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2026-02-16
Nascerà in Africa il nuovo Califfato?
- Lo Stato Islamico ha spostato il proprio baricentro nel Sahel, dove leader politici sempre più deboli non controllano il territorio. Sfruttando il ritiro delle truppe occidentali, i terroristi già impongono tasse, amministrano la giustizia e gestiscono i flussi migratori.
- Dal 2023 il Paese è guidato da una giunta golpista che ha stretto buoni rapporti con Mosca e cacciato i militari francesi. Anche gli Usa si sono ritirati. Roma mantiene il suo contingente, nonostante l’alto rischio attentati.
Lo speciale contiene due articoli.
Lo Stato Islamico ha compreso da tempo che la possibilità di ricostruire una vera entità statuale tra Iraq e Siria appartiene ormai al passato. Il progetto del Califfato, così come concepito da Abu Bakr al-Baghdadi, si è definitivamente esaurito con la caduta di Baghouz, nel marzo 2019, sulle rive dell’Eufrate. Da quel momento, la leadership jihadista si è fatta opaca e intermittente: i successori di al-Baghdadi hanno gestito una struttura ridotta a rete clandestina, incapace di amministrare territori e costretta a limitarsi ad azioni di logoramento contro obiettivi civili e statali. Il baricentro strategico dell’organizzazione si è così progressivamente spostato altrove. Nel Sahel, lo Stato Islamico e i gruppi a esso affiliati operano in un ambiente radicalmente diverso, caratterizzato da spazi immensi, confini porosi, apparati statali fragili e una violenza ormai sistemica. Qui la guerra non è episodica, ma diffusa e ad alta intensità, alimentata dalla competizione tra le reti jihadiste legate allo Stato Islamico e quelle riconducibili ad al-Qaeda. Non si tratta solo di scontri armati, ma di una corsa alla conquista di territori, popolazioni, risorse e infrastrutture statali.
Il conflitto saheliano ha assunto dimensioni senza precedenti. L’epicentro resta il triangolo Mali-Burkina Faso-Niger, ma l’instabilità si è ormai estesa verso l’Africa occidentale. La Nigeria era già coinvolta in modo strutturale, mentre oggi anche Benin e Togo entrano stabilmente nella geografia della violenza jihadista. L’espansione segue una logica precisa: occupare gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, sfruttare le fratture sociali, inserirsi nelle economie illegali che attraversano la regione. Il Mali rappresenta un caso emblematico. Qui i gruppi armati sono riusciti a colpire direttamente i nervi vitali del Paese, imponendo blocchi economici e paralizzando le vie di rifornimento. L’assalto sistematico alle autocisterne, il sequestro degli autisti e il soffocamento delle attività economiche a Bamako hanno dimostrato quanto fragile sia il controllo governativo anche sulle principali arterie nazionali. La temporanea attenuazione della crisi, ottenuta solo grazie a convogli scortati da alleati esterni, ha rivelato l’esistenza di trattative informali e concessioni politiche che certificano una perdita di sovranità di fatto, tanto che intere aree sono controllate dai jihadisti.
Questo quadro si inserisce in una regione segnata da povertà strutturale, crescita demografica incontrollata e marginalizzazione cronica. Mali, Niger e Burkina Faso coprono una superficie paragonabile a gran parte dell’Unione europea, ma senza infrastrutture, servizi pubblici e amministrazioni capaci di esercitare un controllo effettivo. In questo vuoto si è sviluppata una governance jihadista alternativa: tribunali religiosi, imposizione fiscale, regolazione dei mercati locali, controllo sociale. Una statualità rudimentale, ma spesso percepita come più presente e coerente di quella ufficiale. All’interno di questa architettura, il traffico di migranti occupa un ruolo centrale. Il Sahel è il grande corridoio umano che convoglia centinaia di migliaia di persone verso il Nord Africa e il Mediterraneo. Su queste rotte, lo Stato Islamico e i gruppi affiliati hanno progressivamente assorbito o subordinato le reti criminali tradizionali, trasformando la migrazione in una fonte strutturale di reddito e di potere. I convogli vengono tassati, le piste nel deserto controllate, i passaggi autorizzati a pagamento. Chi non può pagare viene trattenuto, sfruttato, venduto o arruolato con la forza. I campi di transito e le prigioni informali gestite dai jihadisti generano profitti milionari e rafforzano una sovranità de facto. Il controllo dei flussi migratori diventa così anche uno strumento di pressione indiretta sull’Europa.
