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2019-06-02
«Molesta due bimbe»: arrestato pakistano. Si dichiarava gay e non l’hanno espulso
Ansa
Non passa giorno senza che dalla cronaca più limacciosa emerga una edificante storia di immigrazione. Quella, orrenda, che stiamo per raccontare ha per protagonista Z, pakistano di 29 anni che lavora nell'agricoltura, arrestato dalla squadra mobile della polizia di Viterbo per aver molestato due ragazzine (poco più di bambine, in realtà) di 11 e 13 anni. La violenza, però, è solo il terribile finale della storia. Tutta questa vicenda va esaminata dall'inizio se si vuole capire quali siano i veri effetti dell'invasione migratoria che l'attuale governo ha iniziato ad arginare.
Il nostro Z parte dal Pakistan nel 2012 e dopo un lungo percorso riesce a giungere in Libia. Da lì sale su un barcone e finalmente, nel 2014, approda in Italia, in Sicilia. Sceso dalla nave, viene condotto in Toscana, in un paese vicino a Piombino, e ospitato in un centro di accoglienza. Presenta subito domanda di asilo: chiede di essere riconosciuto come profugo. Purtroppo per lui, tuttavia, nel settembre del 2015 la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Firenze lo respinge. Z, secondo gli esaminatori, non è un profugo.
Ovviamente, il pakistano non viene rispedito da dove è venuto, ci mancherebbe. Subito dopo il diniego decide di fare ricorso, e intanto rimane sul suolo italiano. A quanto pare, non ha nessuna intenzione di ritornare a casa propria. Ma come risolvere il problema della commissione che gli ha negato la protezione? Beh, una soluzione c'è. Al momento del secondo esame, la storia raccontata dal pakistano cambia, si fa più dettagliata, e si colora di arcobaleno. Z racconta di «aver lasciato il suo Paese in quanto picchiato e discriminato dalla comunità locale a causa della relazione omosessuale intrapresa in età adolescenziale» con un quasi coetaneo, anch'egli fuggito dal Pakistan e richiedente asilo.
Davvero interessante. Scopriamo che il nostro Z è fuggito dall'Asia assieme a un altro uomo, a cui sarebbe legato. La relazione tra i due - dice Z - sarebbe iniziata nel 2008, «quando entrambi frequentavamo la scuola, nel nostro villaggio. Non abbiamo mai avuto rapporti sessuali, il nostro è un rapporto soltanto sentimentale». Già, i due pakistani sono innamorati, ma ci tengono a specificare: «Non abbiamo pensato ad avere rapporti sessuali, per una questione nostra personale». Curioso, non trovate? A che pro far mettere nero su bianco un dettaglio del genere? Forse i due uomini non vogliono fare brutta figura dichiarando di essere andati a letto insieme? In ogni caso, il racconto funziona. Nel 2017, il Tribunale di Firenze decide che, in quanto omosessuale perseguitato, Z debba ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato.
Benvenuto in Italia, amico pakistano. Qui, a differenza di quanto avviene nel tuo Paese di fede islamica, gli omosessuali non sono perseguitati, anzi possono vivere in tutta libertà i loro amori. La storia potrebbe finire così, con i due giovani amanti che finalmente possono abbracciarsi in pace (ma niente di più).
Peccato, però, che il nostro Z riemerga un paio d'anni dopo. Come dicevamo, lo hanno arrestato a Viterbo al termine di un'indagine iniziata ai primi di maggio dopo la presentazione di due denunce di molestie sessuali. Z, infatti, è accusato di aver aggredito due bambine di 11 e 13 anni, una italiana, l'altro proveniente da uno Stato membro dell'Ue. In entrambi i casi, le piccole sono state abbordate nel centro di Viterbo. Una stava tornando a casa da scuola, l'altra era nell'androne del suo palazzo. Il pakistano le ha avvicinate con la scusa di chiedere informazioni. Poi le ha ghermite e ha cominciato a palpeggiarle nelle parti intime. Per fortuna non ha potuto fare di più: in entrambe le occasioni le bimbe hanno cominciato a urlare, sono riuscite a fuggire e hanno raccontato tutto ai genitori.
