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2019-09-22
Nel fascicolo anche «Lady Leopolda», quella delle fatture di mamma Laura
Ansa
Lui, con la sua Keesy, è alle prese con il Revolution tour, un giro delle città più popolate e turistiche dello Stivale che non ha nulla a che fare con la politica. Lei, pur avendo un ruolo rilevante nella stessa azienda, sembra essersi concentrata di più sulla Balloon idea, una società in accomandita semplice che commercia al dettaglio gadget, articoli da regalo per feste e ricorrenze varie, ma che riesce a lavorare anche con Conad. I due strettissimi amici comunicatori che hanno accompagnato il fu Rottamatore, Matteo Renzi, durante la sua ascesa, Patrizio Gallo Donnini, classe 1975, fiorentino doc, e Lilian Mammoliti, 45 anni, fiorentina pure lei, dopo aver partecipato all'organizzazione delle Leopolde sin dalla prima edizione, chiusa Open e nell'attesa che si avvii la Matteo Renzi foundation (la struttura nuova di zecca che l'ex premier vuole far diventare la cassaforte del suo nuovo giocattolo politico), potrebbero già essere in posizione sui blocchi dello start.
Lo scissionista del Pd e la sua famiglia, d'altra parte, li hanno da sempre coinvolti in molte delle loro avventure. Sia politiche sia d'affari. Donnini, per esempio, in veste di editore, al fianco di babbo Tiziano Renzi, si preoccupò di scortare la scalata dell'ex Rottamatore con un foglio di propaganda intitolato Il Reporter. Con la sua Web and press Srl (che nel 2012 finì al centro di alcune polemiche per aver ricevuto nel 2009 36.800 euro dall'ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, condannato in Cassazione a 7 anni per aver sottratto circa 25 milioni di euro di fondi pubblici dalle casse del partito), incamerò anche alcuni contributi diretti a Matteo, allora candidato sindaco e, quando stava per finire sul lastrico, fu soccorso da Tiziano, che si preoccupò di fargli arrivare un finanziamento attraverso una strana triangolazione con una ditta piemontese - la Direkta Srl - operazione che attirò l'attenzione della magistratura e che ha messo nei guai mamma Laura «Lalla» Bovoli. Nel fascicolo sul crac della Direkta compare l'amica e socia di Donnini, Lilian Mammoliti, indicata negli atti come concorrente nella bancarotta fraudolenta documentale post fallimentare, per aver partecipato, come autrice materiale, all'imbellettamento dei bilanci della Direkta quando l'azienda era già stata dichiarata fallita. Gli atti che riguardano la Mammoliti sono poi stati trasmessi a Firenze per competenza territoriale e da allora se ne sono apparentemente perse le tracce. Disavventure giudiziarie a parte, Donnini e Mammoliti sono stati tra i fondatori della Dot media, l'agenzia che ha seguito dall'inizio la comunicazione della Leopolda e di numerosi big del Pd. Tra i titolari della Dot media, per restare in famiglia, c'è anche Alessandro Conticini, fratello di Andrea, il cognato di Matteo Renzi, coinvolto nel cosiddetto affaire Unicef. Donnini è anche noto per la sua partecipazione ai pellegrinaggi a Medjugorje con babbo Renzi e per aver fatto parte dello staff del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, dopo il conseguimento, a quasi 40 anni, di un diploma da ragioniere in un istituto napoletano specializzato in recupero di anni scolastici. Con questo curriculum, Donnini, sostenuto dalla Mammoliti, ha deciso di dedicarsi al turismo, fondando, nel 2016, la Keesy, startup che opera nel settore dei servizi digitali e che «offre una soluzione innovativa ai bisogni di chi gestisce strutture alberghiere». E proprio con la Keesy il 24 settembre sarà a Como per il suo Revolution tour. E, anche se sul suo profilo Facebook, Donnini sembra essersi dedicato anema e core alla Keesy, alla Camera di commercio risulta titolare di almeno una carica in otto imprese ed è rappresentante