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2021-07-29
Un caso di misoginia tollerata per antirazzismo: la cultura hip hop
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Hip Hop evolution (Netflix)
Basta vedere il video di un qualsiasi rapper americano per notare una sovrabbondanza di corpi femminili sculettanti. E anche i meno avvezzi con la lingue inglese, tendendo l'orecchio, potranno comunque notare nei testi un uso smodato di termini come «bitch», «slut», «whore», parole che vogliono tutte dire più o meno la stessa cosa e cioè, per esprimerlo con un eufemismo, «prostituta».
In realtà in America in certo dibattito sull'argomento c'è da tempo, anche se pare restato confinato nelle riserve indiane dei sociologi o degli addetti ai lavori, mentre si cercherebbe invano una campagna in stile Me too che investa la cultura hip hop come fatto ad esempio con Hollywood. Gli studiosi che se ne sono occupati hanno certificato che una percentuale tra il 22 e il 37% dei testi rap contiene una certa dose di misoginia. Recentemente, un giornalista ha contato nell'album di 21 Savage & Metro Boomin, composto da sole 15 canzoni, l'occorrenza della parola «pussy» per 83 volte, mentre «bitch» viene detto 33 volte e «hoe» (altra variazione sul tema) viene pronunciato 6 volte. Inoltre, tempo fa, quando oltre 6,7 milioni di fan hanno votato una classifica dei «più grandi rapper di tutti i tempi», solo tre artiste su 100 erano donne.
Lo scenario tipico descritto in video e canzoni è composto da uomini iper mascolini, interessati ai soldi e ai beni di consumo, laddove le donne sono solo oggetto di desiderio o, per il resto, scocciatrici infide da tenere a bada con le buone o con le cattive. La studiosa Melanie Marie Lindsay ha scritto che «i video presentano le donne afroamericane come avide, disoneste, meri oggetti sessuali senza alcun rispetto per se stesse o per gli altri, compresi i bambini a loro affidati. Le donne nei video sono disprezzate dagli uomini ed esistono per portare loro piacere».
Storicamente, uno dei primi gruppi rap ad avere problemi di questo tipo fu 2 Live Crew, autore di brani come «We Want Some Pussy» («Vogliamo un po' di f...»). In questo caso, le grane furono anche giudiziarie: nel 1987 un negozio di dischi in Florida fu denunciato dalle autorità per aver venduto un album del gruppo a una quattordicenne. Per evitare conseguenze, il gruppo decise di pubblicare due versioni, una con testi censurati e l'altra con versioni esplicite. E tuttavia, l'anno seguente un altro negozio di dischi in Alabama venne denunciato per aver venduto una copia non «pulita» del disco a un poliziotto in borghese. Nella seconda stagione del documentario Netflix Hip Hop Evolution, i protagonisti raccontano quell'episodio come una cruciale battaglia per la libertà di espressione, grazie alla quale si è evitato che l'intera cultura rap finisse sotto processo. Eppure, ha scritto il magazine di sinistra Jacobin, il caso «ha finito per rafforzare e giustificare una visione patriarcale del concetto di "libertà di espressione", una visione che risulta parziale anche nel documentario». La sensibilità contemporanea, così esacerbata su questo genere di questioni, si fa timidamente sentire. Recentemente, un gruppo storico come i Wu-Tang Clan ha proposto di riscrivere i propri vecchi testi per allinearli allo spirito del Me Too (dalla misoginia ostentata alla cancel culture, insomma, senza passare per alcuna reale elaborazione del tema).
Ma come si spiega questa persistenza di tematiche misogine nella cultura hip hop? Manco a dirlo, trattandosi di una cultura in larghissima parte nera, alla fine la colpa viene data al razzismo. Lo stereotipo del «selvaggio» ipersessualizzato e promiscuo è in effetti ricorrente sin dai primi resoconti delle spedizioni coloniali. Lo schiavismo, poi, ha separato crudelmente le famiglie degli schiavi e reso spesso le donne merce a disposizione del padrone. Trattandosi di un genere con forti radici di strada, inoltre, si tende spesso a scusare la scurrilità dei testi, rinviando ai gerghi suburbani e alla necessità di incarnare determinati schemi culturali per poter emergere in contesti che mal sopportano i linguaggi arcadici. Tutte tematiche reali, ma su cui poi si innesta il meccanismo della deresponsabilizzazione permanente, come se ogni nero destinato a nascere da qui all'eternità sia incapace di svincolarsi dall'ombra lunga di questi schemi relazionali.
Non è mancato chi ha fornito spiegazioni ancora più semplicistiche e colpevolizzanti per i bianchi. Secondo Margaret Hunter, per esempio, durante gli anni Novanta i dirigenti discografici iniziarono a sollecitare gli artisti hip hop affinché scrivessero testi più violenti e offensivi, dato che in quel momento l'hip hop cominciava a rivolgersi a un pubblico prevalentemente bianco. Insomma, poiché un bianco si aspetta questo tipo di contenuti da un prodotto culturale nero, l'industria discografica avrebbe intensificato lo stereotipo, creando una sorta di pregiudizio autoavverante. Di nuovo il «razzismo sistemico» come spiegazione a qualsiasi ingiustizia. L'impressione è che, dibattiti di nicchia a parte, la caccia alle streghe femminista che si sta affermando in molti altri settori della società per il momento intenda chiudere un occhio sugli eccessi dei «fratelli neri».