Le piccole, interrogate dalla polizia, hanno descritto perfettamente Z. Poi, a inchiodarlo, sono arrivati i filmati delle telecamere di sorveglianza posizionate nelle vie in cui sono avvenute le aggressioni.
Ora, spiegano dal Viminale, «tenuto conto della gravità dei fatti, grazie al decreto sicurezza, verrà richiesta alla Commissione nazionale la revoca del permesso che comunque scade il 24 luglio 2019. Fatte salve le esigenze cautelari, il pakistano potrà essere espulso». Sempre fonti ministeriali fanno notare alcuni altri particolari interessanti. L'ordinanza che ha permesso a Z di restare in Italia «è del 5 aprile 2017: nel primo semestre di quell'anno il tribunale toscano aveva accolto l'87,5% dei ricorsi di chi non vuole lasciare l'Italia». Non solo: «È il tribunale in cui, ad agosto 2017, è stata istituita la sezione specializzata sull'immigrazione presieduta dalla dottoressa Luciana Breggia, relatrice della sentenza che ha escluso il Viminale dal giudizio sull'iscrizione anagrafica di un immigrato. La dottoressa Breggia», precisano ancora le fonti del ministero dell'Interno, «è il magistrato che ha partecipato a dibattiti con le Ong, ha presentato un libro contro i respingimenti e i porti chiusi e - in un dibattito sul tema Migranti alla frontiera dei diritti. Una questione storica-giuridica-culturale dell'8 aprile 2019 - ha sostenuto che “nessuno è clandestino sulla terra"».
Eccola, l'edificante storia di «Z la risorsa». Più chiara non potrebbe essere.
Solo un punto resta oscuro: ma se è gay e casto, perché molesta le ragazzine?
In un anno 3.900 casi di tubercolosi. Gli stranieri sono il 62% dei malati
Secondo qualcuno in Italia il ritorno di alcune malattie come tubercolosi e scabbia non sarebbe legato all'immigrazione di massa. Ed è scoppiata subito una polemica con il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Il protagonista è il direttore della Pediatria d'urgenza del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, Marcello Lanari. Al settantacinquesimo congresso nazionale dei pediatri ha sostenuto che il Decreto sicurezza ha effetti negativi sui minorenni immigrati.
La replica del ministro dell'Interno è stata molto dura: «Ovviamente nessuna legge, in Italia, mette e metterà mai in discussione il diritto alle cure sanitarie per tutti, tanto meno i minorenni. E il Decreto sicurezza è quindi citato a sproposito: gli stranieri con meno di 18 anni vanno subito in accoglienza e non possono nemmeno essere espulsi o affidati ad altri Paesi europei».
Poi Salvini ha aggiunto: «Purtroppo l'Africa non ha le stesse condizioni igienico sanitarie di casa nostra, e infatti solo nel 2017 l'Italia ha avuto circa 3.900 casi di tubercolosi, di cui oltre il 60 per cento nella popolazione straniera. Già in un rapporto del 2008 sulla tubercolosi in Italia, pubblicato sul sito del ministero della Salute, si leggeva che nonostante l'incidenza si sia ridotta negli ultimi anni, la popolazione immigrata ha ancora un rischio relativo di andare incontro a Tbc che è 10-15 volte superiore rispetto alla popolazione italiana. Spesso gli immigrati sono anche più poveri della media: è anche per questo che abbiamo bloccato gli arrivi. Per anni», ha concluso Salvini, «ci siamo portati in casa gente che non aveva la possibilità di integrarsi, lavorare e vivere nel rispetto della legge e in condizioni dignitose. Questi sono i fatti, il resto è pura polemica politica.
E infatti i dati danno ragione al ministro dell'Interno. Ecco quelli raccolti dal Sole 24 ore: nel 2016 il 62% delle nuove diagnosi di tubercolosi riguardava persone non native, mentre soli il 30% coinvolgeva gli italiani. Per il 2017, invece, i dati per l'Italia provengono dal sistema di notifica dei casi di tubercolosi del ministero della Salute e costituiscono il flusso informativo ufficiale, cui si fa riferimento per il monitoraggio dell'andamento della malattia in Italia.
