- Avrebbe aggredito le piccine a Viterbo. Il tribunale di Firenze gli aveva concesso la protezione in quanto omosessuale «casto».
- Tubercolosi: a Rimini, nel giro di pochi giorni, tre infetti nella stessa scuola. Scoppia il panico.
Lo speciale contiene due articoli.
Non passa giorno senza che dalla cronaca più limacciosa emerga una edificante storia di immigrazione. Quella, orrenda, che stiamo per raccontare ha per protagonista Z, pakistano di 29 anni che lavora nell’agricoltura, arrestato dalla squadra mobile della polizia di Viterbo per aver molestato due ragazzine (poco più di bambine, in realtà) di 11 e 13 anni. La violenza, però, è solo il terribile finale della storia. Tutta questa vicenda va esaminata dall’inizio se si vuole capire quali siano i veri effetti dell’invasione migratoria che l’attuale governo ha iniziato ad arginare.
Il nostro Z parte dal Pakistan nel 2012 e dopo un lungo percorso riesce a giungere in Libia. Da lì sale su un barcone e finalmente, nel 2014, approda in Italia, in Sicilia. Sceso dalla nave, viene condotto in Toscana, in un paese vicino a Piombino, e ospitato in un centro di accoglienza. Presenta subito domanda di asilo: chiede di essere riconosciuto come profugo. Purtroppo per lui, tuttavia, nel settembre del 2015 la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Firenze lo respinge. Z, secondo gli esaminatori, non è un profugo.
Ovviamente, il pakistano non viene rispedito da dove è venuto, ci mancherebbe. Subito dopo il diniego decide di fare ricorso, e intanto rimane sul suolo italiano. A quanto pare, non ha nessuna intenzione di ritornare a casa propria. Ma come risolvere il problema della commissione che gli ha negato la protezione? Beh, una soluzione c’è. Al momento del secondo esame, la storia raccontata dal pakistano cambia, si fa più dettagliata, e si colora di arcobaleno. Z racconta di «aver lasciato il suo Paese in quanto picchiato e discriminato dalla comunità locale a causa della relazione omosessuale intrapresa in età adolescenziale» con un quasi coetaneo, anch’egli fuggito dal Pakistan e richiedente asilo.
Davvero interessante. Scopriamo che il nostro Z è fuggito dall’Asia assieme a un altro uomo, a cui sarebbe legato. La relazione tra i due – dice Z – sarebbe iniziata nel 2008, «quando entrambi frequentavamo la scuola, nel nostro villaggio. Non abbiamo mai avuto rapporti sessuali, il nostro è un rapporto soltanto sentimentale». Già, i due pakistani sono innamorati, ma ci tengono a specificare: «Non abbiamo pensato ad avere rapporti sessuali, per una questione nostra personale». Curioso, non trovate? A che pro far mettere nero su bianco un dettaglio del genere? Forse i due uomini non vogliono fare brutta figura dichiarando di essere andati a letto insieme? In ogni caso, il racconto funziona. Nel 2017, il Tribunale di Firenze decide che, in quanto omosessuale perseguitato, Z debba ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato.
Benvenuto in Italia, amico pakistano. Qui, a differenza di quanto avviene nel tuo Paese di fede islamica, gli omosessuali non sono perseguitati, anzi possono vivere in tutta libertà i loro amori. La storia potrebbe finire così, con i due giovani amanti che finalmente possono abbracciarsi in pace (ma niente di più).
Peccato, però, che il nostro Z riemerga un paio d’anni dopo. Come dicevamo, lo hanno arrestato a Viterbo al termine di un’indagine iniziata ai primi di maggio dopo la presentazione di due denunce di molestie sessuali. Z, infatti, è accusato di aver aggredito due bambine di 11 e 13 anni, una italiana, l’altro proveniente da uno Stato membro dell’Ue. In entrambi i casi, le piccole sono state abbordate nel centro di Viterbo. Una stava tornando a casa da scuola, l’altra era nell’androne del suo palazzo. Il pakistano le ha avvicinate con la scusa di chiedere informazioni. Poi le ha ghermite e ha cominciato a palpeggiarle nelle parti intime. Per fortuna non ha potuto fare di più: in entrambe le occasioni le bimbe hanno cominciato a urlare, sono riuscite a fuggire e hanno raccontato tutto ai genitori.
Le piccole, interrogate dalla polizia, hanno descritto perfettamente Z. Poi, a inchiodarlo, sono arrivati i filmati delle telecamere di sorveglianza posizionate nelle vie in cui sono avvenute le aggressioni.
Ora, spiegano dal Viminale, «tenuto conto della gravità dei fatti, grazie al decreto sicurezza, verrà richiesta alla Commissione nazionale la revoca del permesso che comunque scade il 24 luglio 2019. Fatte salve le esigenze cautelari, il pakistano potrà essere espulso». Sempre fonti ministeriali fanno notare alcuni altri particolari interessanti. L’ordinanza che ha permesso a Z di restare in Italia «è del 5 aprile 2017: nel primo semestre di quell’anno il tribunale toscano aveva accolto l’87,5% dei ricorsi di chi non vuole lasciare l’Italia». Non solo: «È il tribunale in cui, ad agosto 2017, è stata istituita la sezione specializzata sull’immigrazione presieduta dalla dottoressa Luciana Breggia, relatrice della sentenza che ha escluso il Viminale dal giudizio sull’iscrizione anagrafica di un immigrato. La dottoressa Breggia», precisano ancora le fonti del ministero dell’Interno, «è il magistrato che ha partecipato a dibattiti con le Ong, ha presentato un libro contro i respingimenti e i porti chiusi e – in un dibattito sul tema Migranti alla frontiera dei diritti. Una questione storica-giuridica-culturale dell’8 aprile 2019 – ha sostenuto che “nessuno è clandestino sulla terra”».
Eccola, l’edificante storia di «Z la risorsa». Più chiara non potrebbe essere.
Solo un punto resta oscuro: ma se è gay e casto, perché molesta le ragazzine?
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