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2018-08-13
Milioni di ragioni per cui certa Chiesa difende l’invasione
Ansa
La cifra è di tutto rispetto: il 17% degli stranieri accolti in Italia è ospitato in strutture di proprietà di 136 diocesi della Chiesa cattolica sulle 220 esistenti sparse sul territorio. Vale a dire che circa il 60% delle comunità locali guidate dai vescovi si occupa di accoglienza. Un business enorme, con almeno 22.000 immigrati che risultano ospitati nelle strutture religiose. È il grande affare dell'accoglienza, che per la Chiesa cattolica è gestito soprattutto dalla Caritas. E se quasi 5.000 profughi vengono ospitati con fondi ecclesiastici o donazioni dell'8 per mille, l'80% dei migranti è accolto a spese dei contribuenti, ossia con i famosi 35 euro al giorno per unità. Profugo vero o presunto che sia. Nell'ultimo Def, il Documento di economia e finanza, viene indicato un dato: 986 milioni sono stati dedicati alla Cei (ovviamente non tutti i fondi vengono destinati agli immigrati). Ma la cifra cresce in fretta, se si calcola anche che per l'assistenza agli stranieri e per la prima accoglienza dei profughi si spendono 1,8 miliardi di euro, dei quali una buona fetta è per la Chiesa.
E così, dalla rete della Caritas e delle diocesi, anche attraverso fondazioni e coop controllate, sono stati catturati almeno 26 bandi delle prefetture. Il tesoretto non è di poco conto. La Caritas diocesana di Bergamo, ad esempio, nel 2017 ha toccato i 17 milioni di euro per i costi sostenuti per la prima accoglienza e per altri progetti. Nel 2016 alla stessa voce i costi sostenuti erano poco più di 13 milioni. E proprio il 2016 è l'anno d'oro. Stando ai dati riportati in un servizio di Giuseppe Di Lorenzo sul Giornale, l'importo andrebbe ben oltre i 30 milioni di euro. Tra le più ricche c'è la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664.000 euro). «Un capitolo a parte», scrive Di Lorenzo, «lo merita Cremona, città che ha dato i natali a monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale di Migrantes (l'ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema». L'accoglienza cattolica fa parte del sistema dei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale attraverso i Comuni. Le strutture utilizzate sono canoniche, seminari, strutture ecclesiali ed episcopi. «La Chiesa accolga gratis i migranti», è il tormentone con cui Matteo Salvini ha invitato a ripetizione i vescovi a ospitare senza gravare sui contribuenti. E dalla Caritas hanno risposto con un progetto: «Rifugiato a casa mia». Niente fondi pubblici: costi a carico delle famiglie e delle parrocchie. Alla fine, stima la Caritas, si spende sei volte meno delle istituzioni. Ma allora chissà come la pensano a Trieste, dove l'ultimo bando della prefettura ha offerto lo scorso mese di febbraio ospitalità a 1.000 migranti per un importo annuale di 12,7 milioni di euro, assegnato a un raggruppamento guidato da Fondazione diocesana Caritas di Trieste e da coop rosse?
Le indicazioni arrivate alle Caritas diocesane dal tridente della Caritas italiana, presieduto dal cardinale Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, famoso per le sue omelie pro migranti, e dai suoi collaboratori più stretti, i vescovi Carlo Roberto Maria Redaelli (diocesi di Gorizia) e Vincenzo Orofino (dalla piccolissima diocesi lucana di Tursi Lagonegro), sul fronte dell'accoglienza hanno portato a ottimi incassi. Il direttore, che si occupa delle questioni amministrative, è don Francesco Soddu, sardo dalla lunga esperienza maturata nella Caritas di Sassari. È il sacerdote che dalle pagine del quotidiano Avvenire ha difeso a spada tratta le Ong appena i magistrati siciliani e Frontex le avevano messe sotto accusa. In squadra ci sono altri tre big: don Marino Callegari, delegato regionale del Triveneto, don Cesare Chialastri per il Lazio e don Domenico Francavilla per la Puglia. Completano la squadra Raffaele Izzo, tesoriere, e un segretario, Paolo Beccegato, che svolge anche le funzioni di vicedirettore.
È in quella sede, in via Arenula a Roma, a due passi dal ministero della Giustizia, che vengono trattate le questioni più spinose e delicate. Come le inchieste giudiziarie che sul territorio italiano coinvolgono le Caritas diocesane. Qua e là ce ne sono alcune. A Taranto, ad esempio, è stata chiusa un'inchiesta per l'accusa di peculato sulla gestione dello Sprar di Massafra (107.000 euro di fondi trasferiti dal Comune di Massafra) che coinvolge don Nino Borsci, direttore della Caritas diocesana di Taranto. Ed è lì che è stato trattato il caso di don Sergio Librizzi, ex direttore della Caritas diocesana di Trapani, condannato a nove anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di alcuni migranti che aveva accolto. Lo scorso dicembre la sentenza è stata annullata dalla Corte di Cassazione e si dovrà rifare il processo davanti ai giudici della corte di appello. Don Sergio, secondo l'accusa, chiedeva prestazioni sessuali a giovani migranti in cambio di documenti per l'ottenimento dell'asilo politico, ma intanto era socio occulto di una cooperativa che controllava in via diretta o indiretta tutti i centri di accoglienza presenti nella provincia di Trapani. Quelle indagini, come ricostruì Repubblica, hanno svelato anche una trama fra il sacerdote e il suo vescovo Francesco Micciché (poi rimosso perché si scoprì che con i soldi destinati ai bambini autistici e ai piccoli malati oncologici aveva comprato un attico di 210 metri quadri con dependance nel centro di Roma), un patto per allungare le mani sul popolo degli sbarchi. Ma nelle stanze di via Arenula non si risolvono soltanto le beghe. Oltre ai conti e alle questioni di gestione amministrativa, si stabiliscono le strategie politiche e di propaganda.
