«Portobello», il dramma di Tortora raccontato nella serie di Bellocchio

Presentata alla Mostra di Venezia, la miniserie di Marco Bellocchio debutta oggi su Hbo Max. In sei episodi ricostruisce l’arresto, il processo e l’assoluzione di Enzo Tortora, simbolo di un errore giudiziario che segnò il Paese.
Marco Bellocchio l'ha portata al Festival del Cinema di Venezia, a settembre, ben prima di lasciare che altri, oltre critica e colleghi, la vedessero. Portobello, miniserie televisiva in sei episodi, è stata presentata in pompa magna tra i fasti della Mostra. Una parabola, ha spiegato il regista, che potesse essere d'interesse per un pubblico composito, per un pubblico estero, estraneo a fatti che, in Italia, sono diventati tristemente noti.
Portobello, disponibile sulla nuovissima Hbo Max a partire da venerdì 20 febbraio, è la storia di un errore giudiziario, reso clamoroso dalla notorietà di colui che vi è rimasto implicato. Enzo Tortora era sulla bocca di tutti, nel 1982, conduttore d'oro, capace di raccontare il Paese e divertirlo. Aveva un pappagallo, con sé. Sorrideva, ordinato e composto. Non c'era italiano che non lo conoscesse. Era un divo. Eppure, non è scampato all'infamia, alla menzogna, alla crudeltà di chi non s'è fatto scrupolo nel gettargli addosso un inferno di bugie.
Bellocchio ha detto aver scelto la sua storia per la potenza delle immagini: lo sguardo spaesato di un uomo che, pur abituato alla messa in scena, non riusciva a spiegarsi cosa gli stesse succedendo, in manette fuori da una caserma. Tortora, che nella serie, la prima italiana a debuttare sulla piattaforma, è interpretato da Fabrizio Gifuni, è stato arrestato il 17 giugno 1983, dopo che un pentito della Camorra, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo, ne ha fatto il nome. Lo ha fatto dalla propria cella, quando il terremoto dell'Irpinia ha fatto scricchiolare l'organizzazione che la Camorra s'era data. Tortora, allora, è stato accusato di avere legami con il clan mafioso, di aver le mani in pasta, traffico di droga, piccoli e grandi orrori. Lo hanno portato in galera, poi processato.
Ed è di questo, dei suoi proclami di innocenza, degli occhi colmi di paura, del processo, che racconta Portobello, arrivando ad un'assoluzione che, però, non ha potuto restituire al conduttore tv la vita che gli era stata strappata.«C’erano reali contraddizioni, o anche apparenti, in Tortora. Era un antipatico di successo. Così popolare da arrivare a 28 milioni di Italiani, ma c’era una buona parte di Italia che con lui non simpatizzava. In parte era carattere, in parte certe posizioni che ha preso. Ci accorgiamo che le cose succedono quando finiscono di accadere. Lui si batteva all’interno dell’unica azienda di Stato. Non c’era nemmeno Rai Tre e lui si batteva in solitaria per la fine del monopolio dell’emittenza. Non apparteneva a nessuna delle due “grandi Chiese” a cui poi si sarebbe aggiunta la massoneria, è un laico in un paese molto cattolico. Tutto questo non spiega il caso ma ci fa capire perché il paese era pronto a voltargli le spalle.
Le cadute dei potenti attirano sempre, oggi lo vediamo coi social. Ma tutto questo spiega perché non si risveglia da quell’incubo. Era un fiero, orgoglioso che non ammiccava al pubblico. Non aveva la "furbizia" di Bongiorno e Pippo Baudo. Perfino le gaffes di Mike erano un modo per essere ricordato. Tortora parlava perfettamente, manteneva l’ambizione di un signore distaccato ammirato dall’Inghilterra. Così lo spavento diventa una furia interna. Non perse mai la calma, o quasi. Si sente tradito, comunque, il che lo accomuna ad Aldo Moro», ha provato a sintetizzare Gifuni, la cui interpretazione è stata datata al 20 febbraio per ricordare il giorno del 1987 in cui Tortora è tornato a condurre Portobello, uomo a metà in un'Italia di malagiustizia.