Il principale attore jihadista della regione resta Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, una coalizione legata ad al-Qaeda che può contare su almeno 10.000 uomini e che ha costruito una presenza capillare in vaste aree del Mali e del Burkina Faso, estendendo le proprie operazioni oltre confine. La sua crescita poggia su un mix di violenza militare, penetrazione economica e integrazione sociale. Accanto ad essa, lo Stato Islamico-Provincia del Sahel (circa 5.000 uomini), ha consolidato il controllo di zone transfrontaliere, replicando modelli di amministrazione armata già sperimentati in Medio Oriente, mentre altre branche jihadiste operano lungo il bacino del Lago Ciad e nel nord-ovest della Nigeria.
Il fattore che ha accelerato in modo decisivo questa dinamica è la sequenza di colpi di Stato che ha attraversato il Sahel tra il 2020 e il 2023. Mali, Burkina Faso e Niger sono finiti sotto giunte militari che hanno spezzato la cooperazione regionale, dissolto i meccanismi di sicurezza condivisa e isolato i Paesi dal resto dell’Africa occidentale. L’uscita dalle organizzazioni regionali, la fine delle missioni internazionali e il ritiro delle forze occidentali hanno creato un vuoto strategico che i gruppi jihadisti hanno occupato rapidamente in opposizione alle milizie russe utilizzate dalle giunte golpiste. La portata di questo deterioramento è emersa in modo plastico anche con l’attacco che ha coinvolto i militari italiani (rimasti illesi) in Niger lo scorso 29 gennaio. Un episodio che ha segnato uno spartiacque: non un’azione isolata, ma la dimostrazione che anche le missioni di addestramento e supporto, concepite come interventi a bassa esposizione, sono ormai bersagli legittimi nella strategia jihadista. In un Paese destabilizzato dal colpo di Stato e dall’uscita delle truppe occidentali, i gruppi legati allo Stato Islamico hanno mostrato di saper colpire contingenti stranieri sfruttando intelligence locale, complicità tribali e libertà di movimento. L’attacco ha certificato che il Sahel non è più una crisi lontana, ma un fronte che interseca direttamente la sicurezza europea. Il ritiro francese, la chiusura delle missioni Onu e l’uscita delle forze statunitensi hanno lasciato spazio a nuovi attori esterni, come Russia e Turchia. Tuttavia, il supporto fornito alle giunte – tra addestramento, droni e mercenari – non ha invertito la tendenza. Al contrario, operazioni condotte senza attenzione alla popolazione civile hanno spesso alimentato risentimento e facilitato il reclutamento jihadista. Il Sahel si sta così trasformando nel laboratorio di un «Califfato 2.0»: meno visibile, più fluido, ma potenzialmente più resiliente. Un progetto fondato sul controllo delle periferie, delle economie illegali, delle migrazioni e delle comunità marginalizzate. Non una replica dell’esperienza siro-irachena, ma una sua evoluzione adattata a un continente segnato da fragilità strutturali. Se questa deriva non sarà arrestata, il Sahel è destinato a trasformarsi nel nuovo epicentro del jihadismo internazionale, con ripercussioni immediate sull’Europa — esposta a flussi migratori in fuga dall’instabilità — e sull’intero equilibrio della sicurezza globale.
