantesche figure femminili dalle dimensioni enormi, alcune perfino abitabili) o per il Giardino dei Tarocchi ( un parco con 22 sculture monumentali e colorate, realizzato a Capalbio insieme al marito, il noto scultore svizzero Jean Tinguely), ma il resto della sua arte e della sua tormentata vita è sconosciuto ai più: la straordinaria mostra allestita al MUDEC , la prima retrospettiva in un museo civico italiano dedicata alla de-Saint-Phalle, è l’occasione giusta per entrare nell’intimità di una donna di grande umanità e sensibiltà, una delle artiste che maggiormente ha sfidato gli stereotipi di genere attraverso l’arte e che nell’arte ha trovato la pace e la salvezza dai suoi demoni: il peggiore, l’incesto paterno, subito a soli 11 anni e che la segnò per tutta la vita. «Niki de Saint Phalle è oggi considerata come una delle artiste più importanti del XX secolo – ha spiegato la curatrice della mostra Lucia Pesapane - Ha saputo, come pochi artisti prima, utilizzare lo schermo ed i media per promuovere la sua arte e il suo impegno sociale nei confronti delle minorità e dei più fragili, malati, bambini e animali. Questa responsabilità si è tradotta in un'arte gioiosa, inclusiva, in grado di veicolare attraverso opere comprensibili e amate da tutte le generazioni un discorso attento alle diversità, non-eurocentrico e non-gerarchico. L’artista fa breccia perché la sua opera parla di libertà e di diritti e ci dimostra che ribellarsi è sano, necessario, indispensabile. La sua arte ci offre un rimedio possibile contro l'ingiustizia, un conforto, è un accesso alla bellezza»
La Mostra
Visitare quest’esposizione, così allegra e colorata, è una gioia per gli occhi e per lo spirito. E’ entrare in contatto diretto con il mondo variopinto, polimorfo, tondeggiante e materno delle Nanas (e non solo), un mondo così fantasioso e fantastico che, a stento, si crede possa nascondere una vita fatta anche di dolori, violenze e nevrosi. Eppure è così. Ed è anche questo che rende così particolare il linguaggio artistico di Niki de Saint Phalle, un linguaggio che l’esposizione milanese racconta e abbraccia in tutta la sua varietà, ampiezza e profondità, dagli esordi (gli anni passati fra Europa, Stati Uniti e Italia, ma anche Creta, Egitto, India, Messico) fino agli ultimi lavori degli anni ’90, fra cui spiccano - accanto a quelli dedicati all’ambiente, agli animali e ai diritti delle donne (criticò apertamente la linea politica di George W. Bush ) - le opere della serie dei Teschi, tema che simboleggia il suo modo di affrontare l'avanzare dell'età. «Come sempre l’artista affronta le difficoltà cercando di apportare gioia e consolazione attraverso l'arte. Ed ecco che i suoi teschi brillano, luccicano, scintillano. Come i popoli mesoamericani, l'artista considera la morte come un momento da festeggiare piuttosto che da temere, perché La Mort n'existe pas, Life is eternal, come scrive su una delle ultime opere che ci lascia. ». (L. Pesapane).
Cittadina del mondo, femminista ante litteram già negli anni ’50, star mediatica perfettamente consapevole della forza della sua immagine, Niki de Saint Phalle espresse il suo dissenso verso i mali della società (dalla violenza di genere alla Guerra Fredda) anche attraverso numerose performance: famosissimi, per esempio, i sui Tirs (Spari), quando, tra il 1960 e il 1961, di fronte a un pubblico di amici, servendosi di una carabina, l’artista sparava facendo esplodere sacchetti di pittura sulla tela, liberando, in questo processo creativo e catartico, le proprie emozioni. Spari scandalosi e liberatori, esplosi contro la società, contro la violenza subita, contro la rigida educazione ricevuta e anche contro le difficoltà di emancipazione per una giovane donna e artista negli anni Sessanta. A ricordare questo periodo, in mostra nella prima sezione del percorso espositivo, alcuni Spari della serie delle Cattedrali e degliAltari, simboli di un radicato anticlericalismo ma anche di una profonda fascinazione dell’artista verso le cattedrali, viste come opere collettive, realizzate grazie allo sforzo condiviso di migliaia di persone.
