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2018-08-13
Milioni di ragioni per cui certa Chiesa difende l’invasione
Ansa
La cifra è di tutto rispetto: il 17% degli stranieri accolti in Italia è ospitato in strutture di proprietà di 136 diocesi della Chiesa cattolica sulle 220 esistenti sparse sul territorio. Vale a dire che circa il 60% delle comunità locali guidate dai vescovi si occupa di accoglienza. Un business enorme, con almeno 22.000 immigrati che risultano ospitati nelle strutture religiose. È il grande affare dell'accoglienza, che per la Chiesa cattolica è gestito soprattutto dalla Caritas. E se quasi 5.000 profughi vengono ospitati con fondi ecclesiastici o donazioni dell'8 per mille, l'80% dei migranti è accolto a spese dei contribuenti, ossia con i famosi 35 euro al giorno per unità. Profugo vero o presunto che sia. Nell'ultimo Def, il Documento di economia e finanza, viene indicato un dato: 986 milioni sono stati dedicati alla Cei (ovviamente non tutti i fondi vengono destinati agli immigrati). Ma la cifra cresce in fretta, se si calcola anche che per l'assistenza agli stranieri e per la prima accoglienza dei profughi si spendono 1,8 miliardi di euro, dei quali una buona fetta è per la Chiesa.
E così, dalla rete della Caritas e delle diocesi, anche attraverso fondazioni e coop controllate, sono stati catturati almeno 26 bandi delle prefetture. Il tesoretto non è di poco conto. La Caritas diocesana di Bergamo, ad esempio, nel 2017 ha toccato i 17 milioni di euro per i costi sostenuti per la prima accoglienza e per altri progetti. Nel 2016 alla stessa voce i costi sostenuti erano poco più di 13 milioni. E proprio il 2016 è l'anno d'oro. Stando ai dati riportati in un servizio di Giuseppe Di Lorenzo sul Giornale, l'importo andrebbe ben oltre i 30 milioni di euro. Tra le più ricche c'è la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664.000 euro). «Un capitolo a parte», scrive Di Lorenzo, «lo merita Cremona, città che ha dato i natali a monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale di Migrantes (l'ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema». L'accoglienza cattolica fa parte del sistema dei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale attraverso i Comuni. Le strutture utilizzate sono canoniche, seminari, strutture ecclesiali ed episcopi. «La Chiesa accolga gratis i migranti», è il tormentone con cui Matteo Salvini ha invitato a ripetizione i vescovi a ospitare senza gravare sui contribuenti. E dalla Caritas hanno risposto con un progetto: «Rifugiato a casa mia». Niente fondi pubblici: costi a carico delle famiglie e delle parrocchie. Alla fine, stima la Caritas, si spende sei volte meno delle istituzioni. Ma allora chissà come la pensano a Trieste, dove l'ultimo bando della prefettura ha offerto lo scorso mese di febbraio ospitalità a 1.000 migranti per un importo annuale di 12,7 milioni di euro, assegnato a un raggruppamento guidato da Fondazione diocesana Caritas di Trieste e da coop rosse?
Le indicazioni arrivate alle Caritas diocesane dal tridente della Caritas italiana, presieduto dal cardinale Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, famoso per le sue omelie pro migranti, e dai suoi collaboratori più stretti, i vescovi Carlo Roberto Maria Redaelli (diocesi di Gorizia) e Vincenzo Orofino (dalla piccolissima diocesi lucana di Tursi Lagonegro), sul fronte dell'accoglienza hanno portato a ottimi incassi. Il direttore, che si occupa delle questioni amministrative, è don Francesco Soddu, sardo dalla lunga esperienza maturata nella Caritas di Sassari. È il sacerdote che dalle pagine del quotidiano Avvenire ha difeso a spada tratta le Ong appena i magistrati siciliani e Frontex le avevano messe sotto accusa. In squadra ci sono altri tre big: don Marino Callegari, delegato regionale del Triveneto, don Cesare Chialastri per il Lazio e don Domenico Francavilla per la Puglia. Completano la squadra Raffaele Izzo, tesoriere, e un segretario, Paolo Beccegato, che svolge anche le funzioni di vicedirettore.