L'ultima idea partorita dall'ufficio di presidenza l'hanno chiamata «Share the journey». Si è riusciti a farne parlare anche papa Francesco, in un messaggio teso a promuovere la cultura dell'incontro. D'altra parte proprio Jorge Mario Bergoglio nel documento L'accoglienza dei migranti forzati oggi nella Chiesa in Italia, ha scritto che le migrazioni sono «un segno dei tempi» e «una sfida pastorale». Sarà. Ma da quando la Chiesa ha intensificato l'accento pro migranti, la fiducia degli italiani nel Papa pare essere diminuita: negli ultimi cinque anni la sua popolarità è scesa dall'88% al 70%, e starebbe ancora diminuendo. Gli analisti di Demos (istituto di ricerca fondato dal sociologo Ilvo Diamanti) sostengono che le sue posizioni in favore dei migranti hanno contribuito a ridurre l'indice di apprezzamento, spiegando che il trend potrebbe essere dovuto anche alla percezione di una mancata pulizia all'interno della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili.
Fabio Amendolara
Numeri e affari della Caritas Spa
Oltre 52 milioni di euro movimentati nel 2017, di cui 39 per progetti e attività in Italia e nove nel mondo. Un milione di beni e servizi materiali erogati: viveri, vestiario, prodotti per l'igiene personale, buoni pasto. Investimenti immobiliari e in titoli di Stato. Sembra il bilancio di una grande azienda. E invece è la Caritas. Il Rapporto annuale 2017 conferma che l'organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana è un grande bancomat.
Basta dare un'occhiata al rendiconto gestionale. L'ultimo disponibile è il bilancio consuntivo al 31 dicembre 2016. I dati sono molto interessanti. Ad esempio: i proventi delle offerte sono passati dai 17 milioni di euro del 2015 ai quasi 30 del 2016. E così la Conferenza episcopale italiana ha potuto ridurre un po' il suo contributo, che è passato dai 34 milioni del 2015 ai 30 del 2016. L'analisi degli oneri, poi, offre la possibilità di capire che peso abbia la Caritas italiana anche in termini di capitale umano. Dall'esterno si immagina che tutto sia sulle spalle di volontari. E invece i dipendenti sono tanti: 44 nella sola organizzazione nazionale (ai quali vanno aggiunti i dipendenti di ogni delegazione sul territorio e quelli di fondazioni e coop collegati alle singole diocesi). Tre di loro sono quadri direttivi di primo livello e quattro di secondo livello. Gli impiegati sono 37, di cui due part time. La spesa annuale per gli stipendi è stabile negli ultimi anni. E ammonta a oltre 1.800.000 euro, ai quali bisogna aggiungere oneri sociali per oltre 500.000 euro e trattamenti di fine rapporto che ogni anno si aggirano sui 130.000 euro. Anche per le collaborazioni la spesa non è da poco: lo scorso anno sono usciti dalle casse Caritas oltre 90.000 euro.
Ma come avviene il reclutamento del personale? Come in qualsiasi azienda. C'è chi arriva su segnalazione, chi per via clientelare e chi risponde agli annunci che di tanto in tanto compaiono sul web (soprattutto quelli legati a progetti specifici). La Caritas, poi, investe. Le attività finanziarie, per un totale di oltre 18 milioni di euro, sono legate soprattutto a depositi in titoli di Stato a reddito fisso, con scadenza semestrale: 1.506.000 affidati a Banca popolare etica, 3.876.000 a Etimos (un network che investe in organizzazioni e imprese che lavorano per dare risposte innovative alle grandi sfide sociali) e oltre 13 milioni a Unicredit. Nell'ufficio che si occupa di finanza in Caritas sono soddisfatti per i risultati dell'ultima annata. Soprattutto per gli investimenti con Banca popolare etica, dove alcune quote di fondi comuni denominati «Sistema valori responsabili» sono cresciuti. E il loro valore di mercato al 31 dicembre era notevolmente superiore, con quasi un milione di euro di plusvalore sull'investimento. Sugli immobili, invece, va un po' peggio. Rispetto all'anno precedente si è passati da un patrimonio netto di oltre 18 milioni di euro ai 17 milioni del 2016. La causa? Una galoppante svalutazione del mercato immobiliare. Ma la voce più imponente nel bilancio della Caritas è anche la più scontata: le offerte. Nel 2015 ammontavano a 52 milioni e nel 2016 hanno superato i 61. La Caritas è una struttura che costa poco e produce tanto. Per far funzionare la macchina, tra automezzi, spese per la telefonia, servizi postali, spese di rappresentanza, viaggi, abbonamenti e cancelleria, si spendono poco più di 200.000 euro all'anno.