in cinque. In passato ha avuto ruoli in altre 14 società. Mammoliti, invece, ha fatto la manager di sette società e attualmente risulta ricoprire cariche in tre imprese (la Quality press Italia, della quale è il liquidatore, la Doma Sas e la Balloon idea). La Keesy, però, è l'avventura che li tiene davvero uniti: ha un capitale sociale di 265.050 euro e una struttura societaria abbastanza complessa. Il 98,5 per cento appartiene alla Immobil green, controllata al 90 per cento dalla Mammoliti, al 5 per cento da Donnini e per un altro 5 per cento dalla Doma Sas (socio accomandatario Mammoliti, accomandante Donnini). Il restante 1,5 percento, invece, è della Vega 1 Srl, che fa riferimento a una fiduciaria (Fidereveuropa), controllata a sua volta da un'immobiliare di Firenze, la Fiderfin. E tra le commesse, la premiata ditta Donnini e Mammoliti, ha portato a casa un altro affare targato Pd: da gennaio, grazie a un accordo con il Comune di Firenze, la Keesy si occupa della riscossione e del versamento della tassa di soggiorno nel settore extra alberghiero. Sul sito Web dell'azienda, nell'area «Chi siamo», sono immortalati sorridenti. Lui indicato come manager e fondatore, lei come direttore finanziario. Sempre nell'attesa che parta la macchina organizzativa della nuova avventura renziana e delle Leopolde 2.0.
Lotti: «Non sono la spia di Matteo»
Luca Lotti, deputato, ex ministro dello Sport, ex renziano di ferro, anzi d'acciaio, spiega al Foglio il motivo che lo ha spinto a restare nel Pd e a non seguire Matteo Renzi nella sua nuova avventura politica di Italia viva.
Una lettera fluviale, piena di luoghi comuni sul riformismo, sulle sfide per il futuro, sulla necessità di «non disperdere la nostra storia», nella quale però Lotti qualche frecciata al suo ex migliore amico (politicamente parlando) la riserva. «Nonostante la mia storia personale», scrive Lotti, «e nonostante tanti giornalisti e colleghi provino a dare letture surreali (arrivando a scomodare leggende letterarie come il cavallo di Troia o fantasticando su improbabili spie o infiltrati), mi chiedo che senso abbia avuto far nascere il nuovo governo e subito dopo uscire dal partito. E se l'uscita di Renzi è stato un regolamento di conti per rispondere all'improvvido fuoco amico che fece fallire la riforma costituzionale», aggiunge l'ex ministro, «allora è stata una risposta tardiva, ma non spetta a me fare queste valutazioni».
Allora qual è la spiegazione? «Qualcuno ritiene possa essere stato l'impulso, comprensibile e legittimo, a contare di più al tavolo della maggioranza: non so se questo sia vero, ma temo che in tal caso possa essere un orizzonte politico limitato». «La domanda che più mi sento rivolgere in queste ore», sottolinea Luca Lotti, «è diventata quasi ossessiva: ma come fate voi renziani a restare in un partito senza Renzi? Domanda comprensibile, a fronte di una situazione che in effetti assomiglia molto a un ossimoro».
Ma la politica, continua, «è fatta prima di tutto di idee, e poi di scelte, di comportamenti conseguenti e anche, certo, di errori. Io, l'ho già detto, non disconosco nulla del nostro passato, ma a maggior ragione rivendico il diritto di non dover rinnegare il mio futuro politico, e non sacrifico le mie convinzioni a un sodalizio sia pure profondo e duraturo. So bene», prosegue Lotti, «lo smarrimento che in tanti stanno affrontando in queste ore, ma chiedo a tutti quelli che credono nel Pd di avere fiducia nel nostro progetto. Tra il passato e il futuro, io ho scelto il Pd. Un partito nel quale proseguirò la mia battaglia riformista, assieme ai compagni di viaggio di Base riformista che oggi con oltre 50 parlamentari rappresenta una forte e solida forza progressista all'interno dei gruppi del Pd alla Camera e in Senato, e che si sta organizzando a livello locale in tutto il territorio nazionale».