Sono stati notificati 3.944 casi di tbc, che corrispondono a un'incidenza nella popolazione di 6,5/100.000 abitanti, in leggero calo rispetto agli ultimi dieci anni. «Il 66,2 per cento dei casi», però, emerge dallo studio, «si è verificato in persone di origine straniera».
Ma la coincidenza inquietante, neanche a farlo a posta, spunta da un focus dedicato, sempre dal ministero della Salute, alla regione Emilia Romagna: «La proporzione di casi in persone nate all'estero passa dal 27,9 per cento nel 1999 al 73,6 per cento nel 2016, anche se, a partire dal 2013 si osserva una diminuzione nel valore assoluto dei casi».
Da quando è cominciata l'invasione dal Mediterraneo, insomma, l'incidenza è passata dal 27,9 al 73,6 per cento. Ma il monitoraggio sottolinea anche che «a partire dall'anno 2013 si osserva un forte aumento, soprattutto nel 2016, tra i nati nel continente africano, contestualmente a un calo tra i nati in Asia e nel continente europeo».
Nonostante questi dati in Emilia Romagna ritengono che le emergenze siano altre. Non è un caso che sia la regione in cui i genitori che mandano a scuola figli non vaccinati vengono multati. Ha fatto scalpore, qualche settimana fa, il caso dell'ordinanza di Rimini che sanziona i presunti no vax. Nella stessa città, tuttavia, negli ultimi giorni si sono registrati ben tre casi ravvicinati di tbc nella stessa scuola. Colpita una bimba di 7 anni e due piccoli compagni. Tra i genitori della scuola è immediatamente scattato il panico, anche se l'Ausl ha cercato di rassicurare i cittadini sul fatto che la situazione sia sotto controllo.
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Avrebbe aggredito le piccine a Viterbo. Il tribunale di Firenze gli aveva concesso la protezione in quanto omosessuale «casto».Tubercolosi: a Rimini, nel giro di pochi giorni, tre infetti nella stessa scuola. Scoppia il panico.Lo speciale contiene due articoli.Non passa giorno senza che dalla cronaca più limacciosa emerga una edificante storia di immigrazione. Quella, orrenda, che stiamo per raccontare ha per protagonista Z, pakistano di 29 anni che lavora nell'agricoltura, arrestato dalla squadra mobile della polizia di Viterbo per aver molestato due ragazzine (poco più di bambine, in realtà) di 11 e 13 anni. La violenza, però, è solo il terribile finale della storia. Tutta questa vicenda va esaminata dall'inizio se si vuole capire quali siano i veri effetti dell'invasione migratoria che l'attuale governo ha iniziato ad arginare. Il nostro Z parte dal Pakistan nel 2012 e dopo un lungo percorso riesce a giungere in Libia. Da lì sale su un barcone e finalmente, nel 2014, approda in Italia, in Sicilia. Sceso dalla nave, viene condotto in Toscana, in un paese vicino a Piombino, e ospitato in un centro di accoglienza. Presenta subito domanda di asilo: chiede di essere riconosciuto come profugo. Purtroppo per lui, tuttavia, nel settembre del 2015 la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Firenze lo respinge. Z, secondo gli esaminatori, non è un profugo. Ovviamente, il pakistano non viene rispedito da dove è venuto, ci mancherebbe. Subito dopo il diniego decide di fare ricorso, e intanto rimane sul suolo italiano. A quanto pare, non ha nessuna intenzione di ritornare a casa propria. Ma come risolvere il problema della commissione che gli ha negato la protezione? Beh, una soluzione c'è. Al momento del secondo esame, la storia raccontata dal pakistano cambia, si fa più dettagliata, e si colora di arcobaleno. Z racconta di «aver lasciato il suo Paese in quanto picchiato e discriminato dalla comunità locale a causa della relazione omosessuale intrapresa in età adolescenziale» con un quasi coetaneo, anch'egli fuggito dal Pakistan e richiedente asilo. Davvero interessante. Scopriamo che il nostro Z è fuggito dall'Asia assieme a un altro uomo, a cui sarebbe