Il «forziere» Niger, tra uranio e oro. I soldati italiani sono i soli rimasti
Il Niger è oggi uno degli epicentri della complessa crisi del Sahel, dove si intrecciano instabilità politica, competizione internazionale, jihadismo armato e il controllo di risorse naturali strategiche. L’interesse dello Stato Islamico per questo Paese non nasce da un singolo fattore, ma da una convergenza di condizioni che rendono il territorio nigerino vulnerabile e allo stesso tempo estremamente conteso. Nel luglio 2023 una parte dell’esercito nigerino ha rovesciato il governo eletto, portando al potere una giunta militare guidata dal generale Abdourahamane Tchiani. Questo colpo di Stato ha segnato una rottura profonda con le tradizionali alleanze di Niamey: la giunta ha sospeso la Costituzione, sciolto gli organismi democratici e imposto un nuovo ordine che ha gradualmente ridisegnato le relazioni internazionali del Paese. Una delle conseguenze più evidenti è stata la cacciata delle truppe francesi e la fine della cooperazione militare con Parigi, storicamente al centro della lotta contro i gruppi armati nel Sahel. Anche gli Stati Uniti hanno ridotto la loro presenza militare, lasciando un vuoto che ha aperto spazi di influenza per altri attori esterni. In questo quadro, la Russia ha rafforzato i suoi legami con la giunta nigerina, offrendo supporto militare, addestramento e cooperazione di sicurezza, consolidando una presenza che segue l’espansione dell’influenza di Mosca in altri Paesi della regione.La giunta ha inoltre stretto legami con governi simili in Mali e Burkina Faso, formando un’alleanza regionale di Stati a guida militare, accomunati dall’allontanamento dalle istituzioni occidentali e dal desiderio di nuovi partner strategici. Questo riassetto ha trasformato il panorama geopolitico del Sahel, creando un terreno di confronto tra influenze occidentali, russe e di altri attori emergenti. In questo contesto, il jihadismo ha trovato terreno fertile. I gruppi armati, tra cui l’affiliata locale dello Stato Islamico, operano nelle vaste aree di frontiera dove lo Stato centrale fatica ad affermare la propria autorità.Nel dibattito italiano e internazionale, un elemento spesso sottolineato è la presenza delle forze militari italiane in Niger. L’Italia mantiene dal 2018 la cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare autonoma finalizzata principalmente all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori. Questa missione è considerata uno dei pochi canali di cooperazione diretta tra un Paese occidentale e Niamey dopo il ritiro di altre forze europee. Il contingente italiano prevede la presenza di alcune centinaia di militari, insieme a mezzi terrestri e aerei impiegati in attività di assistenza tecnica e di supporto alle operazioni locali. La base italiana di supporto a Niamey, situata presso l’aeroporto internazionale, è diventata un punto di riferimento per queste attività di training e cooperazione. Nonostante le tensioni e gli attentati jihadisti nella regione, la presenza italiana è rimasta costante, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla stabilità e alla capacità delle forze nigerine di affrontare minacce come lo Stato Islamico. In tal senso il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, il 9 e 10 febbraio si è recato in visita al contingente italiano. La missione istituzionale è stata finalizzata a rafforzare il confronto con le autorità locali e a riaffermare il ruolo delle Forze Armate italiane nel sostegno alla stabilità e alla sicurezza del Niger e dell’intera area saheliana.Il Niger è anche un Paese ricco di risorse naturali che ne accentuano l’importanza strategica. Il Paese è tra i principali produttori di uranio, concentrato in aree come quelle attorno ad Arlit, risorsa fondamentale per l’energia nucleare in Europa. Ma oltre all’uranio il sottosuolo nigerino contiene oro, petrolio e altri minerali. In uno scenario di debolezza statale, queste risorse diventano oggetto di interesse sia per gruppi armati che per attori internazionali. Per i jihadisti, minacciare, controllare o semplicemente sfruttare l’oro e altre materie prime può rappresentare una leva economica e simbolica per destabilizzare ulteriormente la regione e sfidare gli interessi occidentali. La crisi nigerina si inserisce in un contesto più ampio, dove l’equilibrio tra influenze globali, fragilità istituzionale e presenza di milizie transnazionali sta riscrivendo gli equilibri del Sahel. Qui, la competizione per il controllo del territorio, delle risorse e delle alleanze politiche non è solo una questione regionale, ma una delle linee di faglia della nuova geopolitica africana. Per gruppi come lo Stato Islamico, è una gigantesca opportunità: fratture nella sicurezza statale, alleanze regionali instabili e campi di contesa su cui proiettare la propria presenza e aumentare la propria influenza. In un teatro come il Sahel, controllare il territorio significa controllare anche il futuro di un’intera regione.