A novembre, annuncia poi, «faremo il punto di questo nostro percorso con la seconda assemblea nazionale di Base riformista».
«Certo», ammette Luca Lotti, «inutile fingere, con l'uscita di Matteo il partito non è più lo stesso, essendosene andato il leader che ne ha contrassegnato la storia degli ultimi anni. Nessuno potrà fingere che nulla sia avvenuto, o liquidare la questione con un tweet. Tutte le separazioni sono laceranti, e questa non è stata certo una separazione consensuale». Lotti esprime qualche dubbio anche sul neonato governo: «Non si può nemmeno nascondere che la scelta di far nascere il Conte bis sia stata anch'essa, all'inizio, molto divisiva per la maggioranza uscita dal Congresso e che oggi di fatto non c'è più. Una scelta inizialmente divisiva dicevo, anche se poi c'è stata una comune assunzione di responsabilità di tutto il partito in nome dell'interesse nazionale».
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Lilian Mammoliti era già comparsa fra i dossier scomodi del Rottamatore: l'organizzatrice delle kermesse fiorentine avrebbe abbellito i bilanci della Direkta, la società fallita che ha messo nei guai la signora Laura Bovoli.Luca Lotti, (ex) fedelissimo del Bullo, invia una lunga lettera al «Foglio» per spiegare perché non ha seguito il suo mentore in Italia viva. «Ho scelto il riformismo del Pd».Lo speciale contiene due articoli Lui, con la sua Keesy, è alle prese con il Revolution tour, un giro delle città più popolate e turistiche dello Stivale che non ha nulla a che fare con la politica. Lei, pur avendo un ruolo rilevante nella stessa azienda, sembra essersi concentrata di più sulla Balloon idea, una società in accomandita semplice che commercia al dettaglio gadget, articoli da regalo per feste e ricorrenze varie, ma che riesce a lavorare anche con Conad. I due strettissimi amici comunicatori che hanno accompagnato il fu Rottamatore, Matteo Renzi, durante la sua ascesa, Patrizio Gallo Donnini, classe 1975, fiorentino doc, e Lilian Mammoliti, 45 anni, fiorentina pure lei, dopo aver partecipato all'organizzazione delle Leopolde sin dalla prima edizione, chiusa Open e nell'attesa che si avvii la Matteo Renzi foundation (la struttura nuova di zecca che l'ex premier vuole far diventare la cassaforte del suo nuovo giocattolo politico), potrebbero già essere in posizione sui blocchi dello start. Lo scissionista del Pd e la sua famiglia, d'altra parte, li hanno da sempre coinvolti in molte delle loro avventure. Sia politiche sia d'affari. Donnini, per esempio, in veste di editore, al fianco di babbo Tiziano Renzi, si preoccupò di scortare la scalata dell'ex Rottamatore con un foglio di propaganda intitolato Il Reporter. Con la sua Web and press Srl (che nel 2012 finì al centro di alcune polemiche per aver ricevuto nel 2009 36.800 euro dall'ex tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, condannato in Cassazione a 7 anni per aver sottratto circa 25 milioni di euro di fondi pubblici dalle casse del partito), incamerò anche alcuni contributi diretti a Matteo, allora candidato sindaco e, quando stava per finire sul lastrico, fu soccorso da Tiziano, che si preoccupò di fargli arrivare un finanziamento attraverso una strana triangolazione con una ditta piemontese - la Direkta Srl - operazione che attirò l'attenzione della magistratura e che ha messo nei guai mamma Laura «Lalla» Bovoli. Nel fascicolo sul crac della Direkta compare l'amica e socia di Donnini, Lilian Mammoliti, indicata negli atti come concorrente nella bancarotta fraudolenta documentale post fallimentare, per aver partecipato, come