legato. La relazione tra i due - dice Z - sarebbe iniziata nel 2008, «quando entrambi frequentavamo la scuola, nel nostro villaggio. Non abbiamo mai avuto rapporti sessuali, il nostro è un rapporto soltanto sentimentale». Già, i due pakistani sono innamorati, ma ci tengono a specificare: «Non abbiamo pensato ad avere rapporti sessuali, per una questione nostra personale». Curioso, non trovate? A che pro far mettere nero su bianco un dettaglio del genere? Forse i due uomini non vogliono fare brutta figura dichiarando di essere andati a letto insieme? In ogni caso, il racconto funziona. Nel 2017, il Tribunale di Firenze decide che, in quanto omosessuale perseguitato, Z debba ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato. Benvenuto in Italia, amico pakistano. Qui, a differenza di quanto avviene nel tuo Paese di fede islamica, gli omosessuali non sono perseguitati, anzi possono vivere in tutta libertà i loro amori. La storia potrebbe finire così, con i due giovani amanti che finalmente possono abbracciarsi in pace (ma niente di più). Peccato, però, che il nostro Z riemerga un paio d'anni dopo. Come dicevamo, lo hanno arrestato a Viterbo al termine di un'indagine iniziata ai primi di maggio dopo la presentazione di due denunce di molestie sessuali. Z, infatti, è accusato di aver aggredito due bambine di 11 e 13 anni, una italiana, l'altro proveniente da uno Stato membro dell'Ue. In entrambi i casi, le piccole sono state abbordate nel centro di Viterbo. Una stava tornando a casa da scuola, l'altra era nell'androne del suo palazzo. Il pakistano le ha avvicinate con la scusa di chiedere informazioni. Poi le ha ghermite e ha cominciato a palpeggiarle nelle parti intime. Per fortuna non ha potuto fare di più: in entrambe le occasioni le bimbe hanno cominciato a urlare, sono riuscite a fuggire e hanno raccontato tutto ai genitori. Le piccole, interrogate dalla polizia, hanno descritto perfettamente Z. Poi, a inchiodarlo, sono arrivati i filmati delle telecamere di sorveglianza posizionate nelle vie in cui sono avvenute le aggressioni. Ora, spiegano dal Viminale, «tenuto conto della gravità dei fatti, grazie al decreto sicurezza, verrà richiesta alla Commissione nazionale la revoca del permesso che comunque scade il 24 luglio 2019. Fatte salve le esigenze cautelari, il pakistano potrà essere espulso». Sempre fonti ministeriali fanno notare alcuni altri particolari interessanti. L'ordinanza che ha permesso a Z di restare in Italia «è del 5 aprile 2017: nel primo semestre di quell'anno il tribunale toscano aveva accolto l'87,5% dei ricorsi di chi non vuole lasciare l'Italia». Non solo: «È il tribunale in cui, ad agosto 2017, è stata istituita la sezione specializzata sull'immigrazione presieduta dalla dottoressa Luciana Breggia, relatrice della sentenza che ha escluso il Viminale dal giudizio sull'iscrizione anagrafica di un immigrato. La dottoressa Breggia», precisano ancora le fonti del ministero dell'Interno, «è il magistrato che ha partecipato a dibattiti con le Ong, ha presentato un libro contro i respingimenti e i porti chiusi e - in un dibattito sul tema Migranti alla frontiera dei diritti. Una questione storica-giuridica-culturale dell'8 aprile 2019 - ha sostenuto che “nessuno è clandestino sulla terra"». Eccola, l'edificante storia di «Z la risorsa». Più chiara non potrebbe essere. Solo un punto resta oscuro: ma se è gay e casto, perché molesta le ragazzine?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/molesta-due-bimbe-arrestato-pakistano-si-dichiarava-gay-e-non-lhanno-espulso-2638646091.