Particolarmente attenta, come abbiamo visto, alle discriminazioni e alle violenze rivolte contro l’Universo Femminile (tema, purtroppo, di straordinaria attualità) Niki-de-Saint-Phalle, tra il 1963 ed il 1965, crea degli assemblaggi di oggetti in plastica e tessuto che riproducono le fattezze di donne partorienti, di spose cadaveri e di corpi femminili mutilati di gambe o braccia: tra le opere di questo periodo, in mostra (nella seconda sezione) La Mariée à cheval, The Lady Sings the Blues (1965), omaggio alla lady del jazz Billie Holiday, pioniera per la difesa dei diritti civili degli afroamericani. Il suo corpo, nero e mutilato, appartiene alla serie delle Crocefissioni o delle Prostitute, dei messia declinati al femminile» immolati per la salvezza dei diritti dell'umanità.
Ma dopo tante «negatività », ecco finalmente esplodere la gioia e il colore: è il momento delle Nanas che, come spiega la curatrice, «sono la versione pop della Grande Madre dei miti arcaici, moderne Veneri di Willendorf dal corpo abbondante che si espande in una gravidanza cosmica». Policrome, gioiose e potenti, sexy, rotonde e sportive, libere dagli stereotipi imposti dalla moda, le Nanas sono il simbolo (e la speranza) di una società nuova e matriarcale, dove le donne hanno il potere e si amano profondamente, anche nei loro corpi enormi: tra le numerose Nanas, particolarissima la serie delle Nanas nere (in mostra Nana Chocolat del 1968) e quella delle Nanas danzanti.
E dalle famosissime Nanas all’altrettanto famoso Giardino dei Tarocchi il passo è breve... A ricordare questa straordinaria opera pubblica (realizzata, come ho già ricordato, insieme al secondo marito, lo scultore svizzero Jean Tinguely ), un luogo magico e surreale in cui il visitatore penetra letteralmente in un mondo fatto di draghi, principesse, oracoli, profeti e strane creature, l'opera La Stella, eccezionalmente prestata dalla Collezione Fondazione Giardino dei Tarocchi, creazione che dialoga con altre opere, come La Temperanza e La Morte, tutte provenienti da collezioni private.
E a proposito di Jean Tinguely, quasi a confermare l’indissolubile e profondo legame che lo legava alla moglie («La storia d'amore con Jean Tinguely - ha dichiarato Lucia Pesapane - fu intensa, passionale, esplosiva. Uno lo Yin et l'altro lo Yang, Venere e Vulcano, furono i Bonny e Clyde dell'arte »), mentre il MUDEC dedica questa straordinaria mostra a Niki-de-Saint-Phalle, l’Hangar Bicocca (dal 10 ottobre al 2 febbraio 2025) dedica a lui un’importante retrospettiva. Entrambe assolutamente da non perdere...
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E’ il Museo delle culture di Milano ad ospitare - sino al 16 febbraio 2025 - una grande retrospettiva dedicata a Niki de Saint Phalle (1930-2002), l’artista franco-americana famosa soprattutto per le sue coloratissime e gigantesche Nanas : esposte ben 110 opere, oltre a creazioni su carta, foto, video e a una selezione di abiti della Maison Dior che ne ricordano anche il suo passato di modella. «Donna e artista», come lei stessa amava definirsi. Camaleontica, eccentrica, chic, glamour, pittrice, scultrice, ma anche regista, attrice, modella, Niki-de-Saint-Phalle (pseudonimo di Catherine-Marie-Agnès Fal de Saint Phalle, padre francese e madre americana), unica donna fra gli esponenti del gruppo dei Nouveaux Réalistes e fra le protagoniste assolute della scena artistica d’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta in Europa e negli Stati Uniti, nel nostra Paese non ha ancora raggiunto quella notorietà che merita. La si conosce soprattutto per le sue variopinte Nanas (gigantesche figure femminili dalle dimensioni enormi, alcune perfino abitabili) o per il Giardino dei Tarocchi ( un parco con 22 sculture monumentali e colorate, realizzato a Capalbio insieme al marito, il noto scultore svizzero Jean Tinguely), ma il resto della sua arte e della sua tormentata vita è sconosciuto ai più: la straordinaria mostra allestita al MUDEC , la prima retrospettiva in un museo civico italiano dedicata alla de-Saint-Phalle, è l’occasione giusta per entrare nell’intimità di una donna di grande umanità e sensibiltà, una delle artiste che maggiormente ha sfidato gli stereotipi di genere attraverso l’arte e che nell’arte ha trovato la