S. Pia.
Lo Stato Islamico ha spostato il proprio baricentro nel Sahel, dove leader politici sempre più deboli non controllano il territorio. Sfruttando il ritiro delle truppe occidentali, i terroristi già impongono tasse, amministrano la giustizia e gestiscono i flussi migratori.Dal 2023 il Paese è guidato da una giunta golpista che ha stretto buoni rapporti con Mosca e cacciato i militari francesi. Anche gli Usa si sono ritirati. Roma mantiene il suo contingente, nonostante l’alto rischio attentati.Lo speciale contiene due articoli.Lo Stato Islamico ha compreso da tempo che la possibilità di ricostruire una vera entità statuale tra Iraq e Siria appartiene ormai al passato. Il progetto del Califfato, così come concepito da Abu Bakr al-Baghdadi, si è definitivamente esaurito con la caduta di Baghouz, nel marzo 2019, sulle rive dell’Eufrate. Da quel momento, la leadership jihadista si è fatta opaca e intermittente: i successori di al-Baghdadi hanno gestito una struttura ridotta a rete clandestina, incapace di amministrare territori e costretta a limitarsi ad azioni di logoramento contro obiettivi civili e statali. Il baricentro strategico dell’organizzazione si è così progressivamente spostato altrove. Nel Sahel, lo Stato Islamico e i gruppi a esso affiliati operano in un ambiente radicalmente diverso, caratterizzato da spazi immensi, confini porosi, apparati statali fragili e una violenza ormai sistemica. Qui la guerra non è episodica, ma diffusa e ad alta intensità, alimentata dalla competizione tra le reti jihadiste legate allo Stato Islamico e quelle riconducibili ad al-Qaeda. Non si tratta solo di scontri armati, ma di una corsa alla conquista di territori, popolazioni, risorse e infrastrutture statali.Il conflitto saheliano ha assunto dimensioni senza precedenti. L’epicentro resta il triangolo Mali-Burkina Faso-Niger, ma l’instabilità si è ormai estesa verso l’Africa occidentale. La Nigeria era già coinvolta in modo strutturale, mentre oggi anche Benin e Togo entrano stabilmente nella geografia della violenza jihadista. L’espansione segue una logica precisa: occupare gli spazi lasciati vuoti dallo Stato, sfruttare le fratture sociali, inserirsi nelle economie illegali che attraversano la regione. Il Mali rappresenta un caso emblematico. Qui i gruppi armati sono riusciti a colpire direttamente i nervi vitali del Paese, imponendo blocchi economici e paralizzando le vie di rifornimento. L’assalto sistematico alle autocisterne, il sequestro degli autisti e il soffocamento delle attività economiche a Bamako hanno dimostrato quanto fragile sia il controllo governativo anche sulle principali arterie nazionali. La temporanea attenuazione della crisi, ottenuta solo grazie a convogli scortati da alleati esterni, ha rivelato l’esistenza di trattative informali e concessioni politiche che certificano una perdita di sovranità di fatto, tanto che intere aree sono controllate dai jihadisti. Questo quadro si inserisce in una regione segnata da povertà strutturale, crescita demografica incontrollata e marginalizzazione cronica. Mali, Niger e Burkina Faso coprono una superficie paragonabile a gran parte dell’Unione europea, ma senza infrastrutture, servizi pubblici e amministrazioni capaci di esercitare un controllo effettivo. In questo vuoto si è sviluppata una governance jihadista alternativa: tribunali religiosi, imposizione fiscale, regolazione dei mercati locali, controllo sociale. Una statualità rudimentale, ma spesso percepita come più presente e coerente di quella ufficiale. All’interno di questa architettura, il traffico di migranti occupa un ruolo centrale. Il Sahel è il grande corridoio umano che convoglia centinaia di migliaia di persone verso il Nord Africa e il Mediterraneo. Su queste rotte, lo Stato Islamico e i gruppi affiliati hanno progressivamente assorbito o subordinato le reti criminali tradizionali, trasformando la migrazione in una fonte strutturale di reddito e di potere. I convogli vengono tassati, le piste nel deserto controllate, i passaggi autorizzati a pagamento. Chi non può pagare viene trattenuto, sfruttato, venduto o arruolato con la forza. I campi di transito e le prigioni informali gestite dai jihadisti generano profitti milionari e rafforzano una sovranità de facto. Il controllo dei flussi migratori diventa così anche uno strumento di pressione indiretta