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-un-anno-3-900-casi-di-tubercolosi-gli-stranieri-sono-il-62-dei-malati" data-post-id="2638646091" data-published-at="1770617450" data-use-pagination="False"> In un anno 3.900 casi di tubercolosi. Gli stranieri sono il 62% dei malati Secondo qualcuno in Italia il ritorno di alcune malattie come tubercolosi e scabbia non sarebbe legato all'immigrazione di massa. Ed è scoppiata subito una polemica con il ministro dell'Interno Matteo Salvini. Il protagonista è il direttore della Pediatria d'urgenza del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, Marcello Lanari. Al settantacinquesimo congresso nazionale dei pediatri ha sostenuto che il Decreto sicurezza ha effetti negativi sui minorenni immigrati. La replica del ministro dell'Interno è stata molto dura: «Ovviamente nessuna legge, in Italia, mette e metterà mai in discussione il diritto alle cure sanitarie per tutti, tanto meno i minorenni. E il Decreto sicurezza è quindi citato a sproposito: gli stranieri con meno di 18 anni vanno subito in accoglienza e non possono nemmeno essere espulsi o affidati ad altri Paesi europei». Poi Salvini ha aggiunto: «Purtroppo l'Africa non ha le stesse condizioni igienico sanitarie di casa nostra, e infatti solo nel 2017 l'Italia ha avuto circa 3.900 casi di tubercolosi, di cui oltre il 60 per cento nella popolazione straniera. Già in un rapporto del 2008 sulla tubercolosi in Italia, pubblicato sul sito del ministero della Salute, si leggeva che nonostante l'incidenza si sia ridotta negli ultimi anni, la popolazione immigrata ha ancora un rischio relativo di andare incontro a Tbc che è 10-15 volte superiore rispetto alla popolazione italiana. Spesso gli immigrati sono anche più poveri della media: è anche per questo che abbiamo bloccato gli arrivi. Per anni», ha concluso Salvini, «ci siamo portati in casa gente che non aveva la possibilità di integrarsi, lavorare e vivere nel rispetto della legge e in condizioni dignitose. Questi sono i fatti, il resto è pura polemica politica. E infatti i dati danno ragione al ministro dell'Interno. Ecco quelli raccolti dal Sole 24 ore: nel 2016 il 62% delle nuove diagnosi di tubercolosi riguardava persone non native, mentre soli il 30% coinvolgeva gli italiani. Per il 2017, invece, i dati per l'Italia provengono dal sistema di notifica dei casi di tubercolosi del ministero della Salute e costituiscono il flusso informativo ufficiale, cui si fa riferimento per il monitoraggio dell'andamento della malattia in Italia. Sono stati notificati 3.944 casi di tbc, che corrispondono a un'incidenza nella popolazione di 6,5/100.000 abitanti, in leggero calo rispetto agli ultimi dieci anni. «Il 66,2 per cento dei casi», però, emerge dallo studio, «si è verificato in persone di origine straniera». Ma la coincidenza inquietante, neanche a farlo a posta, spunta da un focus dedicato, sempre dal ministero della Salute, alla regione Emilia Romagna: «La proporzione di casi in persone nate all'estero passa dal 27,9 per cento nel 1999 al 73,6 per cento nel 2016, anche se, a partire dal 2013 si osserva una diminuzione nel valore assoluto dei casi». Da quando è cominciata l'invasione dal Mediterraneo, insomma, l'incidenza è passata dal 27,9 al 73,6 per cento. Ma il monitoraggio sottolinea anche che «a partire dall'anno 2013 si osserva un forte aumento, soprattutto nel 2016, tra i nati nel continente africano, contestualmente a un calo tra i nati in Asia e nel continente europeo». Nonostante questi dati in Emilia Romagna ritengono che le emergenze siano altre. Non è un caso che sia la regione in cui i genitori che mandano a scuola figli non vaccinati vengono multati. Ha fatto scalpore, qualche settimana fa, il caso dell'ordinanza di Rimini che sanziona i presunti no vax. Nella stessa città, tuttavia, negli ultimi giorni si sono registrati ben tre casi ravvicinati di tbc nella stessa scuola. Colpita una bimba di 7 anni e due piccoli compagni. Tra i genitori della scuola è immediatamente scattato il panico, anche se l'Ausl ha cercato di rassicurare i cittadini sul fatto che la situazione sia sotto controllo.