Per comprendere fino in fondo il peso della Caritas italiana, però, non basta scartabellare nel bilancio dell'organizzazione nazionale. Bisogna tenere bene a mente che ci sono anche 16 diramazioni territoriali e 220 Caritas diocesane, ognuna con il proprio statuto. Ma non con i propri conti. Il loro bilancio costituisce una voce del bilancio diocesano, denominata Fondo per la carità. I singoli movimenti contabili entrano quindi analiticamente nella contabilità della diocesi, adottando il codice fiscale e l'eventuale partita Iva a essa attribuiti. E spesso le Caritas si sono trasformate nella prima forza economica di una diocesi. Sul territorio sono nati i cortocircuiti, tanto che in certi casi è possibile affermare che su alcuni temi, come l'accoglienza, è la Caritas a indirizzare le scelte del vescovo.
Fabio Amendolara
Racconto choc di una quindicenne: «Stuprata da un richiedente asilo»
Melendugno, località a pochi chilometri dalla costa salentina e dalle splendide spiagge di Torre dell'Orso, San Foca e dalla suggestiva Grotta della poesia. In una pineta da cui forse sperava di godersi lo spettacolo delle stelle cadenti, una quindicenne torinese ha invece vissuto un inferno. Nella mattinata di ieri, la ragazza ha raccontato ai carabinieri, allertati dai suoi genitori, di essere stata violentata da un richiedente asilo e poi, scioccata e in stato confusionale per via dell'alcol, di essersi addormentata in una tenda.
Gli inquirenti stanno accertando la veridicità del racconto della giovane, che era in vacanza con i genitori nel Salento. Ma nel frattempo i carabinieri del nucleo operativo di Lecce, affiancati dai colleghi di Melendugno e dal reparto per le investigazioni scientifiche, hanno denunciato a piede libero un ventiduenne originario del Gambia, che è risultato domiciliato a Roma ma privo di documenti. Ricercato anche un secondo presunto aggressore. La quindicenne è stata ricoverata all'ospedale Veris Delli Ponti di Scorrano per accertamenti clinici.
È prematuro giungere a delle conclusioni. Ma lo scenario che si va delineando è quello ormai tristemente noto. Ci sono i disperati che scappano dalla fame e dalla guerra. Sono risorse, il loro stile di vita presto sarà il nostro, come dichiarò entusiasta Laura Boldrini. O addirittura, per citare le parole del ceo, pardon, del presidente della Caritas, il cardinale Francesco Montenegro, sono Gesù stesso che «viene da noi su un barcone». Eppure i migranti che chiedono asilo e protezione umanitaria spesso e volentieri perdono la testa. Girano per strada falciando i passanti con un machete, o magari stuprano le donne. Qualcuno era arrivato addirittura ad abusare di una ottantunenne (successe lo scorso anno al Parco Nord di Cinisello Balsamo). Qualcun altro preferisce prede giovani. In fondo, è parte del celebrato «stile di vita» di diversi popoli quello di trattare le donne come oggetti di cui servirsi per soddisfare i propri impulsi sessuali. Altro che emancipazione, altro che femminismo.
In Germania, dopo l'agguato di massa a 80 ragazze avvenuto a Colonia la notte di capodanno del 2015, avevano pensato bene di prendere di petto il problema distribuendo opuscoli educativi: i manuali spiegavano agli immigrati come approcciare e, soprattutto, come non approcciare le donne. Ma, almeno stando alle statistiche secondo cui, nel 2017, i migranti avrebbero perpetrato una dozzina di aggressioni sessuali al giorno, la strategia sembra non aver funzionato. In Italia il fenomeno ha assunto contorni preoccupanti già l'estate scorsa, quando a Rimini un branco composto da due marocchini e un nigeriano (l'unico maggiorenne del gruppo) violentò una turista polacca che stava trascorrendo la notte in spiaggia con il fidanzato e una trans peruviana. Possibile che le vacanze estive, che per i più giovani significano anche primi amori e prime «tenere» esperienze, debbano rischiare di trasformarsi in un incubo? Possibile che i genitori debbano aver paura di fare uscire i propri figli dopo il tramonto? Possibile che chi chiede ospitalità in Italia poi si macchi di crimini orrendi?