È in quella sede, in via Arenula a Roma, a due passi dal ministero della Giustizia, che vengono trattate le questioni più spinose e delicate. Come le inchieste giudiziarie che sul territorio italiano coinvolgono le Caritas diocesane. Qua e là ce ne sono alcune. A Taranto, ad esempio, è stata chiusa un'inchiesta per l'accusa di peculato sulla gestione dello Sprar di Massafra (107.000 euro di fondi trasferiti dal Comune di Massafra) che coinvolge don Nino Borsci, direttore della Caritas diocesana di Taranto. Ed è lì che è stato trattato il caso di don Sergio Librizzi, ex direttore della Caritas diocesana di Trapani, condannato a nove anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di alcuni migranti che aveva accolto. Lo scorso dicembre la sentenza è stata annullata dalla Corte di Cassazione e si dovrà rifare il processo davanti ai giudici della corte di appello. Don Sergio, secondo l'accusa, chiedeva prestazioni sessuali a giovani migranti in cambio di documenti per l'ottenimento dell'asilo politico, ma intanto era socio occulto di una cooperativa che controllava in via diretta o indiretta tutti i centri di accoglienza presenti nella provincia di Trapani. Quelle indagini, come ricostruì Repubblica, hanno svelato anche una trama fra il sacerdote e il suo vescovo Francesco Micciché (poi rimosso perché si scoprì che con i soldi destinati ai bambini autistici e ai piccoli malati oncologici aveva comprato un attico di 210 metri quadri con dependance nel centro di Roma), un patto per allungare le mani sul popolo degli sbarchi. Ma nelle stanze di via Arenula non si risolvono soltanto le beghe. Oltre ai conti e alle questioni di gestione amministrativa, si stabiliscono le strategie politiche e di propaganda.
L'ultima idea partorita dall'ufficio di presidenza l'hanno chiamata «Share the journey». Si è riusciti a farne parlare anche papa Francesco, in un messaggio teso a promuovere la cultura dell'incontro. D'altra parte proprio Jorge Mario Bergoglio nel documento L'accoglienza dei migranti forzati oggi nella Chiesa in Italia, ha scritto che le migrazioni sono «un segno dei tempi» e «una sfida pastorale». Sarà. Ma da quando la Chiesa ha intensificato l'accento pro migranti, la fiducia degli italiani nel Papa pare essere diminuita: negli ultimi cinque anni la sua popolarità è scesa dall'88% al 70%, e starebbe ancora diminuendo. Gli analisti di Demos (istituto di ricerca fondato dal sociologo Ilvo Diamanti) sostengono che le sue posizioni in favore dei migranti hanno contribuito a ridurre l'indice di apprezzamento, spiegando che il trend potrebbe essere dovuto anche alla percezione di una mancata pulizia all'interno della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili.
Fabio Amendolara
Numeri e affari della Caritas Spa
Oltre 52 milioni di euro movimentati nel 2017, di cui 39 per progetti e attività in Italia e nove nel mondo. Un milione di beni e servizi materiali erogati: viveri, vestiario, prodotti per l'igiene personale, buoni pasto. Investimenti immobiliari e in titoli di Stato. Sembra il bilancio di una grande azienda. E invece è la Caritas. Il Rapporto annuale 2017 conferma che l'organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana è un grande bancomat.
Basta dare un'occhiata al rendiconto gestionale. L'ultimo disponibile è il bilancio consuntivo al 31 dicembre 2016. I dati sono molto interessanti. Ad esempio: i proventi delle offerte sono passati dai 17 milioni di euro del 2015 ai quasi 30 del 2016. E così la Conferenza episcopale italiana ha potuto ridurre un po' il suo contributo, che è passato dai 34 milioni del 2015 ai 30 del 2016. L'analisi degli oneri, poi, offre la possibilità di capire che peso abbia la Caritas italiana anche in termini di capitale umano. Dall'esterno si immagina che tutto sia sulle spalle di volontari. E invece i dipendenti sono tanti: 44 nella sola organizzazione nazionale (ai quali vanno aggiunti i dipendenti di ogni delegazione sul territorio e quelli di fondazioni e coop collegati alle singole diocesi). Tre di loro sono quadri direttivi di primo livello e quattro di secondo livello. Gli impiegati sono 37, di cui due part time. La spesa annuale per gli stipendi è stabile negli ultimi anni. E ammonta a oltre 1.800.000 euro, ai quali bisogna aggiungere oneri sociali per oltre 500.000 euro e trattamenti di fine rapporto che ogni anno si aggirano sui 130.000 euro. Anche per le collaborazioni la spesa non è da poco: lo scorso anno sono usciti dalle casse Caritas oltre 90.000 euro.