autrice materiale, all'imbellettamento dei bilanci della Direkta quando l'azienda era già stata dichiarata fallita. Gli atti che riguardano la Mammoliti sono poi stati trasmessi a Firenze per competenza territoriale e da allora se ne sono apparentemente perse le tracce. Disavventure giudiziarie a parte, Donnini e Mammoliti sono stati tra i fondatori della Dot media, l'agenzia che ha seguito dall'inizio la comunicazione della Leopolda e di numerosi big del Pd. Tra i titolari della Dot media, per restare in famiglia, c'è anche Alessandro Conticini, fratello di Andrea, il cognato di Matteo Renzi, coinvolto nel cosiddetto affaire Unicef. Donnini è anche noto per la sua partecipazione ai pellegrinaggi a Medjugorje con babbo Renzi e per aver fatto parte dello staff del ministro della Difesa, Roberta Pinotti, dopo il conseguimento, a quasi 40 anni, di un diploma da ragioniere in un istituto napoletano specializzato in recupero di anni scolastici. Con questo curriculum, Donnini, sostenuto dalla Mammoliti, ha deciso di dedicarsi al turismo, fondando, nel 2016, la Keesy, startup che opera nel settore dei servizi digitali e che «offre una soluzione innovativa ai bisogni di chi gestisce strutture alberghiere». E proprio con la Keesy il 24 settembre sarà a Como per il suo Revolution tour. E, anche se sul suo profilo Facebook, Donnini sembra essersi dedicato anema e core alla Keesy, alla Camera di commercio risulta titolare di almeno una carica in otto imprese ed è rappresentante in cinque. In passato ha avuto ruoli in altre 14 società. Mammoliti, invece, ha fatto la manager di sette società e attualmente risulta ricoprire cariche in tre imprese (la Quality press Italia, della quale è il liquidatore, la Doma Sas e la Balloon idea). La Keesy, però, è l'avventura che li tiene davvero uniti: ha un capitale sociale di 265.050 euro e una struttura societaria abbastanza complessa. Il 98,5 per cento appartiene alla Immobil green, controllata al 90 per cento dalla Mammoliti, al 5 per cento da Donnini e per un altro 5 per cento dalla Doma Sas (socio accomandatario Mammoliti, accomandante Donnini). Il restante 1,5 percento, invece, è della Vega 1 Srl, che fa riferimento a una fiduciaria (Fidereveuropa), controllata a sua volta da un'immobiliare di Firenze, la Fiderfin. E tra le commesse, la premiata ditta Donnini e Mammoliti, ha portato a casa un altro affare targato Pd: da gennaio, grazie a un accordo con il Comune di Firenze, la Keesy si occupa della riscossione e del versamento della tassa di soggiorno nel settore extra alberghiero. Sul sito Web dell'azienda, nell'area «Chi siamo», sono immortalati sorridenti. Lui indicato come manager e fondatore, lei come direttore finanziario. Sempre nell'attesa che parta la macchina organizzativa della nuova avventura renziana e delle Leopolde 2.0.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nel-fascicolo-anche-lady-leopolda-quella-delle-fatture-di-mamma-laura-2640472016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lotti-non-sono-la-spia-di-matteo" data-post-id="2640472016" data-published-at="1769855625" data-use-pagination="False"> Lotti: «Non sono la spia di Matteo» Luca Lotti, deputato, ex ministro dello Sport, ex renziano di ferro, anzi d'acciaio, spiega al Foglio il motivo che lo ha spinto a restare nel Pd e a non seguire Matteo Renzi nella sua nuova avventura politica di Italia viva. Una lettera fluviale, piena di luoghi comuni sul riformismo, sulle sfide per il futuro, sulla necessità di «non disperdere la nostra storia», nella quale però Lotti qualche frecciata al suo ex migliore