sull’Europa.Il principale attore jihadista della regione resta Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, una coalizione legata ad al-Qaeda che può contare su almeno 10.000 uomini e che ha costruito una presenza capillare in vaste aree del Mali e del Burkina Faso, estendendo le proprie operazioni oltre confine. La sua crescita poggia su un mix di violenza militare, penetrazione economica e integrazione sociale. Accanto ad essa, lo Stato Islamico-Provincia del Sahel (circa 5.000 uomini), ha consolidato il controllo di zone transfrontaliere, replicando modelli di amministrazione armata già sperimentati in Medio Oriente, mentre altre branche jihadiste operano lungo il bacino del Lago Ciad e nel nord-ovest della Nigeria.Il fattore che ha accelerato in modo decisivo questa dinamica è la sequenza di colpi di Stato che ha attraversato il Sahel tra il 2020 e il 2023. Mali, Burkina Faso e Niger sono finiti sotto giunte militari che hanno spezzato la cooperazione regionale, dissolto i meccanismi di sicurezza condivisa e isolato i Paesi dal resto dell’Africa occidentale. L’uscita dalle organizzazioni regionali, la fine delle missioni internazionali e il ritiro delle forze occidentali hanno creato un vuoto strategico che i gruppi jihadisti hanno occupato rapidamente in opposizione alle milizie russe utilizzate dalle giunte golpiste. La portata di questo deterioramento è emersa in modo plastico anche con l’attacco che ha coinvolto i militari italiani (rimasti illesi) in Niger lo scorso 29 gennaio. Un episodio che ha segnato uno spartiacque: non un’azione isolata, ma la dimostrazione che anche le missioni di addestramento e supporto, concepite come interventi a bassa esposizione, sono ormai bersagli legittimi nella strategia jihadista. In un Paese destabilizzato dal colpo di Stato e dall’uscita delle truppe occidentali, i gruppi legati allo Stato Islamico hanno mostrato di saper colpire contingenti stranieri sfruttando intelligence locale, complicità tribali e libertà di movimento. L’attacco ha certificato che il Sahel non è più una crisi lontana, ma un fronte che interseca direttamente la sicurezza europea. Il ritiro francese, la chiusura delle missioni Onu e l’uscita delle forze statunitensi hanno lasciato spazio a nuovi attori esterni, come Russia e Turchia. Tuttavia, il supporto fornito alle giunte – tra addestramento, droni e mercenari – non ha invertito la tendenza. Al contrario, operazioni condotte senza attenzione alla popolazione civile hanno spesso alimentato risentimento e facilitato il reclutamento jihadista. Il Sahel si sta così trasformando nel laboratorio di un «Califfato 2.0»: meno visibile, più fluido, ma potenzialmente più resiliente. Un progetto fondato sul controllo delle periferie, delle economie illegali, delle migrazioni e delle comunità marginalizzate. Non una replica dell’esperienza siro-irachena, ma una sua evoluzione adattata a un continente segnato da fragilità strutturali. Se questa deriva non sarà arrestata, il Sahel è destinato a trasformarsi nel nuovo epicentro del jihadismo internazionale, con ripercussioni immediate sull’Europa — esposta a flussi migratori in fuga dall’instabilità — e sull’intero equilibrio della sicurezza globale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/nascera-in-africa-il-nuovo-califfato-2675271150.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-forziere-niger-tra-uranio-e-oro-i-soldati-italiani-sono-i-soli-rimasti" data-post-id="2675271150" data-published-at="1771241914" data-use-pagination="False"> Il «forziere» Niger, tra uranio e oro. I soldati italiani sono i soli rimasti Il Niger è oggi uno degli epicentri della complessa crisi del Sahel, dove si intrecciano instabilità politica, competizione internazionale, jihadismo armato e il controllo di risorse naturali strategiche. L’interesse dello Stato Islamico per questo Paese non nasce da un singolo fattore, ma da una convergenza di condizioni che rendono il territorio nigerino vulnerabile e allo stesso tempo estremamente conteso. Nel luglio 2023 una parte dell’esercito nigerino ha rovesciato il governo eletto, portando al potere una giunta militare guidata dal generale Abdourahamane Tchiani. Questo colpo di Stato ha segnato una rottura profonda con le tradizionali alleanze di Niamey: la giunta ha sospeso la Costituzione, sciolto gli organismi democratici