Ma come avviene il reclutamento del personale? Come in qualsiasi azienda. C'è chi arriva su segnalazione, chi per via clientelare e chi risponde agli annunci che di tanto in tanto compaiono sul web (soprattutto quelli legati a progetti specifici). La Caritas, poi, investe. Le attività finanziarie, per un totale di oltre 18 milioni di euro, sono legate soprattutto a depositi in titoli di Stato a reddito fisso, con scadenza semestrale: 1.506.000 affidati a Banca popolare etica, 3.876.000 a Etimos (un network che investe in organizzazioni e imprese che lavorano per dare risposte innovative alle grandi sfide sociali) e oltre 13 milioni a Unicredit. Nell'ufficio che si occupa di finanza in Caritas sono soddisfatti per i risultati dell'ultima annata. Soprattutto per gli investimenti con Banca popolare etica, dove alcune quote di fondi comuni denominati «Sistema valori responsabili» sono cresciuti. E il loro valore di mercato al 31 dicembre era notevolmente superiore, con quasi un milione di euro di plusvalore sull'investimento. Sugli immobili, invece, va un po' peggio. Rispetto all'anno precedente si è passati da un patrimonio netto di oltre 18 milioni di euro ai 17 milioni del 2016. La causa? Una galoppante svalutazione del mercato immobiliare. Ma la voce più imponente nel bilancio della Caritas è anche la più scontata: le offerte. Nel 2015 ammontavano a 52 milioni e nel 2016 hanno superato i 61. La Caritas è una struttura che costa poco e produce tanto. Per far funzionare la macchina, tra automezzi, spese per la telefonia, servizi postali, spese di rappresentanza, viaggi, abbonamenti e cancelleria, si spendono poco più di 200.000 euro all'anno.
Per comprendere fino in fondo il peso della Caritas italiana, però, non basta scartabellare nel bilancio dell'organizzazione nazionale. Bisogna tenere bene a mente che ci sono anche 16 diramazioni territoriali e 220 Caritas diocesane, ognuna con il proprio statuto. Ma non con i propri conti. Il loro bilancio costituisce una voce del bilancio diocesano, denominata Fondo per la carità. I singoli movimenti contabili entrano quindi analiticamente nella contabilità della diocesi, adottando il codice fiscale e l'eventuale partita Iva a essa attribuiti. E spesso le Caritas si sono trasformate nella prima forza economica di una diocesi. Sul territorio sono nati i cortocircuiti, tanto che in certi casi è possibile affermare che su alcuni temi, come l'accoglienza, è la Caritas a indirizzare le scelte del vescovo.
Fabio Amendolara
Racconto choc di una quindicenne: «Stuprata da un richiedente asilo»
Melendugno, località a pochi chilometri dalla costa salentina e dalle splendide spiagge di Torre dell'Orso, San Foca e dalla suggestiva Grotta della poesia. In una pineta da cui forse sperava di godersi lo spettacolo delle stelle cadenti, una quindicenne torinese ha invece vissuto un inferno. Nella mattinata di ieri, la ragazza ha raccontato ai carabinieri, allertati dai suoi genitori, di essere stata violentata da un richiedente asilo e poi, scioccata e in stato confusionale per via dell'alcol, di essersi addormentata in una tenda.
Gli inquirenti stanno accertando la veridicità del racconto della giovane, che era in vacanza con i genitori nel Salento. Ma nel frattempo i carabinieri del nucleo operativo di Lecce, affiancati dai colleghi di Melendugno e dal reparto per le investigazioni scientifiche, hanno denunciato a piede libero un ventiduenne originario del Gambia, che è risultato domiciliato a Roma ma privo di documenti. Ricercato anche un secondo presunto aggressore. La quindicenne è stata ricoverata all'ospedale Veris Delli Ponti di Scorrano per accertamenti clinici.