amico (politicamente parlando) la riserva. «Nonostante la mia storia personale», scrive Lotti, «e nonostante tanti giornalisti e colleghi provino a dare letture surreali (arrivando a scomodare leggende letterarie come il cavallo di Troia o fantasticando su improbabili spie o infiltrati), mi chiedo che senso abbia avuto far nascere il nuovo governo e subito dopo uscire dal partito. E se l'uscita di Renzi è stato un regolamento di conti per rispondere all'improvvido fuoco amico che fece fallire la riforma costituzionale», aggiunge l'ex ministro, «allora è stata una risposta tardiva, ma non spetta a me fare queste valutazioni». Allora qual è la spiegazione? «Qualcuno ritiene possa essere stato l'impulso, comprensibile e legittimo, a contare di più al tavolo della maggioranza: non so se questo sia vero, ma temo che in tal caso possa essere un orizzonte politico limitato». «La domanda che più mi sento rivolgere in queste ore», sottolinea Luca Lotti, «è diventata quasi ossessiva: ma come fate voi renziani a restare in un partito senza Renzi? Domanda comprensibile, a fronte di una situazione che in effetti assomiglia molto a un ossimoro». Ma la politica, continua, «è fatta prima di tutto di idee, e poi di scelte, di comportamenti conseguenti e anche, certo, di errori. Io, l'ho già detto, non disconosco nulla del nostro passato, ma a maggior ragione rivendico il diritto di non dover rinnegare il mio futuro politico, e non sacrifico le mie convinzioni a un sodalizio sia pure profondo e duraturo. So bene», prosegue Lotti, «lo smarrimento che in tanti stanno affrontando in queste ore, ma chiedo a tutti quelli che credono nel Pd di avere fiducia nel nostro progetto. Tra il passato e il futuro, io ho scelto il Pd. Un partito nel quale proseguirò la mia battaglia riformista, assieme ai compagni di viaggio di Base riformista che oggi con oltre 50 parlamentari rappresenta una forte e solida forza progressista all'interno dei gruppi del Pd alla Camera e in Senato, e che si sta organizzando a livello locale in tutto il territorio nazionale». A novembre, annuncia poi, «faremo il punto di questo nostro percorso con la seconda assemblea nazionale di Base riformista». «Certo», ammette Luca Lotti, «inutile fingere, con l'uscita di Matteo il partito non è più lo stesso, essendosene andato il leader che ne ha contrassegnato la storia degli ultimi anni. Nessuno potrà fingere che nulla sia avvenuto, o liquidare la questione con un tweet. Tutte le separazioni sono laceranti, e questa non è stata certo una separazione consensuale». Lotti esprime qualche dubbio anche sul neonato governo: «Non si può nemmeno nascondere che la scelta di far nascere il Conte bis sia stata anch'essa, all'inizio, molto divisiva per la maggioranza uscita dal Congresso e che oggi di fatto non c'è più. Una scelta inizialmente divisiva dicevo, anche se poi c'è stata una comune assunzione di responsabilità di tutto il partito in nome dell'interesse nazionale».
La Gioielleria Mario Roggero di Grinzane Cavour, nel Cuneese, dove il 28 aprile 2021 un tentativo di rapina finì nel sangue. Nel riquadro il gioielliere Mario Roggero (Ansa)
La frase citata, probabilmente destinata a far discutere, fa parte delle motivazioni con cui i familiari di uno dei due rapinatori uccisi da Mario Roggero, il gioielliere settantunenne di Grinzane Cavour, condannato in appello a 14 anni e 9 mesi per l’omicidio di due rapinatori e per il ferimento di un terzo, chiedono i danni al commerciante. Che, solo di provvisionali, dovrà pagare alle 15 parti civili l’impressionante cifra di 780.000 euro complessivi.