Gli scontri di Torino. Nel riquadro Leonardo, il picchiatore (Ansa)
Sono circa le 18 di venerdì 6 gennaio quando lo incontro fuori dell’Ex Plasharp di Milano durante un’inchiesta per il programma di Rete4, Fuori dal Coro. Ha un cappellino con la visiera che spunta dal cappuccio della felpa nera. Fuma una sigaretta e presidia il cancello dell’ex palazzetto che dalla mattina di sabato 7 gennaio è occupato abusivamente da circa 200 antagonisti in segno di protesta contro le Olimpiadi. «Tu c’eri alla manifestazione di Torino?», chiedo. «Avoglia, in prima linea!», mi risponde. Leonardo è uno tra migliaia di black block presenti alla manifestazione del 31 gennaio, a Torino, contro la chiusura del centro sociale Askatasuna che hanno assaltato le forze dell’ordine e distrutto la città durante una guerriglia urbana durata ore. «Ho preso il numero di un paio di avvocati perché io sono nel video incriminato dai movimenti di destra». «Quello del poliziotto preso a martellate?», chiedo. «Sì». Risponde lui. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare».
Il video di cui parla il ragazzo è quello dell’aggressione al poliziotto Alessandro Calista. Che nell’ultima settimana ha scosso un’intera nazione. «Io ero lì e nel video mi si vede un pochino…». Leonardo si dichiara tra i responsabili del pestaggio. Presente e lucido nel momento in cui l’agente viene accerchiato, picchiato e preso a martellate. «Tutti i “compagni” tra quelli più incazzati», spiega il picchiatore, «ovviamente vogliono fare una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato. Essere per la pace non vuol dire essere pacifisti». Insomma, gli antagonisti combattono per la pace usando la violenza. Una violenza inaudita, figlia di quella che loro chiamano la lotta, conseguenza diretta di un credo politico che fonda le sue basi sulla guerra allo Stato.
Il centro sociale Askatasuna, a seguito della manifestazione, non condanna gli scontri, ma li rivendica. Non dichiara l’intento pacifico del corteo, ma difende la violenza. Nel comunicato, firmato Askatasuna, si legge: «Se la politica chiude spazi a volte qualcuno si incazza», poi descrivono i responsabili degli scontri come «una popolazione giovane che non si rassegna a stare calma ed è pronta a tracciare un confine netto». E infatti, alla vigilia delle nuove manifestazioni di piazza a Milano contro le Olimpiadi, gli stessi che a Torino hanno condotto la guerriglia, pensano a come portare avanti la lotta, organizzando i nuovi scontri.
Leonardo mi passa il suo contatto «Signal», un’app di messaggistica non controllata, perché «domani c’è da prepararsi, si vogliono fare un paio di azioni, si vorrebbe entrare in tangenziale, se loro (gli agenti della celere, ndr.) lanciano un paio di lacrimogeni arriva la risposta da dietro, quindi bisogna essere un minimo preparati». La mattina seguente mi arriva un messaggio, è Leonardo: «Qui tutto bene, tra poco si parte». Qualche ora dopo lui è in mezzo alla guerriglia. Il corteo arriva in via Mompiani, zona Corvetto, da lì una storia che sembra ripetersi. Si schierano in migliaia. Volto coperto, occhiali, caschi e maschere antigas. Partono le bombe carta contro gli agenti della celere. Fuochi d’artificio. Fumogeni che colorano di rosso il caos. Non si vede più niente. L’aria è irrespirabile. Il rumore dei botti copre le grida dei feriti e le indicazioni, alla squadra, dei capi di polizia.
Difendono l’illegalità, odiano le forze dell’ordine, vogliono abolire lo Stato é questo l’identikit degli antagonisti in rivolta. Dietro, c’è un mondo, che si raccoglie nei centri sociali, dentro le occupazioni abusive.
«I poliziotti avevano lanciato lacrimogeni e noi, come è giusto che sia, abbiamo lanciato bottiglie contro di loro. Ci siamo fatti prendere dalla foga. Abbiamo preso un furgone e lo abbiamo spaccato tutto. A tutti stanno sul cazzo i poliziotti…Poliziotti di merda». Ci racconta fiero, proprio a Torino nel centro autogestito «Gabrio», un altro tra i partecipanti agli scontri del 31 gennaio, ora indagato.