È prematuro giungere a delle conclusioni. Ma lo scenario che si va delineando è quello ormai tristemente noto. Ci sono i disperati che scappano dalla fame e dalla guerra. Sono risorse, il loro stile di vita presto sarà il nostro, come dichiarò entusiasta Laura Boldrini. O addirittura, per citare le parole del ceo, pardon, del presidente della Caritas, il cardinale Francesco Montenegro, sono Gesù stesso che «viene da noi su un barcone». Eppure i migranti che chiedono asilo e protezione umanitaria spesso e volentieri perdono la testa. Girano per strada falciando i passanti con un machete, o magari stuprano le donne. Qualcuno era arrivato addirittura ad abusare di una ottantunenne (successe lo scorso anno al Parco Nord di Cinisello Balsamo). Qualcun altro preferisce prede giovani. In fondo, è parte del celebrato «stile di vita» di diversi popoli quello di trattare le donne come oggetti di cui servirsi per soddisfare i propri impulsi sessuali. Altro che emancipazione, altro che femminismo.
In Germania, dopo l'agguato di massa a 80 ragazze avvenuto a Colonia la notte di capodanno del 2015, avevano pensato bene di prendere di petto il problema distribuendo opuscoli educativi: i manuali spiegavano agli immigrati come approcciare e, soprattutto, come non approcciare le donne. Ma, almeno stando alle statistiche secondo cui, nel 2017, i migranti avrebbero perpetrato una dozzina di aggressioni sessuali al giorno, la strategia sembra non aver funzionato. In Italia il fenomeno ha assunto contorni preoccupanti già l'estate scorsa, quando a Rimini un branco composto da due marocchini e un nigeriano (l'unico maggiorenne del gruppo) violentò una turista polacca che stava trascorrendo la notte in spiaggia con il fidanzato e una trans peruviana. Possibile che le vacanze estive, che per i più giovani significano anche primi amori e prime «tenere» esperienze, debbano rischiare di trasformarsi in un incubo? Possibile che i genitori debbano aver paura di fare uscire i propri figli dopo il tramonto? Possibile che chi chiede ospitalità in Italia poi si macchi di crimini orrendi?
Alessandro Rico
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Il 17% dei migranti sbarcati in Italia è ospitato dalle strutture ecclesiastiche. Il tutto viene finanziato soprattutto tramite i ricchi bandi delle prefetture. Numeri e affari della Caritas Spa. Dipendenti e attività: l'organo centrale della Cei fattura da solo 52 milioni, in crescita grazie all'emergenza. Ma il grosso dei bilanci si mescola a quelli delle 220 sedi diocesane. Ecco perché il suo peso influenza i vescovi. Racconto choc di una quindicenne: «Stuprata da un richiedente asilo». I carabinieri di Lecce stanno verificando il racconto della ragazza torinese in vacanza: accertamenti su un gambiano di 22 anni, denunciato a piede libero. Lo speciale comprende tre articoli. La cifra è di tutto rispetto: il 17% degli stranieri accolti in Italia è ospitato in strutture di proprietà di 136 diocesi della Chiesa cattolica sulle 220 esistenti sparse sul territorio. Vale a dire che circa il 60% delle comunità locali guidate dai vescovi si occupa di accoglienza. Un business enorme, con almeno 22.000 immigrati che risultano ospitati nelle strutture religiose. È il grande affare dell'accoglienza, che per la Chiesa cattolica è gestito soprattutto dalla Caritas. E se quasi 5.000 profughi vengono ospitati con fondi ecclesiastici o donazioni dell'8 per mille, l'80% dei migranti è accolto a spese dei contribuenti, ossia con i famosi 35 euro al giorno per unità. Profugo vero o presunto che sia. Nell'ultimo Def, il Documento di economia e finanza, viene indicato un dato: 986 milioni sono stati dedicati alla Cei (ovviamente non tutti i fondi vengono destinati agli immigrati). Ma la cifra cresce in fretta, se si calcola anche che per l'assistenza agli stranieri e per la prima accoglienza dei profughi si spendono 1,8 miliardi di euro, dei quali una buona fetta è per la Chiesa. E così, dalla rete della Caritas e delle diocesi, anche attraverso fondazioni e coop controllate, sono stati catturati almeno 26 bandi delle prefetture. Il tesoretto non è di poco conto. La Caritas diocesana di Bergamo, ad esempio, nel 2017 ha toccato i 17 milioni di euro per i costi sostenuti per la prima accoglienza e per altri progetti. Nel 2016 alla stessa voce i costi sostenuti erano poco più di 13 milioni. E proprio il 2016 è l'anno d'oro. Stando ai dati riportati in un