Alessandro Rico
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Il 17% dei migranti sbarcati in Italia è ospitato dalle strutture ecclesiastiche. Il tutto viene finanziato soprattutto tramite i ricchi bandi delle prefetture. Numeri e affari della Caritas Spa. Dipendenti e attività: l'organo centrale della Cei fattura da solo 52 milioni, in crescita grazie all'emergenza. Ma il grosso dei bilanci si mescola a quelli delle 220 sedi diocesane. Ecco perché il suo peso influenza i vescovi. Racconto choc di una quindicenne: «Stuprata da un richiedente asilo». I carabinieri di Lecce stanno verificando il racconto della ragazza torinese in vacanza: accertamenti su un gambiano di 22 anni, denunciato a piede libero. Lo speciale comprende tre articoli. La cifra è di tutto rispetto: il 17% degli stranieri accolti in Italia è ospitato in strutture di proprietà di 136 diocesi della Chiesa cattolica sulle 220 esistenti sparse sul territorio. Vale a dire che circa il 60% delle comunità locali guidate dai vescovi si occupa di accoglienza. Un business enorme, con almeno 22.000 immigrati che risultano ospitati nelle strutture religiose. È il grande affare dell'accoglienza, che per la Chiesa cattolica è gestito soprattutto dalla Caritas. E se quasi 5.000 profughi vengono ospitati con fondi ecclesiastici o donazioni dell'8 per mille, l'80% dei migranti è accolto a spese dei contribuenti, ossia con i famosi 35 euro al giorno per unità. Profugo vero o presunto che sia. Nell'ultimo Def, il Documento di economia e finanza, viene indicato un dato: 986 milioni sono stati dedicati alla Cei (ovviamente non tutti i fondi vengono destinati agli immigrati). Ma la cifra cresce in fretta, se si calcola anche che per l'assistenza agli stranieri e per la prima accoglienza dei profughi si spendono 1,8 miliardi di euro, dei quali una buona fetta è per la Chiesa. E così, dalla rete della Caritas e delle diocesi, anche attraverso fondazioni e coop controllate, sono stati catturati almeno 26 bandi delle prefetture. Il tesoretto non è di poco conto. La Caritas diocesana di Bergamo, ad esempio, nel 2017 ha toccato i 17 milioni di euro per i costi sostenuti per la prima accoglienza e per altri progetti. Nel 2016 alla stessa voce i costi sostenuti erano poco più di 13 milioni. E proprio il 2016 è l'anno d'oro. Stando ai dati riportati in un servizio di Giuseppe Di Lorenzo sul Giornale, l'importo andrebbe ben oltre i 30 milioni di euro. Tra le più ricche c'è la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664.000 euro). «Un capitolo a parte», scrive Di Lorenzo, «lo merita Cremona, città che ha dato i natali a monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale di Migrantes (l'ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema». L'accoglienza cattolica fa parte del sistema dei Cas, i Centri di accoglienza straordinaria, e per il 16% è entrata nel sistema Sprar gestito dal Viminale attraverso i Comuni. Le strutture utilizzate sono canoniche, seminari, strutture ecclesiali ed episcopi. «La Chiesa accolga gratis i migranti», è il tormentone con cui Matteo Salvini ha invitato a ripetizione i vescovi a ospitare senza gravare sui contribuenti. E dalla Caritas hanno risposto con un progetto: «Rifugiato a casa mia». Niente fondi pubblici: costi a carico delle famiglie e delle parrocchie. Alla fine, stima la Caritas, si spende sei volte meno delle istituzioni. Ma allora chissà come la pensano a Trieste, dove l'ultimo bando della prefettura ha offerto lo scorso mese di febbraio ospitalità a 1.000 migranti per un importo annuale di 12,7 milioni di euro, assegnato a un raggruppamento guidato da Fondazione diocesana Caritas di Trieste e da coop rosse? Le indicazioni arrivate alle Caritas diocesane dal tridente della Caritas italiana, presieduto dal cardinale Francesco Montenegro, vescovo di Agrigento, famoso per le sue omelie pro migranti, e dai suoi collaboratori più stretti, i vescovi Carlo Roberto Maria Redaelli (diocesi di Gorizia) e Vincenzo Orofino (dalla piccolissima diocesi lucana di Tursi Lagonegro), sul fronte dell'accoglienza hanno portato a ottimi incassi. Il direttore, che si occupa delle questioni amministrative, è don Francesco Soddu, sardo dalla lunga esperienza maturata nella Caritas di Sassari. È il sacerdote che dalle pagine del quotidiano Avvenire ha difeso a spada tratta le Ong appena i magistrati siciliani e Frontex le avevano messe sotto accusa. In squadra ci sono altri tre big: don Marino Callegari, delegato regionale del Triveneto, don Cesare Chialastri per il Lazio e don Domenico Francavilla per la Puglia. Completano la squadra Raffaele Izzo, tesoriere, e un segretario, Paolo Beccegato, che svolge anche le funzioni di vicedirettore. È in quella sede, in via Arenula a Roma, a due passi dal ministero della Giustizia, che vengono trattate le questioni più spinose e delicate. Come le inchieste giudiziarie che sul territorio italiano coinvolgono le Caritas diocesane. Qua e là ce ne sono alcune. A Taranto, ad esempio, è stata chiusa un'inchiesta per l'accusa di peculato sulla gestione dello Sprar di Massafra (107.000 euro di fondi trasferiti dal Comune di Massafra) che coinvolge don Nino Borsci, direttore della Caritas diocesana di Taranto. Ed è lì che è stato trattato il caso di don Sergio Librizzi, ex direttore della Caritas diocesana di Trapani, condannato a nove anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di alcuni migranti che aveva accolto. Lo scorso dicembre la sentenza è stata annullata dalla Corte di Cassazione e si dovrà rifare il processo davanti ai giudici della corte di appello. Don Sergio, secondo l'accusa, chiedeva prestazioni sessuali a giovani migranti in cambio di documenti per l'ottenimento dell'asilo politico, ma intanto era socio occulto di una cooperativa che controllava in via diretta o indiretta tutti i centri di accoglienza presenti