e imposto un nuovo ordine che ha gradualmente ridisegnato le relazioni internazionali del Paese. Una delle conseguenze più evidenti è stata la cacciata delle truppe francesi e la fine della cooperazione militare con Parigi, storicamente al centro della lotta contro i gruppi armati nel Sahel. Anche gli Stati Uniti hanno ridotto la loro presenza militare, lasciando un vuoto che ha aperto spazi di influenza per altri attori esterni. In questo quadro, la Russia ha rafforzato i suoi legami con la giunta nigerina, offrendo supporto militare, addestramento e cooperazione di sicurezza, consolidando una presenza che segue l’espansione dell’influenza di Mosca in altri Paesi della regione.La giunta ha inoltre stretto legami con governi simili in Mali e Burkina Faso, formando un’alleanza regionale di Stati a guida militare, accomunati dall’allontanamento dalle istituzioni occidentali e dal desiderio di nuovi partner strategici. Questo riassetto ha trasformato il panorama geopolitico del Sahel, creando un terreno di confronto tra influenze occidentali, russe e di altri attori emergenti. In questo contesto, il jihadismo ha trovato terreno fertile. I gruppi armati, tra cui l’affiliata locale dello Stato Islamico, operano nelle vaste aree di frontiera dove lo Stato centrale fatica ad affermare la propria autorità.Nel dibattito italiano e internazionale, un elemento spesso sottolineato è la presenza delle forze militari italiane in Niger. L’Italia mantiene dal 2018 la cosiddetta Missione bilaterale di supporto in Niger (Misin), una presenza militare autonoma finalizzata principalmente all’addestramento e alla formazione delle forze di sicurezza locali, al supporto logistico e alla cooperazione con le autorità nigerine nel contrasto al terrorismo, al traffico illecito e ai flussi migratori. Questa missione è considerata uno dei pochi canali di cooperazione diretta tra un Paese occidentale e Niamey dopo il ritiro di altre forze europee. Il contingente italiano prevede la presenza di alcune centinaia di militari, insieme a mezzi terrestri e aerei impiegati in attività di assistenza tecnica e di supporto alle operazioni locali. La base italiana di supporto a Niamey, situata presso l’aeroporto internazionale, è diventata un punto di riferimento per queste attività di training e cooperazione. Nonostante le tensioni e gli attentati jihadisti nella regione, la presenza italiana è rimasta costante, con l’obiettivo dichiarato di contribuire alla stabilità e alla capacità delle forze nigerine di affrontare minacce come lo Stato Islamico. In tal senso il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, il 9 e 10 febbraio si è recato in visita al contingente italiano. La missione istituzionale è stata finalizzata a rafforzare il confronto con le autorità locali e a riaffermare il ruolo delle Forze Armate italiane nel sostegno alla stabilità e alla sicurezza del Niger e dell’intera area saheliana.Il Niger è anche un Paese ricco di risorse naturali che ne accentuano l’importanza strategica. Il Paese è tra i principali produttori di uranio, concentrato in aree come quelle attorno ad Arlit, risorsa fondamentale per l’energia nucleare in Europa. Ma oltre all’uranio il sottosuolo nigerino contiene oro, petrolio e altri minerali. In uno scenario di debolezza statale, queste risorse diventano oggetto di interesse sia per gruppi armati che per attori internazionali. Per i jihadisti, minacciare, controllare o semplicemente sfruttare l’oro e altre materie prime può rappresentare una leva economica e simbolica per destabilizzare ulteriormente la regione e sfidare gli interessi occidentali. La crisi nigerina si inserisce in un contesto più ampio, dove l’equilibrio tra influenze globali, fragilità istituzionale e presenza di milizie transnazionali sta riscrivendo gli equilibri del Sahel. Qui, la competizione per il controllo del territorio, delle risorse e delle alleanze politiche non è solo una questione regionale, ma una delle linee di faglia della nuova geopolitica africana. Per gruppi come lo Stato Islamico, è una gigantesca opportunità: fratture nella sicurezza statale, alleanze regionali instabili e campi di contesa su cui proiettare la propria presenza e aumentare la propria influenza. In un teatro come il Sahel, controllare il territorio significa controllare anche il futuro di un’intera regione.S. Pia.