servizio di Giuseppe Di Lorenzo sul Giornale, l'importo andrebbe ben oltre i 30 milioni di euro. Tra le più ricche c'è la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664.000 euro). «Un capitolo a parte», scrive Di Lorenzo, «lo merita Cremona, città che ha dato i natali a monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale di Migrantes (l'ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema». L'accoglienza cattolica fa parte del sistema dei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale attraverso i Comuni. Le strutture utilizzate sono canoniche, seminari, strutture ecclesiali ed episcopi. «La Chiesa accolga gratis i migranti», è il tormentone con cui Matteo Salvini ha invitato a ripetizione i vescovi a ospitare senza gravare sui contribuenti. E dalla Caritas hanno risposto con un progetto: «Rifugiato a casa mia». Niente fondi pubblici: costi a carico delle famiglie e delle parrocchie. Alla fine, stima la Caritas, si spende sei volte meno delle istituzioni. Ma allora chissà come la pensano a Trieste, dove l'ultimo bando della prefettura ha offerto lo scorso mese di febbraio ospitalità a 1.000 migranti per un importo annuale di 12,7 milioni di euro, assegnato a un raggruppamento guidato da Fondazione diocesana Caritas di Trieste e da coop rosse? Le indicazioni arrivate alle Caritas diocesane dal tridente della Caritas italiana, presieduto dal cardinale Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, famoso per le sue omelie pro migranti, e dai suoi collaboratori più stretti, i vescovi Carlo Roberto Maria Redaelli (diocesi di Gorizia) e Vincenzo Orofino (dalla piccolissima diocesi lucana di Tursi Lagonegro), sul fronte dell'accoglienza hanno portato a ottimi incassi. Il direttore, che si occupa delle questioni amministrative, è don Francesco Soddu, sardo dalla lunga esperienza maturata nella Caritas di Sassari. È il sacerdote che dalle pagine del quotidiano Avvenire ha difeso a spada tratta le Ong appena i magistrati siciliani e Frontex le avevano messe sotto accusa. In squadra ci sono altri tre big: don Marino Callegari, delegato regionale del Triveneto, don Cesare Chialastri per il Lazio e don Domenico Francavilla per la Puglia. Completano la squadra Raffaele Izzo, tesoriere, e un segretario, Paolo Beccegato, che svolge anche le funzioni di vicedirettore. È in quella sede, in via Arenula a Roma, a due passi dal ministero della Giustizia, che vengono trattate le questioni più spinose e delicate. Come le inchieste giudiziarie che sul territorio italiano coinvolgono le Caritas diocesane. Qua e là ce ne sono alcune. A Taranto, ad esempio, è stata chiusa un'inchiesta per l'accusa di peculato sulla gestione dello Sprar di Massafra (107.000 euro di fondi trasferiti dal Comune di Massafra) che coinvolge don Nino Borsci, direttore della Caritas diocesana di Taranto. Ed è lì che è stato trattato il caso di don Sergio Librizzi, ex direttore della Caritas diocesana di Trapani, condannato a nove anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di alcuni migranti che aveva accolto. Lo scorso dicembre la sentenza è stata annullata dalla Corte di Cassazione e si dovrà rifare il processo davanti ai giudici della corte di appello. Don Sergio, secondo l'accusa, chiedeva prestazioni sessuali a giovani migranti in cambio di documenti per l'ottenimento dell'asilo politico, ma intanto era socio occulto di una cooperativa che controllava in via diretta o indiretta tutti i centri di accoglienza presenti nella provincia di Trapani. Quelle indagini, come ricostruì Repubblica, hanno svelato anche una trama fra il sacerdote e il suo vescovo Francesco Micciché (poi rimosso perché si scoprì che con i soldi destinati ai bambini autistici e ai piccoli malati oncologici aveva comprato un attico di 210 metri quadri con dependance nel centro di Roma), un patto per allungare le mani sul popolo degli sbarchi. Ma nelle stanze di via Arenula non si risolvono soltanto le beghe. Oltre ai conti e alle questioni di gestione amministrativa, si stabiliscono le strategie politiche e di propaganda. L'ultima idea partorita dall'ufficio di presidenza l'hanno chiamata «Share the journey». Si è riusciti a farne parlare anche papa Francesco, in un messaggio teso a promuovere la cultura dell'incontro. D'altra parte proprio Jorge Mario Bergoglio nel documento L'accoglienza dei migranti forzati oggi nella Chiesa in Italia, ha scritto che le migrazioni sono «un segno dei tempi» e «una sfida pastorale». Sarà. Ma da quando la Chiesa ha intensificato l'accento pro migranti, la fiducia degli italiani nel Papa pare essere diminuita: negli ultimi cinque anni la sua popolarità è scesa dall'88% al 70%, e starebbe ancora diminuendo. Gli analisti di Demos (istituto di ricerca fondato dal sociologo Ilvo Diamanti) sostengono che le sue posizioni in favore dei migranti hanno contribuito a ridurre l'indice di apprezzamento, spiegando che il trend potrebbe essere dovuto anche alla percezione di una mancata pulizia all'interno della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili. Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milioni-di-ragioni-per-cui-certa-chiesa-difende-linvasione-2595191105.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="numeri-e-affari-della-caritas-spa" data-post-id="2595191105" data-published-at="1782084361" data-use-pagination="False"> Numeri e affari della Caritas Spa Oltre 52 milioni di euro movimentati nel 2017, di cui 39 per progetti e attività in Italia e nove nel mondo. Un milione di beni e servizi materiali erogati: viveri, vestiario, prodotti per l'igiene personale, buoni pasto. Investimenti immobiliari e in titoli di Stato. Sembra il bilancio di una grande azienda. E invece è la Caritas. Il Rapporto annuale 2017 conferma che l'organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana è un grande bancomat. Basta dare un'occhiata al rendiconto gestionale. L'ultimo disponibile è il bilancio consuntivo al 31 dicembre 2016. I dati sono molto interessanti. Ad esempio: i proventi delle offerte sono passati dai 17 milioni di euro del 2015 ai quasi 30 del 2016. E così la Conferenza episcopale italiana ha potuto ridurre un po' il suo contributo, che è passato dai 34 milioni del 2015 ai 30 del 2016. L'analisi degli oneri, poi, offre la possibilità di capire che peso abbia la Caritas italiana anche in termini di capitale umano. Dall'esterno si immagina che tutto sia sulle spalle di volontari. E invece i dipendenti sono tanti: 44 nella sola organizzazione nazionale (ai quali vanno aggiunti i dipendenti di ogni delegazione sul territorio e quelli di fondazioni e coop collegati alle singole diocesi). Tre di loro sono quadri direttivi di primo livello e quattro di secondo livello. Gli impiegati sono 37, di cui due part time. La spesa annuale per gli stipendi è stabile negli ultimi anni. E ammonta a oltre 1.800.000 euro, ai quali bisogna aggiungere oneri sociali per oltre 500.000 euro e trattamenti di fine rapporto che ogni anno si aggirano sui 130.000 euro. Anche per le collaborazioni la spesa non è da poco: lo scorso anno sono usciti dalle casse Caritas oltre 90.000 euro. Ma come avviene il reclutamento del personale? Come in qualsiasi azienda. C'è chi arriva su segnalazione, chi per via clientelare e chi risponde agli annunci che di tanto in tanto compaiono sul web (soprattutto quelli legati a progetti specifici). La Caritas, poi, investe. Le attività finanziarie, per un totale di oltre 18 milioni di euro, sono legate soprattutto a depositi in titoli di Stato a reddito fisso, con scadenza semestrale: 1.506.000 affidati a Banca popolare etica, 3.876.000 a Etimos (un network che investe in organizzazioni e imprese che lavorano per dare risposte innovative alle grandi sfide sociali) e oltre 13 milioni a Unicredit. Nell'ufficio che si occupa di finanza in Caritas sono soddisfatti per i risultati dell'ultima annata. Soprattutto per gli investimenti con Banca popolare etica, dove alcune quote di fondi comuni denominati «Sistema valori responsabili» sono cresciuti. E il loro valore di mercato al 31 dicembre era notevolmente superiore, con quasi un milione di euro di plusvalore sull'investimento. Sugli immobili, invece, va un po' peggio. Rispetto all'anno precedente si è passati da un patrimonio netto di oltre 18 milioni di euro ai 17 milioni del 2016. La causa? Una galoppante svalutazione del mercato immobiliare. Ma la voce più imponente nel bilancio della Caritas è anche la più scontata: le offerte. Nel 2015 ammontavano a 52 milioni e nel 2016 hanno superato i 61. La Caritas è una struttura che costa poco e produce tanto. Per far funzionare la macchina, tra automezzi, spese per la telefonia, servizi postali, spese di rappresentanza, viaggi, abbonamenti e cancelleria, si spendono poco più di 200.000 euro all'anno. Per comprendere fino in fondo il peso della Caritas italiana, però, non basta