pace e la salvezza dai suoi demoni: il peggiore, l’incesto paterno, subito a soli 11 anni e che la segnò per tutta la vita. «Niki de Saint Phalle è oggi considerata come una delle artiste più importanti del XX secolo – ha spiegato la curatrice della mostra Lucia Pesapane - Ha saputo, come pochi artisti prima, utilizzare lo schermo ed i media per promuovere la sua arte e il suo impegno sociale nei confronti delle minorità e dei più fragili, malati, bambini e animali. Questa responsabilità si è tradotta in un'arte gioiosa, inclusiva, in grado di veicolare attraverso opere comprensibili e amate da tutte le generazioni un discorso attento alle diversità, non-eurocentrico e non-gerarchico. L’artista fa breccia perché la sua opera parla di libertà e di diritti e ci dimostra che ribellarsi è sano, necessario, indispensabile. La sua arte ci offre un rimedio possibile contro l'ingiustizia, un conforto, è un accesso alla bellezza»La MostraVisitare quest’esposizione, così allegra e colorata, è una gioia per gli occhi e per lo spirito. E’ entrare in contatto diretto con il mondo variopinto, polimorfo, tondeggiante e materno delle Nanas (e non solo), un mondo così fantasioso e fantastico che, a stento, si crede possa nascondere una vita fatta anche di dolori, violenze e nevrosi. Eppure è così. Ed è anche questo che rende così particolare il linguaggio artistico di Niki de Saint Phalle, un linguaggio che l’esposizione milanese racconta e abbraccia in tutta la sua varietà, ampiezza e profondità, dagli esordi (gli anni passati fra Europa, Stati Uniti e Italia, ma anche Creta, Egitto, India, Messico) fino agli ultimi lavori degli anni ’90, fra cui spiccano - accanto a quelli dedicati all’ambiente, agli animali e ai diritti delle donne (criticò apertamente la linea politica di George W. Bush ) - le opere della serie dei Teschi, tema che simboleggia il suo modo di affrontare l'avanzare dell'età. «Come sempre l’artista affronta le difficoltà cercando di apportare gioia e consolazione attraverso l'arte. Ed ecco che i suoi teschi brillano, luccicano, scintillano. Come i popoli mesoamericani, l'artista considera la morte come un momento da festeggiare piuttosto che da temere, perché La Mort n'existe pas, Life is eternal, come scrive su una delle ultime opere che ci lascia. ». (L. Pesapane).Cittadina del mondo, femminista ante litteram già negli anni ’50, star mediatica perfettamente consapevole della forza della sua immagine, Niki de Saint Phalle espresse il suo dissenso verso i mali della società (dalla violenza di genere alla Guerra Fredda) anche attraverso numerose performance: famosissimi, per esempio, i sui Tirs (Spari), quando, tra il 1960 e il 1961, di fronte a un pubblico di amici, servendosi di una carabina, l’artista sparava facendo esplodere sacchetti di pittura sulla tela, liberando, in questo processo creativo e catartico, le proprie emozioni. Spari scandalosi e liberatori, esplosi contro la società, contro la violenza subita, contro la rigida educazione ricevuta e anche contro le difficoltà di emancipazione per una giovane donna e artista negli anni Sessanta. A ricordare questo periodo, in mostra nella prima sezione del percorso espositivo, alcuni Spari della serie delle Cattedrali e degliAltari, simboli di un radicato anticlericalismo ma anche di una profonda fascinazione dell’artista verso le cattedrali, viste come opere collettive, realizzate grazie allo sforzo condiviso di migliaia di persone.Particolarmente attenta, come abbiamo visto, alle discriminazioni e alle violenze rivolte contro l’Universo Femminile (tema, purtroppo, di straordinaria attualità) Niki-de-Saint-Phalle, tra il 1963 ed il 1965, crea degli assemblaggi di oggetti in plastica e tessuto che riproducono le fattezze di donne partorienti, di spose cadaveri e di corpi femminili mutilati di gambe o braccia: tra le opere di questo periodo, in mostra (nella seconda sezione) La Mariée à cheval, The Lady Sings the Blues (1965), omaggio alla lady del jazz Billie Holiday, pioniera per la difesa dei diritti civili degli afroamericani. Il suo corpo, nero e mutilato, appartiene alla serie delle Crocefissioni o delle Prostitute, dei messia declinati al femminile» immolati per la salvezza dei diritti dell'umanità. Ma dopo tante «negatività », ecco finalmente