Gli attori Lino Musella, Romana Maggiora Vergano, Fabrizio Gifuni, il regista Marco Bellocchio e l'attrice Barbora Bobulova alla première di «Portobello» durante l'82ª Mostra del Cinema di Venezia (Ansa)
Portobello, disponibile sulla nuovissima Hbo Max a partire da venerdì 20 febbraio, è la storia di un errore giudiziario, reso clamoroso dalla notorietà di colui che vi è rimasto implicato. Enzo Tortora era sulla bocca di tutti, nel 1982, conduttore d'oro, capace di raccontare il Paese e divertirlo. Aveva un pappagallo, con sé. Sorrideva, ordinato e composto. Non c'era italiano che non lo conoscesse. Era un divo. Eppure, non è scampato all'infamia, alla menzogna, alla crudeltà di chi non s'è fatto scrupolo nel gettargli addosso un inferno di bugie.
Bellocchio ha detto aver scelto la sua storia per la potenza delle immagini: lo sguardo spaesato di un uomo che, pur abituato alla messa in scena, non riusciva a spiegarsi cosa gli stesse succedendo, in manette fuori da una caserma. Tortora, che nella serie, la prima italiana a debuttare sulla piattaforma, è interpretato da Fabrizio Gifuni, è stato arrestato il 17 giugno 1983, dopo che un pentito della Camorra, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo, ne ha fatto il nome. Lo ha fatto dalla propria cella, quando il terremoto dell'Irpinia ha fatto scricchiolare l'organizzazione che la Camorra s'era data. Tortora, allora, è stato accusato di avere legami con il clan mafioso, di aver le mani in pasta, traffico di droga, piccoli e grandi orrori. Lo hanno portato in galera, poi processato.
Ed è di questo, dei suoi proclami di innocenza, degli occhi colmi di paura, del processo, che racconta Portobello, arrivando ad un'assoluzione che, però, non ha potuto restituire al conduttore tv la vita che gli era stata strappata.«C’erano reali contraddizioni, o anche apparenti, in Tortora. Era un antipatico di successo. Così popolare da arrivare a 28 milioni di Italiani, ma c’era una buona parte di Italia che con lui non simpatizzava. In parte era carattere, in parte certe posizioni che ha preso. Ci accorgiamo che le cose succedono quando finiscono di accadere. Lui si batteva all’interno dell’unica azienda di Stato. Non c’era nemmeno Rai Tre e lui si batteva in solitaria per la fine del monopolio dell’emittenza. Non apparteneva a nessuna delle due “grandi Chiese” a cui poi si sarebbe aggiunta la massoneria, è un laico in un paese molto cattolico. Tutto questo non spiega il caso ma ci fa capire perché il paese era pronto a voltargli le spalle.
Le cadute dei potenti attirano sempre, oggi lo vediamo coi social. Ma tutto questo spiega perché non si risveglia da quell’incubo. Era un fiero, orgoglioso che non ammiccava al pubblico. Non aveva la "furbizia" di Bongiorno e Pippo Baudo. Perfino le gaffes di Mike erano un modo per essere ricordato. Tortora parlava perfettamente, manteneva l’ambizione di un signore distaccato ammirato dall’Inghilterra. Così lo spavento diventa una furia interna. Non perse mai la calma, o quasi. Si sente tradito, comunque, il che lo accomuna ad Aldo Moro», ha provato a sintetizzare Gifuni, la cui interpretazione è stata datata al 20 febbraio per ricordare il giorno del 1987 in cui Tortora è tornato a condurre Portobello, uomo a metà in un'Italia di malagiustizia.
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Ieri pomeriggio, per dire la complessità degli interessi in gioco, un utente italiano che si fosse collegato al sito Internet di una nota tv inglese che trasmette anche da noi avrebbe potuto tranquillamente leggere questa notizia della Reuters, adeguatamente tradotta e contestualizzata. Il primo banner pubblicitario che illustrava l’articolo era quello di Proton, la Vpn tedesca più utilizzata in Europa, che esortava: «Abbandonare la tua casella Gmail è la mossa più potente». Privacy, libertà, sovranità nazionale e giurisdizioni sfuggenti: che cocktail. L’importante è non illudersi che qualcuno stia lottando gratis per la nostra libertà.
Con la navigazione non tracciabile e il dominio Internet che inneggia alla libertà made in Usa, contenuti classificati dalla legislazione di Bruxelles o dei singoli Paesi membri (o anche della Gran Bretagna) come incitamento all’odio o propaganda terrorista potranno essere letti e scaricati.