scartabellare nel bilancio dell'organizzazione nazionale. Bisogna tenere bene a mente che ci sono anche 16 diramazioni territoriali e 220 Caritas diocesane, ognuna con il proprio statuto. Ma non con i propri conti. Il loro bilancio costituisce una voce del bilancio diocesano, denominata Fondo per la carità. I singoli movimenti contabili entrano quindi analiticamente nella contabilità della diocesi, adottando il codice fiscale e l'eventuale partita Iva a essa attribuiti. E spesso le Caritas si sono trasformate nella prima forza economica di una diocesi. Sul territorio sono nati i cortocircuiti, tanto che in certi casi è possibile affermare che su alcuni temi, come l'accoglienza, è la Caritas a indirizzare le scelte del vescovo. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milioni-di-ragioni-per-cui-certa-chiesa-difende-linvasione-2595191105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="racconto-choc-di-una-quindicenne-stuprata-da-un-richiedente-asilo" data-post-id="2595191105" data-published-at="1782084361" data-use-pagination="False"> Racconto choc di una quindicenne: «Stuprata da un richiedente asilo» Melendugno, località a pochi chilometri dalla costa salentina e dalle splendide spiagge di Torre dell'Orso, San Foca e dalla suggestiva Grotta della poesia. In una pineta da cui forse sperava di godersi lo spettacolo delle stelle cadenti, una quindicenne torinese ha invece vissuto un inferno. Nella mattinata di ieri, la ragazza ha raccontato ai carabinieri, allertati dai suoi genitori, di essere stata violentata da un richiedente asilo e poi, scioccata e in stato confusionale per via dell'alcol, di essersi addormentata in una tenda. Gli inquirenti stanno accertando la veridicità del racconto della giovane, che era in vacanza con i genitori nel Salento. Ma nel frattempo i carabinieri del nucleo operativo di Lecce, affiancati dai colleghi di Melendugno e dal reparto per le investigazioni scientifiche, hanno denunciato a piede libero un ventiduenne originario del Gambia, che è risultato domiciliato a Roma ma privo di documenti. Ricercato anche un secondo presunto aggressore. La quindicenne è stata ricoverata all'ospedale Veris Delli Ponti di Scorrano per accertamenti clinici. È prematuro giungere a delle conclusioni. Ma lo scenario che si va delineando è quello ormai tristemente noto. Ci sono i disperati che scappano dalla fame e dalla guerra. Sono risorse, il loro stile di vita presto sarà il nostro, come dichiarò entusiasta Laura Boldrini. O addirittura, per citare le parole del ceo, pardon, del presidente della Caritas, il cardinale Francesco Montenegro, sono Gesù stesso che «viene da noi su un barcone». Eppure i migranti che chiedono asilo e protezione umanitaria spesso e volentieri perdono la testa. Girano per strada falciando i passanti con un machete, o magari stuprano le donne. Qualcuno era arrivato addirittura ad abusare di una ottantunenne (successe lo scorso anno al Parco Nord di Cinisello Balsamo). Qualcun altro preferisce prede giovani. In fondo, è parte del celebrato «stile di vita» di diversi popoli quello di trattare le donne come oggetti di cui servirsi per soddisfare i propri impulsi sessuali. Altro che emancipazione, altro che femminismo. In Germania, dopo l'agguato di massa a 80 ragazze avvenuto a Colonia la notte di capodanno del 2015, avevano pensato bene di prendere di petto il problema distribuendo opuscoli educativi: i manuali spiegavano agli immigrati come approcciare e, soprattutto, come non approcciare le donne. Ma, almeno stando alle statistiche secondo cui, nel 2017, i migranti avrebbero perpetrato una dozzina di aggressioni sessuali al giorno, la strategia sembra non aver funzionato. In Italia il fenomeno ha assunto contorni preoccupanti già l'estate scorsa, quando a Rimini un branco composto da due marocchini e un nigeriano (l'unico maggiorenne del gruppo) violentò una turista polacca che stava trascorrendo la notte in spiaggia con il fidanzato e una trans peruviana. Possibile che le vacanze estive, che per i più giovani significano anche primi amori e prime «tenere» esperienze, debbano rischiare di trasformarsi in un incubo? Possibile che i genitori debbano aver paura di fare uscire i propri figli dopo il tramonto? Possibile che chi chiede ospitalità in Italia poi si macchi di crimini orrendi? Alessandro Rico
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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