esplodere la gioia e il colore: è il momento delle Nanas che, come spiega la curatrice, «sono la versione pop della Grande Madre dei miti arcaici, moderne Veneri di Willendorf dal corpo abbondante che si espande in una gravidanza cosmica». Policrome, gioiose e potenti, sexy, rotonde e sportive, libere dagli stereotipi imposti dalla moda, le Nanas sono il simbolo (e la speranza) di una società nuova e matriarcale, dove le donne hanno il potere e si amano profondamente, anche nei loro corpi enormi: tra le numerose Nanas, particolarissima la serie delle Nanas nere (in mostra Nana Chocolat del 1968) e quella delle Nanas danzanti.E dalle famosissime Nanas all’altrettanto famoso Giardino dei Tarocchi il passo è breve... A ricordare questa straordinaria opera pubblica (realizzata, come ho già ricordato, insieme al secondo marito, lo scultore svizzero Jean Tinguely ), un luogo magico e surreale in cui il visitatore penetra letteralmente in un mondo fatto di draghi, principesse, oracoli, profeti e strane creature, l'opera La Stella, eccezionalmente prestata dalla Collezione Fondazione Giardino dei Tarocchi, creazione che dialoga con altre opere, come La Temperanza e La Morte, tutte provenienti da collezioni private. E a proposito di Jean Tinguely, quasi a confermare l’indissolubile e profondo legame che lo legava alla moglie («La storia d'amore con Jean Tinguely - ha dichiarato Lucia Pesapane - fu intensa, passionale, esplosiva. Uno lo Yin et l'altro lo Yang, Venere e Vulcano, furono i Bonny e Clyde dell'arte »), mentre il MUDEC dedica questa straordinaria mostra a Niki-de-Saint-Phalle, l’Hangar Bicocca (dal 10 ottobre al 2 febbraio 2025) dedica a lui un’importante retrospettiva. Entrambe assolutamente da non perdere...
Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
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(Guardia di Finanza)
Lo stupefacente era suddiviso in 101 panetti, del peso di circa un chilo ognuno, custoditi all’interno di tre borsoni occultati all’interno della cabina del mezzo, con targa croata, che formalmente si dirigeva verso la Croazia, trasportando materiali edilizi.
Il controllo ha avuto una dinamica particolare poiché i finanzieri inizialmente avevano semplicemente intimato l’alt al camion, avendo notato che aveva un fanale fuori uso. Tuttavia l’autista non si fermava e, approfittando dell’intenso traffico di mezzi pesanti, continuava la marcia. I militari decidevano allora di seguire il mezzo e, dopo averlo fermato, insospettiti dal comportamento nervoso del conducente, procedevano ad effettuare l’ispezione della cabina rinvenendo i tre borsoni, all’interno dei quali erano stivati i 101 panetti di cocaina purissima. Le attività di controllo sono state svolte anche con le unità cinofile in forza al Reparto.
Sono in corso accertamenti per determinare l’effettiva destinazione della sostanza stupefacente rinvenuta che, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali un introito pari a circa 20 milioni di euro.
Il camion, intestato ad una società croata, era condotto da un autista di origine serba che è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, trasporto e traffico aggravato dall’ingente quantità di sostanze stupefacenti ed è stato portato nella casa circondariale di Gorizia, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
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Ansa
Intermediari coinvolti nei contatti avrebbero insistito sulla capacità di Rodriguez di assicurare stabilità e continuità operativa in un settore strategico. «La seguo da molto tempo, so bene chi è e come lavora», ha spiegato un alto funzionario statunitense citato dal quotidiano newyorkese. «Non è la risposta definitiva a tutti i problemi del Paese, ma è una persona con cui riteniamo possibile un rapporto più professionale rispetto al passato», ha aggiunto, con un riferimento diretto a Maduro che, alla fine di dicembre, aveva respinto un ultimatum della Casa Bianca che gli proponeva di lasciare il potere in cambio di un esilio in Turchia. In ogni caso Donald Trump ieri è stato molto netto sulle prossime mosse del Venezuela: «Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime in Venezuela, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso. Non potrebbe andare peggio».