Secondo l’agenzia inglese, alla guida del progetto, che doveva essere presentato la scorsa settimana alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ma il cui annuncio sarebbe poi stato rinviato per le perplessità emerse anche da parte di funzionari e legali dello stesso Dipartimento, c’è Sarah Rogers, sottosegretario per la Diplomazia pubblica.
Un portavoce del Dipartimento di Stato ha ribattuto che il governo Usa «non ha un programma specifico per l’Europa» per aggirare la censura, ma ha confermato che «la libertà digitale è una priorità» e che comprende la diffusione di tecnologie per la privacy e l’elusione dei blocchi, come le Vpn.
La Casa Bianca di Donald Trump si è più volte espressa contro norme (altrui) che considera troppo restrittive, come il Digital Services Act (Dsa) europeo e l’Online Safety Act britannico, sostenendo che limiterebbero la libertà di parola. E nel progetto del nuovo portale sarebbe coinvolto anche Edward Coristine, ex membro del Doge di Elon Musk.
Tra Usa e Ue le tensioni non mancano, tra controllo della Groenlandia, dazi, guerra in Ucraina, Medio Oriente, budget Nato e interpretazione degli Epstein file. Così, da Bruxelles è arrivata subito una risposta stizzita. «Nessuna giurisdizione al mondo ha lezioni da dare all’Ue in materia di libertà di espressione», ha ringhiato il portavoce Thomas Regnier, aggiungendo che i Paesi europei sono quelli che più rispettano la libertà di espressione in tutto il mondo. Vero, ma si è dimenticato che gli stessi Paesi europei sono in prima fila nel fare affari con una serie di nazioni dove non c’è alcuna libertà di espressione, a cominciare dalla Cina. In ogni caso, lo stesso portavoce ha invitato tutti alla calma e ha assicurato che «l’Ue non prende di mira nessuna azienda» ( riferimento era a Google, Meta e compagnia) in base al suo passaporto.
Il Dsa ha dato più di un dispiacere ai big Usa, tutti grandi finanziatori di Trump. Ma ha un vizio di origine: crede che il popolo che vota come non piace a Bruxelles (vedi Romania, Polonia o, un domani, la Francia) sia un popolo bue, fuorviato dalle diaboliche piattaforma americane.
Come ricordava ieri la Reuters, «l’amministrazione Trump ha fatto del free speech, specialmente laddove lo vede come un possibile rafforzamento delle voci conservatrici online, un punto nodale della sua politica estera in Europa e in Brasile». Mentre l’approccio Ue al medesimo tema è assai differente, perché mentre la Costituzione americana protegge in teoria ogni tipo di espressione, «i limiti imposti dall’Unione europea sono aumentati nel tempo, per combattere l’insorgenza di ogni probanda estremista, dal nazismo alla demonizzazione degli ebrei, degli stranieri e delle minoranze», conclude l’agenzia britannica.
Negli ultimi vent’anni, in Europa, ci sono stati vari «discorsi unici», demonizzazioni e penalizzazioni a tutela, di volta in volta, di vaccini, moneta unica, parametri di Maastricht, austerità economica, immigrazione clandestina, teorie gender e patenti di democrazia. E già solo la vicenda dei vaccini obbligatori e del green pass ai tempi del Covid, con relativa criminalizzazione delle manifestazioni contrarie, ha incrinato parecchio questa immagine di un’Europa come patria delle libertà, ancora degna di dare lezioni di democrazia agli Stati Uniti.
E in una giornata già sufficientemente contraddittoria si scopre che la Francia di Emmanuel Macron copierà Trump sui divieti social per i minori. «Sono i governi a prendersi questa responsabilità e avrò questo scambio con il presidente Trump», ha proclamato Macron ai giornalisti, a margine di un vertice mondiale sull’Intelligenza artificiale a Nuova Delhi.
Il presidente francese ha osservato che «Non c’è un genitore che non veda che questi giovani, adolescenti o bambini, subiscono pressione e penso quindi che anche lui (Trump, ndr.) debba vederlo. E credo nell’opinione pubblica americana». Ci crede, ma non si sa quanto sia ricambiato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 febbraio 2026. Il responsabile Energia del Gruppo parlamentare di Fdi, Riccardo Zucconi, spiega tutti i dettagli del decreto bollette.
La Bce spinge per introdurre il prima possibile l’euro digitale: ognuno di noi avrà un portafoglio virtuale dove saranno depositati fino a 3.000 euro di euro digitali.