La somma chiesta a Roggero arriva a 3,3 milioni, ma a stabilire la fondatezza di quelle rivendicazioni dovrà essere, nell’eventualità di una condanna definitiva, un giudizio civile, che valuterà ogni singola posizione. Come raccontato ieri dalla Verità, i problemi per Roggero rischiano di arrivare a breve. Dopo la sentenza di primo grado di dicembre 2023, nel maggio del 2024 i due immobili di proprietà di Roggero erano stati sottoposti a sequestro conservativo, disposto sulla base della provvisionale. E con l’esecutività del pronunciamento sulle questioni civilistiche, il sequestro conservativo si è convertito in pignoramento immobiliare.
Il gioielliere ha già versato 300.000 euro (recuperati vendendo altri immobili), quindi attualmente devono essere corrisposti altri 480.000 euro, oltre alle spese legali, che ammontano ad almeno 88.000 euro. Richieste risarcitorie alle quali Roggero non è in grado di far fronte.
Le motivazioni riportate in questo articolo sono quelle esposte dai legali che rappresentano la famiglia di Andrea Spinelli, uno dei componenti della banda che il 28 aprile del 2021 assaltò la gioielleria di Roggero e che fu ucciso dai colpi sparati dal commerciante, convinto di essere in pericolo di vita.
Alla «figlia di fatto» di Spinelli, le toghe del tribunale di Asti hanno riconosciuto una provvisionale di 20.000 euro, a fronte di una richiesta di 245.000 euro, la stessa cifra rivendicata dalla madre dell’uomo, che ha però ottenuto un «acconto» di 30.000 euro.
Il «padre di fatto» del rapinatore ucciso (rappresentato da un diverso avvocato dello stesso studio legale che assiste gli altri congiunti) ha chiesto anche lui 245.000 euro, per i quali ha ottenuto una provvisionale di 20.000. La convivente di Spinelli ha diritto a una provvisionale di 60.000 euro, calcolati su una richiesta di 323.000 euro, mentre al fratello e alla sorella dell’uomo, che hanno rispettivamente chiesto 124.000 e 137.000 euro, sono andati 20.000 euro a testa.
I fatti che hanno portato alla condanna del gioielliere risalgono al 28 aprile 2021, quando Roggero subì una rapina a mano armata all’interno del suo negozio. Tre banditi, armati di pistola (poi risultata finta) e coltello, fecero irruzione nell’attività, terrorizzando il commerciante, sua figlia e la moglie. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel corso del processo dal gioielliere, l’arma gli fu puntata in faccia ripetutamente, per costringerlo a consegnare il contenuto della cassaforte, mentre la moglie fu colpita duramente al volto. Convinto di essere in imminente pericolo di vita e affermando di voler proteggere sé stesso e la famiglia, dopo un’iniziale colluttazione nel negozio, Roggero reagì sparando con una pistola legalmente detenuta.
A portare alla condanna del commerciante è stato proprio il conflitto a fuoco che si tenne all’esterno della gioielleria. Mentre i rapinatori cercavano di fuggire in auto con il bottino, Roggero li inseguì sparando in rapida successione quattro colpi di pistola. Il bilancio di quell’episodio fu tragico: due banditi, Giuseppe Mazzarino e Spinelli, rimasero uccisi. Un terzo complice, Alessandro Modica, ferito a una gamba, patteggiò successivamente una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione per la tentata rapina alla gioielleria. Ma questo non gli ha impedito di rivendicare un risarcimento di 214.886 euro, che con la «personalizzazione massima» potrebbe arrivare a 250.000 euro. Nella richiesta i legali dell’uomo (che era riuscito a fuggire dal luogo della tentata rapina per poi essere arrestato qualche ora dopo) affermano che Roggero, «esplodendo non uno, ma ben due colpi di arma da fuoco nella direzione del Modica, ha per ben due volte attentato alla sua vita».
Tra le varie voci che quantificano il danno, spicca quello del danno biologico di 140.000 euro, legato a un’invalidità permanente del 35%, la cui esatta origine non è però specificata nel documento. A Modica i giudici hanno riconosciuto una provvisionale da 10.000 euro a fronte degli 80.000 richiesti.