Altri problemi però possono arrivare dal ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, che prima, dopo la decisione della Corte suprema, ha riconosciuto la guida della Rodriguez e ha invitato la popolazione a riprendere le normali attività nel Paese, e poi ha accusato gli Stati Uniti di aver ucciso «a sangue freddo» uomini della scorta di Nicolás Maduro durante il blitz. In un videomessaggio affiancato dai vertici militari, Padrino Lopez ha chiesto il «rilascio immediato» di Maduro, definito «l’unico leader costituzionale del Paese», e ha denunciato quella che ha chiamato l’«ambizione colonialista» di Washington, invitando la comunità internazionale a vigilare su quella che ha descritto come una minaccia alla sovranità non solo del Venezuela ma di altri Paesi.
All’indomani dell’operazione militare che ha portato alla cattura e alla rimozione di Maduro, il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che Delcy Rodríguez non è da considerarsi la legittima presidente del Venezuela, poiché Washington non riconosce l’attuale assetto di potere. Poi ha chiarito la linea: gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chi resterà nel Paese, a patto che venga compiuta «la scelta giusta». Intervenendo a Face the Nation della Cbs, Rubio ha spiegato che ogni valutazione dipenderà dai comportamenti dei nuovi interlocutori: «Non siamo in guerra contro il Venezuela e giudicheremo in base a ciò che faranno». E ha avvertito che, in caso contrario, Washington manterrà «numerose leve di pressione» su Caracas. Intervenendo sui network americani, il segretario di Stato ha definito premature eventuali elezioni a breve in Venezuela e ha indicato come priorità la rottura dei legami con Iran e Hezbollah. Rubio ha escluso che Caracas possa diventare una piattaforma operativa per potenze e gruppi ostili agli Stati Uniti, sottolineando che non è accettabile che le maggiori riserve petrolifere mondiali restino sotto il controllo di avversari di Washington.
Con il passare delle ore è emerso che l’Operation Absolute Resolve, scattata sabato scorso, è stata pianificata per mesi in una base segreta in Florida, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli gli interni della dimora presidenziale in modo da evitare sorprese. Poi poche ore prima del blitz un attacco cyber ha messo offline gli apparati di sicurezza venezuelani che sono rimasti praticamente al buio durante gli attacchi aerei. Sul fronte giudiziario, Nicolás Maduro potrebbe comparire già domani davanti al tribunale federale di New York con accuse pesantissime: narcoterrorismo, traffico di droga e altri reati federali. Secondo Newsweek, l’impianto accusatorio sarebbe più solido di quanto l’opinione pubblica abbia finora percepito. L’atto d’accusa sostitutivo diffuso nel fine settimana amplia quello del 2020, ricostruendo in dettaglio rotte della droga, canali logistici e legami con grandi cartelli, oltre all’uso della rete diplomatica venezuelana per agevolare traffici di stupefacenti e denaro. Centrale potrebbe risultare la collaborazione di Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare, oggi detenuto negli Stati Uniti e in attesa di condanna, una tempistica che secondo l’ex procuratore federale Elie Honig spesso segnala un accordo con l’accusa. Sul fronte tecnologico, è stato reso noto che Starlink garantirà connettività gratuita in Venezuela fino al 3 febbraio, per contrastare blackout e censura digitale, tratti distintivi del regime di Nicolás Maduro, il quale ora rischia di essere condannato a più ergastoli.