nella provincia di Trapani. Quelle indagini, come ricostruì Repubblica, hanno svelato anche una trama fra il sacerdote e il suo vescovo Francesco Micciché (poi rimosso perché si scoprì che con i soldi destinati ai bambini autistici e ai piccoli malati oncologici aveva comprato un attico di 210 metri quadri con dependance nel centro di Roma), un patto per allungare le mani sul popolo degli sbarchi. Ma nelle stanze di via Arenula non si risolvono soltanto le beghe. Oltre ai conti e alle questioni di gestione amministrativa, si stabiliscono le strategie politiche e di propaganda. L'ultima idea partorita dall'ufficio di presidenza l'hanno chiamata «Share the journey». Si è riusciti a farne parlare anche papa Francesco, in un messaggio teso a promuovere la cultura dell'incontro. D'altra parte proprio Jorge Mario Bergoglio nel documento L'accoglienza dei migranti forzati oggi nella Chiesa in Italia, ha scritto che le migrazioni sono «un segno dei tempi» e «una sfida pastorale». Sarà. Ma da quando la Chiesa ha intensificato l'accento pro migranti, la fiducia degli italiani nel Papa pare essere diminuita: negli ultimi cinque anni la sua popolarità è scesa dall'88% al 70%, e starebbe ancora diminuendo. Gli analisti di Demos (istituto di ricerca fondato dal sociologo Ilvo Diamanti) sostengono che le sue posizioni in favore dei migranti hanno contribuito a ridurre l'indice di apprezzamento, spiegando che il trend potrebbe essere dovuto anche alla percezione di una mancata pulizia all'interno della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili. Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milioni-di-ragioni-per-cui-certa-chiesa-difende-linvasione-2595191105.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="numeri-e-affari-della-caritas-spa" data-post-id="2595191105" data-published-at="1780435934" data-use-pagination="False"> Numeri e affari della Caritas Spa Oltre 52 milioni di euro movimentati nel 2017, di cui 39 per progetti e attività in Italia e nove nel mondo. Un milione di beni e servizi materiali erogati: viveri, vestiario, prodotti per l'igiene personale, buoni pasto. Investimenti immobiliari e in titoli di Stato. Sembra il bilancio di una grande azienda. E invece è la Caritas. Il Rapporto annuale 2017 conferma che l'organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana è un grande bancomat. Basta dare un'occhiata al rendiconto gestionale. L'ultimo disponibile è il bilancio consuntivo al 31 dicembre 2016. I dati sono molto interessanti. Ad esempio: i proventi delle offerte sono passati dai 17 milioni di euro del 2015 ai quasi 30 del 2016. E così la Conferenza episcopale italiana ha potuto ridurre un po' il suo contributo, che è passato dai 34 milioni del 2015 ai 30 del 2016. L'analisi degli oneri, poi, offre la possibilità di capire che peso abbia la Caritas italiana anche in termini di capitale umano. Dall'esterno si immagina che tutto sia sulle spalle di volontari. E invece i dipendenti sono tanti: 44 nella sola organizzazione nazionale (ai quali vanno aggiunti i dipendenti di ogni delegazione sul territorio e quelli di fondazioni e coop collegati alle singole diocesi). Tre di loro sono quadri direttivi di primo livello e quattro di secondo livello. Gli impiegati sono 37, di cui due part time. La spesa annuale per gli stipendi è stabile negli ultimi anni. E ammonta a oltre 1.800.000 euro, ai quali bisogna aggiungere oneri sociali per oltre 500.000 euro e trattamenti di fine rapporto che ogni anno si aggirano sui 130.000 euro. Anche per le collaborazioni la spesa non è da poco: lo scorso anno sono usciti dalle casse Caritas oltre 90.000 euro. Ma come avviene il reclutamento del personale? Come in qualsiasi azienda. C'è chi arriva su segnalazione, chi per via clientelare e chi risponde agli annunci che di tanto in tanto compaiono sul web (soprattutto quelli legati a progetti specifici). La Caritas, poi, investe. Le attività finanziarie, per un totale di oltre 18 milioni di euro, sono legate soprattutto a depositi in titoli di Stato a reddito fisso, con scadenza semestrale: 1.506.000 affidati a Banca popolare etica, 3.876.000 a Etimos (un network che investe in organizzazioni e imprese che lavorano per dare risposte innovative alle grandi sfide sociali) e oltre 13 milioni a Unicredit. Nell'ufficio che si occupa di finanza in Caritas sono soddisfatti per i risultati dell'ultima annata. Soprattutto per gli investimenti con Banca popolare etica, dove alcune quote di fondi comuni denominati «Sistema valori responsabili» sono cresciuti. E il loro valore di mercato al 31 dicembre era notevolmente superiore, con quasi un milione di euro di plusvalore sull'investimento. Sugli immobili, invece, va un po' peggio. Rispetto all'anno precedente si è passati da un patrimonio netto di oltre 18 milioni di euro ai 17 milioni del 2016. La causa? Una galoppante svalutazione del mercato immobiliare. Ma la voce più imponente nel bilancio della Caritas è anche la più scontata: le offerte. Nel 2015 ammontavano a 52 milioni e nel 2016 hanno superato i 61. La Caritas è una struttura che costa poco e produce tanto. Per far funzionare la macchina, tra automezzi, spese per la telefonia, servizi postali, spese di rappresentanza, viaggi, abbonamenti e cancelleria, si spendono poco più di 200.000 euro all'anno. Per comprendere fino in fondo il peso della Caritas italiana, però, non basta scartabellare nel bilancio dell'organizzazione nazionale. Bisogna tenere bene a mente che ci sono anche 16 diramazioni territoriali e 220 Caritas diocesane, ognuna con il proprio statuto. Ma non con i propri conti. Il loro bilancio costituisce una voce del bilancio diocesano, denominata Fondo per la carità. I singoli movimenti contabili entrano quindi analiticamente nella contabilità della diocesi, adottando il codice fiscale e l'eventuale partita Iva a essa attribuiti. E spesso le Caritas si sono trasformate nella prima forza economica di una diocesi. Sul territorio sono nati i cortocircuiti, tanto che in certi casi è possibile affermare che su alcuni temi, come l'accoglienza, è la Caritas a indirizzare le scelte del vescovo. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/milioni-di-ragioni-per-cui-certa-chiesa-difende-linvasione-2595191105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="racconto-choc-di-una-quindicenne-stuprata-da-un-richiedente-asilo" data-post-id="2595191105" data-published-at="1780435934" data-use-pagination="False"> Racconto choc di una quindicenne: «Stuprata da un richiedente asilo» Melendugno, località a pochi chilometri dalla costa salentina e dalle splendide spiagge di Torre dell'Orso, San Foca e dalla suggestiva Grotta della poesia. In una pineta da cui forse sperava di godersi lo spettacolo delle stelle cadenti, una quindicenne torinese ha invece vissuto un inferno. Nella mattinata di ieri, la ragazza ha raccontato ai carabinieri, allertati dai suoi genitori, di essere stata violentata da un richiedente asilo e poi, scioccata e in stato confusionale per via dell'alcol, di essersi addormentata in una tenda. Gli inquirenti stanno accertando la veridicità del racconto della giovane, che era in vacanza con i genitori nel Salento. Ma nel frattempo i carabinieri del nucleo operativo di Lecce, affiancati dai colleghi di Melendugno e dal reparto per le investigazioni scientifiche, hanno denunciato a piede libero un ventiduenne originario del Gambia, che è risultato domiciliato a Roma ma privo di documenti. Ricercato anche un secondo presunto aggressore. La quindicenne è stata ricoverata all'ospedale Veris Delli Ponti di Scorrano per accertamenti clinici. È prematuro giungere a delle conclusioni. Ma lo scenario che si va delineando è quello ormai tristemente noto. Ci sono i disperati che scappano dalla fame e dalla guerra. Sono risorse, il loro stile di vita presto sarà il nostro, come dichiarò entusiasta Laura Boldrini. O addirittura, per citare le parole del ceo, pardon, del presidente della Caritas, il cardinale Francesco Montenegro, sono Gesù stesso che «viene da noi su un barcone». Eppure i migranti che chiedono asilo e protezione umanitaria spesso e volentieri perdono la testa. Girano per strada falciando i passanti con un machete, o magari stuprano le donne. Qualcuno era arrivato addirittura ad abusare di una ottantunenne (successe lo scorso anno al Parco Nord di Cinisello Balsamo). Qualcun altro preferisce prede giovani. In fondo, è parte del celebrato «stile di vita» di diversi popoli quello di trattare le donne come oggetti di cui servirsi per soddisfare i propri impulsi sessuali. Altro che emancipazione, altro che femminismo. In Germania, dopo l'agguato di massa a 80 ragazze avvenuto a Colonia la notte di capodanno del 2015, avevano pensato bene di prendere di petto il problema distribuendo opuscoli educativi: i manuali spiegavano agli immigrati come approcciare e, soprattutto, come non approcciare le donne. Ma, almeno stando alle statistiche secondo cui, nel 2017, i migranti avrebbero perpetrato una dozzina di aggressioni sessuali al giorno, la strategia sembra non aver funzionato. In Italia il fenomeno ha assunto contorni preoccupanti già l'estate scorsa, quando a Rimini un branco composto da due marocchini e un nigeriano (l'unico maggiorenne del gruppo) violentò una turista polacca che stava trascorrendo la notte in spiaggia con il fidanzato e una trans peruviana. Possibile che le vacanze estive, che per i più giovani significano anche primi amori e prime «tenere» esperienze, debbano rischiare di trasformarsi in un incubo? Possibile che i genitori debbano aver paura di fare uscire i propri figli dopo il tramonto? Possibile che chi chiede ospitalità in Italia poi si macchi di crimini orrendi? Alessandro Rico
I protagonisti di quello che sta per accadere prendono posto sugli spalti, che nel frattempo si sono trasformati in un golfo mistico. In pochi minuti, 459 cori provenienti da tutta Italia si sciolgono e ne formano uno enorme. Per essere precisi, bisogna contare anche 696 cantori «freelance» e 116 bambini. Il totale fa 3.546 voci e 7.092 occhi puntati verso il palcoscenico, nell’attesa che compaia Riccardo Muti. Tutti - dai 6 anni di Carlotta (da Cagliari) ai 93 di Benito (da Budrio, nel Bolognese) - sono qui per il Maestro, che ha concesso il bis dopo il successo della prima edizione di Cantare amantis est dell’anno scorso (uno degli eventi più visionari del Ravenna Festival, nato dall’intuizione di Cristina Mazzavillani e oggi sotto la guida di Anna Leonardi). Dal coro del Conservatorio di Trieste a quello degli Stonati di Bologna qualche professionista si è imbucato, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di amatori in purezza, alla maniera di Agostino (il motto «Cantare è proprio di chi ama» porta la firma del santo d’Ippona).
Pronti, via, si inizia a lavorare (altro che ponte del 2 giugno!) su un gioiello di apparente semplicità: l’Ave Verum Corpus di Wolfgang Amadeus Mozart (dedicato a un martire della libertà come don Giovanni Minzoni). I coristi hanno in mano uno spartito di due paginette. Sono 46 battute per quattro minuti scarsi di musica. Eppure, quel breve mottetto, spiega Muti, «è una delle pagine piovute su Mozart dal cielo (era il 18 giugno del 1791, ndr), qualche mese prima di morire». Un regalo del compositore alla minuscola parrocchia di Baden per la festa del Corpus Domini, mentre la moglie Constanze, incinta, veniva assistita. «Bravissimi», sottolinea il direttore d’orchestra, «senza che vi dicessi nulla, l’avete cantato con amore. Adesso però cerchiamo l’infinito tra le note». Il Maestro si siede al pianoforte e in un istante quei suoni appena accennati acquistano un significato nuovo che, col senno di poi, era lampante fin dall’inizio.