A Palazzo Nuovo, sempre a Torino, dopo l’occupazione dell’università da parte degli antagonisti sono apparse decine di scritte sui muri dell’ateneo. «Più pirati, meno sbirri», si legge sul muro di ingresso. Dentro lo stabile le pareti sono tappezzate di frasi contro le forze dell’ordine: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove», «fuck police», «Acab fino alla morte», «spara» con il simbolo dell’anarchia, «digos boia».
In questi giorni a difendere i facinorosi di Torino e Milano sono stati i centri sociali di tutta Italia.
Sono le 13.02 di domenica 8 febbraio, sul mio cellulare appare un messaggio, «ieri m’hanno cattato.» Leonardo il giorno prima aveva preso parte al corteo di Milano, le forze dell’ordine lo hanno arrestato durante gli scontri. «Vabbè, ho risolto», mi spiega con un secondo invio in chat. Poche ore dopo Leonardo è stato rilasciato.
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Gli scontri di Milano durante la manifestazione contro le Olimpiadi (Ansa)
Non voglio evocare il periodo in cui parte della sinistra non sapeva decidere se schierarsi con le Br o con lo Stato. Però, oggi come allora, nel campo progressista c’è un ampio fronte che ancora, dinnanzi a fenomeni di criminalità e violenza politica, non è in grado di sostenere le forze dell’ordine. A parole condannano gli scontri, ma fra i compagni, quando giunge l’ora di approvare delle misure di contrasto, è un fuggi fuggi. La parola repressione è giudicata troppo forte e infatti, appena si fa cenno a provvedimenti per inasprire le pene o a strumenti per impedire che le manifestazioni si trasformino in episodi di guerriglia urbana, ecco scattare una reazione pavloviana. Ogni decisione per impedire che si mettano a ferro e fuoco le città è considerata autoritaria. Come ai tempi della legge Reale, che vietava ai manifestanti di scendere in piazza travisati con caschi o passamontagna, con chiavi inglesi o sanpietrini, a sinistra si evocano misure dittatoriali, quando invece si tratta di semplici strumenti per prevenire che i cortei si tramutino in assalti a negozi, banche e istituzioni. Come cinquant’anni fa, quando si introdussero i fermi di polizia contro i violenti, i compagni sembrano temere una deriva cilena.
Ma in che modo si fermano le bande organizzate, i gruppi che scommettono sul caos e l’anarchia se non con divieti e pene? Alla domanda precisa su quali provvedimenti prendere per impedire quanto successo a Torino o a Milano, la sola risposta che gli esponenti del Pd, di Avs e dei 5 stelle sanno fornire è che ci vogliono più poliziotti e che si devono pagare meglio, dimenticando che in passato anche loro, anzi forse proprio loro, hanno contribuito al blocco del turn over e ai tagli degli stipendi degli agenti. Ma a prescindere dalle riduzioni salariali e di organico, che cosa cambierebbe se in servizio ci fossero 10.000 agenti in più? Si potrebbe procedere ad arresti preventivi impedendo ai violenti di partecipare ai cortei? Sarebbe possibile trattenere i militanti dei centri sociali e negare l’ingresso in Italia ai black bloc stranieri? No, non sarebbe consentito e dunque più agenti non servono a nulla se poi le forze dell’ordine sono punite più dei facinorosi. Come abbiamo più volte dimostrato, l’Italia ha un numero di uomini in divisa superiore a quello di altri Paesi europei, i quali però hanno meno reati di quelli commessi a casa nostra.
Il problema dunque non è l’organico, ma le mani legate che la politica - di sinistra - e la magistratura hanno imposto a poliziotti e carabinieri. Se sono impossibili le azioni preventive e se a ogni intervento gli uomini in divisa rischiano più dei delinquenti, è evidente che l’azione preventiva e anche successiva a un reato diventa difficile.