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Elly Schlein (Ansa)
La sua tesi è: leviamo i soldi dal Ponte sullo Stretto e usiamoli per mettere in sicurezza la cittadina della piana gelese. Però i fondi per il dissesto idrogeologico ci sono, basta spenderli e non aspettare che faccia tutto Roma, alla quale si dà la colpa quando bisognerebbe solo prendersela con gli amministratori locali (che qualcuno avrà votato) e con una certa avidità nell’edilizia.
Piombata a Niscemi addirittura prima del presidente del Consiglio, il segretario del Pd ha subito vestito i panni della maestrina ambientalista: «Lo stanziamento di cento milioni del consiglio dei ministri è del tutto insufficiente. Noi abbiamo proposto di utilizzare subito le risorse del Ponte a partire da quelle stanziate per il 2026». Proposta lanciata a mezzo Corriere della Sera, con una motivazione ancora peggiore dello svarione tecnico: «Invece di buttare via quei soldi per un’impuntatura ideologica, bisognerebbe immediatamente dirottarli per il sostegno a questi territori. Vorrei anche far notare che c’è stato un voto, a scrutinio segreto, dell’assemblea regionale siciliana in cui la maggioranza di destra ha chiesto la stessa cosa». La costruzione del Ponte è un’opera che alla Sicilia serve come il pane perché l’avvicina al Nord e all’Europa, cosa di cui si è visto che c’è grande bisogno anche solo guardando le folle immagini delle case costruite su una frana. Inoltre, il Ponte ha seguito un suo iter legislativo, c’è un contratto da rispettare con WeBuild e sono stati stanziati i fondi necessari. Poi, certo, è anche diventato la bandiera di Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ma si può fare un danno a un’intera Regione per il gusto di fare un dispetto a un avversario politico?
Assolutamente sì, Secondo il Pd, dove la linea della Schlein ha trovato il sostegno anche il sostegno dell’ex ministro Giuseppe Provenzano e del partito locale. Poi, il tasso di faciloneria, misto a una buona dose di sciacallaggio politico, è salito alle stelle quando da Bruxelles s’è fatta viva Ilaria Salis. L’eurodeputata di Avs ha dato al suo popolo il seguente annuncio su “X”: «Il Governo, e in particolare Salvini, non antepongano il proprio ego politico al benessere dei cittadini. Per questo ieri ho firmato un’interrogazione parlamentare promossa dal mio collega siciliano Leoluca Orlando (Avs) per sollecitare lo stanziamento di fondi europei». Solita storia: l’Europa come bancomat pur di spostare le responsabilità degli abusi edilizi a qualche migliaio di chilometri di distanza.
Salvini aveva già risposto due giorni fa , spiegando che i fondi del Ponte «sono per investimenti.. bisogna conoscere le cose. E poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, come facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, Calabria e Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero».
Ma nulla, anche ieri dal Pd e da Avs sono arrivate richieste surreali. E sempre Salvini, che ieri è stato in Calabria a visitare i luoghi colpiti dall’uragano, è tornato sul tema: «Il Ponte sarebbe utile anche «in caso di eventi disastrosi, perché i soccorritori riuscirebbero a intervenire più velocemente». Sulla stessa linea il ministro della Protezione civile Nello Musumeci. L’ex presidente della Regione (in carica dal 2017 al 2022) ne ha fatto anche una questione di orgoglio nazionale: «Uno Stato come l’Italia, seconda potenza industriale d’Europa, può riparare i danni e andare avanti con ponti, scuole, strade, ferrovie». Insomma, non siamo la Grecia alle prese con la Troika.
Mentre scorrevano le chiacchiere, il fronte della frana di Niscemi, lungo quattro chilometri, è avanzato anche ieri. Al momento, su 24.000 abitanti, ci sono 1.500 sfollati e 4.000 studenti che non hanno potuto andare a scuola. Lo stesso Musumeci aveva già avvertito che il fronte della frana era destinato ad allargarsi. E il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, non ha avuto paura di accostamenti storici quando ha affermato: «C’è un movimento franoso che è circa di 350 milioni di metri cubi. Per fare un paragone, il disastro del Vajont del 1963 ne ha movimentati 263 milioni».