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In un'epoca ossessionata dalla correttezza politica, dalle questioni di genere e dal femminismo, esiste un comparto dell'industria culturale che curiosamente pare restare immune da critiche pur essendo denso di contenuti offensivi verso donne e omosessuali: l'hip hop.Basta vedere il video di un qualsiasi rapper americano per notare una sovrabbondanza di corpi femminili sculettanti. E anche i meno avvezzi con la lingue inglese, tendendo l'orecchio, potranno comunque notare nei testi un uso smodato di termini come «bitch», «slut», «whore», parole che vogliono tutte dire più o meno la stessa cosa e cioè, per esprimerlo con un eufemismo, «prostituta». In realtà in America in certo dibattito sull'argomento c'è da tempo, anche se pare restato confinato nelle riserve indiane dei sociologi o degli addetti ai lavori, mentre si cercherebbe invano una campagna in stile Me too che investa la cultura hip hop come fatto ad esempio con Hollywood. Gli studiosi che se ne sono occupati hanno certificato che una percentuale tra il 22 e il 37% dei testi rap contiene una certa dose di misoginia. Recentemente, un giornalista ha contato nell'album di 21 Savage & Metro Boomin, composto da sole 15 canzoni, l'occorrenza della parola «pussy» per 83 volte, mentre «bitch» viene detto 33 volte e «hoe» (altra variazione sul tema) viene pronunciato 6 volte. Inoltre, tempo fa, quando oltre 6,7 milioni di fan hanno votato una classifica dei «più grandi rapper di tutti i tempi», solo tre artiste su 100 erano donne. Lo scenario tipico descritto in video e canzoni è composto da uomini iper mascolini, interessati ai soldi e ai beni di consumo, laddove le donne sono solo oggetto di desiderio o, per il resto, scocciatrici infide da tenere a bada con le buone o con le cattive. La studiosa Melanie Marie Lindsay ha scritto che «i video presentano le donne afroamericane come avide, disoneste, meri oggetti sessuali senza alcun rispetto per se stesse o per gli altri, compresi i bambini a loro affidati. Le donne nei video sono disprezzate dagli uomini ed esistono per portare loro piacere». Storicamente, uno dei primi gruppi rap ad avere problemi di questo tipo fu 2 Live Crew, autore di brani come «We Want Some Pussy» («Vogliamo un po' di f...»). In questo caso, le grane furono anche giudiziarie: nel 1987 un negozio di dischi in Florida fu denunciato dalle autorità per aver venduto un album del gruppo a una quattordicenne. Per evitare conseguenze, il gruppo decise di pubblicare due versioni, una con testi censurati e l'altra con versioni esplicite. E tuttavia, l'anno seguente un altro negozio di dischi in Alabama venne denunciato per aver venduto una copia non «pulita» del disco a un poliziotto in borghese. Nella seconda stagione del documentario Netflix Hip Hop Evolution, i protagonisti raccontano quell'episodio come una cruciale battaglia per la libertà di espressione, grazie alla quale si è evitato che l'intera cultura rap finisse sotto processo. Eppure, ha scritto il magazine di sinistra Jacobin, il caso «ha finito per rafforzare e giustificare una visione patriarcale del concetto di "libertà di espressione", una visione che risulta parziale anche nel documentario». La sensibilità contemporanea, così esacerbata su questo genere di questioni, si fa timidamente sentire. Recentemente, un gruppo storico come i Wu-Tang Clan ha proposto di riscrivere i propri vecchi testi per allinearli allo spirito del Me Too (dalla misoginia ostentata alla cancel culture, insomma, senza passare per alcuna reale elaborazione del tema). Ma come si spiega questa persistenza di tematiche misogine nella cultura hip hop? Manco a dirlo, trattandosi di una cultura in larghissima parte nera, alla fine la colpa viene data al razzismo. Lo stereotipo del «selvaggio» ipersessualizzato e promiscuo è in effetti ricorrente sin dai primi resoconti delle spedizioni coloniali. Lo schiavismo, poi, ha separato crudelmente le famiglie degli schiavi e reso spesso le donne merce a disposizione del padrone. Trattandosi di un genere con forti radici di strada, inoltre, si tende spesso a scusare la scurrilità dei testi, rinviando ai gerghi suburbani e alla necessità di incarnare determinati schemi culturali per poter emergere in contesti che mal sopportano i linguaggi arcadici. Tutte tematiche reali, ma su cui poi si innesta il meccanismo della deresponsabilizzazione permanente, come se ogni nero destinato a nascere da qui all'eternità sia incapace di svincolarsi dall'ombra lunga di questi schemi relazionali. Non è mancato chi ha fornito spiegazioni ancora più semplicistiche e colpevolizzanti per i bianchi. Secondo Margaret Hunter, per esempio, durante gli anni Novanta i dirigenti discografici iniziarono a sollecitare gli artisti hip hop affinché scrivessero testi più violenti e offensivi, dato che in quel momento l'hip hop cominciava a rivolgersi a un pubblico prevalentemente bianco. Insomma, poiché un bianco si aspetta questo tipo di contenuti da un prodotto culturale nero, l'industria discografica avrebbe intensificato lo stereotipo, creando una sorta di pregiudizio autoavverante. Di nuovo il «razzismo sistemico» come spiegazione a qualsiasi ingiustizia. L'impressione è che, dibattiti di nicchia a parte, la caccia alle streghe femminista che si sta affermando in molti altri settori della società per il momento intenda chiudere un occhio sugli eccessi dei «fratelli neri».
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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