A sinistra non piace la repressione. Agli arresti i compagni preferiscono il dialogo. Ma che dialogo ci può essere fra lo Stato e un criminale, politico o comune? Ovviamente nessuno, perché non è con la gentilezza che si fermano i reati. La sociologia, secondo cui le violenze traggono origine dalle diseguaglianze sociali, ha fallito tanto tempo fa e non sembra il caso di tornare ad applicarla. Contro i fatti di Torino, Milano e Bologna la sola reazione è data dalla legge, ma questo a sinistra faticano a capirlo. Per i progressisti è più pericoloso Andrea Pucci sul palco dell’Ariston che un black bloc in piazza a Torino o a Milano. E i risultati si vedono.
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Matteo Salvini (Ansa)
«Una volta individuati i responsabili, il ministero di Infrastrutture e Trasporti presenterà richiesta di risarcimento dei danni milionari perpetrati». La nota, durissima, arriva dal Mit e si riferisce ai «sabotaggi sincronizzati alle linee ferroviarie che hanno causato ritardi e disagi a migliaia di passeggeri per i quali è stata aperta un’inchiesta per terrorismo». Il ministero ha anche chiarito che «è pronta un’azione decisa per mettere fine a simili azioni di inammissibile gravità che creano solamente disagi a milioni di italiani».
La Digos ha consegnato alla Procura di Bologna una prima comunicazione che i magistrati stanno valutando. Il fascicolo sarà aperto contro ignoti con le ipotesi di associazione con finalità di terrorismo e attentato alla sicurezza dei trasporti. Non si hanno prove, ma i sospetti ricadono sugli anarchici. La concomitanza con l’inizio dei Giochi olimpici, infatti, fa sospettare che si possa trattare della stessa matrice degli attentati delle Olimpiadi francesi.
Per il ministro Matteo Salvini a Bologna c’è stato «un attentato premeditato da parte di chi vuol male all’Italia». La Lega ha specificato: «Troppi complici a sinistra di violenti e teppisti, sbagliato sottovalutare episodi sempre più gravi e pericolosi, qualcuno pensa alla guerriglia urbana per attaccare il governo e fermare l’Italia? La risposta sarà fermissima: tolleranza zero».
Non solo i treni, anche Milano è stata messa a ferro e fuoco in occasione dell’inizio dei Giochi. «Dopo che altri hanno tranciato i cavi della ferrovia per impedire ai treni di partire, solidarietà, ancora una volta, alle forze dell’ordine, alla città di Milano, e a tutti coloro che vedranno il loro lavoro vanificato da queste bande di delinquenti», ha commentato il presidente del consiglio Giorgia Meloni, ricordando che «migliaia e migliaia di italiani in queste ore lavorano perché tutto funzioni durante le Olimpiadi. Tantissimi lo fanno da volontari, perché vogliono che la loro nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata. Poi ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani, che manifestano “contro le Olimpiadi”, facendo finire queste immagini sulle televisioni di mezzo mondo». Severa e durissima anche la reazione del ministro della Difesa Guido Crosetto, che sui social in un lungo post ha scritto ironizzando: «Non sono pericolosi delinquenti quelli che hanno tagliati i cavi per non far partire i treni ed hanno manifestato con violenza contro le Olimpiadi. No». E poi la condanna: «Chi si comporta come ieri a Milano o la settimana scorsa a Torino non lo fa contro il governo pro tempore, lo fa contro lo Stato, la Repubblica, l’Italia. Tollerarlo significa indebolire l’Italia non la Meloni».
Sono sei le persone denunciate per gli scontri di Corvetto a Milano al termine del corteo contro le Olimpiadi. Tre uomini e tre donne. La più grande ha 51 anni, gli altri hanno tra i 25 e i 26 anni. Quattro sono milanesi, uno arrivava da Torino e un altro dalla Valle d’Aosta. Al momento sono indagati per i reati di manifestazione non autorizzata (il corteo sarebbe dovuto terminare infatti in piazzale Corvetto) e travisamento, perché i sei sarebbero tra il gruppetto che, arrivato al termine del corteo, ha indossato caschi, cappucci e passamontagna. Il gruppetto che ha lanciato razzi ad altezza uomo contro la polizia. Il gruppetto che ha scagliato pietre, bottiglie e petardi. Proseguono le indagini anche per individuare altre persone che abbiano preso parte agli scontri.
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