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È una partita che stanno giocando solo le potenze pienamente sovrane che dispongono di spada e moneta. Le famose relazioni internazionali hanno una regola fondamentale: pacta sunt servanda, il che significa che, al di là dei processi di ratifica (upgrade del diritto europeo, per esempio), è l’equilibrio raggiunto tra le potenze che ne determina l’osservanza, e non la «potenza» della norma. Era per paura che il mondo scoppiasse che, durante la Guerra fredda, America e Urss non si sovrastarono vicendevolmente. Caduto il Muro, l’America credette che la Storia avesse esaurito la propria spinta e lei avesse vinto. Invece la Storia è tornata e sta facendo l’appello delle grandi potenze. Quel 9 novembre 1989 non illuse solo l’America, ma illuse anche la vecchia Europa, che innescò - per paura della riunificazione delle due Germanie - l’unificazione per via monetaria. Una moneta per fare l’Europa politica, per tenere tutti compatti. Una moneta e tanta retorica: via i confini, via le sovranità nazionali, via gli interessi nazionali e i popoli... Fintanto che, fuori dall’Europa, un nuovo ingranaggio veniva impiantato - altro errore di prospettiva americano - nel grande gioco: la Cina nel Wto. Non solo, anche la Russia tornava a ripensarsi potenza e lo faceva usando la leva delle armi nucleari e della grande disponibilità energetica, le cui infrastrutture con Putin ridiventavano dello Stato, ribaltando i «guai» di Eltsin. Così, mentre l’Europa allargava le maglie del mercato energetico, liberalizzandolo secondo i dettami del neoliberismo, la Russia nazionalizzava, si sfregava le mani e si presentava come il più conveniente e suadente alleato energetico.
Un anno e mezzo fa scrissi un libro - Maledetta Europa - per analizzare che cosa sarebbe successo e, senza particolari doti di veggenza, lessi i fatti per come si presentavano, senza farmi fregare dalla retorica europeista. Che invece prosegue ancor oggi il suo incantesimo manipolatorio. E se sono qui a scrivere sulla Verità è perché un altro gruppo di realisti, ben orchestrato dal direttore/editore Maurizio Belpietro, pensa che vada fatta la tara a questa Ue. Pochi giorni fa Ernesto Galli della Loggia sul Corriere scriveva: «Il problema vero dell’Unione europea alla fine è uno solo: che i suoi cittadini non si sentono europei. E naturalmente un organismo politico fondato sul consenso ma verso il quale i suoi membri non sentono alcun sentimento di appartenenza, non consiste realmente in nulla. Nel senso che non riuscirà mai ad attingere il grado di sovranità necessario a prendere quelle decisioni davvero cruciali che riguardano la pace e la guerra, cioè la vita e la morte dei suoi cittadini: cioè le decisioni che attestano per l’appunto l’esistenza di un autentico attore politico. I cittadini dell’Unione sanno bene che cosa vuol dire essere spagnoli, danesi o polacchi. Lo hanno appreso da secoli di storia. […] L’Unione sembra venire dal nulla, non avere alcun passato, manca perfino di una Costituzione che spieghi ai suoi cittadini i valori su cui si fonda, che cosa sia e voglia essere, a chi essi devono obbedire. L’Unione europea insomma manca di un’identità». Benvenuto.
Manca il popolo sovrano perché i «registi» della Ue scelsero l’euro come sineddoche dell’Europa, senza un battesimo popolare attraverso un referendum popolare. Unione europea è ciò che oggi intendiamo per Europa, ed è un errore politico enorme, gigantesco. Un errore così grande che è bene smontarlo: l’Europa ci sta fregando e in un tempo in cui sono tornate a comandare le grandi potenze - Usa, Cina e Russia - ci fregherà sempre di più. Che senso ha restare imbambolati nell’ingannevole pendolo che ipnotizza a non mollare e a spingere per più Europa? L’Europa non può giocare la partita perché è fuori dalla Storia per gli errori di presunzione commessi ex tunc. L’America «pensa» il Venezuela (e forse domani la Groenlandia) allo stesso modo in cui la Russia «pensa» il Donbass e la Cina «pensa» Taiwan. Se l’accordo prevede questa spartizione, l’Europa non ha alcun peso per cambiare tale meccanica. Ha perso perché ha scelto una moneta prima dell’identità, la burocrazia invece di un referendum. Per questo, si rompano i patti dell’Unione e li si riconvertano nella vecchia e migliore formula della Cee, con Stati sovrani alleati ma non vincolati a un morto che cammina.
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