La breve introduzione orchestrale? «Non è un caso che punti verso l’alto. È un’ascensione: dalla Terra al cospetto di Cristo». Ave verum Corpus. Vi siete accorti che Mozart decide di ripetere due volte “Ave”? La seconda dev’essere più piano. Bisogna ritirarsi, come se avessimo osato troppo». Natum de Maria Virgine. «Qui la tonalità è stabile, ferma, la musica afferma una sicurezza». Vere passum, immolatum in cruce pro homine. «Ascoltate questo intervallo: esprime il dolore di chi patì per gli uomini. Le avvertite queste dissonanze? Sono i chiodi della croce». Cujus latus perforatum. «A livello tonale, dovreste percepire una virata, come se osservassimo una parte del corpo di Cristo». Dal costato sgorgarono sangue e acqua. «Dopo aver sottolineato la sofferenza di Gesù, da questo punto - Esto nobis praegustatum in mortis examine - il genio di Mozart abbandona le quattro parti che cantano insieme, verticalmente. Il coro si sdoppia, si allarga all’umanità perché “tutti noi” possiamo “gustare il Paradiso nell’ora della morte”. Certo, sarebbe bello se fosse così semplice. Quando il compositore affronta per la prima volta questa verità spunta una cadenza evitata. È il dubbio che si insinua ancora, ma poi lascia spazio alla certezza». Parole che acquisiscono un altro peso quando il Maestro chiede che l’ultima esecuzione diventi un omaggio a Riccardo Minghetti, morto a 16 anni nel tragico rogo di Crans-Montana. Il padre Massimo - rivela Muti - è parte di questo popolo che canta e, «davanti a una tragedia immane, ha trovato conforto nella musica».
Gli stessi enigmi insondabili emergeranno poco dopo nel Requiem di Giuseppe Verdi. Nella mattinata della Festa della Repubblica, però, un ripasso dell’Inno di Mameli era d’obbligo. E quindi: «Alzino le mani quelli che son davvero “pronti alla morte”?». Gelo. «Lo sapevo: bisogna cambiare il testo!». Risate liberatorie. Se l’anno scorso le fatiche della leggendaria bacchetta si erano concentrate nella lotta per espungere il «Sì!» dal finale, oggi la raccomandazione del direttore è una lezione di vita: «Non frantumate mai la frase, non sillabate! Va sempre condotta nella sua arcata. Serve nobiltà. Non siamo il Paese delle marcette!». Ma Muti ne ha anche per il Palazzo: «Cari politici, l’inno dev’essere cantato da una moltitudine, non da una persona sola. Cos’è questa moda, copiata dagli americani?». Ovazione. Poteva finire lì, ma dopo qualche ora su 3.546 smartphone iniziano a rimbalzare le immagini di Andrea Bocelli che intona Fratelli d’Italia ai Fori imperiali, solissimo, davanti alle più alte cariche dello Stato. «Non voglio prendermela con il cantante, ma le autorità restituiscano l’inno agli italiani!».
Dai melismi di Casta Diva di Bellini - «un altro tipo di preghiera, alla Luna» - al timore delle schiere dei cherubini che leva il fiato nel Mefistofele di Boito, Muti non si stanca di sporcarsi le mani con i suoi amati «dilettanti» ed è un vulcano di insegnamenti e di domande esistenziali. «Il Requiem di Brahms è una consolazione. In Verdi prevale il punto interrogativo: “Mi salverai, Signore?”». Nell’ora dell’arrivederci, l’ultimo (infinito) rito è l’autografo per tutti i partecipanti. «Iniziando con l’Ave Verum mozartiano e finendo con Verdi il nostro messaggio di cultura, spiritualità e pace l’abbiamo inviato. Ci rivedremo l’anno prossimo? Porta patet sed cor magis. La porta è aperta, ma il cuore ancora di più».
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Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Papa Leone XIII dal 1878 al 1903 (Getty Images)
Com’era prevedibile, non è passata inosservata, negli organi di stampa, la parte dell’enciclica Magnifica humanitas nella quale papa Leone XIV, a nome della Chiesa, chiede perdono per l’asserito «ritardo con cui la Chiesa e la società hanno condannato il flagello della schiavitù», essendosi dovuto attendere - egli afferma - «il XIX secolo per trovare una condanna formale, assoluta e universale della schiavitù, in particolare con Leone XIII». Il Messaggero di Roma e Famiglia cristiana, in particolare, hanno messo in luce come il Papa abbia soprattutto inteso porre in guardia contro il pericolo di una nuova forma di schiavitù derivante da un uso improprio e non controllato dell’intelligenza artificiale. Sul che, in effetti, non si può che concordare. Lascia però perplessi la ritenuta opportunità di rivangare, nell’enciclica, per sottoporlo a condanna, l’atteggiamento avuto dalla Chiesa, nei secoli passati, nei confronti della schiavitù, quasi che, altrimenti, la segnalazione del pericolo attuale di una nuova schiavitù - ben diversa, comunque, dall’antica - fosse destinata a perdere efficacia. E ancor più perplessi lascia l’assolutezza di detta condanna, basata soltanto sul richiamo, nella nota n. 174, alle due bolle pontificie del papa Eugenio IV Sicut dudum del 13 gennaio 1435 ed Etsi suscepti del 9 gennaio 1442, e alle altre due del papa Niccolò V Dum diversas del 18 giugno 1452 e Romanus Pontifex dell’8 gennaio 1455.