Alla fine, il tentativo di fermare il Ponte di Messina brandendo la frana di Niscemi sembra fallito. Salvini lo ha riassunto con una battuta: «É come se quando ci sono stati problemi in Piemonte si fosse definanziata la Tav. Troveremo altri soldi». Che in Italia ci sia un alto tasso di consumo del territorio è assodato, ma è vero che siamo anche il Paese che ci mette decenni a concludere una grande opera. La cosa nuova è che adesso, per fermare un’opera infrastrutturale, si tenti di strumentalizzare un problema nato proprio da un consumo del territorio (a uso abitativo) evidentemente sconsiderato.
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Maurizio Landini (Imagoeconomica)
«È sotto gli occhi di tutti», ha aggiunto, «quello che è avvenuto in questi anni, e cioè una riduzione del potere d’acquisto dei salari e dall’altra parte un aumento della precarietà e dello sfruttamento nel lavoro che non ha precedenti. C’è bisogno di un intervento anche legislativo che introduca non solo il salario orario minimo, ma c’è bisogno di arrivare anche a una legge sulla rappresentanza che cancelli i contratti pirata, perché oggi una delle cose che sta riducendo il salario è la presenza anche di contratti pirata che si stanno estendendo. Su queste cose», ha continuato, «noi ieri (due giorni fa, ndr) abbiamo avuto un incontro con Confindustria e abbiamo in programma tutta una serie di incontri con tutte le associazioni imprenditoriali. Le persone quando fanno lo stesso lavoro», ha concluso, «devono avere gli stessi diritti e le stesse tutele anche sulla salute e la sicurezza, sulla formazione, sugli orari, sugli inquadramenti. È il modo per superare la precarietà».
Landini ha poi risposto a chi gli chiedeva delle opposizioni che ieri hanno impedito la conferenza stampa sulla remigrazione, occupando la sala stampa della Camera.
«Si tratta di difendere la nostra Costituzione, di non far perdere la memoria e di ricordare che se siamo un paese democratico con una Costituzione democratica è perché i nostri padri e i nostri nonni hanno sconfitto il nazismo e il fascismo», ha detto. «Noi», ha aggiunto Landini, «stiamo chiedendo da tempo che tutte le forze che si richiamano al fascismo siano sciolte. Anche perché la nostra sede è stata assaltata da una organizzazione che si richiama al fascismo. È assolutamente importante affermare questa cultura».
Il sindacalista ha parlato anche dell’ex Ilva di Taranto. «Noi non abbiamo ad oggi notizia di quello che stanno facendo e di cosa stanno discutendo. Per la situazione delicata e difficile che c’è a Taranto e in tutto il gruppo, è necessario che ci sia un intervento diretto dello Stato nella gestione» dello stabilimento «per dare garanzie di futuro al gruppo e a tutte le attività dell’indotto. «Noi», ha aggiunto, «pensiamo che senza un intervento pubblico rischia di non esserci nessuna prospettiva. Sono 12 anni che l’intervento pubblico viene rinviato e vediamo la situazione in cui siamo. Non abbiamo tempo da perdere e per noi è necessario che ci sia un intervento pubblico per salvaguardare una attività strategica per il nostro Paese».
Landini ha anche commentato il nuovo governato della Puglia, Antonio Decaro. «Mi aspetto che si confronti con le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil, non con altre organizzazioni che non hanno alcuna rappresentanza. Mi aspetto che si facciano degli investimenti seri sulla sanità e mi aspetto che si possa aprire anche una prospettiva di politica industriale», ha concluso. «Ma bisogna avere consapevolezza che una serie di problemi non si risolvono nelle singole regioni».
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Torino messa a ferro e fuoco dai militanti violenti di Askatasuna durante il corteo dello scorso 20 dicembre (Ansa)
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
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