Richiamo, quello ora detto, da riguardarsi, peraltro, come non del tutto felice, per cui sarebbe forse bene che il papa ne individuasse il responsabile e gli tirasse un po’ le orecchie. La prima, infatti, delle suddette bolle, riguardante le isole Canarie, allora venute da poco in possesso della Spagna, lungi dal minimamente giustificare la schiavitù alla quale gli originari abitanti erano stati sottoposti, imponeva, invece, sotto pena di scomunica, di farla immediatamente cessare, vietandola anche per il futuro. Il che, peraltro, era già stato stabilito - senza gran successo - dallo stesso papa Eugenio IV con la precedente bolla Regimini gregis del 29 settembre 1434 e fu poi ribadito, sempre con riguardo alle popolazioni delle isole Canarie, dal papa Pio II con la bolla Pastor bonus del 7 ottobre 1462. Quanto, poi, alle altre bolle citate nella nota summenzionata, soltanto le due del papa Niccolò V presentano specifica attinenza alla questione della schiavitù, in quanto effettivamente conferivano al re di Portogallo Alfonso V il diritto esclusivo non solo di acquisire il controllo dei territori dell’Africa sub sahariana che si affacciano sull’Atlantico, ma anche di ridurre in «perpetua servitù» saraceni, pagani e altri «infedeli» che li abitavano.
Risulta, però, incredibilmente e inspiegabilmente passato sotto silenzio il fatto che la schiavitù, con particolare riferimento alle popolazioni delle Americhe, fu poi ripetutamente condannata, in modo assoluto e sempre sotto pena di scomunica, dai pontefici Paolo III, Urbano VIII e Benedetto XIV rispettivamente con la bolla Sublimis Deus (o Veritas ipsa) del 2 giugno 1537 e con i brevi Commissum nobis del 22 aprile 1639 e Immensa pastorum del 20 dicembre 1741. Di particolare interesse appare la motivazione della Sublimis Deus, essenzialmente basata sul rilievo che Gesù Cristo aveva dato mandato agli apostoli di predicare il vangelo a tutti i popoli della terra, senza eccezione, ritenendoli quindi tutti capaci di ricevere il dono della fede, e che veniva dal Demonio, nemico del genere umano, l’idea che di quella capacità fossero privi, per loro natura, gli abitanti delle Americhe, tanto da poter essere sottoposti a schiavitù. Da ricordare, inoltre, la bolla Cum sicuti di Gregorio XIV, del 18 aprile 1591, con la quale, in linea con la Sublimis Deus, si vietava la riduzione in schiavitù delle popolazioni delle isole Filippine, recentemente venute in possesso della corona spagnola.
Il fatto che, nei documenti anzidetti, non si parlasse della schiavitù con riguardo alle popolazioni africane facilmente si spiega con la considerazione che l’Africa era, all’epoca, in gran parte sottratta al dominio di nazioni europee, per cui del tutto inutile sarebbe stato che il Papa imponesse divieti che nessuno sarebbe stato poi tenuto ad osservare. È però significativo che il papa Gregorio XVI, con il breve In supremo del 3 dicembre 1839, si fosse preoccupato di vietare «l’indegno mercato dei Neri e di qualsiasi altro essere umano» del quale indicava come responsabili taluni cristiani che «accecati dalla bramosia di uno sporco guadagno, in lontane e inaccessibili regioni ridussero in schiavitù Indiani, Negri e altre miserabili creature, oppure, con un sempre maggiore e organizzato commercio, non esitarono ad alimentare l’indegna compravendita di coloro che erano stati catturati da altri». Non è certo per caso, quindi, che la condanna della schiavitù in assoluto (ma con esplicito riferimento, tuttavia, alle particolari condizioni dell’Africa) sia intervenuta, da parte del papa Leone XIII, solo in un periodo storico (fine del XIX secolo) in cui l’Africa era quasi totalmente sotto il dominio di nazioni europee. È ad esse, infatti, che veniva in tal modo fatto carico non certo di astenersi dal ridurre formalmente in schiavitù le popolazioni africane soggette alla loro sovranità (cosa che nessuna potenza coloniale si sognava neppure lontanamente di fare) ma piuttosto di adoperarsi con la massima energia perché la schiavitù, endemica da sempre nel continente africano, venisse totalmente estirpata. E infatti - come osserva Rossella Bottoni nel suo I popoli indigeni nel magistero della Chiesa cattolica, Ledizioni, 2024 - «I governi degli Stati cattolici apprezzarono molto tale sostegno alla causa contro la schiavitù, che essi vedevano come ragione legittimante della loro politica nel continente. Dunque, colonizzatori e missionari si “incontrarono” sul terreno dell’antischiavismo». Conclusione, questa, che potrebbe creare, nell’attuale contesto culturale di cui è partecipe anche il mondo cattolico, un qualche imbarazzo che però, in chi amasse veramente la Chiesa, dovrebbe trovare più che adeguato compenso nel constatare che si pone del tutto in contrasto con la verità storica Famiglia cristiana quando afferma, nel commentare l’enciclica di Leone XIV, che la condotta della Chiesa, «per diciotto secoli», sarebbe stata solo quella di avere «tollerato pratiche oggi considerate abominevoli».
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Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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